TYRGANATH

di CLAUDIO CALIARI

©2000


Il viaggiatore superò la porta meridionale che dava accesso alla città di Yorkeon. Fino a cinque anni prima, nessuno gli avrebbe prestato attenzione. Ora tutti si voltavano a fissarlo, per poi distogliere lo sguardo non appena lo riconoscevano.

Questo cambiamento lo faceva sorridere. L'abito che indossava era un chiaro simbolo della carica che ricopriva. Solo i membri della Confraternita del Drago vestivano di seta nera, con il simbolo del drago ricamato in blu sul petto. Nessun altro essere vivente si sarebbe mai azzardato a copiare quell'abbigliamento. I pochi che si erano sentiti tanto coraggiosi da provarci non avevano avuto fortuna: erano ancora vivi.

Il viaggiatore camminava a testa alta, sondando la folla con sguardo rapido ed attento. I volti spaventati che intravedeva erano per lui fonte di orgoglio, come per ogni suo confratello. Gli uomini comuni non avevano il diritto di provare null'altro nei suoi confronti.

Il confratello si fermò improvvisamente; le persona intorno a lui si allontanarono in un batter d'occhio. Pensare che non sapevano esattamente chi fosse. Se avessero visto il simbolo che lo distingueva da chiunque altro, persino dagli altri membri della Confraternita, non solo lo avrebbero fissato con paura, ma si sarebbero gettati ai suoi piedi colmi di terrore.

Ma era stato lui stesso a non voler svelare questo dettaglio. Il mantello nero che portava copriva il suo fianco sinistro, impedendo a chiunque di scorgere quello che vi si celava.

Alzò lo sguardo verso il cielo nuvoloso. Presto avrebbe piovuto.

Riprese a camminare, mentre le persone dietro di lui traevano un respiro di sollievo. Si sarebbe fermato in quella città, per la notte. All'alba sarebbe ripartito.

Il messaggio che aveva ricevuto era piuttosto urgente, ma non sarebbe cambiato nulla per poche ore. Lui sarebbe stato invece più riposato, per affrontare il conclave che era stato convocato.

Era il suo primo conclave, la sua prima riunione dei confratelli. Solo due mesi prima era un allievo in procinto di compiere la prova più dura. Una sfida che non tutti affrontavano: solo coloro che ne facevano espressa richiesta venivano avviati alla Battaglia.

Superarla era l'unico modo per raggiungere la posizione che lui, ora, occupava. Una posizione di rispetto e potere.

Eppure, contrariamente a quanto molti suoi confratelli sostenevano, non era stata la bramosia di quel potere ad attirarlo, bensì la sfida in se stessa.

La possibilità di dimostrare a se stesso di essere il migliore, di non avere rivali in tutto Crytos, questo lo aveva convinto a farsi avanti.

Ora ne era soddisfatto, perché il premio per quella vittoria era stato un simbolo più grande e potente di quanto lui avesse mai immaginato.

Il profumo di carne arrosto gli giunse alle narici, suggerendogli di fermarsi. Alla sua destra le luci di una locanda iniziarono ad accendersi, una dopo l'altra.

Il viaggiatore vi si diresse senza fretta. Il suo occhio allenato si soffermò sui dettagli più importanti. L'insegna era nuova e ritraeva semplicemente un boccale di birra, colmo fino all'orlo: la "Taverna dell'ubriaco", un nome del tutto privo di fantasia.

Dalla strada in terra battuta, tre scalini di legno conducevano ad una piccola veranda, larga circa due metri, ben pulita.

Le porte di legno che ostruivano l'entrata erano state rinforzate con sbarre di ferro dello spessore di un dito.

Il confratello sorrise: quella non era una semplice taverna. Da come era tenuta si intuiva che celasse qualcosa di ben più importante. Probabilmente era la facciata di qualche banda di ladri organizzati, o di una setta segreta che riuniva alcuni dei cittadini più illustri. Chiaramente si presentava in modo da non destare sospetti, ma il fatto che fosse così curata significava che i normali commensali dovessero essere socialmente in vista.

Alzò la mano guantata e la picchiò due volte sulla porta. Attese.

Ci vollero cinque minuti buoni, prima che una giovane cameriera con indosso un grembiule pulito e stirato si decidesse ad aprire di una spanna la porta.

-Sì, desidera?- chiese con voce gentile. Non disse altro. Il suo sguardo si posò sull'immagine in blu e la figura rimase come paralizzata. I lineamenti del suo volto si contrassero in un'espressione di panico, prima che i suoi muscoli scattassero, chiudendo violentemente la porta.

Il viaggiatore attese nuovamente. Quel processo era frequente. Persino nelle locande che tenevano le porte aperte a chiunque, il suo arrivo generava quel genere di reazione.

Nei primi giorni di viaggio lo aveva trovato divertente. Ora, dopo solo cinque settimane, ne era già seccato. Una volta aveva ucciso il giovane mercante che era rimasto a fissarlo.

La porta tornò ad aprirsi. Questa volta il confratello si trovò di fronte un uomo alto e muscoloso, che reggeva in mano una pesante mazza ferrata. Indossava pantaloni di stoffa marrone, una camicia a scacchi neri e rossi ed un grembiule bianco. Probabilmente era il padrone e ciò confermava i suoi sospetti. Quell'uomo era stato sicuramente un soldato in gioventù ed ora fungeva da protettore di qualcosa di importante. Come se non fosse già sufficientemente chiaro, la sua arma non recava il minimo segno di ruggine.

L'uomo fissò il viaggiatore con espressione truce. Era chiaro che la sua presenza non lo spaventava, o almeno mascherava bene le sue emozioni.

-Cosa hai fatto a mia figlia?-

La domanda lo sorprese. Solitamente gli chiedevano di andarsene, o, nel migliore dei casi, che cosa volesse.

Non si era aspettato di dover giustificare la reazione della cameriera.

-Nulla- rispose, mantenendo la voce ferma e posata -si è solo spaventata, vedendomi.-

Il volto barbuto dell'ex-soldato tornò a rilassarsi, fino ad assumere un'espressione bonaria -Sciocca ragazzina. Mi ha fatto prendere un colpo. Pensavo di trovare l'esercito del re schierato qui di fronte.- spalancò la porta con un calcio e gli circondò le spalle con un braccio -Entra, accomodati amico. Non volevo essere scortese. La mia locanda è a tua disposizione. Io sono Goran.-

Il viaggiatore non si scompose. Il suo braccio sinistro si piegò all'indietro, poi scatto in avanti, colpendo l'uomo sul fianco destro. La mano si aprì ed il gigante fu scaraventato all'interno della locanda, contro il muro posto all'estremità opposta.

Un urlo di terrore scaturì dalla gola della cameriera, nascosta dietro la porta, che soffocò il gemito di dolore proveniente dall'uomo.

La mazza ferrata cadde sul pavimento di legno con un sordo tonfo.

-Cerchiamo di chiarire che non sono tuo amico. Se mi toccherai ancora, non sarò così gentile.-

La giovane donna scoppiò a piangere, ma il padre la zittì con un gesto, rimettendosi in piedi e massaggiandosi il fianco.

-Già, scusatemi milord. Avevo dimenticato chi avevo di fronte. La prego di credere che non succederà più.-

Il viaggiatore assentì e varcò la soglia.

L'interno era piuttosto gradevole. Dieci lanterne appese alle travi del soffitto illuminavano il piccolo locale dove i clienti consumavano i pasti. Quattro tavoli quadrati erano disposti ordinatamente sopra uno spesso tappeto di velluto rosso. Due finestre davano all'esterno, una sulla strada, l'altra su di un vicolo laterale. A sinistra si trovava l'accesso al piano superiore, una scala di legno illuminata anch'essa da due lanterne. Immediatamente dopo, un corto bancone separava la sala dalla porta della cucina, aperta. Su di esso era posato il registro degli ospiti, che ogni cliente aveva il dovere di firmare, secondo le disposizioni del re Horog.

Il viaggiatore si avvicinò al volume e lo aprì sull'ultima pagina, scritta solo per metà. L'ultimo viaggiatore risultava partito tre giorni prima.

-Mi occorre una stanza per la notte- annunciò con calma -una cena ed un bagno caldo. Mangerò dopo essermi lavato.-

Il locandiere si portò sul lato opposto del bancone -Sì, milord. La sala da bagno è sempre pronta; è la prima stanza a destra, in cima alle scale. La cena sarà servita tra due ore.-

Il confratello fece un cenno di assenso con la testa, prese la chiave che gli veniva porta e salì i quindici gradini di legno.

Varcò la prima porta, come gli era stato detto, e si richiuse l'uscio alle spalle. La stanza era piccola, con una vasca di rame sul fondo e una sola, stretta apertura sopra di essa, che permetteva al vapore di uscire.

Il viaggiatore si tolse il mantello e lo posò sulla sedia accanto alla vasca. Uno specchio si trovava alle sue spalle e lui si fermò ad osservarsi per un breve istante.

Il suo volto giovane era segnato dalla stanchezza per il viaggio. I capelli castani si erano allungati in questi cinque anni, superandogli di gran lunga le spalle. Durante l'addestramento, gli era stato vietato di tagliarli o di radersi, anche se a quello aveva rimediato subito dopo la nomina.

All'interno della sede della Confraternita, gli allievi non dovevano badare al proprio aspetto. Tutto quello che contava era l'addestramento dello spirito e del corpo. Veniva insegnata loro la magia degli antichi draghi, basata sulla volontà di chi la governa e sulla forza della sua anima. Allo stesso tempo venivano addestrati nelle tecniche di combattimento, con e senza armi.

Erano cinque anni duri, che si completavano con la nomina a membro della Confraternita. Da quel momento si aveva la possibilità di viaggiare liberamente, indossando le vestigia del Drago ed operando al servizio del Consiglio, organo governante dei confratelli.

Lui si era fermato un po' più a lungo, per affrontare e superare la Battaglia.

Finalmente, anche lui si era allontanato dalla scuola. Dopo solo cinque settimane, veniva richiamato nuovamente. Ma questa volta si sarebbe presentato con eleganza.

Si tolse la camicia, rivelando il corpo magro e muscoloso. Infine prese in mano il simbolo della sua carica: la Spada del Drago, la mitica Tyrganath.

Quell'arma era stato il premio per la sua vittoria. Nessun confratello sapeva quale fosse il riconoscimento dopo la Battaglia, ma tutti avrebbero riconosciuto quell'emblema. Così, almeno, gli era stato detto dai suoi maestri.

Tyrganath non era una spada vera e propria. O meglio, non lo sembrava. Difatti era costituita esclusivamente dall'elsa di una spada. Ritraeva un drago d'argento e oro, con la testa come pomo ed il lungo corpo sinuoso che formava l'impugnatura. Un diamante era incastonata a metà del corpo, poco sopra gli artigli posteriori, nel punto in cui iniziava la coda che scendeva come coprimano, terminando con la punta simile ad una lama affilata. Quattro ali si allargavano dalla gemma. Due simili a quelle di un'aquila, inclinate verso il basso. L'altra coppia, dalla forma simile a quelle di un pipistrello, anche se più allungate, rimanevano parallele alla gemma. In quel momento erano richiuse verso l'alto, come se fossero a riposo. Era un manufatto magnifico, da suscitare bramosia in qualunque uomo. Lui stesso ne era affascinato ogni volta che lo guardava.

Un oggetto carico di magia.

Appoggiò l'arma, finì di svestirsi e si immerse nella vasca.

Due ore dopo scese per la cena. Il bagno lo aveva rilassato e rigenerato. Si era tagliato i capelli, lasciandoli lunghi solo due dita; si era sbarbato ed aveva indossato normali pantaloni di pelle marrone ed una camicia verde scuro.

In mano reggeva il completo di seta, mentre Tyrganath era assicurata al suo fianco.

Il locandiere lo fissò scendere con aria preoccupata.

-Sono da lavare- disse il giovane, porgendogli il fagotto nero -devono essere pronti per domani mattina.-

Goran prese le vestigia e sparì in cucina.

Il viaggiatore si sedette ad un tavolo. Nella sala non c'era nessuno.

Poco dopo giunse la cameriera, con in mano un piatto fumante. Dietro di lei, l'oste portava una brocca di terracotta ed un bicchiere di vetro.

La ragazza posò il piatto e si allontanò il più in fretta possibile, senza guardarsi indietro.

-Le ho portato del vino, milord. Penso che lo preferisca alla birra.- esclamò Goran, posando il bicchiere.

Il giovane annuì e l'oste si congedò, tornando dietro il bancone.

La cena consisteva in un'abbondante porzione di coniglio arrosto, che lui mangiò con appetito, sorseggiando di tanto in tanto il vino rosso.

Non si era mai preoccupato della possibilità che il cibo fosse avvelenato. Durante l'addestramento venivano abituati gradualmente a forti dosi dei più comuni veleni, in modo da risultarne immuni una volta accettati nell'ordine.

Prima di finire, un uomo entrò nella taverna e si appoggiò al banco, nascondendo alla vista dell'ospite il suo discorso con l'oste.

Il confratello esaminò rapidamente il nuovo venuto. Indossava pantaloni e camicia neri, molto simili alle sue vestigia. Al fianco portava una spada lunga e stretta dall'elsa a croce. Sul lato opposto si distingueva un coltello da caccia, mentre alle mani portava guanti borchiati.

Doveva avere circa trent'anni, quasi dieci più di lui. Aveva una corporatura muscolosa, resa ancor più evidente dalla sua bassa statura. Ai piedi calzava stivali da viaggio marroni, che stonavano con il resto dell'abbigliamento. Era probabilmente un buon combattente, ma a giudicare dai suoi movimenti, non era molto veloce.

Lo sconosciuto lo guardò da sopra la spalla.

Il viaggiatore terminò il suo pasto, poi si alzò e raggiunse il banco. L'oste lo fissò con sguardo sicuro, quasi baldanzoso.

-Non voglio essere disturbato prima dell'alba. Fatelo e ucciderò chiunque mi troverò di fronte- disse con voce ferma. Spesso quella minaccia era servita ad evitare un inutile spargimento di sangue, instillando la paura nelle menti dei presenti. Ma a volte era stata inutile e molti si erano pentiti di non avervi prestato ascolto.

Il basso guerriero lo afferrò per un braccio -Non ti sembra di esagerare con le sbruffonate, ragazzo? Chiedi scusa al mio amico Goran e ripeti la domanda. Con cortesia!-

Il viaggiatore non mutò espressione. Fece ruotare il braccio, sciogliendo la presa dell'uomo, lo afferrò e lo piegò violentemente verso il basso, all'altezza del gomito.

Il rumore di ossa spezzate fu accompagnato da un grido di dolore. Con due passi veloci, il confratello si portò alle spalle del guerriero, lo afferrò per la testa, cingendo con l'altro braccio le spalle. Diede una rapida torsione, piegando la testa verso destra ed il corpo verso sinistra.

L'osso del collo si ruppe, ponendo fine ai lamenti di dolore.

-Non prima dell'alba, mi raccomando.- ripeté il giovane. Salì le scale ed andò a dormire. La cameriera svenne dietro di lui.

Il mattino giunse sereno e radioso. La primavera stava cedendo il posto all'estate e gli uccelli cinguettavano sui tetti delle case. Molte persone erano già in strada; la loro voce si mischiava al rumore dei carri ed alle urla dei mercanti, fondendosi in un unico brusio, tipico delle grandi città.

Il giovane si alzò e si lavò. Prima di vestirsi, aprì la porta che dava sul corridoio e trovò le sue vestigia accuratamente piegate su una sedia.

Sorridendo, le prese e le indossò con cura. Erano state perfettamente lavate, proprio come aveva chiesto. Fissò la cintura e vi agganciò la spada. Infine si coprì con il mantello.

Dopo aver riposto le sue cose nella borsa da viaggio, scese nella taverna.

Questa volta la trovò quasi completamente piena. Molti mercanti stavano facendo colazione, bevendo succo di mela e mangiando biscotti appena sfornati. Indossavano abiti sgargianti e gioielli costosi, sfoggiando nel loro aspetto il ceto sociale al quale appartenevano.

Un menestrello stava suonando una dolce melodia con il suo liuto, permettendo alle parole dei presenti di fondersi con la melodia.

L'oste lo raggiunse il cima alle scale. La sua baldanza era scomparsa, sostituita da un senso di disagio e di preoccupazione. Nonostante fosse più grande di lui, ora sembrava un bambino.

-La prego, milord. Dimentichi lo spiacevole inconveniente di ieri sera. Questi sono i miei abituali clienti e non vorrei che vi fossero dei problemi.- disse, con voce a tratti balbettante.

-Ho intenzione di partire immediatamente- rispose il viaggiatore, suscitando un certo sollievo negli occhi di Goran -vorrei che mi preparaste provviste per un giorno di cammino.-

L'oste assentì, ringraziandolo e sparì in cucina.

Il giovane si appoggiò al bancone, tenendosi in disparte.

Poco dopo, Goran fu di ritorno, con un fagotto caldo tra le mani.

-Ecco, ho messo della carne secca, del pane, un po' del coniglio di ieri e dei biscotti. Sa, li fa mia moglie. Spero che sia tutto di suo gradimento.- annunciò, porgendo il pacco.

-Quanto vi devo per l'ospitalità?- chiese il confratello, riponendo le provviste nella borsa.

Goran fu profondamente sorpreso. Il suo sguardo si spalancò e la bocca si aprì involontariamente. Fino ad allora non aveva mai incontrato o sentito parlare di un membro della Confraternita che pagasse le spese.

Il suo interlocutore ne era a conoscenza, ma aveva sempre ritenuto sensato non lasciare dietro di sé troppi motivi di risentimento. Era un modo per assicurarsi la possibilità di tornare nello stesso luogo, se si fosse presentata l'occasione. Il destino ed il futuro erano sconosciuti a tutti.

L'oste si piegò sotto il bancone, estrasse un pezzo di carta giallastra e vi lesse qualcosa. Questa volta fu il viaggiatore ad essere stupito: quell'uomo non era analfabeta, come tutti gli altri locandieri finora incontrati.

-Sono dieci monete- esordì Goran, porgendo il foglio a riprova delle sue parole. Su di esso erano segnati il pasto, la stanza e le provviste.

Ritirate le monete, Goran fece un'ultima domanda -Posso sapere il vostro nome, milord? Sa, così vicini alla vostra scuola è possibile che altri del suo ordine vengano da me. Potrà essermi utile poter dire loro che lei è già stato qui ed è stato soddisfatto dei miei servizi. Sempre che questo non le causi problemi.-

Il giovane scosse la testa -Nessun problema. Il mio nome è Reydarn Wjterkeep, il Custode del Drago.-

Uscì, lasciando l'oste dietro il bancone, con il volto esangue.

Reydarn si fermò sulla veranda per qualche istante. Il sole illuminava i tetti di Yorkeon, ma era ancora troppo basso per raggiungere la strada, resa fangosa dalla pioggia della notte. Scese gli scalini di legno e si diresse verso la porta settentrionale.

Tre ore dopo stava attraversando una vasta prateria, completamente disabitata. Aveva lasciato le mura della città già da tempo ed era entrato nel territorio dell'ordine. La sede della Confraternita del Drago si trovava a mezza giornata di cammino ed era l'unica costruzione in quella terra. Nessuno si azzardava ad avvicinarvisi troppo, anche solo per dirigersi nel regno di Golgan, sito sulla costa settentrionale. Di solito, chi provava a compiere quel percorso, non giungeva dall'altra parte.

Quella prateria era il luogo dove molti allievi si addestravano nell'arte dell'inseguimento ed uno sconosciuto viaggiatore era sicuramente il bersaglio ideale per mettere alla prova le tecniche apprese.

Lui non sarebbe stato attaccato, in quanto confratello, ma molti si sarebbero divertiti a seguirlo. Lui stesso l'aveva fatto decine di volte.

Quando il sole raggiunse lo zenit, si fermò per mangiare le sue provviste. Non tralasciò nulla, pur essendo le porzioni sufficienti ad un altro pasto. La cena l'avrebbe consumata con gli altri confratelli, mentre ora poteva aver bisogno di tutte le sue energie. Finora non aveva incontrato nessuno, confratello od allievo. Evidentemente erano tutti riuniti per il conclave.

Un sibilo risuonò nel suo orecchio destro. Guidato dall’istinto e da anni di esercizi, Reydarn si gettò a terra, rotolando su se stesso e tornando in piedi con la mano sull’elsa della spada.

Una freccia d’acciaio era piantata nel punto dove lui era seduto poco prima. Il viaggiatore si guardò attorno, valutando la vicinanza del pericolo. Non c’era nessuno.

Si avvicinò ed estrasse la freccia. Sulla punta era impresso il simbolo del Grifone. Le sue dita strinsero l’asta con la forza della rabbia: i loro mortali nemici erano giunti fino a lì.

Senza indugiare oltre, prese le sue cose e proseguì verso la sua meta.

Raggiunse la sede della Confraternita solo due ore dopo. Si trattava di un enorme edificio a cupola, a cui si accedeva solo da un punto. La parte più alta era costituita da ampie vetrate, mentre la base non disponeva della minima apertura.

Sapeva bene cosa significasse muoversi al buio più completo anche durante il giorno. Più volte si era sentito disorientato quando usciva all’aperto, vedendo la luce quando aveva creduto fosse notte e viceversa.

Alla fine aveva imparato a non prestarci attenzione. Anche se sbagliava i riferimenti temporali, si adattava velocemente alla nuova situazione.

Si fermò di fronte alle porte di legno, rinforzate da bande di metallo larghe quanto il suo corpo. Le pareti dell’edificio erano lisce e levigate. Nessuno sarebbe riuscito a scalarle.

Attese solo qualche attimo. Le porte si aprirono in silenzio e lui entrò nell’oscurità.

Ne uscì il mattino dopo.

L’aria era fresca ed il cielo sgombro da nuvole. Senza nemmeno guardarsi intorno, si diresse verso Yorkeon: lì avrebbe adempiuto alla sua missione.

Era incredibile quello che gli era stato detto: non avrebbe mai pensato ad una simile eventualità. La freccia che aveva mostrato, poi, era stata indicata come prova di quello che si era saputo.

Dentro di lui fomentava una rabbia sempre più vasta.

Fu un viaggio molto veloce; lui stava perseguendo un obiettivo e questo gli dava una forte carica emotiva. Avrebbe prestato un servizio per la Confraternita.

Il sole aveva da poco superato lo zenit e le strade erano affollate e rumorose. Reydarn si tenne contro il lato interno delle mura della città e ne seguì il percorso verso occidente.

Poco più in alto degli altri edifici, spiccava il palazzo del governatore. Si trattava di una costruzione alta una cinquantina di metri, che occupava una lieve altura all’interno della città.

Era stata edificata interamente con blocchi di pietra, trasportati fin lì dalle montagne di Kern, situate molto più a nord. Millenni prima, centinaia di schiavi avevano perso la vita per quell’opera, sotto lo sguardo attento della Confraternita. Yorkeon era stata la prima sede del suo Ordine, circa duemila anni prima della sua nascita.

Poi, col tempo, la Confraternita aveva preferito costruirsi una scuola molto più consona e aveva lasciato la città in mano ai governatori locali.

Yorkeon non aveva mai conosciuto un grande splendore: sita ai confini più estremi del Regno di Osn, fungeva esclusivamente da baluardo di difesa contro la Confraternita, temuta e rispettata allo stesso tempo dai regnanti.

Reydarn si fermò sul lato posteriore del palazzo. La parete si ergeva piatta e monotona fino al tetto, senza aperture da cui fosse possibile entrare. Facevano eccezione solo alcune feritoie, sparse in ordine apparentemente casuale.

Non sarebbe stato facile entrare da quel lato, ma era la soluzione più sicura. Non aveva alcuna intenzione di creare troppa confusione all’interno della città: probabilmente la sua preda era stata catturata e tenuta nelle segrete, in attesa che qualcuno di loro andasse a prenderla. Lui era quel qualcuno.

Si guardò intorno. A poca distanza da lui correva il muro di difesa di Yorkeon; un breve giardino colmava lo spazio libero, ma ora era completamente deserto. Le sentinelle sulle mura fissavano annoiate il paesaggio esterno.

Non lo avrebbe visto nessuno. Era inutile aspettare il buio.

Alzò una mano, toccando la parete di pietra. Chiuse gli occhi e nella sua mente immaginò un’ampia apertura fra le mura del palazzo.

Poi vi impose la volontà della Confraternita. Il muro sotto il suo palmo divenne etereo. Lui lo attraversò senza indugio, ritrovandosi in un corridoio buio e maleodorante.

Come aveva calcolato, aveva raggiunto le prigioni.

Sui due lati del corridoio si affacciavano decine di celle. Tutte le porte erano spalancate.

-Davvero molto strano- sussurrò fra sé e sé. Un sospetto gli si insinuò nella mente.

Raggiunse la porta che dava accesso alla guardiola e la aprì. Un soldato scattò in piedi e si affretto ad impugnare la lancia.

-Chi siete! Come siete giunto fin qui?-

Reydarn valutò che fosse una recluta: qualsiasi soldato esperto lo avrebbe riconosciuto alla prima occhiata.

Gli si parò di fronte e con un unico gesto gli mozzò la gola. Il coltello tornò nel fodero, mentre lui imboccava la scalinata che saliva.

Aveva studiato la pianta dell’edificio per tutta la notte ed ora ripercorreva mentalmente il tragitto fino alla stanza delle udienze.

Svoltò a destra alla prima biforcazione del corridoio.

Con suo grande stupore, notò che le pareti erano nude, prive di qualsiasi quadro o arazzo che potesse rendere il passaggio più piacevole.

Aveva sentito molte voci sull’attuale governatore di Yorkeon e si era fatto l’idea di un uomo debole avvezzo al lusso. Evidentemente si era sbagliato e questo non gli piaceva.

Voltò a sinistra e le porte della sala gli si pararono di fronte.

Con un breve pensiero le aprì.

La sala era vuota.

Due fuochi ardevano in camini agli angoli opposti a lui. Un lungo tavolo di pietra era posato nel centro ed intorno si trovavano quindici sedie di legno.

Quattro colonne di marmo bianco sostenevano il soffitto piatto, reso scuro dalle ceneri dei fumi depositate in anni di vita. Strette finestre bucavano la parete meridionale, a circa tre metri di altezza.

Era una stanza sicura, tatticamente ben edificata. Una porta di legno si apriva sull’altro lato.

Reydarn vi si diresse. Giunto accanto al tavolo, una voce lo fece fermare.

-Ti aspettavo, amico mio.-

Un uomo sulla trentina, vestito di bianco, era comparso sulla soglia dell’entrata principale. In mano reggeva un arco, simbolo del Grifone. Nella faretra alle sue spalle erano visibili frecce di acciaio.

Aveva capelli ed occhi scuri ed una cicatrice gli segnava la guancia sinistra.

-David, sapevi che sarei venuto per te- commentò Reydarn, portando la mano alla spada -Pensavo di trovarti in prigione.-

Il nuovo arrivato lo guardò con sincero stupore -Davvero? Perché?-

-Perché è quello il posto per i traditori. Non certo la sala delle udienze.- replicò Reydarn con voce gelida.

David abbassò lo sguardo e scosse la testa -Mi spiace che la pensi così, amico mio. Dopo anni di addestramento insieme, pensavo che mi conoscessi. Io non ho mai voluto essere un confratello: i crimini di cui si macchiano senza una ragione sono troppo atroci per volerne diventare parte. Io sono sempre stato dalla parte del Grifone. Noi tuteliamo le leggi che i Governi di ogni nazione vogliono darsi, a patto che siano eque e giuste. La tirannia della Confraternita è il vero nemico. Il loro desiderio di soggiogare il libero pensiero di ogni popolazione conosciuta ne fa un gruppo di uomini spietati.-

-Fai silenzio!- lo interruppe Reydarn, urlando -Tu sei solo un misero traditore e non puoi permetterti di dire queste cose sui fratelli. Ti hanno accolto come uno di loro, ti hanno insegnato i loro segreti e tu li ripaghi con l’ingratitudine e il tradimento. Sai, non volevo credere che fosse vero, ma mi sbagliavo. Mi hai deluso.-

David sorrise dispiaciuto -Non ha importanza. Sai, il governatore è un mio buon amico e mi ha dato ospitalità fino al tuo arrivo. E’ una settimana che ti aspetto.-

Reydarn si rifiutò di dare un senso a quelle parole; si sentiva furioso, deluso da colui che riteneva un fratello. Aveva tradito tutto ciò in cui credeva.

-Muori!- esclamò.

Una sfera di fuoco saettò dal camino più vicino, verso David. Quest’ultimo si strinse nelle spalle e alzò una mano. La sfera si abbatté su di lui, lo avvolse in un abbraccio mortale e si estinse.

David si avvicinò all’amico, illeso.

-Devi sapere che la magia del Clan del Grifone è molto più forte di quella del Drago. O meglio, di quella che ti insegnano ad usare. Essa non si basa sulla volontà della Confraternita, ma sull’anima di chi la usa. Non capisci?! La Confraternita impone su di te il suo controllo, obbligandoti a perseguire i suoi interessi anche quando fai ricorso alla magia. Nemmeno i suoi membri sono liberi! La magia del Drago è forte, ma loro ti dicono che per usarla al meglio devi pensare alla Confraternita ed ai suoi scopi. E’ assurdo!-

-Io ti ucciderò- fu la laconica risposta di Reydarn. Il suo sguardo divenne più duro ed i suoi muscoli si contrassero pieni di rabbia.

-Sì, tu lo farai- rispose David -Io posso competere con la povera magia che usi, ma non con Tyrganath. Essa è al di sopra delle mie capacità. Ma questo lo sapevo fin dall’inizio. Il Grifone mi ha mandato alla Confraternita per trovarti ed instillare in te il dubbio. Capirai un giorno e, se accadrà, io non avrò vissuto invano. Sappi che non è la Confraternita, il tuo futuro. Sei destinato a qualcosa di molto più grande, qualcosa che non so.-

-Sono tutte stupidaggini! La Confraternita è la mia casa! Io non la tradirò mai, come hai fatto tu! Il destino non esiste.-

Tyrganath uscì dal fodero: le ali dell’elsa si aprirono ed una lama di fuoco prese vita all’istante.

Reydarn si gettò sull’amico, accecato dalla rabbia. David non si mosse.

La lama lo colpì allo sterno e gli attraversò il corpo come se fosse di burro. Reydarn la estrasse e colpì di nuovo. La testa di David cadde sul pavimento, macchiandolo di sangue.

Il confratello aspettò che il respiro diventasse più regolare e l’ira lasciasse il posto alla razionalità; rinfoderò la spada ed uscì dal palazzo. La missione era stata portata a termine.

Una lacrima gli solcò la guancia.




Hosted by www.Geocities.ws

1