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Kira, questo è il nome della cagnetta che
abbiamo adottato, era una trovatella, la prendemmo lo scorso febbraio, da un
canile sulla Domitiana, strappandola alle angherie che subiva giornalmente da
due cagnette sue compagne di box, era il classico vaso di coccio fra due botti
di ferro. Forse fu questo a farcela preferire: eravamo decisi a prendere un
maschio di taglia piccola, ma in certe cose i propositi vanno sempre a farsi
benedire, è il sentimento che ti spinge nella scelta e, guarda caso, senza
consultarci nemmeno con uno sguardo, ci trovammo tutti d’accordo nel preferire
lei.
Ci dissero che si chiamava “Pulce”, perché quando fu raccolta
era piccolissima, ma la ribattezzammo col nome di un pastore tedesco
appartenuto ad una mia zia, poiché l’adozione avveniva in tempi e circostanze
che non permettevano di fare diversamente.
Dal momento del suo ingresso in casa ci rendemmo conto che la
nostra vita non sarebbe più stata la stessa, tenere un cane comporta incombenze
dalle quali non ci si può esimere, un animale ha le sue esigenze che per noi
diveniva un obbligo soddisfare.
Cominciò così, da parte di tutti noi, una corsa al rendersi il
più utili possibile, i ragazzi facevano a gara per portarla a spasso, se la
coccolavano, la portarono più volte dal veterinario, anche perché i primi
giorni la cagnetta ebbe problemi di ambientamento, aveva nostalgia del canile.
Mia moglie ed io ci compiangevamo un po’, sapevamo come sarebbe
andata in seguito, e cercavamo di abituarci all’idea di avere un animale in
casa. Personalmente provavo per Kira solo tanta pena ed una infinita tenerezza,
consapevole del fatto che me ne sarei affezionato tanto da farmene condizionare
la vita.
Le nostre facili previsioni si sono avverate. Di primo mattino e
a tarda sera sono io che la porto a
passeggio, per l’uscita pomeridiana l’accompagnatore viene deciso solo dopo la
quotidiana manfrina dei “ieri sono andato io… sto studiando… te la scansi
perché sei sempre al telefono…”.
Mentre mia moglie ed io, superate le prime perplessità ed ormai
accettati gli inevitabili disagi, ne siamo irrimediabilmente soggiogati. A
volte non credo alle mie orecchie quando mia moglie le parla in modo vezzoso,
appellandola con i vezzeggiativi più ricercati, lei che, durante i primi giorni
di adozione, ho visto spesso trattenersi a stento dal dare in escandescenza
alle continue bricconate che Kira combinava.
Adesso quando siedo a tavola si sistema alla mia sinistra
aspettando qualche boccone che, nonostante gli iniziali propositi di
intransigenza in materia di alimentazione, non riesco a negarle. A quel suo
sguardo compassionevole, degno del più miserevole poveraccio morto di fame, non
riesco a resistere. Se poi non giudico idoneo alla sua dieta quello che sto
mangiando, lei, vedendo che non le do niente, comincia a passeggiare sotto il
tavolo strusciandosi vicino alle mie gambe.
Quando sono al computer o sdraiato sul divano, a guardare la
televisione, viene ad accoccolarsi al mio fianco e, se faccio finta di
ignorarla, per farsi notare, comincia a toccarmi la mano con il naso o appoggia
il muso sulla mia coscia.
Se usciamo e resta sola in casa comincia a mettere il broncio, segue i nostri preparativi e cerca di ostacolarci stendendosi davanti agli usci. Credo abbia paura di essere abbandonata e soprattutto di perdere il nostro affetto, proprio come lo temono certe persone. In queste occasioni mi rendo conto quanto sia facile farle del male, anche involontariamente, proprio come a quelle persone appena citate che, come il cane, affidano la propria vita alla persona che le hanno raccolto ed alla quale hanno deciso di dedicarsi per tutta la vita.