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Settentrione Anche quest’anno ne ho ricevuto una copia. Sfoglio un paio di pagine e subito leggo: “Miscellanea in onore dei 60 anni di Luigi G. de Anna”. C’è anche una bella foto che lo ritrae alla scrivania, nello studio della sua bellissima casa, in giacca da camera, circondato da un’infinità di libri. La foto mi piace davvero, chi l'ha scattata meriterebbe i complimenti, ma il suo nome non appare da nessuna parte: bah! Ho appena finito di leggere: "Mare delle verità di Andrea De Carlo" (Edizione Bompiani, 2006). Non è vero che la sinistra è fatta solo di arrivisti, primi della classe, nostalgici e intellettuali tesserati, come dice il mio amico. C'é ancora del buono, a sinistra, poco, ma c'è. Settentrione non è una rivista di sinistra, ma neanche di destra. Su Settentrione ci scrive qualcuno che di sinistra lo è, ma anche qualcuno di destra. È sicuramente equilibrata, in questo senso. È la prima volta però che mi capita di leggere, sulla Rivista, qualcosa che mi sembra essere un po’ troppo di parte, quasi propagandistico. Perché, ciò di cui parlo, appare come una sorta di racconto nostalgico - camuffato da un titolo che non dovrebbe lasciare spazio a nostalgie - in cui fatti e situazioni, condannati anche da molti intellettuali di sinistra - ma non dagli estremisti - vengono ammorbiditi, quasi scrollati della violenza e la crudeltà e la brutalità di cui sono invece intrisi. La stessa violenza, crudeltà, brutalità che, al contrario, non viene risparmiata ai non estremisti. Insomma, a me sembra che, dietro ad un semplice e molto breve scritto su una minuscola parte della Storia d'Italia, si nasconda (e neanche tanto) l’esaltazione per il braccio violento della politica, appunto l'estremismo, messaggio non solo "pericoloso”, alla luce degli ultimi avvenimenti, ma che tende a disorientare il lettore, quello che non conosce i fatti, proprio perché manca di obiettività. Non starei qui a scrivere di ciò se, il racconto in questione non fosse stato pubblicato su una rivista come Settentrione dove, di solito, chi vi scrive, lo fa in maniera obiettiva e scrupolosa. Ancora di più quando i fatti che si raccontano appartengono alla Storia del nostro Paese. Lo scritto è quello di Paolo Torretta, ed è intitolato: “Struttura e tecnica dei cortei dell’estrema sinistra negli anni ‘70”. Comincia prendendo spunto dai cortei dei lavoratori di fine ‘800 inizio ‘900, soffocati dalla brutalità delle forze dell’ordine. Come lui stesso racconta, erano quelli cortei in cui confluivano intere famiglie, uomini, donne che spesso portavano in braccio bambini ancora in fasce. Come è illustrato nel dipinto di Pellizza da Volpedo e come lo stesso Torretta sottolinea, erano cortei pacifici. Indiscutibile, anzi inaudita era la violenza con cui la polizia spesso (e volentieri) reagiva, mettendo fine alle manifestazioni con la morte di decine di dimostranti. Sin qui sono perfettamente d’accordo con Torretta. È con il resto dello scritto che i conti non mi tornano. Domanda: quanto ha a che fare la rivolta dei lavoratori nel primo ‘900, quella soprattutto dei contadini che dimostravano per il diritto a poter comprare un tozzo di pane, con quella del sessantotto? Cioè: i contadini di cui parla Torretta, manifestavano pacificamente, chiedendo alle autorità di non aumentare il costo del pane "alimento quasi unico degli operai di quel tempo". La “rivoluzione” del sessantotto, comincia per “protestare contro l’aumento delle tasse universitarie” ma, mi permetto di dirlo, non in modo altrettanto pacifico (e non sempre per colpa della polizia). Per i primi fu una lotta per la sopravvivenza che si tinse del colore politico che, all'epoca, era a loro più vicino: il Socialismo. Per i sessantottini, gli estremisti di cui parla l’autore dello scritto, la lotta non si limitava ad una richiesta di leggi a tutela della classe operaia o ad un goverso democratico vicino al popolo. L'obiettivo di quegli estremisti, era scaraventare il paese sotto una sorta di dittatura comunista, un potere totalitario sul modello dell’Unione Sovietica. “Lenin, Stalin, Mao Tse Tung” era uno degli slogan degli estremisti di sinistra.
Per la precisione: Torretta omette, nella lista dell'equipaggiamento degli estremisti di sinistra alcuni oggetti molto importanti per la propria “incolumità” 1) Un fazzoletto bagnato con cui il dimostrante copriva naso e bocca. (il limone sarebbe servito a poco se il fumo non fosse stato filtrato). 2) Spezzone di cavo per l’alta tensione della lunghezza di 60–70 cm (altro che manganelli!) 3) Catena 4) P 38 (pistola calibro 38) Tra i canti e gli slogan, oltre ai più soft citati dall’autore dello scritto, segnaliamo due tra i più comuni e utili a capire meglio l’indole pacifica e il desiderio di democrazia e di giustizia dei dimostranti: “Se vedi il nero, spara a vista, o è un prete o un fascista” “Fascisti, missini, assassini, farete la fine di Mussolini”
Concludo con due slogan apparsi, tanti anni fa, su due dei tanti volantini dell’MLS e Lotta continua. Il primo recitava: “L'orologio è il simbolo del capitalismo. Se ne avete uno distruggetelo!” Il secondo: “Il dentifricio non è di alcuna utilità; è una menzogna del capitalismo americano”. A Cuba, invece, Castro e Guevara proibivano alle orchestre di suonare il sassofono, in quanto, lo strumento, era stato inventato da un belga – Sax – e quindi da un “figlio dell'imperialismo”. Ma il '68, ha ragione Torretta, non è del tutto finito. La “lotta continua”, forse in maniera ancora più efficace e pericolosa. Con la violenza degli estremisti da una parte e con gli ex terroristi infiltrati nei Palazzi. In piena solitudine, senza antagonisti. E se fosse questa la grande occasione persa dalla destra? (3.3.2007) |
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