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Il
cane, inteso come animale domestico, una volta entrato in una casa individua il
suo referente, che elegge a padrone della propria esistenza, e da quel momento vive
in completa simbiosi con esso, tanto che, dopo anni di frequentazione, cane e
padrone somatizzano, proprio così: finiscono col somigliarsi. Si adegua a
quanto gli viene imposto, come per il soddisfacimento dei bisogni fisiologici:
lo dovrà fare giù per strada, il più lontano possibile da casa e negli orari
stabiliti. Tutto sommato però può considerarsi fortunato, gode di vitto e
alloggio sicuri e dell’affetto di una famiglia, se non addirittura delle cure
esagerate di una padroncina che ne fa oggetto di coccole e vezzi, tipo “vergine
cuccia”.
I poveri randagi invece sono alla mercé di tutti,
chiunque può far loro del male, vivono un’esistenza grama, ogni giorno in lotta
per sopravvivere. Mi fermo spesso ad osservarne i comportamenti, mi
incuriosisce questo loro andare verso chissà quali mete che li porta ad
attraversare pericolosamente una strada trafficata, o a svoltare un angolo, e
mi domando chissà da quali impegni sono attesi per essere così compresi nella
loro parte di affaccendati viandanti.
Poi ci sono i cani da “Barbone”, non i barboncini,
ma quelli, son sempre almeno un paio, che fanno compagnia ai barboni, o
viceversa. Hanno gli occhioni tristi e, emulando i propri padroni, sembra che
anch’essi ti chiedano qualcosa per sfamarsi. Ricordo che, quando lavoravo a
Caserta, in via Ricciardi c’era una coppia di giovani tedeschi che chiedeva la
carità, con loro avevano tre cani che mi ispiravano una grande simpatia, ma
soprattutto tanta pena. Spesso davo loro dei soldi, ma poi mi accorsi che li davo per i cani, dei padroni non
m’importava niente o quasi, non perché fossero sporchi ed emarginati, in fondo
quella era una loro scelta che non mi riguardava, mi sembrava che in quella
situazione chi soffrisse fossero gli animali costretti, loro malgrado, a vivere
a quel modo.
L’altro giorno, transitando a piedi per via Medina,
ho assistito ad una scena nella quale chi gira per Napoli può facilmente
imbattersi. Nei pressi della fontana del Nettuno, quella che prima era situata
“ai quattro palazzi”, c’era un giovanotto biondo dall’aspetto nordeuropeo,
ventriloquo, che faceva il suo spettacolino tirando i fili di una marionetta
che suonava la fisarmonica seguendo la musica proveniente da un riproduttore.
Di fianco al giovane una pastore tedesco, non molto grande, stava accoccolato
su di una valigia senza muovere un muscolo, solo gli occhi si guardavano
intorno con una certa desolazione. Più in la un altro pastore tedesco, più
grosso, stava seduto con le zampe anteriori ritte e ogni tanto, ad intervalli
regolari ed a tempo con la musica, emetteva un guaito alzando il muso verso
l’alto: sembrava proprio un lupo. Finito il pezzo, il giovane gli ha parlato,
esso annuiva, sembrava comprendesse, e forse lo capiva davvero, quanto gli si
andava dicendo, e ad un certo punto si è messo a porgere la zampa a mo’ di
saluto ed a compiere altri esercizi del genere. Subito dopo è ricominciata la
musica ed il cane ha inscenato una sorta di balletto: girava su se stesso, ora
in un senso ora nell’altro.
La scena in un primo momento mi ha incuriosito, ma
dopo un poco mi ha molto contrariato, strappare un applauso o una risata alla
gente manipolando la volontà di un animale è una cosa che mi ha sempre
rattristato. L’ultima volta che sono andato al circo avevo dieci anni ed ero in
quinta, decisi di non andarci più dopo aver visto dei cani con il gonnellino
fare esercizi di equilibrio, una scimmia vestita con gilet e pantaloni fumare e
andare in bicicletta, e alcuni leoni macilenti, privati della loro proverbiale
fierezza, ridottisi a saltare attraverso un cerchio di fuoco, per guadagnarsi
il misero compenso di una bistecca a spettacolo finito.