Rubrica a cura di Mara Marantonio




MARINA NEMAT PRIGIONIERA DI TEHERAN
UNA STORIA VERA

(Titolo originale Prisoner of Tehran)
Trad. Lucia Dianella, Ed. Cairo (Prima edizione: Giugno 2007) pp. 318 �. 17,00

"Mio marito fu il primo a leggerlo. Nemmeno lui conosceva i particolari dei miei giorni di prigionia�.'Perch� non mi hai mai detto queste cose? ' mi domand� quando lo ebbe letto tutto. Eravamo sposati da diciassette anni. 'Volevo, ma non ci riuscivo�..Mi perdoni?' 'Non ho nulla da perdonarti. Tu, invece, potrai perdonare me?' 'Per che cosa?' 'Per non averti domandato nulla' ".

Marina Nemat, nata Moradi Bakht, � una quarantaduenne bruna, che sembra, almeno dalle fotografie, assai pi� giovane della sua et�; dal 1990 vive a Toronto, col marito Andre, ingegnere, e i due figli, Michael e Thomas. Dietro al suo sguardo dolce, vagamente ironico, si cela una storia tragica. Nata a Teheran nella primavera del 1965, da una famiglia cristiana ortodossa di origine russa per parte di padre, era un�adolescente quando, nel febbraio 1979, in Iran si afferm� la Rivoluzione islamica guidata dall�Imam Ruollah Khomeini, con la quale prese vita un regime di autentico terrore: subito morirono le speranze di persone e gruppi di veder fiorire, dopo la caduta del governo autocratico e poliziesco dello Shah Reza Palhavi, germogli di vita democratica.
Marina � una ragazza intelligente e sveglia, avida lettrice di romanzi occidentali, cresciuta in una famiglia della piccola borghesia: la madre � parrucchiera, il padre, dapprima gestisce una scuola di ballo, poi, con l�avvento della mullahcrazia, che aveva bollato come degenerata e vietato qualunque forma di libera espressione di "joie de vivre" (figuriamoci la danza�.), trova un pi� prosaico lavoro di impiegato presso il Ministero delle Arti; c�� pure un fratello, assai maggiore di et�, emigrato ben presto in Canada. I rapporti con i genitori non sono facili perch� improntati ad una certa freddezza, soprattutto con la madre: "Di tanto in tanto, mia madre mi regalava qualche breve momento di affetto. Ma non durava quasi mai: era come la scia luminosa di una stella cadente che subito svaniva nel buio". Per aver organizzato, insieme ad gruppo di compagni, un innocuo sciopero studentesco all�interno della scuola, la sera del 15 gennaio 1982, la sedicenne Marina viene arrestata, sotto gli occhi dei genitori, dai c.d. guardiani della rivoluzione, due uomini barbuti, armati, con l�immancabile divisa verde scuro. E� portata a Evin, carcere politico fin dall�epoca dello Shah, un nome che suscitava, e suscita ancora oggi, un solo sentimento: terrore. Evin, costituito da numerosi edifici sparsi su una vasta zona a nord della capitale, ai piedi dei monti Elburz, significa tortura e morte; la gente non ne parla mai, � un luogo avvolto in un silenzio da incubo.
Ella trascorre, meglio sarebbe dire soffre, in questa prigione due anni, due mesi e dodici giorni, sottoposta a torture fisiche e psicologiche incredibili. Della sua esperienza dar� conto tra poco, ma in modo assai sintetico, senza raccontarla nel suo intreccio perch� il libro che la racchiude dev�essere letto passo dopo passo, da cima a fondo, e riassumerlo significherebbe sciuparne la dolorosa fragranza. Le tenebre si diradano solo nel 1990, quando la protagonista, insieme al marito e al figlio maggiore di pochi anni, lascia il suo Paese per approdare in Canada ad un�esistenza nuova.
Ma si pu� dare un taglio netto al passato? Ti potrai liberare degli oggetti legati ad esperienze dolorose, ma il tuo vissuto, di carne, di sangue, di sentimenti, ci� che eri e sei diventata, sono sempre con te. Impossibile sciogliere i legami che s�instaurano nel profondo.
Nella tranquilla normalit� della nuova vita, dopo circa un decennio dalla conclusione della sua terribile esperienza, i ricordi affiorano prepotenti in Marina: le immagini emergono la sera, al momento di coricarsi, impedendole di dormire. Racconta: "Non riuscendo a dimenticare, pensai che forse la soluzione era ricordare, e perci� cominciai a scrivere dei miei giorni a Evin�..ricordai la tortura, il dolore, la morte, e tutta la sofferenza di cui non ero riuscita a parlare. I miei ricordi si trasformarono in parole ed eruppero da un�ibernazione forzata�." Tuttavia ella non ritrova la serenit�. Quanto narra deve assumere i precisi contorni dell�autobiografia, sincera e impietosa, e non restare sepolto in un cassetto, del com� o del cuore; il primo lettore � Andre -il suo vero primo amore, che non l�ha mai dimenticata, l�uomo che le ha fatto ritrovare la serenit�- il quale ne resta molto colpito, ma ci� non basta. Tuttavia � attanagliata dai dubbi, dalle paure e condizionata da quel comprensibile pudore che prova chiunque metta a nudo la propria anima. Un episodio allontana le incertezze. In occasione di una festa presso amici comuni, ella conosce, nell�estate del 2005, una coppia di coniugi iraniani. Da un accenno fatto dalla padrona di casa, la moglie, Parisa, apprende che Marina sta scrivendo un libro: non appena sente pronunciare il nome di Evin, impallidisce e confessa di aver passato, a sua volta, un periodo in quel luogo maledetto.
Le due donne si confrontano e Parisa rileva come "Di solito la gente non apre bocca su queste cose". Ecco il grumo di omert� e silenzio che ha imprigionato Marina per un ventennio; una sorta di tacita regola cui si sono attenute con scrupolo le persone a lei pi� vicine, a cominciare dai genitori, che si illudevano che ella, "dopo", fosse rimasta la ragazza spensierata di "prima".
"Terrorizzati dal dolore, dall�orrore del mio passato, avevano deciso di ignorarlo".
Un tema importante, la Memoria, attuale, a maggior ragione ora, a ridosso del 27 Gennaio.
Affinch� questo Giorno non diventi, come temeva Indro Montanelli, una delle tante convenzionali e fredde "feste comandate", non dobbiamo spegnere le voci dei testimoni diretti, in nome di pretese ragioni (ri) conciliative o dell�esigenza, in s� comprensibile, di voltar pagina: ci� vale non solo nei confronti della "Shoah", ma anche di tutte le tragedie che offuscano la nostra epoca, a cominciare da quelle generate da forze oscure che vorrebbero togliere il sorriso e i colori della vita dal nostro mondo e ridurre tutto ad un�unica tonalit� di mortifero grigio.
Marina e Parisa, per alcuni giorni, si parlano, per lo pi� al telefono. Si confidano sentimenti e ricordi di persone amiche perdute. Poi, dopo circa due settimane, la seconda fa sapere alla prima di non volere pi� parlare con lei. In lacrime le confida che affrontare il ricordo � esperienza troppo penosa. Marina rispetta questo stato d�animo e non insiste: � proprio quel rifiuto a persuaderla in modo definitivo a continuare decisa sulla dolorosa strada che ha iniziato a percorrere.
Nella parte in cui sono narrate, in stile drammatico e avvincente, le sofferenze patite in carcere, si alternano, ai capitoli ad esse dedicati, quelli che illustrano l�infanzia e la prima adolescenza della protagonista: tale contrasto, se da un lato alleggerisce l�animo del lettore conducendolo nel mondo immaginifico di una ragazzina da sempre innamorata di romanzi e poesie -splendido il ritratto del libraio armeno da lei fatto assurgere al rango di angelo custode o i ricordi di famiglia, dove spicca la nonna russa, Xena Muratova, nelle cui vicende ella si rispecchia-, dall�altro evidenzia quanto pi� possibile il buio in cui ella si trova in quel momento. Buio opera di un regime che odia tutto e tutti, a cominciare dagli USA e dagli Ebrei, ma, in particolare, le donne, soprattutto quelle molto giovani. Sullo sfondo una societ� impegnata nelle attivit� quotidiane, annichilita e all�apparenza incapace di reagire.
La figura pi� complessa del romanzo, insieme con l�Autrice, � Ali Musavi. Ali, i cui congiunti riservano a Marina un affetto ben pi� profondo di quello che le manifesta la famiglia di origine, vive una storia di colpa e di redenzione; all�inizio, quasi senza rendersene conto, � colpito dal coraggio, anzitutto morale, della ragazza di fronte alla torture, poi ecco la lenta presa di coscienza, che egli pagher� di persona. Un destino, anche quello di Ali, affrontato con coraggio.
Mirabili i ritratti delle giovani che ella incontra tra le truci mura di Evin: Sarah, la compagna di scuola, impazzita a seguito dell�esecuzione del fratello Sirus, che passa le giornate a scrivere ostinata sul proprio corpo i ricordi dei tempi felici; o Mina, annichilita dal dolore per l�uccisione della sorella Layla ad opera delle guardie della rivoluzione, sopraffatta definitivamente nel corso di un interrogatorio; o Bahar, infelice madre di un bambino di pochi mesi. Un�umanit� vivida e dolente dar voce alla quale Marina si � assunta come compito il pi� importante della sua esistenza.
Ad tutte loro � dedicato il libro; a loro e a Zahra Kazemi, la reporter irano-canadese morta sotto tortura, proprio a Evin, nell�estate 2003. L�Autrice rimprovera al mondo di essersi svegliato troppo tardi, solo dopo l�uccisione di Zahra e a motivo della sua origine occidentale; ma, riflette, "se�.si fosse curato prima di quello che accadeva, lei non sarebbe morta e tantissime vite innocenti sarebbero state risparmiate. Invece il mondo era rimasto in silenzio�" dichiara con onest� "in parte perch� le testimoni come me avevano avuto paura di far sentire la loro voce. Ma era ora di finirla: non avrei pi� permesso alla paura di tenermi in scacco" e conclude "Zahra aveva dato ai detenuti politici dell�Iran un nome e un volto; adesso toccava a me dar loro la parola".

Mara Marantonio, 22 gennaio 2008


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