Titolo:
La principessa del parco
Autore: Letizi Harald
Christian, via S. Gervasio 5, Mondolfo (PS).
Il Regno degli Animali Liberi
In una città della Grecia di nome Volos, sita tra le pendici del grande
monte Pilion e la riva del mare Egeo, esiste un parco che è chiamato dai suoi
abitanti “il Regno degli Animali Liberi”. C’era un tempo in cui cani, gatti,
uccellini, corvi e gabbiani popolavano il reame guidato da una principessa
bellissima di nome Xanthià. Il panorama era stupendo e quegli animali non potevano
trovare luogo di più bello e ricco di cibo a distanza di chilometri. Gli
uomini, infatti, avevano costruito tutt’intorno tanti ristoranti e taverne che
facilmente regalavano bocconcini prelibati a cani e gatti che li andavano a
trovare. Il clima era caldo e accogliente per la maggior parte dell’anno. Le
montagne, che circondavano il mare di fronte la città, diventavano bianche dì
sovente durante l’inverno, ma la neve non toccava mai la città, che rimaneva
sempre tiepida.
Il parco era composto da alberi di tante specie. Se li guardassimo uno
ad uno passeggiandoci in mezzo, vedremmo i pini marittimi, con i loro aghi
color d’erba portati da rami quasi orizzontali e incurvati varie volte verso
l’alto fatti per dondolare meglio gli uccellini; gli eucalipti, con le loro
foglie profumate ed i rametti esili che pendono verso il basso come i capelli
delle ragazze che passeggiano nel parco; le robinie, con i loro fiori a
grappoli bianchi profumati in primavera e ambiti dalle ronzanti api per
raccogliere il dolce nettare; le mimose e le acacie, con i loro fiori gialli
fatti come i batuffoli d’ovatta; il grande olmo, che aveva il tronco più grande
e l’età più avanzata di tutti, contando ormai centocinquantatré primavere;
pioppi bianchi, ibischi, tigli, ligustri e viburni costituivano i confini del
parco formando siepi e alberature variopinte.
Le margheritine abbellivano e rallegravano i prati con le loro
fioriture di giallo e bianco, assieme ai tarassachi che liberavano i loro
semini al vento con i tipici soffioni.
Le erbette preferite dagli animali erano la verde gramigna ed il
loietto, simili tra loro ed entrambi appetiti dai cagnolini come insalate
fresche e depurative, gustate sempre senza sale né olio, insomma come la natura
offriva loro.
L’uomo aveva inoltre abbellito il parco con opere d’arte ed aiuole ben
rifinite. C’era una statua di un grande politico degli anni passati; una
raffigurava una mamma con un bambino ed era intitolata “alla mamma”; un’altra
rappresentava grandi trombe in ottone azionate da grandi soffietti, di cui
nessuno capì mai bene l’astratto significato o utilizzo; un’alta rappresentava
un cavaturaccioli, o cavatappi, o forse una trivella, nessuno sapeva bene cosa
fosse, ma era sicuramente molto artistico.
1Le
caffetterie, i palazzi e le isole pedonali separavano il parco dalla
pericolosità delle strade più grandi, quindi gli abitanti del Regno degli
Animali Liberi potevano passeggiare nei dintorni senza pericolo.
Xanthià ed i suoi amici
La principessa Xanthià era l’ultima discendente della dinastia canina
dei Gav-Gav, lontani parenti degli italiani Bau-Bau e dei francesi Ua-Ua. La
sua bellezza non era nota solo in tutta la città, ma anche in lontani posti
della Grecia arrivavano spesso voci di una principessa canina di grande fascino
vicino al monte Pilion. Il suo manto biondo e morbido a pelo lungo ricordava
un’origine simile alla nobile razza dei pastori della Scozia e delle isole
Shetland, della dinastia dei Lassie in particolare. La bocca piccola denotava
la sua dolcezza e l’incapacità di mordere per fare male agli abitanti del
parco. Una bocca così piccola poteva al massimo servire a giocare con gli altri
cani suoi amici o per mangiare i piccoli bocconi prelibati che le venivano
serviti. Le sue orecchie sensibili e con la punta ripiegata verso il basso la
tenevano informata di tutti i movimenti del suo Reame, così come il suo naso le
permetteva di riconoscerne ogni abitante da lontano.
La cosa che Xanthià adorava erano le docce. Il cielo non gliene
regalava molte, ma quando pioveva si divertiva a bagnarsi la pelliccia e poi a
rotolarsi nella terra. In questo modo l’argilla e la sabbia della terra le
facevano da sapone rendendola pulita, in più si divertiva un mondo a rotolarsi
e coprirsi di fango. La pioggia non riusciva mai a superare il folto strato di
peli della pelliccia e quindi non le veniva mai un raffreddore. Inoltre,
asciugandosi, la terra le si staccava di dosso lasciandola soffice come un
agnellino. A volte qualche bambino voleva imitarla, ma veniva subito sgridato
dalla mamma di turno. Anche i bambini si divertirebbero a infangarsi ben bene,
ma le mamme non si divertono per niente a lavare loro i panni sporchi di terra.
Che peccato, eh?
Xanthià non era più un cucciolo e ormai cominciavano ad arrivare gli
aspiranti fidanzati da tutta la regione e dai paesi lontani. Lei, però, non
aveva ancora deciso di donare il suo cuore a nessuno, ma era contenta di
giocare e divertirsi con gli amici che popolavano il suo Regno e con i
frequenti visitatori che passavano a salutarla. Nobili cani di varie razze
erano già passati per conoscerla e domandarla in sposa, ma lei non si innamorò
di nessuno di loro e quindi tutti tornarono da dove erano venuti con il cuore
gonfio e sospiranti d’amore.
Il suo amico più fidato era un cagnolino nero, magrolino, di nome
Rodolfo, detto anche “Zampa di Legno” o “Zampa” a causa del suo modo di
camminare zoppicante causato da un incidente d’auto da piccolo. Zampa non era
totalmente libero: aveva il collare e un padrone, ma il suo padrone lo lasciava
libero dalla mattina alla sera e, talvolta, anche per giorni interi. Così
poteva divertirsi e giocare a rincorrersi con Xanthià. Oppure giocavano a
nascondino o a chi tratteneva di più il fiato, ma non giocavano mai alla palla,
perché non l’avevano. L’unica palla l’utilizzavano i bambini giocando a calcio.
Al termine delle partite se la portavano a casa senza lasciarla per far giocare
anche gli altri. Anche senza palla, però, Xanthià e Zampa si divertivano un
mondo. Al mattino andavano alla fontana per bere. Attraversavano la zona del
porto di Volos e arrivando in un posto dove l’acqua veniva fresca e dissetante
direttamente dal monte Pilion.
Non c’era di meglio per iniziare una giornata di giochi!
Alle sette e mezza compariva sempre la signora più amata del Regno
degli Animali Liberi: Gaia. La signora Gaia aveva il ruolo di “Sacerdotessa del
Cibo”: ogni giorno portava leccornie ai suoi amici del parco. Il menù
prevedeva: tenera carne di vitello bollito, cotolette di maiale, coniglio
arrosto, patatine, polli arrosto, fritti, impanati, riso in bianco, col
pomodoro, con il pesce, pane tostato e nei giorni di festa anche torte e
biscotti. Dopo Xanthià, Gaia era il personaggio più amato del Reame, guarda
caso! Tutti gli abitanti l’adoravano e la seguivano conversando con lei e ricevendo
spesso piccoli spuntini prelibati.
Uno dei cani che generalmente accompagnava per lunghi tratti Gaia era
Ringo. Le sue forme ricordavano molto il cane rappresentato dagli antichi
egizi. Il suo pelo corto e biondo, il suo muso a punta, le orecchie a punta e
la sua taglia piuttosto grande, simile a quella di un pastore tedesco, erano le
sue caratteristiche più evidenti. Il suo carattere era generalmente tranquillo,
ma era considerato anche il migliore “Guardiano” del Parco da ospiti sgarbati:
bastava la sua presenza a incutere timore e farli allontanare. Una cosa che non
conosceva, infatti, era la paura. Il suo coraggio, o meglio l’assenza di paura,
era grande almeno quando la sua fedeltà a Xanthià, che considerava un po’ come
una sorella.
Miacchino completava il gruppetto più rappresentativo del Reame. A
differenza degli altri, però, non era un cane ma un gatto. Il suo pelo, morbido
e corto, era un alternarsi di macchie bianche e nere. Miacchino era stato abbandonato da piccolo e da solo era arrivato
nel Parco in cerca di rifugio e cibo. Qui era cresciuto tra le coccole di tutti
gli abitanti e le prelibatezze che Gaia portava anche per lui. I suoi piatti
preferiti erano riso in bianco e lische di pesce: poteva stare ore a
sgranocchiare pazientemente ogni lisca.
Durante le giornate di sole la gente passeggiava a lungo in quel luogo
ed i bambini della città ci andavano, o ci venivano accompagnati, per giocare
liberamente lontano dai pericoli. I più piccoli giocavano con la sabbia, con le
altalene e con lo scivolo. Quelli un po’ più grandi giocavano interminabili
partite di pallone. Generalmente umani ed animali convivevano in maniera
amichevole, tanto che Xanthià veniva salutata con affetto dalla maggior parte
delle persone che passavano di lì. Spesso le portavano regalini come ossa o
biscottini. I bambini non la temevano perché lei era sempre molto gentile con
loro e si lasciava accarezzare con gioia anche dai più vivaci.
La sera, poco dopo il tramonto, tutti gli animali si mettevano a nanna.
Xanthià e Zampa generalmente si accoccolavano l’uno accanto all’altra
sfruttando il calore del corpo dell’amico per non avere freddo durante la
notte. Gli Animali Liberi, infatti, non avevano né coperte né camera da letto,
ma il loro materasso era l’erbetta ed il tetto il cielo stellato. Non avevano
bisogno di sveglie, perché tanto non dovevano arrivare in orario a scuola,
visto che non ci andavano. Però si accorgevano subito quando faceva giorno e
non perdevano nemmeno un attimo per iniziare la giornata di giochi. Corse,
rincorse, nascondino, capriole, scavabuche, erano tra le attività più
divertenti della giornata. I pasti di Gaia, inoltre, erano tra le cose più
gioiose che conoscevano.
Un ricercatore chiamato Rex
Un giorno d’inverno arrivò un viaggiatore italiano esperto di ricerche
di nome Rex. Questi ricercava qualsiasi cosa puzzasse o fosse commestibile che
si trovasse sopra o sotto la terra. Quindi era esperto nella ricerca di ossi
sotterrati, avanzi di panini e tartufi. In particolare per cercare i tartufi, il
suo compagno umano lo portava in montagna a fare corse e lunghe passeggiate,
raramente coronate da ritrovamenti tartuficoli.
Xanthià fu subito avvertita dell’arrivo dello straniero. Giovane ed
elegante nella sua pelliccia bianca maculata di nero e marrone, Rex entrò per
la prima volta in quel Regno. Piccolo di statura, ma anche agile e veloce, non
passava facilmente inosservato. Gli esseri umani s’innamoravano della sua
innocenza e simpatia che trasparivano dalla sua espressione chiaramente
gentile. La principessa lo attese a metà del parco assieme al suo amico Zampa
- Gav, ciao straniero, come ti chiami? - Iniziò Xanthià, che in lingua
greca abbaia pronunciando spesso “gav”’.
- Bau, Rex è il nome che mi hanno dato, il mio compagno umano mi chiama
così quando mi vuole vedere o darmi la pappa - rispose pronunciando il “bau”
tipico dei cani italiani.
Fecero i consueti scambi di odori che i cani usano per riconoscersi,
poi continuarono abbaiando.
- Gav, io sono Xanthià e per gli abitanti del parco sono la “Principessa”.
Il mio amico si chiama Rodolfo, ma per gli amici è “Zampa”. Questo è il Regno
degli Animali Liberi. Qui tutti gli animali possono trovare asilo, fermarsi
quanto vogliono e trovate facilmente cibo. Gav-Gav. La nostra Sacerdotessa del
Cibo, un’umana dai peli bianchi, ci porta tutto ciò che ci piace ogni giorno e
non dobbiamo mai allontanarci tanto da qui. Gav, ti fermerai anche tu nel
nostro parco?
Sarei molto felice di giocare con te. Gav, conosco molti giochi carini
e potrei insegnartene qualcuno. Gav. Ma tu, Rex, da dove vieni e gli animali
come stanno da dove vieni tu?
- Bau, beh, da dove vengo io gli animali sono quasi tutti in gabbia o
legati con grosse catene. Solo i gatti e il mio amico Ciuccio possono
permettersi di girate liberi. Anch’io, che giravo libero da piccolo, sono stato
ben presto costretto a indossare una fascia intorno al collo che si legava
saldamente ad una pesante catena. Bau-Bau. Però il mio compagno umano mi libera
spesso e mi porta a giocare nei campi, oppure viaggiamo su una cuccia con le
ruote. Bau. Questa cuccia porta animali e uomini ed è molto divertente. Si va
veloci e nemmeno ci si affatica. Si vedono tanti umani e animali passare
velocemente fuori da lì. Poi quando si scende ci si trova in un posto lontano
da quello in cui si era saliti. E’ veramente fico, uno spasso. Bauuuu”
- Gav, e che giochi fate?- intervenne Zampa.
- Bau. La lotta mi piace molto. Con gli amici della fattoria in cui
vivevo lottavo sempre molto volentieri. Ciuccio, Bobby, Clara e Miaolino erano
i miei compagni preferiti. Miaolino ha unghie appuntite e taglienti che mi
graffiavano quando giocavamo alla lotta, però non mi ha mai fatto molto male.
Bau-bau. Spesso giocavo a inseguire il mio compagno umano e ogni tanto
lottavamo insieme. Un altro bel gioco è il “cercatrova” il mio compagno umano
mi porta nei campi o nei boschi ed è contento quando gli trovo le cose
puzzolenti che sono sottoterra. Mi da sempre dei bei bocconcini e mi accarezza
quando ci riesco. A volte riesco anche a dissotterrare delle belle ossa
puzzolenti e saporite come piacciono a me.
- Gav. Strani giochi si fanno nel posto da cui vieni. Qui non si è mai
sentito che gli umani cercassero cose puzzolenti sottoterra. Di solito
sottoterra ce le mettono e non le tirano fuori facilmente. Gav. Però è bello
che il tuo umano giochi anche lui. Ti picchia mai’?
- Bau, cosa significa picchiare?
- Gav. Ti fa male a volte? Ti fa gridare “caì” quando fai qualcosa che
non gli piace, oppure no? - chiedeva di nuovo Zampa.
- Bau, non so di cosa state abbaiando, il mio padrone al massimo grida.
Ma di solito grida per chiamarmi. E spesso quando vado da lui mi regala dei
pezzetti di formaggio di ottima qualità, ben puzzolenti. Vado volentieri da
lui, però a volte non lo ascolto perché anche io ho la mia vita e le mie
passioni. Bauuuu. Gli uccellini, le lucertole, le lepri e tutti i segnali
lasciati dai cani sono il mio divertimento e non ci rinuncio facilmente. Così
come mi piace andare a visitare ed a giocare con i miei amici e le mie amiche.
E’ bello seguire le tracce lasciate da un animale prima di te. Scoprire di che
specie sia e se è fatto per giocare o no. Bau-bau. Poi inseguirlo per vedere se
riesci a prenderlo o no. Una volta per poco gli prendevo la coda a un
coniglietto che pascolava vicino alla nostra cuccia con le ruote.
- Cos’è un coniglietto? Gav - chiese allora Xanthià.
- Bau, un gatto con le orecchie lunghe e la coda corta che non puzza di
carne, ma dell’erba di cui si ciba. Inoltre non prova mai a difendersi, ma
fugge sempre in preda alla paura.
- Come fa a mangiare solo erba? Gav. A me l’erba piace di tanto in
tanto, ma non potrei mai cibarmi solo di quella, gav. Che strani animali che ci
sono nel posto da cui vieni — osservò Xanthià.
- Bau, e non è il solo a mangiare solo erba. Anche altri animali, che
gli uomini chiamano capre o cavalli, mangiano lo stesso cibo, però sono meno
paurosi dei conigli.
Il compagno umano di Rex si avvicinò al gruppetto. Aveva lasciato il
suo amico libero di scorrazzare qua e là senza l’oppressione del guinzaglio. Era
contento quando il suo cane si divertiva, ma doveva tenerlo d’occhio perché
ogni tanto scappava terrorizzato dai bambini. Egli non sapeva l’origine di tale
paura, ma di fatto provocava qualche problema stando in città e con le
pericolose automobili in circolazione. Nella fattoria da cui venivano le
automobili erano poco frequenti ed esistevano ampi spazi per divertirsi, sia
nei campi che nell’aia della casa. A Volos, però, gli spazi tranquilli erano
pochi. Il parco costituiva uno spazio prezioso, come la collina di Goritsa, con
la sua grande pineta. Ogni tanto andavano lì, lui e Rex, e si divertivano a
rincorrersi l’un l’altro, oppure l’uno nascondeva un oggetto puzzolente e
l’altro lo trovava. Hermann, questo era il nome del suo compagno umano.
Italiano, ma nato all’estero, aveva girato tutta l’Europa prima di fermarsi a
Volos per ricerche in biologia, assieme alla sua innamorata Dora.
- Ehi Rex, chi sono i tuoi amici? Ciao a tutti, come state? Felice di
conoscervi, vi va un biscotto? - iniziò Hermann.
- Bau. Ragazzi, vi vuole conoscere. Non abbiate paura, è sempre molto
gentile. Guardate, mette le mani in tasca. Forse ci regalerà una
prelibatezza.... Ehi, a me, a me, dallo a me il bocconcino! - Guaiva e
saltellava gioioso Rex.
Hermann lanciò alcune crocchette per cani al gruppetto e rapidamente
nacque un’amicizia. Teneva sempre dei biscottini in tasca per invogliare Rex a
tornare vicino a lui quando si allontanava troppo, oppure per ricompensarlo
quando trovava tartufi. Lì nel parco si accorse che tali biscotti erano utili
anche per fare amicizia con gli Animali Liberi.
- Mmmm, simpatico il tuo compagno, Rex, gav — abbaiava Xanthià.
- Slap, gav, bravo davvero, e che bei gusti con il cibo. Bello
croccante e appetitoso — continuava Zampa.
- Croclt. Croch, Cronc, bau, visto che roba, eh — si compiaceva Rex.
- Gav. Ancora, ancora! - avanzava la principessa annusando le tasche
dell’umano - mi chiedo se la nostra Sacerdotessa del Cibo ci porterà anche di
questi bocconcini croccantosi.
L’amicizia fu stretta da una serie di carezze che Hermann regalò ai due
nuovi amici. Non aveva altri amici in città: era appena arrivato. L’amicizia
degli Animali Liberi del Parco, quindi, costituiva per lui un grande tesoro.
Fin da piccolo aveva vissuto a contatto con gli animali e li considerava buoni
amici e buoni compagni. Bisognava solo capire i loro comportamenti e capire di
chi e in che misura ci si poteva fidare. I cani e i gatti, in particolare, lo
avevano accompagnato in tante avventure o lo avevano coccolato quando era giù
di morale. Doveva molto a quegli esseri viventi.
- Andiamo Rex! — gridò l’umano iniziando a correre veloce.
- Bau, arrivo, arrivo! Ora ti batto! — rispose Rex che cominciava a
graffiare il selciato con le zampette scattanti.
- Gav. Che fai? — chiese la principessa spiazzata.
- Bau. Ci si rincorre, è divertente. Vieni dai! Guarda come è bravo il
mio compagno con due sole zampe!
Il gruppetto di cani inseguì Hermann per una cinquantina di metri, poi,
una volta raggiunto, l’umano invertì la direzione. I cani che gli erano quasi
passati davanti si ritrovarono di nuovo indietro a causa della manovra. Il
gioco era molto bello e alla fine lasciava tutti senza fiato a rotolarsi
nell’erbetta fresca. Solo Hermann non si rotolava come gli altri: non poteva
sbilanciarsi troppo in quanto era pur sempre un essere umano.
Capriole, salti, lotta furono i giochi che gli amici canini fecero
seguire alla corsa. Poi, col fiato grosso, si stesero ad ascoltare i loro
respiri.
Di lontano si vide arrivare una signora anziana con grandi buste di
cellofan in mano. Era la signora Gaia. Xanthià e Zampa balzarono in piedi e,
con la contentezza manifestata dallo scodinzolare, si avvicinarono all’umana.
La signora era sempre accompagnata da Sotìris, un cagnolino magro con il pelo
lungo e marrone sempre molto timido e taciturno.
- Gav. La Sacerdotessa del Cibo! Chissà cosa gusteremo oggi! - abbaiò
Xanthià.
- Bau. Chi è? Sniff, sniff. Che buon odorino. Ossa e carne arrostita.
Che buoni gusti ha questa umana — abbaiò Rex interessandosi allegro alla nuova
venuta.
- Salve, bella giornata eh? — Esordì Gaia, che stava già distribuendo
buoni bocconcini ai suoi amici canini.
- Sì, bella. Siamo da poco arrivati in città e questa è la prima volta
che veniamo al parco. E’ gentile lei a regalare cibo a questi animali. Non sono
molti quelli che lo farebbero.
- Lei non parla bene greco. Da dove viene? Dalla Jugoslavia forse?
- No, dall’Italia. Sono agronomo e sono qui per degli studi sui funghi
locali. Rex è il mio compagno d’avventure. Lui non è abituato alla confusione
cittadina. E’ cresciuto in campagna e lì era abituato a tutt’altra
tranquillità.
- Ah, l’Italia. Sono brave persone gli italiani. Qua diciamo “mia
faccia, mia razza”, cioè “una faccia e una razza” con il popolo italiano.
Bravo. Bella l’Italia, ci sono tante città famose e ricche di opere d’arte.
Bravo, bravo.
- Grazie, troppo gentile. In verità non tutti gli italiani sono buoni,
però che possiamo farci?
- Ah, è vero, bravo, bravo. Anche qui non è facile. Ci sono persone che
non amano gli animali e li trattano male. Per me questi cagnolini e i gattini
sono come miei figli. Ci parlo e mi rispondono. Racconto loro i fatti della
giornata e loro si commuovono o si rallegrano a seconda che siano notizie belle
o brutte. Sono tutti molto sensibili qui. Loro considerano questo posto il loro
Regno. Tutti sono liberi di entrare e trovare ospitalità, anche gli uomini.
Xanthià è la Principessa. E’ nata qui. Ancora me la ricordo quando si
allattava. E’ lei che da un’aria così particolare e magica a questo posto. E’
capace di regalare dolcezza a tutti, è davvero unica.
- Bel posto, qui. Sì, davvero bel posto, ma ora devo scappare, ci
vediamo signora, alla prossima. Io comunque mi chiamo Hermann ed è stato un
piacere conoscerla. Andiamo Rex?
- Io mi chiamo Gaia. Addio. Ci vedremo ancora qui da queste parti.
Addio.
Un’ombra sul Parco
Una notte come tante altre Xanthià fece un sogno. Non c’è niente di
strano che gli animali sognino, alcuni abbaiano anche durante il sonno, ma quel
sogno fu particolare. C’era un’ombra che sembrava coprire tutto il Parco. Gli
animali piangevano a causa di questa ombra che copriva la luce del sole peggio
di una nuvola nera. Sembrava quasi che uno spirito malvagio stesse oscurando la
felicità del Parco, facendone soffrire gli abitanti. Si trattava di un sogno
premonitore, cioè che la metteva in guardia da una situazione che poteva
avvenire. La povera Principessa si svegliò di soprassalto, quasi le mancava il
respiro. Vide che tutti dormivano pacificamente e che non stava succedendo
nulla sul serio e si tranquillizzò un pochino. Non riuscì più a dormire, però,
per paura di avere di nuovo quell’incubo.
La stessa notte Gaia stava osservando il cielo dal suo terrazzo, mentre
gustava una tazza di caffè caldo fumante. La sua attenzione si focalizzò su uno
strano fenomeno che stava accadendo in direzione del Parco: da quella parte le
stelle del cielo sembravano brillare di meno. Alcune, addirittura, sembravano
totalmente oscurate quella notte.
- Che succede? - pensò preoccupata - in una sera con il cielo così
limpido perché le stelle in quella direzione non brillano gioiosamente come
fanno di solito? E’ forse un segnale che qualcosa di strano sta accadendo?
Non fece in tempo a finire i suoi pensieri che una stella cadente con
una lunga coda illuminò il cielo di Volos e cadde nella direzione della collina
di Goritsa. La sua luce azzurrina sembrò per un attimo restituire brillantezza
alle stelle sopra il Parco. Era un altro segnale, ma cosa significava? Era
forse legato al primo o forse no? Certo era che anche Gaia non dormì quella
notte, pensando e ripensando a ciò che aveva visto e che l’aveva preoccupata.
Il giorno dopo si recò al Parco come al solito portando due buste piene
di cibo. Tutto era apparentemente normale, eppure qualcosa non le sembrava
uguale al giorno prima. I suoi amici a quattro zampe gustavano la colazione
contenti, mentre lei cercava di capire cosa fosse cambiato.
- Le api! - gridò - Le api e gli altri insetti non ci sono più. E’
Aprile e fino a ieri volavano allegri da un fiore all’altro con il loro
caratteristico ronzio, ma oggi niente. Che è successo qui? Ne sapete qualcosa?
I nostri amici si guardarono un po’ tra il serio e il sorpreso, poi si
accorsero che davvero qualcosa non andava. Oltre agli insetti che mancavano,
anche molti fiori rifiutavano di aprirsi, nonostante il sole fosse già spuntato
da un pezzo. Gli odori che i fiorellini regalavano loro ogni giorno erano ora
sbiaditi, quasi assenti. Qualcosa era successo, ma nessuno sapeva spiegarsi
esattamente cosa e come. Nei giorni che seguirono l’attenzione di Gaia fu
richiamata da una serie di articoli sui giornali locali e su alcuni interventi
in televisione. Si parlava di come i bambini rischiassero serie malattie nel
parco della città. Il terreno era considerato estremamente insalubre e gli
animali liberi un pericolo mortale di malattie e aggressioni. Lei sapeva bene
che tante accuse erano infondate, perché lei stessa era cresciuta in quel parco
e non si ricordava di nessun bambino che si fosse ammalato stando lì, o peggio
fosse stato aggredito da un animale libero. Al contrario li vedeva arrivare
tristi o un po’ malati e ripartire sorridenti e pieni di energie. Evidentemente
qualcuno stava tramando qualcosa: voleva agire sull’opinione della gente,
spaventandola senza motivo, per poter poi togliere di mezzo il parco.
Xanthià, ricordandosi del sogno, le raccontò cosa aveva visto durante
il sonno e questo non fece che accrescere la preoccupazione di Gaia.
In cerca di informazioni si recò da alcuni suoi amici che lavoravano al
Municipio. Fu lì che venne informata del progetto di un imprenditore locale per
trasformare il Parco in un parcheggio, risolvendo così sia il problema del
traffico che il problema della “salute dei bambini di Volos”. Sembrava inoltre
fosse molto vicino a vedere approvato il suo progetto, quindi bisognava agire
subito o il nostro Regno degli Animali Liberi avrebbe avuto le ore contate.
Lo stregone malvagio
Zisis era l’imprenditore che voleva migliorare “la salute dei bambini
di Volos”, ma era solamente una copertura, cioè un modo per passare inosservato
nella società. Quello che tutti conoscevano con quel nome e di cui temevano il
potere economico e politico, in realtà era un potente stregone della “setta
dell’Ade”. Il suo vero nome era Alkìd, mago malvagio e potente. Era così
cattivo che anche i componenti della sua stessa setta avevano paura di lui e
non se ne fidavano molto. Il suo progetto era molto semplice: portare
infelicità sulla terra. La città di Volos era solamente un’altra di quelle che
voleva rendere infelici. Era disposto a tutto per ottenere il suo scopo:
pagare, corrompere, fare magie, dire bugie, torturare la gente. Non gli pesava
fare queste cose perché era davvero contento di essere malvagio, ma noi
sappiamo bene che queste cose da malvagi non rendono davvero felici. Infatti
era molto infelice e solo. Non voleva, però, che gli altri se ne accorgessero e
quindi cercava di essere ancora più cattivo per non mostrare e non sentire la
sua infelicità. Era anche molto invidioso delle persone felici.
- Perché gli altri possono essere felici ed io invece no? Che cosa ho
fatto di male..... cioè, va beh, ho fatto molte cose cattive, ma anch’io ho
diritto ad un po’ di felicità. Perché solo gli altri? - pensava.
Erano pensieri un po’ contorti, ma tanto non li rivelava a nessuno e
così non faceva brutta figura. Vi immaginate la faccia dei suoi aiutanti se
avesse rivelato di essere infelice e invidioso della felicità altrui? Lo
avrebbero considerato un debole e non certo un capo. Specialmente non un buon
capo per un gruppo di cattivi.
Il fatto che non poteva rivelare a nessuno le sue sofferenze lo rendeva
ancora più intrattabile e malvagio. Vi lascio immaginare come prese la notizia
che a Volos esisteva un parco in cui animali liberi e umani vivevano in armonia
e felicità! Lo aveva mandato su tutte le furie. Per una settimana aveva pensato
al piano da seguire per rendere infelice quell’oasi di felicità. Quindi aveva
cominciato a fare stregonerie per portare negatività nel parco ed a pagare i
giornalisti dei giornali locali per scrivere cose contro il parco, ovviamente
bugie. Infine, dopo l’azione di convincimento sulla popolazione locale, era
passato all’azione diretta proponendo al Municipio di Volos di trasformare il
parco in un parcheggio per auto. Le uniche piante che sarebbero rimaste
sarebbero state di plastica e gli unici animali quelli dipinti sui muri nelle
pubblicità. Il suo progetto era ben studiato e vicino alla totale
realizzazione. Questo lo faceva sentire soddisfatto, ma ovviamente non poteva
farlo sentire felice. La sua infelicità era ciò che lo muoveva nelle sue azioni
e non l’avrebbe mai vinta perché aveva continuato sempre a seminarla a causa
della sua bruttissima invidia. Questo gli dava anche molta acidità di stomaco e
gli gonfiava il fegato, quindi era costretto a prendere medicine a base di erbe
amare che ogni volta gli peggioravano l’umore. Insomma un cattivo come questo
era da tanto tempo che non si vedeva in giro.
Ma vediamo cosa accadeva intanto ai nostri amici. Gaia era appena
tornata dai suoi giri informativi e si stava recando al parco per discuterne
con gli Animali Liberi. Trovò Xanthià e Zampa che giocavano al “saltarotola”,
che consisteva nel saltare al di sopra del compagno o compagna e poi rotolarsi
nell’erba aspettando che l’altro faccia la stessa cosa, per ricominciare
daccapo a saltare e così via, finché non si rimane senza fiato.
- Siamo in guai grossi amici - iniziò gravemente Gaia, - ci si è messo
contro qualcuno molto malvagio. Dicono sia un uomo d’affari, ma io vedo i segni
di un potente stregone dietro tutto ciò. Non si spiegherebbero altrimenti le
reazioni dei fiori e delle api. Dobbiamo cercare aiuto, ma a chi possiamo
rivolgerci?
- Gav, non capisco molto cosa intendi con la parola “malvagio”, però
non mi sembra sia una cosa bella. Comunque mi ricordo che da piccola la mia
mamma mi raccontava la storia di un gufo molto saggio che viveva in cima alla
collina di Goritsa e che le dava consigli quando era nei guai. Non so se era
solo una leggenda, e poi è passato molto tempo... però mi sembra che dicesse
proprio così. Tu ne sai qualcosa?
- No, non lo conosco. Non ne avevo mai sentito parlare. Però ora che me
lo dici, mi ricordo che la sera che vidi per la prima volta una strana oscurità
sopra il Parco, vidi anche una stella cadente che finiva sulla cima di Goritsa.
Forse era un segnale per dirci che lì avremmo trovato la soluzione.
- Gav, io non sono mai andato a Goritsa - intervenne Zampa, - però ci
penserei bene prima di attraversare mezza città per arrivarci: lo sapete come
sono pericolose le automobili che ci sono in giro. Non guardano nulla, ti
passano sopra e nemmeno si fermano a dirti se ti sei fatto male o per leccarti
la ferita. Nulla. Io ho un po’ di paura ad andarci.
- Gav, staremo attenti e Gaia ci aiuterà, vero? - propose Xanthià.
- Certamente, non posso proprio abbandonarvi in un momento delicato
come questo. Ne va del nostro amato Regno degli Animali Liberi. Via, spargete
la voce anche con gli altri e preparatevi per domani mattina all’alba. Ci
incontriamo qui appena il primo raggio di sole illuminerà il cielo, d’accordo?
- Gav, gav, d’accordo! E che la buona sorte ci accompagni! -
esclamarono i due giocosi amici.
Missione “salvataggio del Parco”
Il mattino seguente la squadra di animali liberi era pronta per la
missione “salvataggio del Parco”. Xanthià, Zampa, Ringo e Miacchino erano già
pronti prima che il primo raggio di sole illuminasse il cielo. Si stirarono e
leccarono il pelo per un po’ in attesa dell’arrivo di Gaia, la quale non tardò,
accompagnata dal suo piccolo e taciturno Sotìris. Silenziosi e ancora
insonnoliti iniziarono la marcia verso la collina di Goritsa. Di solito gli
Animali Liberi del Parco non si recavano mai fino a lassù: si dovevano
attraversare troppe strade pericolose per arrivarci e poi non si trovavano bei
bocconcini, se non dopo il passaggio di qualche picnic. A quell’ora del mattino
la città dormiva ancora, però passavano già i camion che portavano pietre al
cementificio che si trova dietro Goritsa. Parte della collina, infatti, è stata
consumata per produrre il cemento che gli umani utilizzano per costruire
abitazioni.
Con attenzione Gaia aiutò il gruppo di amici ad attraversare le strade
ed insieme giunsero alla base della strada che si arrampica fino alla chiesa
che si trova sulla cima. Dai racconti pareva che il gufo dovesse trovarsi
lassù. Passarono a fianco allo stadio e alla piscina cittadina e poi la strada
cominciò a salire sempre più ripidamente. I nostri amici camminavano in gruppo,
stretti stretti intorno alla loro Sacerdotessa, con Xanthià davanti a tutti a
prova del suo coraggio e della sua impazienza. A dire il vero c’era in lei
anche molta curiosità. Voleva vedere se la storia che da piccola le abbaiava la
sua mamma era vera, oppure era una di quelle che si inventano per far dormire i
cuccioli. Inoltre aveva voglia di scoprire il mondo che esisteva al di fuori
del Parco, che per quanto fantastico che fosse rimaneva pur sempre uno spazio
limitato. Voleva viaggiare, insomma, e quella di Goritsa rappresentava una
esplorazione molto divertente, che sperava sarebbe stata seguita da altre ben
più importanti.
Tutt’a un tratto un cespuglio tremò. Il fruscio richiamò l’attenzione
di Ringo, che subito ringhiò. Il suo nome, infatti, derivava dalla sua predisposizione
a ringhiare di fronte a ogni sospetto.
Un serpente lungo lungo, nero nero e con gli occhi rossi di fuoco
cominciò a strisciare nella loro direzione. Di solito i serpenti non hanno occhi rossi e questo sembrò strano e
terribile ai nostri amici.
Tutti i cani ringhiarono, tranne Xanthià che, essendo una principessa,
non poteva. Miacchino arruffò il pelo e soffiò più forte che poté, per incutere
paura al nuovo venuto.
Il rettile continuava ad avanzare. Anzi ora stava sibilando con la sua
linguetta biforcuta. D’un tratto si tirò sù appoggiandosi sulla coda
arrotolata.
- Sssst. Dove andate, poverini. Poveri illusi. Cosa credete di ottenere
dal vecchio pennuto con gli occhiali. Il mio padrone non lo sconfiggerete mai.
Poveri illusi. Sssst. Che bel micino che avete con voi...... Dev’essere dolce
di sapore.... Ssst - e si lanciò sul povero sventurato con la bocca spalancata
per mangiarlo in un boccone.
Il balzo del biscione nero nero tagliò in due il gruppo di amici per
arrivare al gattino. Miacchino stette fermo fino a che non sentì l’alito
cattivo del serpente e non vide i suoi occhi rossi a un soffio dai suoi.
Xanthià chiuse gli occhi per non vedere l’orribile spettacolo e per la paura.
Altri animali sarebbero finiti così nelle fauci del mostro nero nero. Già tanti
topolini e scoiattolini avevano fatto quella fine, sebbene quel biscione si
vantasse di avere mangiato un cinghiale vivo. Ma noi non gli crediamo, al
massimo può averlo mangiato a fettine in qualche ristorante, non di certo
ucciso da lui. Un cinghiale è troppo duro e robusto per soccombere di fronte a
un biscione, sebbene fosse lungo lungo, nero nero e con gli occhi rossi di
fuoco.
Ma torniamo alla scena, che era molto rabbrividente. Occhi negli occhi
e respiro nel respiro dell’altro, così avevamo lasciato Miacchino e il
serpentone che gli stava balzando sopra a bocca spalancata. A quel punto il
micino fece una cosa stupefacente, per chi non conoscesse bene i gatti: scattò
fulmineo, quasi invisibile dalla velocità con cui lo fece, e balzò con tutte e
quattro le zampine sul rettile. Piantò così le unghiette delle zampe anteriori
negli occhi e nelle narici del biscione. Come se non bastasse, affondò i suoi
dentini aguzzi dietro la testa del mostro nero nero.
Per quanto si dibatté e si rotolò, il serpentone lungo lungo, nero nero
e con gli occhi rossi di fuoco, non riuscì a liberarsi dalla morsa mortale del
micino che sembrava indifeso, ma evidentemente non lo era.
Durarono due-tre minuti in quella situazione e alla fine il biscione
cedette. Miacchino attese ancora un po’ prima di abbandonare la sua presa. Non
si fidava dell’avversario. I serpenti, si sa, sono molto perfidi e non ci si
può mai fidare di loro.
- Gav, bravo Miacchino, bravo!!! - gridarono tutti.
- Gnaooooou, era davvero grosso, sì. Che brutto, poi, e che alito
cattivo! Bleah!
D’un tratto, però, il serpentone era di nuovo in piedi pronto a balzare
alle spalle dei nostri amici, e lo avrebbe fatto se non fosse prontamente
intervenuta Gaia! Con un rapido gesto della mano gli lanciò una polvere magica
sul muso. Il biscione lungo lungo e nero nero iniziò a starnutire ed a
lacrimare. Si rotolò e si sbatté per un po’ contorcendosi, finché non scivolò
via di nuovo in mezzo ai cespugli.
Il pericolo era passato davvero, finalmente. Ciò che preoccupò a fondo
i nostri eroi, però, fu: come faceva quel serpentone a conoscere i loro piani?
E quel che era peggio era che anche lo stregone cattivo conosceva tutto!
- Gav, grazie Gaia, ci hai salvati. Ma cosa hai di tanto potente nella
tua borsa da ridurre così un simile mostro? - chiese Ringo.
- Pepe. Il fatto che serva per condire non significa che non abbia
anche altri usi, no?
Il gruppo di amici convenne. Neanche loro sopportano il pepe, quindi il
povero serpentone quasi quasi fece loro un po’ di pena, ma soltanto un po’.
I nostri amici continuarono quatti quatti sù per il sentiero. Non si
sentivano più sicuri, quindi mantennero tutti i loro sensi svegli per la
difesa. Quando arrivarono di fronte alla chiesa sulla cima di Goritsa, si
sentirono osservati. Si misero quindi in cerchio, fianco a fianco con lo
sguardo rivolto intorno, cercando di vedere da chi fossero spiati.
- Guuu! Che bella compagnia - intervenne ad un tratto qualcuno
interrompendo il silenzio. - Che vedono i miei vecchi occhi! Cani, gatti e
umani che vanno d’accordo e parlano tra di loro? Che bella scenetta. Era dai
tempi delle feste della Primavera che si svolgevano qui tanti anni fa’ che non
vedo una cosa simile.
- Gav, chi parla? - chiese Xanthià guardandosi intorno.
- Guuu, guarda sù e vedrai, biondina.
- Gav, ma sei il Vecchio Gufo! Finalmente ti troviamo, esisti davvero!
Siamo qui per parlarti, abbiamo bisogno del tuo aiuto.
- Guuu, che aiuto posso darvi io, Sòlonas il Gufo, non mi occupo molto
dei problemi della città. Sono tanti anni che vivo qui da solo.
- E’ un problema di tutti gli animali liberi: uno stregone malvagio
vuole toglierci il Parco. Il Regno degli Animali Liberi sta per diventare un
parcheggio. Che faremo senza? Dove andranno i suoi abitanti, dove giocheranno i
bambini che vivono nei palazzi circostanti?
Sòlonas il gufo
I nostri amici finalmente erano giunti dal vegliardo gufo di Goritsa.
Nessuno sapeva esattamente quanto fosse vecchio, ma nessuno lì si ricordava
quel gufo da giovane: qualcuno sosteneva che avesse più di trecento anni. Noi
però non crediamo che ne avesse più di duecento.
Xanthià lo fissava e non riusciva a capire dove l’avesse già visto. Si
ricordava quello sguardo strano, quel modo di roteare il capo che hanno gli
uccelli di quella specie, ma non poteva ricordare.
- Che intendete fare, ora che siete qui? Volete agire o vi aspettate
che qualcuno lo faccia per voi?- provocò Solonas il gufo.
- Vogliamo combattere! Certo che vogliamo! Ma come, chi, quando
attaccare? - rispose Gaia.
- Seguitemi e vi mostrerò qualcosa, guuu - fece il vecchio, e volò
rapidamente al pino vicino. Di lì, sul dirupo, si dominava il versante ovest
della collina, dove sono ancora i resti di una città antica.
- Guuu, guardate! Qui gli umani, duemila anni fa’, avevano costruito la
parte più importante della loro città. I saggi popolavano questa collina ed
avevano innalzato templi agli dei dell’Olimpo, un teatro, un palazzo per gli
studi della filosofia e l’agorà, il mercato in cui passeggiavano i sapienti
filosofeggiando. La chiamavano “acropoli” ed era un posto sacro. Guardate ora
cosa è rimasto! -
I nostri amici allungarono lo sguardo e videro le rovine dell’antica
civiltà, sepolte tra erbai e pini bruciacchiati dai recenti incendi. Videro un
cementificio che stava mangiando la collina. Rumoroso, polveroso, brulicante di
gente, lo stabilimento sembrava un girone infernale. Tutt’intorno le rocce
avevano preso il colore del cemento, in quanto la polvere emessa si era
depositata su di loro formando uno strato crostoso. La natura stava soffrendo
lì intorno. La collina che partiva dal mare e si ergeva diventando un tutt’uno
con il monte Pilion, ora era tagliata a metà e rimaneva una stretta fettina che
la collegava alla grande montagna.
Tutt’a un tratto ci fu un’esplosione che fece tremare le rocce sotto i
loro piedi. I poveretti si spaventarono e cominciarono a tremare. La
detonazione veniva dalle rocce alle spalle del cementificio e serviva a rompere
del materiale da utilizzare nei loro lavori.
- Guuu, non abbiate paura - li rassicurò il vegliardo - qui non ci
capiterà niente, per ora, ci proteggono queste rovine degli umani. Sembra che
non possono mangiare la nostra collina perché gli antichi saggi hanno fatto un
incantesimo che proteggeva la loro acropoli. Però i boschi che la circondavano
e gli animali che li popolavano non hanno avuto la stessa fortuna. E’ stato
tutto mangiato da quel mostro vorace laggiù.
- Questo era un posto sacro anche per gli animali, guuu. Qui tenevano
sedevano a consiglio animali di tutte le specie e anticamente partecipavano
anche i centauri che popolavano il Pilion: erano mezzo cavalli e mezzo uomini.
Di notte, quando il mondo dormiva, gli animali liberi si radunavano qui per
discutere dei problemi, per festeggiare i nuovi nati e le nuove stagioni. Era
un territorio in cui non era consentito a nessun animale feroce di attaccarne
uno indifeso. Ognuno aveva diritto ad esprimere la sua opinione, che fosse
cervo o cinghiale o colomba, tutti potevano esporre le proprie idee e votare
come gli altri. Si racconta che anche alcuni umani vi parteciparono, certe
volte, moltissimi anni fa’. Quegli umani provarono a ripetere tale
organizzazione nella loro società e la chiamarono democrazia, ovvero governo
del popolo. Ma non avevano lo stesso rispetto e armonia che regnava qui sulla
collina tra gli animali.
- Un giorno, guuu, purtroppo, iniziarono le esplosioni. Grandi navi
cominciarono ad attraccare sulle rive qui sotto. Tanti uomini cominciarono a
costruire questo “mangia pietre” e ad alimentarlo con le pietre sacre della
collina. Capii cosa significava leggendo le stelle: un uomo malvagio voleva
distruggere il nostro luogo sacro per togliere di mezzo tutto l’amore e
l’armonia che erano irraggiati da qui, come una lanterna che illuminava la
città ed il suo golfo. Non sarebbe più esistita questa sacra collina di Goritsa
se un giorno le cose non fossero cambiate di colpo. Venne un uomo anziano,
molto anziano, con barba e capelli molto lunghi e bianchi. Il suo viso
assomigliava alla montagna innevata d’inverno: tutta bianca e magra e dura, ma
anche splendente e luminosa. Si chiamava Adonis. Lui cominciò a passeggiare tra
le rovine degli antichi saggi e a riportare alla luce ciò che era nascosto
sotto terra e tra l’erba. Portò altra gente come lui e anche più giovane ad
aiutarlo. Fu così, che il mangia-roccia si fermò per alcuni mesi. Poi, quando
ricominciò a mangiare, lo fece dal lato opposto a Goritsa, verso Ovest.
- Guuu. Gli umani considerano Adonis semplicemente uno studioso, ma io
che lo vidi bene, capii che faceva parte della stessa stirpe dei saggi e dei
maghi che popolavano anticamente questa collina. Non era uno uomo qualunque:
vedeva bene cosa stava succedendo a questo luogo sacro e doveva salvarlo.
Conosceva le arti mediche e magiche degli antichi, sapeva le loro lingue e
sapeva interpretare i segni della natura. Una notte lo vidi raccogliere delle
erbe miracolose, fare una pozione e distribuirla nei dintorni delle rovine.
Quando gli chiesi cosa stesse facendo, mi rispose che stava “rivitalizzando la natura”.
Pochi mesi dopo vidi rinascere alberi e fiori dove si erano formate le croste
di cemento. Non credevo ai miei occhi. Mi spiegò che per ora il pericolo era
passato, ma bisognava stare in guardia perché le forze delle tenebre sono
sempre in agguato quando esistono luoghi felici. Lui non poteva stare a
guardare. Era cresciuto con un grande saggio, erede dell’antica scuola di
Ippocrate e di Socrate. Era in possesso dei segreti della natura e della
medicina, nonché del mondo misterioso dell’invisibile. Si considerava un
“guerriero della luce”, perché lottava contro le tenebre che cercano di
avvolgere il mondo portando il male e la sofferenza.
- Guuu. Mi lasciò un messaggio: mi disse che se ne sarebbe andato di lì
a poco, ma anche che sarebbe tornato, un giorno, per completare quello che
aveva iniziato allora. Questo mi disse.
- Gav. Ma cosa pensò quando gli parlasti? Come fece a capirti ed a non
allarmarsi dalla tua presenza? - chiese Xanthià.
- Guuu, conosceva la lingua della natura, e quindi anche la nostra. Non
si spaventò, ma parlò tranquillamente con me, perché era sua abitudine parlare
con tutte le creature.
- Gav. Ed ora come facciamo? Pensi che sarebbe la soluzione al nostro
problema? Pensi che riusciremmo a chiamarlo per farci aiutare? - chiese Zampa.
- Guuu. Certo. Però dovete arrivare alla grotta del centauro Chiron che
sta in cima alla montagna per trovarlo. Mi ha detto che lo avremmo trovato lì
quando ci sarebbe stato bisogno. Penso inoltre che ci stia aspettando, visto
che sarà a conoscenza di ciò che sta accadendo qui. In quella grotta si
istruivano gli antichi saggi.
L’avventura si stava facendo difficile. Un conto era raggiungere la
collina di Goritsa ed un altro era raggiungere la grotta di Chiron. Si trattava
di scalare tutta la montagna, fino alla cima sotto la quale si trovava l’antro.
Bisognava arrivare a quasi millecinquecento metri di quota e compiere una
trentina di chilometri di strada. Non era uno scherzo per il gruppo di
animaletti nostri amici. Peggio ancora per Gaia, se avesse dovuto andare a
piedi.
Rimasero lì per un po’ a discutere ancora, poi decisero di tornare giù
al parco.
Dalla collina di Goritsa al monte Pilion
La città si era ormai svegliata. Bambini che correvano a scuola o che
aspettavano l’autobus per andarci. Uomini con gli occhi ancora mezzi chiusi che
guidavano nervosi le automobili fumose. Motorini sfreccianti e rombanti che
zigzagavano tra le vetture e non rispettavano i semafori.
Fu faticoso tornare al parco sani e salvi, molto più che raggiungere la
collina. Soprattutto camminavano con la tristezza nel cuore, perché non
sapevano come raggiungere la grotta in cui si trovava il saggio.
Gaia distribuì i soliti bocconi prelibati, ma i nostri amici non
avevano più fame. Mangiarono pochissimo e, quel poco, solo per rispetto della
sacerdotessa e dei suoi doni.
1
Il gruppetto fu scosso dall’arrivo di Rex e del suo umano, Hermann.
Rex, al contrario degli altri, era molto affamato, quindi si gettò sul cibo che
Gaia aveva distribuito. Tra un boccone e l’altro salutò gli amici del Parco.
- Bau, come va?... Gnam... gnam. Buoni questi biscottini.... che
raccontate di bello?
- Gav, niente di bello Rex, siamo nei guai. Qui vogliono trasformare il
nostro Parco in un parcheggio. Non avremo più spazio tranquillo in cui vivere.
L’unica soluzione che abbiamo è di trovare un umano che si trova in cima alla
Grande Montagna. Ma è molto lontano per noi e la via molto pericolosa. Non
arriveremmo mai.
- Bau, io ci sono stato anche ieri sulla Grande Montagna. Il mio umano
mi porta spesso a passeggiare sulle montagne. Ci divertiamo molto, io e lui. Io
seguo tutti gli odori e le puzze che mi piacciono tanto e lui raccoglie fiori,
erbe e funghi che usa come cibo e come medicine. Ogni tanto riesco anche a
spaventare degli uccellini. E’ molto divertente.
- Gav, ma come fate ad arrivare
lassù? Non vi stancate?- abbaiava Zampa.
- Bau, non troppo: entriamo nella nostra una cuccia mobile che ci porta
ovunque senza che noi ci stanchiamo a camminare o a correre. A volte questa
cuccia ci porta fino al mare e poi che la portiamo sopra il mare finché non
raggiungiamo di nuovo la terra. In quelle occasioni ci stanchiamo di più perché
stiamo molte ore in viaggio. Però mi diverto perché mangio tante cose buone che
mangiano gli umani e qualche volta rivedo il mio amico Ciuccio. E’ bello.
- Gav, perciò sarebbe facile per voi raggiungere il saggio della
grotta. Che ne direste di aiutarci a salvare il nostro Regno degli Animali
Liberi? Potrebbe essere d’accordo il tuo amico umano? - Proponeva Xanthià.
- Bau, penso di sì. Di solito è molto disponibile. Però non è molto
bravo a capire quello che gli dico.... Sai, gli umani non sono molto
intelligenti. Ci potrebbe aiutare la vostra umana, la “Sacerdotessa del Cibo”.
La sua lingua sarà molto più comprensibile per il mio amico.
- Gav, giusto! Sei forte piccolino! Ci aiuterà lei.
Fu così che Gaia iniziò a parlare con Hermann per capire se e quanto
potevano fidarsi di lui. Dopo qualche discorso sulla bellezza del parco e
l’armonia tra gli animali che regnava lì, ella parlò dell’ombra che offuscava
quel piccolo angolo di paradiso.
- Siamo nei guai. Un uomo malvagio sta condizionando la popolazione per
renderla ostile a questo posto. Il suo obiettivo è distruggere questo parco e
creare un parcheggio, così che gli Animali Liberi non avranno più un posto in
cui vivere in pace e armonia. Il bene che viene sprigionato qui lui vuole
toglierlo di mezzo. Anche i bambini, così, non avranno più un posto in cui
giocare tranquilli in mezzo alla natura e lontano dai pericoli. Questo solo per
creare ulteriori guadagni per lui e generare un’ombra di tristezza sugli altri.
- E’ un brutto affare. Certo è triste che tutto questo possa andare
perso. Dove andranno tutti questi animali? La città è piena di traffico e
pericoli. Questo può significare la morte per molti di loro. É orribile... Cosa
possiamo fare per fermare questo tipo? Io non sono di qui, non ho idea di come
sia la situazione e di che cosa possa fare.
- Sappiamo chi ci può aiutare, però non possiamo andarlo a trovare,
perché è molto lontano per noi. E’ un saggio che si trova nella grotta del
centauro Chiron, in cima al monte Pilion. Non sappiamo come raggiungerlo... -
provò a dire Gaia.
- Beh, il Pilion non è poi così lontano. Io ci vado spesso a
passeggiare con Rex. Possiamo andarci con la mia auto. Quando vogliamo andarci?
Oggi, domani? Basta deciderlo e partiamo.
- Sarebbe bellissimo! Ma sei sicuro che puoi farlo, che non ti crea
problemi? Sai, forse il tipo malvagio di cui ti parlavo potrebbe prendersela
anche con te. Sicuro che vuoi correre il rischio?
- Non ti preoccupare, Gaia, ormai sono vaccinato. Non mi fermeranno
tanto facilmente. Quando partiamo, allora?
- Che ne diresti di domattina? Oggi siamo stanchi e la giornata è quasi
passata. Ci vediamo alle sette del mattino qui nel parco. Ti va bene?
- Certo che mi va bene, puoi contarci, ci sarò! Ora scappo, perché ho
un po’ di lavoro da svolgere. Andiamo Rex? Forza! Ciao amici.
La mattina successiva i nostri amici erano pronti all’appuntamento. Con
qualche minuto di ritardo arrivarono anche Hermann e Rex, con la loro auto
familiare. Salirono Gaia, Sotìris, Xanthià e Ringo, mentre Zampa non lo fece
per paura che gli venisse il mal d’auto. In realtà aveva una gran paura ad
entrare in quella cuccia viaggiante, perché a causa di una cuccia come quella
lì aveva perso l’uso di una zampa. Neanche Miacchino salì. Le auto lo
innervosivano e diventava intrattabile quando vi saliva, quindi decise di
aspettarli nel Parco.
La macchina, una vecchia Alfa Romeo “33” bianca, era impolverata e
piena di erbette, sassolini, conchiglie e vari ricordi di Hermann. Secondo lui
tutti quegli oggetti a lui cari trasformavano l’auto da un semplice mezzo di
trasporto in una casa viaggiante che aveva significati e energie fin
nell’ultimo granellino di polvere in essa contenuto. Un garofano gli ricordava
un pomeriggio allegro in una taverna con la sua fidanzata Dora. Un rametto
fiorito e spinoso di ginestrone gli ricordava il viaggio in Provenza, nel Sud
della Francia. Un’alga secca a forma di lingua gli ricordava la gita al mare
con Dora e le sue amiche sulla splendida spiaggia di Vurvurù, nella regione
greca della Calcidica. Inoltre teneva una campanellina come quella che usano in
Giappone per scacciare gli spiriti: ad ogni buca o curva che prendeva si
sentiva un tintinnio. Questo lo aiutava a purificare i pensieri e, soprattutto,
a restare sveglio durante i lunghi viaggi compiuti di notte.
L’uomo malvagio con cui avevano a che fare era molto potente ed aveva
molti aiutanti. Grazie al suo potere il nostro gruppo di amici fu fermato
appena fuori città dalla polizia antidroga.
- Dove state andando? Cosa portate? Possiamo vedere cosa c’è dentro
l’auto? Dove abitate? - incalzavano i poliziotti.
- Andiamo a fare un giro sulla montagna. Facciamo una passeggiata con i
nostri cani. Tutto qui. Non trasporto nulla d’interessante, potete controllare
di persona, prego. - rispose tranquillamente Hermann.
La mano dei poliziotti era sempre molto vicino la pistola. Non si
fidavano di quello straniero e soprattutto dovevano scoraggiarlo nel rimanere
nella zona. Chi li aveva mandati aveva ordinato loro così.
Ad un certo punto i poliziotti trovarono un sacchetto di plastica con
una polvere dentro.
- Bene - pensarono, - è nostro: lo arresteremo a causa della droga che
c’è sicuramente qui dentro!-
- Cosa c’è qui dentro?- chiesero sogghignando.
- Terra. Guardate pure. Sono agronomo e lavoro con la terra. Prego. -
rispose Hermann.
Un poliziotto aprì ed annusò profondamente il contenuto del sacchetto:
era davvero terra, purtroppo per loro.
I poliziotti perquisirono ben bene anche il ragazzo. Non trovarono
nulla che permettesse loro di trattenerlo oltre. Sarebbero tornati dal loro
capo senza un gran che di risultato. Non vollero mollare, quindi li
rilasciarono con l’intento di seguirli e metterli in difficoltà più avanti.
- Bene, potete andare - disse un poliziotto.
- Ci vediamo, buon lavoro! - augurò Hermann.
Partirono e i poliziotti fecero lo stesso, seguendoli. Dopo un po’
Hermann se ne rese conto. Non che temesse troppo i poliziotti, visto che non
stavano facendo niente di male, ma capiva che sotto c’era qualcosa di strano e
non voleva essere seguito.
Esistono tre vie che portano alla cima del Pilion. Non poteva seminarli
facilmente, perché le strade erano troppo poche. Quindi decise di fare finta di
aver cambiato idea. Puntò verso le colline ad Est della montagna. Lì la strada
stretta passa all’interno di alcuni paesini tracciando strette curve. Entrato
nel primo paesino, di nome Kerassià, si infilò in un garage che si trovava dopo
la seconda curva. Aspettarono il passaggio dei poliziotti, poi uscirono di
fretta e tornarono indietro fino a Volos. Lì presero strade secondarie e si
arrampicarono sulla montagna utilizzando la strada meno trafficata e più polverosa:
quella che passa per il paesino di Drakia. Fino a quel paesino si notano grandi
distese di oliveti, mentre da lì in su il clima e le rocce cambiano diventando
ospitali per i meli ed i castagni, mentre la cima della montagna è ricoperta di
alti faggi. Ci volle quasi un’ora a raggiungere la cima. La strada, però,
terminava piuttosto lontano dalla grotta, quindi dovettero continuare a piedi.
Nascosero l’auto in una stradina per muli inserita tra gli alberi per
non essere trovati dagli sbirri agli ordini dell’uomo malvagio.
Percorsero un sentiero stretto che é di solito utilizzato da cinghiali
e cacciatori. Dopo circa quindici minuti di cammino, videro l’entrata della
grotta. Del fumo stava uscendo di lì. Si sentiva anche odore di patate
arrostite e questo non dispiacque a nessuno di loro.
Entrarono, ma non trovarono nessuno. Eppure il fuoco era acceso e il
cibo appena cotto. Aspettarono e cominciarono a guardarsi intorno. C’era poca
roba lì dentro. Solo qualche verdura, semi, alcune bottigliette ed un sacco a
pelo per dormire. Nient’altro.
Aspettarono per circa un’ora. Il cibo si era raffreddato, ma loro non
avevano osato toccarlo, sebbene ne avessero molta voglia: il cibo non era loro
e nessuno li aveva invitati a mangiare.
Adonis il saggio della montagna
- Salve amici! - esclamò una voce dalla caverna, - benvenuti in questa
umile dimora. Vi vanno un po’ di patate?
Adonis era sempre stato lì dentro, alle loro spalle, e li aveva
osservati per tutto il tempo, ma i nostri amici non si erano accorti di nulla.
Si era mimetizzato con la parete di roccia e loro non erano stati capaci di
vederlo.
- Salve - riposero tutti un po’ sorpresi.
- Finalmente ci rivediamo, Xanthià, quanto tempo è passato. Assomigli
veramente tanto a tua mamma Marìca. Sono felice di vedere che ti trovi in buona
compagnia. Come mai siete venuti a cercarmi?
- Gav. Abbiamo un problema: vogliono distruggere il nostro Parco. Ma,
un momento, come fai a conoscermi ed a conoscere mia mamma? Non mi ricordo di
te.
- E’ passato tanto tempo da quando lavoravo sulla collina di Goritsa.
Allora tua mamma veniva spesso a trovarmi e passavamo intere giornate insieme
lì. Io estraevo le antiche rovine della città di Iolkòs e raccoglievo le erbe
medicinali che si trovano in quel posto, mentre lei mi faceva compagnia e mi
insegnava il linguaggio degli animali. Lassù incontrò Aris, tuo padre, e lassù,
vicino la chiesa tu hai passato i primi giorni della tua vita. Il gufo Sòlonas
vegliava su di te quando Marìca si allontanava. Fu lui a salvarti da un serpente
lungo lungo e nero nero con gli occhi rossi di fuoco che tentò di assalirti.
Quel serpente è il servo di Alkìd, lo stregone. E’ servo dell’oscurità. Ho
lottato contro di lui una volta e penso sia ora di rifarlo, se ho capito bene.
- Ci stupisci, o Adonis, quindi conosci già quel furfante? Che possiamo
fare per fermarlo, hai un piano? - chiese Gaia.
- Non ancora, ma lo avrò tra poco. So che anche alcuni poliziotti sono
contro di noi. Questo non ci aiuta. Dovremo fare del nostro meglio, tutti, per
salvare il Parco degli Animali Liberi. Ma prima voglio conoscere meglio i
nostri alleati: Gaia, Hermann, Rex e Ringo. Avanti presentatevi!
- Io mi occupo del cibo della comunità degli Animali Liberi. Per loro
sono una Sacerdotessa. Leggo le stelle e preparo miscugli di erbe per curare i
nostri amici. Sono anche la loro interprete principale verso gli umani - iniziò
Gaia.
- Io sono straniero ed ho conosciuto il Parco degli Animali Liberi con
il mio compagno canino, Rex. Non sono molto bravo a parlare con gli animali, ma
conosco la natura, le erbe e non lascerò che un furfante distrugga un posto
così bello e armonioso.
- Bau, io non sono grosso, però potete contare su di me se c’è da
trovare qualche traccia o da scavare qualche buca. Sono cose che faccio
volentieri. Mi piace molto la compagnia del Parco ed i bocconcini che la
Sacerdotessa ci regala. Sono con voi anch’io.
- Gav, io non sono molto sveglio, lo sapete, però potete contare su di
me: io difenderò la principessa Xanthià ed il suo Regno fino all’ultimo. Non mi
spaventa un umano, neanche se è molto cattivo.
- Gav, io sono piccolo e timido. Non so a cosa potrei essere utile,
però cono con voi. Non saprei come fare altrimenti - concludeva Sotìris.
- Bene - convenne Adonis, - allora possiamo passare all’azione, visto
che il gruppo è pronto. Ma prima mangiamo, perché a stomaco vuoto si ragiona e
si agisce male. Buon appetito.
Scaldarono di nuovo le patate e le mangiarono condite con sale e delle
erbe di montagna, tra cui spiccava l’origano. Dopo un po’ si sentirono meglio e
anche la stanchezza sembrava essere sparita. Sembrava tutto molto strano. Fino
a qualche giorno prima la loro vita scorreva serena, senza eccessive
preoccupazioni, mentre ora si ritrovavano in cima alla montagna in compagnia di
Adonis, che sembrava appena uscito da un libro sull’antica Grecia. Il suo
aspetto era come lo aveva descritto il gufo Sòlonas: sembrava che il tempo non
potesse più mutare il suo aspetto fisico. Era vestito di una tunica bianca, con
due fasce dorate che correvano lungo i fianchi. Una corda teneva stretti i
fianchi, robusti nonostante l’età. I suoi occhi, neri, sembravano emettere una
luce particolare. Sembravano riflettere la luce come la rifletteva la neve che
ancora copriva la cima più alta della montagna.
- Cosa fai quassù? Non ti senti solo? - provò a chiedere Hermann.
- Studio, e non mi sento solo, perché gli antichi saggi mi fanno
compagnia. Inoltre viene spesso a farmi visita Chiron, il centauro padrone di
questa grotta. E’ mezzo uomo e mezzo cavallo: corre con zampe di cavallo, ma
pensa e lavora con testa e braccia di uomo. Tutti pensano che sia solo una
leggenda, perché non si mostra facilmente: solo chi è puro di cuore e prescelto
può incontrarlo qui, nella sua grotta. Gli altri non potranno mai vederlo,
nemmeno se aspettassero qui tutta la vita. E’ stato il maestro di tanti grandi
uomini, anche di Asculapio, il figlio di Apollo, Dio del Sole, a cui insegnò le
scienze e le arti, come la medicina e la fisica. Anche io sono suo studente, da
molti anni ormai.
Finito che ebbero di mangiare, Adonis si cambiò i vestiti, indossando
dei jeans ed una camicia che lo avrebbero fatto passare più inosservato della
tunica che vestiva prima. Prese con sè una borsa di tela a tracolla e fece
strada giù per la montagna, verso l’auto di Hermann. Mentre camminava
raccoglieva fiorellini o foglioline e le mangiava o odorava con calma. Più o
meno a metà del percorso si fermò e disse:
- Questa notte ci sarà la luna piena, è il momento giusto per agire.
Quello che faremo sarà potenziato dalla luce della luna, nostra amica.
- Cosa faremo questa notte? - intervenne Gaia.
- Lo saprete tra poco, vedrete che spettacolo! Svelti ora, che dobbiamo
prepararci bene per la serata!
Il gruppo di amici, arrivato alla macchina, salì a bordo per tornare a
Volos. Prima di salire, però, Adonis estrasse una polverina bianca dalla borsa
e la distribuì sulla vettura con un soffio. Dopo neanche due minuti di viaggio
si trovarono di fronte la macchina della polizia con i balordi che li avevano
già fermati prima e che li aspettavano di nuovo. Adonis ordinò ad Hermann, che
guidava, di spegnere il motore e passare senza far rumore. La strada in discesa
li aiuto a continuare la corsa in silenzio, ma quello che stupì fu il fatto che
i poliziotti, pur guardando verso di loro, non potevano vederli.
Passato il pericolo, Hermann riaccese il motore, ma tutti quanti
rimasero con la domanda: come mai non ci hanno fermato di nuovo?
Adonis li guardò e, vedendoli increduli, spiegò loro come la polverina
che aveva soffiato sull’auto impedisse di poterla vedere, perché rifletteva
tutte le immagini intorno e le confondeva, così da mimetizzarla. Nessuno capì
bene cosa intendesse, ma tutti ebbero paura di dire di non aver capito.
La serata del banglamadàki e del kombolòi
Scesi a Volos, Adonis chiese di dirigersi a Goritsa. Arrivati lì, nel
tardo pomeriggio, andarono all’antico palazzo che stava emergendo dagli scavi.
Erano tanti anni che non entrava più lì dentro, però il vecchio saggio si
ricordava bene cosa fare: pronunciò qualche parola di preghiera in una lingua
antichissima, l’aramaico, tracciò un cerchio ed un triangolo nella polvere del
terreno utilizzando un bastoncino che aveva estratto dalla sua borsa e poi lo
utilizzò infilandolo in una fessura tra le pietre. Ecco che il terreno tremò e
le pietre si spostarono come per magia, rivelando un passaggio segreto che
entrava sottoterra. I nostri amici rimasero a bocca aperta e seguirono il
vecchio saggio nel corridoio in discesa senza fiatare.
In fondo si trovava una sala che Adonis illuminò accendendo una vecchia
candela. L’unica fiammella era accesa al centro della grotta bastava per
illuminare a giorno.
- La polvere di silice che ricopre le pareti riflette la luce
tantissime volte creando questa illuminazione. E’ la stessa polvere che avevo
utilizzato sull’auto. Come vedete ha diverse funzioni..... e non le avete
ancora viste tutte. - Così dicendo si diresse verso un angolo e raccolse un
cofanetto che giaceva su una grossa pietra cubica, lo aprì e ne estrasse una
specie di collanina con grosse perle, chiamato kombolòi. In molti lo usano come passatempo, girandolo
e rigirandolo tra le dita. Però questo aveva perle vere e grandi come noci.
Depose il kombolòi nella sua borsa ed il cofanetto sulla grossa pietra,
poi estrasse un piccolo strumento musicale dalla sua borsa di tela e si mise a
pizzicarne le corde. Lo strumento si chiama “banglamadàki” ed è come una
piccola chitarra, con la cassa armonica grande come mezza noce di cocco.
“Gling, glang, gling, gleng” suonava il banglamadàki e l’euforia che
emetteva trascinava tutti quanti. I nostri amici cominciarono a sentirsi
allegri. Hermann e Gaia cominciarono a saltellare e girare incrociandosi le
braccia l’uno con l’altra. I cangnolini zampettavano di qua e di là, ricorrendosi
e rotolandosi gli uni sugli altri.
Non si ricordavano più del loro grande problema, della tristezza, dei
pericoli, della paura, ma semplicemente erano trascinati dallo spirito allegro
emesso da quelle note.
Ballarono un’ora buona, prima che qualcuno si stendesse ridendo a
crepapelle senza avere più la forza di rimettersi in piedi.
- Come state ora? Vi vedo più contenti.
- Gav. Sì, non so come tu abbia fatto, ma mi sento rinata - abbaiava
Xanthià.
- Anch’io mi sento rinata. La paura e le tensioni se ne sono andate,
grazie Adonis. Ma come hai fatto?- chiedeva Gaia.
- La musica è molto potente. Può farti ridere, piangere, rinascere o
addormentarti. Oggi dovevamo rinascere per affrontare meglio ciò che ci
aspetta. Gli spiriti della natura si risvegliano con questa melodia e ci
aiutano a sentirci meglio. Ci stanno vicino e ci aiuteranno anche loro.
Quando fece buio uscirono dall’antro e richiusero le pietre estraendo
il bastoncino che prima avevano infilato tra di esse. Adonis si soffermò di
nuovo pregando in aramaico e cancellò i disegni che aveva disegnato al suolo
passandoci sopra con una spazzola fatta di erba secca.
Si diressero verso il loro amato parco e parcheggiarono al suo lato,
dove Hermann parcheggiava di solito. Il parcheggio lì non era consentito dai
cartelli, però nessun poliziotto era stato mai visto da quelle parti e molta
gente sfruttava quella strada stretta come parcheggio, a causa della generale
carenza di altri posti liberi in città.
Il gruppo di amici si riunì poi in cerchio al centro del parco ed
Adonis si presentò a quelli che non aveva ancora conosciuto. Poi distribuì i
ruoli e spiegò un po’ il da farsi. Hermann, Gaia, Ringo e Rex avrebbero coperto
i quattro angoli del parco. A ognuno di loro affidò un amuleto energetico,
consistente in una stella di mare colorata d’azzurro. In realtà gli amuleti non
avevano nessun potere reale da soli, ma i nostri amici erano convinti della
loro forza, quindi l’acquistarono davvero. Xanthià e Zampa dovevano stare al
centro insieme ad Adonis per aiutare nel rito da compiere.
Gli altri dovevano sorvegliare la zona libera dagli angoli al centro
del parco. In realtà rimanevano solo Miacchino e Sotìris del gruppo dei fedeli
di Xanthià. Gli altri che partecipavano erano alcuni topolini che facevano il
giro serale per raccogliere qualche cosa per la cena. Trovatisi che ebbero a
partecipare alla scena, non si tirarono indietro e parteciparono anche loro
alla battaglia: il Parco era anche la loro casa e non volevano perderla senza
prima lottare. Miacchino, da gatto, li tenne sotto il suo diretto controllo, ma
non osò mangiarseli così come avrebbe fatto qualsiasi altro rappresentante
della sua specie: ormai era troppo entrato nello spirito del Parco e lì non ci
si mangiava a vicenda, ma si mangiavano solo prelibatezze fornite per lo più
dagli umani. Inoltre in una favola, può anche accadere che i gatti cooperino
con i topi per un giusta causa.
Tutti quanti fecero un giro lungo il perimetro del parco distribuendo
polvere bianca, la stessa dell’auto e della grotta, a formare una fascia
protettiva. Alla fine del giro il vecchio saggio intonò un antico canto in
lingua aramaica. Sembrava dare forza a quella polvere appena distribuita.
Doveva servire a proteggere il parco dagli esseri malvagi.
Adonis tirò fuori una tovaglia candida dalla borsa e la dispose per
terra. Sopra disegnò una stella con dei sassolini colorati ed intorno a questa
un cerchio fatto di fiorellini di calendula e anemoni. Al centro della figura
mise un rubino grande come un uovo di gallina e irradiante luce rossa. Estrasse
anche la sua tunica e la infilò al di sopra dei vestiti.
Finito che ebbe infilò il kombolòi di perle nel braccio sinistro e
iniziò a suonare il banglamadàki.
“Gleng, glang, gleng, gling” suonava svelto, ma questa volta nessuno
ballava. La musica li calmava e li concentrava su ciò che stava intorno a loro.
Allo stesso tempo le forze della natura si svegliavano e iniziavano a vibrare
con lo stesso ritmo. Pini, acacie e betulle ondeggiavano riemettendo lo stesso
ritmo. Anche la pietra delle statue del parco sembrava vibrare allo stesso
modo.
Il grosso rubino sembrava emettere sempre più luce e sembrava pulsasse
anche lui al ritmo della melodia. Tutto intorno a loro sembrava svegliarsi.
Anche i fiorellini di calendula che erano chiusi per la notte cominciavano ad
aprirsi come se fosse giorno. I grilli e le formiche venivano all’aperto
ripetendo il ritmo delle corde metalliche.
Ad un tratto un grosso uccello si avvicinò al Parco: era Sòlonas. Si
era accorto già da prima della venuta dei nostri amici e di Adonis, ma non li
aveva raggiunti subito perché non era ancora buio e lui, come tutti i gufi, di
giorno è praticamente cieco. Strani i gufi, non ci vedono quando noi vediamo
meglio, cioè di giorno, e ci vedono bene quando noi non ci vediamo quasi per
niente, cioè di notte.
Con una rapida manovra delle ali e della coda si appollaiò su un pino e
ne assecondò l’ondeggiamento dei rami.
- Guuu. Sono con voi amici, vi controllo il cielo da quassù. Bella la
tua musica Adonis un giorno facciamo un duetto, io e te. Che ne pensi?
- Ciao Sòlonas, sempre scherzoso, eh. Fai bene, qua stasera c’è bisogno
di spirito allegro, nonostante la drammaticità della situazione. Un giorno lo
facciamo un concertino insieme, dai! Per ora ti auguro buon divertimento!
“Gleng, glang, gleng, gling” continuava Adonis, aumentando il ritmo.
Ora anche fuori del parco sembrava che tutto si stesse risvegliando. I cani
ululavano alla luna, piena. I gatti miagolavano come se fossero tutti in amore.
Gli uccellini, in gabbia e in libertà, intonavano i canti più melodiosi che
conoscevano. Anche le stelle sembravano aumentare il loro brillio. Nulla
sembrava più dormire in quel momento a Volos.
- Sta arrivando, preparatevi! Ma non abbiate paura, in realtà non può
farci niente. L’unica cosa che può farci è spaventarci, ma nient’altro. Quindi
per quale motivo dobbiamo spaventarci? Tutto ciò che vedrete da lui è solo
illusione, non dimenticatelo mai. Pronti, ora, che arriva! Eccolo! - Gridò
Adonis senza smettere di pizzicare le corde.
Lo stregone malvagio ed il ballo “kalamatianò”
Un forte vento si abbatté sul parco. Un’ombra cominciò a muoversi sul
parco in maniera minacciosa. Era un grande serpente cavalcato dallo stregone
Alkìd. Neanche lui poteva dormire a causa della melodia del banglamadàki e lui
odia svegliarsi all’improvviso, così come odia la musica. Tutti gli stregoni
malvagi odiano la bella musica, perché porta allegria e loro non vogliono
allegria nelle vicinanze. Vogliono che la gente non si diverta, in quanto è più
facile da dominare con le loro stregonerie. Se la gente si diverte, ride e
scherza non può prendere sul serio uno stregone malvagio, e quindi gli toglie
tutto il potere. Al contrario chi si fa prendere dalla serietà e dal “non
ridere ad alta voce, perché non sta bene” oppure “vorrei lasciarmi andare e
divertirmi, ma ho paura che poi mi renda ridicolo e chissà cosa penseranno gli altri di me”,
contribuisce ad aumentare la forza degli stregoni malvagi. Semplicemente ogni
persona che ha paura di divertirsi contribuisce ad aumentare la tristezza
generale della terra, favorendo i malvagi e cioè coloro che odiano l’allegria.
Se esiste una eterna lotta tra il “bene” e il “male”, forse una delle armi più
potenti che ha il “bene” è proprio l’allegria, ed il “male” questo lo sa.
Il serpente nero nero e lungo lungo, con gli occhi rossi di fuoco,
volava alto portando il suo padrone. Di solito i serpenti non volano e non
hanno la capacità di diventare giganti da un giorno all’altro. Però in una
favola può capitare di tutto: sia che i serpenti volino, sia che i cattivi
perdano sempre, sia che esistono luoghi immensamente felici e animali che si
capiscono con gli umani. Insomma in una favola può davvero accadere
l’impossibile, basta che uno lo desideri ed hop! Ecco che succede.
Tornando alla scena, il biscione sembrava molto più grande di quando lo
avevano incrociato sulla strada di Goritsa. Sembrava lungo almeno cinquanta
metri e largo uno. Lo stregone malvagio era di carnagione bianca bianca, come
tutti quelli che vivono nell’oscurità, e con il mantello nero nero come i suoi
capelli, che però tingeva per ingannare la sua vera età.
- Chi mi sveglia a quest’ora!!! Chi osa suonare questi pestiferi
strumenti musicali a quest’ora di notte!!! Non sapete che è vietato!!! La mia
rabbia vi ridurrà in polvere, voi ed il vostro pulcioso parco!!! - tuonò lo
stregone.
- Alkìd! Vecchio sciocco, ancora non ti sei stancato di andare in giro
sopra quel rettile vecchio modello? Non sai che adesso hanno inventato cinture
di sicurezza ed air-bag? Che aspetti a cambiare mezzo di trasporto? - lo derise
il vecchio saggio, al quale piaceva molto scherzare.
- Adonis! Ancora tu a metterti di mezzo, cosa vuoi ancora? Cosa credi
di vincere sempre tu? E poi cos’ha che non va il mio serpente! - rispose lo
stregone che, come tutti i malvagi, odiava essere preso in giro.
- Vieni qui che facciamo una ballatina, stegoncino da quattro soldi. Ti
ricordi che bel ballo che hai fatto l’ultima volta? Sono passati molti anni, ma
mi ricordo come saltellavi bene! Ah, ha, ha! - diceva Adonis.
- Lo vedremo, maledetto, chi ballerà e perché! - e così dicendo
cominciò a scendere volteggiando sopra le teste dei nostri amici. Passò due
volte sopra i capelli bruni di Hermann e tre sopra la chioma bianca di Gaia.
Fece diverse piroette sfiorando le orecchie di Rex e Ringo, ma nessuno si
mosse. La paura, però, era in agguato nei loro cuori. Se si fossero distratti
ed avessero aperto il cuore alla paura, allora la barriera di coraggio che
proteggeva il parco sarebbe caduta e con lei il parco ed i suoi stessi
abitanti.
I loro cuori tennero lontana la paura che voleva impossessarsi di loro,
così lo stregone malvagio non poté varcare il confine tracciato in terra. Ma
non era neanche sconfitto. Quindi, non potendo fare di meglio, iniziò a
insultare e gridare parolacce in modo da riottenere insulti dai nostri amici e
renderli vulnerabili. Tutte le parolacce e gli insulti emessi, infatti, tolgono
energia positiva dai cuori dei buoni, facendoli soffrire e rendendoli vittima
del male. Ma i nostri amici non caddero nella trappola. Sapevano anche che se
avessero risposto con gli stessi insulti la loro barriera poteva bucarsi.
Ognuno assunse la sua personale “posizione del potere” per resistere
agli attacchi mentali dello stregone malvagio. Xanthià e Zampa si abbassarono
come facevano prima di fare un salto in avanti, ma non si mossero da quella
“figura”. Gaia unì le mani, quasi in preghiera, mantenendo la posizione eretta
e lo sguardo fisso in avanti. Hermann si sedette incrociando le gambe e
appoggiando il dorso delle mani sulle ginocchia in posizione meditativa. Rex e
Miacchino si misero su due zampe, come facevano quando stava per arrivare cibo
dall’alto e volevano prenderlo il prima possibile. Ringo, il più forte, ma meno
fantasioso di tutti, stette immobile in piedi sulle sue quattro zampe in
posizione di combattimento. Sotìris non sapeva bene che posizione prendere,
quindi si acquattò per dare meno nell’occhio possibile e non lasciar entrare la
paura nel suo cuore. I topolini, molto più nervosi degli altri, cominciarono ad
annusare freneticamente l’aria stando immobili sulle zampe. Sòlonas aprì le sue
ali e spiccò il volo compiendo vari giri tra gli alberi del parco per
proteggerlo dall’alto. Ognuno di loro lottava insieme all’altro, ma la loro
vera lotta consisteva nel concentrare le loro energie positive annullando
quelle malvagie. Si concentravano sui propri bei ricordi, scaricavano verso
terra le tensioni che accumulavano e lasciavano scivolare via qualsiasi inizio
di paura potesse esserci. Così mantenevano la mente calma ed il cuore
splendente.
“Gleng, glang, gleng, gling” continuava Adonis, aumentando ancora il
ritmo. Ormai la melodia era diventata quasi un ronzio, tanto andava veloce. Le
vibrazioni aumentavano e la luce del rubino si faceva sempre più intensa dai
raggi lunari che la colpivano. La luna era ormai proprio sopra le loro teste. I
raggi della luna avvolsero la pietra rossa e da lì ripartirono potenti raggi
colorati tutt’intorno.
“Bang, ffft, cccckt” il serpente esplose e si sgonfiò di colpo,
raggiunto da un raggio di luce del rubino. Ricadendo di disgregò in tanti
pezzettini che diventavano petali profumati di rosa e dai quali uscì una
colomba bianca. Il serpente lungo lungo, nero nero, con gli occhi rossi di fuoco
non c’era più, ma al suo posto i petali cadevano danzanti nel vento al ritmo
della musica, ed una colomba si era sistemata su un ramo oscillante del grande
olmo.
- Ah, canaglia, cosa hai fatto al mio servo! Ho lavorato tanto per
farlo così cattivo e ubbidiente! Ah, se ti prendo!
- Eh, eh, eh, aspetta che ora vengo io! - rispose ridendo Adonis ed
appoggiò lo strumento musicale in mezzo alla tovaglia decorata. Lo strumento
vibrava ancora la melodia nonostante non stesse più a pizzicarlo. Le vibrazioni
velocissime di prima non si fermavano più!
Con un balzo Adonis raggiunse la cima di un pino e di lì saltò in
direzione di Alkìd. Lo agganciò con la mano sinistra, quella nel cui polso
portava il kombolòi di perle, e gli trasmise le vibrazioni della melodia. Mano
nella mano con lo stregone malvagio, il vecchio saggio trascinò tutti in un
ritmo travolgente di saltelli e giravolte tipici dei balli popolari greci. Il
povero stregone non riuscì ad opporsi, la forza dell’amuleto di perle lo aveva
annientato. Saltellarono per un bel po’, finché Adonis non lasciò la presa.
Prima di farlo, però, fece un inchino di ringraziamento per il balletto
concesso.
Lo stregone malvagio s’inginocchiò piangendo, supplicando di non
continuare la tortura. Non c’è niente che tortura di più un malvagio di un
allegro ballo in compagnia. Non può lasciarsi andare alla danza e all’allegria
del cuore, che malvagio sarebbe altrimenti!
- Va bene, va bene. Ti lascio andare a patto che il parco, Regno degli
Animali Liberi, rimanga intatto e libero dai tuoi sgherri. Altrimenti la
prossima volta balleremo un flamenco con un garofano in bocca!
- Tutto ciò che vuoi, tutto ciò che vuoi, ma non farmi più ballare, ti
prego! - supplicava Alkìd, che ovviamente odiava tutti i fiori e specialmente i
garofani.
Alkìd il cattivo, ridotto a uno straccio, se ne andò ramingo a casa.
Quella notte aveva subìto una delle sue più grandi sconfitte: aveva ballato il
“kalamatianò”, la danza inventata dalla gente della città di Kalamàta per
ballare nei momenti felici e di festa, che lui ovviamente odiava tantissimo.
Nessuno gli avrebbe rimboccato le coperte e neanche il suo serpente lo avrebbe
abbracciato un pochino con il suo corpo gelido, tipico degli animali a sangue
freddo come i rettili.
Xanthià e Zampa, così come tutti gli altri nostri amici, si divertirono
moltissimo nel vedere la scena dello stregone malvagio che balla il
“kalamatianò” come se fosse una marionetta guidata da Adonis. Le risate ed i
fischi avevano riempito l’aria. Anche loro avevano ballato e si erano divertiti
un mondo a seguire quel ritmo allegro del banglamadàki.
Il parco era salvo, almeno per il momento. Lo stregone malvagio non
sarebbe tornato tanto facilmente all’attacco, vista la sorte che gli era
toccata. Non c’è niente che un malvagio odia di più dell’allegria e lì ce ne
sarebbe rimasta tanta ancora per molto tempo grazie alle risate che si erano
fatti!
I nostri amici continuarono a ballare per tutta la notte, con Xanthià
al centro del cerchio che gli altri formavano ballando tutti insieme. In fondo
è stata lei l’ispiratrice della storia e per questo ne è protagonista e merita
che nel finale sia la più festeggiata. Senza di lei non ci sarebbe stato il
magico “Regno degli Animali Liberi” e neanche amici per Rex ed Hermann. Grazie
a lei esiste ancora un Parco a Volos in cui i bambini continuano a giocare con
le mamme che ogni tanto li sgridano quando si sporcano con il fango. Gaia
continua a portare le sue prelibatezze accompagnata dal piccolo e timido
Sotìris. Purtroppo per gli automobilisti della città esiste ancora il problema
della carenza di parcheggi e sono costretti a lasciare l’auto dove capita,
rischiando spesso le multe dei poliziotti. E infine noi, nelle notti calde e
silenziose, se aguzziamo un po’ l’udito possiamo ancora sentir vibrare
l’allegro banglamadàki ed udire l’eco delle risate degli abitanti del Regno
degli Animali Liberi, che ancora ricordano la vittoria dell’allegria sulla
malvagità.