L'ANGOLO DI MARA
Rubrica a cura di Mara Marantonio

Commento a Ayaan Hirsi Ali INFEDELE, Rizzoli, Aprile 2007
Quando, nel novembre 2004, lessi su Internet la notizia del barbaro assassinio ad Amsterdam del regista Theo Van Gogh da parte di un giovane fondamentalista islamico di nome Mohammed Bouyeri, arabo di origine -consueta famiglia medio borghese, buone scuole, immancabile perfetta conoscenza della lingua del Paese ospitante- all�orrore si mescol� lo sgomento nel constatare quanto la sadica fantasia di questi terroristi non conoscesse, non conosca, limiti. Il corpo di Theo, sgozzato secondo il rituale purtroppo divenutoci �familiare�, era stato utilizzato come una sorta di macabra bacheca: l�assassino, dopo aver sferrato l�ultimo colpo col coltello, ne aveva lasciato conficcata la lama sul ventre della vittima, allo scopo di trattenere il suo messaggio; una lettera di cinque pagine, indirizzata all�autrice della sceneggiatura dell�ultimo film di Van Gogh: Submission, dedicato alla miserevole condizione delle donne nel mondo islamico. Conobbi ben presto il nome di colei che era stata oggetto di simili��attenzioni: Ayaan Hirsi Ali, giovane parlamentare olandese, di origine somala. Grazie ai numerosi articoli apparsi, negli ultimi due anni, specie sul quotidiano il Foglio (le testate c.d. progressiste l�hanno sempre snobbata, almeno da noi, poich� non digeriscono coloro che denunciano i guasti operati dal multiculturalismo) ho conosciuto la sua storia: dalla nascita, nel novembre 1969, alle vicende che, nell�aprile 2006, l�hanno indotta a lasciare l�Olanda, a seguito di un provvedimento giudiziario che le ordinava di lasciare la sua casa/rifugio, messale a disposizione dallo Stato, nella quale viveva blindata da tempo. Ayaan aveva comunque meditato di trasferirsi negli U.S.A. prima che scoppiasse il putiferio -da lei pudicamente definito dibattito- sulla sua cittadinanza olandese. Ora vive a Washington, in un luogo segreto, scortata ventiquattrore al giorno e lavora all�American Enterprise Institute, un �Think Tank� vicino all�Amministrazione Bush e si occupa di Medio Oriente, di terrorismo, di diritti umani. Suscita grandi entusiasmi -per esempio, l�American Jewish Committee le ha assegnato la �medaglia del coraggio morale�-, ma anche aspre critiche, per la per la totale laicit� e l�aspra accusa nei confronti del relativismo multiculturalista.
Allorch� qualcuno diventa, magari suo malgrado e a prezzo di rischi e sofferenze, un simbolo, perde giocoforza un poco della sua umanit�; assomiglia pi� ad un �logo�, ad una �griffe� che a una persona. Con Ayaan non � cos�: non l�ho (ancora!) incontrata di persona, ma leggo, sulla nostra stampa, tutti gli articoli che la riguardano e ho seguito con attenzione le sue due apparizioni nella trasmissione televisiva Otto e mezzo (la prima circa un anno fa, la seconda nei giorni scorsi, in occasione dell�uscita da noi del suo ultimo libro, questo di cui parliamo): una giovane donna, molto graziosa, ma non appariscente, vestita con cura, ma senza ricercatezza, lo sguardo vivo; le sue frasi, le sue valutazioni, macigni per i fondamentalisti d�ogni risma e per i sacerdoti del �politicamente corretto�, sono espresse in modo sereno, senza il tono da professoressa petulante o l�aria altezzosa di chi ritiene di avere in tasca l�assoluta Verit�. Dietro al suo sorriso non penseresti esserci una storia impastata di gioie, conquiste, ma anche di dolori e traumi per noi inimmaginabili. Ora, con INFIDEL (INFEDELE), fresco di stampa, Ayaan ci racconta la sua storia, una biografia / saggio politico dalle mille domande e sfaccettature, che si legge d�un fiato perch� � coinvolgente come un romanzo. Il volume � suddiviso in due parti: la prima: -�La mia infanzia�- va dalla nascita fino a 23 anni: � �infanzia� anche in senso simbolico, intesa come stato di non ancora precisa presa di coscienza di s�; la seconda -�La mia libert��- � la sua nuova vita in Occidente, il rifiuto dell�Islam fondamentalista, l�accettazione del grave rischio che comporta difendere la libert� e la democrazia in un mondo, l�Occidente, che sembra, da ultimo, (quasi) vergognarsi di quei valori universali, che era andato elaborando soprattutto negli ultimi due secoli. La protagonista ci conduce per mano nella complessa realt� dell�Africa postcoloniale, dove il clan � la struttura/base della societ� (nel caso che interessa, la Somalia, in primo luogo, poi Paesi vicini, come l�Etiopia e il Kenia, in cui, a seguito dell�attivit� politica del padre, ha risieduto per diverso tempo; come pure ci parla di un soggiorno in Arabia Saudita, patria del wahabismo). Ci racconta, in piena sincerit�, dell�approccio affascinato alle prime letture di autori europei, grazie all�insegnante keniota di letteratura (�un intero mondo di idee occidentali cominci� a prendere forma davanti ai nostri occhi�); ma confessa anche di essere stata soggiogata dal fondamentalismo islamico dei Fratelli Musulmani, il potente gruppo che, gi� dagli anni �80, grazie ai petroldollari sauditi, stava mettendo radici in Africa e in tutto il mondo islamico a causa, in primo luogo, della corruzione dei governi nazionali. Lo sfacelo degli Stati (la Somalia ne � un esempio emblematico) fece s� che le popolazioni tornassero alle antiche radici tribali, alle tradizioni, alla religione nella sua forma pi� conservatrice. In Somalia attecch�, per paradosso, soprattutto grazie alle donne, formidabile veicolo di diffusione (tra queste sua madre). Racconta, con dovizia di particolari, come l�islamismo abbia occupato progressivamente ogni aspetto della vita sociale ed economica. La visione radicale dell�Islam le dava, da adolescente in cerca di certezze, una sensazione di sicurezza e di potenza, simboleggiata dalla lunga veste nera che, ad un certo punto, decise di indossare. Ben presto, tuttavia, ella comincia a porsi problemi di fondo: se Allah � misericordioso perch� permette che le donne siano trattate tanto male? Anche il profondo antisemitismo islamico suscita in lei molte perplessit�.
Il racconto � dedicato ai suoi familiari -cui � tuttora legata da affetto, nonostante la radicalit� delle sue scelte di vita, da loro mai comprese-. Dalla dedica si pu� ricostruire la struttura del libro (e dell�esperienza di vita) di Ayaan. Anzitutto il Padre -�Abeh� Hirsi Magan- un misto di tradizionalismo religioso e di apertura alla democrazia: uomo di notevole carisma, egli aveva studiato negli U.S.A. e pi� tardi diverr� strenuo oppositore del dittatore somalo Siad Barre, ma ci� non gli impedir� di avere un certo numero di mogli: sar� proprio la condotta del padre, anzitutto verso la madre, a costituire il primo passo di ribellione, da parte di Ayaan, nei confronti della sottomissione delle donne vigente nella societ� islamica in cui � nata e cresciuta. Poi la Madre -�Ma�� Asha-, prima ragazza vivace e piena e di slancio, poi, via via, sempre pi� appassita e addolorata per l�assenza del marito; frustrazione che sfoga anzitutto sulla figlia, picchiandola e punendola spesso. Figura centrale nei primi anni e nell�adolescenza � la Nonna -�Ayeyo� Ibaado-, severa custode delle antiche tradizioni di casa, il nobile clan darod (con diversi rami e sottorami, nella cui ricostruzione ti puoi divertire a perderti): la Nonna � l�emblema di queste donne forti, coscienti del proprio status, dell�importanza del nome e della genealogia come dato identificativo del gruppo di appartenenza; donne che sanno come difendersi dalla prepotenza degli uomini, ma che ritengono dato ineludibile il sottoporre bambine di cinque anni -sia Ayaan che sua sorella non vi sfuggiranno- alla barbara pratica dell�infibulazione: una ferita fisica e psicologica che brucia ancora, ma che non immagineresti nascosta dietro ai pacati rimproveri rivolti alle femministe occidentali, che hanno tradito e abbandonato le donne musulmane, sole nella loro condizione di miseria morale e materiale. C�� poi il fratello germano -Mahad-, al quale, in quanto maschio, viene sempre riservato un trattamento di privilegio, ma amato per la sua tenacia. Infine, la dolente figura di Haweya, la compianta sorella germana pi� piccola, la cui debolezza psicologica non riesce a sopportare il costo che comporta superare il contrasto tra un�insopportabile vita di segregazione e l�esigenza di aprirsi alla libert� e alla vita.
Ayaan, invece, riesce, pur con tante sofferenze, rischi e rinunce, a uscire dal bozzolo, a trasformarsi da informe crisalide in variopinta farfalla, grazie, tra l�altro, alla profonda conoscenza che, giunta in Olanda, far� della condizione femminile delle immigrate, ingabbiate in una sorta di bolla oppressiva, forse peggiore di quella in cui sono costrette nei Paesi di origine. Ci� anche a causa di una sorta di male oscuro che, a suo parere, affligge l�Olanda; definito da lei Paese in cerca di riscatto -per il passato coloniale e l�acquiescenza all�occupante nazista durante la II Guerra mondiale-. Al massiccio arrivo degl�immigrati (negli anni �80 del Novecento) gli olandesi cercarono di accettare le loro differenze e rispettarne le tradizioni. Il multiculturalismo: con i cui conseguenti danni dobbiamo ora confrontarci.
E� un'autobiografia destinata ad aprire un dibattito non solo sulla condizione delle donne musulmane, intrappolate nella gabbia fisica e mentale della propria fede, ma anche sul problema della libert� (di parola) in Occidente, su questo diritto che riteniamo acquisito, ma che pare non abbiamo pi� il coraggio di difendere. Mi viene in mente una frase letta a proposito de �Le mie prigioni� di Silvio Pellico: un testo che port� all�Impero asburgico danno maggiore di una battaglia perduta. Mi auguro, fatte le debite proporzioni, che la storia di Ayaan abbia lo stesso effetto sul contesto che ci interessa e che ci insegni a distinguere, come lei spesso afferma, tra l�Islam, duro e immutabile sistema di credenze, e i musulmani e le musulmane, spesso aperti alla libert� e alla democrazia, ma, altrettanto sovente, abbandonati da noi a causa della nostra vilt�.
Mara, 17 maggio 2007

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