![]() |
|
![]() |
Il giuramento degl'insorgenti aretini del 1799 |
La Corona Ferrea | |
|
Istituto Storico dell'Insorgenza e per l'Identit� Nazionale | ||
|
Annali Italiani
Editoriale del numero 2
DIETRO UN SOLDATINO DI PIOMBO... La scorsa estate mi trovavo in vacanza in montagna con la famiglia. Un giorno, insieme con i giornali del mattino, mi vidi arrivare a casa uno di quei contenitori in plastica e cartone con cui da qualche tempo vengono venduti nelle edicole i più disparati oggetti da collezione. Era un esemplare di soldatino di piombo in divisa d�epoca, il primo di una collana � Soldatini dell�epoca napoleonica �, che veniva rimessa in commercio, dopo il successo avuto qualche anno addietro da questo tipo di collezionismo relativamente economico e di cui ero già a suo tempo rimasto "vittima". Conoscevo dunque l�oggetto che avevo sotto gli occhi, ma fui decisamente attratto dal titolo della brochure di accompagnamento, che classificava il figurino come quello di un "Carabiniere italiano, 1812-15", ossia un tipo di soldato che non mi era mai capitato di vedere. Sulle prime pensai fosse uno dei militi reclutati da Napoleone o dai suoi Stati satelliti, ovvero, visto il nome, un gendarme adibito alla repressione dell�Insorgenza e del brigantaggio. In realtà, se si leggeva il titolo dell�opuscoletto nella sua interezza, il nostro carabiniere veniva designato � e qui la mia curiosità, già in fase di risveglio, conobbe una decisa impennata � come parte de "Le truppe straniere di Wellington". Letto questo, non vi dico con quanta foga, illico et immediate, corsi a leggere il restante testo, né quale genuino stupore appresi quanto veniva narrato in quelle poche � ma più che dignitose � righe, stupore di cui tento di mettervi a parte. Lessi, infatti, che "tra il 1803 e il 1815 le cosiddette unità "straniere" rappresentarono una significativa proporzione delle forze britanniche. Nel settembre del 1813 questi reparti raggiunsero un massimo di 54.000 uomini, corrispondenti a più di un quinto dell�esercito di Sua Maestà. [...] Oltre ai reparti formati da emigrati francesi, una nuova tipologia di "émigrés" arrivò alle forze armate britanniche dal Mediterraneo: i contingenti calabrese, siciliano, italiano, maltese e greco avevano i propri caratteri nazionali peculiari. I loro ufficiali, così come la truppa, erano spesso patrioti che con l�aiuto inglese speravano di scacciare le truppe di Napoleone dalla loro patria. [...] Vi erano cinque reggimenti italiani e diverse altre unità � quali i Royal Corsican Rangers � con un�alta percentuale di italiani nei ranghi e tra gli ufficiali" (p. 4). A p. 7 seguiva poi il dettaglio dei singoli corpi: per l�Italia furono creati nel 1809 i Calabrian Free Corps (Corpi Franchi calabresi), che vennero impiegati in incursioni contro il Regno di Napoli "napoleonizzato " e contro l�Insorgenza in Spagna, e che arrivarono a contare fino a 1.500 uomini. L�Italian Levy: costituita da prigionieri di guerra italiani anti-napoleonici, che, nel 1812 sono portati da Malta in Sicilia, dove vengono inquadrati in due Reggimenti Italiani: il 1� "[...] aveva per lo più ufficiali austriaci, mentre quelli del 2� erano "principalmente piemontesi, svizzeri e austriaci"" (p. 7), in totale di circa 2.600 uomini; un terzo reggimento venne costituito nel 1813 in Inghilterra. La Piedmontese Legion: organizzata nel 1814 in Inghilterra comprendeva circa 3.000 uomini; sbarcò a Genova in settembre e fu aggregata all�esercito sardo alla fine delle ostilità. Sicilian Regiment: nato nel 1806 in Sicilia, combattè a Maida, in Calabria, lo stesso anno; contava circa 600 uomini. Come ho avuto modo di verificare poco dopo, i dati riportati dall�opuscolo erano più che attendibili, in quanto tratti dal volume 335 della celebre � almeno per i cultori del genere uniformologico, ma non solo � e autorevole collana Men-at-Arms dell�editrice britannica Osprey di Oxford, intitolato Émigré & Foreign Troops in British Service (2) 1803-15, curato da René Chartrand (testi) e da Patrice Courcelle (disegni) e uscito nel 2000. Se la sorpresa � com�è possibile � derivasse da una mia più o meno colpevole ignoranza, non so: sta di fatto però che si trattò di un�autentica scoperta. Non avevo infatti mai saputo o visto scritto che quasi 54.000 "stranieri" � ossia non inglesi, non prussiani, non austriaci e non russi �, di cui almeno ottomila italiani � tralasciando i "rotti", i côrsi e i maltesi � avessero preso le armi inquadrati in un esercito regolare contro Napoleone. Mi viene spontaneo però domandare: chi sapeva e sa qualcosa di questa vicenda? Chi ha mai appreso che, in perfetta analogia con il secondo conflitto mondiale, ma con ruoli invertiti, soldati italiani hanno combattuto � e a quanto pare, non senza valore, soprattutto i calabresi, come narrano le testimonianze dell�epoca � contro altri soldati italiani, come avvenne allora? Forse qualche specialista...: ma, se sapeva, o non ha parlato oppure, se lo ha fatto, non si è certo fatto sentire! Sono consapevole che l�argomento è ancora tutto da sviluppare e che, comunque, non vada troppo sopravvalutato: in fin dei conti si tratta di un numero d�italiani esiguo rispetto ai centoventimila che Napoleone portò in Russia o che combatterono con i francesi sul suolo spagnolo. Ma è un fatto significativo, e sotto più di un profilo. Per esempio, testimonia che non è affatto vero che gl�italiani e gli altri popoli d�Europa esprimono una sorta di plebiscito a favore del despota francese negli anni dell�Impero. Anzi, segnala che la resistenza si è manifestata non solo attraverso la spontanea Insorgenza popolare, ma ha visto coinvolti altri italiani e in altre forme. Non solo sul piano della "battaglia delle idee", per esempio, con la propaganda irradiata da Malta dall�intellettuale anglo-pavese Augusto Bozzi Granville (1783-1872) o con la cultura "alternativa" diffusa in maniera semi-clandestina dai circoli cattolici, non solo con i contadini e i montanari in armi, ma anche con soldati e ufficiali dalle belle uniformi, che combattono una lotta poco "di bandiera" e più spesso dai risvolti aspri. Gl�italiani infatti "si battono" sempre e ovunque, non solo a fianco dei francesi. E, ancora, evidenzia che non è poi del tutto vero che i re italiani, confinati rispettivamente in Sardegna e in Sicilia, stanno con le mani in mano, all�ombra dell�aquila britannica, in attesa di essere reinsediati sui loro troni, ma mettono a disposizione i loro sudditi, facendoli armare e combattere. Immagino, senz�altro, le obiezioni: furono truppe "coloniali", reclutate in maniera coatta, pure pedine degl�inglesi... E rispondo subito: forse.... Non sapendo di esse praticamente nulla, non si può escludere nulla. Ma l�eventuale limitata autonomia di queste truppe è un elemento sufficiente a squalificare a priori questo tipo di resistenza anti-napoleonica? per ignorare la lotta di ottomila connazionali? Che cosa furono allora di diverso i reparti italiani, inquadrati nell�Ottava Armata britannica fra il 1944 e il1945, i quali pur fecero a mio avviso una scelta � anche se non l�unica possibile, almeno nelle intenzioni � patriottica a pieno titolo? Ma l�ultima e credo più importante considerazione che questo fatto suscita investe la storiografia, particolarmente quella italiana. Se da quanto ho detto � e come conferma la bibliografia in fondo al volume della Osprey che ho citato �, nella letteratura anglo-sassone qualche traccia di questi soldati e delle loro gesta è rimasta, in Italia no. Da noi a mia scienza nessuno � ma sarei lieto di essere smentito � si è mai preso la briga, non dico di narrare questa pagina di storia, ma neppure di segnalarne l�esistenza. Al punto che per conoscerla si è dovuto attendere la casuale apparizione di un soldatino di piombo... Anche in questo caso è confermato che per decenni la storia in Italia è stata storia "di tendenza", come diceva Maturi. Anche nel caso delle guerre napoleoniche la poca letteratura disponibile è tutta sugl�italiani "dalla parte giusta": gli altri letteralmente non esistono. E poi qualcuno sostiene che la guerra civile in Italia è cominciata nel 1943... A duecento anni esatti dalla loro costituzione, credo che questi corpi di soldati italiani meritino qualcuno che se ne occupi sine ira et studio. * * * Abbiamo voluto dedicare gran parte di questo numero a un dossier, che ha per tema lo Stato moderno, uno dei principali temi non solo per il politologo o per il sociologo, ma anche per lo storico. Oggi siamo di fronte a un evoluzione rapidissima della società e, per riflesso, ci s�interroga costantemente sull�adeguatezza delle forme di governo a essa preposte. Lo Stato nazionale, in particolare, sta entrando in una fase non poco critica, in quanto le spinte dal basso e dall�alto si fanno ogni giorno più poderose. Da qui la necessità di comprenderne la natura e le possibilità per il futuro. Il primo passo in questa direzione è di spingersi sul piano storico e ripercorrere le vicende della sua genesi e del suo sviluppo nei secoli a partire dalla fine del Medioevo. In effetti, il Medioevo non conosce forme politiche simili a quelle moderne e contemporanee, ma solo domini e centri di autorità, saldati assieme da vincoli poco formali, in centrati sui valori religiosi e sui rapporti interpersonali. A questo riguardo, proponiamo una serie di contributi sulle origini dello Stato moderno in diversi contesti geo-culturali europei e relativi alle diverse fasi in cui lo Stato si attua e si sviluppa. Non pretendiamo con questo né d�indirizzare in toto il problema, né tanto meno di esaurirlo. Crediamo solo che le letture offerte possa essere utile allo studioso, come pure all�appassionato di storia e all�operatore o al commentatore di politica. Segnalo che il fondamentale saggio del professor Elliott � uno dei massimi conoscitori della Storia dell�Europa nella prima età moderna � sulle"monarchie composite" è tradotto per la prima volta in italiano. Lo stesso vale per lo studio del professor Lalinde Abadia, che, per di più, rappresenta la prima traduzione italiana in assoluto di un suo testo. Segue la rievocazione di una pagina poco nota del Risorgimento, la rivolta che giusto centocinquant�anni fa i mazziniani cercarono, in una riedizione del Quarantotto, di far scoppiare a Milano. L�articolo di Aldo A. Mola � esperto di problemi della Rivoluzione italiana e degli ambienti democratici in particolare � e di Marco Albera, si avvale di un documento inedito di cui l�Istituto è entrato in possesso grazie ad Albera stesso, responsabile della delegazione ISIIN per il Piemonte, che lo ha reperito sul mercato antiquario subalpino. Completano il numero, oltre alle consuete rubriche, due saggi di diverso argomento e di carattere non strettamente storico, che proponiamo perché ricchi di efficaci spunti di riflessione in campi di ricerca contigui a quello storico. Anzi, a partire da questo numero, riserveremo sempre uno spazio per un forum di discussione, che ospiti lavori su argomenti di carattere politico, letterario o economico, che si avvalgano ampiamente di elementi storici e che possano a loro volta fornire input fecondi al lavoro di chi scrive di storia. |