Il tamburello, gioco-relitto di Costanza Lunardi

Il gioco del dì di festa

Erede di una tradizione che risale al medioevo, questo sport è tuttora praticato in alcuni borghi dell'Italia settentrionale, e richiama frotte di appassionati a Castellaro.

ESISTE IL MITO DEI PAESI DEL SILENZIO. Quelli remoti, sprofondati, dove non arriva nemmeno l'eco del rombo delle autostrade, che costituiscono ormai il fulcro pulsante della terra - ma esistono per davvero? E i suoni, i rumori? Quelli singoli, isolati, separati dal frastuono impercor- ribile, che, dotati di identità, quasi di anima oserei dire, rappresentano la chiave di interpretazione di un luogo, fissandone la memoria. Proviamo a ripercorrere luoghi per suoni, rumori. Un borgo toscano viene raccontato attraverso lo stridìo centripeto delle taccole, tra le case dell'isola i colpi di ramazza mattutina dicono che il genius loci lì è il vento.

A Castellaro Lagusello l'approccio è una sinestesia. Suoni secchi, rotondi, centrati precedo- no l'apparire delle mura del castello, tanto che ogni volta quei colpi decisi del gioco del tamburello evocano la presenza di un edificio merlato, e la presenza delle mura di un castello sembra dilatare l'eco quei suoni. Alla domenica sono i suoni di una partita , il sabato pomeriggio, la sera prima di cena, quelli dell'allenamento, del gioco: non sono diversi, ad ascoltarli il ritmo è quello, scattante, robusto, di una sonorità piena che arriva cadenzata e regolare ma ariosa come di segnali portati di monte in monte oppure a brevi distanze, non importa, c'è l'aria in mezzo, un vasto respiro, pause e suoni, risposte sicure, velocità e scatti, movimenti e compostezza.

I suoni della palla sull'attrezzo teso, un tutt'uno tra il centrare e il rinviare velocissimo, parlano di un gioco non aggrovigliato e promiscuo come il football tra ragazzi, di squadra sì ma privo di contatto, molto dinamico e dotato di una sua ieraticità allo stesso tempo, in cui sul confuso ammasso delle voci umane prevale la cifra sonora legata al tamburello, un attrezzo che indica all'istante l'esito della propria azione, attraverso la palla centrata si percepisce il progresso compiu- to: la mescolanza di abilità tecnica e di sonorità quasi musicale contribuisce a mantenere in questo sport il suo aspetto ludico."I fanciulli gridando / sulla piazzolla in frotta, / e qua e là saltando / fanno un lieto romore ...". Il ludere pila è sempre stato un divertimento popolare, perché naturale è il gesto di lanciare: dai rinascimentali giochi sferistici del pallone a bracciale, della pallacorda, della palla con lo scanno, antenato del tamburello, in cui un modernp tuttoplastica sostituisce la pelle d'asino. Fino alla metà dell'800 lo si giocava nelle vie e nelle piazze, mentre passò nella seconda metà dell'800 nei monumentali sferisteri costruiti in molte città italiane.

MA IL "LIETO ROMORE" DAVA FASTIDIO al parroco di Castellaro, come risulta da un documento del 1857, trovato in archivio dal professor Emilio Crosato, presidente nazionale della Federazione Nazionale del Tamburello, appassionato cultore della tradizione del tamburello a Castellaro, e fonte preziosa di informazioni. In base a questo documento il parroco dell'800 non solo non appare nemmeno lontanamente l'antenato dei moderni parroci impegnati a intrattenere i giovani in salutari partite di pallone ma risulta assai meno illuminato della polizia municipale austriaca alla quale aveva chiesto di intervenire per impedire ai bambini di giocare a tamburello davanti alla chiesa durante le funzioni religiose. La polizia, su parere della prefettura, rispondeva al parroco che era preferibile che i giovani trascorressero "le ultime ore del dì di festa giocando, piuttosto che nelle osterie, nelle mescite o in altri giochi meno leciti".

Quando in Italia si impose il football, il gioco del tamburello si ritirò in zone appartate come è accaduto per piante relitte nei luoghi di rifugio, scampate alle glaciazioni. Alto Mantovano, Franciacorta, Valpolicella, Chianti, Marca Trevigiana, Monferrato e Romagna: vere e proprie enclaves dove la cultura del vino si associa alla pratica del tamburello, in quanto luoghi forti nella conservazione delle tradizioni. A Castellaro ad esempio non esiste il campo da calcio, c'è solo il campo di tamburello, a Pozzolengo invece, poco distante, dove è subentrato il calcio, il tamburello, caratterizzato sì dalla sfida ma anche dal senso di festa e di amicizia in cui è assente ogni forma di tifo esagerato, è scomparso.

"Vengo da un paese, Castellaro - dice il professor Crosato - dove i bambini crescevano con il tamburello in mano. Anche oggi non sono necessarie particolari iniziazioni: basta che vadano in piazza. Il tamburello appartiene alla comunità, ci si passa il testimone di padre in figlio, da vicino a vicino". Tam, tam, il gioco è onomatopeico, il suono è dell'attrezzo, l'attrezzo di ogni giocatore, bambino, ragazzo o adulto, uomo o donna: la forza vincente non è l'abilità delle squadre alla domenica ma il senso di appartenenza che scaturisce da questo gioco che diventa tale là dove esiste un centro, una piazza, una comunità, un disegno di mura anche invisibili.

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