L'ultima via d'uscita

© Lorenzo Martinelli


L'uomo stava scappando dalle sue paure. Si trovava in una foresta e la presenza lo stava inseguendo e lui terrorizzato fuggiva divincolandosi tra gli alberi che tendevano i loro rami per afferrarlo. Non aveva visto chi o cosa lo stesse inseguendo ma sapeva, sentiva dentro di sè, che qualcosa era dietro di lui, nascosto nel sottobosco. Le sue paure si erano materializzate in un essere senza forma e angosciato brancolava nel bosco in cerca di una via d'uscita. Correndo si girò per vedere se la presenza lo avesse raggiunto ma calpestò il vuoto e lui cadde nel baratro.

Si svegliò dall'incubo madido di sudore. Il cuore pompava violentemente l'adrenalina nel sangue e il respiro affannoso lo stava soffocando. Alla sua sinistra le prime luci dell'alba filtravano dalla finestra ad illuminare la stanza spoglia. L'uomo riprese la percezione della realtà, il respiro si fece nuovamente calmo. Guardò la sveglia sul comodino: erano le 6:59. Aveva regolato l'orologio sveglia per le 7:00, ora in cui lui regolarmente si alzava per andare a lavorare, ma come spesso gli capitava la precedette di pochi secondi.

Scese dal letto, andò in bagno a lavarsi e guardò il suo volto allo specchio: non si riconosceva. Era evidente che stava diventando paranoico. Pensò all'incubo che in quell'ultimo periodo lo stava tormentando e non riusciva a dargli una spiegazione. Sempre guardandosi allo specchio abbozzò un sorriso ma l'immagine riflessa era il volto di un uomo stanco che sbadigliava. L'uomo si vestì, andò in cucina a fare colazione e vide dalla finestra che il giardino di casa sua, i campi e le strade attorno erano bianchi. Era la prima nevicata di quell'inverno e sperava di non arrivare tardi al lavoro per problemi di viabilità ma, perlomeno, la vista della neve variava la sua monotona routine quotidiana. Più che un essere umano si sentiva un robot programmato: alle 7:00 si svegliava, si lavava per poi andare a lavorare, pranzava, riprendeva il suo lavoro (che per di più non sentiva suo), rientrava a casa, cenava e poi andava a dormire affaticato e stressato per la giornata. Se avesse potuto sarebbe scappato immediatamente da quella monotonia ma quel lavoro gli dava da vivere e lui dovette adattarvisi e programmò le sue giornate in funzione di quello. Si era rassegnato.

L'uomo indossò un cappotto pronto per uscire. Aprì la porta sovrapensiero, uscì all'aria fredda di quel mattino invernale, chiuse a chiave l'ingresso di casa e quando si voltò, stupito, rimase perplesso con gli occhi sbarrati, incredule a ciò che gli stava davanti: il deserto. I campi e le montagne all'orizzonte erano svaniti. La neve era un ricordo lontano. Solo una distesa di sabbia ocra si stendeva davanti a lui. Camminò sul suolo ardente e guardò dietro l'angolo di casa: anche lì il deserto. Tutto era svanito; si trovava sperduto nella vastità della desolazione. Stupefatto e attonito rientrò in casa. Necessitava di sicurezza e in quel momento la visione di un posto familiare era l'unica cosa che poteva dargliela. Chiuse la porta dietro di sè.

Cominciava a provare quel senso d'inquietudine che lo attanagliava in quell'incubo che frequentemente faceva. La presenza lo stava cercando. Girò la chiave nella serratura e si avviò per il corridoio. Ad un certo punto si fermò: la sentiva vicina. Di scatto si girò convinto di vedere e poter così dare una forma a ciò che lo terrorizzava ma davanti a lui, invece dell'atrio che collegava il corridoio alla cucina, vide un tunnel scavato nella roccia. Impaurito si voltò di nuovo ma il corridoio s'era trasformato in una galleria senza inizio e senza fine. Dalle pareti di roccia l'umidità gocciolava sul terreno fangoso e una luce misteriosa illuminava fiocamente il tunnel. L'uomo iniziò a camminare guardandosi attorno sospetto. Atterrito iniziò a correre: la presenza era nuovamente dietro di lui. Mentre correva respirava a pieni polmoni l'aria umida e un odore ferrigno gli invase le narici. Le lacrime gli velavano gli occhi. Non capiva cosa stava succedendo ed era terrorizzato. Quella galleria era infinita e non c'erano vie d'uscita ma lui disperato correva, cadeva, si rialzava e riprendeva a correre urtando contro le pareti rocciose.

Decise di fermarsi perchè non poteva scappare all'infinito. Si sarebbe lasciato raggiungere dalla cosa che lo stava inseguendo e avrebbe posto fine alle sue paure. Ma desiderava ardentemente fuggire.

Alla sua destra comparve una porta. L'uomo a quel punto capì che stava sognando e che poteva gestire il sogno: voleva una via di fuga e la sua immaginazione aveva creato quella porta. La aprì e si trovò su un gradino di pietra di una scala che scendeva a spirale lungo l'interno di un cilindro di una decina di metri di diametro. Teneva tra le mani una fiaccola, altra creazione della sua mente, con la quale potè vedere dove era giunto. Era appoggiato al muro di cemento di quell'enorme cilindro grigio scuro su una scala fatta di stretti gradini che spuntavano dalla parete. Nessuna ringhiera lo assicurava dal rischio di precipitare nell'immenso pozzo e sotto di lui la scala scompariva nel buio. Lentamente, per non cadere, si girò ma il tunnel era scomparso. Al suo posto c'erano altre travi di pietra che salivano lungo la parete interna del pozzo. Strisciando lungo la parete salì i gradini. Ad un certo punto invertì direzione e iniziò a scendere lentamente. Il braccio sinistro era premuto contro la superfice di quella torre infernale mentre alla sua destra, tra lui e la parte opposta, c'erano dieci metri di nulla. Nuovamente la sensazione di essere inseguito prese il sopravvento. Non riusciva più a controllare il sogno. Guardò velocemente dietro di sè ma la fiaccola che teneva ora illuminava solamente fino a cinque metri sopra, sotto e a fianco a lui. Al di fuori di questo margine regnava il buio. Ma l'uomo sentiva che la presenza lo stava inseguendo: oteva essere sopra di lui ma anche sul lato opposto che era nell'oscurità. Iniziò a scendere velocemente nelle profondità senza fine di quel pozzo passando da un gradino all'altro stando attento a non cadere nel baratro. Ma quella sua fuga sembrava non avesse fine. Allora si fermò. Se stava sognando l'unico modo per fuggire da quell'incubo era svegliarsi. L'uomo lasciò cadere la torcia nelle oscure profondità di quella torre e la torcia scomparve in lontananza. L'uomo prese una decisione: se voleva svegliarsi si sarebbe gettato nel baratro. Negli incubi che faceva si svegliava sempre nel momento in cui precipitava nel vuoto. L'uomo si gettò in avanti nell'oscurità del pozzo.


Il direttore della banca, preoccupato dall'ingiustificata assenza del suo dipendente per tre giorni, decise di andare da lui di persona. La porta di casa non era chiusa a chiave e il direttore entrò chiamando il suo dipendente ma quello non rispose. Iniziò a cercarlo nelle stanze e quando arrivò nella camera da letto indietreggiò inorridito. Non poteva credere che l'uomo fosse semplicemente caduto dal letto. Il corpo era ridotto a brandelli come se fosse caduto da un'altezza inimmaginabile. Si era sfracellato per terra.


L'uomo stava scappando dalle sue paure e la morte era la sua ultima via d'uscita.




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