“La società borghese si trova davanti a un dilemma: o la transizione verso il socialismo o il ritorno alla barbarie. Ci troviamo di fronte ad una scelta: o il trionfo dell’imperialismo e il decadimento di ogni cultura, come nell’antica Roma, spopolamento, impoverimento, degenerazione, un immenso cimitero. Oppure la vittoria del socialismo, cioè a dire cosciente lotta di classe del proletariato internazionale contro l’imperialismo ed il suo metodo: la guerra. Questo è il dilemma della storia del mondo, un O – OPPURE, i cui piatti della bilancia oscillano tremanti di fronte al proletariato deciso e cosciente.” R. Luxemburg 1915
Viviamo in un sistema capitalista a livello mondiale. Il dominio del capitalismo comprende l’intero pianeta e pervade tutte le sfere della vita. Il capitalismo si basa sullo sfruttamento della maggioranza della popolazione che, per provvedere al proprio mantenimento, non ha altra scelta se non vendere la propria forza-lavoro ai capitalisti. Tra salariati e capitalisti persiste quindi un insuperabile conflitto di classe. La classe operaia è la sola classe che ha la forza e l’interesse oggettivo di abbattere il sistema capitalista. Il superamento del sistema, la liberazione della classe operaia attraverso la soppressione consapevole ed a livello mondiale dei rapporti capitalistici è la condizione per rovesciamento di ogni soppressione. La dinamica selvaggia della sete di profitto è diventata una catena che condiziona l’ulteriore l’ulteriore sviluppo dell’umanità. Le stesse forze produttive hanno da molto tempo raggiunto un tale sviluppo che oramai vincere la fame, le guerre ed il concetto stesso di dominio è qualcosa di materialmente possibile. Per la classe operaia non esistono “fasi democratiche” da attraversare né il farsi carico di “compiti tutti della borghesia”, bensì soltanto la difesa dei propri elementari interessi di classe. Ci volgiamo contro ogni forma di collaborazione di classe e di alleanza con le forze borghesi. I salariati possono quindi avere successo nella loro lotta soltanto a condizione che intraprendano autonomamente la lotta a tutela dei loro interessi, si rendano indipendenti dalla ideologia borghese e combattano contro di essa.
Il superamento del capitalismo è possibile solo con la autonoma e solidale azione della classe operaia. Come rivoluzionari sosteniamo tutte le lotte per la difesa degli interessi immediati di classe contro gli attacchi del capitale. Esse offrono la possibilità di dispiegare il potenziale proletario per spezzare l’ideologia borghese, superare l’isolamento e le divisioni nonché accrescere la forza collettiva contro l’avversario di classe. Allo stesso tempo combattiamo tutte quelle forze e correnti “socialriformiste” che pretendono, attraverso compromessi coi borghesi, di far indietreggiare il capitalismo o quantomeno di renderlo più accettabile. Il capitalismo non può essere migliorato, modificato per gradi in quella che è la sua vera essenza, o amministrato in termini dignitosi per l’uomo. La classe operaia non può fare proprie le strutture dell’apparato statale borghese o mostrare una certa disponibilità verso questo in quanto lo stato borghese non è di certo una autorità neutrale sospesa sopra le classi mentre è, al contrario, un organo di controllo e di repressione per la conservazione e la difesa del dominio capitalista. Senza rovesciare l’apparato statale, senza spodestare i detentori del potere per mezzo l’azione autonoma del proletariato, nessuna nuova società, in grado di affrontare il problema della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, è possibile.
CONTRO LA RAPPRESENTANZA !
PER LA LOTTA DI CLASSE !
L’emancipazione della classe operaia può avvenire solo per opera della stessa classe operaia e siamo quindi contro ogni forma di rappresentanza. Tale lotta per l’emancipazione non può essere delegata a politici, istituzioni o elites. Fino a quando gli uomini si lasceranno dominare, rimarranno sempre sotto dominio. Punto di partenza e compito della politica rivoluzionaria riteniamo debba essere la consapevolezza e la fiducia nella propria forza. Riteniamo altresì che veri cambiamenti possano essere raggiunti non nell’ambito bensì contro i rapporti politici borghesi e le loro istanze di mediazione. A difesa degli interessi immediati di classe è necessaria una strategia fondamentalmente antistituzionale che sappia fare leva sul principio dell’autorganizzazione e si neghi ad ogni proposta di integrazione da parte borghese. Le “regole politiche del gioco”, stabilite sempre dai detentori del potere, devono essere senza tregua poste in discussione e, per mezzo di una spontanea azione solidale, devono essere fatte saltare. Solo in questo modo si può sviluppare una vera forza collettiva capace di anteporsi alla presunta onnipotenza del capitale.
CONTRO IL PARLAMENTARISMO
Le elezioni non servono a cambiare niente in quanto, in caso contrario, sarebbero già vietate. Non esiste alcuna via parlamentare al socialismo. Il parlamento ha da molto tempo, con le rivoluzioni del 19° secolo, perso il suo ruolo quale organo di mediazione tra le classi. In quanto le decisioni che contano veramente sono prese nei comitati segreti dell’apparato statale il parlamentarismo conserva per i borghesi, oggi come oggi ed in prevalenza, la funzione ideologica di dare una veste “democratica” alle azioni dei governanti. Il parlamentarismo ha, per di più, strutturalmente, una funzione di integrazione e pertanto una sua “utilizzazione rivoluzionaria” oppure un “parlamentarismo rivoluzionario” non sono possibili in quanto costituirebbero una scusa per giustificare una integrazione nell’apparato di stato borghese. Ogni orientamento in senso parlamentarista conduce inevitabilmente al voler cogestire, secondo “l’opinione corrente”, compatibilità che sono marcatamente borghesi. Respingiamo quindi in maniera categorica ogni partecipazione allo spettacolo parlamentare, qualsiasi appello a elezioni o battaglie elettorali. Queste condurrebbero solo ad alimentare illusioni nella “democrazia borghese” o persino a rafforzarla. In quanto variante classica dell’istituto della rappresentanza politica, il parlamentarismo opera in opposizione all’unico percorso che conduce al cambiamento sociale, opera contro l’azione spontanea della classe.
I sindacati del 19° secolo sono nati come “punti di raccolta della resistenza contro gli attacchi del capitale” (K. Marx) per migliorare, sulla base dell’appello alla solidarietà e al reciproco aiuto, le condizioni di vita della classe operaia. Parallelamente allo sviluppo del capitalismo si affermò in misura crescente, nei sindacati, una tendenza socialriformista che subordinava sempre più queste organizzazioni alla logica capitalista. I sindacati si trasformarono via via in apparati burocratici di stato, indispensabili al capitale sia come interlocutori che come elementi d’ordine . Consideriamo tutto questo non come l’opera di cattivi dirigenti bensì come esigenza di volere contrattare con la controparte le condizioni di vendita della forza-lavoro. I sindacati fungono, oggigiorno, sulla base dell’accettazione del sistema salariale, da istanze di mediazione borghese tra lavoratori e capitalisti. Essi si considerano obbligati non più all’esclusivo miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei propri iscritti quanto anche in prima linea a far funzionare l’economia nazionale al riparo da conflitti sociali. Un’efficace difesa degli interessi dei lavoratori all’interno dei sindacati non è pertanto possibile. Al credo sindacale “un giusto salario per una equa giornata lavorativa” i rivoluzionari contrappongono la parola d’ordine:”abbasso il lavoro salariato”.
PER IL DISFATTISMO RIVOLUZIONARIO!
Capitalismo vuol dire guerra! Le guerre della fase imperialista non sono incidenti di percorso o uno stacco da quelle che sono le incombenze capitaliste di tutti i giorni. Non sono neanche opera del singolo politico, del singolo dittatore oppure di singoli stati ma espressione della crescente e generalizzata concorrenza imperialista, “il prodotto dello sviluppo del capitale pervenuto ad un certo grado di maturità a livello mondiale, un suo modo di manifestarsi a livello internazionale ed al quale nessun singolo stato ha potuto sottrarsi” (R. Luxemburg). In questi conflitti, rivolti sempre contro la classe operaia e condotti per pervenire al dominio di certe zone di influenza, non c’è da scegliere né una” parte che ha ragione” e nemmeno un “male più piccolo “ da sostenere. La classe operaia non ha patria! L’unica prospettiva contro la guerra risiede nel disdettare la pace ai padroni, nella lotta di classe senza confini contro il capitalismo in tutte le sue forme di organizzazione. Contro ogni ideologia nazionalista, contro ogni mistificazione della società delle merci – anche se ipocritamente ammantata da termini quali “democrazia”, “antifascismo” o “diritti umani”. Per l’internazionalismo proletario!
A MORTE LE PATRIE!
CONTRO OGNI NAZIONALISMO!
Siamo contro ogni forma di nazionalismo. L’idea di nazione rappresenta il sostegno fondamentale di ogni dominio borghese. Essa copre il carattere profondamente classista del sistema sociale borghese e si collega alla concezione che l’ordine esistente sia espressione dell’interesse generale del popolo. Nazionalismo significa comunque sottomissione del proletariato alla propria borghesia e nella fase imperialistica, là dove il dominio del capitale riguarda tutto il mondo, la convinzione specifica circa la possibilità di uno “sviluppo a carattere nazionale” o di “compiti democratici” da assolvere corrispondono a qualcosa di assurdo e reazionario in ogni senso. I cosiddetti “movimenti di liberazione nazionale” rappresentano gli interessi di fazioni e correnti borghesi e operano da vera e propria componente imperialistica, a carattere interno, contro il proletariato. Tutte le teorie e le parole d’ordine sulla “liberazione nazionale” o sui “diritti alla autodeterminazione dei popoli” mirano a fomentare divisioni nella classe ed a sottomettere il proletariato alla propria borghesia. Come Internazionalisti non coltiviamo solidarietà alcuna con “popoli”, “stati” o “nazioni” ma solo con gli uomini in quanto tali, con le loro lotte e i loro conflitti sociali. Nostro obiettivo è la lotta dei lavoratori di tutte le nazioni come sola ed unica prospettiva per il superamento di ogni oppressione e discriminazione.
Il razzismo, l’oppressione e la discriminazione degli uomini sulla base di caratteri assegnati non è soltanto una oscenità morale ma anche un principio basilare dell’organizzazione della società capitalista. Fomentando e diffondendo idee razziste e pregiudizi vengono scientemente forzate e rese più profonde le linee di divisione all’interno della classe. Il razzismo, di conseguenza, mina l’unico fondamento di una coerente opposizione alle ingiustizie quotidiane tipico di questo sistema: la solidarietà di classe. La spaccatura nella classe lavoratrice non può essere certamente superata dal fatto che le minoranze “straniere” si siano adattate alla dominante cultura tedesca (in Germania, ovviamente). Rigettiamo quindi ogni valutazione positiva dell’integrazione o dell’assimilazione in quanto alla base di queste convinzioni c’è il pregiudizio borghese della superiorità di una cultura nazionale o di una lingua. Per superare la discriminazione razzista è necessaria una presa di coscienza delle minoranze in simbiosi con i settori più oppressi della classe. L’intervento, senza compromessi, contro tutte le vessazioni e discriminazioni, leggi eccezionali e procedure amministrative rappresenta per noi la condizione imprescindibile per creare l’unità di classe. Il diritto ai diritti dell’uomo in questo sistema è valido solo in parte e revocabile in qualsiasi momento. Vale la pena perciò lottare e lottare sempre più per una società mondiale, a misura d’uomo, che vada oltre la logica dello sfruttamento capitalista.
Sfruttamento, lavori di casa, discriminazione e violenza sessuale – questa è la realtà quotidiana per milioni di donne proletarie, a livello mondiale. L’oppressione della donna ha le sue radici nella divisione della società in classi di abbienti e classi di poveri. Essa rappresenta una particolare forma d’oppressione che rende più debole l’intera classe operaia. La lotta contro la discriminazione sessuale non può essere rinviata al giorno X dopo la rivoluzione. E’ un compito basilare dei rivoluzionari procedere senza riguardi contro la mentalità e i comportamenti reazionari nei confronti delle donne. Ci volgiamo contro la trasfigurazione del matrimonio e della famiglia borghese, cellula embrionale dell’oppressione patriarcale, e contro la discriminazione nei riguardi degli orientamenti sessuali che deviano dalla morale sessuale borghese dominante. In aperto dissenso con le femministe borghesi non siamo dell’idea che il sessismo sia da mitigare o da superare facendo affidamento a norme di comportamento individuali o perfino su giudizi di apparati amministrativi. Allo stesso modo la lotta contro l’oppressione della donna non può costituire, almeno per noi, una causa segnatamente, e riduttivamente, femminile in quanto essa va collegata in maniera indissolubile alla lotta per il socialismo. L’emancipazione femminile può realizzarsi solo in una società nella quale il compito di educare i bambini, il lavoro domestico, la cura dei malati e degli anziani vanno a costituire parte dell’attività sociale collettiva. Nessun socialismo senza liberazione della donna, nessuna liberazione della donna senza socialismo!
L’esperienza della rivoluzione russa dimostra come una insurrezione proletaria non può, a lungo andare, sopravvivere isolata in un solo paese. La degenerazione della rivoluzione d’ottobre derivò dal soffocamento dei movimenti di lotta a livello mondiale e dalla debolezza di quanti lottarono per la difesa del potere dei lavoratori contro la controrivoluzione stalinista. Lo stalinismo, sia come forma di dominio che come corrente politica, operò sulla base di un programma nazionalista ed a capitalismo di stato: sottomissione del proletariato nei confronti dello stato, terrore, rinuncia alla rivoluzione e omicidi di massa nei confronti dei comunisti. Non ci fu assolutamente alcun tentativo di creare una società socialista ma soltanto la prova provata dell’affossamento della rivoluzione; si trattò di una particolare e perfida variante di anticomunismo. Il suo carattere, di fatto, reazionario ebbe modo di manifestarsi nel coltivare il nazionalismo e l’antisemitismo, nel propagare una morale sessuale di stampo reazionario e ostile alle donne nonché nella trasfigurazione del lavoro salariato. Tutte le teorie che discendono dalla scuola di falsità staliniste, per prima la “via nazionale al socialismo”, sono, senza eccezione alcuna, contro i lavoratori e dunque reazionarie. Esse tendono a modellare la legge del valore in un ambito di nazionalismo statale ovviamente a danno della classe operaia. Come sistema a dimensione planetaria il capitalismo può essere vinto soltanto su scala mondiale.
L’URSS o altri paesi del blocco sovietico furono tanto poco socialisti quanto lo sono adesso la Cina, Cuba o la Corea del nord in quanto sono stati paesi a capitalismo di stato nei quali la classe operaia è stata sottoposta a sfruttamento da parte di una classe di burocrati. I fondamenti della produzione di merci e del lavoro salariato rimasero in vita ed il controllo statale totale e la coercizione al lavoro furono fatti passare per conquiste socialiste. I proletari rimasero salariati senza alcun potere decisionale sui mezzi di produzione, concentrati nelle mani dello stato. L’assimilazione, da parte dei socialdemocratici e degli stalinisti, del socialismo alla semplice proprietà statale dei mezzi di produzione rappresenta pertanto una posizione reazionaria e come tale inconciliabile col marxismo rivoluzionario. Le cosiddette statalizzazioni non cambiarono niente al carattere capitalistico dello sfruttamento, anzi questo prese ad aumentare. In tutte le sue coniature lo stalinismo ebbe a rappresentare una variante particolarmente brutale del capitalismo di stato.
Il socialismo o il comunismo non significano né statalizzazione, né democratizzazione o tantomeno amministrazione di rapporti capitalistici. Non è una condizione o un programma che si converta, in termini pratici, per decreto statale o per mezzo del partito ma è un movimento della società che ha come finalità il cosciente superamento dei rapporti capitalistici, dell’eliminazione dello stato, della produzione di merci, della legge del valore. Esso richiede iniziativa autonoma e solidale in quanto il socialismo è processo consapevole di affrancazione della classe operaia dal giogo del lavoro salariato. Non è un programma educativo ma, relativamente a ciò che si propone e lungo tutto il suo cammino, una battaglia per la realizzazione della libertà. Soltanto una società liberata dai bisogni potrà risolvere i i problemi reali, di esistenza, dell’uomo. Fondamento dell’emancipazione sociale è quindi la possibilità data a tutti di poter decidere liberamente su qualsiasi aspetto della vita sociale. E’ solo in una società di liberi e uguali, nella quale il “libero sviluppo di ognuno è condizione per il libero sviluppo di tutti”, che la realizzazione di una effettiva individualità diventa possibile ed in cui le generazioni a venire non saranno soltanto degne dell’uomo ma potranno finalmente vivere come uomini.
IL PARTITO RIVOLUZIONARIO
Il proletariato è, per via della sua collocazione nei rapporti con i fattori della produzione e per via della sua capacità di organizzarsi, nella condizione di percepire la totalità capitalista come società di sfruttatori fuggevoli e di averne ragione. Tuttavia la presa di coscienza del proletariato, tenendo conto soprattutto del dominio esercitato dalla ideologia borghese, non è un percorso rettilineo. Nella società capitalista, divisa in classi, la classe operaia è inevitabilmente frammentata e tenendo nel dovuto conto le diverse linee di separazione, vuoi in branche, categorie professionali, nazioni e sessi, ne consegue come il livello di coscienza e le esperienze di lotta risultino fortemente differenziate ed anche come venga a mancare una marcata, uniforme e unitaria coscienza di classe. Perché la lotta per il socialismo abbia successo è necessario che settori coscienti della classe si uniscano in un partito rivoluzionario che, occorre precisare, non può essere né un circolo elevato di intellettuali né una populistica organizzazione di massa dovendo rappresentare l’espressione organizzata della minoranza cosciente e marxista della classe. Il suo compito consiste nell’intervento attivo nella lotta di classe, nella difesa e nell’ulteriore sviluppo del programma. Esso deve essere democratico nei processi decisionali e centralista nel garantire il concretamento unitario delle risoluzioni. In quanto la lotta per il socialismo deve essere necessariamente condotta a livello internazionale, il partito deve disporre di una struttura, presenza e ancoraggio internazionali. Un tale partito non può essere emanazione di atti fondativi volontaristici ma dovrà trarre origine da uno degli attuali raggruppamenti internazionalisti rivoluzionari. Allo stesso modo potrà essere elaborato,nei fondamenti, un programma capace di rispondere alle esigenze ed alle richieste che sono proprie del 21° secolo ed in particolar modo alle dure conseguenze che la controrivoluzione ha lasciato in eredità. Il partito rivoluzionario di oggi potrà essere costruito avendo come sfondo conflitti di classe sempre più aspri ed attraverso un lungo processo di discussioni, intese, accordi e assonanze teoriche, e di ulteriori raggruppamenti, processo che vedrà altre spaccature e fusioni.
Nella realtà quotidiana del capitalismo siamo soggetti a bisogni, vincoli che ci sembrano molto spesso come necessità date ma che, in sostanza, sono rapporti di dominio che possono, a loro volta, essere anche messi in discussione, analizzati, criticati. Una reale opposizione contro i rapporti dominanti e la messa in discussione della classe che li gestisce direttamente, avvalendosi della sua ideologia contorta, non può prescindere tuttavia da una scelta collettiva di collaborazione solidarista. Siamo perciò per la coesione organizzativa quale condizione di partenza, fondamentale per lo sviluppo di una politica rivoluzionaria, e questa organizzazione non rappresenta certamente il fine bensì il presupposto e, allo stesso tempo, mezzo di emancipazione individuale. Ci consideriamo come un collettivo di persone che si rivoltano contro i vincoli quotidiani e le pretese di questo sistema. Ciò esige impegno, solidarismo e soprattutto discussioni aperte e autocritiche. Allo spontaneo e spesso isolato agire in movimenti di ogni specie, alle iniziative ed ai rapporti vengono fissati stretti limiti. Siamo pertanto organizzati sulla base di posizioni politiche unitarie, vincolanti nonché di elaborazione di analisi politiche. Contrariamente ad altri gruppi ed organizzazioni rivoluzionarie non sosteniamo di essere i rappresentanti della “dottrina autentica”. Siamo, né più né meno, che un contesto operativo che intende dare il proprio contributo alla costruzione di una nuova organizzazione rivoluzionaria. Ci richiamiamo in questo alle esperienze ed alle conquiste teoriche della “Lega dei comunisti”, della prima, seconda e terza Internazionale e delle correnti della Sinistra comunista. Il marxismo non è per noi una confessione religiosa ma un metodo di conoscenza scientifico per analizzare i rapporti sociali, una guida nell’azione. Cerchiamo, a livello internazionale, contatti e discussioni con altri rivoluzionari, discussioni che non devono essere fini a sé stesse bensì rappresentare un punto di partenza per l’eventuale sviluppo di una pratica comune. Presupposto di un lavoro di collaborazione con altri gruppi e singole persone è, sempre per noi, un minimo di impegno politico e serietà come pure la disponibilità ad intervenire attivamente nelle lotte. Con riferimento alla precarietà numerica dei rivoluzionari riteniamo che l’intervento nei movimenti e nelle lotte debba essere subordinato alla questione tattica: dove e come poter organizzare al meglio le nostre poche forze finalizzate all’interesse generale della classe operaia e al superamento del capitalismo. Tutto ciò per noi vuol dire, nella situazione attuale, accelerare la formazione di un nucleo marxista di quadri. “Quadri” sono, secondo il nostro modo di intendere, non i destinatari di disposizioni da parte di un centro onnisciente bensì i compagni che elaborano e verificano autonomamente le valutazioni politiche e sono in grado di presentarsi e intervenire, ai sensi della nostra politica. Il rapporto dei rivoluzionari con gli interlocutori della loro politica non è una strada a senso unico. La politica rivoluzionaria ha perciò possibilità di espansione se i rivoluzionari sono in grado di trarre insegnamenti dalle lotte della classe, di generalizzare le esperienze di lotta e di portare nel movimento coscienza e prospettive. Solo attraverso una combinazione di propaganda ancorata ai propri principi e di intervento flessibile nel movimento sarà possibile, in futuro, ed in questo senso ci sono stati passi in avanti, pervenire ad impostare una nuova struttura organizzativa rivoluzionaria. A coloro i quali condividono le nostre posizioni politiche e sono propensi ad associarsi a noi chiediamo di prendere parte attivamente alla lotta per il socialismo.
Gruppo dei Socialisti internazionalisti