Snur-CGIL: Comunicato della Segreteria Nazionale sulla riforma dello stato giuridico della docenza universitaria
Roma, 15.01.2004
La Segreteria dello Snur-Cgil, letta la proposta di ddl sulla riforma dello stato giuridico della docenza universitaria che il Ministro Moratti presenterà domani al Consiglio dei Ministri, rileva che le linee fondamentali della bozza circolata un anno fa non sono mutate e che, di conseguenza, non può essere mutato il giudizio fortemente critico già formulato nel comunicato del 23 gennaio 2003 e nella delibera della propria Consulta docenti del 13 febbraio successivo.
1.- In primo luogo, è inammissibile che si adotti - contrariamente agli impegni assunti dal Ministro in varie occasioni anche pubbliche - lo strumento della delega legislativa: in tal modo si sottrae al Parlamento, ma anche all'intera società, la possibilità di interloquire nel processo riformatore, affidando ogni potere al Governo e, presumibilmente, ad esigue lobbies vicine al governo in carica.
2.- Il progetto si apre delegando il Governo a riformare i concorsi per la docenza articolandoli in un'idoneità nazionale per un numero di posti limitato, pari alle richieste delle singole Università aumentato del 20%, cui segue la chiamata da parte di ciascun Ateneo, secondo le procedure dallo stesso stabilite. Le prove di idoneità, articolate per settore scientifico-disciplinare, saranno bandite ad anni alterni per associati ed ordinari. Il Governo, nel decreto legislativo, dovrà stabilire, tra l'altro, le modalità e le procedure per la formazione delle commissioni. Il delicatissimo nodo se le commissioni debbano essere elette o sorteggiate e, nella prima ipotesi, con quali modalità - se la legge delega sarà approvata - sarà sciolto unilateralmente dal Governo. E' a tutti noto come non sia un nodo meramente tecnico, ma squisitamente politico, tale da incidere profondamente nella struttura e nelle funzioni della docenza universitaria: la comunità scientifica nazionale deve assumersi la responsabilità della scelta dei nuovi docenti attraverso il meccanismo elettorale ovvero deve esserne deresponsabilizzata? Delle relative commissioni giudicatrici potranno far parte anche docenti dell'Unione europea. In sé, tale possibilità può essere positiva, anzi perché non allargarla oltre i confini dell'Unione? Ma nulla la legge delega dice sul modo con il quale tali commissari saranno individuati. E tale lacuna è estremamente pericolosa, potendo costituire un varco attraverso il quale, nel delicatissimo momento del reclutamento, il potere politico pretenda di condizionare la ricerca scientifica. Sul punto, va anche rilevata la contraddizione tra qualificare prova di idoneità quella nazionale e, poi, limitarne il numero al 120% dei posti disponibili. L'idoneità presuppone una valutazione assoluta che un candidato sia idoneo a ricoprire un posto di professore universitario e comporta un giudizio binario: o è idoneo o non lo è. Una comparazione tra più aspiranti per valutare coloro che devono andare a ricoprire un numero di posti limitato, si chiama concorso. In realtà, si tratta di un concorso in due fasi, quella nazionale e quella locale, con la necessaria conclusione che un 20% dei vincitori della fase nazionale dovrà non essere assunto. Quello che si prefigura è un meccanismo che consentirà alle commissioni nazionali di lavarsi la coscienza: l'outsider potrà pure vincere il concorso nazionale, ma non sarà chiamato da nessuna sede. Il Ministero dovrà bandire i concorsi ad anni alterni per ciascuna delle due fasce. Tale norma, in realtà, già esisteva nel d. lgs. n. 382 ed è stata ampiamente disattesa. Attraverso questo strumento, il Ministro può - se crede - bloccare il reclutamento senza assumersi la responsabilità politica di bloccarlo esplicitamente nella legge finanziaria: se passa questa norma, il medesimo risultato può essere realizzato solo ritardando i concorsi.
3.- Una buona chiave di lettura del ddl è la spinta verso la precarizzazione della docenza universitaria. Viene in rilievo, da tale punto di vista, la previsione della copertura di posti da professore per incarico senza precisarne la natura giuridica e ciò si risolve in un'ulteriore delega in bianco al Governo. Tali incarichi possono essere attribuiti: a) agli idonei del concorso nazionale; l'incarico dura tre anni ed è rinnovabile per un massimo di sei anni. "Entro questo periodo" - cioè, anche il giorno dopo, ovvero l'ultimo giorno utile - le Università "possono nominare in ruolo" il docente. La funzione è, evidentemente, quella del vecchio straordinariato, ma con un sensibile peggioramento: oggi, lo straordinariato si chiude con un giudizio motivato; con la nuova regola, le Università potranno - invece che esprimere un giudizio negativo, come tale impugnabile - limitarsi a lasciar scadere il termine e il rapporto di lavoro si risolverà per questa sola ragione: lo straordinariato si trasforma, cioè, in precariato. Va segnalato che questo periodo precario dovrà essere ripetuto due volte: una per la seconda fascia ed una per la prima. b) limitatamente agli incarichi di professore di prima fascia, a "soggetti in possesso di elevata qualificazione scientifica e professionale" individuati in convenzioni con imprese e fondazioni per realizzare specifici programmi di ricerca; questi incarichi hanno la durata di tre anni rinnovabili un numero indefinito di volte: un soggetto sarà professore di prima fascia fino a che l'impresa o la fondazione saranno disposte a rinnovare la convenzione; avrà le stellette del professore ordinario, ma sarà vincolato al progetto di ricerca convenzionato. Quale autonomia nella ricerca e nella didattica (e non è neanche chiaro se la debba svolgere) ci si può aspettare da costui? La precarizzazione è realizzata anche attraverso il canale dei contratti di diritto privato che possono essere stipulati, senza alcun limite numerico: a) con "soggetti in possesso di qualificazione scientifica adeguata alle funzioni da svolgere" per l'insegnamento nei corsi di studio; il contratto è a tempo determinato e sembra - la norma non è chiara - che sia rinnovabile un numero indeterminato di volte; b) con studiosi stranieri o italiani impegnati all'estero in attività didattiche e di ricerca, per una durata massima di tre anni; c) con "possessori" (sic!) di laurea specialistica - non, si badi, di dottorato di ricerca, che costituisce solo titolo preferenziale, insieme con i diplomi di specializzazione e i master - ovvero con studiosi in possesso di qualificazione scientifica adeguata alle funzioni da svolgere, per la collaborazione all'attività di ricerca; il contratto durerà cinque anni, rinnovabile una sola volta. Se leggiamo tutto ciò insieme con la messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori, possiamo facilmente prefigurarci quale sarà - a regime - la struttura della docenza universitaria: pochi o pochissimi professori di ruolo al cui servizio opererà una massa di personale docente e di ricerca, precario e mal pagato. La conseguenza non potrà che essere lo scadimento qualitativo del funzionamento del sistema.
4.- Uno dei punti fondamentali della riforma è quello della riarticolazione della carriera del docente su due fasce, ponendo ad esaurimento la fascia dei ricercatori e sostituendola, come si è già visto, con contratti a termine di cinque anni rinnovabili una sola volta. Viene del tutto ignorato il pur ricco dibattito che si è svolto sulla cd. terza fascia e sulla necessità di poter contare pienamente su questo personale docente per l'attuazione della riforma didattica e per il pieno sviluppo delle sue potenzialità. Solo un misero contentino è la riserva del 15% dei posti da professore associato agli attuali ricercatori che abbiano svolto almeno 5 anni di insegnamento: si tratta di uno strumento del tutto inadeguato alla soluzione del problema della creazione di una fascia ad esaurimento (quella degli attuali ricercatori)destinata a protrarsi a lungo nel tempo. Ma è proprio l'assetto a regime su due fasce ad essere inaccettabile: il nuovo assetto, infatti, a ben guardare, è identico a quello attuale e se ne differenzia unicamente per la precarizzazione del ricercatore. Insomma, prima di accedere ad un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, il nuovo docente dovrà aver compiuto un accidentato percorso fatto prima da precariato senza diritti (borse di studio, assegni di ricerca ecc.) e poi dal contratto a termine che sostituisce il ruolo di ricercatore, il tutto per un tempo stimabile in più di 15 anni successivi al conseguimento del dottorato di ricerca. Ben oltre i 40 anni, i mancati docenti dovrebbero ricollocarsi altrove: nelle condizioni del mercato del lavoro italiano, una simile pretesa o è ipocrita o è patetica. Posto che è difficile pensare che l'importo delle borse o degli assegni o del compenso per il contratto siano talmente alti da compensare la precarietà, come può pensarsi che una simile prospettiva professionale possa attrarre i giovani migliori? Né va trascurato che, probabilmente, la fascia degli associati, diventando quella iniziale della docenza,verrà considerata inferiore a quella attuale per livello di professionalità, con un evidente e grave danno per gli attuali associati e per il funzionamento dell'istituzione.
5.- Ma anche le caratteristiche del nuovo stato giuridico dei docenti sono inaccettabili. Di particolare evidenza è l'abolizione della distinzione tra tempo pieno e tempo definito, con una piena liberalizzazione della possibilità per i docenti di svolgere privatamente libera attività professionale, di consulenza ed incarichi retribuiti (l'unico limite è il conflitto d'interessi con l'Ateneo). Si tratta di un grazioso regalo agli attuali docenti a tempo definito che si vedranno attribuire l'indennità di tempo pieno senza innovare il loro rapporto con l'Università e, soprattutto, rimane intatto l'antico problema di quei docenti che, nelle facoltà professionali, conseguono una posizione di rilevante vantaggio nel mercato delle professioni in cambio dello stretto adempimento ai loro doveri di ufficio. Questo grazioso regalo a regime costa - ci dice l'art. 3 del ddl - 55,70 milioni di euro ai già disastrati bilanci delle Università che dovranno farvi fronte con la riduzione delle supplenze e degli affidamenti, come se, con questa operazione, diminuissero i corsi di insegnamento cui provvedere. I docenti dovranno dedicare 350 ore annue a tutte le attività del proprio ufficio, di cui 120 ad attività didattiche. Nelle 350 ore, dunque, sono comprese, oltre la didattica, sia l'attività di ricerca, sia l'attività di servizio o di governo. Nell'attuale normativa invece, come è noto, le 250 ore sono dedicate alle attività didattiche e le ulteriori 100 dovute dai docenti a tempo pieno includono, oltre alla didattica, anche "i compiti organizzativi interni". Ne consegue che, in contraddizione con la nuova articolazione degli studi universitari, l'orario destinato alla didattica diminuisce da 250 a 120 ore e la ricerca cui è tenuto ciascun docente sarà, al massimo, quella che può essere svolta in 230 ore annue. Chiunque faccia ricerca sa quanto questo limite sia risibile. In realtà, il vero intendimento della riforma risulta chiaro se si tiene presente un ulteriore punto del ddl: l'Ateneo potrà corrispondere a ciascun docente una retribuzione variabile in relazione ad ulteriori impegni didattici o di ricerca o gestionali "oggetto specifico incarico". In primo luogo, dunque, la retribuzione del docente universitario diviene una variabile dipendente dalle disponibilità finanziarie di ciascun Ateneo; né gli Atenei potranno chiedere maggiori finanziamenti per far fronte alle maggiori spese sostenute per il personale docente, come spesso hanno fatto i Rettori, perché tali spese saranno frutto di scelte formalmente autonome. Inoltre, la distribuzione delle risorse per gli incarichi aggiuntivi sarà potenziale frutto di arbitrio e di conflitti tra i gruppi accademici per l'accaparramento delle risorse stesse, con penalizzazione di quelli più deboli e, ancor di più, degli studiosi isolati. Che il disegno sia questo, è reso evidente dal fatto che nessun cenno ci sia all'opportunità di riequilibrare tutto questo attraverso una contrattazione sindacale, nazionale e di Ateneo. Né va trascurato, che gli incarichi in discorso sono a termine: una parte della retribuzione del docente è, dunque, resa precaria. Insomma, i doveri dei docenti vengono ristretti in limiti temporali risibili, di gran lunga inferiori al tempo che oggi un docente medio dedica al totale delle sue attività; di conseguenza, se l'attività dell'Istituzione nel suo complesso rimarrà quella di oggi (ma l'obiettivo non era quello di farla crescere?), per alcuni, il tempo che i docenti dovranno dedicarci oltre le 350 ore annue sarà "sommerso" (una sorta di lavoro nero) e per altri oggetto di un incarico ad hoc con un compenso aggiuntivo la cui misura varierà secondo le capacità finanziarie dell'Istituzione e, all'interno di queste, secondo la forza contrattuale del gruppo accademico cui si appartiene. E' facile prevedere che, in un simile sistema, i docenti saranno incentivati alla ricerca affannosa di risorse esterne per lucrare incarichi vantaggiosi, distogliendo gran parte delle proprie energie dalla didattica ordinaria e dalla ricerca di base. Perché impegnarsi più di tanto nei corsi di laurea, se un corso di formazione venduto all'esterno può portare incrementi più o meno significativi di reddito? Perché intraprendere una linea di ricerca che non porterà a risultati applicativi immediatamente utilizzabili, quando un'altra può portare un reddito aggiuntivo? Siamo ben oltre un corretto rapporto tra una Università che, nel rispetto del proprio ruolo istituzionale e della propria funzione sociale, cerca ogni opportuna sinergia con le altre istituzioni e con il sistema produttivo; le porte sono aperte ad una Università che abdica al proprio compito di interpretare sul lungo periodo le esigenze formative e di ricerca della società per subordinare i propri progetti formativi e le proprie linee di ricerca alle esigenze immediate delle imprese.
6.- Nella direzione di un più forte controllo politico sul sistema universitario va anche la proposta di creare un organismo "con compiti di alta consulenza del Ministro" sui temi di sua competenza. Nei limiti del proprio bilancio, un Ministro - ovviamente - può nominare tutti i consulenti che crede e disporre che si riuniscano collegialmente. La previsione per legge di un simile organismo, dunque, non può che prefigurare un depotenziamento degli organismi rappresentativi esistenti, per quel che ci interessa più direttamente, del Consiglio Univeersitario Nazionale.
7.- Nelle dichiarazioni rese dal Ministro nell'anno che abbiamo alle nostre spalle e nella relazione della commissione Di Maio avevamo già rilevato una grave lacuna: quella sulle soluzioni da dare alla crescente necessità di una figura docente nuova senza obblighi di ricerca scientifica che vada a ricoprire specifiche esigenze didattiche - prima di tutto quelle linguistiche - presenti in tutti i nuovi ordinamenti didattici. La mancata esplicita previsione di tale figura sta già creando gravi disfunzioni e, in molti Atenei, la tendenza ad esternalizzare una funzione come quella didattica che rientra prioritariamente tra le funzioni proprie dell'Università. Il disegno di legge non si fa carico di colmare questa lacuna.
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Documento votato all'unanimità dal C.d.A. della Sapienza nella seduta del 20.1.2004 in merito alla recente approvazione del ddl delega sullo stato giuridico dei docenti universitari
Il Consiglio di amministrazione dell'Università degli studi di Roma "La Sapienza" presa visione del Disegno di Legge Delega in merito allo stato giuridico e al reclutamento dei professori universitari; pur condividendo l'opportunità di rivedere l'attuale assetto universitario:
- valuta negativamente l'intero impianto del sistema universitario prospettato nella Legge delega in forza della sua incoerenza interna, sia sul piano della fattibilità economica che su quello della riduzione e svilimento dell'autonomia universitaria. Ancora una volta la proposta avanzata dovrebbe attuarsi a "costo zero" e, in questo caso, aggravando ulteriormente i già critici bilanci degli atenei in forza degli automatismi stipendiali conseguenti alla abolizione del tempo pieno e del tempo definito;
- valuta negativamente l'articolazione in sole due fasce della docenza universitaria in una prospettiva di mettere ad esaurimento il ruolo dei ricercatori universitari con l'introduzione di contratti di durata quinquennale come canali di accesso alla docenza. Di fatto si chiede ai giovani che intendono accedere alla carriera universitaria di arrivare a quarant'anni senza reali garanzie di accessi non precari e con il rischio rilevante di non poter accedere al mondo del lavoro. Ciò provocherà una reale diminuzione di competitività nella ricerca; e favorirà ulteriormente l'allontanamento di risorse intellettuali giovanili scoraggiate da un mercato del lavoro intellettuale che mantiene forti elementi di rigidità, al contrario di quello che accade in altri paesi;
- ritiene ancora più ingiustificati i provvedimenti previsti in un momento in cui non è stata svolta nessuna verifica sugli esiti dell'applicazione della normativa che ha introdotto la laurea triennale e quella specialistica, il cui avvio ha richiesto uno straordinario impegno sul piano della didattica;
- valuta negativamente l'assenza totale di una consultazione degli organismi rappresentativi e della comunità scientifica nazionale rispetto ad un disegno di riforma che, se attuato, modificherebbe integralmente l'attuale organizzazione di tutto il sistema universitario;
In particolare, per La Sapienza, si ritiene che:
il disegno di Legge Delega aggrava ulteriormente il quadro finanziario dell'Ateneo con preoccupanti ricadute in termine di bilancio sulle politiche di reclutamento e gestione del personale che investono tutte le componenti compreso il personale tecnico-amministrativo. In particolare non appare possibile reperire le risorse necessarie per far fronte:
a) al passaggio stipendiale dal tempo definito al tempo pieno dei docenti;
b) al finanziamento della parte variabile del trattamento economico del personale docente;
c) all'attivazione dei contratti di collaborazione coordinati e continuativi finalizzati allo svolgimento delle attività di ricerca e di didattica.
Auspica che anche il Senato Accademico e il corpo accademico, che si invita il rettore a convocare quanto prima, si esprimano sulla critica situazione del sistema universitario.
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Senato Accademico e Consiglio di amministrazione su disegno di legge delega Moratti
Il Senato Accademico ed il Consiglio di
Amministrazione
dell’Università degli Studi di Roma “La
Sapienza”
- presa visione del Disegno di Legge Delega in merito allo stato giuridico
e al
reclutamento dei professori universitari;
- pur condividendo l’opportunità di rivedere l’attuale
assetto e di delineare pertanto le regole generali di funzionamento del
sistema
universitario, in modo da renderlo più competitivo in ambito
internazionale:
- valutano negativamente il disegno di Legge delega sulla base della sua
incoerenza interna sia in relazione alla povertà delle risorse
messe a
disposizione, sia su quello della riduzione e dello svilimento
dell’autonomia universitaria;
- valutano negativamente l’articolazione in sole due fasce della
docenza
universitaria e l’ipotesi di porre ad esaurimento il ruolo dei
ricercatori universitari introducendo contratti di durata quinquennale come
canale di accesso alla docenza;
- valutano negativamente la possibilità di reclutare fino a circa
3.000
professori sulla base della chiara fama, pratica inammissibile per
migliaia di
persone;
- ritengono ancora più ingiustificati i provvedimenti previsti,
quando
non sia ancora stata svolta alcuna verifica sugli esiti
dell’applicazione
della normativa che ha introdotto la laurea triennale e quella
specialistica;
- valutano negativamente l’assenza totale di una consultazione degli
organismi rappresentativi e della comunità scientifica nazionale
rispetto ad un disegno di riforma, che, se attuato, modificherebbe
integralmente l’attuale organizzazione di tutto il sistema
universitario.
In particolare il Senato Accademico ed il Consiglio di Amministrazione
ritengono che per “La Sapienza”:
- il disegno di Legge Delega aggravi ulteriormente il quadro finanziario
dell’Ateneo con preoccupanti ricadute in termini di bilancio sulle
politiche di sostegno alla ricerca, alla didattica e di gestione del
personale
(docente e tecnico-amministrativo). In particolare non appare possibile -
al
pari di altri Atenei - reperire le risorse necessarie per far fronte:
a) all’adeguamento a standard di tipo europeo per la didattica;
b) al rinnovamento della strumentazione scientifico-tecnologica;
c) al sostegno della ricerca scientifica;
d) al passaggio stipendiale dal tempo definito al tempo pieno dei
docenti;
e) al finanziamento della parte variabile del trattamento economico del
personale
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DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA DEI DOCENTI UNIVERSITARI DI ROMA 1 DEL 28.1.2004
Oggi 28/1/04 si è svolta, presso l'aula I della Facoltà di Statistica, l'Assemblea dei docenti dell'Università La Sapienza di Roma, per discutere del Disegno di Legge delega sul "Riordino dello Stato Giuridico dei Professori universitari".
L'assemblea ha ribadito che il DDL Moratti lungi dall'offrire soluzione agli annosi problemi che affliggono l'Università italiana, va esattamente nella direzione opposta. Nel DDL l'Università invece di essere vista come fattore di sviluppo culturale e anche economico dell'intera società, viene considerata come un problema di costi da contenere, avvilendo di fatto tutte le figure che la compongono e sminuendo il ruolo di quanti saranno chiamati ad operarvi.
L'università viene ridotta a luogo di lavoro precario finalizzato alla produzione di didattica di basso contenuto scientifico, cancellando così il suo ruolo fondamentale di creazione di cultura in spregio al dettato della Costituzione Italiana che vede la cultura come fondamentale diritto dei cittadini.
La scelta dello strumento della legge delega, annullando di fatto qualsiasi forma di dibattito culturale sull'argomento, appare funzionale all'obiettivo prefissato.
La soppressione del ruolo dei ricercatori e la sua sostituzione con forme di precariato, in assenza totale di finanziamenti all'Università, disconosce da un lato la funzione docente esercitata dai ricercatori negli ultimi venti anni e dall'altro porterà di fatto a nessuna certezza di inserimento in ruolo, indipendentemente dal valore scientifico delle persone e alimenterà quella "fuga dei cervelli" che il Governo vorrebbe arrestare con questo provvedimento.
L'Assemblea si è espressa all'unanimità sui seguenti punti:
1) E' stata indetta una giornata di mobilitazione per giovedì 5 febbraio con blocco delle attività didattiche e occupazione simbolica del Rettorato;
2) Invito ai docenti a incontrare gli studenti in tutte le occasioni istituzionali per sensibilizzarli ai temi delle riforma invitandoli a partecipare alla giornata del 5 febbraio;
3) Discutere in tutte le sedi e organi ufficiali i temi del disegno di legge del Governo;
4) Invito al Rettore a convocare in tempi brevi il corpo docente, di ruolo e non, e tutto il personale tecnico-amministrativo della Sapienza, per discutere i temi della riforma Moratti;
5) Adesione alla manifestazione nazionale del 17/2/2004 a Roma, indetta dalle Organizzazioni Sindacali e dalle associazioni della Docenza.
Assemblea dei Docenti della Sapienza
Roma 28/1/04
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DISPOSITIVO DELIBERA ASSUNTA DAL SENATO ACCADEMICO E DAL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DELL'UNIVERSITA' DI BARI IL 23.01.2004
Esame del disegno di legge delega riguardante "Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari"
Il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione dell'Università degli Studi di Bari, nella seduta congiunta straordinaria tenutasi in data 23.01.2004, presa visione del Disegno di legge delega sul "Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari", dopo ampia ed approfondita discussione,
- denunciano la mancata consultazione delle Università e delle forze sociali in vista dell'adozione di un provvedimento di tale rilevanza;
- esprimono forte contrarietà all'utilizzo dello strumento della delega, tanto più che nel testo predisposto si rileva, in contrasto con quanto previsto, in materia di legge delega, dall'art. 76 della Costituzione, una preoccupante carenza di principi e di criteri direttivi, quale, ad esempio, quello relativo alle procedure di svolgimento dei concorsi;
- denunciano la grave lesione dei principi fondanti dell'autonomia universitaria;
- esprimono sconcerto e dissenso per l'individuazione di soluzioni in merito alla figura dei ricercatori, che, ponendosi in aperto contrasto con i più recenti provvedimenti adottati in materia di reclutamento (assunzione di 1.700 nuovi ricercatori), nonché con procedimenti legislativi in itinere, quale, ad esempio, quello relativo all'istituzione della terza fascia della docenza universitaria, potranno favorire un ulteriore allontanamento dei migliori giovani dalle Università;
- giudicano negativamente la mancata previsione di risorse finanziarie aggiuntive, indispensabili per far fronte alle esigenze connesse, in particolare,
a) alla trasformazione del regime di impegno del personale docente e ricercatore da tempo definito a tempo pieno;
b) alla stipula di contratti a tempo determinato per insegnamento e ricerca e didattica integrativa;
c) al potenziamento dell'attività didattica conseguente all'attuazione del nuovo ordinamento introdotto dal D.M. n. 509/99;
- rilevano la totale disattenzione per la ricerca universitaria ed il venir meno la circolarità del rapporto ricerca-didattica, irrinunciabile per le istituzioni universitarie;
- riconoscono la necessità di intervenire sui meccanismi di reclutamento dei docenti universitari, ma, al contempo, riscontrano con preoccupazione la tendenza a rendere precari i rapporti di lavoro non solo dei giovani che si affacciano al mondo della ricerca, ma anche di quanti realizzano una progressione nella carriera universitaria, che va invece intesa come un continuum, anche se articolato in fasi successive sottoposte ad opportune verifiche;
- esprimono profonda preoccupazione per le conseguenze che tale provvedimento può comportare per le Università che operano in contesti socio-economici caratterizzati da debolezza strutturale del sistema produttivo.
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Documento del Senato Accademico dell'Università della Calabria
Il Senato Accademico dell’Università della Calabria, riunitosi in data 28 gennaio 2004, ha preso in esame il Disegno di Legge Delega presentato dal ministro Moratti sul riordino dello Stato Giuridico dei Professori Universitari esprimendo preliminarmente profondo dissenso sulla metodologia adottata la quale, attraverso lo strumento della legge-delega espropria il Parlamento e, conseguentemente, il paese della possibilità di un dibattito su un tema centrale quale quello dell’Università e della ricerca;
ritiene,innanzitutto, inaccettabile la strada della soppressione del ruolo dei ricercatori, da più tempo docenti a tutti gli effetti, per i quali, da più anni, era stata ipotizzata la costituzione di una terza fascia docente, unica risposta possibile alla funzione dagli stessi esercitata in tutti gli Atenei italiani;
rileva, poi, come la precarizzazione dell’intero ruolo docente, anche in considerazione dell’attuale livello retributivo e della carenza di fondi per le attività di ricerca, vada nella direzione di disincentivare i giovani nei confronti del mondo dell’Università abbassando, violentemente, il livello qualitativo complessivo del corpo docente; né giova, in tal senso, la liberalizzazione selvaggia delle attività extra-universitarie che privilegia quanti hanno, sempre, subordinato l’attività accademica a quella professionale;
denuncia, infine, come il ritorno alla gestione dei concorsi accentrati potrebbe riproporre le inaccettabili situazioni di ritardo verificatesi negli anni scorsi allorquando le stesse procedure erano, scientemente, utilizzate come merce politica di scambio.
Ciò finirebbe, anche, per mettere in estrema difficoltà gli Atenei di più recente istituzione che non sono, ancora, dotati di un corpo docente opportunamente dimensionato.
Queste giovani istituzioni finirebbero, dunque, per essere destinatarie di risorse frutto di mere valutazioni quantitative e non premiate per i livelli di eccellenza che pure sono riuscite a raggiungere.
Alla luce delle precedenti, insanabili obiezioni il Senato Accademico dell’Università della Calabria chiede, con forza, il ritiro del Disegno di Legge Delega presentato.
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DOCUMENTO SULLO SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE DELEGA MORATTI
Approvato dal Consiglio di Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università degli Studi di Catania nella seduta pubblica del 2 febbraio 2004
Lo schema di disegno di Legge delega per il riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari proposto dal Ministro Moratti e approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 gennaio 2004, nonostante l’invito della Conferenza dei Rettori a rinviare l’approvazione per aprire un confronto con il mondo universitario, rappresenta, nel metodo e nel merito, un inaccettabile attacco all’ autonomia universitaria e al sistema pubblico dell’Università italiana.
Nel metodo, autoritario oltre ogni limite, non si è minimamente tenuto conto dell’esigenza da più parti avanzata di aprire una seria consultazione con gli organismi rappresentativi a diversi livelli, del sistema universitario (dalla CRUI al CUN, dai Senati Accademici alle Facoltà e Dipartimenti, nonché alle forze sociali);
si è scelto lo strumento della Legge delega che espropria il Parlamento delle sue prerogative e consegna alla discrezionalità del Ministro le decisioni su materie di primaria importanza quali le modalità per definire il numero massimo degli idonei nei corsi, le procedure per lo svolgimento dei giudizi idoneativi, modalità e procedure per la formazione delle Commissioni giudicatrici, la revisione dei settori scientifico-disciplinari.
Nel merito, si estende a dismisura la precarizzazione dei rapporti di lavoro
- con la previsione, per i vincitori di concorso, di incarichi triennali rinnovabili, sottoposti a ricattabilità e clientelismo;
- con la generalizzazione dell’istituzione di contratti a tempo determinato per l’insegnamento;
- con la previsione di sovvenzioni private per la copertura di posti di 1a fascia, creando così subordinazione agli interessi privatistici e forti squilibri fra le aree territoriali del Paese;
- con la messa a esaurimento del ruolo dei ricercatori, sostituiti da contratti co.co.co. quinquennali rinnovabili che conferiranno solo titolo per la partecipazione a concorsi pubblici, destinati di fatto a creare un’ampia base di lavoro precario sottopagato che allontanerà i giovani dalla ricerca;
- con l’abolizione della distinzione tra docenti a tempo pieno e docenti a tempo definito, destinata a favorire chi si limita ad arrotondare il suo stipendio con la docenza universitaria e a realizzare lauti guadagni con la libera professione, ma destinata anche a favorire le Università private che con alte tasse e poche spiccioli di supplenza faranno concorrenza sleale all’Università pubblica. Ma non basta: incredibilmente, è proprio alla vigilia dell’ attivazione delle lauree specialistiche, saranno gli Atenei, tagliando supplenze e contratti, a dover colmare la differenza fra lo stipendio a tempo definito e quello a tempo pieno;
- con l’introduzione di una parte di retribuzione variabile per impegni ulteriori di attività di ricerca, didattica e gestionale sulla base di disponibilità di bilancio degli Atenei, in realtà inesistenti, e sulla base di criteri decisi centralmente dal Ministro.
Nulla è previsto rispetto alla scandalosa situazione dei lettori madrelingua.
Il tutto dovrebbe avvenire a costo zero.
Questo schema di disegno di Legge delega in realtà è un altro tassello dell’attacco portato all’Università pubblica.
Si chiede pertanto:
1. il ritiro immediato del Disegno Legge Delega Moratti
2. l’apertura di una seria e approfondita consultazione del mondo universitario e delle parti sociali
3. una chiara presa di posizione del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione che faccia perno sulle seguenti considerazioni:
- portare la spesa pubblica per l’Università e la ricerca almeno al 3% del PIL (intesa di Lisbona mai applicata dall’Italia: oggi siamo allo 0,8%)
- valorizzazione della ricerca di base contro il feticcio dell’"innovazione", che porterà il Paese a un rapido degrado;
- programmazione fin da subito di un numero adeguato di concorsi tale da far fronte alla futura ondata di pensionamenti;
- rifinanziamento congruo del dottorato di ricerca, delle borse post-dotorato e degli assegni di ricerca;
- mantenimento e rafforzamento della distinzione tra tempo pieno e tempo definito;
- assoluta priorità del finanziamento statale alle università pubbliche (le private si cerchino denari per l’appunto nel privato: se si ha fiducia nel mercato lo si dimostri);
- garanzia dell’accesso universitario contro ogni logica censitaria, che rischia di essere reintrodotta di fatto dal taglio dei finanziamenti;
- la soluzione della questione lettori di madrelingua.
Si proclama lo stato di agitazione con:
- adesione alla Manifestazione nazionale del 17 febbraio p.v. indetta dalle OO.SS. e sospensione per lo stesso giorno di ogni attività didattica.
- preparazione del blocco totale di ogni attività tramite un raccordo interfacoltà e un raccordo con gli altri Atenei, nonché con gli studenti, il personale e le OO.SS.
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La Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali dell'Università di Milano-Bicocca, presa conoscenza dello Schema di disegno di legge delega sul "Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari" (15 gennaio 2004), valuta in modo globalmente negativo nella forma la mancata consultazione degli organi accademici prima della formulazione del disegno di legge ed esprime una forte preoccupazione in merito (a) alla progressiva riduzione dell'autonomia degli Atenei nelle scelte gestionali e (b) alla possibilità di migliorare il funzionamento della struttura universitaria senza un preciso e adeguato impegno finanziario.
In particolare:
Esprime forte contrarietà all'abolizione del ruolo dei ricercatori (art. 3.o) che apre gravissimi problemi per garantire il funzionamento della ricerca di base nella università statale. Nelle discipline scientifiche esiste un mercato internazionale, sul quale i nostri dottori di ricerca sono già oggi molto richiesti, mentre difficilmente si riescono a richiamare ricercatori stranieri con i livelli di retribuzione permessi dalle vigenti leggi. Sino ad oggi la prospettiva di entrare nella struttura universitaria con un posto di Ricercatore con contratto a tempo indeterminato ha permesso di compensare le basse retribuzioni. Le proposte del ddl aggraverebbero la situazione, demotivando i ricercatori italiani ad accettare i rischi connessi con l'inserimento nelle nostre università.
Valuta negativamente la precarizzazione del ruolo di docente (art. 3.c). In base all'attuale disegno di legge, un ricercatore a tempo indeterminato per passare al ruolo di professore associato dovrebbe rinunciare alla sua posizione permanente per assumerne una di durata triennale rinnovabile per un altro triennio. Per i previsti titolari di contratti a termine di ricerca la prospettiva di inserimento stabile sarebbe rinviata sino ad età molto avanzata.
Critica l'abolizione del tempo parziale (art. 3.m). L'impegno attuale della maggior parte dei membri delle Facoltà di Scienze si estende ben oltre i limiti previsti dalla legge e si esplica nell'attività di ricerca di cui l'Università è sede primaria. Il ddl di riordino sembra escludere un diretto riconoscimento di tale attività, nel momento in cui equipara i docenti che svolgono attività di ricerca a tempo pieno con quelli che svolgono attività professionale godendo dei relativi proventi.
Rileva come le retribuzioni dei docenti italiani siano ai livelli più bassi in Europa e come nel disegno di legge non siano definite in nessun modo le risorse con cui gli Atenei potranno far fronte alla parte retributiva variabile (art. 3.n) in funzione delle mansioni svolte.
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Documento approvato dal Consiglio di
Facoltà di Lettere dell'Università
Federico II di Napoli nella seduta del 23.01.2004
Il Consiglio di Facoltà di Lettere dell'Università Federico II di Napoli nella seduta del 23.01.2004, tenuto conto dell'approvazione, in data 16 gennaio 2004, del disegno di Legge-Delega di riforma della docenza universitaria:
- esprime forte contrarietà e netto dissenso rispetto al ricorso allo strumento della delega legislativa in una materia così delicata. L'uso di tale strumento, in contraddizione con gli impegni assunti dal Ministro in varie occasioni e in assenza dell'acquisizione di un parere preventivo degli organismi rappresentativi delle istituzioni universitarie e di ogni indispensabile confronto, sottrae non solo al Parlamento ma all'intera comunità scientifica e civile la possibilità di interloquire nel processo riformatore.
- ravvisa pertanto nello schema di disegno di legge proposto un forte attacco all'autonomia universitaria.
- valuta negativamente la volontà espressa nel testo approvato:
a) di non affrontare il problema prioritario del finanziamento statale alle Università, e di attribuire ai Ministri dell'Università e dell'Economia la piena discrezionalità sia nell'utilizzazione delle risorse che si libereranno nei prossimi anni con i pensionamenti, sia nella gestione del reclutamento e degli avanzamenti di carriera.
b) di abolire la distinzione tra tempo pieno e tempo definito dei docenti e di far fronte al conseguente incremento di onere finanziario con l'utilizzo dei fondi attualmente destinati a supplenze e affidamenti. Ciò è tanto più grave nel momento in cui l'avvio delle lauree specialistiche ed il consolidamento dell'offerta formativa delle lauree triennali obbligano gli Atenei ad un rafforzato e straordinario impegno sul piano della didattica.
- ricorda che
a) la proposta di precarizzare la massima parte dei rapporti di lavoro futuri con le Università e di portare a esaurimento il ruolo dei ricercatori, articolando su solo due fasce la docenza, in assenza di un piano preciso adeguatamente finanziato, prefigura il restringimento della stabilità nel ruolo a un numero sempre minore di docenti al cui servizio opera una massa di personale docente e di ricerca precario e mal pagato, e dunque lo scadimento qualitativo del funzionamento del sistema.
b) è assolutamente necessario, anche per non accelerare il processo di deterioramento del sistema dell'alta formazione e per non continuare a favorire la fuga dei cervelli, garantire la regolarità e continuità delle procedure di reclutamento secondo modalità che garantiscano a un tempo l'autonomia delle sedi universitarie e il ruolo della comunità scientifica.
- decide di sottoporre questo documento all'attenzione del Senato Accademico in occasione della sua prossima riunione
- invita i docenti e i ricercatori della Facoltà ad aderire allo Stato di agitazione proclamato dalle Organizzazioni della docenza ADU, ANDU, APU, CISL -Università, CNU, SNALS - Università, Snur- CGIL, UIL- Paur.
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Documento approvato dal Senato Accademico
dell’Università di Padova
nella seduta del 13.01.2004
Il Senato Accademico, presa visione dello Schema di disegno di Legge-Delega concernente il riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari, dopo ampia discussione e tenuto conto delle osservazioni e delle proposte in essa emerse,
esprime forte contrarietà e netto dissenso rispetto all'utilizzo in una materia così delicata dello strumento della Legge-Delega. Nel caso specifico non può essere comunque tale strumento a stravolgere l'impianto del sistema degli organismi consultivi formalmente eletti ed operanti presso il MIUR. Non si può non ravvisare nello schema di disegno di legge proposto un forte attacco all'autonomia universitaria.
valuta negativamente la circostanza che non vengano contestualmente affrontati i temi della riforma dello stato giuridico dei docenti e quello del finanziamento statale alle università: in questo modo si procede, una volta di più, ad una riforma a costo "sotto zero", che rende impossibile, in mancanza del trasferimento agli Atenei degli adeguamenti finanziari per far fronte agli automatismi stipendiali, il mantenimento dell'attuale assetto della docenza;
esprime parere del tutto negativo circa l'abolizione della distinzione fra tempo pieno e tempo definito dei docenti, che non trova adeguata motivazione nell'affermazione più volte ripetuta circa lo scarso numero di docenti che hanno optato per il tempo definito nella situazione attuale. Si ravvisa al contrario l'opportunità di una più adeguata e rigorosa normazione, che cauteli più propriamente gli Atenei.
ritiene totalmente inaccettabile l'indicazione della Legge-Delega di far fronte all'incremento di onere finanziario per gli Atenei, conseguente all'abolizione della distinzione fra tempo pieno e tempo definito, tramite l'utilizzo dei fondi attualmente destinati a supplenze ed affidamenti. Ciò è tanto più grave nel momento in cui l'avvio delle lauree specialistiche ed il consolidamento dell'offerta formativa delle lauree triennali obbligano gli Atenei ad un rafforzato e straordinario impegno sul piano della didattica.
valuta negativamente l'articolazione su due sole fasce della docenza e la conseguente soppressione del ruolo dei ricercatori universitari, che per di più mortificherebbe gravemente i ricercatori attualmente in servizio. L'introduzione dei contratti di durata quinquennale come canale di accesso alla docenza universitaria configura una situazione lavorativa fortemente atipica e ingiustificatamente penalizzante in un mercato del lavoro intellettuale che mantiene notevoli elementi di rigidità. Si aggiunga il fatto che l'articolazione su più di due fasce rappresenta una costante dei sistemi di istruzione universitaria in Europa, alla quale il nostra sistema deve allinearsi entro il 2010.
ritiene che la selezione ed il reclutamento dei docenti debbano avvenire secondo modalità che garantiscano ad un tempo l'autonomia delle sedi universitarie ed il ruolo della comunità scientifica e valuta positivamente la proposta di istituire una selezione per conseguire l'idoneità scientifica nazionale formando una lista di idonei. Esprime tuttavia la preoccupazione che la centralizzazione nazionale dei giudizi idoneativi prevista con giudizi alternati ogni biennio per le fasce dei PO e dei PA possa avere l'effetto negativo - per l'ampio sforzo organizzativo che implica - di interrompere una regolare periodicità delle procedure comparative che è invece assolutamente necessario sia garantita.
chiede sia immediatamente disposto nella fase transitoria un provvedimento che riduca ad una soltanto le idoneità attualmente previste nelle valutazioni comparative.
propone che siano prodotte opportune incentivazioni finanziarie alle sedi universitarie che effettuino chiamate di docenti nazionali ed internazionali esterni alle sedi stesse, onde introdurre un correttivo efficace all'attuale situazione che vede i nuovi inserimenti in ruolo quasi esclusivamente affidati ad uno scorrimento interno delle carriere dei docenti nella sede di appartenenza di ciascuno, provincializzando così la composizione del corpo accademico degli Atenei.
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DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA DEI DOCENTI
UNIVERSITARI DI PALERMO DEL 28 GENNAIO 2004
BLOCCO DELL'ATTIVITÀ DIDATTICA
E RIFIUTO DELLE SUPPLENZE
L'Assemblea dei docenti dell'Università di Palermo indetta da ANDU, CISL
Università, CNU, SNALS-Università, Snur-CGIL, UILPA-UR dopo lunga
discussione del disegno di legge-delega sul "Riordino dello stato giuridico
e del reclutamento dei professori universitari":
- dissente sull'utilizzo dello strumento della legge-delega che espropria
il Parlamento e la Comu-nità universitaria di un approfondito dibattito su
un tema centrale per l'Università e per il Paese;
- trova inconcepibile che un provvedimento che stravolge lo stato giuridico
dei docenti universi-tari avvenga al di fuori di un organico provvedimento
di riforma universitaria;
- manifesta contrarietà per la previsione di uno stato giuridico
caratterizzato da un lungo precaria-to che scoraggerebbe i giovani migliori
dallo scegliere la carriera accademica e svaluterebbe nel giro di pochi
anni la qualità del sistema universitario;
- valuta negativamente l'articolazione della docenza su due sole fasce, e
la conseguente soppres-sione del ruolo dei ricercatori, che disconosce
platealmente la funzione docente attribuita alla categoria dalle leggi
degli ultimi 20 anni, ed esercitata di fatto dalla gran parte dei
ricercatori at-tuali; ritiene invece prioritario trasformare da subito tale
ruolo in terza fascia, realizzando conte-stualmente un reclutamento
straordinario per fare fronte con tempestività al grande numero di
pensionamenti previsti per i prossimi anni;
- ritiene inaccettabile l'abolizione della distinzione tra tempo pieno e
tempo definito, che si confi-gura come un mero regalo a quei docenti che
già ora privilegiano interessi extrauniversitari, e che svilisce l'attività
di quei docenti che dedicano invece interamente all'Università la propria
cultura e le proprie energie;
- giudica non percorribile la gestione nazionale dei concorsi ad anni
alterni per professore ordina-rio e professore associato, che come minimo
riprodurrebbe gli spaventosi ritardi già sperimenta-ti negli anni '80, ma
che si presta anche per essere utilizzata come arma per condizionare
l'auto-noma programmazione degli atenei. Ritiene invece indispensabile e
urgente prevedere meccani-smi per l'ingresso nella docenza nettamente
distinti da quelli per l'avanzamento nella carriera;
- denuncia infine la irresponsabilità di un governo che pretende di fare
l'ennesima riforma a costo zero, rifiutandosi di riconoscere che anche le
risorse sono indispensabili per contrastare il pro-cesso di dequalificazione.
L'Assemblea denuncia all'opinione pubblica un disegno che privilegiando gli
aspetti quantitativi dell'attività dei docenti rischia di compromettere per
il futuro la qualità e la stessa funzione di que-sta istituzione pubblica,
e quindi la capacità di produrre ricerca e formazione indispensabili per
dare un contributo al progresso delle conoscenze paragonabile a quello dei
paesi più avanzati. Allo scopo di far conoscere i motivi del proprio
dissenso e di trovare supporto a tutte le possibili azioni tese a
modificare radicalmente i contenuti del disegno di legge del governo,
l'Assemblea si rivolge:
- ai sindacati e alle associazioni rappresentative della docenza
universitaria, sollecitandoli ad as-sumere chiare e decise determinazioni,
possibilmente coordinate in sede nazionale, facendosi anche promotori di
forme di protesta adeguate alla estrema gravità della situazione; esprime
comunque sin da ora la propria convinta adesione alla manifestazione
nazionale a Roma del 17 Febbraio p.v.;
- agli organi di governo dell'Ateneo (Consiglio di Amministrazione,
Consigli di Facoltà, di Corso di Laurea e di Dipartimento), invitandoli a
prendere posizione nei riguardi del disegno di legge, così come ha già
fatto il Senato Accademico che il 27.1.04 ha approvato all'unanimità un
docu-mento di dura critica al provvedimento governativo;
- agli studenti, chiamandoli a schierarsi contro un cammino di formazione
dei docenti incapace di garantire una futura offerta didattica qualificata;
- al Rettore, chiedendo che si faccia interprete della protesta dei docenti
presso la Conferenza dei Rettori, anche proponendo iniziative nazionali
quali ad esempio la chiusura di tutte le università del Paese per una
giornata, da dedicare ad assemblee di ateneo;
- ai parlamentari della nostra realtà territoriale, affinché si impegnino
al massimo per individuare e concordare un progetto alternativo a quello
del governo.
L'Assemblea, nel ritenere indispensabili forme di lotta che mettano in
chiara evidenza le condizioni su cui si realizza oggi la possibilità stessa
dell'Università di adempiere alle sue funzioni istituziona-li, proporrà
alla manifestazione nazionale a Roma del 17 febbraio prossimo:
1. di invitare i professori e i ricercatori universitari di tutti gli
atenei a non presentare domanda di supplenza per la copertura degli
insegnamenti vacanti nell'anno accademico 2004/2005, e decide di
riconvocarsi a breve scadenza per valutare le posizioni espresse e le
iniziative in-traprese dagli altri atenei al fine di concretizzare le forme
di protesta da attuare nell'ateneo palermitano;
2. di decidere il blocco dell'attività didattica e degli esami di profitto
e di laurea già dalla ses-sione corrente.
L'Assemblea decide di riconvocarsi per giovedì 19 febbraio 2004 alle ore 16
per valutare le conclu-sioni dell'Assemblea nazionale di Roma e decidere
conseguenti anche autonome forme di lotta.
DOCUMENTO DELL'ASSEMBLEA DEI DOCENTI UNIVERSITARI DI PISA DEL 23.1.2004
L'Assemblea dei docenti dell'Università di Pisa indetta dalle
organizzazioni ADRUP-CNU, ANDU, CGIL-Snur, CISL-Università, UIL-Paur,
riunita nel Palazzo della Sapienza il 23 Gennaio 2004 , dopo lunga
discussione del disegno di legge-delega sul "Riordino dello stato giuridico
e del reclutamento dei professori universitari",
- esprime anzitutto il proprio dissenso sull'utilizzo dello strumento della
legge-delega che espropria il Parlamento e la Comunità universitaria di un
vero e approfondito dibattito su un tema centrale per l'Università e per il
paese;
- manifesta una fortissima contrarietà per il disegno di uno stato
giuridico caratterizzato da un lungo precariato, per giunta poco
remunerato, che scoraggerebbe i giovani migliori dal scegliere la carriera
accademica e svaluterebbe alla lunga la qualità del sistema universitario;
- valuta negativamente l'articolazione della docenza su due sole fasce, e
la conseguente soppressione del ruolo dei ricercatori, che disconosce
platealmente la funzione docente attribuita alla categoria dalle leggi
degli ultimi 20 anni, ed esercitata di fatto dalla gran parte dei
ricercatori attuali; ritiene invece prioritario trasformare da subito tale
ruolo in terza fascia, realizzando contestualmente un reclutamento
straordinario per fare fronte con tempestività al grande numero di
pensionamenti previsti per i prossimi anni;
- ritiene inaccettabile l'abolizione della distinzione tra tempo pieno e
tempo definito, che si configura come un mero regalo a quei docenti che già
ora privilegiano interessi extrauniversitari, e che svilisce l'attività di
quei docenti che dedicano invece interamente all'Università la propria
cultura e le proprie energie;
- giudica non percorribile la gestione nazionale dei concorsi ad anni
alterni per professore ordinario e professore associato, che come minimo
riprodurrebbe gli spaventosi ritardi già sperimentati negli anni '80, ma
che si presta anche per essere utilizzata come arma per condizionare
l'autonoma programmazione degli atenei;
- denuncia infine la irresponsabilità di un governo che pretende di fare
l'ennesima riforma a costo zero, rifiutandosi di riconoscere che anche le
risorse sono indispensabili per contrastare il processo di dequalificazione.
L'Assemblea denuncia all'opinione pubblica un disegno che privilegiando gli
aspetti quantitativi della attività dei docenti rischia di compromettere
per il futuro la qualità e la stessa funzione di questa istituzione
pubblica, e quindi la capacità di produrre ricerca e formazione
indispensabili per dare un contributo al progresso delle conoscenze
paragonabile a quello dei paesi più avanzati.
Allo scopo di far conoscere i motivi del proprio dissenso e di trovare
supporto a tutte le possibili azioni tese a modificare radicalmente i
contenuti del disegno di legge del governo, l'Assemblea si rivolge:
- ai sindacati e alle associazioni rappresentative della docenza
universitaria, sollecitandoli ad assumere chiare e decise determinazioni,
possibilmente coordinate in sede nazionale, facendosi anche promotori di
forme di protesta adeguate alla estrema gravità della situazione; esprime
comunque sin da ora la propria convinta adesione alla manifestazione
nazionale a Roma del 17 Febbraio p.v.;
- agli organi di governo dell'ateneo (Senato Accademico, Consiglio di
Amministrazione, Consigli di Facoltà, di Corso di Laurea e di
Dipartimento), invitandoli a prendere posizione nei riguardi del disegno di
legge;
- agli studenti, chiamandoli a schierarsi contro un cammino di formazione
dei docenti incapace di garantire una futura offerta didattica qualificata;
- al Rettore Magnifico, chiedendo che si faccia interprete della protesta
dei docenti presso la Conferenza dei Rettori, anche proponendo iniziative
nazionali quali ad esempio la chiusura di tutte le università del paese per
una giornata, da dedicare ad assemblee di ateneo;
- ai parlamentari della nostra realtà territoriale, affinché si impegnino
al massimo per individuare e concordare un progetto alternativo a quello
del governo.
L'Assemblea decide di riconvocarsi a breve scadenza per valutare le
posizioni espresse e le iniziative intraprese dagli altri atenei, e per
concretizzare le forme di protesta da attuare nell'ateneo pisano.
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Mozione Senato Accademico di Trieste
Il Senato Accademico dell'Università degli Studi di Trieste, visto il testo del disegno di legge-delega, recante "Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari", approvato dal Consiglio dei Ministri il 16 gennaio 2004, dopo ampia discussione e tenuto conto delle osservazioni e proposte da essa emerse, formula i seguenti rilievi negativi:
nel metodo,
il progetto di riforma è stato elaborato senza coinvolgimento alcuno delle Università e dei competenti organismi consultivi del MIUR. In assoluto dispregio dell'autonomia loro riconosciuta dal dettato costituzionale, gli Atenei, ancora una volta, vedono calare dall'alto un testo normativo di portata cruciale per l'assetto del sistema universitario, senza aver potuto esercitare alcun ruolo critico e propositivo;
la riforma, avviata con il procedimento di delegazione legislativa, si traduce in un coacervo di formulazioni del tutto vaghe e disorganiche, le quali, se approvate nell'attuale versione testuale, consegnerebbero al legislatore delegato spazi di discrezionalità sostanzialmente illimitata, in evidente violazione dei limiti imposti dal dettato costituzionale in materia di delegazione legislativa.
Nel merito,
la riforma, nel rimodellare indistintamente l'assetto della docenza universitaria all'insegna del precariato, introduce fattori dirompenti di disincentivo alla scelta della carriera universitaria da parte delle nuove leve, prefigurando, di fatto, una fuga di massa dal sistema, indotta dall'eccessiva aleatorietà delle carriere;
la riforma si prospetta come l'ennesima, velleitaria manifestazione di progetto a costo zero, tanto più inaccettabile nell'attuale, critica congiuntura finanziaria che investe l'intero sistema universitario nazionale, gravato in misura crescente dai costi di attuazione dei nuovi ordinamenti didattici. Corollario assolutamente censurabile di detto disegno si ravvisa, tra l'altro, nella direttiva secondo la quale, abolita la distinzione tra regime a tempo definito e a tempo pieno, il maggior onere finanziario che ne deriverebbe, verrebbe accollato ai bilanci delle Università, chiamate a farvi fronte, se del caso, attingendo alle risorse per la didattica accessoria;
si riscontra assenza di qualsiasi accenno all'attività di ricerca, sia qualitativo che quantitativo, dei docenti.
Tanto premesso, questo Senato Accademico invita il Ministro, nell'affrontare la materia dello stato giuridico della docenza e della disciplina dei concorsi universitari, a confrontarsi con tutte le espressioni istituzionali del mondo universitario.
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Mozione della Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria in ordine alla Legge Delega sul Riordino dello Stato Giuridico e del Reclutamento dei Professori Universitari
La Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria Italiane, riunita a Roma in seduta plenaria il 21 gennaio 2004, dopo attenta valutazione del testo della Legge Delega sul Riordino dello Stato Giuridico e del Reclutamento dei Professori Universitari, approvata dal Consiglio dei Ministri il 16 gennaio 2004:
condivide la necessità di provvedere sui temi in oggetto e in particolare ritiene urgente una revisione dell’attuale normativa sul reclutamento dei docenti universitari;
ritiene che il disegno di legge proposto costituisca un forte arretramento sul piano dell’autonomia universitaria, in quanto sottrae agli Atenei importanti momenti decisionali oggi di loro competenza;
ritiene grave l'eventualità di un blocco delle procedure concorsuali, tanto più se reso operativo all'atto dell'entrata in vigore della legge delega, nelle more dell'approvazione dei decreti delegati;
ritiene che sarebbe stato necessario far precedere la proposta di riordino dello stato giuridico della docenza universitaria da un’ampia consultazione e un approfondito confronto con gli organismi consultivi del Ministero e con gli organismi rappresentativi della comunità accademica, quali CUN, CRUI, Conferenze dei Presidi;
valuta negativamente il fatto che, ancora una volta, un provvedimento legislativo di grande rilevanza per il sistema universitario non preveda alcun incremento delle risorse finanziarie riservate al sistema stesso;
esprime dissenso per la soppressione della distinzione tra impegni a tempo pieno e a tempo definito, il cui onere andrebbe a gravare sulle risorse oggi destinate alla docenza temporanea e al supporto alla didattica, con il rischio conseguente di un peggioramento dei servizi offerti agli studenti;
valuta negativamente l’abolizione del ruolo del ricercatore, che pregiudica la capacità di attrazione delle migliori risorse intellettuali giovanili, creando attorno a loro un clima di profonda incertezza;
esprime forte perplessità sull’introduzione di quote di idoneità riservate a professori e ricercatori, poiché essa ostacola la possibilità di reclutare giovani di elevato valore, tanto più in assenza di adeguate risorse finanziarie, e appare in contrasto con l'esigenza dichiarata di adottare meccanismi concorsuali rigorosi e selettivi, anche in linea con gli orientamenti dell’Unione Europea.
Pertanto, la Conferenza dei Presidi delle Facoltà di Ingegneria:
chiede che nell'iter parlamentare del provvedimento in oggetto vengano riconsiderati i punti critici evidenziati, alla luce di una puntuale e attenta valutazione delle conseguenze che le scelte previste dal disegno di legge comportano sui delicati equilibri del sistema universitario;
si impegna a formulare proposte alternative, anche a seguito di un ampio e approfondito confronto di idee, che intende attivare nelle proprie Facoltà, con le altre Conferenze dei Presidi e in tutte le sedi opportune.
Roma, 21 gennaio 2004
RELAZIONE DELLA COMMISSIONE
DELL’U.M.I. SUL D.D.L. DELEGA SUL
RIORDINO
DELLO STATO GIURIDICO DEI PROFESSORI UNIVERSITARI
La Commissione Istruttoria ha preso in esame lo schema di disegno di legge delega intitolato "Riordino dello stato giuridico dei professori universitari e istituzione del consiglio superiore dell’istruzione e della scienza", nella versione presentata ai sindacati nel luglio 2003.
La Commissione ha concentrato la propria attenzione sulla parte dell’articolato concernente il primo reclutamento nell’università ed in particolare la prospettata messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori universitari.
La Commissione ha preliminarmente concordato sul fatto che, almeno nelle discipline scientifiche, sia importante assicurare ai giovani scienziati posizioni di piena autonomia scientifica e didattica, come avviene in ambito internazionale. Questo significa che a distanza di due o tre anni dal conseguimento del dottorato un giovane scienziato dovrebbe poter scegliere se restare nel sistema universitario con una posizione di piena autonomia, ovvero se utilizzare altrove le competenze acquisite attraverso il dottorato e le successive posizioni "post-dottorali".
Rinviare questa scelta a tempi successivi rende poi difficile, se non impossibile, una vera scelta di merito da parte delle istituzioni. Verrebbe probabilmente scelto per entrare definitivamente nel sistema chi ha accettato lunghe ed incerte attese in posizioni precarie, di natura subordinata. È inevitabile in queste condizioni che le "liste d’attesa" prevalgano sulle scelte di merito, come è avvenuto per il reclutamento dei docenti della scuola secondaria. Il risultato sarebbe quello di scoraggiare l’indipendenza e la creatività scientifica nei giovani, favorendo per le assunzioni la disponibilità a prolungate attese in posizioni precarie.
La Commissione ritiene che l’offerta ad un giovane di una posizione potenzialmente stabile, inserita cioè in un organico permanente, non comporti necessariamente la stabilità usualmente associata ad un posto di ruolo. Il giovane assunto in una tale posizione dovrebbe però sapere che la sua permanenza in servizio è subordinata solo ad una valutazione positiva della sua attività di ricerca ed insegnamento e non ad altre circostanze. Nel gergo accademico statunitense questo tipo di posizione, che precede uno stabile inserimento nei ruoli, si dice "tenure track" (letteralmente: "sul binario della conferma in ruolo").
La Commissione ha poi osservato che il ruolo dei ricercatori fu originariamente (DPR 382 del 1980) caratterizzato come ruolo di formazione (anche perché non esisteva allora in Italia il dottorato di ricerca). Le norme successive hanno in parte modificato la situazione, in particolare prevedendo la possibilità di affidare insegnamenti ai ricercatori in piena autonomia e sancendo la possibilità per un ricercatore di essere titolare di un progetto di ricerca finanziato da fonti esterne all’università. Permane tuttavia un’ambiguità di fondo nella posizione dei ricercatori che, sottraendo loro la piena responsabilità della docenza universitaria, rende più difficile l’utilizzazione, nell’insegnamento e nella ricerca, di giovani scienziati nel pieno della loro capacità creativa ed innovativa.
La Commissione ha quindi concordato che il ruolo dei ricercatori, così come configurato dalla legislazione attuale, è inadatto ad essere la prima posizione potenzialmente stabile nell’università. Più in dettaglio i difetti principali riscontrati sono:
1) la mancata caratterizzazione del ruolo come ruolo di docenza;
2) la conseguente mancanza di autonomia nella ricerca e nell’insegnamento;
3) la mancata definizione di obblighi e responsabilità didattiche precise ed autonome;
4) l’assoluta inadeguatezza delle norme concorsuali per assicurare una scelta di merito aperta a tutti i candidati validi;
5) il basso stipendio iniziale, specialmente prima dell’avvenuta conferma.
Per quanto riguarda il punto 4), la Commissione ritiene che siano state assai negative le innovazioni introdotte dalla Legge 210 del 1999 nei concorsi per il reclutamento dei ricercatori universitari. La previsione di concorsi locali, con una commissione composta da un solo professore di prima fascia, quasi sempre designato dalla Facoltà che ha messo il posto a concorso, ed integrata da due commissari designati mediante elezione, ma appartenenti rispettivamente al ruolo dei professori associati e a quello dei ricercatori, ha, nei fatti, delegato al docente designato dalla Facoltà la scelta del vincitore.
Pure singolare appare la previsione di una prova basata su un esame scritto ed orale, per la scelta di un giovane che dovrebbe aver già svolto attività di ricerca in modo autonomo. Questa procedura, nominalmente più garantista, si presta invece, con la scelta dell’argomento della prova scritta, a privilegiare candidati locali dei quali le specifiche competenze siano note al commissario di nomina locale e di più alto rango accademico.
Infine, lo stipendio iniziale molto basso, anche in relazione ai tempi di una formazione alla ricerca che, nei fatti, arrivano ad un totale di dieci anni (5 anni per la laurea specialistica, 3 anni per il dottorato, 2 in posizioni temporanee post-dottorali), comporta grosse difficoltà di reclutamento in Italia e la impossibilità pratica di reclutare a livello internazionale.
La Commissione ha però constatato che, nonostante tutti questi difetti, il ruolo dei ricercatori, inizialmente creato per "sistemare" i cosiddetti "precari", e successivamente utilizzato ancora per dare ai "tecnici laureati" una posizione più coerente con l’attività effettivamente svolta, ha, bene o male, funzionato come ruolo di primo reclutamento dei docenti universitari. Ad esempio, se si escludono i ricercatori entrati attraverso le prove di "idoneità" previste dal DPR 382 del 1980, la distribuzione per età dei ricercatori, con una moda attorno ai 35 anni, indica una forte mobilità dei ricercatori entrati per concorso verso il ruolo dei professori di seconda e prima fascia. Resta però il problema di una percentuale notevole di ricercatori (il 40% circa) che sono entrati come "ex precari" nei primi anni ottanta e non sono stati promossi successivamente. È ipotizzabile che, per ragioni diverse, la maggioranza di questi ricercatori non siano più promuovibili.
La Commissione ritiene che le carenze dell’attuale normativa sull’accesso a posizioni potenzialmente stabili nel mondo universitario possano essere sanate in due modi.
Una scelta è puntare alla "abolizione" del ruolo dei ricercatori, come sembra prevedere lo schema di disegno di legge in esame. Il primo accesso a posizioni potenzialmente stabili avverrebbe allora con i concorsi di seconda fascia. In tal caso si auspica un rafforzamento del carattere nazionale del concorso, come appare nelle intenzioni del Governo.
Un’altra scelta, alternativa alla precedente, è quella di riformare l’attuale ruolo dei ricercatori con modifiche dello stato giuridico e dei concorsi per l’accesso al ruolo, che risolvano gli inconvenienti sopra elencati.
A priori ambedue queste scelte sono possibili e plausibili. Ma l’una e l’altra devono essere accompagnate da misure concrete che affrontino e risolvano i problemi sostanziali del reclutamento dei giovani nel sistema universitario.
Per rendere l’abolizione del ruolo dei ricercatori compatibile con le esigenze sopra delineate sarebbero necessarie alcune modifiche importanti dello schema di disegno di legge in esame ed anche una ferma politica di incentivazione finanziaria che accelerino il lungo processo di "esaurimento" del ruolo dei ricercatori.
Prima di tutto, mentre la Commissione accoglie con favore un possibile ritorno a commissioni nazionali per i concorsi universitari, al tempo stesso la Commissione esprime forte dissenso per l’ipotesi che sia il Ministero, e non le sedi interessate, ad iniziare, solo ad intervalli di almeno due anni, le procedure di reclutamento dei professori associati, come prevede l’art. 1 dello schema in esame. Se si accetta che la posizione di professore associato sia la prima posizione accademica, e se si prevede una permanenza media dei giovani in posizioni post-dottorali di due o tre anni, il reclutamento a posti di professore associato dovrebbe avvenire di continuo, o almeno ogni anno, in risposta alle concrete esigenze delle diverse sedi.
Nel passato la previsione di concorsi nazionali, pur in presenza di obblighi legislativi a bandi frequenti (inizialmente ogni anno e poi ogni due anni), ha comportato ritardi nei bandi e nello svolgimento dei concorsi che hanno superato gli otto anni. Questi ritardi, pur molto dannosi al sistema universitario, hanno potuto essere tollerati solo perché non è mai venuta meno la possibilità di reclutare i giovani come ricercatori universitari.
Interruzioni anche di due o tre anni dell’accesso al primo reclutamento universitario, come sarebbe quello ai posti di professore associato, comporterebbero la perdita dei candidati più facilmente impiegabili all’estero o comunque fuori dell’università italiana, in molti casi i candidati migliori. Non c’è nessuna ragione per ritenere che, nel futuro, non operino le stesse motivazioni e pressioni che hanno prodotto nel passato le lunghe interruzioni nei bandi di concorso, e i decreti di sospensione dei concorsi già banditi.
Per risolvere questo problema la Commissione auspica che sia lasciato ai rettori il compito di bandire i concorsi, osservando che questa procedura è perfettamente compatibile con l’ipotesi di commissioni nazionali. Basta prevedere che la stessa commissione sia incaricata di scegliere i vincitori di tutti i concorsi dello stesso settore, banditi in un determinato arco di tempo (che non dovrebbe superare un anno). Questa previsione consentirebbe anche di superare l’ipotesi di una idoneità a "numero chiuso" basato su indicazioni di dubbia affidabilità del "fabbisogno" delle sedi.
Bisogna anche considerare i seri problemi che sorgerebbero nella prima fase di applicazione delle norme del disegno di legge in esame. A regime, la scomparsa dei concorsi per posti di ricercatore dovrebbe liberare le risorse per permettere, almeno nelle Facoltà più lungimiranti, un aumento del numero di posti di professore associato banditi ogni anno, in modo che siano soddisfatte le esigenze del reclutamento.
Ma nei primi anni di applicazione della normativa proposta i concorsi di seconda fascia si troverebbero a svolgere un duplice ruolo:
1) di reclutamento, per i giovani scientificamente validi che, alcuni anni dopo il dottorato, cercano una posizione potenzialmente stabile nell’università;
2) di promozione, per i ricercatori del ruolo "ad esaurimento" che, per i risultati ottenuti, aspirano a progredire nella carriera universitaria.
In assenza di opportuni correttivi, questa doppia funzione finirebbe per creare molte difficoltà ai più giovani, e allungherebbe, anche per i candidati più validi, il tempo di attesa tra il dottorato e la prima posizione potenzialmente stabile.
Per quantificare il problema, si consideri che al 31 dicembre del 2001 i ricercatori universitari erano 20.090, e di questi circa 12.000 erano entrati attraverso i concorsi liberi. Si può ipotizzare quindi che almeno 10.000 soggetti siano potenziali candidati validi per i futuri concorsi a professore associato. Questo significa che per molti anni i più giovani, per accedere al primo ruolo permanente nell’università, si troverebbero di fronte un esercito di candidati validi, in grado di ritardare di diversi anni il loro ingresso.
Alla stessa data i ricercatori di matematica erano 816. Non più di un terzo di questa cifra è costituito da ricercatori nati prima del 1957 e quindi suscettibili di essere entrati nei ruoli attraverso i giudizi di idoneità. La grande maggioranza degli altri (circa 500 ricercatori) costituisce una popolazione di possibili candidati ai concorsi di seconda fascia in grado di ostacolare i più giovani per molti anni. Il conto è presto fatto se si considera che attualmente sono circa 50 i giovani che ogni anno entrano nei ruoli universitari in matematica tramite il concorso di ricercatore, per cui si può facilmente prevedere che, in assenza di opportuni correttivi, per i prossimi dieci anni i giovani matematici si troverebbero a dover competere, in condizioni di svantaggio, con i ricercatori "ad esaurimento" per l’accesso al ruolo di professore associato. È quindi necessario mettere in atto una politica di incentivi finanziari alle sedi che sia in grado di accelerare il processo di "esaurimento" dell’attuale ruolo dei ricercatori, senza peraltro cedere alle tentazioni di una promozione generale "ope legis", verso la quale la Commissione esprime la più decisa opposizione.
Un provvedimento auspicato dalla Commissione a questo proposito è che si creino forti incentivi perché le sedi mettano a concorso un posto di associato (non necessariamente nello stesso settore) per ogni posto di ricercatore che si libera a seguito del passaggio del titolare al ruolo degli associati. Anche in presenza di incentivi di questo tipo, per diversi anni rimarrebbe difficile, per un giovane che non sia già ricercatore, scavalcare i più anziani che assieme a lui competono per un posto di seconda fascia. Ma almeno non si dovrebbero attendere dieci o quindici anni per aprire realmente il reclutamento ai giovani, eliminando la condizione di svantaggio dovuta alla competizione dei ricercatori.
Solo se si riesce a ridurre la fase transitoria alla durata ragionevole di quattro o cinque anni, si potrebbe gestire l’inevitabile allungamento del tempo di attesa per i più giovani con un uso, per un tempo più lungo, dello strumento del "contratto di ricerca" quinquennale (rinnovabile una sola volta) previsto dal disegno di legge in esame. Va però notato che questi contratti non offrono la garanzia che la continuazione del rapporto di lavoro con l’università dipenderà soltanto da una valutazione positiva dell’attività svolta, e pertanto non possono essere considerati una posizione con piena autonomia didattica e di ricerca. La permanenza nella posizione di "contrattista" per un periodo troppo lungo non è certo auspicabile, perché porterebbe ad un innalzamento dell’età dell’ingersso nella prima posizione potenzialmente stabile nell’università che non ha paragoni in ambito internazionale. Inoltre l’importo minimo dei contratti dovrebbe essere portato a livelli ben superiori a quelli degli attuali assegni di ricerca.
Va da sé che gli incentivi proposti e l’aumento dell’importo mimino degli assegni di ricerca richiedono risorse aggiuntive per il sistema universitario che, nell’arco di quattro o cinque anni, dovrebbero coprire le differenze di stipendio tra un associato e un ricercatore, riferite ad una popolazione di circa 10- 12.000 ricercatori.
La Commissione esprime l’avviso che in assenza di un piano preciso, adeguatamente finanziato, di riduzione della fase transitoria il disegno di legge è destinato produrre danni gravi e forse irreparabili al sistema universitario in ambito scientifico.
Un’alternativa alla proposta contenuta nello schema di disegno di legge è quella della riforma dello stato giuridico dei ricercatori, che rimarrebbero inquadrati in un ruolo attivo, per il quale continuerebbero i concorsi. La riforma dovrebbe prima di tutto prevedere un nuovo sistema di reclutamento. I concorsi dovrebbero essere sempre banditi dalle singole sedi universitarie ma, come indicato sopra, dovrebbero essere di competenza di una commissione nazionale, interamente elettiva (1), che avrebbe il compito di scegliere i vincitori di tutti i concorsi banditi in un certo arco di tempo. Il concorso dovrebbe essere basato sull’esame dei titoli scientifici. Dovrebbe essere prevista anche una lezione ed una discussione dei titoli da parte dei candidati, che dovrebbero fornire ulteriori elementi di giudizio.
In secondo luogo, sarebbe opportuno superare il termine "ricercatore" che non è adatto ad indicare la piena funzione di docente universitario. Il termine che più direttamente indica questa funzione è proprio quello di "docente", che è anche il termine comunemente utilizzato per indicare genericamente i professori di prima e seconda fascia ed i ricercatori. I doveri ed i diritti dei docenti in ambito didattico e nella titolarità dei progetti di ricerca dovrebbero essere gli stessi per tutti i docenti, salvo eventualmente regole diverse per l’accesso alle cariche accademiche.(2)
Infine dovrebbe essere sanata l’anomalia che, attraverso un cavillo relativo alla possibile opzione del tempo pieno, rende lo stipendio del ricercatore universitario non confermato decisamente inferiore a quello del ricercatore confermato.
La Commissione ribadisce comunque che l'attuale sistema di accesso a posizioni permanenti nei ruoli universitari, attraverso concorsi a posti di ricercatore gestiti dalle singole sedi, è del tutto inadeguato e non garantisce la necessaria apertura ad un reclutamento in ambito internazionale basato sulla qualità scientifica dei concorrenti.
(1) Non si ritiene a questo proposito necessario che nella commissione siano rappresentate tutte le "categorie" di personale universitario. Sarebbe meglio se alle commissioni di concorso per ricercatore non partecipassero i ricercatori e alle commissioni di concorso per professore associato non partecipassero i professori associati. Una relativa distanza in termini di rango accademico non può che rafforzare l’autonomia di giudizio dei commissari.
(2) La previsione di un accesso differenziato alle cariche accademiche non ha un fondamento razionale, eccetto che per la preoccupazione di evitare possibili ricorsi amministrativi che propongano la promozione alle fasce superiori sulla base del principio che non può esserci una differenza stipendiale senza una chiara differenza nelle funzioni.
Documento CRUI 29 gennaio su DdLD del Riordino Docenza
Conferenza dei Rettori delle Università Italiane
LE POSIZIONI DELLA CRUI SUL DISEGNO DI LEGGE DEL GOVERNO PER IL RIORDINO DELLO STATO GIURIDICO E DEL RECLUTAMENTO DEI PROFESSORI UNIVERSITARI
1. L'Assemblea della CRUI, riunita il 29 gennaio 2004, di fronte al varo da parte del Consiglio dei Ministri del Disegno di legge-delega concernente il riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari, rileva che le modifiche introdotte rispetto alle versioni circolate nei giorni precedenti non eliminano le ragioni di allarme e di forte preoccupazione espresse dal Consiglio di Presidenza della CRUI il 14 gennaio scorso.
La CRUI ritiene opportuno chiarire preliminarmente di non avere riserve pregiudiziali circa il ricorso alla legge-delega per la ridefinizione dello stato giuridico della docenza universitaria: e tanto più considerato che lo stesso metodo è stato seguito quasi venticinque anni or sono nella determinazione della normativa tuttora in vigore.
La CRUI reputa per altro verso fuori discussione l'opportunità e l'urgenza di riconsiderare la materia oggetto del provvedimento, tenuto conto degli elementi di inadeguatezza e delle carenze presenti già all'origine nel DL n. 382/1980 (ad esempio proprio sui ricercatori) e delle profonde modifiche nel frattempo intervenute nel lavoro universitario e, più recentemente, in forma particolarmente marcata, per fare fronte alle esigenze poste dalla riforma didattica in atto.
La CRUI esprime però l'avviso che nell'affrontare una simile materia e nell'adottare una simile procedura non si possa rinunciare a due condizioni di fondo. In primo luogo, che le proposte di modifica risultino, nel merito, effettivamente migliorative della situazione esistente, affrontandone, con la dovuta consapevolezza e disponendo dei mezzi necessari, i nodi di fondo, non ignorando quelli di principio, legati alla natura giuridica del rapporto di lavoro dei docenti universitari e alla tutela del valore primario della libertà della scienza e del suo insegnamento. In secondo luogo, che il ricorso alla delega non si trasformi in assoluta discrezionalità, ma venga esercitato entro margini ben definiti e individuando in maniera sufficientemente chiara le soluzioni alle quali ci si dovrà attenere.
Da questo secondo punto di vista la CRUI prende atto dell'avvenuta eliminazione dal testo approvato dal Consiglio dei Ministri del comma relativo a un ipotizzato organismo di alta consulenza del Ministro, comma che, in una primitiva stesura, prevedeva addirittura la riorganizzazione degli organismi operanti presso il Ministero, dando luogo, nella più totale assenza di criteri, di indicazioni di funzioni, di modalità di composizione e di rappresentanza, a un nuovo e onnicomprensivo Consiglio superiore dell'istruzione e della scienza.
La CRUI ritiene però che su vari altri punti importanti del disposto in esame permangano elementi di incertezza e di aleatorietà assolutamente eccessivi, suscettibili di dar luogo alle soluzioni più varie, mentre in altri casi soluzioni condivisibili sono corredate da ipotesi e forzature del tutto inaccettabili.
Valga come esempio, a questo riguardo, quanto si legge nel comma g) dell'articolo 1, nel quale si prevede la possibilità (del resto già contemplata in termini più ampi dalla normativa in vigore) di istituire posti di professore di prima fascia con finanziamenti assicurati da imprese o fondazioni, ma con l'ulteriore e del tutto inedita possibilità di conferirli, oltre che a idonei nelle relative prove nazionali, a "soggetti in possesso di elevata qualificazione scientifica e professionale". A costoro verrebbe così riconosciuto, per il periodo di incarico (rinnovabile senza limitazioni), sulla base della convenzione istitutiva, e quindi conferendo all'ente finanziatore un sostanziale diritto di scelta, il medesimo trattamento economico e (quel che più conta) giuridico dei professori ordinari, senza, oltretutto che sia chiaro se alle figure in questione competerebbero anche i compiti didattici propri della qualifica alla quale li si innalzerebbe.
La CRUI si riserva in ogni caso di sviluppare successivamente, anche in relazione allo svolgimento dell'iter parlamentare, le proprie valutazioni e le proprie indicazioni alternative sui punti specifici, preferendo soffermarsi, in questa fase, sui nodi di fondo del provvedimento sui quali ritiene di dover esprimere in maniera più articolata e motivata le proprie considerazioni critiche, anche per dare voce alle legittime, diffuse preoccupazioni che il progetto ha suscitato all'interno degli atenei e nei loro organi di governo.
2. Per quel che riguarda in primo luogo la proposta di articolare la docenza universitaria in due fasce, mettendo a esaurimento l'attuale ruolo dei ricercatori, da sostituire con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, la CRUI reputa prioritario ed essenziale ribadire che il criterio centrale di riferimento deve essere quello di assicurare al sistema formativo e della ricerca universitari il più consistente apporto di giovani preparati, fortemente motivati e di alta qualità, di livello comparabile ai pari grado stranieri. Un obiettivo da porre non in astratto, ma commisurandolo all'effettiva realtà italiana.
Da simile punto di vista, la CRUI ribadisce che una figura di contrattista a termine potrebbe risultare preferibile o comunque accettabile rispetto all'attuale condizione del ricercatore - non gratificante sotto il profilo economico e sicuramente da riconsiderare quanto a funzioni - se le relative retribuzioni fossero almeno di una certa consistenza, vicine o paragonabili a quelle delle analoghe figure straniere alle quali ci si vuole ispirare, e comunque significativamente superiori a quelle degli attuali ricercatori per compensare la precarietà della nuova figura. Ma su questo (come su ogni altro riferimento al problema nodale dei finanziamenti, come si tornerà a sottolineare più avanti) non viene fornita alcuna indicazione o garanzia. Si aggiunga che per taluni fondamentali ambiti disciplinari, come quelli che implicano rapporti con il sistema sanitario nazionale, la tipologia in questione risulta del tutto impraticabile. E non sarà irrilevante notare che, ai fini del trattamento pensionistico, gli anni trascorsi nella posizione del collaboratore coordinato e continuativo non sono, secondo le norme attualmente in vigore, congiungibili, con danni evidenti nel caso di successivi accessi alla docenza universitaria o ad altra posizione di lavoro dipendente.
In tali condizioni, non si vede veramente come i previsti contratti (per i quali non si è oltretutto immaginato alcuno sbocco alternativo al termine degli eventuali dieci anni di godimento) possano contrastare la tendenza già ampiamente in atto che vede l'allontanamento dalla ricerca universitaria dei giovani più dotati, e in particolare nei settori dove le sollecitazioni esterne, di imprese o di università ed enti di ricerca stranieri, sono più forti. Il rischio, o la quasi certezza, con un sistema quale quello ipotizzato, è che esso finisca con il trattenere in università proprio i meno validi.
L'eventuale attribuzione ai collaboratori in questione di compiti di "didattica integrativa" si scontra d'altro canto con la nuova condizione della didattica universitaria, che prevede attività rientranti tendenzialmente tutte nei curricula misurati da crediti formativi e che richiede perciò un più alto numero di docenti a pieno titolo.
L'abolizione dell'attuale ruolo dei ricercatori e la sua mancata sostituzione con una posizione di terza fascia della docenza rischiano così di avere un duplice effetto negativo: quello, da un lato, di mortificare la posizione degli attuali ricercatori, che in realtà già svolgono per la grandissima parte docenza curricolare, contribuendo in maniera decisiva al funzionamento della didattica e delle università, e, dall'altro, di innalzare eccessivamente la soglia per la possibile assunzione nei ruoli universitari dei futuri detentori di contratti di collaborazione continuativa, con tutte le conseguenze che si possono prevedere, anche alla luce di esperienze già vissute non positivamente in passato.
Non è infatti ingiustificato immaginare che le crescenti cessazioni dal servizio, che si verificheranno nei prossimi anni, aprano agli attuali ricercatori possibilità di accesso alle fasce superiori, senza bisogno di alcuna riserva sui posti relativi. Ma è altrettanto facile prevedere che questo non lascerà spazi, o ne lascerà molto pochi, a chi, nel frattempo, otterrà, o rinnoverà per un secondo quinquennio, il proprio contratto.
A meno che, beninteso, non si punti su un cospicuo incremento - non inferiore al 50-60% rispetto agli organici attuali, e sia pure distribuendolo su un arco pluriennale - dei posti di professore associato: una prospettiva peraltro inscindibile dalla questione dei costi conseguenti e dei finanziamenti relativi, e che il provvedimento in discussione si guarda bene dal sollevare.
La CRUI rileva che una figura di giovane ricercatore in formazione, al quale conferire eventuali compiti di didattica integrativa (orientamento, tutorato, attività di sostegno e di recupero), esiste già in base alla normativa in vigore: quella del titolare di assegno di collaborazione alla ricerca, posizione che si ottiene, di norma, dopo i tre anni di dottorato.
Viene veramente da chiedersi se, per ottenere il risultato dichiarato (e che è in sé sicuramente condivisibile) di non stabilizzare anzitempo giovani che dovrebbero ancora dimostrare le loro piene capacità nella ricerca, ma senza incorrere per questo negli inconvenienti sopra ricordati, non sia sufficiente ampliare la durata massima degli assegni in questione, portandoli da due a tre anni, rinnovabili una sola volta, ovvero - e forse preferibilmente - prevedendo cadenze biennali non rinnovabili oltre il sesto anno, rivedendo e migliorando la misura dei compensi e alcuni aspetti normativi. Ma non attendendo poi oltre nell'aprire ai più capaci, nelle forme che infine si determineranno, effettive possibilità di accesso ai ruoli della docenza, in relazione alle esigenze scientifiche e didattiche delle università.
3. Un secondo punto-chiave del provvedimento in esame è costituito dall'abolizione del tempo pieno dei docenti. Una proposta che ha tra le sue motivazioni dichiarate la considerazione del numero relativamente contenuto di docenti che attualmente usufruiscono del tempo definito.
La CRUI ricorda che tale situazione si è determinata solo dopo l'attribuzione, qualche anno fa, ai docenti universitari in servizio presso le facoltà mediche con compiti assistenziali nel sistema sanitario nazionale (compiti pienamente rientranti, quindi, nei rispettivi doveri istituzionali), del tempo pieno ospedaliero, e cioè dell'obbligo di dedicare al complesso delle loro funzioni 36 ore settimanali.
Appare evidente che non si può considerare alla medesima stregua della posizione appena segnalata quella dei docenti di altri ambiti disciplinari, ampiamente se non prevalentemente impegnati in attività professionali ed extra-universitarie, che il provvedimento in preparazione vorrebbe, al contrario, equiparare al trattamento economico e giuridico degli attuali professori a tempo pieno.
Indipendentemente dai casi particolari, quello che rischia di venire del tutto dimenticato è il significato di fondo del tempo pieno universitario, da intendersi - al di là di ogni intento discriminatorio o punitivo, o delle dimensioni retributive con le quali lo si è finora configurato, o della sua stessa denominazione - quale requisito essenziale perché la ricerca sia e resti, nell'intreccio con la didattica, il connotato fondamentale del "mestiere" universitario, costituendo, conseguentemente, una caratteristica precipua dell'attività e dei doveri di coloro ai quali viene conferita la responsabilità di esercitarlo.
La CRUI non considera certamente intoccabile la soluzione data a tale problema nel DL n. 382/1980 e ricorda, d'altra parte, come sulla possibilità per i professori a tempo pieno di assumere incarichi extra-universitari siano già intervenute nel frattempo regole meno rigide, che si potrebbero ora rivedere ed eventualmente ampliare. La CRUI, parimenti, non riterrebbe ingiustificata una eventuale riconsiderazione delle limitazioni attualmente in vigore circa l'assunzione di alcune cariche accademiche da parte dei professori a tempo definito.
Ma altro sono le questioni appena accennate, affrontabili positivamente senza pregiudizi, altro le implicazioni decisamente negative per il sistema universitario che potrebbero venire dall'assunzione di un'ottica che ponga come solo limite alle attività esterne "la compatibilità con il rispetto dell'obbligo di non concorrenza nonché l'assenza di ulteriori profili di nocumento per l'Università", trascurando così il punto nodale, e cioè la centralità della ricerca e degli impegni relativi.
Eliminare l'elemento di riferimento rappresentato dal tempo pieno senza sostituirlo con un'altra clausola che faccia valere la medesima esigenza, comporterà che, di fatto (ma potrebbe anche essere questa la lettura autentica della norma, per nulla chiara al riguardo), l'impegno accademico si riduca annualmente a 350 ore, assolte le quali ognuno si sentirà libero di svolgere all'esterno altre attività con effetti ovviamente deleteri per la ricerca universitaria.
La CRUI non intende, con questo, mettere minimamente in discussione le possibili forme di sinergia e di collaborazione con realtà extra-universitarie, al contrario da auspicare e da favorire, fino a prevedere il pieno distacco per determinati periodi, di docenti universitari presso strutture ed enti di ricerca esterni, pubblici o privati. Altri commi del provvedimento sembrerebbero in effetti andare in questa direzione. Quello che non risulta garantito, e che appare invece alla CRUI essenziale, è il contesto in cui questo avverrebbe: come mera opportunità per i singoli interessati e per gli enti e i soggetti che ne acquisirebbero vantaggiosamente le competenze, o in un quadro di convergenze e di valorizzazione di apporti che risulti gratificante e offra ritorni in positivo anche all'istituzione universitaria.
Sarebbe a dir poco paradossale che il sistema della ricerca universitaria possa risultare indebolito e compromesso proprio in un momento nel quale si cominciano a raccogliere in maniera più sensibile i risultati degli sforzi esercitati negli ultimi anni per rafforzare e modernizzare lo stesso sistema, per svilupparne le capacità di richiamo di risorse esterne, per indirizzarlo più decisamente anche verso la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico, per ampliare i rapporti di collaborazione con il sistema produttivo, per incrementare brevetti e spin off, sulle linee del resto già ampiamente percorse con successo da altri paesi. E con riscontri e riconoscimenti oggettivi su quanto nel frattempo avviato che non provengono solo dall'interno delle università.
La CRUI è convinta che un simile processo possa proseguire e più ampiamente realizzarsi in un quadro che sicuramente garantisca e valorizzi (anche economicamente) più di quanto non accada ora i contributi dei singoli ricercatori e dei gruppi di ricerca, ma che salvaguardi nel contempo il ruolo e le responsabilità dell'istituzione universitaria quale fornitrice di apporti conoscitivi e di servizi di alto valore scientifico e sociale, suscettibili di costituire pertanto anche una sempre più rilevante e significativa fonte di entrate per l'università stessa.
4. Un terzo punto-chiave del provvedimento è rappresentato dalle nuove forme di reclutamento che si vorrebbero introdurre, basate su procedure di idoneità scientifica unificate a livello nazionale e su successive valutazioni comparative degli idonei a livello delle singole sedi.
La CRUI non avanza obiezioni allo schema in sé, ma non può non rilevare come esso venga applicato, prevedendo che il numero degli idonei sia legato alle richieste delle università e alla garanzia delle relative coperture finanziarie, con una possibile aggiunta di idonei in una percentuale che, in vari casi, non darebbe luogo alla possibile designazione neppure di un idoneo in più.
In tal modo non si farebbe che ritornare alle procedure concorsuali già sperimentate in passato e i cui inconvenienti, di vario ordine, si sono dimostrati non minori e non meno gravi di quelli che si imputano alle attuali prove di valutazione comparativa a valenza nazionale ma con svolgimento locale. Con l'aggravante, non da poco, della mancanza di garanzie circa le effettive capacità di rispettare le scadenze per i bandi ministeriali e sui tempi effettivi di costituzione e di lavoro delle commissioni, facendo prevedere conseguenti immobilizzi di risorse e rallentamenti dei piani programmatorî degli atenei proprio in una fase, come quella legata alla applicazione della riforma didattica, che richiederebbe, per contro, rapidità di interventi anche in questo campo. Non spinge certo a superare tali perplessità l'introduzione all'ultimo momento nel testo del provvedimento di una cadenza annuale anziché biennale dei bandi per le idoneità.
La CRUI fa d'altra parte presente che l'attribuzione alle università della determinazione dei posti da bandire non modificherà sicuramente taluni comportamenti già riscontrati e deprecati nel funzionamento del sistema decentrato in vigore. Si può infatti facilmente prevedere che le sedi non avvieranno procedure di valutazione se non dopo aver verificato nella comunità scientifica del settore interessato le possibilità di successo del candidato in pectore, quasi sempre già in servizio nella posizione inferiore. Si possono parimenti prevedere fin d'ora accordi tra sede e sede su candidati e possibili commissari. Con la quasi certezza, vista l'esiguità della quota aggiuntiva, che i candidati di valore, ma con minori appoggi, avranno possibilità anche minori delle attuali di venire presi in considerazione.
Se una preoccupazione di fondo, in questa particolare fase, dopo l'alto numero di docenti giudicati idonei negli ultimi anni (anche come effetto del precedente, prolungato blocco dei concorsi), è quella di contenerne il numero per qualche tempo - anche per dare modo al sistema di assorbire la gran parte almeno degli idonei senza esaurire in questo tutte le risorse - il medesimo risultato potrebbe essere raggiunto molto più semplicemente accogliendo la proposta da tempo avanzata dalla CRUI di mantenere l'attuale modalità di valutazione decentrata, ma prevedendo un unico idoneo, ferma restando la possibilità per la sede che ha bandito la prova di non chiamarlo.
La CRUI invita in ogni caso a riflettere sull'inopportunità, a regime, di procedure dagli effetti eccessivamente maltusiani, in contrasto con le oggettive esigenze di funzionalità del sistema e con le future, previste, larghe carenze di organico, da coprire con la dovuta gradualità e continuità, anche per non disincentivare il lavoro e l'impegno scientifico degli interessati, deludendone le legittime aspirazioni.
La CRUI si chiede d'altra parte se non sia giunto il momento di affrontare la questione facendo anzitutto chiarezza sulle diverse problematiche che vi confluiscono. Altro sono infatti i problemi del reclutamento vero e proprio, cioè delle modalità di ingresso nei ruoli universitari di docenti/ricercatori ad essi ancora esterni, e dei quali va rigorosamente garantita la qualità e l'impegno scientifico, unitamente alle capacità didattiche, secondo standard univoci, nazionali e internazionali, e affidandone la valutazione a commissioni giudicatrici fortemente qualificate rispetto alla comunità scientifica. Altro i problemi di riconoscimento del lavoro svolto e dei risultati raggiunti, con conseguente auspicio delle sedi, oltre che degli interessati, alla promozione da una posizione inferiore a una superiore (così si sono di fatto configurate in larghissima misura le prove di valutazione comparativa svoltesi negli ultimi anni, con eccezione, ovviamente, di quelle per ricercatore)
Altro ancora i problemi di mobilità e di trasferimento da una sede a un'altra nella medesima posizione o con accesso alla fascia superiore.
La CRUI dichiara il suo ovvio impegno a contribuire attivamente alla rapida individuazione di eventuali soluzioni operative che si muovano in questa direzione.
5. Il provvedimento governativo incide sullo stato giuridico e sulle condizioni di lavoro dei professori universitari anche da altri, decisivi punti di vista.
Una delle principali novità è rappresentata dall'ipotesi di articolare il trattamento economico dei docenti di nuova nomina, o che, già in servizio, sceglieranno di optare per il nuovo sistema, in una parte fissa (pari per tutti a quella degli attuali professori a tempo pieno) e in una eventuale parte variabile, da negoziare a livello di ateneo e da coprire con risorse tratte dal bilancio locale.
L'ipotesi in sé non costituisce motivo di contestazione. Al contrario, merita forse ricordare che un sistema che consente di integrare le retribuzioni con riconoscimenti anche economici per i carichi di impegno aggiuntivi è, nei fatti, già operante e secondo modalità delle quali si è potuto, negli anni, verificare l'efficacia.
Ci si riferisce agli affidamenti di insegnamenti o di moduli di insegnamento e alle indennità, previste dagli statuti, per cariche, funzioni, particolari incarichi. Sono ugualmente garantite agli interessati quote sui contratti e sulle attività di ricerca svolte per conto terzi. E non è venuta meno la possibilità di incentivare iniziative particolari di interesse della didattica. Il tutto sulla base di regole chiare e di processi decisionali ispirati alla trasparenza e alla linearità.
La CRUI ritiene che un sistema quale quello ipotizzato nel provvedimento possa essere valutato solo una volta chiarito che cosa accadrebbe delle procedure ora in atto e come eventualmente le si sostituirebbe - in questo caso per migliorarne la funzionalità - e avendo la garanzia che non si introducano nella gestione degli atenei e nelle responsabilità di chi li conduce elementi di discrezionalità e di personalizzazione, che favorirebbero prevedibilmente l'esplicarsi di influenze e condizionamenti, interni ed esterni all'università, del tutto impropri e devianti.
Ed è d'altro canto appena il caso di sottolineare come, di nuovo, il provvedimento tenda a modificare uno stato di cosa che, bene o male, ha trovato un suo pur precario assestamento, introducendo prospettive che rimangono prive di credibilità se non se ne indicano, con un sufficiente grado di attendibilità, le coperture finanziarie.
È evidente infatti che non ha molto senso ipotizzare compensi integrativi sui bilanci degli atenei nella loro configurazione attuale, del tutto priva di margini al riguardo, mentre non sussistono le minime certezze sulla loro consistenza e sulle loro eventuali maggiori disponibilità in futuro.
6. Ed è evidente, d'altro canto, che quanto meno certe e attraenti saranno le condizioni riservate a coloro che, per entrare nei ruoli universitari o per transitare alla fascia superiore, dovranno sottoporsi alle nuove normative, tanto minore risulterà la spinta per i docenti attualmente in servizio a optare per il nuovo stato giuridico.
Si determinerà in questo modo una duplicità di trattamento: per gli uni (per parecchi anni - si può ritenere - la larga maggioranza) fondato ancora tutto sul DL n. 382/1980, per gli altri ricavabile invece in parte da quest'ultimo provvedimento e in parte da disposizioni a sé stanti, con discordanze persino nell'età pensionabile e, sembrerebbe, nel godimento degli anni di fuori ruolo, ancora consentiti agli uni e eliminati per gli altri, con ovvie difficoltà gestionali e organizzative e prevedibili code di contenziosità.
Non è d'altronde un mistero che l'obbligo di svolgere 120 ore di didattica "frontale" è stato introdotto nel testo del disegno di legge all'ultimo momento, rispetto alle versioni precedentemente diffuse, che parlavano, molto più genericamente, di "120 ore per lo svolgimento di attività didattiche": una formula comprensiva quindi, anche di tutte le altre attività correlate all'insegnamento frontale. In tal modo si è fatta rientrare l'imbarazzante obiezione, già avanzata anche dalla CRUI, che con il nuovo trattamento si sarebbe, non già raddoppiato, ma dimezzato l'impegno al quale gli attuali docenti in servizio (compresi quelli a tempo definito) sono tenuti per la medesima voce, "attività didattica". Ma già non sono mancate le prime prese di distanza dalla nuova dizione.
A parte la praticabilità della formula in generale e, più in particolare, nei settori dove esistono attività di laboratorio o al letto dei malati (attività "frontale" anche queste?), è in ogni caso chiaro che essa rappresenterà un ulteriore deterrente dall'optare per il nuovo stato giuridico.
7. Un punto sostanziale, già accennato a più riprese nel corso del presente documento, è l'assoluta mancanza di connessioni tra il nuovo progetto di stato giuridico e la questione, centrale e più che mai all'ordine del giorno dopo le leggi finanziarie degli ultimi due anni, del finanziamento delle università pubbliche.
È a questo riguardo perlomeno singolare che l'unica preoccupazione, dovendo precisare nell'articolo 3 la copertura finanziaria del provvedimento, riguardi gli oneri derivanti dall'abolizione dell'impegno a tempo definito: per di più immaginando che vi si possa fare fronte semplicemente diminuendo gli stanziamenti da destinare ad affidamenti e supplenze.
Le implicazioni d'ordine finanziario alle quali si sarebbe dovuto pensare, e comunque in gioco in una materia come quella oggetto del disegno di legge, sono ben più rilevanti. Si è già sottolineato come l'opportunità o meno di sostituire gli attuali ricercatori a tempo indeterminato con figure di contrattisti a termine sia legata non poco all'entità, e quindi alla attrattività, degli importi assegnabili ai contratti in questione e alla concreta possibilità, nel caso in cui si istituiscano due sole fasce di docenti, di ampliare considerevolmente il numero dei professori associati. E si è già accennato all'aleatorietà dell'ipotesi di dar luogo a una parte variabile delle retribuzioni dei professori, quando queste non potranno che dipendere da disponibilità imprecisabili e persistentemente condizionate, se non si muta sistema, dalle incognite derivanti dagli aumenti automatici della retribuzione "fissa".
Che il silenzio su questi temi possa essere, o essere stato, un viatico per la presentazione di un progetto altrimenti bloccato o da bloccare per carenza di copertura o perché ne sono indeterminabili i costi non significa che la questione possa essere elusa ora: e tanto più in un momento come l'attuale nel quale si stanno faticosamente cercando nuove regole per il finanziamento del sistema universitario nazionale, il cui punto critico è rappresentato proprio dai costi per la docenza, peraltro non superiori a quelli di altri paesi europei.
La CRUI ritiene che sia suo preciso dovere di fronte al sistema universitario nazionale chiedere con forza che la discussione e l'elaborazione normativa sui due punti, revisione dello stato giuridico e revisione del finanziamento degli atenei, procedano d'ora in avanti in stretto raccordo.