Signor Ministro, Signor Presidente della Regione Veneto, Magnifici Rettori, Autorità, Colleghi,
Collaboratori tecnico-amministrativi, cari Studenti, Signore e Signori,
ringrazio tutti Loro per la partecipazione a questa cerimonia, che rinnova un rito antico al quale è tuttavia necessario e doveroso dare un significato non meramente esteriore e celebrativo: è il momento alto e solenne nel quale la comunità universitaria patavina si riunisce in questa Aula Magna nella quale Galileo ha insegnato, per ritrovare ancora una volta il senso della propria antica identità e riaffermare quel patto di collaborazione con la società civile che dà significato al suo essere istituzione pubblica al servizio della collettività nazionale.
Le università vedono la luce esattamente nel momento storico in cui viene formandosi la coscienza europea, cioè la consapevolezza che i popoli dell’Europa acquisiscono di costituire non solo un’unità geografica, ma anche e soprattutto unità culturale e morale, articolando la genesi della propria autoconsapevolezza attraverso l’affermarsi seppure in modo aurorale di quella koinè culturale da cui scaturirà la nostra tradizione di pensiero europea, che nasce dalla sintesi difficile ma felicemente realizzata di razionalismo greco, diritto romano e spiritualità ebraico-cristiana.
Da queste radici trae linfa e vigore il nostro essere europei, ed insieme ed a maggior ragione il nostro essere impegnati in una università europea che non può quindi non richiamarsi allo spirito delle sue origini, per mettere al servizio dell’intera umanità quel patrimonio di valori che ha ereditato, senza presunzioni egemoniche ma con la umile disponibilità a rendere un non banale servizio alla causa del dialogo tra le culture, oggi quanto mai indispensabile.
Universitas significa, nel latino medievale, “comunità”, e la patavina universitas scholarium delle origini nasce dalla volontà di cittadini liberi di stare insieme per far crescere il sapere e trasmetterlo ai più giovani: senza libertà non c’è università, ed è per questo che andiamo fieri del nostro motto che sulla libertà fa poggiare l’intero edificio spirituale del nostro Ateneo. La libertà deve essere non solo garantita sul piano politico, come libertas philosophandi, per dirla con le parole di uno dei suoi più tenaci difensori, ma deve oggi sempre più essere garantita come concreta e reale autonomia dai condizionamenti che derivano dalle mutate condizioni in cui gli Atenei si trovano a vivere oggi rispetto all’età delle origini. Ciò non esime certo ciascuno scienziato dall’esercizio di una ineliminabile responsabilità morale rispetto alle sue ricerche, perché la libertà porta con sé essenzialmente e strutturalmente il dovere di rispondere delle azioni liberamente compiute, e mai come in questi anni gli scienziati sono chiamati a non chiudersi alle sollecitazioni sulle conseguenze sul piano morale e sociale del loro lavoro ed alle domande etiche che le loro ricerche sempre più spesso pongono. Non saranno certo i divieti estrinsecamente imposti che potranno frenare la ricerca anche in ambiti scientifici che si aprono su scenari inquietanti, ed è doveroso ribadire in quest’aula nella quale sono risuonate le parole dell’insegnamento di Galileo ai suoi scolari che la libertà della ricerca è un valore intangibile, ma gli scienziati devono per parte loro porsi sempre più nettamente il quesito sulla valenza morale delle loro ricerche, nella consapevolezza che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente giustificato.
Ma accanto a questo c’è un altro importante tema che deve essere oggi affrontato da chi abbia seriamente a cuore le sorti dell’università come istituzione. Da un lato, non possiamo e non dobbiamo tradire lo spirito delle origini, dall’altro dobbiamo pur prendere atto che oggi l’università è una organizzazione complessa che vive solo se può contare su finanziamenti adeguati per le crescenti esigenze della didattica e della ricerca.
L’autonomia delle Università, che è principio costituzionalmente garantito nel nostro Paese, come del resto in tutti gli altri Paesi della comunità europea, non può tradursi in autoreferenzialità e deve fare i conti con il suo ruolo di istituzione pubblica, che deve rispondere del suo operato alla collettività che garantisce le condizioni positive perché questo ruolo possa essere svolto.
È importante in questo senso ricordare che il preambolo della dichiarazione finale della conferenza dei Ministri europei dell’Istruzione Superiore che si è tenuta a Berlino il 19 settembre scorso si apre con una solenne e formale dichiarazione nella quale si ribadisce, coerentemente con quella che è la tradizione dell’università europea, che “ l’istruzione superiore è un bene pubblico ed una responsabilità pubblica”. Nello stesso tempo viene ribadito in quella medesima sede l’obiettivo già individuato nelle riunioni dei Consigli Europei di Lisbona (2000) e Barcellona (2002) di fare dell’Europa “l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di una crescita economica sostenibile con maggiore e migliore occupazione ed una più forte coesione sociale”.
È proprio all’interno di questa dialettica che deve porsi ogni discorso che voglia essere corretto e sensato sull’autonomia dell’università nella società contemporanea: non può essere una “torre d’avorio”, ma deve comunque restare libera da quei condizionamenti esterni che la snaturerebbero, trasformandola in qualcosa di diverso da ciò che per quasi un millennio è stata e deve continuare ad essere.
È sempre più frequente sentire ripetere ai nostri giorni che l’università deve lasciarsi guidare nelle scelte strategiche più importanti dalle domande che ad essa provengono dai cosiddetti stakeholders cioè da coloro che sono “portatori di interessi” rispetto ad essa, vale a dire la società civile e il mondo produttivo. Dobbiamo tuttavia, su questo punto, porci con brutale franchezza il quesito: siamo sicuri che le domande che all’istituzione universitaria vengono da questi stakeholders sono quelle giuste? Viviamo in un momento storico di straordinaria crisi, ed uso il termine nel suo più profondo significato etimologico, nel senso del termine greco da cui quello italiano deriva con una trasformazione semantica che fa perdere quasi del tutto quell’aspetto del significato complessivo della parola greca e che allude alla incertezza ed alla difficoltà che deriva dall’accorgersi che si ha bisogno di andare alla ricerca di qualcosa di nuovo, perché la certezza su cui avevamo riposato e riposto la nostra fiduciosa tranquillità si è infranta. Una profonda esigenza di rinnovamento di categorie di pensiero, una radicale ricerca di senso, di un significato nuovo dell’agire, anche di quello quotidiano, si manifesta oggi in forme diverse, talora scomposte ma non per questo meno vere. Non poche vicende che hanno interessato la vita politica ed anche quella economica nel mondo d’oggi ed anche nel nostro Paese ci dicono che l’università, per quello che essa ha significato nella sua storia in Europa, non può oggi abdicare alla sua responsabilità primaria, che è quella di essere coscienza critica del presente, luogo di elaborazione di saperi ma anche di maturazione di valori che siano lievito di crescita morale e civile della società.
Guai se venisse meno la capacità critica e proattiva dell’Università rispetto al contesto sociale del nostro tempo, e si finisse con il passare dall’autoreferenzialità accademica alla subordinazione dell’istituzione universitaria rispetto a quel contesto! È quindi chiaro come si debbano avere molte cautele nell’avviare tentativi di trasformazione dell’istituzione universitaria secondo modelli aziendalistici che non appartengono alla nostra tradizione europea, dove gli Atenei non sono mai stati concepiti come imprese destinate a produrre un profitto economico per i loro azionisti, ma a svolgere una funzione alta di civilizzazione ed un ben preciso servizio per la collettività. Ciò non significa affatto rifiutare a priori, è appena il caso di accennarlo, una interpretazione della logica dell’autonomia che imponga serietà ed efficienza nella gestione, ponendo gli atenei in “concorrenza” tra di loro in una competizione al meglio che ottimizzi le performances di ciascuno di essi, ma al di fuori di una logica “di mercato”, che finirebbe per trasformarsi presto in una logica “mercantile”, a condizione tuttavia che vi siano regole chiare e condivise a presiedere a questa competizione, e che chi ha il dovere di far rispettare queste regole si assuma la responsabilità che gli compete.
Nessuna forma di esercizio dell’autonomia è corretta se non è accompagnata da una forte consapevolezza della relativa responsabilità: ed è giusto riconoscere con onestà intellettuale che non sempre il ceto accademico si è rivelato all’altezza del compito che è stato chiamato ad esercitare, perché pressato da istanze corporative che non fanno onore al nostro essere classe dirigente del Paese.
La stagione dell’autonomia delle università si è avviata nel nostro Paese oltre dieci anni orsono, ma il processo che porterà alla compiuta realizzazione di un sistema universitario nel quale gli Atenei siano davvero autonomi in senso reale e pieno non si è ancora concluso. Pure, molta strada è stata fatta da quell’ormai lontano 1989 in cui nacque il Ministero dell’università e della ricerca, con il compito proprio di governare il passaggio alla stagione dell’autonomia così come previsto dal dettato costituzionale. Ma sui risultati di questo percorso bisogna riflettere e avere il coraggio di correggere il tiro.
La legge 168/89 ha consentito agli Atenei di darsi ordinamenti autonomi, ma non si può onestamente dire che siano usciti Statuti in grado di garantire, nonostante la buona volontà e l’impegno dei singoli che hanno lavorato per far nascere quegli Statuti, una struttura di governance adeguata alle esigenze di gestione di organizzazioni della complessità che si riscontra nelle università di oggi.
E qui bisogna avere il coraggio di andare al cuore del problema.
È nella nostra tradizione di Università europee che l’investitura dei poteri di governo degli Atenei venga per elezione da parte di coloro che in essi vivono ed operano a diverso titolo, e ciò è coerente con quel concetto di università su cui ci siamo più sopra soffermati. Stravolgere questa logica significherebbe snaturare l’università. È giusto dunque che sia così, ma non si può pensare di poter garantire un governo adeguato se non superando logiche stancamente assemblearistiche nella composizione degli organi di governo, che non possono essere pletorici se vogliamo che ben chiare e precise siano le responsabilità delle scelte, che non possono essere eletti “per corpi” privilegiando l’appartenenza alle diverse categorie di cui si compone il mondo accademico, perché così facendo si finisce inevitabilmente nelle spire di logiche corporative, lo si voglia o no, e si perde in termini di capacità decisionale e visione strategica, perché non si riesce a guardare all’Ateneo come sistema invece che come somma di esigenze e visioni particolari.
Ma il punto fondamentale è che non vi può essere governo davvero democratico di un Ateneo senza che vi sia la possibilità di realizzare un meccanismo realmente basato su “pesi e contrappesi”, strumento primario di vera democrazia, unico antidoto contro la perniciosa tentazione di un consociativismo autoreferenziale.
In questo senso sarà necessario riprendere con serenità e pacatezza un ragionamento sulla struttura della governance degli Atenei, tenendo sempre ben fermo il principio cui or ora abbiamo accennato, ma analizzando anche con attenzione l’esempio che ci viene offerto da alcuni Paesi europei che già si sono incamminati sulla strada di una riforma di tale struttura in grado di rispondere alle esigenze or ora ricordate, come Regno Unito, Spagna e Svezia.
Il rettore deve restare eletto dal corpo accademico, seppur integrato da rappresentanze di studenti e personale, ma dovrà essere in qualche modo prevista la costituzione negli Statuti di un organismo cui affidare i compiti tipici di quello che nel modello della democrazia parlamentare moderna è il potere esecutivo, che deve poter agire in stretto coordinamento con il rettore, così come oggi fanno nel nostro Ateneo i numerosi suoi collaboratori con funzioni di prorettori e delegati.
Il Senato Accademico potrà così assumere il ruolo che gli compete più propriamente, di organo massimo di autogoverno dell’Ateneo, con poteri analoghi a quelli delle Camere nel regime parlamentare, che si riunisce per sessioni di lavori sui grandi temi oggetto delle scelte sulle quali sarà chiamato a dare le linee di fondo compiendo le scelte strategiche fondamentali dell’Ateneo.
Il Consiglio di Amministrazione presiede alle scelte di bilancio costituendo l’opportuno organismo di verifica e controllo della realizzabilità delle progettualità espresse dal Senato Accademico.
Sarà anche necessario costituire un organismo espresso da rappresentati della società civile, delle amministrazioni locali e dell’ente regionale, nonché delle forze produttive, così da dar vita ad un Comitato di Garanti che possa dare autorevoli pareri sulle linee di governo che l’Ateneo autonomamente saprà configurare attraverso l’azione dei suoi organismi di governo.
Solo così si potrà avere un “governo responsabile” dell’Università all’altezza dei compiti che la sfida dell’autonomia ad essa pone.
Lo sviluppo di poli decentrati di attività accademiche in sedi diverse da quelle della sede di origine dell’Ateneo imporrà poi una riconsiderazione della struttura monocentrica tradizionalmente data all’impostazione del governo delle università. È necessario prendere in considerazione modelli nuovi, secondo una logica di “università a rete”, che sancisca la pari dignità di ciascuno dei poli in cui è sensato si articoli sul territorio un Ateneo di grandi dimensioni, come il nostro, a condizione che quei poli sappiano essere degni del nome di università, e non si riducano a meri “sportelli didattici”, ma riescano a coniugare ricerca e formazione, creando una adeguata “massa critica” universitaria in ciascun polo, anche se con riferimento a tematiche disciplinari mirate e specifiche, collegate auspicabilmente con le vocazioni e le esigenze del territorio su cui il polo insiste.
Sarà peraltro necessario che i quattro Atenei veneti intensifichino la già positiva esperienza di coordinamento delle loro iniziative di decentramento, premessa questa perché siano anche intensificate le azioni volte alla costruzione di quel Sistema delle Università del Veneto che è nei voti di tutti. Un primo passaggio che si rivelerà particolarmente utile per avviare concretamente tale costruzione sarà costituito dalla realizzazione di accordi interateneo per consentire una piena mobilità degli studenti e, in prospettiva, anche dei docenti tra gli Atenei medesimi.
Ma non è pensabile un sistema universitario veneto che non si colleghi strettamente anche con le altre Università del NordEst, con la quali poter estendere e sviluppare proficui rapporti di scambio a livello didattico e più intensa collaborazione a livello scientifico.
Il processo di creazione dello spazio europeo dell’istruzione superiore che ha preso avvio con la dichiarazione della Sorbona del giugno 1998 e con la conferenza di Bologna dell’anno successivo è l’obiettivo principale cui tutti gli Atenei europei devono sentirsi impegnati, ed il nostro è in prima linea su questo fronte. Basti per questo considerare il nostro impegno ed i risultati raggiunti sul piano della promozione della mobilità studentesca, cui pure vorremmo poter dedicare maggiori risorse, sul piano del lavoro svolto sinora per favorire l’adozione di un sistema di titoli di più facile leggibilità e comparabilità attraverso il Diploma supplement, con riferimento al quale abbiamo elaborato un progetto-pilota che vorremmo ora condividere con le altre università venete. Su questo abbiamo bisogno di un consistente aiuto da parte della Regione, che ci auguriamo sia disponibile ad un coinvolgimento fattivo e generoso.
Ma il cosiddetto “Bologna process” per la costituzione dello spazio europeo dell’istruzione superiore ha avuto il suo momento di maggior impegno nella comune volontà espressa dai Ministri per la articolazione dei percorsi formativi di tutte le università europee in due cicli principali, di cui il primo di durata almeno triennale.
La dichiarazione di Berlino dello scorso settembre ribadisce l’impegno al raggiungimento di questo risultato entro il 2005, data per la quale è stato programmato il prossimo incontro dei Ministri a Bergen, in Norvegia.
Il nostro Paese ha già realizzato la trasformazione dell’architettura del sistema formativo superiore di livello universitario, introducendo ancora nella scorsa legislatura l’ampia ristrutturazione degli ordinamenti didattici ormai a tutti nota come la “riforma del tre + due”. È una riforma che ha fatto molto discutere, perché da molti considerata affrettata nella sua elaborazione concettuale. Tuttavia essa nasce soprattutto all’insegna della giusta esigenza di ripensare la struttura dei curricula accademici in termini tali da favorire sia il conseguimento del titolo sia la “spendibilità” di quei medesimi titoli sul mercato del lavoro intellettuale. Per questo motivo la riforma ha fi nito spesso nella sua applicazione concreta per essere sopraffatta da una autentica ossessione: quella di dare ai titoli del primo livello una valenza immediatamente “professionalizzante”. Da questo vizio d’origine sono nati equivoci ed errori di impostazione dei nuovi curricula nelle Facoltà, che hanno spesso avuto difficoltà ad evitare due errori, entrambi letali per la formazione dei giovani universitari. In taluni casi hanno compresso -per dir così- in un percorso triennale quella che era la struttura tradizionale della laurea quadriennale o addirittura quinquennale, rendendo così del tutto irrealistico il processo di necessaria metabolizzazione dei contenuti e soprattutto dei metodi relativi alle diverse discipline, e rischiando di allontanare di molto il raggiungimento dell’obiettivo dell’adeguamento della durata legale a quella reale dei corsi di studio. In altri e più frequenti casi, c’è stato nella costruzione dei curricula un sacrificio gravissimo proprio degli aspetti logico- metodologici, della formazione “culturale”, di base, che è quella che aveva sempre caratterizzato la tradizione dell’Università italiana e più in generale europea. È un errore pensare che quello che non è stato fatto nel triennio formativo di primo livello possa essere recuperato “dopo”, a livello di successivo percorso biennale o addirittura di dottorato di ricerca. Certo qualcosa potrà essere ripreso, e più approfonditamente e più fruttuosamente, a quei livelli successivi, ma certi insegnamenti non possono che essere posti come fondamento dell’edificio, al di là del loro contenuto propriamente informativo in ragione del valore formativo insostituibile che essi rivestono per un giovane studente, che deve “imparare ad imparare” prima di tutto e prima di ogni altra cosa! Sulla base di questi principi, che sono la stella polare cui ispirarsi nella ridefinizione dei percorsi formativi di tutte le Facoltà, ognuna ovviamente con le sue specifiche caratteristiche, dovrà essere ripensata tutta l’offerta formativa delle lauree triennali attivate, anche in relazione alle lauree biennali che sono ora partite. La posta in gioco è alta, perché ne va della specificità dell’università europea, della sua essenza che nasce dalle sue radici, che non può perdersi seguendo mode culturali sciocche e slogan insulsi costruiti sulla base di una contrapposizione fasulla tra saperi accademici ed abilità professionali.
Non conforta a questo proposito notare che poco aiuto ci viene dalle dichiarazioni che hanno concluso i vari incontri tra i Ministri europei per evitare il rischio della perdita della specificità dell’università europea, che è sempre stata una “officina del sapere” oltre che una “fabbrica delle professioni”. Anche la dichiarazione conclusiva della conferenza di Berlino si limita un po’ laconicamente a ribadire che entro il 2005 i Governi dovranno “elaborare un quadro generale di riferimento per tutti i titoli esistenti nell’ambito dello Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore” e che all’interno di tale quadro “gli esiti dei titoli di diverso ciclo dovrebbero essere chiaramente definiti e differenziati”. Forse un maggior impegno nella definizione di questo framework all’inizio del processo invece che alla fine del processo stesso, avrebbe potuto aiutare di più i Paesi nelle loro scelte in materia tanto delicata e rilevante.
Il “3+2” non avrà certo valenza taumaturgica rispetto ai problemi dell’università italiana, ma non va affatto demonizzato: si tratta piuttosto di cogliere in modo intelligente le opportunità di una pur necessaria rivisitazione della struttura dei curricula dei corsi di studio delle nostre Facoltà senza dimenticare la parola antica che dice: respice finem. Ed il fine è quello di formare giovani che sappiano sviluppare i loro talenti con autonoma capacità di autoformazione durante tutta la loro vita professionale. Il lavoro fatto nella fase di partenza delle lauree triennali e di quelle specialistiche nel nostro Ateneo è complessivamente soddisfacente, perché si è cercato di coniugare quasi sempre le esigenze formative di base con quelle di ammodernamento dei curricula in senso professionalizzante, senza eccedere in fantasie e “voli” che hanno talora portato in altre sedi a proposte tanto accattivanti quanto culturalmente improbabili. Ma ci sarà comunque un grosso e serio lavoro da avviare per rivisitare le scelte fatte alla luce delle prime esperienze che ora soltanto si stanno concludendo, da cui sarà necessario trarre le necessarie valutazioni anche critiche per gli opportuni aggiustamenti.
Va detto quindi che, se un intervento di correzione del testo normativo, il DM 509/99, quale quello cui si è dedicata il Ministro Moratti è tutt’altro che inutile, sarebbe stato più opportuno non affrettare l’intervento stesso, per attendere la conclusione dei primi cicli di corsi attivati ed avviare la necessaria valutazione. Il testo che è ora in fase di approvazione definitiva sarà tanto più benefico per il sistema universitario nazionale quanto più accentuerà gli elementi di flessibilità consentendo quindi di evitare i gravi rischi insiti nel modo in cui il provvedimento è stato originariamente concepito.
Ma ciò che lascia preoccupati allo stato degli atti è la mancata contestualizzazione del provvedimento di modifica del DM 509/99 voluto dal Ministro con l’annunciato provvedimento di revisione delle classi di laurea che il Ministro stesso ha dichiarato di avere intenzione di presentare. A seconda di come sarà realizzata tale revisione, cambieranno significato in modo anche radicale le più importanti delle innovazioni introdotte nel nuovo testo di modifica del DM 509/99 stesso, per cui sarebbe assolutamente necessario che i due provvedimenti fossero varati insieme per poter avere un quadro complessivo del panorama che ne deriverà e fare conseguentemente tutte le considerazioni relative.
Nella dichiarazione finale della conferenza di Berlino il tema che assume particolare rilevanza anche per le scelte che ciascuno dei nostri Atenei è chiamato a fare è, come or ora si accennava, il tema della quality assurance del servizio didattico, cioè a dire della responsabilità che ciascuno di essi ha in ordine alla qualità dell’istruzione e della formazione che i corsi impartiti nelle Facoltà sono tenuti a garantire. È il tema centrale della valutazione e dell’accreditamento – 9 – dei corsi di studio che diventa ormai ineludibile, e bisogna riconoscere che nel nostro Paese siamo ancora su questo tema ad una fase aurorale. E la procedura di valutazione non potrà che essere realizzata a livello nazionale. Sarà necessario tenere ben saldo il principio, da poco introdotto, che ci devono essere dei requisiti minimi per poter attivare i percorsi formativi, e che tali requisiti devono essere definiti meglio di come sono stati sinora proposti. Così come deve essere approfondita ed estesa la metodica e la pratica della valutazione dei risultati conseguiti dagli studenti nei diversi corsi di studio, facendo partecipare a questa valutazione, nelle forme e nei modi dovuti, sia gli studenti che i soggetti esterni interessati alla qualità della formazione che gli Atenei erogano. Sarebbe utile ed interessante che gli Atenei veneti insieme con la Regione avviassero una sperimentazione in questo senso, in modo del resto del tutto coerente con le linee che a livello nazionale si stanno definendo, anche in vista del conseguimento dell’obiettivo fissato a Berlino di giungere ad un accreditamento dei corsi di studio universitari generalizzato entro il 2005.
Altro grande tema in materia di formazione e di didattica che rientra tra i propositi definiti dai Ministri europei è quello del potenziamento delle attività dedicate alla formazione permanente e ricorrente (lifelong learning) ed all’educazione a distanza tramite strumentazione telematica, nelle sue varie forme. Gli sforzi e l’impegno del nostro Ateneo su questo piano non sono sinora mancati, e non mancheranno, ma ciò che manca sono le risorse finanziarie per avviare iniziative che, se a regime saranno certamente in grado di autosostenersi e probabilmente di portare reddito alle Università, richiedono investimenti iniziali su diversi fronti, sia tecnologicamente che organizzativamente, tali da rendere assai difficile agli Atenei statali farvi fronte senza un programma mirato di finanziamenti aggiuntivi, che tuttavia non sembrano profilarsi all’orizzonte, dal bilancio dello Stato. La situazione si farà a breve tanto più critica per il varo del provvedimento ministeriale dell’aprile scorso in materia di attivazione e riconoscimento delle cosiddette “università telematiche”. Il rischio è che, invece di un sistema misto di soggetti pubblici e privati operanti sullo scenario nazionale, vi sia possibilità di partenza solamente per iniziative che dispongano di capitale privato. Anche su questo versante, non sarebbe irragionevole che gli Atenei del Veneto lavorassero insieme per proporre alla Regione un progetto da sostenere con fondi destinati ad attività formative sul bilancio regionale. Sarebbe un buon servizio alla collettività veneta, anche nella prospettiva di sinergie con il mondo dell’impresa che ha ed avrà sempre più bisogno di strumenti di formazione ai diversi livelli.
Con la Regione del Veneto abbiamo avviato un ragionamento in tema di job placement, altro ambito di interesse ed impegno specifico del nostro Ateneo, anche nella previsione di una sperimentazione di attività previste dalla recente approvazione della “legge Biagi” sulla riforma del mercato del lavoro.
Nella dichiarazione di Berlino si registra una importante innovazione rispetto ai documenti precedenti, e cioè il riconoscimento esplicito del terzo livello di formazione nel dottorato di ricerca, con il riconoscimento che sono necessarie politiche, anche finanziarie, nazionali ed europee di supporto a questo terzo livello che viene visto come anello di congiunzione essenziale per la costruzione dello spazio europeo della ricerca. Ma è importante considerare anche la raccomandazione, collegata con questo riconoscimento, dell’esigenza che i corsi di dottorato siano costruiti dando ad essi un respiro culturale e scientifico ampio e non parcellizzando i corsi in frammentazioni disciplinari eccessive, così che siano effettivamente in grado di svolgere appieno la loro funzione formativa. Il nostro Ateneo è fortemente impegnato a ripensare la struttura dei corsi di dottorato in questo senso, per dar vita a vere e proprie “Scuole di dottorato”, e non ha ridotto la voce di bilancio, assi onerosa, per sostenere i dottorati neppure a fronte delle difficoltà presenti.
Per cercare di fornire la possibilità di una formazione particolarmente curata ed approfondita a giovani più motivati ed intellettualmente dotati, l’Ateneo patavino ha deciso di impegnarsi per l’avvio di una scuola superiore nella quale studenti che abbiano superato un esame di ammissione e che si impegnino a mantenere una media di voti elevata abbiano la possibilità di ricevere in cambio una integrazione di servizi didattici rispetto a quelli messi a disposizione dall’Ateneo, vivendo insieme in un “collegio di eccellenza” all’interno del quale sviluppare un percorso accademico di elevata qualificazione. Abbiamo già definito un progetto di massima, cui seguirà ora un piano di fattibilità, per giungere nei tempi più brevi possibile, con la collaborazione della Scuola Normale pisana con la quale abbiamo già preso i primi accordi, all’avvio della iniziativa. Desidero qui pubblicamente esprimere il più vivo ringraziamento all’amico e collega Salvatore Settis, direttore della Scuola pisana, per la generosa collaborazione che si è offerto di darci, insieme ai Presidi delle due classi della Normale, affinchè noi si possa fare tesoro della loro prestigiosa esperienza. Sarà assai prezioso il rapporto di fruttuosa collaborazione con l’ESU di Padova, la cui partecipazione all’intrapresa sarà indispensabile, ma mi rivolgo a tutte le istituzioni cittadine ed alle forze imprenditoriali perché non facciano mancare il necessario sostegno finanziario all’iniziativa, che decollerà con il loro fattivo aiuto anche senza i finanziamenti ministeriali che potranno giungere auspicabilmente con il Piano Triennale di sviluppo del sistema universitario 2006-2009, insieme con il formale riconoscimento della Scuola da parte del Ministero.
Ritengo superfluo sottolineare l’importanza per la città di Padova di accogliere al suo interno una simile realtà, nella prospettiva di offrire un servizio di straordinaria importanza alla Regione in primo luogo ed all’intera collettività nazionale.
Spiace ricordarlo ancora una volta, ma tutta la riforma degli ordinamenti didattici varata nella passata legislatura non ha previsto un euro di finanziamento in più per gli Atenei, né all’atto della sua formalizzazione legislativa quattr’anni orsono né poi. È pensabile che una simile rivoluzione che ha comportato un aumento assai significativo delle ore di impegno didattico per ciascun docente possa essere seriamente realizzata “a costo zero”? Per di più, siamo al secondo anno di blocco delle assunzioni di nuovi docenti e di riconoscimento delle progressioni di carriera di quelli in servizio: blocco indiscriminatamente imposto a tutti gli Atenei, anche a quelli che, come Padova, hanno sempre mantenuto un controllo rigoroso delle dinamiche della spesa per personale rispettando scrupolosamente la normativa in materia. Il blocco non ha però fermato il meccanismo dei bandi per nuovi concorsi, e così si sono accumulate mancate assunzioni o mancate promozioni a quelle che già erano in attesa di essere gradualmente realizzate. Si è provveduto con l’attivazione di meccanismi di deroga su autorizzazioni ministeriali, la cui gestione è stata, alla fine del 2003, particolarmente laboriosa nelle Facoltà, e non meno complessa si sta prospettando l’applicazione di analogo meccanismo per l’anno in corso. La previsione poi che con questi meccanismi di assunzione in deroga si possano aumentare di fatto in qualche misura le dotazioni finanziarie degli Atenei, non pare molto gratificante, perché avverrà in modo del tutto irrazionale, senza alcuna possibilità di premiare Atenei che hanno praticato comportamenti attenti ed oculati nella gestione della spesa di personale né quelli che sono stati sinora penalizzati dal non meno irrazionale meccanismo con il quale sono distribuiti i fondi di finanziamento ordinario per ciascun Ateneo.
La principale ricchezza di un ateneo è data dalla qualità dei suoi docenti. È chiaro quindi che una legge che modifichi le norme di stato giuridico e i meccanismi per il reclutamento dei professori diventa oggetto di una attenzione particolarissima, ed è destinata ad avere oggettivamente importanti conseguenze per il sistema universitario.
Quella presentata come disegno di legge-delega dal Ministro ha già suscitato molte reazioni.
Non è certo qui il luogo per una disamina analitica di quel testo, ma vi sono in esso alcuni passaggi che richiedono qualche commento.
Innanzi tutto conviene tenere ben separato il discorso sulle procedure di reclutamento dalla sistemazione dell’assetto complessivo della docenza. Se da un lato è ragionevole introdurre un periodo di formazione in cui il giovane che entra in Università non sia immediatamente immesso nei ruoli della docenza universitaria, no n c’è motivo per dover articolare a tutti i costi le fasce di docenza su due livelli invece che sui tre attuali. Oggi la terza fascia di docenti, piaccia o no, esiste già nei fatti, perché non si può fingere che non vi siano circa 20.000 ricercatori, molti dei quali con attività di insegnamento da parecchi anni nelle Facoltà italiane, che svolgono un lavoro didattico spesso ottimo e comunque allo stato non facilmente sostituibile. Perché ostinarsi a non riconoscere anche normativamente questo stato dei fatti? Una terza fascia docente può benissimo convivere con un canale di formazione dei giovani che li metta alla prova per un periodo che però non può essere eccessivamente prolungato.
Sarebbe profondamente sbagliato fare riforme estrapolando da contesti socio-economici diversissimi dal nostro regole che, se importate senza che vi siano le condizioni al contorno che le rendono sensate, possono provocare danni gravissimi, come appunto la fuga dei migliori tra i giovani dall’università. In Italia esiste ancora un mercato del lavoro intellettuale assai rigido: agire seriamente per renderlo più flessibile richiederebbe provvedimenti efficaci che rendano forte e praticata l’osmosi tra mondo della produzione e mondo della ricerca, cosa che oggi proprio non succede.
Un secondo tema delicatissimo è quello delle procedure concorsuali. L’attuale ha dato cattiva prova di sé, ed è sensato tornare a procedure concorsuali a livello non più locale ma nazionale che non premiino smaccatamente una sorta di perverso jus loci. Ma il vero problema è quello di assicurare con adeguate robuste incentivazioni la mobilità dei docenti tra gli atenei, perché altrimenti si favorisce in modo pericolosissimo il localismo e la provincializzazione delle Università.
Il terzo punto critico del provvedimento è la abolizione della distinzione tra tempo pieno e tempo definito dei docenti: sarebbe un gravissimo errore abolirla disinvoltamente come viene proposto nel testo ministeriale, perché rischia di essere messo in discussione il significato di fondo del tempo pieno universitario, che deve essere inteso come essenziale prerequisito perché la ricerca sia e resti, nel suo intreccio con la didattica, la connotazione fondante della attività del docente universitario, del suo “mestiere”. Non basta, d’accordo, il tempo pieno per fare un docente universitario, ci vuol ben altro che un mero dato quantitativo. Ma bisogna pensarci bene prima di operare una deregulation in materia di doveri dei docenti quale quella che qui sic et simpliciter viene proposta! Sarà invece necessario pensare a forme non meramente burocratiche di valutazione e verifica dell’adempimento di quei doveri, per non mortificare i tanti che all’attività di docenti universitari in senso vero e pieno dedicano il meglio di sé e la loro stessa esistenza.
Ci auguriamo che il tavolo di confronto e discussione avviatosi in questi giorni tra CRUI, CUN e MIUR possa portare a convergenze su proposte più equilibrate, perché le conseguenze di una legge sbagliata su questo argomento, ispirata più a pregiudizi ideologici che al buon senso, può avere gravissime e nefaste conseguenze per il nostro sistema universitario. E non dimentichiamoci che la mancata contestualizzazione di questo provvedimento con la soluzione della problematica dolorosamente aperta delle modalità di finanziamento degli Atenei e della valutazione delle attività accademiche rischia di rendere inattuabile qualunque intervento su una materia così delicata. Il punto focale del discorso, troppo spesso dimenticato, è che abbiamo un rapporto docenti –studenti molto più sfavorevole rispetto agli altri Paesi europei, e che se non si aumenterà il numero di docenti il tempo che ciascuno di loro potrà dedicare alla ricerca senza essere totalmente assorbito dall’attività didattica sarà del tutto insufficiente: e la conseguenza sarà la definitiva “licealizzazione” delle nostre Università, con la ricerca “deportata” in non si sa bene quali altri luoghi. Questo snaturamento della propria essenza le Università davvero non lo possono accettare! Il tema del finanziamento delle Università italiane e quindi anche del nostro Ateneo è diventato ormai così cruciale da far parlare i media, ma non solo, di una autentica emergenza nazionale, che non può essere sottovalutata per gli effetti che un collasso del nostro sistema universitario avrebbe per il Paese. E ci siamo drammaticamente vicini, poiché è ben noto che rispetto agli altri Paesi nostri partners europei ma anche nostri competitori l’università italiana è pesantemente sottofinanziata: lo 0.8 % del PIL rispetto all’1.2%. Per pareggiare il conto, sarebbe necessario aggiungere al fondo di finanziamento del Ministero una somma pari a 5 miliardi di euro. Le dimissioni che lo scorso anno abbiamo inteso presentare nelle mani del Ministro dalle nostre funzioni di rettori sono un segno eloquente della nostra disperazione.
Quest’anno la situazione ha visto emergere una maggiore sensibilità in alcune delle forze politiche al governo e c’è stato un parziale, parzialissimo recupero sull’FFO che ci consentirà di far fronte agli aumenti automatici del costo del personale docente per l’anno in corso, ma siamo di fronte ad una situazione disastrosa per gli oneri accumulatisi per effetto dello stesso meccanismo, oltre che per i costi aggiuntivi per il CCNL del personale TA, negli ultimi tre anni.
Siamo riusciti ad ottenere, finalmente, l’attivazione del tavolo tecnico sul problema dei finanziamenti con il Ministero dell’Economia, presso la vicepresidenza del Consiglio dei Ministri, e ci auguriamo che si riesca a dare una impostazione ragionevole e soddisfacente alla problematica sul tappeto.
Le problematiche relative al personale TA saranno esaminate nell’intervento del DA, per cui mi limito ad auspicare che si superi la fase attuale di blocco dei concorsi e delle assunzioni a tempo indeterminato e di stallo nella trattativa per i CCNL scaduto. Siamo consapevoli dell’importanza di poter disporre di un’amministrazione efficiente, ed anche di tecnici competenti per le attività di ricerca. Non verrà quindi meno la volontà dell’Ateneo di valorizzare in ogni modo possibile la professionalità dei collaboratori TA, purché i criteri di riferimento siano sempre più orientati a premiare il merito e l’impegno.
Siamo pronti ad aprire un discorso serio e immediato con il Ministero sul tema della valutazione degli Atenei, delle attività accademiche di didattica e di ricerca che in essi si svolgono, contestualmente al confronto sui temi del finanziamento. Quello che non accettiamo sono i giudizi sommari sul nostro sistema universitario come quelli attribuiti dai media (e non smentiti dall’interessato) al Ministro dell’Economia, che tenendo a battesimo a Genova la sua nuova creatura, l’IIT, ha dichiarato che il nuovo istituto è necessario perché le università italiane non funzionano bene: giudizi sommari di questo genere che fanno di ogni erba un fascio, che gettano indiscriminatamente discredito presso l’opinione pubblica sul sistema universitario italiano noi non le accettiamo, signor Ministro Tremonti, perché neppure un Ministro della Repubblica ha il diritto di screditare un’istituzione che avrà certo bisogno di riforme e di trasformazioni del suo assetto ma che ha formato e forma milioni di giovani italiani, che diventano ottimi professionisti e che ci sono invidiati da molte delle nazioni più avanzate, pur soffrendo non solo per carenza strutturale di risorse finanziarie dell’entità or ora ricordata, ma altresì per una evidente mancanza di ragionevolezza e di equità nella distribuzione delle risorse tra gli Atenei.
Non è il caso di entrare qui in dettagli tecnici, ma ciò che è ben noto agli addetti ai lavori è che perdurano nel sistema disequilibri e disparità di trattamento tra gli Atenei, e che sarebbe davvero il caso di eliminare, senza voler buttare addosso la croce delle responsabilità di questa situazione né a questo né a quel soggetto oggi coinvolto nella vicenda, che si è originata nei decenni passati e che nessuno, né all’interno del sistema universitario né in Parlamento o nel Governo, ha negli anni voluto prendersi la briga di affrontare. Vi sono per di più disomogeneità di comportamento tra Atenei per quanto attiene al rispetto di vincoli normativamente posti alla spesa per personale all’interno di ciascuno di essi, che non sono mai state sanzionate, per amor di quieto vivere. Accade così che il nostro Ateneo sia di fatto penalizzato di circa 16 milioni di euro all’anno sui suoi finanziamenti, quelli che cioè gli spetterebbero secondo un modello di ripartizione dei fondi previsto dalla normativa vigente, a fronte di Atenei che sono vistosamente sovrafinanziati. E questa situazione dura da dieci anni, con un “credito”, per dir così, da parte degli Atenei sottofinanziati che è ormai venuto raggiungendo proporzioni imponenti. Ci vogliono 250 milioni di euro da aggiungere al finanziamento complessivo del sistema, che potrebbero essere ripartiti su due o tre annualità di bilancio dello Stato, per ristabilire un minimo di equità, e ci vorrebbe anche un minimo di volontà e capacità politica per far almeno parzialmente “rientrare” chi si è ormai abituato a spendere più di quanto il modello di ripartizione delle risorse gli attribuirebbe, se correttamente applicato.
Nonostante la difficile situazione presente, sono orgoglioso di poter dire che il nostro Ateneo è complessivamente riuscito a ridurne almeno in parte gli effetti negativi, ed attraverso una politica equilibrata di gestione delle risorse per la docenza è stato in grado di consentire un numero già significativo di promozioni interne, ma soprattutto di investire risorse nell’assunzione di nuovi ricercatori: ben 120 sono stati i concorsi a posti di ricercatore, per immettere nuove forze destinate alla docenza ed alla ricerca, e ciò non solo per oggettive esigenze presenti che si è voluto soddisfare, ma anche per garantire il ringiovanimento del corpo accademico anche in vista dell’esodo atteso per i prossimi anni per pensionamenti di docenti in servizio. Per questa “operazione giovani” l’Ateneo ha nello scorso anno destinato oltre il 60% delle risorse disponibili sul proprio bilancio per la docenza.
Non è certo questa la sede per un’analisi puntuale del bilancio preventivo per l’anno in corso, che è stato approvato con voto unanime dal Consiglio di Amministrazione dell’Ateneo nel dicembre scorso. Pur nelle gravi difficoltà presenti, l’Ateneo mostra una notevole capacità di reazione reimpostando la propria politica con una visione positiva e ciò testimonia una vitalità assai affidabile: consolida al 60% circa del suo bilancio complessivo la destinazione di risorse per spese di personale, restando al di sotto del limite del 90% rispetto all’FFO, conferma più del 10% alla ricerca e circa il 15% per spese direttamente finalizzate all’attività didattica, realizza maggiore efficienza operativa riducendo al 7% le uscite per il funzionamento e per le spese correnti, e riporta intorno all’8% le uscite per l’edilizia, prevalentemente didattica. Sono questi valori che potranno subire aggiustamenti con l’assestamento previsto per l’inizio estate sulla base dell’avanzo di amministrazione 2003 e dei risultati dell’applicazione dei dispositivi normativi previsti dalla Legge finanziaria 2004, ma che fin da ora mostrano la solidità della manovra che l’ Ateneo sta cercando di impostare tra vincoli di bilancio ed opportunità di razionalizzazione e sviluppo. Di rilievo è anche il fatto che Padova, pur attestandosi su uno standard in termini di contribuzioni studentesche che stanno intorno al 20% del contributo statale come previsto dalla vigente legislazione quale livello massimo praticabile, conferma trends di iscrizione stabili ed addirittura più significativamente elevati rispetto alla media nazionale.
Una università senza ricerca non sarebbe un’università, se diamo a questa parola il significato che essa ha avuto nella storia europea. E l’Europa è seriamente impegnata a porre in atto le condizioni per una ripresa del ruolo europeo nella sfida internazionale in termini di competitività attraverso la creazione dello “spazio comune della ricerca”, ma la distanza con gli USA in termini di disponibilità finanziarie soprattutto di provenienza dal settore produttivo è quasi incolmabile.
Il prof. Shea ci parlerà tra poco di Europa e ricerca scientifica. Ma non è possibile tacere da parte del rettore dell’Ateneo patavino il disagio profondo della comunità scientifica che in esso quotidianamente opera per le condizioni di inaccettabile difficoltà nelle quali essa è chiamata a svolgere le sue attività istituzionali, a causa del cronico sottofinanziamento della ricerca che rende davvero impossibile competere con successo sulla scena internazionale. Se la ricerca italiana non è ancora scomparsa da questa scena, ed è un vero miracolo che ciò non sia ancora accaduto, lo dobbiamo all’abnegazione ed alla passione con la quale la grande maggioranza dei nostri docenti si accinge ogni giorno a superare le mille difficoltà che indurrebbero a gettare la spugna chiunque non avesse la straordinaria forza di volontà che anima coloro che nell’università italiana hanno scelto di restare nonostante tutto, raggiungendo anche in molti settori risultati di assoluta eccellenza.
Sconcerta in questo quadro la scelta del Governo di investire ingenti risorse nella creazione del già ricordato Istituto italiano di tecnologia, che nasce con preoccupante improvvisazione senza alcun coinvolgimento della comunità universitaria del Paese ed anzi, almeno così pare, addirittura in alternativa rispetto ad essa ed allo stesso sistema nazionale della ricerca. Se queste impressioni fossero confermate dai fatti, sarebbe stato commesso un altro gravissimo errore, le conseguenze del quale ricadrebbero sulla intera collettività.
Se si volesse poi testimoniare con un solo dato di bilancio quale sia l’impegno che il nostro Ateneo dedica alla ricerca ed alla formazione alla ricerca, basterebbe ricordare che, a dispetto dei tempi difficili, la quota di finanziamento a questa voce dedicata è ancora in crescita rispetto agli anni precedenti, raggiungendo la somma cospicua di circa 21 milioni di euro, anche grazie agli eccellenti risultati nell’attività di acquisizione di finanziamenti conseguiti sia dall’Ateneo come struttura che da gruppi di ricercatori o anche da singoli sia sul piano nazionale che su quello europeo.
Sarà tuttavia necessario potenziare sensibilmente le capacità di fund-raising così come dei servizi di supporto alla autonoma azione dei docenti in tal senso, anche se va da sé che non basta certo questo lavoro di supporto a spiegare le ragioni del successo che oggi la ricerca padovana si vede riconosciuto: il vero elemento propulsore è dato dalla altissima qualità scientifica e dalla straordinaria capacità di impegno dei docenti padovani, che è universalmente nota e giunge in taluni casi a punte di autentica eccellenza ed al primato a livello internazionale.
Auspichiamo con forza e convinzione che sia finalmente introdotta una cultura ed una pratica della valutazione della ricerca scientifica nel nostro Paese. La CRUI ha già avviato un primo esperimento su questo piano, e Padova ha ottenuto lusinghieri riconoscimenti del lavoro scientifico che viene svolto nelle diverse aree disciplinari. Ma la valutazione, sia dei progetti di ricerca che dei risultati attesi di essi, deve essere effettuata da un’authority indipendente rispetto sia alle Università che al Ministero, a garanzia ovvia ed elementare della imparzialità che tale valutazione deve assicurare ai suoi risultati. Si ha invece notizia di un imminente decreto ministeriale che affida in toto tale valutazione non ad un soggetto “terzo”, ma ad un comitato di nomina diretta del Ministro. Anche la valutazione del sistema universitario nel suo complesso non può che essere affidata ad un’authority indipendente da tutti gli attori del sistema, Ministero compreso, per poter essere davvero “terza” nelle sue conclusioni, che potranno essere tanto più accettate anc he se severe quanto più verrà ad esse riconosciuta l’autorevolezza derivante dall’imparzialità e dall’autonomia del giudizio.
Il nostro Ateneo ha oggi la fortuna di avere un proprio Nucleo di autovalutazione interna composto da colleghi di grande autorevolezza e prestigio, che lavorano con competenza e impegno sotto la presidenza di Pieter De Meijer, già rettore ad Amsterdam, uno dei più stimati esperti di valutazione in ambito universitario a livello europeo. A tutti loro va il nostro più vivo ringraziamento. È in corso di elaborazione, su proposta del Nucleo, un progetto di valutazione dei Dipartimenti del nostro Ateneo in vista di un loro accreditamento, progetto per il quale chiediamo la collaborazione di tutti i colleghi.
Siamo inoltre impegnati a migliorare la qualità del meccanismo di allocazione delle risorse destinate alla ricerca dall’Ateneo, cercando di coniugare sempre più strettamente la ricerca insieme con la formazione alla ricerca ed attraverso la ricerca, per andare sempre più decisamente nella direzione della costruzione di “progetti integrati” ed ottimizzare così i risultati dei notevoli sforzi cui su questo piano siamo impegnati. La Commissione scientifica di Ateneo sta lavorando in questa direzione, ed è in corso una revisione delle procedure che porterà ad un nuovo sistema di allocazione di risorse nelle 17 aree disciplinari in cui si articola il panorama della ricerca nel nostro Ateneo invece che per macroaree come ora, e sono certo che i risultati di questa revisione saranno notevolmente migliorativi rispetto al sistema attuale.
Vogliamo e dobbiamo ripeterlo ancora una volta: la ricerca scientifica e la elaborazione culturale sono valori in sé, che è dovere di ogni società civile promuovere anche indipendentemente dal loro essere fattori oggi peraltro sempre più essenziali di crescita economica e benessere sociale.
La distinzione tra ricerca di base e ricerca applicata è una distinzione concettualmente impropria, perché la ricerca è una sola, e si distingue solo in buona ricerca e ricerca meno buona, quanto a metodo e risultati. Vi è indubbiamente una ricerca i cui risultati risultano più rapidamente traducibili in termini di produzione industriale, ma quest’ultima non può essere ottenuta senza il collegamento strettissimo e costante con quella cosiddetta di base. Pensare il contrario è come voler far crescere un baobab in un vaso da fiori.
Siamo quindi sostenitori convinti di tutte le azioni che meglio colleghino il mondo della ricerca con quello dell’industria, anche se i linguaggi dei due mondi fanno fatica ancora a comprendersi, come dimostrano le difficoltà dei Parchi scientifici e tecnologici nel nostro Paese ed anche qui da noi. Siamo impegnati nel rilancio del Parco “Galileo”, ma chiediamo a tutti gli altri partners di assicurare analogo impegno, riconoscendo senza incertezze e con atti concreti la pari dignità dei due soggetti che sono le colonne portanti dell’architrave, vale a dire il mondo della ricerca e quello della impresa: condizione quest’ultima indispensabile per giungere a positivi risultati di comune interesse e di reciproco vantaggio. Assai importante è l’avvio su questo piano di due iniziative che costituiscono due importanti eventi per la comunità scientifica padovana e non solo, così come per la società civile della nostra Regione nel suo complesso. La prima è la costituzione della società “Veneto nanotech” con la quale inizia concretamente la sua attività il distretto tecnologico veneto per le nanotecnologie. La fattiva collaborazione della Presidenza della Regione è stata essenziale per la costituzione del distretto.
La seconda è la nascita della Società per la gestione del risparmio “Galileo”, che dovrebbe mettere finalmente a disposizione anche da noi significative quote di venture capital per finanziare attività di ricerca. Sono entrambi esempi nei quali si sta fattivamente realizzando una positiva attività di collaborazione tra università del Veneto e mondo imprenditoriale, che ci auguriamo diano buoni frutti.
Ma l’intrapresa più nuova cui il nostro Ateneo si è accinto quest’anno è stata l’approvazione della bozza di statuto per la costituzione di una Fondazione universitaria, secondo quanto previsto da una recente normativa. Il Politecnico di Milano è stato il primo, e sinora l’unico, Ateneo di significativa importanza a dar vita a questo difficile esperimento di collegamento strutturale tra Ateneo e territorio: abbiamo deciso ora di mettere alla prova questo innovativo modello anche nella nostra realtà veneta, così strutturalmente diversa da quella lombarda milanese, ma ricca di straordinarie potenzialità.
Si è così conclusa la prima fase del nostro progetto, e si apre la seconda, che consisterà nella identificazione dei soggetti che insieme con l’Ateneo decideranno di dar vita a questo strumento di coordinamento e di raccordo di tutte le iniziative che vedranno coinvolte espressioni della società civile nell’azione di sostegno anche finanziario delle attività di supporto alla didattica ed alla ricerca dell’Università.
Ora la “turris eburnea” è finalmente e definitivamente crollata. Rivolgo dunque un appello a tutti i potenziali partecipanti a questa intrapresa, al Comune ed alla Provincia di Padova, alla Regione del Veneto, alle Fondazioni bancarie ed in particolare alla Fondazione della Cassa di risparmio della nostra città, alle forze produttive ed a loro dico: mettiamoci insieme attorno allo stesso tavolo, elaboriamo insieme progetti anche ambiziosi ma che diventano realizzabili se affrontati insieme. Ed il primo progetto sul quale chiamare a raccolta chi ha davvero a cuore il futuro della nostra realtà patavina e veneta è proprio quello della costituzione di una scuola superiore che dia una possibilità di crescere culturalmente e professionalmente ai migliori talenti che ci sono tra i giovani della nostra Regione.
La Fondazione universitaria si aprirà anche a quelle realtà pilota che già si sono strutturate attorno al nostro Ateneo per raccogliere energie e finanziamenti a favore delle attività di ricerca in ambito medico e di assistenza di avanguardia, benemerite e giustamente note anche fuori dai confini nazionali.
Le Facoltà di Medicina stanno attraversando una fase di trasformazione che non è eccessivo definire epocale. La nascita della nuova azienda integrata pone non poche questioni che derivano dall’oggettiva diversità delle specifiche “missioni” della Facoltà di medicina da un lato, e della componente ospedaliera della nuova azienda dall’altro. La prima ha come suo specifico compito la didattica e la ricerca, la seconda l’assistenza. È dunque necessario che le tre funzioni si fondano armonicamente senza che sia tradita la vocazione universitaria della Facoltà medica.
Le esigenze organizzative degli aspetti assistenziali non devono prevalere, e deve restare centrale sia la ricerca che la didattica, perché ciò che crea il “valore aggiunto” nella nuova azienda è proprio la presenza di competenze che garantiscono la possibilità che l’assistenza che qui viene erogata non sia quella routinaria propria di ogni ospedale, ma quella d’elezione propria dei centri più avanzati di diagnosi e cura. E importantissima per ottenere questo risultato è l’unitarietà del triennio clinico con quello preclinico in cui si conduce la ricerca di base necessaria ormai per una clinica d’avanguardia.
Di qui due conseguenze discendono: la prima il riconoscimento che ci vogliono finanziamenti adeguati a questa specificità dal punto di vista assistenziale, resa possibile appunto dalla presenza della Facoltà medica nella nuova azienda, da parte del sistema sanitario nazionale.
La seconda è la esigenza di avere a disposizione strumenti di governance della nuova azienda integrata adeguati al raggiungimento degli scopi che si prefigge. Ma c’è un altro punto che richiede di essere chiarito, ed è quello riguardante le modalità di compartecipazione dell’Ateneo ai risultati di gestione della nuova azienda.
Se non verranno ben costruite, queste nuove “case della sanità d’avanguardia” avranno due gravissime conseguenze: la prima è il rischio di una fuoriuscita della Facoltà medica dal contesto universitario, per farsi “ospedale di insegnamento” nel migliore dei casi, o “ospedale” tout court.
La seconda, peraltro derivante da questa prima, è il rischio che la ricerca clinica avanzata abbia fine nel nostro Paese, perché vengono a mancare i luoghi non solo fisici nei quali poter portare avanti la crescita delle conoscenze in ambito medico.
Una funzione importante per la sopravvivenza della ricerca clinica avanzata in Italia è svolta dagli IRCCS: è incredibile che nella Regione del Veneto non ne sia sinora attivato nessuno, anche se uno è in corso di attivazione a Padova ma con valenza regionale nel settore oncologico. Eppure esistono numerosi altri ambiti di ricerca ed assistenza in cui le due Facoltà mediche del Veneto possono esibire credenziali di eccellenza.
A Padova è oggi in fase di elaborazione un importante progetto per rendere il complesso ospedaliero degno del livello delle attività di diagnosi e cura, oltre che di quelle didatticoscientifiche, che vi si svolgono. La volontà di collaborare alla buona riuscita di questa complessa operazione è stata ormai ribadita con voto unanime dalla Facoltà medica, ma occorre ora che la Presidenza della Regione si faccia autorevole garante della disponibilità dei finanziamenti necessari, negli anni, alla realizzazione del progetto che l’Azienda ospedaliera patavina ha proposto all’Università.
Il nostro Ateneo e la città di Padova sono legati da un forte e secolare legame di coappartenenza. Non sempre lo sviluppo degli insediamenti universitari in città ha seguito, soprattutto nell’arco del secolo appena concluso, un disegno razionale. Un primo tentativo di impostare una politica urbanistica concordata tra Ateneo e Comune di Padova risale ormai a circa 15 anni orsono, essendo Rettore M. Bonsembiante e Sindaco P. Giaretta. Ora è tempo di riprendere quel tentativo. L’Ateneo sta infatti ripensando le linee del suo rapporto con la città dal punto di vista urbanistico secondo una prospettiva di crescita armonica delle disponibilità logistiche per le diverse aree disciplinari e di integrazione con il tessuto urbano. Siamo impegnati a far sviluppare gli insediamenti universitari superando la logica della “macchia di leopardo” e concentrandoli invece in quattro grandi poli, una sorta di “quadrifoglio”, distribuiti all’interno della città, oltre al polo di Agripolis a Legnaro. Un primo polo è costituito dagli edifici del centro storico (via S.Francesco, via del Santo, via Cesarotti e via C.Battisti) per il polo delle scienze giuridiche,economiche,politico-sociali; un secondo, concentrato sulla direttrice via Beato Pellegrino, piazza Capitaniato, via Vescovado per il polo umanistico; il terzo è il complesso ospedale-policlinico per l’area medica; ed il quarto è l’asse del Piovego (via Triestevia Loredan - a via Venezia) per il polo scientifico.
È un piano edilizio importante ed ambizioso quello che abbiamo avviato, continuando e potenziando un impegno dedicato soprattutto a soddisfare le esigenze primarie della didattica, ma non solo quelle. La pesante decurtazione subìta dai finanziamenti ministeriali per l’edilizia, solo parzialmente compensata per l’anno in corso, ci rende però assai problematico proseguire sulla strada intrapresa. Abbiamo perciò dovuto pensare ad un accordo con l’INAIL quale investitore istituzionale in ambito edilizio per poter disporre del complesso dell’ex ospedale Geriatrico, ora dismesso, e contiamo di siglare a breve tale accordo. Ma sarà indispensabile, per giungere a buon fine, una stretta collaborazione da parte della ULSS n° 16 e del Comune di Padova, che ci auguriamo non verrà a mancare, dato anche il significato che una simile operazione urbanistica riveste per l’intera comunità cittadina.
Ricordo inoltre che sta per essere bandito un concorso internazionale di progettazione per il miglioramento delle condizioni del nostro antico Orto Botanico e per il suo ampliamento nell’area adiacente dell ‘ex Tre Pini.
Lo sforzo in corso è rilevante, e si cercherà di aumentare l’efficacia dell’azione avviata grazie ad un miglioramento organizzativo dei servizi. Ma l’impegno e la fatica profusi rischiano di non dare i risultati sperati se non vi sarà la riconsiderazione da parte del MIUR dei finanziamenti da riservare alle Università più antiche come la nostra, attraverso opportuni e precisi accordi di programma. Il dovere civico e culturale di conservare ed adeguare un patrimonio edilizio di inestimabile valore storico-artistico, caratteristico degli Atenei di antica istituzione, si scontra infatti con costi specifici proibitivi, nemmeno paragonabili a quelli che devono sostenere le Università di più recente avvio.
Su molti altri piani si è venuta articolando la nostra azione in questo primo anno di mandato rettorale, e ne è testimonianza il corposo dossier sulle attività e sui progetti per l’anno accademico 2003-2004 al quale rimando per una puntuale ricognizione di tutto quanto hanno fatto e stanno facendo i Prorettori ed i Delegati che mi affiancano nella difficile azione di governo del nostro glorioso Ateneo, a cominciare dal Prorettore Vicario. Desidero qui ringraziarli tutti per la dedizione e l’entusiasmo con cui svolgono il loro insostituibile compito, e ribadire nel contempo il mio vivissimo apprezzamento per il lavoro di ciascuno di loro, documentato dalle relazioni che compongono il dossier. Dalla lettura del dossier emerge con chiarezza la mole del lavoro svolto in questi mesi, nei diversi settori in cui si articola la vita dell’Ateneo, ed insieme la complessità dei problemi che stiamo affrontando. Grazie davvero a tutti voi, cari colleghi Prorettori e Delegati! Non posso tuttavia non ringraziare e salutare qui pubblicamente, una per tutti, in questa giornata dell’8 marzo che abbiamo scelto per l’inaugurazione del nostro anno accademico, la collega Saveria Chemotti, delegata per la promozione delle pari opportunità, e con lei formulo a tutte le donne l’augurio più sincero che tutto l’anno sia per loro come l’8marzo! Dare agli studenti ciò che essi hanno tutto il diritto di pretendere che a loro venga dato è un imperativo morale prima ancora che un dovere istituzionale. Il nostro Ateneo è da sempre impegnato su questo piano, e continua ad impegnarsi non solo garantendo qualità alla didattica impartita, ma anche la massima efficienza possibile ai servizi.
Il rapporto con l’ESU è da sempre improntato a grande spirito di collaborazione. Sono oggi lieto di annunciare che è stata raggiunta l’intesa con la Presidenza della Regione per la designazione del nuovo Presidente nella persona dell’avv. Giorgio Fornasiero, la cui esperienza professionale e sensibilità per le problematiche universitarie ben conosciamo, e siamo ora in attesa della formalizzazione della nomina, cosa che ci auguriamo avvenga nel più breve tempo possibile.
Desidero anche ringraziare il dr Giuseppe Gottardo che lascia l’ESU dopo dieci anni per il grande impegno con cui ha svolto questa funzione.
Il problema più sentito dagli studenti e dalla stessa comunità cittadina è oggi quello della residenzialità dei giovani che a Padova vogliono studiare. Apprezziamo lo sforzo fatto dal Comune per facilitare la locazione di appartamenti privati, ma il problema ha dimensioni che non possono essere risolte se non con un’azione tanto energica quanto nuova: bisogna trovare una specie di “terza via” tra l’assistenza pubblica tradizionalmente erogata dall’ESU e lo sfruttamento privato talora selvaggio che si affida a regole di un mercato immobiliare che finisce spesso per essere “drogato” da una domanda sproporzionata all’offerta. Perché allora non pensare a coinvolgere soggetti economici del cosiddetto “terzo settore” che potrebbero essere indotti ad impegnarsi nella costruzione di alloggi agli studenti senza rinunciare ad un’equa remunerazione del loro investimento, che potrà essere tanto più contenuta quanto più vi saranno per loro facilities da parte di enti pubblici, ad esempio il Comune per quanto attiene a facilitazioni di procedure oppure enti economici e sistema bancario in termini di facilitazione di accesso al credito, con ruolo di garante svolto dalla Regione? Proviamo a studiare modelli innovativi di questo tipo, e forse potremo trovare soluzioni efficaci per garantire un reale diritto allo studio ai nostri giovani.
Il nostro Ateneo ha finalmente, dopo circa otto anni dalla approvazione dello Statuto che ne prevedeva la nomina, il suo Difensore civico, nella persona del dr Giambattista Euro Cera.
La figura di magistrato e di uomo del dr Cera, che vivamente ringrazio per aver accettato questo incarico, costituisce la miglior garanzia per la nostra istituzione, data l’autorevolezza, il prestigio e l’esperienza del dr Cera, che sono certo svolgerà con equilibrio ed imparzialità la sua delicatissima funzione.
Signor Ministro e Signor Presidente, noi tutti negli Atenei italiani guardiamo ai giovani come alla speranza ed al futuro del Paese nella piena consapevolezza che è nostro dovere dare loro quella formazione umana e professionale che li farà cittadini nel senso proprio del termine. Ma è necessario che Governo e Parlamento mettano le Università nella condizione di poter continuare a svolgere questo loro dovere al servizio della Nazione garantendo adeguati finanziamenti ed approvando normative che non ne snaturino l’essenza.
L’Ateneo patavino è ben conscio delle difficoltà dell’economia in questo momento storico, ma chiediamo uno sforzo eccezionale per no n dover rinunciare ad essere quello che sinora siamo stati: “asilo secolare di scienza e di pace, ospizio glorioso e munifico di quanti da ogni parte d’Europa accorrevano ad apprendere le arti che fanno civili le genti”. Sappiamo che ciascuno di noi, docenti, studenti e personale TA, dovrà dimostrare di sapersi meritare la fiducia che ripagherà il Paese dei sacrifici che sarà necessario fare in altri ambiti della vita pubblica per sostenere quello sforzo, eccezionale sì ma non impossibile. Non impossibile solo se ci sarà una concordia di intenti tra le diverse forze politiche e parlamentari, alle quali oggi rivolgiamo un pressante appello affinché di fronte ai grandi temi della vita pubblica, come è la “questione universitaria” nei suoi molteplici aspetti, sappiano trovare l’unità al di là delle differenze, per dar vita a riforme condivise senza far prevalere interessi di parte o inutili furori ideologici, nell’interesse davvero superiore del Paese e nel segno dei valori più alti della democrazia, della giustizia e della libertà.
Nel nome dunque di questi valori, chiamando a raccolta tutti gli uomini di buona volontà che credono nella cultura e nella scienza come fattori essenziali della crescita morale e civile della Nazione,
DICHIARO APERTO IL 782° ANNO ACCADEMICO DELLA UNIVERSITÀ DI PADOVA.