THE LEGEND OF BHAGAT SINGH: la lotta violenta per l’indipendenza, il rifiuto di Gandhi e il settarismo nella politica indiana

di Chiara Cambiaso

 

India, 2002, di Rajkumar Santoshi, 155’, hindi/inglese, musica di A. R. Rahman

 

Trama: Le vicende di Bhagat Singh, combattente per la libertà dell’India, dall’infanzia (anni Dieci) alla militanza nell’HSRA (Hindustan Socialist Republican Association), fino alla morte per impiccagione nel 1931, all’età di 23 anni.

 

Analisi: La figura del patriota Bhagat Singh, fautore della lotta violenta per la liberazione dal dominio britannico, è in grande corso di rivalutazione in India. E non a caso: il film è stato girato nel 2002, anno in cui le stragi interreligiose, fenomeno sociale piuttosto comune nella società indiana dell’ultimo ventennio, hanno raggiunto l’apice (nello Stato del Gujarat, varie centinaia di musulmani hanno perso la vita o sono stati torturati coll’assenso della polizia e del governo, all’epoca in mano al BJP, partito di estrema destra indù). L’ideologia di Bhagat e dei suoi, per converso, era laica e socialista. Il film, dunque, oltre ad essere un tributo alla memoria di un gruppo di giovani combattenti e del loro leader (se non di fatto, Bhagat Singh era comunque il membro più carismatico), è anche una condanna molto forte nei confronti del crescente settarismo (“communalism”) che, dagli anni Ottanta in poi, ha dominato la politica indiana, con un aumento impressionante, appunto, della violenza interreligiosa e la creazione, a scopo di strumentalizzazione politica, di contrapposizioni ideologiche che storicamente e culturalmente non hanno il benché minimo senso - basti pensare alla grandissima tradizione indiana di accoglienza ai profughi di ogni religione, al sincretismo e alla condivisione di luoghi di culto in Stati come, ironia della sorte, il Kashmir, oggi teatro di continui attentati terroristici.

 

A questo proposito, nel mirino del regista ci sono anche la politica del Congresso (partito che ha governato il Paese per cinquant’anni, prima dell’avvento dell’estrema destra indù e che è tornato al potere nel 2004) e la figura di Gandhi, visto come un fiancheggiatore della sua corruzione. Le accuse al Congresso, per usare un blando eufemismo, sono sacrosante: prima fra tutte, all’origine dell’odio interreligioso, la decisione forse più disastrosa, non solo per l’India ma per tutto il sub-continente e, indirettamente, gravida di conseguenze nefaste per il mondo occidentale: l’acquiescenza alla cosiddetta “Partition”, la divisione su basi confessionali tra India e Pakistan, che ha provocato esodi terribili, eccidi interreligiosi di massa, ben quattro guerre tra i due Stati (dagli anni Quaranta agli anni Novanta) e creato una gravissima situazione di instabilità in Pakistan, humus ideale per i terroristi. Persino l’assassinio di Gandhi affonda le sue radici nel fanatismo religioso, esacerbato e alimentato dalla vicenda, per cui l’uomo politico era reo di essere “favorevole ai musulmani”, quando in realtà aveva solo fatto appello alla calma e, per parte sua, disapprovava la Partizione. Nel film, il leader del movimento non-violento viene accusato di propugnare un metodo inefficace e di essere un collaborazionista (tutti i cedimenti di Gandhi, come la richiesta dello status di “Dominion” agli inglesi invece dell’indipendenza negli anni Venti, vengono spietatamente messi alla berlina). Tali critiche, per quanto disturbanti, parziali e persino assurde possano essere, hanno almeno il vantaggio di evitare il solito approccio da santino tipico dell’Occidente. Ciò che non regge all’analisi, però, è proprio il punto di vista di Santoshi, che etichettando la non-violenza come movimento debole, compromissorio e ambiguo, dimostra in maniera lampante di non essere interessato a una disamina imparziale e leale (ironia della sorte: Bhagat Singh ottiene il più grande seguito popolare quando, in carcere, fa lo sciopero della fame, usando una tattica non-violenta). La libertà, secondo il regista, si ottiene soltanto colle armi e colle bombe, a dispetto delle conseguenze.

 

Il regista si fa inoltre portavoce di una corrente, molto presente nel Paese, di crescente insoddisfazione nei confronti della democrazia, vista come l’epitome della corruzione e dei privilegi, l’ideologia ideale per una classe politica di “indiani grassi e ricchi” (altra accusa pertinente nei confronti del Congresso, fortemente familista quando non settario), dimenticando però che la democrazia in quanto tale, citando Gustavo Zagrebelsky, non promette né “paradisi”, né il “futuro radioso” di bolscevica memoria e nemmeno giustifica, anzi condanna, nella maniera più recisa, i privilegi. Il cineasta sposa quindi in pieno le idee del suo biografato socialista, senza darsi pena di presentare un ritratto equanime di Bhagat Singh, dei suoi e del loro operato (a partire dal titolo del film, piuttosto agiografico). Va detto però che la sincerità del patriottismo del gruppo di rivoluzionari e la loro grande forza morale spiccano enormemente, grazie anche al lavoro eccellente del protagonista, Ajay Devgan, che merita davvero una menzione speciale, per la sua intensità e il suo calarsi completo nel ruolo.

 

Dal punto di vista formale, il film ha un ritmo serrato, a rappresentare la vita dei giovani combattenti, breve e molto attiva. Anche la regia tallona costantemente i suoi personaggi, testimoniando la sua sostanziale identità di vedute. Le canzoni sono molto ben integrate nella narrazione, in particolare la presentazione del protagonista, uno spettacolo sikh che si trasforma in canto anti-britannico. In “Sarfaroshi Ki Tamanna”, viene utilizzato il testo di un poema recitato in prigione dai rivoluzionari. Notevolissimi, anche dal punto di vista musicale, l’ultimo pezzo, “Mera Rang De” (trascinante e sincero) e la canzone d’amore, “Maahi Ve”, che apparentemente è molto stereotipata, ma che in realtà, colla sua malinconica descrizione di un amore irrealizzabile, assume toni di commosso accenno a una vita mancata nei suoi aspetti sentimentali, deviando così dalla formula consueta (una canzone d’amore descrive generalmente un sentimento reciproco e “in atto”).

 

Uno dei rari difetti del film è la sua rappresentazione degli invasori britannici, sempre molto sopra le righe. Il motivo è in realtà semplicissimo: la grande maggioranza di bianchi che compaiono nei film indiani di cassetta non sono attori. Questo spiega la loro recitazione non proprio ortodossa, che enfatizza le battute. La tirannia britannica, comunque, viene descritta con dovizia di (orridi) particolari, tutti verificabilissimi: l’apartheid nei luoghi pubblici, le torture nelle carceri e lo sterminio di civili inermi (prima fra tutti, la strage di Jallianwala Bagh, avvenuta nel 1919 che, nei libri di storia italiani, è chiamata “massacro di Amritsar”).

 

Nonostante la sua parzialità e le sue critiche discutibili, per l’adozione di un punto di vista per noi inedito (l’India non è solo non-violenza) e per la descrizione di un pezzo di storia poco conosciuto al di fuori dei confini nazionali, trovo questo film prezioso, interessante e stimolante.

 

 

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