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Il giuramento degl'insorgenti aretini del 1799
 
La Corona Ferrea

Istituto Storico dell'Insorgenza
e per l'Identit� Nazionale

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Oscar Sanguinetti

RISORGIMENTI E UNIFICAZIONE NAZIONALE: PANORAMA STORIOGRAFICO

[Testo non rivisto della relazione tenuta il 25-9-2001 presso la Terza Scuola Estiva di Alta Formazione, sul tema L�Unificazione nazionale: interpretazioni, storiografia e questioni aperte, Dronero (Cuneo) 25/28-9-2001, organizzata dal Centro Europeo Giovanni Giolitti per lo studio dello Stato di Dronero (Cuneo) in collaborazione con l�Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, con il Comune di Dronero, la Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e con il patrocinio della Provincia di Cuneo]

Ringrazio per prima cosa il professor Mola per avermi invitato a tenere questa conversazione, e lo ringrazio anche per il tema che ha voluto assegnarmi, un tema � Risorgimenti e unificazione nazionale: panorama storiografico � che ritengo estremamente suggestivo e che mi consente di trattare due temi importanti sia di per sé, sia ai fini d�inquadrare la carrellata storiografica che verrò facendo.

1. Risorgimento e risorgimenti

Inverto l�ordine dei fattori � sperando che il risultato non cambi � e parto dal secondo degli spunti che il titolo offre, ovvero dalla differenza fra "risorgimento", al singolare, e "risorgimenti", al plurale.

È un fatto che l�immagine convenzionale del Risorgimento è quella di un moto che scaturisce dall�univocità di sentimenti e dalla concorde mobilitazione degli spiriti italiani, che matura lentamente nei secoli e approda attraverso innumerevoli vicissitudini, immani sforzi, eroici sacrifici, al nuovo Regno unito d�Italia, proclamato nel marzo del 1861.

In realtà, questo schema unilineare e progressista � che non invento io ma che è la sostanza del nutrimento culturale che qualunque italiano a più riprese deve assimilare � si sovrappone, alterandola e mortificandola, a una realtà che è molto diversa, più ricca, articolata e sfumata.

Nel 1815, quando si apre il Congresso di Vienna � evento da cui obbligatoriamente muove ogni discorso sul Risorgimento �, l�Europa esce estenuata e disorientata da un ventennio di drastici cambiamenti, in cui è stata attraversata non solo da processi politici e culturali nuovi e contrastanti, ma anche da fenomeni più profondi � come la nascente Rivoluzione industriale � che ne hanno scosso gli equilibri sociali.

Una pseudo-storiografia propagandistica filtrata nelle aule scolastiche dei nostri anni ha messo alla berlina la Restaurazione come il ritorno trionfale dei codini e delle parrucche che le baionette repubblicane avevano scacciato un po� ovunque. In realtà, nell�Europa della Restaurazione non rivivono più né il feudalesimo, né la società organica, ma s�insedia un regime che al di là delle forme esteriori è un ibrido fra l�assolutismo illuminato e il dispotismo napoleonico e di entrambi sembra incarnare più i difetti che i pregi. L�aristocrazia apparentemente torna al potere ma in realtà non ne ha più il monopolio, mentre la nobiltà stessa dipende non più dal sangue ma dalle funzioni politiche. L�infrastruttura corporativa è ovunque dissolta. La rappresentanza politica per ceti non esiste più. L�assolutismo del potere è ancora più accentuato che nell�antico regime, dove almeno era temperato da tutta una fitta schiera di diritti particolari di corpi e di territori. La Chiesa nella sua compagine temporale non è più quella di prima, dissanguata dalla persecuzione rivoluzionaria e sempre più soggetta allo Stato. La cultura è ancora largamente influenzata � nonostante l�affermarsi del romanticismo tedesco � dal razionalismo "francese", divenuto ancor più materialista dopo la sconfitta ideale. Il ritorno dei prìncipi non significa la fine delle dottrine politiche regalistiche e accentratrici settecentesche. Lo Stato "pesa" di più � anche se con una leggerezza oggi inimmaginabile � sulla società. L�antico legame, anche se via via sempre più teorico, legava i principati europei al Sacro Impero si è sciolto a vantaggio degli Stati nazionali e del sistema della Santa Alleanza. L�Italia per di più vive una condizione di generale debolezza politica � non nuova e messa crudamente in luce dalla facilità con cui la Francia per vent�anni ha potuto fare ciò che voleva nella e della Penisola �, che appare in stridente contrasto con quanto avviene o sta avvenendo negli altri paesi europei.

Se di questa situazione è scontata l�insoddisfazione da parte delle correnti rivoluzionarie, per le quali la sconfitta napoleonica costituisce una grave impasse, critiche all�ordine creato a Vienna sono presenti con maggiore o minore spessore anche negli ambienti che potremmo definire in senso lato "conservatori", ossia che si pongono in una ottica di continuità con il mondo pre-rivoluzionario.

A parte il sollievo determinato dal crollo di una struttura politico-amministrativa sentita come estranea e coercitiva e se si prescinde dagli ambienti più legati all�Austria e ai sovrani restaurati, passata l�euforia della vittoria non sono in molti in Italia nel fronte conservatore � che allora coincide quasi in toto con il cattolicesimo politico � a sentirsi appagati dall�ordine imposto dalle potenze europee vincitrici di Napoleone.

Ma come era possibile continuare quella che possiamo chiamare "l�esperienza della tradizione"? Bisognava tornare tout court all�antico regime, eliminando solo il retaggio napoleonico? Oltre che materialmente impossibile � lo rivela già la prima breve restaurazione, quella del 1799 �, diventava sempre più chiaro che l�antico regime era già affetto da processi di secolarizzazione della cultura e di accentramento del potere di antica origine. Occorreva invece rivitalizzare gl�istituti e i valori che avevano fatto la cristianità europea e che sopravvivevano come residui nel vecchio regime? Già l�Insorgenza aveva rivelato che il popolo voleva il superamento dell�assolutismo secolarizzatore. Oppure, ancora, la crisi del vecchio mondo era stata talmente profonda che bisognava ripensare tutto da capo, salvaguardandone solo i princìpi-càrdine?

La pluralità di vedute era quanto mai ampia e si coagulavano in molteplici correnti di pensiero, circoli, movimenti, ciascuno con il proprio progetto di società e di cultura.

Alle origini della dinamica storica che condurrà all�Italia contemporanea si situano dunque due atteggiamenti di fondo e non uno solo. Per alcuni infatti l�Italia deve "risorgere" attraverso la piena accettazione della modernità; per altri, più semplicemente, essa deve ripercorrere l�esperienza della società organica, facendone evolvere gradualmente le forme nel confronto critico con il portato della modernità.

A. La "frattura": la Rivoluzione italiana

Il primo atteggiamento � che potremmo chiamare "della frattura" �, ispirato dalle ideologie dell�Ottantanove, si rifà alle esperienze � e attinge al personale stesso � del periodo rivoluzionario, di cui predica la ripresa e la continuazione. Il suo fine è, per usare una terminologia gramsciana, operare in Italia quella "riforma intellettuale e morale" della nazione, vaticinata dai "martiri del libero pensiero" e i cui cardini sono la separazione fra la sfera spirituale e quella temporale, la drastica riduzione del peso della Chiesa e del Papato sopprimendone il potere temporale, la nascita di ordinamenti laici e ispirati all�individualismo. Lo storico liberale Adolfo Omodeo così descrive a posteriori l�essenza di questa prospettiva: "[�] la nazionalità italiana nacque da tutto il moto della moderna civiltà europea [�] ed ebbe un significato universale, e per molti aspetti fu la più elevata e nobile forma dello spirito moderno attuata da Italiani in terra d�Italia".

Questa auspicata riforma deve oltre a ciò costruire un nuovo senso nazionale in senso moderno, destinato a surrogare i riferimenti religiosi tradizionali con gli elementi di una nascente religione civile, laica e umanitaria.

Dopo il 1815 questo disegno � che non è pura teoria ma programma di azione militante e aggressivo � non si presenta più in vesti internazionaliste come al tempo dei giacobini, ma si fa "movimento nazionale", perché vede nell�unificazione il momento e lo strumento più idonei per ottenere un cambiamento di regime politico che propizi a sua volta il mutamento dell�ethos italiano.

All�interno di questo cosmo favorevole alla ripresa dell�esperienza rivoluzionaria si produce fin da subito la divisione fra moderati e democratici, fra monarchici e repubblicani, fra credenti e "spiriti liberi", tra federalisti e unitaristi, fra "blanquisti" e gradualisti. Le teorie su come far risorgere l�Italia pullulano, ma sono tutte accomunate da un�idea d�Italia che nega e combatte in essenza gli elementi più profondi e originali della sua identità: il cattolicesimo, gli ordinamenti civili rispettosi del diritto e delle gerarchie naturali, il tradizionale riferimento a elementi politici universalistici. A questa identità viene contrapposta una identità ideologica tutta proiettata al futuro e sostanziata da un animus individualistico, libertario, livellatore e secolarizzato.

A questo mondo appartengono anche quei cattolici che leggono la Rivoluzione come fatto provvidenziale, gli epigoni dell�abbé Gregoire, che si situano trasversalmente alle ideologie rivoluzionarie di cui accettano i contenuti, pur temperandone l�anima irreligiosa con motivi cristiani spesso d�ispirazione eterodossa: protestantico-liberale, giansenistica, lamennaisiana o modernistica, auspicando una riforma della Chiesa stessa come conseguenza della Rivoluzione politica.

Ma l�impostazione del problema in termini di decadenza e risorgimento nasce anche dal fraintendimento della originalità e specificità che caratterizzano la nazionalità italiana. Fino almeno a tutto il Settecento, fra gl�italiani il senso di un�appartenenza e di una vocazione collettive si affianca al lealismo verso le "piccole patrie" della Penisola. Il cattolicesimo funge da humus e da collante di questo sentimento. Lo prova l�esistenza di una lingua comune, almeno fra le persone istruite, come pure la circolazione delle élites religiose e civili fra i vari Stati, che è intensa e antica: per accorgersene basta guardare le lapidi e le tombe nelle chiese della Penisola. E questi flussi vanno anche al di là delle frontiere. Uomini come il cardinale Alberoni, il cardinale Mazarino, Eugenio di Savoia, Raimondo Montecuccoli � ma anche tanti "minores", come i fanti napoletani al servizio della corona di Spagna � si offrono alla Chiesa, all�Impero e ai re certamente in un�ottica di cristianità e non di nazionalità, ma si distinguono nella loro missione non solo come cristiani ma anche come italiani.

La coscienza nazionale italiana in effetti si forma non per impulso di una dinastia, come in Spagna o in Francia, ma germina e si plasma in maniera "spontanea" nella storia, secondo l�acuta intuizione del politologo Mario Albertini. Manca l�elemento di maggiore visibilità, quello politico, per cui questo senso di appartenenza rimane alquanto discreto, in sordina, si legge fra le righe, emerge solo di quando in quando e per contrasto. Quando le città italiane offrono le loro chiavi a Bonaparte e ai suoi generali pensano che si tratti solo dell�avvento di un nuovo sovrano, come avveniva nell�antico regime. In realtà aprono le porte all�irruzione di una nuova visione del mondo antitetica all�identità italiana. Le insorgenze popolari che si scatenano a più riprese dalle Alpi alla Sicilia lungo tutto l�arco del ventennio napoleonico, in cui il popolo italiano, soprattutto i suoi strati più umili, dimostrerà di "sentire" alla stessa maniera, di rifiutare le stesse cose, di difendere i medesimi valori e tradizioni, paleseranno nitidamente questa identità italiana spontanea.

Gli artefici del Risorgimento cercheranno invece di dare un altro volto all�italianità, con una operazione che nel Centro e nel Mezzogiorno della Penisola verrà attuata con la forza, distruggendo un plurisecolare alveo d�istituzioni e di costumi e colpendo duramente il sentire comune della popolazione. E nel 1860-61 la rivolta esplode immediata in tutto il Regno borbonico, dall�Abruzzo alle Calabrie, dove si protrarrà sino alla fine degli anni Settanta e sarà repressa solo al prezzo di una lunga e cruenta guerra condotta dal nuovo Regno in un�ottica schiettamente coloniale. Questo scontro d�identità, il soffocamento dei tratti originari e originali della italianità, provocherà lacerazioni che sarà difficile ricucire e sanare. Prima che l�Italia si riconcili parzialmente con le sue radici occorrerà attendere i primi decenni del XX secolo.

B. La "continuità": legittimisti e restauratori

Ma oltre alla visione che ho chiamato "della frattura" vi sono prospettive per cui il regime travolto dalla bufera rivoluzionaria � il residuo di quell�unicum che è, anche sotto il puro aspetto politico, la cristianità � meritava di essere ripreso dopo la parentesi napoleonica.

Vi sono certamente alcuni � che potremmo chiamare reazionari o "legittimisti di fatto" � a cui la grave sconfitta rivoluzionaria, il ritorno dei sovrani legittimi, il relativo spazio nuovamente concesso alla Chiesa, la restaurazione di forme politiche tradizionali sembrano essere successi definitivi o almeno sufficienti.

Ma per altri � che potremmo definire "legittimisti di principio" �, un po� più tardi, l�antico regime, se se ne vogliono perpetuare i princìpi e i valori, va rivisto criticamente.

E questa comune finalità si esprime in posizioni differenti e non tutte ugualmente compiute.

C�è chi si rifà al passato storico meno lontano e propone il ritorno a prima dell�antico regime, quando ancora ampia era la libertà della società rispetto allo Stato. Altri invece, più sensibili forse al vento impetuoso del romanticismo del tempo, sono affascinati dal Medioevo italiano, dal regime delle libertà comunali, delle autonomie concrete, della libera espansione evangelizzatrice.

Altri ancora, come per esempio Joseph de Maistre, muovono non più modelli storici concreti ma da presupposti metafisici e meta-storici e predicano la restaurazione di un ordine che deriva la sua legittimità da principi assoluti, sacrali e razionali e propugnano più che un ritorno a un "prima", il ritorno all�"eterno".

Vi è anche chi vede come prioritaria, già molto prima dell�Ottantanove, la riconquista spirituale e culturale della società e delle sue élites: è il caso dell�Amicizia Cristiana e poi Cattolica del cuneese padre Pio Bruno Lanteri. Nata durante l�antico regime per combatterne la deriva scettica, libertina e giansenistica, s�"interra" poi sotto Napoleone e, dopo il 1815, riemerge e influenza ampi strati del clero e del laicato piemontese e lombardo-veneto per venire sciolta per banali rivalità di palazzo dal re sabaudo Carlo Felice, diffidente, come tutti i sovrani restaurati, verso i fermenti di novità emersi in campo legittimista a livello intellettuale e popolare negli anni napoleonici.

Ma c�è, infine, anche chi parte da posizioni ancor più spregiudicate, pensatori che operano già in una prospettiva a tutto campo traendo ispirazione "ex fide, ex ratione, ex experientia" � le fonti classiche della dottrina sociale cattolica � e che non si limitano a traguardare le forme dell�ordine antico con la realtà del mondo moderno, ma ridisegnano i presupposti stessi della società umana e dell�ordine politico, che traducono anche in proposte ideali e in programmi di azione per l�Italia. Questo atteggiamento si riscontra in forma più o meno perfetta in alcuni autori cattolici della prima metà dell�Ottocento, soprattutto in esponenti del movimento cosiddetto "neoguelfo". Augusto Del Noce, in relazione al pensiero giobertiano, chiama assai acutamente questa tendenza "restaurazione creatrice" e ne fa addirittura un tertium genus, una categoria alternativa rispetto a quelle di reazione e di rivoluzione.

Si può per tutte queste visioni legittimamente parlare di prospettive "risorgimentali"? Anche se in questo campo gli studi e le interpretazioni sono ancora agl�inizi, a mio avviso � ma anche secondo Del Noce � sì, perché si tratta sempre di prospettive che, pur da diversa angolatura, muovono tutte dall�esigenza di disegnare un futuro che non sia una mera ripetizione del passato.

Fra la linea risorgimentale/rivoluzionaria e alcune componenti di quella legittimistica/restauratrice più aperta vi sarà una coincidenza operativa, soprattutto nell�imminenza del ciclo rivoluzionario del 1848-49, quando i motivi unitari sembrano prevalere su quelli politici e anche i settari anticlericali gridano "Viva Pio IX". Ma in seguito, dopo il ritiro del Papa, la sconfitta di Carlo Alberto, l�esperienza delle repubbliche neo-giacobine mazziniane, vi sarà lo scollamento e questi progetti � come pure non poche teorie della "frattura", come per esempio il federalismo repubblicano di Carlo Cattaneo � finiranno nella soffitta della storia

2. Risorgimento e unificazione

Vengo al secondo punto, la distinzione fra Risorgimento e unità politica. A mio avviso, nelle due progettualità alternative che ho cercato di descrivere, l�unità è una questione in ultima analisi seconda, se non secondaria.

Ho già osservato che nell�ottica rivoluzionaria l�unità è un elemento strumentale. Per fare la Rivoluzione italiana vanno bene anche gli stranieri e i despoti, si chiamino francesi o inglesi, oppure Napoleone I o Napoleone III.

Fra i conservatori, invece, a parte il legittimismo puro, l�unità politica riveste un carattere accidentale, anche se nel progetto di una Italia cattolica nel XIX secolo essa entra quasi automaticamente.

L�esigenza dell�unità della Penisola scaturiva da elementi di fatto che era impossibile ignorare: la presenza di forti Stati nazionali in Europa, l�ingerenza di un regime non più asburgico ma austriaco � austero e ordinato, ma rigidamente giurisdizionalista �, la necessità di rimuovere gli ostacoli all�ampliamento dei mercati nel quadro di rapida rivoluzione industriale e di embrionale globalizzazione del capitalismo. L�unità era dunque un elemento del bene comune concreto, che chiunque governasse doveva proporsi di attuare.

Ma il bisogno di unità non comportava fatalmente un rovesciamento del regime politico. È un fatto che le maggiori nazioni europee conseguono l�unità nel quadro di assetti politici assai lontani dallo Stato liberale e accentrato moderno.

Credo che in fondo quello dell�unità sia un falso problema e una falsa discriminante, mentre il vero problema erano allora i contenuti da dare dell�unità, il regime sotteso allo Stato unitario e l�identità nazionale che ne derivava.

3. Le interpretazioni

Venendo finalmente alle interpretazioni, premetto che le distinzioni che ho sommariamente abbozzato non sono un esercizio accademico. È vero che i progetti di riforma nati nel mondo conservatore � ma anche altri d�ispirazione opposta � non hanno potuto trovare realizzazione storica, né è stato possibile scindere l�unità dalla Rivoluzione. Ma, se è vero che la storia è allo stesso tempo luogo di esplicazione della libertà umana e maestra di vita, ampliare la visuale anche a considerare le virtualità, i progetti falliti, le alternative non scelte non può non arricchire la comprensione di una data pagina storica, soprattutto se lo scopo è quello di conoscere il passato per prendere posizione e agire nella contemporaneità.

A. La lettura "canonica"

La storiografia. Il Risorgimento, come accennato, si attua al prezzo di un conflitto: lo scontro fra rivoluzione e conservazione e il confronto fra progetti diversi all�interno di ciascun schieramento. Come tutti i conflitti, il Risorgimento termina dunque con un vincitore � la linea sabaudo-liberale o cavouriana � e con una lunga serie di sconfitti: i cattolici, i legittimisti, i repubblicano-democratici, i federalisti di entrambi gli schieramenti.

Per questo all�indomani dell�Unità nasce e s�impone una lettura del Risorgimento che potremmo definire pregiudiziale, "canonica" o "patriottica". Il nuovo Stato è in cerca di una legittimazione che non può derivargli dal consenso popolare, ancora troppo esiguo. Serve dunque di un "mito di fondazione" che crei e diffonda un nuovo senso nazionale. La leva pedagogica � ma per altri italiani si useranno il moschetto o l�esilio � è lo strumento prescelto e il suo presupposto sarà la narrazione positiva e apologetica, se non mitologica, degli eventi legati al processo di unificazione nazionale. Questo uso politico della storia si farà negli anni talmente intenso che Piero Gobetti, nella prefazione al suo Risorgimento senza eroi, accennerà polemicamente � ma non senza ragione � a un Risorgimento che certi storici "[�] volgarizzano dalle loro cattedre di apologia stipendiata del mito ufficiale".

Questa storiografia "patriottica" riflette in pieno in tutte le loro sfumature gl�ideali che si dipanano dal primitivo nucleo ideologico giacobino e moderato: il liberalismo, il mazzinianesimo, il nazionalismo, il socialismo, il marxismo, il cattolicesimo "democratico". Si tratta di una storiografia la cui linea di fondo Walter Maturi non esita a definire "di tendenza", ossia tendenziosa. Scaturisce da visioni sovente in contrapposizione anche accesa fra loro, ma in una contrapposizione dialettica, perché si situano all�interno della stessa logica e delle stesse opzioni ideologico-politiche di fondo: "la riforma intellettuale e morale".

Grazie alla sostanziale continuità � almeno nella rivendicazione delle origini � fra monarchia parlamentare, Stato fascista e Repubblica, essa diventa la lettura "ufficiale", "nazionale" dei fatti, una lettura che perdura con maggiori o minori modificazioni fino a oggi. Il nazionalismo l�arricchisce con temi da "Grande Italia" e il fascismo le aggiunge il "mito del Piave", emblema di una presunta "quarta guerra d�indipendenza". Nel secondo dopoguerra la Repubblica democratica integra il canone con il mito resistenziale, fonte e coronamento di un preteso "secondo Risorgimento".

Non mi soffermo più di tanto su questa abbondante produzione storiografica, che brilla dei nomi di autentici maestri: Croce, Volpe, Rodolico, Gramsci, Candeloro, Salvatorelli, Chabod, Salvemini, Spadolini, Jemolo e tanti altri. Sono nomi che chi ha fatto gli studi superiori necessariamente incontra e sarebbe comunque troppo lungo soffermarsi su tutti.

La "canonizzazione" di un�unica lettura, se è spiegabile con ragioni politiche, ha invece avuto una ricaduta sul piano storiografico che oserei definire tragica, perché ha soppresso o alterato pagine essenziali della storia italiana: l�Insorgenza anti-napoleonica, la lotta anti-unitaria, la realtà politico-sociale degli Stati pre-unitari, la politica asburgica in Italia, il movimento cattolico, aspetti importanti del fascismo, sì che la biografia nazionale ne è risultata impoverita e la nozione d�identità italiana falsata.

Oggi, dopo la caduta del Muro, l�entrata in crisi delle "teleologie" filosofico-politiche, la nascita di forti spinte localistiche e il declino dello Stato nazionale, il logoramento della interpretazione convenzionale del Risorgimento ha raggiunto l�apice. Ma, pur in questa impasse, il canone risorgimentale sopravvive tenace e intangibile non solo nei circuiti formativi, ma anche nell�apparato culturale di più alto livello. Il corrispondente senso identitario, già al tramonto intorno al Sessantotto a vantaggio dei "patriottismi di partito" e di modelli di vita esotici, è ridotto oggi al solo modo "statale" d�intendere e di esprimere l�italianità e coinvolge sempre meno, a parte momenti tanto "magici" quanto effimeri coem quelli sportivi, il popolo italiano, cui, dopo la crisi delle ideologie e dei partiti degli anni Novanta, resta ormai ben poco cui attaccarsi.

B. L�"altra" storiografia

L�"altra" storiografia, quella in cui si riflette l�esigenza della continuità, non ha invece un carattere così ben definito come quella avversaria. Appare solo dopo la conclusione del ciclo risorgimentale, intorno agli Settanta dell�Ottocento per esaurirsi verso la fine del secolo e riprendere respiro solo nel secondo dopoguerra.

B.1 Legittimisti "di fatto" e reazionari

Gli anni fra il 1815 e, grosso modo, il 1859 sono infatti anni d�intensa battaglia delle idee e le letture degli eventi del periodo napoleonico e contemporanee agli autori legittimisti trovano espressione più sui periodici e attraverso i pamphlet, che non mediante lavori storici in senso proprio.

È praticamente impossibile descrivere i contributi interpretativi che offrono quei personaggi che lo storico Alessandro Monti della Corte ha chiamato gli "atleti del trono e dell�altare". Vittorio Barzoni, Antonio Capece Minutolo principe di Canosa, Monaldo Leopardi, Paolo Vergani, monsignor Giovanni Marchetti, Cosimo Andrea Sanminiatelli, Emiliano Avogadro della Motta, Clemente Solaro della Margarita, don Giacomo Margotti, monsignor Giuseppe Baraldi, Joseph Henri Costa di Beauregard, padre Antonio Bresciani S.J., monsignor Mario Felice Peraldi, Paride Zaiotti, Gianfrancesco Galeani Napione sono tutti autori ancora praticamente da scoprire.

Più avanti nel secolo, la conquista garibaldina e piemontese è al centro della Storia delle Due Sicilie dell�ex neoguelfo Giacinto de� Sivo e delle memorie di don Giuseppe Buttà, cappellano dei 9� reggimento Cacciatori Reali, che in Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta, narra accoratamente le vicende dell�inglorioso crollo del Regno nel 1860.

In questa linea si collocano anche i volumi in parte memorialistici dell�irlandese Patrick Keyes O�Clery, deputato al parlamento di Londra, volontario negli zuavi pontifici e cultore di storia italiana. Da poco riscoperti, essi configurano un considerevole sforzo di narrare e di leggere in chiave legittimistica l�intera Rivoluzione italiana, dai suoi esordi giacobini fino al 20 settembre 1870.

B.2 Legittimisti "di principio"

Fra i prodotti della tendenza anti-risorgimentale cattolica più attenta agli elementi di principio e di struttura che a quelli dinastici trova posto importante verso la fine del secolo La Rivoluzione italiana. Memorie documentate, uno studio di ampio respiro redatto da Paolo Mencacci, così come le imponenti opere di storia della Chiesa dell�archivista pontificio monsignor Pietro Balan. La polemica di questi scrittori si appunta contro il carattere di operazione settaria, militare ed eversiva che l�unificazione evidenzierebbe, nonché sui tratti sempre più platealmente anti-cattolici della politica dell�Italia liberale.

B.3 I "restauratori"

Esiste anche un�altra area culturale che merita di essere trattata, anche se da essa non si è sviluppato alcun genere significativo di storiografia. Lo faccio sia perché credo che questa "terza via" sia importante in relazione al problema dell�identità nazionale, sia per esigenza di verità e per non "regalare" alla Rivoluzione intelletti e progetti il cui carattere rivoluzionario è tutt�altro che certo.

Come ho detto, quello che distingue queste prospettive dal legittimismo è la consapevolezza che la Rivoluzione non è una parentesi, ma, come scrive De Maistre, "un�epoca" � quella segnata dalla crisi di tutto un mondo � e che inoltre la rifondazione della società deve essere frutto di un ripensamento globale, quasi "da zero", del rapporto fede-mondo in tutte le dimensioni, da quella filosofica a quella politica. Le questioni dinastiche e le forme politiche passano in secondo piano, mentre più forte è qui il riferimento a paradigmi teologici, filosofici e morali "forti", come la nozione di persona, il diritto naturale, i principi fondamentali della vita sociale: la solidarietà e la sussidiarietà.

Fra quelli che chiamo i "restauratori" colloco in primo luogo Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini. So di muovermi su un terreno ancora poco esplorato e incerto, per cui non intendo affermare alcunché di conclusivo.

Mentre resta senz�altro da chiarire se la personalità multiforme e controversa del primo possa essere ascritta a pieno titolo a questa categoria, si può affermare con sufficiente sicurezza che, almeno nelle intenzioni e indipendentemente dal giudizio di merito, il suo pensiero si muove nell�orizzonte di un ripensamento radicale della condizione filosofica e morale del suo tempo e che i prodotti del suo sforzo sono imponenti anche di difficile accesso. Anche riguardo ai progetti politici pare arrischiato classificarli come un mero tentativo di cooptare idealmente i cattolici alla Rivoluzione nazionale, mentre sembra animarli � analogamente ad altre figure del neoguelfismo italiano � il desiderio di un ordine civile nuovo che non spezzi la continuità con il passato. Gli esiti � soprattutto la sua militanza rivoluzionaria degli anni giovanili e il suo ruolo politico nel Piemonte quarantottesco � possono essere giudicati eterogenei rispetto agl�intenti, ma va anche considerato che Gioberti si spegne nel 1852, a soli 51 anni, e non ha molte chances per riflettere sul suo passato.

Antonio Rosmini Serbati, pensatore di altissima statura, fulcro della restaurazione del cattolicesimo del primo Ottocento, muove dal sincero intento di superare la crisi della filosofia scolastica e l�egemonia di quella francese, rifonda la filosofia cristiana su nuove basi e inaugura un nuovo movimento di pensiero. Per dare un�idea della sua importanza, il dibattito filosofico � forse meglio la disputa � fra Rosmini e Gioberti è stato di recente equiparato a quello svoltosi tra Fichte e Schelling in Germania. Il pensiero rosminiano domina la prima metà del secolo XIX ma poi conosce un�autentica eclisse, determinata dal prevalere della filosofia neo-tomistica e accentuata dalle parziali riserve vaticane, di recente superate praticamente in toto. Ben poco del suo pensiero si è tradotto in opere storiche anche se, per inciso, Rosmini è autore di alcuni lavori storico-politici, sia relativi alla forma da dare all�unità politica italiana, sia sulle vicende della missione da lui svolta presso il beato Pio IX per conto di re Carlo Alberto nel 1848.

Il pensiero di Rosmini è riproposto nel dopoguerra da Michele Federico Sciacca � autore fra l�altro di una storia della filosofia nell�età del Risorgimento � e dal filosofo torinese Augusto Del Noce, il quale nel 1961, a cent�anni dall�Unità, in un articolo sulla rivista cattolica Humanitas formulerà un�intelligente e originale rilettura critica del Risorgimento, prendendo come spunto il pensiero di Gioberti.

Anche le opere sociologiche e politiche del gesuita Luigi Taparelli d�Azeglio � indipendentemente dalla sua distanza dal moto risorgimentale � possono essere lette come un tentativo di ripensare l�intera struttura sociale e politica dalle fondamenta. Il suo poderoso lavoro, condotto all�insegna della genuina filosofia tomistica e dei principi del diritto naturale cristiano, anche se non ha a mia scienza ricadute in campo storiografico, può assurgere a esempio di approccio innovativo e di progetto alternativo per la costruzione anche in Italia di una società in armonia con i suoi presupposti naturali.

B.4 L�anti-risorgimentalismo contemporaneo

Fra la letteratura anti-risorgimentale contemporanea � espressione per lo più di correnti cattoliche non organiche alle ideologie moderne, ovvero integraliste o contro-rivoluzionarie � si colloca la Storia della controrivoluzione in Italia di Francesco Leoni, primo tentativo, risalente agli anni 1970, di ripensare unitariamente l�opposizione alla Rivoluzione in Italia. Negli anni successivi su questo versante, pur senza i sostegni di cui gode la storiografia professionale, l�attività storiografica si è intensificata e raffinata, esprimendo contributi di rilievo. Fra i tanti cito Angela Pellicciari, per i rapporti fra Risorgimento e cattolici, Roberto De Mattei per l�Amicizia Cristiana, ancora De Mattei e Rino Cammilleri per la figura del beato Pio IX, Francesco Mario Agnoli, Sandro Petrucci e Massimo Viglione per l�Insorgenza anti-giacobina, Francesco Pappalardo per la "conquista del Sud" e, infine, Renato Cirelli per la Questione Romana. In quest�area, con maggiori venature legittimistiche, si collocano i pamphlet dei meridionalisti "di destra", da Carlo Alianello, a Michele Topa e a Silvio Vitale, che hanno inaugurato un genere storico-apologetico che prosegue oggi con i saggi fortemente polemici di Antonio Ciano, Fulvio Izzo e altri scrittori "neo-borbonici".

B.5 La posizione "scientifica"

Accanto a questo revival anti-risorgimentale mi pare opportuno menzionare a parte quella storiografia che sembra lasciare sullo sfondo le ideologie e dedicarsi all�esame e al giudizio dei fatti in un atteggiamento più innovativo e maggiormente scientifico. Essa s�impone negli ultimi decenni soprattutto grazie a Renzo de Felice che con la sua biografia di Benito Mussolini inaugura un genere storiografico che la cultura ufficiale accusa � come già aveva fatto con Del Noce � senza mezzi termini di "revisionismo".

Se fra i precursori di questa linea va annoverato senz�altro Alessandro Luzio, esponente di quella che Walter Maturi definisce la corrente "filologica" � ma che chiamerei piuttosto "positivistica" � degli studi risorgimentali, e i seri studi dedicati al dessous settario risorgimentale, oltre che da Luzio, da Carlo Francovich, Aldo Alessandro Mola, Gianni Vannoni e Renato Sòriga, fra gli "scientifici" odierni, annovererei � ma sono solo una piccola parte � studiosi di diversa estrazione e di diverso "professionismo", come Emilio Gentile, Francesco Perfetti, Zeffiro Ciuffoletti, Ernesto Galli della Loggia, Domenico Settembrini, Sergio Romano, Cesare Mozzarelli, Giorgio Rumi, Edoardo Bressan, Marco Meriggi, Angelantonio Spagnoletti, Roberto Martucci.

4. Conclusioni

Concludo con l�auspicio che il logoramento della vulgata ideologica continui e che i suoi esponenti si convincano che gli studi va radicalmente rifondati su ipotesi di lavoro innovative, mentre la ricerca deve abbandonare la routine per indirizzarsi verso i campi ancora inesplorati. Mi auguro altresì che il fermento di studi ispirato da posizioni ideali alternative e da esigenze di obiettività assecondi questo cambiamento. E questo non per mettere in pericolo chissà in qual modo la Repubblica: allo Stato unitario ci legano, bongré malgré, più di centocinquant�anni di storia e sarebbe ideologico e "giacobino" � ma certuni lo fanno � volerli cancellare con un tratto di penna. Anzi, lo Stato nazionale ha oggi, nel contesto di mondializzazione galoppante in cui siamo immersi, un ruolo di ammortizzatore di straordinaria importanza. La storiografia "forzosa" che ancora domina impedisce però la conoscenza di parti importanti della storia italiana e inibisce il ricupero di una più matura nozione dell�italianità, compito che si fa sempre più urgente, sia per alleviare la paurosa crisi d�identità che affligge soprattutto i giovani, sia per "andare in Europa" sapendo chi siamo, sia ancora per sostanziare modelli d�integrazione meno astratti da offrire a coloro che approdano sempre più numerosi al nostro suolo, sia, infine, se si vuole varare qualsiasi progetto di riforma istituzionale per il nostro paese.


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