|
In Italia,
solo il 7 % dei circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani
(RSU) prodotti viene inviato a impianti di incenerimento, e di questi solo
alcuni prevedono il recupero energetico del calore di combustione (termovalorizzazione).
Attualmente il recupero energetico dei RSU è una opzione valutata con
crescente interesse sia per razionalizzare il sistema di smaltimento in
discarica, sia perché la termovalorizzazione sembra offrire una logica
conclusione a numerosi cicli di raccolta differenziata. Per lo sviluppo di
questa opzione tecnologica, è stato determinante il contributo di alcune
grandi associazioni ambientalistiche che si sono di recente dichiarate
favorevoli in presenza di garanzie specifiche.
Alcune di
queste garanzie sono state previste dal decreto legislativo del 5 Febbraio
1997, n° 22 (meglio noto come decreto Ronchi). Il Decreto provvede ad un
attento riordino delle normative riguardanti le tecnologie di smaltimento
dei RSU e pone particolare attenzione ai sistemi di riciclaggio e di
recupero energetico: entro cinque anni dall’entrata in vigore del decreto,
dovrà essere recuperata come materia prima o come fonte di energia una
frazione in peso degli RSU compresa tra il 50% e il 65%.
La
termovalorizzazione dei RSU ai fini della sola produzione di energia
elettrica non è certamente competitiva rispetto alle tecnologie tradizionali
(i costi sono 5-6 volte superiori) ma può diventarla se si considerano gli
elevati locali costi di smaltimento in discarica degli RSU (particolarmente
elevati nei grandi centri urbani), le incentivazioni del Cip 6/92 e la
possibilità di utilizzare il calore di supero del processo di conversione
per impianti di teleriscaldamento e/o di climatizzazione. Inoltre il
progressivo esaurimento della capacità delle discariche comporterà continui
incrementi dei costi di smaltimento e dunque non è azzardata la previsione
di 400 MWe installati nel 2005 (con investimenti di 2.800 miliardi di lire e
una produzione di 0.5 Mtep/anno) |