IDEE
commenti e ragionamenti in libertà


Il Penzo dopo il restauro del 1939 LA LEGGENDA DEL PENZO
di Sebastiano Giorgi
(da La Nuova Venezia)


Quasi emulando le ardite traiettorie del biplano pilotato da quell'eroico aviatore da cui prese il nome, anche la lunga storia dello stadio Pierluigi Penzo, cuore sportivo veneziano, è contrassegnata da commoventi impennate e tristi picchiate.
Nato nel 1913 per dare una casa a quei giocatori neroverdi che, con i baffoni da moschettiere e pantaloni alla zuava, prendevano a calci un pallone nella pineta di Sant'Elena, lo stadio «Penzo» ha avuto la sfortuna di ricevere un unico vero restauro totale. Era il 1939 e da allora per sessanta anni è rimasto praticamente lo stesso. La tribuna con i piloni che complicano la vista, i distinti scoperti, e le curve da brivido, in legno ai tempi di Loik e Mazzola, poco prima della guerra, in tubi innocenti oggi. Nemmeno il tornado che l'11 settembre del 1970 spazzò via le curve, spinse l'amministrazione a costruire o perlomeno a rimodernare quel gioiellino d'architettura razionalista. Nel frattempo da Bennati a Volpi, da Bigatton a Zamparini, tutti i presidenti del Venezia hanno costantemente reclamato uno stadio nuovo.
L'ex neroverde Mario Tesconi racconta che il conte Volpi, riunita la squadra all'hotel Bauer al termine del trionfale campionato 1960-61, disse agli artefici della promozione in serie A: «Resterò il vostro presidente solo se gli amministratori manterranno le promesse sulla costruzione del nuovo stadio in terraferma». Purtroppo sappiamo tutti come andò a finire. San Giuliano e Tessera le aree alternativamente individuate per quell'opera, mentre si susseguivano le imprese, anche la Fiat Engineering e Costantino Rozzi, che di volta in volta sembravano sul punto di costruire il nuovo stadio.
Nel frattempo lo stadio Penzo, piombato nell'anonimato del calcio insieme al Venezia in caduta libera fino a toccare il fondo di una stagione tra i dilettanti, veniva inspiegabilmente privato anche della più semplice delle manutenzioni. Deperì a tal punto che Maurizio Zamparini, portata a termine la fusione con il Mestre che Robazza aveva da poco ceduto a Pagotto, gli preferì l'angusto «Baracca» per i primi anni di serie C. Storica, in quella calda estate del 1987, la frase di un amministratore veneziano che disse: «Visto che fra tre anni sarà pronto il nuovo stadio a Tessera, sarà bene che i veneziani si abituino ad andare in terraferma». Ma esattamente quattro anni dopo, il Penzo, giudicato inadatto per la serie C/2, fatti salire a bordo i ragazzi di Zaccheroni, planava in serie B. Il 7 giugno del 1998, e questa è storia recente, l'ultimo volo quello verso il firmamento del calcio, che spinge trentun anni dopo il vecchio Pierluigi Penzo a riaprire eroicamente i cancelli agli idoli della serie A. Così nell'era delle partite criptate, della quotazione in borsa delle società di calcio, dei trasferimenti miliardari e degli stadi coperti con caffetteria e display per rivedere al rallenty i gol dei beniamini, i tifosi del Venezia, con un colore in più sulle bandiere, dopo oltre trenta anni di promesse e progetti di stadi futuristici in terraferma, la domenica raggiungono ancora a piedi o in vaporetto quello strano stadio sull'isola di Sant'Elena.
Adesso la lunga avventura del Penzo sembra però all'epilogo. Proprio oggi infatti Zamparini con l'appoggio di tutta l'amministrazione veneziana, presenta il progetto del nuovo avveniristico stadio da costruirsi a Tessera, vicino all'aeroporto. Giunto all'alba del nuovo millennio il Penzo, dopo aver ospitato la storia del calcio italiano da Meazza ai Mazzola (due in neroverde), da Zoff a Rivera, passando per Corso e gli stranieri del Venezia Santisteban, Bartù e Manfredini, per arrivare alle giocate di Ronaldo, Batistuta e Baggio (tutti e tre recentemente scornati a Sant'Elena), sembra questa volta veramente destinato a passare il testimone. Le nuove regole del prodotto calcio danno il colpo decisivo anche ad un progetto di restauro dell'architetto Renato Vidal, un progetto che riposa dal '91 nei cassetti dell'ufficio lavori pubblici del Comune, e che dava al Penzo, con o senza metropolitana, la possibilità di spiccare un altro volo.

(28 Agosto 1999)


Michele Vianello, vicesindaco di Venezia IL CARO-PIPI' NON E' UNO SCANDALO
di Michele Vianello


Era evidente che il provvedimento teso ad aumentare per i turisti la tariffa per i servizi pubblici igienici avrebbe causato dibattito e polemiche. Pare opportuno ricordare che Venezia è una città che cerca di tarare (e per molti servizi è già così) i propri servizi su 12 milioni di visitatori. L'opposto della medaglia è che i contribuenti che pagano, attraverso il bilancio del Comune, i servizi pubblici sono poco meno di 300 mila. E' vero tuttavia che dal turismo una parte di questi 300 mila concittadini trae ricchezza e reddito.
I servizi sovradimensionati per una città di 300 mila abitanti hanno un costo ormai insostenibile per il bilancio ordinario del Comune (di qualsiasi Comune di pari dimensione). Si pensi ad esempio che, per pulizia della città e smaltimento rifiuti, il turismo costa oltre 18 miliardi di lire aggiuntivi. Specie c'è una sempre maggiore richiesta di servizi, anche dai nostri concittadini, di qualità, possibilmente a basso costo.
Il Comune è, ad esempio, impegnato costantemente ad aumentare il numero dei W.C. (altri 20), a potenziare il numero dei mezzi pubblici, aumentare i turni di pulizia delle strade ecc. Ciò che molti scordano è che l'istituzione e la gestione dei servizi pubblici costa. I maitres a pensèe, che spesso pontificano dalle colonne dei quotidiani locali, hanno mai riflettuto su cosa costa la gestione di una città di 300 mila abitanti, con servizi pubblici per 12 milioni di visitatori?
Il Comune può scegliere due strade: aumentare la pressione fiscale per i residenti che beneficiano del turismo; chiedere ai turisti, senza l'intermediazione della fiscalità generale, piccoli contributi economici per mantenere i servizi della città. Riteniamo di dover scartare, finché sarà possibile, la scelta di aumentare la pressione fiscale. Nei primi mesi del 2000 una "carta di Venezia" definirà lo status dei cittadini veneziani, ambendo a diventare lo strumento universale di pagamento dei servizi pubblici in città e a determinare così i prezzi. La scelta è quella di far pagare di più i turisti per mantenere uno standard adeguato di servizi pubblici per tutti. Perché i veneziani dovrebbero pagare di più? Chi ha occasione di andare qualche volta all'estero sa che ciò che è gestito dal pubblico, quando c'è, si paga a peso d'oro. In assenza di servizi pubblici, provvede il privato, sicuramente a prezzi non ispirati dal «senso civico». Francamente non capisco dove sia lo scandalo nell'aver adottato quel provvedimento. Mille lire non sono una grande cifra, sono un piccolo contributo al mantenimento della "città più bella del mondo". Spesso in questa città si è abituati ad aprire grandi dibattiti - magari ferragostani - a prescindere.
A prescindere dalle risorse economiche, dagli investitori, dai costi di gestione di ogni opera o servizio pubblico (si chiamano progetti di fattibilità); proprio l'opposto di quanto facevano i governanti della Serenissima, ai quali a torto ci si richiama.
Ci si innamora, si litiga, ci si divide, si formano partiti e movimenti su progetti e su idee, così, a prescindere.
Purtroppo, chi amministra, dovrebbe stare con i piedi per terra (torna il richiamo ai progetti di fattibilità).
Capisco che i bilanci, i costi di gestione, la qualità dei servizi, la pressione fiscale non affascinano come un bel dibattito sul tema: "Come salvare Venezia nel 2150", garantisco tuttavia che sono altrettanto seri e importanti.

(24 Agosto 1999)


Pietro Bortoluzzi ULTRAS E REDENTORE: CHE SQUALLORE!
di Pietro Bortoluzzi


Venerdì sera, in quel di Villa Condulmer, a quella che avrebbe dovuto essere l'elegante presentazione del Calcio Venezia 1907, pronto al suo undicesimo campionato di serie A, l'indecente e volgare blitz di pochi Ultras Unione mi aveva fatto pensare che forse si fosse toccato il fondo per l'immagine di Venezia, disonorata in pompa magna di fronte ai mass-media…
Poi sabato sera, alla vigilia della notte famosissima del Redentore, mi aggiro fra calli, campi e campielli di quella che dovrebbe essere la mia città, e mi sento un estraneo, sprofondato nel lezzo e nel lerciume, nell'assoluta mancanza di decenza di una Venezia profanata da orride comitive puzzolenti, da infiniti magliari di mille razze e nazionalità con tutte le loro chincaglierie in esposizione.
Scavalcando a fatica i teli ricoperti di griffe contraffatte, inerpicatomi, fra il puzzo di aliti pesanti, a fatica e a spintoni sulla sommità del ponte degli Scalzi, ho rimpianto (madido e disperato) l'ineleganza sincera e la ritmica volgarità degli slogan scanditi dagli ultras nel verde di Mogliano, mentre la falsità da cartolina made in Venice mi sopraffaceva…

(Agosto 1999)


VALERI, SOGNANDO VENEZIA
di Ludina Barzini
(da Il Corriere della Sera)


Attrice di teatro, cinema, televisione e autrice di commedie, sketch e sceneggiature, regista di opere liriche, Franca Valeri è venuta a vivere a Roma dopo la guerra. Il suo accento e la sua cadenza tanto milanese sono quelli di sempre: «Da milanese, quando sono venuta a Roma l'ho trovata una città così bella, oggi ci è stata strappata dagli occhi ed è diventata terribile». Seduta sulla terrazza della sua casa in riva al lago di Bracciano dice: «Questo è il posto ideale per passare il tredicesimo mese dell'anno e per scrivere un libro di ricordi».
La destinazione dei ricordi e dei sogni più amata da questa donna minuta e forte, con occhi castani in continua perlustrazione, con i capelli tagliati a caschetto, che parla con voce soffice e muove le mani con femminilità, è un grande albergo come il Danieli, nella città che è «al confine con la realtà», Venezia. «Il mio migliore amico è il favoloso portiere, ritrovo la vecchia cameriera molto accurata, il porteur mi porta le cose senza aspettare ansiosamente la mancia perché sa che alla fine del mio lungo soggiorno avrà un cospicuo assegno. I miei tre cani, il piccolo Roro, un King Charles spaniel, i due grandi bastardi Carlotto e Norina alloggeranno in una stanza con terrazza e saranno accuditi. C'è il posto per il mio vecchio baule di teatro nel quale tengo i ricordi che mi sono più cari. Appesi nell'armadio, i miei vestiti più belli, quelli di Roberto Capucci».
Venezia per Franca Valeri vuol dire la musica, l'opera, il teatro, tanti amici, incontri importanti e molte emozioni. «Il mio primo debutto italiano con il Teatro dei Gobbi è avvenuto proprio lì, al festival della prosa, in mezzo ai grandi, c'era Luchino Visconti, e noi: Vittorio Caprioli (mio marito), Alberto Bonucci ed io. Eravamo dei nuovi, giovani attori nel 1952. Ma il mio legame con Venezia risale all'infanzia quando con mia madre andavamo al Lido. Lei detestava le cure marine ma le piaceva di pomeriggio andare a Venezia, sedersi al Caffè Florian in piazza San Marco, ascoltare la musica, andare a vedere i negozi e comprare dei pizzi».
Stare nei luoghi che hanno una dimensione vecchia, antica, dove la fantasia domina perché si è al di fuori della misura di qualsiasi città è per Franca «come incontrare dei personaggi che vivono nascosti nella memoria. Venezia è legata al mio incontro con Maurizio Rinaldi, compagno di trent'anni, che dirigeva alla Fenice, nel periodo in cui c'era Sylvano Bussotti. Alla Fenice ho visto, ho sentito, delle opere abbastanza rare. A teatro ho visto delle edizioni molto particolari al Goldoni dirette da Luchino Visconti».
La Valeri ha quindi conosciuto bene Visconti anche se non ha mai recitato con lui e lo ricorda con allegria ed affetto. «Di Luchino era caratteristica la sua generosità, la sua simpatia, quel suo modo di essere despota con grande dolcezza. Veniva sempre a vedere i miei spettacoli; ricordo quando ho fatto Lina e il Cavaliere, una commedia musicale nuova, i testi erano di Patroni Griffi e di Enrico Medioli, le musiche di Fiorenzo Carpi, che lo divertiva moltissimo, lo vedevamo molte sere che rideva, dietro alle quinte. Eravamo amici, era un punto fermo».
In questa Venezia antica Franca Valeri fantastica che potrebbero venire a trovarla personaggi amici ma anche altri mai conosciuti o d'altre epoche che l'hanno affascinata, spesso legati alla musica. «Vorrei trovare in portineria un signore vestito di tutto punto, con gli occhiali, che è Franz Schubert e che mi saluta chiamandomi per nome. Oppure correre, chiamata da Clara Schumann, a vedere cosa ha combinato suo marito. Vorrei incontrare nella hall Vincenzo Bellini, Giuseppe Verdi. Quasi tutti i personaggi che sognerei di vedere sono legati alla musica forse perché i grandi della letteratura si sono espressi in un modo che conosco, mentre il mistero di chi è riuscito ad esprimersi attraverso le note me li rende più impenetrabili, difficili da immaginare».
Continua Franca Valeri: «Io ritrovo in questo albergo, il Danieli, attraverso i ricordi, le cose che amo. Con Nora Ricci andavamo a vedere gli spettacoli: la prima commedia di Giuseppe Patroni Griffi, D'Amore si muore. Eravamo partiti da Milano, un treno di amici elegantissimi e felici per la prima. Era un'estate culturale, raffinata; poi però apprezzammo, e apprezzo, quegli angoli dove si mangia benissimo. Sono anche golosa, mi piace mangiare bene, semplice ma di grande qualità». Altri ricordi veneziani: «Un anno con Vittorio Caprioli abbiamo presentato, fuori concorso, alla Biennale del Cinema Parigi o cara. Vittorio amava molto il Casinò e si era piazzato al Lido, io invece con Nora Ricci e Giulio Coltellacci siamo rimasti al Danieli perchè ci sembrava un'atmosfera più bella. La sera siamo andati alla prima di questo film e dietro di me era seduto René Clair. Avevo scritto buona parte della sceneggiatura, ed ero molto contenta. Gli attori eravamo io e Vittorio ed altri non famosi. La scenografia era affidata a Giulio Coltellacci che conosceva Parigi come le sue tasche ed aveva trovato dei posti molto curiosi: St. Denis, un caffè su un albergo, e luoghi strani della periferia. E sentivo Clair che ad ogni posto che vedeva diceva: ma dove hanno trovato questi luoghi e come hanno fatto».
Franca Valeri ama la Francia e la sua letteratura tanto che in valigia porta con sé Edouard Bourdet, Eugène Labiche, due autori teatrali che hanno molto ispirato il suo lavoro. L'accompagnano anche Proust, Balzac, Cecov, Shakespeare, Pirandello.
Perché Franca Norsa ha scelto come nome d'arte Valeri? Per Paul Valéry: «Una mia carissima amica, Silvana Ottieri, quando mi sono trovata a dover dare il mio nome per una compagnia teatrale e mio padre faceva un po' di storie sull'uso del cognome, lei era con me e aveva in mano un libro di Valéry: usa Valeri, mi suggerì. Detto e fatto».
Il legame con Parigi è molto forte: «Ricordo d'aver debuttato in un teatrino curioso, il Théatre du quartier latin, con la compagnia Teatro dei Gobbi e abbiamo fatto degli sketch, Carnets de notes, che entusiasmarono la critica. Era il 1951. Eravamo in tre: Caprioli, Bonucci ed io.Vennero a vederci gli attori Jean-Louis Barrault e Madeleine Renaud, i figli di Paul Claudel e pure quelli di Paul Valéry che mi hanno fatto i complimenti e hanno aggiunto che, dopotutto, eravamo un po' parenti, grazie al nome».
Recitare in un teatro a Venezia rimane sempre un piacere grande per Franca tanto che nel gennaio del duemila torna, dopo anni, con Mal di Madre. «Spero che il duemila sia anche l'anno della rinascita della Fenice e non riesco a capire perché non sia già avvenuta. Peccato che il Teatro del Ridotto, vicino all'Harris Bar, sia chiuso. L'Harris è un posto mitico, l'ultima volta che sono stata c'era Valentina Cortese, bella con tutti i suoi vestiti colorati, c'erano dei giovani attori carini e dei signori elegantissimi con i capelli bianchi. Ha un grande fascino questo mondo».

(7 Agosto 1999)


PIU' CHE IL TURISTA POTE' LA PANTEGANA
di Enrico Arosio
(da L'Espresso)


Doveva essere una campagna per rilanciare la città e la Laguna. È finita con uno sturacessi in piazza San Marco. E con una lite fra Cacciari e Toscani.
Borseggiatori rumeni, ratti morti nei canali, gondolieri esosi, commercianti da malavita, e tonnellate di oggetti kitsch rifilate ai turisti babbioni. Altro che campagna di rilancio e riflessione su Venezia commissionata a un guru della comunicazione: è una Disneyland levantina, quella che Oliviero Toscani, la rivista multilingue "Colors" e i ragazzi di Fabrica, il suo laboratorio creativo, hanno illustrato al sindaco Massimo Cacciari, che aveva lanciato l'idea e non si aspettava questo esito beffardo. Parafrasando un collega filosofo a lui caro, Walter Benjamin, il Diavolo della Cronaca ha preso a schiaffi l'Angelo della Storia.
Cacciari, del lavoro realizzato in questi mesi da Toscani, aveva finora approvato, pur bocciando diverse proposte, la parte destinata alle affissioni. In questi giorni chi sbarca dai vaporetti lungo il Canal Grande s'imbatte in manifesti più o meno graffianti al lato degli attracchi della Actv, l'azienda dei trasporti. Dovevano essere immagini forti per riflettere su usi e abusi di Venezia turistica, e con uno sguardo al futuro; ma quelle più provocatorie il sindaco le ha disapprovate, al momento del lancio: alcune le vediamo in queste pagine. Ciò che rimane, anche per la collocazione infelice dei manifesti, è di impatto diseguale. L'evento clou, poi, l'apparizione della gigantesca brìcola (il modo di ormeggio delle gondole) trasformata in sturacessi galleggiante nel bacino di San Marco, un'installazione pop alla Claes Oldenburg, è durato il tempo della conferenza stampa; la scultura, allusione a quella città di miasmi che fu già cruccio fatale del professor Aschenbach in "Morte a Venezia", è subito sparita. Non prima di essere finita su "Italy Daily", l'inserto della "International Herald Tribune", in un servizio che attacca così: «Venezia è un gioiello rinascimentale o una città di ratti morti?».
Cacciari non ha nascosto la propria delusione, sia durante la conferenza sia dopo. Il sindaco ha forse sopravvalutato la sua capacità di controllare Toscani. Con lui aveva scambiato numerosi fax durante la lavorazione. E aveva dato chiari segni di nervosismo già durante la presentazione dello story board nella sede trevigiana di Fabrica, presente Luciano Benetton: «Non vedeva emergere l'altra Venezia, quella dei giovani, estranea al turismo, e non ritrovava certi temi sociali che gli stavano a cuore», racconta Benjamin Sutherland, della redazione di "Colors". «Non potevamo certo fare un house organ del Comune di Venezia», si difende Paolo Landi, direttore della pubblicità Benetton.
All'"Espresso" il sindaco rifiuta qualsiasi commento. Ai cronisti veneziani riserva mezze frasi infastidite. "Il Gazzettino" lo ha beccato per interposta persona, domenica 25, quando ha messo Toscani nella rubrica "Bocciati". E il suo assessore alla Cultura, Mara Rumiz, si destreggia imbarazzata nel difendere l'operazione: «Scopo del progetto», dice, «era di dare una scossa ai veneziani sui problemi della città. Toscani ha lavorato in totale autonomia, noi davamo per scontata una sua parzialità di visione, forse ha giocato troppo sugli stereotipi. Dimentica che non siamo solo una città di consumo di massa schiacciata tra San Marco e Rialto. Comunque è l'inizio di una riflessione...».
Riflessione? Toscani ha lavorato di scimitarra. Accampati a Venezia per due settimane, sette tra reporter e fotografi hanno svolto la loro inchiesta concentrandosi sulle magagne della città. E il risultato complessivo - dove non figurano alcune delle immagini più antipatiche a Cacciari, come la "Venere di Urbino" del Tiziano deturpata dal sarcoma di Kaposi, un'altra trovata di Fabrica - viene ora distribuito in 40 paesi e 450 mila copie come numero 33 di "Colors". Venezia vi appare come un festival consumista e beota del turismo mordi & fuggi. Tra i sarcasmi, il più riuscito è, grazie anche a una consulenza volante fornita dall'economista Geminello Alvi, la scansione in capitoli secondo il lessico della finanza. Mergers and acquisitions: due cani che s'accoppiano a San Marco; capital flow: il diario di un ladro specializzato in portafogli giapponesi; futures: l'incidenza dei tumori sulla popolazione maschile causa petrolchimico. Originale, come progetto di comunicazione per Venezia, specie per un sindaco appena eletto al Parlamento europeo.
In questa città, racconta "Colors", avvengono fino a 190 borseggi al giorno, complici magari i negozianti locali. Il commercio al dettaglio è ormai smercio di paccottiglia fabbricata in Cina. Il Comune spende mezzo miliardo l'anno in disinfettanti. Le guide abusive prendono la stecca dai bottegai. E il turista? Giace dissanguato al caffè Florian. Ma il passaggio che più ha irritato il sindaco è un editoriale intitolato "Profitti e perdite" in cui si legge: «Si ha cura di Venezia perché bisogna adornarne la morte, coprirla di artificialità, darle un'aria di rappresentanza. Si è feroci contro Venezia come lo si è con il cadavere di una persona cara: non si finisce mai di pettinarlo, di aggiustarlo, di dargli una parvenza di vita». Macabro, troppo macabro, anche per un sindaco filosofo.

(5 Agosto 1999)


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