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LO ZIO WILLIAM
di Giuseppe Pollicelli
Circa tre anni or sono mi recai in visita a Manchester da un mio carissimo amico, Fred Burton. Lamicizia che mi lega a Fred risale a molto tempo fa. Lo conosco sin dalletà di quattordici anni, poiché studiavamo insieme a Londra. In seguito lo persi di vista. Questo allontanamento fu la conseguenza di un suo cambiamento di residenza: andò ad abitare a Manchester, il paese natale della moglie Marilyn. Fu lui a contattarmi nuovamente tre anni addietro. Ricordo perfettamente quel giorno. Era una giornata grigia e fredda e la pioggia cadeva con insistenza. Fred mi telefonò e mi invitò a trascorrere un periodo di tempo con lui. Era Natale ed avevo quindici giorni di ferie. Accettai senzaltro, pensando che oltretutto un po di cambiamento daria mi avrebbe giovato. Comunicai a Fred che mi sarei presentato da lui la sera del giorno dopo. Difatti, dopo essere sceso dal treno che da Londra porta a Manchester, salii su un taxi che mi condusse davanti alla villa di proprietà di Fred, che era situata a pochi chilometri dalla città, in una zona molto bella e piena di verde. Provai subito, però, una sensazione di angoscia che sembrava emanare proprio dalla casa. Comunque suonai il campanello e subito una gentile figura si premurò di aprirmi la porta. Capii subito che era la moglie di Fred, Marilyn. Mi colpì il pallore che caratterizzava il viso della donna. Ella, in ogni caso, mi accolse con squisita gentilezza. Mi presentò i due figli: Anna, la maggiore dei due, di ventanni, e Bill, il piccolo di otto, che mi parve però alquanto scontroso. Difatti, appena accennai ad un saluto si voltò di scatto e si ritirò nella sua camera. Marilyn mi spiegò che Fred era al lavoro e che avrebbe cominciato le ferie il venticinque dicembre, vale a dire il giorno seguente. Verso le venti si unì a noi anche Fred, che mi abbracciò fraternamente. Era molto cambiato dallultima volta che lo avevo visto e mi fece una strana impressione, sembrava triste ed angosciato, in perfetta sintonia con latmosfera che aleggiava nella casa. Mi ricordai di un suo vecchio zio molto ricco, di cui mi parlava sempre ai tempi della scuola. Gli chiesi dove fosse in quel momento. Subito scomparve dal viso della moglie quel colore rosa che le correggeva appena il cadaverico pallore. Anche Fred sembrava quasi spaventato dalla domanda; mi disse che era morto un anno fa, nella notte di Santo Stefano, cadendo nel giardino e battendo la testa su di un masso. Dopo aver cenato, i due coniugi mi fecero conoscere tutta la casa e poi ognuno si ritirò nella propria stanza per coricarsi. Mentre ero disteso sul letto mi tornò in mente che visitando la stanza di Bill mi ero soffermato a lungo ad osservare un ritratto del vecchio zio William, e avevo notato come il piccolo somigliasse molto alvecchio. Fred mi aveva inoltre spiegato che lo zio era molto affezionato al nipote e viceversa, e che lo stesso William aveva insistito per dare il nome al nipotino. Fred aveva chiesto allo zio perché proprio quel nome, ma lo zio aveva risposto che era indispensabile. Bill, fra laltro, teneva sempre il ritratto dello zio nella sua camera: era lo stesso che io avevo visto quella sera. Non riuscivo a prendere sonno, allora mi alzai. Mentre passavo dinanzi alla stanza di Bill udii un forte russare. Spinto allora da una irrefrenabile curiosità guardai dal buco della serratura. Ma non si vedeva nulla, perché il letto era molto distante dalla porta: vedevo solo il mobile dove Bill teneva i giocattoli. Sopra di esso scorsi una pipa ancora fumante, uguale a quellache lo zio aveva nel ritratto. Rimasi perplesso, ero sicuro che qualche ora prima quella pipa non ci fosse, e la cosa che più mi stupiva era che fosse fumante. Tornai a guardare, ma questa volta la pipa era scomparsa, si sentiva solo russare, russare molto forte... Rientrai in camera mia e passai la notte in bianco. La mattina del giorno dopo era Natale, ma nel villino non si respirava il festoso e caratteristico clima natalizio che contraddistingue questo periodo, tuttaltro. Fred venne subito ad augurarmi il buon giorno. Mi resi conto, in quel momento, che non gli avevo mai chiesto come avesse fatto a mettersi in contatto con me a Londra. Mi disse che, ricordandosi di tutte le volte che gli avevo parlato del mio desiderio di diventare ispettore, aveva cercato il mio numero telefonico tra gli investigatori di Scotland Yard e, per sua fortuna, io avevo seguito il mio desiderio giovanile. Lunico che non mi aveva augurato il buon giorno era stato Bill. Subito Fred si scusò, chiarendomi che suo figlio era rimasto traumatizzato dalla morte dello zio e che da quel giorno aveva cominciato a comportarsi in modo sempre più strano. Alle dieci Marilyn e Fred diedero i regali ai figli, un completo jeans per Anna ed unautomobilina telecomandata per Bill. Al contrario di Anna, che indossò subito il vestito, Bill posò la macchina sul tavolo della sala da pranzo e tornò in camera sua. La giornata passò in fretta e presto si fece sera. Il nuovo giorno sarebbe stato lanniversario della morte dello zio William. Stavo per addormentarmi quando un grido mi destò bruscamente. Mi alzai. Passai di fronte alla stanza di Bill come la sera precedente, ma non si sentiva più russare. Guardai dal buco della serratura: la pipa era scomparsa. Un altro urlo ancora. Stava succedendo qualcosa di strano. Mentre stavo per tornare in posizione eretta una mano si posò sulla mia spalla. Il cuore mi balzò in gola, mi girai e vidi che era Fred. Passarono alcuni secondi prima che riuscissi a riprendere fiato. Fred, sudato e terrorizzato, mi disse che mi aveva chiamato da Londra non perché mi volesse vedere, ma perché, avendo sentito dire che ero specializzato in casi misteriosi, gli potevo tornare utile. Erano stati lui, la moglie e la figlia ad uccidere lo zio, per ereditare i suoi soldi, ma Bill non ne sapeva nulla. Poi, da circa un mese a questa parte, tutti e tre avevano sognato ogni notte lo zio che sarebbe tornato per vendicarsi. Ora, la notte dellanniversario della morte, Fred aveva la certezza che sarebbe tornato. Mi comunicò che, diversamente dalla moglie e dalla figlia, che erano rimaste nelle loro camere, lui aveva preferito passeggiare in corridoio. Adesso voleva che lo accompagnassi nelle camere della consorte, di Anna e di Bill. Entrammo cautamente nella sua camera da letto, ma rimasi paralizzato alla vista della moglie. Ella non era più un essere umano intero, poiché la testa era sopra il letto, un braccio era in terra, una gamba era appesa al lampadario e il resto del corpo era tutto ricoperto di sangue. Mi trattenni a stento dal rigettare ma, comunque, mi precipitai in camera di Anna, seguito dallo scioccato Fred. Lodore nauseante del sangue pervenne subito alle mie narici: Anna era stata fatta a pezzi come la madre! Istintivamente ci dirigemmo in camera di Bill, ma le urla erano state due e non tre, e difatti, contrariamente alle nostre aspettative, non vi era traccia di sangue in camera di Bill, così come non cera lui. Fred ed io uscimmo fuori per cercarlo, quandecco, dallo spigolo di un muro fece capolino la testa di Bill. Fred gli si avvicinò per stringerlo a sé, ma Bill scoppiò in una sonora risata e, rivelando uninsospettabile forza, sollevò unaccetta nascosta dietro il muro e tagliò di netto la testa a Fred. Rimasi terrorizzato, quandecco che Bill si avventò anche contro di me. Fuggii via disperato, scendendo velocemente le scale che portavano alla sala da pranzo. Vidi su un tavolo della cucina un coltello, lo agguantai e mi affrettai a scappare di nuovo perché sentivo i passi di Bill sempre più vicini. Aprii la porta che conduceva al grandissimo giardino preoccupandomi di richiuderla per rendere più complicato linseguimento a Bill. Corsi più che potei ma, accecato dallorrore, non mi resi conto che stavo sbagliando direzione. Non mi diressi verso luscita ma dalla parte opposta. Mentre correvo inciampai in una pietra. Ero sicuro che fosse finita. Poi mi accorsi che non era una pietra bensì una lapide. Girandomi vidi che alle mie spalle cera una specie di cimitero dove tra le altre cera la tomba dello zio William. Appena arrivato non avevo notato questo piccolo camposanto. Ma eccolo, lo vedevo, Bill stava venendo verso di me. Però, spaventato comero, mi accorsi che quella sagoma era troppo grossa per essere quella di Bill solo quando ebbi davanti ai miei occhi zio William enon Bill. Il piccolo si era trasformato nello zio, il quale, accetta in mano, sferrò verso di me un colpo che evitai di pochi millimetri. Cercai di rialzarmi ma tornai a cadere indietro. Col coltello che avevo preso nella cucina ruppi per sbaglio la foto che cera sulla tomba dello zio. Conseguentemente alla mia azione lo zio si sbriciolò davanti ai miei occhi. Nellaria cera un fetore orribile. Una ventata sparpagliò i granelli di polvere che stavano ai miei piedi e che prima avevano composto Bill-William. Alzai il coperchio della tomba del vecchio: era vuota. Tornai nella casa e pulii tutto il sangue che cera. In seguito seppellii i corpi straziati di Anna, Marilyn e Fred. Nessuno avrebbe mai saputo quello che era successo quella notte. Mentre tornavo a Londra, sul treno, compresi le parole dello zio William (che, non so per quale misteriosa ragione, già conosceva il suo futuro): «Questo nome è indispensabile». Quel nome era indispensabile per la futura reincarnazione dello zio in Bill. Infatti Bill è il diminutivo di William. Non cè dubbio: quello è stato il peggiore Natale della mia vita.
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