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UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA” DIPARTIMENTO DI SCIENZE STORICHE, ARCHEOLOGICHE E ANTROPOLOGICHE DELL’ANTICHITÀ
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Riflessioni sul DdL “Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari e istituzione del Consiglio Superiore dell’Istruzione e della Scienza”
(documento esteso, da utilizzare, anche con modifiche, per diffondere la conoscenza del provvedimento)
Il Consiglio del Dipartimento di Scienze storiche, archeologiche e antropologiche dell’antichità, riunito in data 3 febbraio 2004, esaminato il DdL sul “Riordino dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari e istituzione del Consiglio Superiore dell’Istruzione e della Scienza”, approvato dal Consiglio dei Ministri, ha espresso, in totale accordo con la posizione assunta dal C.d.A, dal Senato Accademico e dall’Assemblea dei docenti del 28 gennaio, assoluto dissenso nei confronti del provvedimento che, nei fatti, è riforma sostanziale del sistema “Università”, attuata tramite la destrutturazione dell’Università statale, di cui vengono minati alla base principi fondamentali quali libertà d’insegnamento e ricerca, diritto allo studio, sanciti dalla Costituzione, colpendo con eguale gravità docenti e studenti che sono tutti “parte lesa”.
La legge delega in prima istanza e, successivamente, i consequenziali Decreti Delegati mirano a dar vita ad un sistema costituito da un’ Università statale “per tutti” di basso profilo, “liceizzata”, controllata dal Ministero (leggasi Ministro con il suo istituendo Consiglio Superiore) e dal potere politico-economico e, dall’altra, Università private, poli di eccellenza, preferibilmente anch’essi privati, o con forti componenti private, condizionanti e condizionabili al tempo stesso (fondazioni, banche, imprese, enti locali), che saranno accessibili solo per chi disporrà di mezzi economici adeguati. Prove che tali siano i fini del governo sono sotto gli occhi di tutti: trasformazione per legge, voluta dal ministro Tremonti, della Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione in Università (con docenti "equiparati ad ogni effetto giuridico ai professori universitari di prima fascia"); distruzione del CNR, privato di fondi e successiva creazione e finanziamento dell’ITI; trasferimento dei fondi per la ricerca alle imprese (piano nazionale per la ricerca), finanziamento dell’Università privata San Pio V, varo dell’Università telematica, con soli cinque professori, ordinari, in ruolo.
Il DdL, presentato all’opinione pubblica come la soluzione di tutti i mali che affliggono l’Università è un esempio di “pubblicità ingannevole”, infatti, mentre si dichiara di voler “moralizzare” (trasparenza nei sistemi di reclutamento e procedure concorsuali, accertamento rigoroso della qualificazione scientifica), razionalizzare e modernizzare il sistema per fornire un migliore servizio agli studenti, svecchiare il corpo docente, impedire la fuga di “cervelli” all’estero, richiamare chi è fuggito, rendere competitiva la ricerca,
nei fatti
si strangolano economicamente le Università, riducendo ancora, e progressivamente, l’entità del finanziamento pubblico, trasferendo al contempo sui loro magri e precari bilanci oneri crescenti, tra cui i costi dell’estensione del regime a tempo pieno a tutti i docenti, altro inganno, dal momento che sotto questa dizione si ha, invece, l’estensione a tutti i docenti della possibilità di svolgere attività professionali esterne di qualsiasi tipo. Le risorse economiche che serviranno per aumentare lo stipendio a chi oggi è a tempo definito, in quanto svolge tali attività, dovranno essere reperite economizzando, riducendo supplenze, affidamenti ecc., contraendo nella sostanza l’offerta didattica. La propagandata imposizione di 120 ore di didattica frontale, che in realtà riduce l’impegno per didattica e ricerca definito nell’attuale normativa, comporterà, con la prevista ridefinizione dei settori disciplinari, la scomparsa di moltissimi insegnamenti, annullando la ricchezza e la peculiarità che ancora oggi contraddistinguono l’Università italiana, diminuendo la specificità formativa a favore della genericità dell’insegnamento. La penuria di fondi - la legge a costo zero non prevede risorse economiche aggiuntive - non consentirà non solo l’acquisizione di spazi vitali (edilizia), ma neanche l’aggiornamento delle biblioteche e della strumentazione scientifica, la manutenzione dei laboratori e delle strutture, e provocherà, prevedibilmente, l’aumento delle tasse universitarie a fronte di servizi sempre più scarsi che renderanno le Università sempre meno competitive e la formazione sempre più scadente. Contemporaneamente si sviliscono i titoli di studio conseguiti nelle Università, equiparando specializzazione e dottorati, in cui si accede per concorso e si procede con esami (e si può godere, anche se in misura troppo ridotta, di una borsa di studio), a Master, che potranno essere organizzati e finanziati da soggetti estranei all’Università, per proprie finalità, cui si accederà versando cifre consistenti per l’iscrizione.
si attua la separazione netta tra didattica e ricerca, per altro sempre meno finanziata, che produrrà: insegnamento sempre più scolastico e meno aggiornato, assenza di attività di laboratorio e quindi di formazione e addestramento alla ricerca, impoverimento culturale ed economico del paese
si porta a sistema la precarizzazione del personale a tutti i livelli, con riduzione progressiva del numero dei docenti di ruolo, eliminazione del ruolo dei ricercatori, per cui non è prevista la trasformazione in terza fascia della Docenza, che ne riconosca la funzione attualmente svolta. La parallela introduzione di contratti di diritto privato, in numero illimitato, comporterà l’aumento di forme di cooptazione clientelare, la totale ricattabilità dei soggetti, la mancata valorizzazione di professionalità già formate (dottori di ricerca, titolari di assegni di ricerca, specializzati), destinate a limitate possibilità di accesso, sempre in forme di precariato a lungo termine, con evidente spreco di energie intellettuali ed umane, nonché di denaro pubblico già investito per la loro formazione. Si otterrà che i cervelli invecchino nell’attesa di entrare, forse, nei ruoli; si provocherà la fuga all’estero nei settori di ricerca e didattica in cui sarà possibile farlo. Si immetteranno nei ruoli, senza concorso, persone di cui sarà dichiarata (da chi?) la provata qualificazione. Per il personale docente la contrattazione, all’interno dei singoli Atenei, di quote di retribuzione aggiuntiva per incarichi che esorbitino dall’impegno orario previsto dalla legge, sarà potenziale frutto di arbitrio e di conflitti tra i gruppi accademici per l'accaparramento delle risorse stesse, con penalizzazione di quelli più deboli e, ancor di più, degli studiosi isolati. Del personale non docente non si fa parola.
Il Consiglio, valutati appieno gli effetti devastanti del Disegno di Legge Delega ne ha chiesto e chiede il ritiro.
Roma, 3 febbraio 2004