Il "tamburello" sembra, ma non è, un parente povero delle "grandi" discipline, come ad esempio il calcio e la pallacanestro. Eppure ha un suo albero genealogico lautamente fronzuto, un buon numero di cultori - soprattutto a Santarcangelo - ed è del tutto libero da quell'atmosfera impregnata di quattrini e di rivalità furibonde che avvolge i suoi frateli maggiori
Il conte Giacomo Leopardi, nella seconda metà del 1821 (il poeta aveva allora 23 anni) scrisse una poesia in onore di Carlo Didimi, di Treja, che in quello stesso anno giocò a Recanati, con altri due conterranei contro tre recanatesi, all'antico gioco italiano del pallone con bracciale: Di gloria il viso e la gioconda voce,/ Garzon bennato, apprendi,/ E quanto al femminile ozio sovrasti/ La sudata virtude. Attendi attendi,/ Magnanimo campion... Giacomino, allorché la musa lo ispirava, era capace di produrre vibrazioni poetiche che avevano il potere di "fulminare" il lettore. Era un nobile gibboso e malaticcio, che scopriva gli amari disinganni della vita in un ambiente codino e sciagurato, dopo aver compitato scriteriatamente, al lume fioco di candela, per anni e anni. Io non leggo mai le sue poesie senza avvertire un senso di profonda tristezza. Ma non credo si interessasse al "gioco del pallone". Viceversa, a Santarcangelo di Romagna, vive un ex atleta capace di sentir i brividi leggendo gli "Idilli" del poeta marchigiano, capace di dipingere deliziosi paesaggi, che sa ascoltare e capire la musica, e che vive un'esistenza normale assolvendo un compito di grande importanza: quello di allenare le menti. Esercita infatti il mestiere di maestro elementare a Scorticata. Lassù, in quel meraviglioso paese, egli, da dietro una cattedra, si ingegna, da oltre vent'anni, a formare coscienze oneste di futuri cittadini. Fin da ragazzo, Arrigo Giorgetti (è questo il suo nome), è stato attratto dal gioco del "tamburello" e di questo antico, per quanto umile sport, conosce i più arcani segreti. "Nei primi anni sessanta, a Santarcangelo, c'era la società sportiva 'Lorenzo Amati' che aveva origini antiche. Lo sferisterio cittadino, costruito alla fine del 1700, richiamava molti spettatori (almeno, a me bambino, parevano tanti) ad assistere ad animati tornei di tamburello. I giocatori di allora si chiamavano: Meldoli, i fratelli Lombardini, Nicoletti detto Smai, giocava pure mio fratello Walter, che possedeva veramente la classe del campione. Allora la squadra militava con alterne fortune in serie C. Iniziai a giocare nel 1969. Gli incontri che ci vedevano impegnati erano con le squadre di Faenza, Imola, Bagnacavallo, Bologna. Immersi in quella stordente pianura, percorrendo strade tutte uguali, rettilinei a perdita d'occhio, vivevamo tra sagre di paese, feste patronali, festival dell'Unità. Era una continua giostra. Con noi c'era pure, e la sua era una presenza importante e preziosa, Quinto Bonfè". Al riaffiorare di tanti ricordi riproposti con amorosa precipitazione dal maestro Arrigo Giorgetti, mi ritrovo, come per incanto, in un mondo oggi scomparso. Riscopro i valori di quel tempo: l'amicizia premurosa, l'agonismo ridanciano e spensierato, l'etica austera e dignitosa di una nazione che per troppo tempo aveva vissuto poveramente. "Finalmente, nel 1981, la tanto desiderata promozione in serie B. Con l'aiuto di piccoli 'sponsor' (c'era chi partecipava con 30 o 40mila lire), eravamo riusciti a mettere insieme una squadra competitiva. Certamente la più forte che si sia mai vista a Santarcangelo. Mi erano compagni in quella che per tutti noi è stata una magnifica avventura, Massimo Maggioli, Mario Nicoletti, Claudio Pezzi, i fratelli Lombardini, Paolo Paolini, Fabio Lepri, i fratelli Eros, Loris e Giovanni Razzani. La gente affollava i bordi del campo di gioco, partecipava con amore alle vicende societarie. Nei bar si tornava a discutere di tamburello. Era come se in paese si fossero prese le distanze dagli sport egemoni. C'erano più spettatori ai nostri incontri che alle partite di calcio. Tamburelli nella notte Le trasferte si erano fatte più lunghe. Paesi nuovi, posti in remote periferie. Voci dialettali per noi assolutamente ostiche, facevano coro ai colpi ed ai punti giocati. Montichiari, Gussago, Caselle, Villafranca, erano le tappe delle nostre sfide domenicali. Tutti gli anni ottanta furono un continuo scendere e salire tra serie C e serie B. Nel 1989 decidemmo di non prendere parte al campionato. Organizzammo nei mesi estivi dei tornei notturni che videro un enorme concorso di pubblico. Fu proprio in questo anno che balenò ad Eros Razzani ed a me, l'idea di creare a Santarcangelo il museo del gioco del pallone a bracciale e tamburello. Ne parlammo con Mario Turci, che era il direttore del Museo Etnografico, con il sindaco, se ne interessò anche la Federazione Italiana Palla Tamburello, ma soprattutto lavorammo noi. Adattammo i locali posti nell'antico bastione della cinta muraria. Rifacemmo in parte i pavimenti, tinteggiammo i muri, riadattammo gli infissi, ripristinammo l'impianto elettrico. Il primo acquisto fu un bracciale del 1500. A questo fecero seguito un tamburello a corda e due tamburelli spagnoli in pelle animale del 1600, e via via palloni, attrezzi di gioco e tutto il restante materiale che per ricchezza e originalità fa di questo museo un 'unicum' nel suo genere in tutta Europa. Il museo nostro doveva essere una sezione del Museo Etnografico e doveva rimanere nel suo luogo naturale: nei locali sopra lo sferisterio. Poi - continua Arrigo Giorgetti, dopo una pausa di riflessione, quasi a voler selezionare le idee -, come spesso avviene, coloro che non avevano fatto nulla, coloro che sono acrobati spericolati, sempre pronti ad issarsi su tutti i carri vincenti, coloro che amano ornarsi delle più appariscenti penne del pavone, si posero in mezzo. Il profilo umano è indefinito e vago, però alcuni assiomi universali sono ben definibili: gli astuti e rapaci arrivisti sostenitori dell'utilitarismo che magari nulla sanno del gioco, si appropriarono di ciò che non era affatto di loro proprietà. Capii che era giunto il momento di togliermi di mezzo. Dal 1990 al 1994 con mio fratello Giulio, misi insieme una compagine nuova, formata da tutti giocatori bravi ma inesperti. Devo dire che in certe occasioni, quando c'era bisogno, diedi il mio piccolo contributo e vestii i panni dell'atleta che in realtà non ero più. Tuttavia le soddisfazioni furono ancora tantissime. Quest'anno la 'Lorenzo Amati' ha partecipato al campionato di serie C con una squadra composta esclusivamente di giovani. L'allena quel vero appassionato che è Mario Nicoletti. La tradizione continua". Dopo aver fatto questa chiacchierata con Arrigo Giorgetti, sento fortemente il desiderio di distogliere lo sguardo dallo sport professionistico, volgare e contraffatto dalle innumerevoli degenerazioni mercantilistiche. Arrigo, con la sua ricostruzione, mi ha restituito una porzione di storia, delle atmosfere dimenticate, come dimenticato e sopravvissuto pare il personaggio di Quinto Bonfè, classe 1911, pittore e grande appassionato di tamburello. Quinto che per tanti anni ha dipinto le ingenue locandine che annunciavano i vari incontri. Quinto che ha delirato e tuttora impazzisce per questo gioco e che ancor oggi, con l'entusiasmo di un bambino, parla del passato e delle sue ormai annose imprese sportive, delle sue mirabolanti avventure in terra africana. Penso che soltanto in un paese come Santarcangelo dove veramente il talento e la genialità scorrono nei fossi, un gioco talmente poetico ed anacronistico poteva sopravvivere. In un malinconico pomeriggio domenicale, salirò nel vicino paese, e mi siederò accanto a Quinto Bonfè sulle panchine che circondano il vecchio campo di gioco. Sarà come ascoltare una poesia.
......................................Enzo Pirroni