
Dalida è ritornata sulla scena anche grazie a uno spettacolo di danza contemporanea e proprio a San Remo, dove si consumò
la tragedia di Luigi Tenco, compagno nella vita (seppure per un periodo molto breve) e sulla scena dello sfortunato Festival del
1967, quando cantarono insieme "Ciao amore, ciao".
"Tenco" spettacolo su Luigi Tenco, nel trentennale della morte, creato per il Festival di Acqui 97. Un balletto di Andrea
Scaglione con coreografia di Loris Petrillo. I due ci avevano già dato una superba prova di maturità artistica con "Giulietta
e Romeo" dove la musica classica si abbracciava in una tensione vitale ai Tamburi del Bronx. Questa volta un’operazione più
difficile giocata attorno a un personaggio misterioso, un mito musicale poco conosciuto dalle nuove generazioni. Lo spettacolo
rivisto a San Remo dopo le repliche di Torino è sembrato più convincente e struggente, segno che la storia entra sempre di più
nella pelle dei danzatori, con corpi più sciolti e partecipi.
Protagonista dello spettacolo è Tenco, un cantautore difficile da spettacolarizzare che in una giusta e coerente scenografia
astratta è rimasto una voce lontana, un fantasma solamente rievocato. Le emozioni arrivano direttamente dai suoi testi musicali
per nulla commerciali, in grado di mostrare nel tempo una freschezza assoluta.
Nello spettacolo la voce recitata appare invece distaccata, lunare, clownesca, non la coscienza oscura e scontrosa di chi si
uccide per protesta. I ballerini si muovono con tenerezza o carica vitale e ci accorgiamo che sono lì a veicolare una nostalgia,
non una vera presenza.
Il corpo di Tenco è assente forse anche perché nell’immaginario è rimasto una voce che ha deciso di uscire di scena e non
rientrare.
Il corpo dello spettacolo è quello di Dalida, attraverso l’interpretazione di Loredana Furno. La scena ha nuova luce e si carica
di pathos. Dalida appare come un corpo statua, simbolo di un presagio, nel vestito bianco di sposa della morte. Quella che
viene fuori non è la Dalida delle metamorfosi, l’araba fenice che ha saputo morire e rinascere continuamente, attraversare mode
e gusti ed essere idolo per tutte le generazioni di trent’anni di successo ininterrotto. Ma è indubbio che l’immagine italiana di
Dalida resta indissolubilmente legata a quella di Luigi Tenco, coincide con quella che la stessa Dalida ha lasciato come ricordo
prendendo la decisione (forse ingiusta) di abbandonare l’Italia e il suo mondo dello spettacolo superstizioso e pieno di invidia.
E’ la Dalida misterica, capelli e abiti lunghi, sguardo mistico, Madonna-Maddalena, sacra e penitente. Dalida che trasforma il
corpo in un sipario, che recita con le mani, che affida ai gesti e agli sguardi un alfabeto tragico e segreto, ricco di profondità e
sensibilità. Non è la donna che Loredana Furno interpreta ma una fatalità o, piuttosto, una inconscia incarnazione di complesso
edipico, l’immagine di una madre-amante. E non poteva essere scelta, per l’apparizione, una canzone diversa da "Bambino", il
primo grande successo internazionale di Dalida, ma anche un sogno continuamente desiderato e rifiutato.
La vita e l’amore che sovente, per la Scena, vivono un sacrificio, una specie di maledizione-esaltazione.
La lotta che c’è stata tra Jolanda Gigliotti (il vero nome della cantante italo-francese nata in Egitto) e Dalida, quel nome magico
nato dalle suggestioni del filone cinematografico storico-mitologico.
Se Dalida avesse avuto una vita privata più riuscita in senso borghese (matrimonio felice, figli, una vecchiaia serena circondata
dagli affetti familiari) non sarebbe entrata nell’aura mitica, nell’universo simbolico. C’è un prezzo da pagare alla Gloria.
Una mitologia si nutre inevitabilmente di tragedia, la fuga e l’abbandono, la visibilità-invisibile.
La presenza-assenza di una statua. E viene in mente la statua ad altezza naturale che troneggia al cimitero di Monmartre a
Parigi, accanto alla tomba di Dalida.
Il simulacro di una divinità toccata dal sole, ma alla fine, per restare luce, catturata da un’ombra in agguato.
Antonio Miredi
Un ritorno dunque sul luogo del delitto, la celebrazione ancora di una contaminazione fra musica e danza, canzoni e gesti, la
parola e il linguaggio del corpo, la rappresentazione di una mitologia contemporanea.
Lo spettacolo ha così dimostrato una ricerca filologica che ha saputo coniugarsi con una originale e creativa rappresentazione.
La danza e la musica, i gesti e le canzoni pronti a misurarsi con i generi i più diversi: le melodie e le frenesie metropolitane, gli
abbracci e le violenze che appartengono alla vita e all’amore.
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