Chupke Chupke          di Rita Sotgiu

Hrishikesh Mukherjee, la lieve ironia per raccontare delle identità linguistiche

 

cast: Amitabh Bachchan - Sukumar Sinha

        Dharmendra - Parimal Tripathi

        Sharmila Tagore - Sulekha Chaturvedi

        Jaya Baduri - Vasudha Kumar

 

colore

anno: 1975

regia Hrishikesh Mukherjee

 

In un'epoca in cui andavano per la maggiore i masala d'azione, Hrishikesh Mukherjee, uno dei più bravi e raffinati registi indiani,  ci offre una commedia brillante, esilarante e raffinata in cui compaiono attori e attrici che in quegli anni avevano grande successo e appeal presso il pubblico.

La trama del film ruota intorno alla figura di un luminare della botanica, il professor Tripathi a cui non mancava un marcato spirito dissacrante e burlone. Durante un suo soggiorno presso una stazione collinare decide di farsi passare per il custode del locale ostello, dato che il custode vero doveva assentarsi per andare a trovare il nipote febbricitante. L'offerta di scambio avviene perché è in arrivo un gruppo di studentesse con la propria insegnante.

Per un po il gioco regge a meraviglia ma, in seguito, una delle ragazze, Sulekha scopre l'imbroglio e attratta dall'affascinante professore, gli lascia il suo indirizzo nella città di Allahabad.

 

I due si innamorano e decidono di sposarsi e così si approfondiscono le conoscenze delle rispettive famiglie e amici, con l'entrata in scena di Sukumar, caro amico del professore di botanica e egli stesso professore di inglese, a sua volta Parimal viene a conoscere, anche se di sola fama inizialmente, del cognato della moglie. La ragazza loda questo cognato per ogni cosa, ai suoi occhi è una sorta di genio che riesce in ogni progetto che si prefigge di conseguire, inoltre ha una sorta di fissazione che riguarda il modo di parlare. Pensa che si debba usare una lingua il più possibile "pura", ovvero senza uso di termini stranieri tanto da essere preso in giro dallo stesso Parimal quando, commentando una lettera scritta dal cognato dice che sembra il modo di parlare di uno speaker della radio.

Per dimostrare i limiti e la normalità dell'uomo, Parimal escogita uno scherzo, ancora una volta organizzato intorno a uno scambio di persona e parte per Bombay facendosi passare per l'autista che Haripath(il cognato) stava cercando, motivo principale della scelta risiedeva nel fatto che una persona proveniente da Allahabad era in grado di parlare una lingua "pulita" da termini stranieri, principalmente inglesi".

Arrivato a casa di Haripath, il botanico inizia una sorta di pressing linguistico, usando frasi e parole che ben presto mettono in difficoltà lo stesso purista della lingua, portandolo piano piano a confusioni che lo mettono buffamente in imbarazzo.

A questo gioco delle parti si aggiunge l'amico di Parimal, Sukumar; i due si scambiano di ruolo e Sukumar sosterrà la parte dell'amico facendosi passare per il professore di botanica e si presenta insieme alla moglie dell'amico. Si crea in questo modo una complessa quanto irresistibile rete di scambi di persona e di fraintendimenti che hanno maggiore effetto con la visione diretta del film.

La cosa che vorremmo mettere in risalto qui, in primo luogo riguarda il trattamento che il regista fa del tema controverso dell'uso della lingua, controverso perché come molti paesi ex coloniali l'India, almeno in quelle zone dove si parla Hindi è costantemente presa fra una identità linguistica "di fatto", quella parlata dalla gente comune e che mischia termini hindi con l'inglese e l'urdu, e una parte della società che si auspica una ripresa dell'uso di Hindi senza quel lessico. Generalmente ci si riferisce a questo tipo di lingua come Shuddh Hindi che poi è quello che si sente nei notiziari televisivi e radiofonici, nella politica etc.

 

Mukherjee non ne fa assolutamente materia di prediche più o meno colte ma sottolinea quella che dal suo punto di vista è una assurda e paradossale situazione, in una successione di scene comiche mette in risalto come un desiderio, culturale in questo caso, di imporre una regola astratta sia in realtà poco praticabile perché non tiene conto della quotidiana realtà

Insistiamo ancora sul motivo della lingua, non per pedanteria ma perché a un pubblico italiano questo aspetto di conflitto sfugge, nella logica e nelle motivazioni; altrove e in questo caso in India l'identità linguistica e la sua preservazione è stata ed è motivo di forti contrasti non solo politici ma anche di contrapposizione regionale, ricordiamo che nello stato meridionale del Tamil Nadu è sorto in passato un movimento per la protezione della lingua tamil, in vivace contrasto con le iniziali politiche del governo centrale per imporre la lingua Hindi a tutto il paese, un paese in cui convivono circa 15 lingue ufficiali e un numero davvero alto di varianti e dialetti locali.

 La questione linguistica è sentita molto proprio dagli stati meridionali dove si parlano le quattro lingue del gruppo linguistico detto dravidico, che nulla hanno in comune con le lingue del ceppo Indoeuropeo come è l'Hindi. L'avversione all'imposizione della lingua Hindi ha portato alla crescita di un movimento che inizialmente aveva un forte orientamento secessionista e indipendentista, e che ha rischiato di portare il paese ad un'altra dolorosa secessione dopo quella marcata in senso fondamentalista e di purezza religiosa che ha coinvolto l'attuale Pakistan.

 

Per far capire meglio quanto sia delicato l'argomento basti pensare che uno dei motivi maggiori che portarono il Bangladesh a formarsi come stato indipendente rispetto al Pakistan, di cui ha fatto parte per un periodo, è stato esattamente il tentativo di imposizione linguistica, in questo caso della lingua Urdu a discapito del Bengali, lingua parlata dalla quasi totalità della popolazione dell'attuale Bangladesh.

Ma non basta, dato che un altro dei motivi di contrapposizione linguistica riguarda i rapporti tra Hindi e Urdu, essendo la seconda la lingua formata a partire dalla presenza islamica in India, presenza che ha rappresentato la nascita di una cultura e di un'arte anche raffinate ma che, in ogni caso, è pur sempre il risultato di un movimento di invasione da parte di eserciti stranieri che arrivarono in India allo scopo di sottomettere il paese e di islamizzarlo. Ciò che è accaduto è che in realtà l'India nella forza e profondità della propria civiltà ha saputo inglobare nel proprio tessuto anche una presenza che tentava di essere egemone nel paese e che ha finito essa stessa per essere fortemente influenzata dalla prevalente cultura indiana. In epoca recente anche a causa del ruolo giocato dagli inglesi, si è arrivati alla formazione di gruppi politici che hanno portato fino in fondo le proprie smanie di secessione con la nascita del Pakistan e che hanno causato uno degli esodi di massa più imponenti del ventesimo secolo e un alto numero di vittime.

Questa panoramica storica ci serve, non per demonizzare qualcuno, non è nostra intenzione, ma per far comprendere come l'ostilità che esiste oggi nei confronti della lingua Urdu e delle sue influenze sulla controparte Hindi abbia basi storiche che non possono essere trascurate e che però fanno sempre i conti con l'atteggiamento della gente qualsiasi che pare aver risolto "in basso" la questione molto meglio di alcuni politici che un po in tutto il subcontinente si ostinano a fomentare e strumentalizzare.

 

Detto questo, ritorniamo al tono lieve e ilare di Hrishikesh Mukherjee che guarda in faccia un tema tanto spinoso e è capace di riderne, di mostrare limiti e ridicolezze di alcune estreme opinioni, facendoci considerare come anche o soprattutto di fronte a potenziali rotture e scontri si può seguire una via differente che ride di sé e si sdrammatizza e che ci suggerisce che il modo di parlare, la lingua di appartenenza o l'aspetto esteriore non sono motivi sufficienti per appiccicare etichette precostituite o insensati stereotipi dato che, come ci viene allegramente mostrato, un esimio professore di botanica all'occorrenza può essere scambiato per un autista e qualcun altro può farsi passare per esperto di fiori e piante pur non capendoci niente.

E' in fondo l'eterno gioco delle maschere che nascondono il vero aspetto e che, volendo si possono scambiare, un po come succede a carnevale, dove almeno per una volta ognuno può decidere di esser qualcun altro e può essere possibile allora guardare noi stessi come maschera indossata da altri e ridere un po delle proprie debolezze e fissazioni.

 

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