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Il giuramento degl'insorgenti aretini del 1799
 
La Corona Ferrea

Istituto Storico dell'Insorgenza
e per l'Identit� Nazionale

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Oscar Sanguinetti

L�identità italiana e i suoi percorsi

I recentissimi venti di guerra hanno rilanciato prepotentemente il problema della nazionalità, ossia dell�identità dei popoli, e del legame fra questa identità e le radici religiose.

In effetti, se guardiamo alla realtà dell�Italia di questi anni, non si fa fatica a rilevare il senso dell�italianità sia andata sempre più scolorendo e il legame fra soggetti compartecipi di una medesima realtà istituzionale e politica, nonché protagonisti di una storia comune che viene a mano a mano sedimentando, sia andato allentandosi. Gl�italiani di oggi, nell�assenza di opportunità o di sfide più serie � non mi auguro, sia ben chiaro, che abbiano a riscoprire le differenze di nazionalità come probabilmente le scoprì mio padre sotto le granate britanniche in Africa Settentrionale nel 1940-1942 �, si ricordano di essere italiani al momento delle sfide calcistiche internazionali oppure � ma sono sempre meno gl�interessati � quando qualcuno dall�alto del Colle si muove per apporre una corona d�alloro a questo o a quel monumento in occasione di qualche ricorrenza.

Non si tratta di una novità, è vero, ma credo valga la pena soffermarsi un attimo per cercare di capire almeno per sommi capi perché.

Il percorso dell�identità italiana prende le mosse dal sentimento impalpabile ma diffuso di appartenere a un�unica entità etica, che caratterizza l�Italia pre-risorgimentale. Dopo Porta Pia si passa invece a una identità sostanzialmente alternativa, secolarizzata e moderna, elaborata a tavolino su basi ideologiche, sganciata dal dato naturale e dal passato � l�identità come determinata dall�eredità � per essere proiettata verso un futuro ideale che, a seconda delle sfumature, è la democrazia, la grandeur nazionale, il socialismo. Tale visione presuppone obbligatoriamente l�alterazione della memoria storica recente e meno recente e la scuola come strumento della sua veicolazione al popolo.

La situazione in cui vive l�Italia fino all�incirca alla vigilia del primo conflitto mondiale vede la contrapposizione fra due culture, quella dell�Italia "ufficiale", progressiva" e secolarizzata, e quella dell�Italia di sempre, le cui radici affondano nella notte dei secoli. L�Italia si trova di fatto divisa, secondo una felice espressione, in un "paese legale" � la minoranza che detiene il potere politico, culturale ed economico � e in un "paese reale" � le classi medie e i ceti popolari, ossia la maggioranza degli italiani delle campagne e delle città, fra cui è ancora viva la tradizione religiosa e civile preunitaria.

Ci vorrà il colossale amalgama attuato dalla prima guerra mondiale che sposterà masse mai viste di italiani dalla loro terra di origine al fronte, la mescolanza delle identità locali nelle trincee e nel crogiolo dei combattimenti � così come la diffusione delle ideologie moderne attraverso la stampa e l�attivismo politico fra le masse contadine e operaie � per ridurre il gap fra la classe politica liberal-monarchica uscita dall�unificazione e le masse cattoliche e socialiste.

Sarà il fascismo, attraverso il mito del Piave e di Vittorio Veneto, a corroborare più intensamente l�immagine dell�Italia uscita dal Risorgimento e a dare il maggior impulso alla "nazionalizzazione delle masse" italiane. Ma sarà la guerra da esso scatenata e persa, con gli orrori dei bombardamenti e della guerra civile, e soprattutto il crollo dello Stato l�8 settembre 1943 a infliggere a questa concezione dell�Italia, sostanzialmente artificiale e in antitesi con il suo passato, il colpo più duro.

L�Italia riemerge ferita ma non morta dalle rovine della sconfitta e si risolleva a poco a poco non grazie alla monarchia, presto esiliata, né all�esercito, che per molti anni vivrà in una condizione di minorità e di sospetto, e neppure grazie alle ideologie risorgimentali � anche se tornano a sirene spiegate �, ma in virtù delle proprie radici ataviche che neppure l�8 settembre ha potuto svellere: il suo senso religioso cristiano, la creatività del ceto imprenditoriale, la laboriosità delle classi lavoratrici, l�onestà dei costumi, la qualità delle sue scuole, la saldezza dell�istituto familiare, la natalità.

Ma anche se ritorna la vecchia identità ideologica � integrata dal nuovo mito cosmetico della Resistenza �, nell�Italia repubblicana di essa paiono scordarsi più o meno tutti, chi preso dalla militanza di partito, chi dal patriottismo di campanile, chi dal tifo calcistico, chi dai primi deliri canori e dai quiz televisivi. L�Italia di Porta Pia, del Piave e dei partigiani cade sempre più nell�oblio e il suo richiamo a poco a poco si spegne: segni tangibili ne sono la scomparsa delle parate e delle divise militari, e il tricolore, finito nelle soffitte.

Solo dopo il 1968 si assisterà a un revival del mito risorgimentale, ma quasi esclusivamente limitato all�ultima parte, quella partigiana, utilizzata dai comunisti per propiziare l�avvento dell�"Italia rossa" e internazionalista.

Alla fine degli anni Settanta, la liquidazione della contestazione giovanile apre � come si dice � sempre più vaste "praterie" all�oblio e al disimpegno. La maggior parte degl�italiani dimostra di non interessarsi di politica � scordando che la politica intanto s�interessa di loro, eccome! � e neppure si pone la domanda "chi sono? che cosa vuol dire essere italiano?" o perché "ha da lavorare", o perché nel frattempo al richiamo del patriottismo nazionale è subentrato quello del patriottismo europeistico o di partito o semplicemente sportivo: l�identità italiana "convenzionale" tocca così il suo punto più basso.

Dopo la caduta del Muro nel 1989 neppure l�oggettiva provocazione costituita dalla rivalutazione delle identità locali in chiave politica o culturale fatta dai leghisti e dai neo-legittimisti riesce a rianimare questa forma identitaria, ma anzi le infligge colpi sempre più duri, cui solo qualche intellettuale � più di sinistra che di destra � o qualche funzionario dello Stato reagisce.

Oggi è venuto il momento di affrontare il problema di questa identità esaurita: uno Stato moderno non può vivere con un senso dell�identità nazionale così esangue. Il momento è tanto propizio quanto cogente. Da un lato infatti non vi è più la pressione dei blocchi ideologici contrapposti, anzi le stesse ideologie moderne sono in profonda crisi, mentre dall�altro ce lo impongono sempre più insistentemente le sfide del terzo millennio: una guerra, in tesi mondiale, in corso, in cui dobbiamo schierarci consapevoli di difendere attraverso la lotta al terrorismo islamico anche la nostra specificità nazionale; il bisogno di trasmettere alle giovani generazioni valori per cui valga la pena spendere � non necessariamente donare � la propria vita; la costruzione dell�Europa. Ma anche e forse soprattutto la necessità di rispondere adeguatamente e autenticamente a quelli fra i nuovi ospiti della nostra società, che vengono da luoghi lontani e da culture molto diverse dalla nostra, e che vogliono imparare a diventare, non solo per pochi mesi, italiani. Che cosa diremo a costoro? Che siamo italiani perché lo dobbiamo a Mazzini e a Garibaldi? perché tifiamo per la stessa nazionale di calcio? perché l�Italia è la Ferrari e i vini del Montalcino?

Oppure perché siamo figli della civiltà di Roma e di quell�unicum straordinario costituito dalla civiltà cristiana medioevale, ossia la romanità vivificata dal cristianesimo e dal genio germanico? perché siamo figli primogeniti della Chiesa cattolica che proprio in Italia ha collocato la sua sede santa? perché abbiamo due millenni di storia comune, Otto e Novecento inclusi � ma senza alcuna esclusività �, da cui è stato plasmato perfino quel paesaggio dolce che tanto gli stranieri amano?

Ma per riscoprire che cosa significa essere italiani occorre chinarsi sulla memoria storica dei popoli della penisola e rileggerla in integro, cercandone la verità, senza "tagliarne via" tempi e realtà sgradite, evitando di ripetere stanchi luoghi comuni, e senza pregiudizi ideologici. Ciascuno dovrà forse rinunciare a qualche elemento della "sua" lettura della storia italiana cui è più affezionato, dovrà forse abdicare un po� a se stesso, per cercare di costruire fin dove possibile � il limite sono le capacità della scienza storica, non altro � una visione comune della nostra memoria storica. Solo così � soprattutto non contrapponendo in chiave polemica le nuove acquisizioni storiche che si verranno facendo alla visione convenzionale � si potranno ricucire le lacerazioni che storicamente hanno diviso gli italiani per affrontare con uno stile nuovo i problemi del terzo millennio cristiano.

È mia convinzione che tale compito non spetti solo agli storici di mestiere, ma che una porzione di società � per così dire � più ampia debba contribuire al risultato.

I primi dovranno innanzitutto indirizzare le proprie ricerche verso le aree su cui finora sono invalsi tabù ideologici di diverso segno. Si dovrà tornare a illuminare con appositi programmi di ricerca e di elaborazione storiografica le pagine dimenticate della storia italiana soprattutto dell�età contemporanea � o tardo-moderna, secondo l�accezione anglo-sassone �, ripercorrendone in particolare gli snodi critici, i momenti in cui l�identità italiana è stata maggiormente in questione. Alludo, fra le tante pagine scritte con spesse lenti ideologiche o "tagliate" tout court, al grande movimento delle insorgenze popolari anti-rivoluzionarie degli anni a cavallo fra Settecento e Ottocento, una vera e propria cartina al tornasole dell�identità italiana "profonda". Alludo al Risorgimento, che ancora attende che sia infranta la crosta costruitagli addosso dall�ideologia e dall�esigenza di una mitologia fondativa dello Stato unitario. Alludo, infine � ma, ripeto, sono solo alcune delle vicende-chiave della storia italiana � al periodo fascista e ai due drammatici conflitti mondiali.

Su queste realtà non si può dire che una revisione di prospettive � anche grazie al lavoro di battistrada fatto da Renzo de Felice � non sia stata raggiunta. Dell�Insorgenza manca però ancora una descrizione che ce ne restituisca un�immagine autentica e completa � oggi è un po� come un iceberg di cui si vede solo l�ottava parte, quella emersa �, mentre del Risorgimento manca ancora una rilettura complessiva ed equilibrata, che renda finalmente ragione, non tanto delle ragioni dei vincitori e nemmeno per diametrum dei torti subiti dai vinti � operazione pur doverosa �, ma del come l�Italia moderna è stata costruita, con tutte le sue luci e le sue ombre. Il fascismo e le guerre mondiali, da ultimi, sono forse le realtà di cui più si è modificata l�immagine convenzionale � che, nel caso del fascismo, era un�immagine apertamente demoniaca �, ma pure in questo caso si è venuta accatastando una mole straordinaria di nuovi documenti, anche grazie all�apertura degli archivi esteri, che è però ancora da elaborare adeguatamente.

E questo ri-orientamento della ricerca storica deve tradursi in un adeguato numero di corsi e di seminari, nonché da quel lavoro di scavo capillare che le tesi di laurea consentono di realizzare, e riflettersi nelle pubblicazioni accademiche. Ma il passaggio-chiave sarà la scuola. I nuovi elementi storiografici dovranno essere fare breccia nei piani di formazione dei docenti delle scuole superiori, modificare coerentemente i giudizi espressi nella didattica, nonché informare i testi di storia destinati agli studenti. Solo così il "senso comune" degl�italiani verrà, almeno nel medio-lungo periodo, a depurarsi dalle scorie sedimentatevi dalle ideologie moderne. Nulla vieta che lo Stato � nella parte che auspicate le riforme liberalizzatrici della scuola gli destineranno come di sua competenza � possa e debba insegnare una storia orientata all�educazione civica: ma il "mito" dovrà rinnovarsi e non ridursi più solo a una catena di opachi luoghi comuni cui nessuno crede più.

Il lavoro dello storico avrà comunque scarso frutto se non si muoverà in sinergia con altre due forze importantissime: il mondo dei mass media, in tutte le sue declinazioni, e la politica, o, meglio, più che la politica culturale, quella sfera pre-politica in cui maturano le idee di chi dovrà poi legiferare.

Nel mondo mediatico occorrerà un lavoro di sensibilizzazione non piccolo, che credo sarà propiziato più dal "soldo", ossia dal gusto e dall�orientamento mutati dei lettori, sempre più alieni dalle fumosità ideologiche, che non dalla illuminazione degli addetti ai lavori.

Il mondo politico sarà interessato all�operazione per più ragioni. Non solo qualora riprenda il processo rifondazione della Repubblica dopo le delusioni della passata legislatura, ma anche per le promesse fatte in questo senso dalle forze politiche attualmente al governo. Ma pesano pure l�oggettiva problematicità dell�attuale struttura statuale, e il bisogno di rispondere alle sfide di un localismo non di rado ideologico e malsano, accanto a cui si situa la necessità di "andare in Europa" e, ancor più pressante, d�integrare nella comunità nazionale nuovi "barbari", in senso greco, ovvero stranieri, siano essi stranieri autentici, cioè gl�immigrati, oppure i "nuovi barbari", come lecitamente si possono dipingere le generazioni d�italiani, le quali, anche se sempre meno folte, si affacciano ininterrottamente sulla scena bisognose di acculturazione.

Tutte queste sfide politiche � e non sono poche, mi pare! �non potranno essere affrontate senza un profondo ripensamento dei lineamenti della nazionalità italiana.

La nuova Repubblica non potrà fondarsi su tratti identitari incompleti e sorpassati, che andavano forse bene per la prima metà dell�Ottocento, ma che oggi sono francamente risibili, né si realizzerà continuando a contrapporre a muro a muro soluzioni antitetiche, fondate su letture conflittuali e in parte falsate della storia italiana.

Né si potrà presentare ai nuovi italiani, "naturali" o "volontari" che siano, un volto dell�italianità dai lineamenti contraffatti da un trucco pesante e ormai sfatto, oppure così scoloriti al punto da diventare praticamente insignificanti.

Per trovare il terreno comune occorrerà forse, propedeuticamente a qualunque assemblea costituente, una "convenzione" � nel senso di convention �, in cui gli esponenti culturali �che non coincidono necessariamente con l�intellettuale, più o meno "organico" � espressione delle due aree politiche che si alternano più o meno fluidamente al governo del paese, diano vita a un dibattito serio e spregiudicato, che attinga ai dati di fatto e alle migliori elaborazioni storiche, e rediga una sorta di "carta d�identità" del soggetto "Italia", in cui si riconoscano tutte le forze culturali che oggi hanno rilevanza nella comunità italiana. Una carta che serva da input per chi dovrà mettere mano alla leggi fondamentali della Repubblica e per i formatori. È ovvio che in tale prospettiva ciascuno dovrà essere disponibile a rinunciare ai "suoi" pezzi di storia o alle "sue" letture dei fatti, che usciranno ridimensionati da un�indagine seria e dall�esigenza primaria del consenso. Certo, non sarà facile fare a meno di autentici "pezzi di cuore", cui si è stati legati e per i quali ci si è spesi magari per decenni o come singoli o come membri di un partito o come seguaci di un pensiero.

È una visione troppo ottimistica e magari utopistica? Forse. Ma per tentare di rifondare ordinariamente un�identità nazionale al passo con i tempi non vedo altre strade se non intervenire là dove si produce e si diffonde la cultura nazionale � che non consiste solo nei libri, meglio se polverosi, ma è giudizio vitale su se stessi e sul mondo � e dove si alimenta la politica. L�alternativa � che non desidero né auspico � è una ulteriore consunzione e forse un crollo spontaneo, di cui è difficile intravedere le forme e le conseguenze, o altrimenti il ricupero "forzato" dell�identità imposto da pressioni esterne straordinarie e senz�altro meno indolori.


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