AMU: la ricerca della verità e la strage dei Sikh nel 1984  di Chiara Cambiaso

 

Amu, USA/India 2005, di Shonali Bose, 105’, inglese/hindi/punjabi

 

Trama: Kaju, una giovane statunitense di origini indiane, torna a Delhi, dove ha vissuto i primi tre anni di vita,  alla ricerca delle sue radici. Le indagini porteranno alla luce una tragedia dimenticata e negata, il pogrom della popolazione sikh del 1984.

 

Analisi: Negli anni Ottanta, Indira Gandhi e il suo governo si trovarono ad affrontare una questione alquanto spinosa: le pressioni dei movimenti indipendentisti sikh per la creazione di uno Stato autonomo, il Khalistan. La maggior parte di questi gruppi, a dispetto del pacifismo della loro religione, praticava una lotta di stampo terroristico. Il capo di una delle fazioni più potenti, Bhindranwale, ex uomo del Congresso poi ripudiato in seguito (una storia molto comune, come giustamente ricordava Tiziano Terzani), si asserragliò con i suoi nientemeno che nel Tempio D’Oro di Amritsar, il luogo sacro dei sikh. Numerosi agenti e soldati (i sikh, essendo prevalentemente abitanti dello Stato del Punjab, una zona di confine, hanno sviluppato una grande tradizione militare difensiva che, in tempi moderni, si è tradotta in una cospicua presenza nell’esercito e nella polizia) si offrirono volontari per infiltrarsi come pellegrini nel tempio, per disarmare i guerriglieri col minor spargimento di sangue possibile, ma la tattica scelta dalla Gandhi, con una mancanza di lungimiranza a dir poco scioccante, fu un’altra: quella dell’assalto in grande stile. Così, il 3 giugno 1984, scattò l’Operazione Blue Star, consistente in un bombardamento d’artiglieria ai danni di un monumento patrimonio dell’umanità (che ne uscirà semidistrutto) e nell’impiego dei reparti speciali che, nel successivo violentissimo scontro durato 48 ore, mieterà decine di vittime civili. La profanazione del tempio e i metodi degni di una dittatura usati dal governo (comprese, prima e dopo l’attacco, le torture ai danni dei sospettati), crearono un’ondata enorme di risentimento nella comunità sikh.

 

Qualche mese dopo, il 31 ottobre, Indira Gandhi venne assassinata nel suo giardino da due sue guardie del corpo, Satwant e Beant Singh, entrambi di religione sikh, che la donna si era rifiutata di licenziare dopo i fatti di Amritsar come le era stato consigliato, non volendo discriminarli in alcun modo. Gli uomini vennero immediatamente uccisi e nel Paese, alla notizia della morte del Capo del Governo, si scatenò una tremenda caccia all’uomo che, solo nella città di Delhi, durò tre giorni e fece centinaia se non migliaia, di vittime, più numerosi senzatetto (i rapporti in merito sono discordanti). Secondo molteplici testimonianze, la polizia, in prevalenza hindu, stette allegramente colle mani in mano, mentre alcuni politici addirittura istigarono gli abitanti all’omicidio di chiunque indossasse un turbante, simbolo dell’appartenenza al sikhismo, fosse egli uomo o bambino.

 

La terribile vicenda, a più di vent’anni dai fatti, è rimasta impunita: solo alcuni politici sono stati processati ma, come accade regolarmente in India quando un uomo investito di cariche pubbliche è alla sbarra, il procedimento si è risolto in un nulla di fatto e nessuna delle vittime ha avuto giustizia. Neanche lo stesso Rajiv Gandhi, figlio della Premier uccisa e suo successore, ebbe parole di grande condanna nei confronti degli assassini; a parte un generico appello alla calma a poche ore dallo scoppio dei tumulti, uno dei suoi commenti (decisamente infelice, per usare un eufemismo) fu: “quando un grande albero cade, la terra trema”. Stando così le cose, molte famiglie sikh emigrarono all’estero, dove diedero vita a fiorenti comunità (in Italia si stabilirono prevalentemente in Emilia Romagna e in Lazio).

 

La giovane regista Shonali Bose, ultimo acquisto del cinema indiano della diaspora (del quale fanno parte tutti gli autori conosciuti in Europa), per il suo esordio nel lungometraggio ha giustamente scelto di raccontare questi gravissimi avvenimenti che, col senno di poi, sembrano il lugubre segnale di avvio degli scontri interreligiosi e del crescente settarismo della politica indiana degli ultimi vent’anni (vedi THE LEGEND OF BHAGAT SINGH). La storia di Kaju, determinata ad indagare sulle proprie origini e a scoprire cosa si nasconde dietro la cortina di reticenze degli abitanti locali, è il simbolo di un’urgenza di verità e di giustizia tipica di un animo puro e non compromesso, oltre che di un processo di auto-analisi senza il quale una democrazia non può definirsi tale e che ogni Stato, e ogni vero adulto, dovrebbero compiere.

 

Dal punto di vista formale, il film non è esente da difetti, sia in sede di sceneggiatura che di tenuta della narrazione (un po’ sfilacciata nella prima metà), ma la sincerità, la drammaticità di ciò che segue, narrato col pudore e la misura che contraddistinguono il cinema indipendente indiano, li redimono del tutto. La prima parte, che precede la scoperta dei fatti dell’84, è opportunamente più leggera, sebbene, in qualche punto, il desiderio della regista di sfatare alcuni luoghi comuni su come gli stranieri vedono l’India (la “spiritualità”) risulti didascalico. Interessante, proprio per combattere qualche cliché duro a morire (l’India “Paese di poveri”), il ritratto della famiglia dell’accompagnatore di Kaju a Delhi, un ménage talmente alto-borghese da far impallidire Buñuel, utile per gettare uno sguardo sulla classe privilegiata, “anglo-americanizzata” nel linguaggio e nei riti sociali. La regista stigmatizza inoltre la tendenza a credere che il meglio sia sempre in un altro Paese, in questo caso gli Stati Uniti, dell’indiano medio (e non solo, a dire il vero): la scena nella quale un barista, sentendo che Kaju è americana, le ronza intorno adorante e, non pago, si esibisce in un celeberrimo dialogo dal più famoso film indiano, “Sholay”, è piuttosto imbarazzante - e quindi ben riuscita.

 

Arrivati al momento in cui Kaju riesce a mandare in pezzi il muro di silenzio che nascondeva la verità sul suo passato, gradualmente emerge, con una progressione drammatica molto coinvolgente, un trauma enorme, tanto più opprimente in quanto non elaborato. Rivoltante, come sempre, l’auto-assoluzione di uno degli assassini, uguale in tutto il mondo: “obbedivo agli ordini”, frase simbolo dell’incapacità di analisi di cui sopra nonché di avere una coscienza individuale, essenziale per comportarsi da uomini e non da pecore (con tutto il rispetto per gli ovini, che agiscono altrimenti). La testimonianza di uno dei vicini dei genitori naturali della ragazza, all’epoca bambino, è una sequenza ancor più terribile, in cui la tensione, ottenuta esclusivamente con gli strumenti cinematografici più basilari, la regia e la recitazione, è altissima. Il climax viene raggiunto però col racconto della genitrice adottiva: le scene della strage, filtrate attraverso lo sguardo di Kaju bambina e quello della madre naturale che cerca disperatamente aiuto, sono quanto di più devastante io abbia visto al cinema. Inutile dire che non c’è una sola goccia di sangue. L’orrore è già lì, presente nella mostruosità dell’immagine di un padre e di un fratellino trascinati via da una folla urlante e uccisi senza saperne neppure la ragione (che comunque non esiste, in un certo senso). Così come è emotivamente molto duro da sostenere il piano in cui la futura madre di Kaju entra in casa della vedova, vede il cadavere della donna avvolto in un lenzuolo e sopra, quasi fosse un dito puntato verso il corpo, una lunga sciarpa rossa, usata per il suicidio. Accanto alla vittima “postuma” della strage ne leggerà l’ultima lettera, assolutamente straziante nella sua umanità e nel suo sconfinato dolore. Al termine di questo racconto, a Kaju verrà restituito il suo vero nome, Amu, segno della ritrovata identità e della fine di ogni rimozione. Ma la regista, consapevole che ciò che è difficile ammettere per gli individui lo è paradossalmente di più per le nazioni, chiude il film in maniera amarissima: mentre il ragazzo di Amu la chiama per la prima volta per nome e i due giovani si incamminano sereni per la strada, la tv di una tavola calda trasmette la notizia dell’uccisione di alcune decine di hindu su un treno in Gujarat (anno 2002). Quello che accadde in seguito fu una replica dei fatti dell’84, con svariate centinaia (ma si parla di duemila solo tra i morti) di musulmani torturati e uccisi coll’assenso del governo di estrema destra. A testimonianza della veridicità della frase di Platone: “Solo i morti hanno visto la fine della guerra”. E magari, anche dell’incapacità dell’essere umano di pensare prima di agire, tutto preso com’è a farsi manipolare, e a canalizzare la rabbia e l’ingiustizia di cui è vittima in qualcosa di distruttivo.

 

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