DEVI –
di Chiara Cambiaso
India, 1960, B/N, di Satyajit
Ray,
“Osservando il lavoro di Jean Renoir, ho visto come per la prima volta la nostra campagna venisse mostrata in maniera realistica […] e lui un giorno mi disse: Ciò che è importante in un film sono gli elementi significativi ed essenziali”. E’ il 1950. Satyajit Ray, giovane intellettuale bengalese, proveniente da un’illustrissima famiglia di artisti e in possesso di un’ottima istruzione improntata a un grande eclettismo, lavora a Calcutta come disegnatore. La visita al set de “Il fiume”, girato dal regista francese nei dintorni della città e la successiva visione a Londra di “Ladri di biciclette”, lo porteranno a scegliere il cinema in veste di autore e, in seguito, anche di compositore. Nella frase di Renoir già si trova riassunta tutta l’opera “maggiore” (o forse è meglio dire “la più conosciuta in Occidente”) di Ray: l’austerità dello stile, il suo racconto per immagini che raramente lascia spazio a dialoghi perlopiù brevi e spesso folgoranti, nonché la critica indefessa agli aspetti deteriori della propria cultura combinata a una grande attenzione al sociale e al realismo della rappresentazione, cifra caratteristica questa del cinema bengalese d’autore, spesso in contrapposizione alle pellicole commerciali bollywoodiane. Ray si allontana dagli studi, quando è necessario, per immergersi nei luoghi dell’azione, rifiuta la formula dei numeri di ballo e canto per un diverso uso della colonna sonora e, privilegiando l’asciuttezza e la verosimiglianza, taglia la durata dei film. “Devi” appartiene al primo periodo dell’attività del regista, apprezzatissimo anche e soprattutto all’estero (l’opera fu presentata a Cannes).
Punto nodale della vicenda è il culto di Kali, o Durga, la suprema dea madre protettrice di Calcutta, città che prende addirittura il nome da lei (“Kali Ghat”, “il luogo di Kali”). Il film si apre con l’importantissima festa dedicatale ogni anno in città, che si conclude con la deposizione del suo simulacro adornato di fiori nel Gange. La rappresentazione della dea, secondo una concezione che piacerebbe moltissimo a Umberto Galimberti, è fortemente ambivalente: Kali è la dea della nascita e della tenerezza, la madre dei viventi alla quale i fedeli si rivolgono con parole quasi identiche a quelle usate dai cristiani per Maria Vergine, ma anche la dea della distruzione, della Nemesi, della collera che annienta l’universo nel suo furore. Una bella differenza rispetto all’ideale cattolico di donna/madre dolce e angelicato, che al confronto pare miseramente campato in aria.
L’anziano zamindar (“proprietario terriero”) protagonista, in sogno, crede di riconoscere nella nuora Doya la reincarnazione di Kali: da allora, nessuno dei familiari, tranne il marito della giovane, studente di tendenze progressiste e la cognata, sulle prime alquanto scettica, osa contraddirlo. A questo punto si inserisce un’altra delle doverose critiche di Ray all’induismo e alla letteratura classica che lo sostiene (viene citato il grande poeta Kalidasa): il culto acritico dei genitori, visti come dei che vanno serviti, obbediti e riveriti in ogni caso. Alle nostre orecchie di italiani ricorderà senz’altro il famigerato “onora il padre e la madre”, tipico esemplare della tendenza al mantenimento dello status quo per il quale la maggioranza delle religioni si batte. L’antico precetto viene usato dall’uomo, in luogo di una risposta argomentata, per far tacere le giuste rimostranze del figlio, sconvolto dal circo pseudo-mediatico del tipo “madonna-che-piange” di cui è vittima la giovanissima moglie, ridotta a un idolo esausto davanti al quale sfilano per ore pellegrini devoti. Una rappresentazione commovente ed efficacissima di questo processo di disumanizzazione è data dalla splendida scena in cui la palla del nipotino, col quale Doya amava giocare, entra accidentalmente nella sua stanza e che il bimbo ha paura di raccogliere, intimorito dalla nuova condizione della zia. Lei lo incita dolcemente cogli occhi e coi gesti: poi, quando il piccolo è uscito, il suo sguardo cade sulla ghirlanda che il marito, secondo il rito induista, le aveva messo al collo all’inizio della cerimonia nuziale. Nel ricordo di quel giorno e di altri piccoli e teneri particolari della vita passata, la nostalgia e la solitudine della ragazza emergono prepotentemente.
Il suo strazio, la sua impotenza e l’incapacità di reagire di fronte all’ondata di fanatismo, simboli di una condizione femminile di passività, nonché la guarigione accidentale di un bimbo malato, porteranno al crescere ancor più incontrollato del fenomeno, fino alla tragedia finale: l’amatissimo nipotino non viene curato (si crede alla possibilità di un altro “miracolo”) e muore. La rinuncia alla ragione dell’intera famiglia (ad eccezione del marito) e la conseguente rovina psicologica vengono dipinte in una scena finale da brivido, in cui la regia è impietosa nelle sue inquadrature.
La grande direzione degli attori (adulti e bambini) è tipica di Ray e il cast di “Devi” non fa proprio eccezione, a partire dalla stupenda adolescente protagonista, Sharmila Tagore, pronipote del Nobel Rabindranath (carissimo amico della famiglia Ray), futura grande stella sia del cinema bengalese che di quello hindi – bollywoodiano e no – esordiente l’anno precedente ne “Il mondo di Apu”, ultimo film della “Trilogia di Apu”, l’opera più celebre di Ray. Il suo ruolo, dopo i brevi dialoghi iniziali, diventa, con la trasformazione del suo personaggio in dea, quasi muto: i suoi sguardi, carichi di angoscia, smarrimento, confusione e spossatezza sono eloquentissimi, per culminare poi nella folle disperazione finale. Senza contare la sua bellezza e grazia veramente “divine”. Nei panni del marito, un fedelissimo del regista, Soumitra Chatterjee, a cui va il merito di aver recitato molto bene un personaggio meno scontato di quanto si pensi, non un santo né un crociato ma un uomo molto normale, con pregi e difetti, come sempre nel cinema di Ray. Dulcis in fundo, l’adepto di Kali: Chhabi Biswas, grande vecchio del cinema bengalese, già utilizzato dal regista in “Jalsaghar – La sala di musica”, che offre qui un’altra ottima interpretazione.
La musica, sebbene utilizzata in minor misura rispetto ai “masala” bollywoodiani, è un elemento importantissimo in ogni film indiano che si rispetti, dato il rapporto simbiotico che questo Paese sembra avere con la melodia e il ritmo. Ray, come altri grandi autori (ad esempio Raj Kapoor e Guru Dutt) utilizza sempre con grande finezza le colonne sonore: in “Devi”, i momenti forse più significativi a questo riguardo sono il breve canto del mendicante, embrione di un numero tradizionale, dove la miseria e la disperazione del popolo vengono espresse colla massima efficacia e sobrietà, e la scena della tentata fuga, accompagnata da un motivo molto angosciante che, mescolandosi perfettamente alla regia, alla fotografia e alla recitazione, trasmette un senso di tragedia incombente e il grande disagio di cui è preda l’animo di Doya.
Sappiamo molto bene come, anche qui in Occidente, chiunque critichi in maniera seria e circostanziata la propria cultura venga spesso accusato di “tradimento” o di immoralità se la critica è diretta a una religione. Tanto più coraggiosa è la scelta di Ray di mostrare come il contatto tra due culture notevolissime, pur sotto la cattiva stella del colonialismo, possa portare nuove idee, scambi fecondi e proficui, che sanno allargare le prospettive di entrambe le parti e a comprendere meglio il proprio retaggio. Contrariamente alla vulgata propalata dai falsi patrioti, inesausti cantori della “tradizione” intangibile, che va preservata nella sua interezza come “parola rivelata”, Ray non era un fanatico dell’Impero Britannico, ma un uomo con radici bengalesi profondissime e, allo stesso tempo, edotto della cultura occidentale, perfettamente in grado di misurare pregi e difetti di entrambe. Decisamente la primitiva dicotomia “noi-buoni/gli altri-cattivi” (o viceversa) che si ascolta purtroppo così di frequente non gli apparteneva. Ciò che Ray condanna è il fanatismo anti-scientifico e irrazionale, che porta gli uomini, ignoranti o colti che siano, a credere a un paternalistico e infantile intervento dall’alto che tutto risolve, senza che all’essere umano sia richiesto di agire se non con una preghiera.
Fortunatamente l’eredità di
rigore e di cosmopolitismo di Ray e del suo cinema, che per lui era espressione
autentica e profonda del suo essere, ha lasciato un segno molto duraturo nel
mondo. Il cinema d’autore bengalese di oggi gli deve
moltissimo: registi come Aparna Sen e Goutam Ghose hanno iniziato come suoi
attori o lo hanno ripetutamente omaggiato, mentre all’estero, in Europa e negli
Stati Uniti, Satyajit Ray è ancora per molti sinonimo di “cinema indiano”, e le
sue vittorie a Venezia (la prima nel 1957 con “Aparajito – L’invitto”) e agli
Oscar testimoniano il meritato favore
critico goduto dall’autore di un corpus di opere complesse e tutte da
esplorare, create da un intellettuale autenticamente universale nel suo
umanesimo e nella sua profondità.