ILARIO ROSSI incisore  back  home page

 

1 - La faccia nascosta della luna                 

Franco Basile 

La pratica incisoria è l'aspetto meno rivelato dell'opera di Ilario Rossi. Pochi conoscono questo risvolto creativo anche per la ritrosia dimostrata dall'artista nel proporre un capitolo che è stato comunque parallelo a quello pittorico, se non un approfondimento segnico di ciò che sarebbe stata l'estensione cromatica di un pensiero. Parte da lontano la traccia calcografica di Rossi, un primo cenno critico viene fornito da uno dei suoi primi maestri, un uomo che ha sempre primeggiato nella sua memoria. "Il Corso d'incisione, nella Regia Accademia di Belle Arti di Bologna, fu istituito il 1° gennaio 1929. Ebbe l'incarico dell'insegnamento il prof. Augusto Majani che lo tenne fino alla mia nomina a titolare della cattedra, avvenuta il 1° febbraio 1930. Dato che la scuola funziona da pochi anni, non posso parlare di artisti di valore che in essi si siano formati ma semplicemente di allievi che danno bene a sperare. Essi sono: Bandieri Giorgio; Bartoli Giuseppe; Chiappelli Aldo; Mascellani Norma; Natali Giuseppe e Rossi Ilario." Sono parole di Giorgio Morandi tratte da una relazione sull'insegnamento delle tecniche d'incisione. È uno scritto essenziale e dosato negli accenti, con i nomi elencati in ordine alfabetico e con una chiusura in linea con l'enfatizzazione nazionalistica di quei tempi, sebbene anche in questo caso Morandi non si lasci prendere troppo dall'onda emotiva che all'epoca pareva trasportare tutto e tutti. "Insisto maggiormente sull'incisione a puro segno perché è stata una delle prime tecniche tradizionali dell'incisione classica italiana". Una prima e remota citazione dunque, e da un uomo non troppo tenero nei giudizi. Si era agli inizi degli anni Trenta, Rossi si è diplomato nel 1933, aveva ventidue anni. Morandi doveva aver notato il suo segno forte e sicuro, una peculiarità che non lo avrebbe mai lasciato pur negli attraversamenti di scuole e di indicazioni linguistiche. Il '33 è un anno cruciale per lo svolgimento calcografico, pochi dipinti all'attivo, per lo più incunaboli di una poetica già allora rivelatrice di una immersione nelle atmosfere capaci di trasformare in enigmi cose e situazioni che l'abitudine rende opache. Una decina di dipinti in sette anni a partire dal 1927, venti acqueforti nell'anno del diploma contro una sola tela. Il '33 è l'anno di maggiore attività incisoria, il resto del tempo segna una produzione altalenante: un'acquaforte nel 1935, una nel '40, quindi 14 anni senza produrre una sola lastra, dal 1941 al 1955, mentre i dipinti si succedono regolarmente con punte particolarmente alte nel '44 e nel '50. Niente, comunque, in rapporto agli anni Sessanta e Settanta, con una cinquantina di tele nel solo '60 e addirittura un centinaio nel 1970. Il ritorno alla lastra è nel 1955, ma si deve attendere il 1975 per assistere, fino al 1994, a un succedersi di lavori senza stacchi temporali, a una produzione mai intensa ma graduale e cronologicamente ordinata. Centododici le incisioni fino ad oggi registrate, rare vernici molli, tre puntesecche su alluminio, il resto è rappresentato da acqueforti su zinco o su rame. Condensare in poche pagine lo svolgersi di un'esistenza artistica è semplicemente impossibile. Racchiudere in qualche foglio ansie e umori, poesia e tormento, è come pretendere di delimitare l'estensione di un'anima. Non sono molti i racconti che Rossi ha scritto sulla lastra, eppure in ognuno di essi c'è un'idea, un piccolo mondo dove il sapore del magico si mescola alla memoria, e dove il mistero di un'ombra si fa stenografia del silenzio. Tutto questo sin da talune opere degli esordi, in quelle carte dove già misurava la memoria con quanto gli si parava dinanzi agli occhi, anticipazioni di quel naturale declinare del paesaggio che lo avrebbe portato alle consonanze informali dell'Ultimo naturalismo arcangeliano, alle declinazioni della così detta "scuola romana", a quel fare in sintonia con le calibrate variazioni geometriche e tonali di un De Stael, memore sempre del tratto e dei colori di Morandi, partecipe di un mondo che immaginava disseminato di specchi deformanti, capaci quindi di ricreare la realtà, la stessa che egli amava reinventare spalancando la finestra su paesaggi contigui alla memoria e alla fantasia. Certo, risalire a una vita intera leggendo un centinaio di fogli non è semplice, sebbene in ognuno di essi vi sia il riassunto di un periodo. Si può tuttavia intraprendere un appassionante viaggio attraverso il ricordo, leggendo i segni scavati dall'acido o attraversando il tempo sfiorando il reticolo che forma una casa, un tratto di collina, una figura di donna. Vien da pensare che le incisioni siano la controparte della pittura, ma non è così sebbene Rossi non abbia mai nascosto il grande piacere del colore, quella sostanza che da sola o agglutinata in fasi tonali era sufficiente, ai suoi occhi, a definire qualsiasi cosa. Amava il colore, la sterminata produzione pittorica ne dimostra il primato. Era come se un rosso o un giallo facessero parte insostituibile della poesia. Aveva impiegato il colore anche in un'edizione grafica, forse il nero lo turbava, come un segnale della notte. Amava dipingere, affondava i pennelli nei luoghi dello stordimento finché il lato dove tutto gli sembrava mancare si dissipava tra le maglie del supporto telato. 

                                       

  La Grada n. 1

 Acquaforte su zinco 1933, mm 115 x 90

 

Probabilmente il nero acuiva il sentimento di caducità che il poeta nota ovunque, innanzi tutto in se stesso. Eppure è dal nero che i cento fogli traggono alimento, un nero magari illuminato da isole senza inchiostro, da spazi dove la stasi assolata di un'estate si fa riflesso di nuovi incontri con la luce. Cento e passa incisioni che si ricollegano ai giorni di Morandi e che costituiscono un inusuale rendiconto di tante sollecitazioni emotive. Inusuale per Ilario Rossi, scopertosi incisore quasi per caso nonostante l'avvio fulminante del '33, quando in un solo anno realizzò un quinto della produzione di sessant'anni di creatività. L'idea di mettere ordine a tutto il proprio percorso non l'ha mai presa troppo seriamente. Il lavoro era una costante disorganizzata. "Dicono che le opere sopravvivono agli uomini - ricordava strascicando la erre e dando una tirata all'inseparabile toscano -: sai che cosa mi interessa dei giudizi della gente quando non ci sarò più?". Forse era solo apparente questa forma di disincanto. Una volta unì a un racconto inedito di Francesco Arcangeli un gruppo di sue incisioni. Fu nel 1982, Estati bolognesi è il titolo del lavoro. Il clima descritto è quello di una città dove le ore della notte paiono incollate alle ombre predestinate alla solitudine. "...Un'altra estate è incominciata... Ricordo una nobile stagione, un'estate sospesa in un sudario di nubi pallide, dorate: banchi di cielo che parevano fermare le speranze e le fantasie ai loro confini..." Alle pagine di Arcangeli le incisioni di Rossi fanno da assorto controcanto. Anche in queste carte il linguaggio grafico è sicuro, il tratto icastico sebbene intervallato a vuoti come sospensioni del respiro. Il racconto risale al 1943, c'era la guerra, nelle parole di Arcangeli Rossi deve essersi ritrovato fino a rivivere le proprie, distanti notti bolognesi. Un'estate lontana, calda come quella vissuta cinque anni fa, poco prima di andarsene per sempre. Anche alla presentazione del volumetto ci fu chi si sorprese di fronte alle illustrazioni di un artista ritenuto eminentemente pittore. Pochi ne immaginavano un simile risvolto linguistico. Del resto Rossi non aveva mai fatto molto per far conoscere tutti i tratti del proprio esercizio poetico, quasi considerasse l'incisione una questione personale, come si può facilmente intuire dal modo in cui riuniva i fogli, ovvero cartelle sparse qua e là, o in cassetti che ogni volta che venivano aperti era come mettere le mani in una scatola a sorpresa. Osservare queste carte è come seguire le indicazioni di un pensiero destinato a congiungersi all'ultima periferia del tempo. Sia pur senza un preciso ordine cronologico, si può ripercorrere, sollecitati anche dal lato fantastico, un intero tracciato esistenziale. Sfilano quindi i fogli come anelli di una lunga catena dove le cose e la natura sono gli interlocutori primari di una costante corrente emotiva. Ecco un paesaggio degli anni Trenta accanto a uno di quei nudi forieri di stenografici torsi, ecco uno scorcio del Navile, un lembo degli anni giovanili che si unisce ai modelli di una natura morta. Ed è una natura morta la sua ultima incisione, quasi un'eco inconscia della sublime serialità del Maestro di via Fondazza. Pochi oggetti, una rappresentazione dalle linee essenziali e impaginata in un contesto dove la geometria è sostenuta da linee poliverse, comunque indicative di un esercizio sicuro, capace di costruire nella luce l'essenza di un modello. Nelle traslazioni della natura come nell'architettura derivante dagli oggetti, è chiaro come il segno tenda a tenere insieme i diversi aspetti della realtà. Anche nell'incisione Rossi ha dato voce al senso del tempo, c'è riuscito segnando lo zinco nel modo più attento e sottile, oppure riducendo, attimo dopo attimo, i ritmi scanditi dalle ombre, i riflessi delle albe e dei tramonti, qualcosa che interpretava dalla cima di un colle, o che immaginava sotto la lampada di un garage. La raccolta grafica di Rossi è composta prevalentemente di prove uniche e di tirature minime: "pochi esemplari", s'è spesso dovuto annotare. Abbiamo ricordato come tenesse i fogli sparsi ovunque, in mezzo a volumi o nei cassetti dell'arruffato studio che aveva in subaffitto con una Polo. Di giorno lui, di sera l'automobile. Ora l'ambiente è stato riordinato, alle pareti appaiono molti suoi lavori, sul cavalletto è rimasta un'opera incompiuta, un grande mazzo di fiori. È morto mentre lo stava eseguendo, versione colorata di un tema che poco prima aveva affrontato sulla lastra, e cioè due delle quattro incisioni eseguite durante l'ultima estate vissuta a Monzuno. Rossi non si è mai fatto prendere dalla smania di lasciare qualcosa ai posteri, tipo volumoni pesanti come sculture. Chissà perché, si convertì invece all'idea di un libro che riunisse l'opera grafica. L'altra faccia della luna, sembrava dire scartabellando nei cassetti. E così, a poco a poco, foglio dopo foglio, ecco ricostruita una vicenda tratteggiata sulle lastre. Negli ultimi tempi aveva intensificato l'attività, come a voler tenere in esercizio la mano. Non aveva tentennamenti nel delineare il profilo di una collina o una natura morta i cui oggetti parevano uniti dal filo del ricordo morandiano. Pochi fogli, la faccia nascosta della luna da presentare come memoria di altrettanti stati d'animo, fogli come segnalibro di una vicenda che al colore unisce l'inchiostro. Le lastre sono state forse supporti di un piccolo mistero, una questione personale che l'artista ha lungamente tenuto nelle zone dell'arcano per rivisitarle di tanto in tanto come si fa con i ricordi che si vuole rapportare al presente. Ora sono qui, pagina dopo pagina, brevi resoconti di una storia iniziata tanto tempo fa sotto lo sguardo accigliato di un uomo come Morandi.

 


 

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