Raccontini di cinque minuti - Archivio

 

numero uno - circa dieci marzo 2005

Stanco di raccontare cosa accadeva nel suo tinello, e ormai incapace di vedervi altro da ciò che era (un tinello), lo Scrittore Famoso decise di uscire dal suo tinello, per vedere che cosa succedesse fuori. In breve, angustiato da tutto quello che fuori capitava, tornò nel suo tinello, ma esso era sempre uguale a se stesso, sempre il solito tinello, sempre stretto e fatto di cose risaputa a tutti. Lo Scrittore Famoso ebbe un fremito, e ne parlò con la moglie, la Giornalista Ingaggiata. Ma essa faceva da troppo tempo parte del tinello per poterlo aiutare, gli disse ciò che lui si aspettava che ella le dicesse. Ormai disperato, lo Scrittore Famoso aveva deciso di farla finita, e stava per vendere la sua anima ad un giornale per trasformarsi in Editorialista Noioso, quando incontrò il Lupo della Steppa. Il Lupo della Steppa, essendo un personaggio e non una persona, ricordò allo Scrittore Famoso, solo con la sua presenza, di quando aveva cominciato a scrivere, e di tutti quei mondi bellissimi che aveva visitato. La storia a seguire, è storia di sempre. Il lupo della Steppa scappò con la Giornalista Ingaggiata, e lo Scrittore Famoso rimase solo nel suo Tinello. Ma adesso era felice. Il tinello non era davvero un tinello. Era il ventre di una civetta, la civetta appartenuta, tra gli altri, a un noto Caldeo poi morto sotto le spade occidentali. La civetta non parlava, ma tutti i pensieri si trasferivano, tramite un sofisticato sistema di legno, nel frullatore, dal quale lo Scrittore (finalmente, soltanto scrittore, e mai Famoso) li ascoltava e registrava nel Grande Libro dei Pensieri della Civetta HyrPinia, nota Samula.

S. Bonnard, il fuggitivo

 

N° 2 All'incirca 10-11 Marzo

Avevo una paura poco quantificabile, ma di certo molta, diciamo un bicchiere colmo colmo, che basti a saziare la sete di Atlante, ma no, non sarebbe abbastanza, allora forse, paura quante zampe si possano contare a una conferenza mondiale di millepiedi, ma neppure così basterebbe. Inquantificabile, come paura, non per questo mi lasciava insensibile. Anzi, cominciava a divorarmi dall'interno, tanto che ad un certo punto mi parve che la carne fosse sparita, e soltanto la pelle e un leggerissimo strato di grasso mantenesse in ordine le mie sembianze. E anche la pelle, in quei giorni, aveva preso a fare un suono diverso. Non era la pelle di sempre. Il mio Maestro di Arti e Mestieri mi aveva detto un giorno, gustando una granita e dando l'ennesima stroncatura alla mia volontà di diventare campione di scacchi:- c'è paura e paura. E così è infatti. C'è la paura che preferisco, e che chiamo Clotildina, richiamo lontano di ciò che me la fece provare la prima volta. Un brivido secco e deciso al principio della colonna, un battito solo leggermente più attivo, come un'increspatura non convinta di acque, e i contorni degli occhi che diventano Blu. Questa è Clotildina. La paura peggiore, è invece la Rosaura, questa sì terribile e cocente. Spasmi, malesseri, cattiva digestione, e un tremito costante e incontrollato sulla cima delle dita, quasi all'apice, ma non abbastanza da poterla riconoscere. Nel mezzo, un serraglio di altre paure, alcune calde, altre più gelide e sostenute. Una paura che amai, per un po', fu Stephanie. Bella, come paura, seppur praticamente scomparsa, e forse, mai esistita. Stephanie era una paura carnale, che mi riportava a tempi lontani, quando ero soltanto un bambino sognatore, e non un impaurito adulto preda di se stesso. Ma questa, questa era completamente nuova. E la chiamai Grenuilde. Adesso quasi la preferisco, tra tutte, ma si sa che appena si comincia ad amare, i contorni delle cose paiono sempre diversi da ciò che realmente sono, e di solito, molto migliori del reale (che è poi soltanto ciò che saremo noi al di fuori dell'amore, fra poco o molto che sia). Grenuilde momentanealmente, mi scaldava gli orli del lenzuolo. La amavo.

Sylvestre Bonnard, il fuggitivo

N° 5

Mi dissi, sei finalmente stanco. Me lo ripetei ancora una volta. Seppure il dolore, come il piacere, ci permetta di stare con lui a lungo, creando dipendenza e idiotismo in chi se lo trova di fianco (è una di quelle cose che si dice di non voler mai quando non le si possiede, o meglio: non si crede minimamente a coloro che affermano la loro esistenza. Ma una volta ricaduti, è difficile ricordarsi un tempo in cui esse non esistessero, non facessero parte di noi). Così il dolore, così la felicità, il piacere. Così le donne. La donna, come il dolore ed il piacere, finché non la si ha a fianco, reale, fenomenica, con le sue componenti di respiro, corpo (desiderato), pensiero, e le altre suppellettili che ogni essere umano si porta in sovrappiù (da una grande intelligenza a una futilità innata, a un senso pratico che a te è sempre mancato), finché non sono là in praesentia, è impossibile concepire che esistano per davvero. Si può passare la vita a desiderarle, e averne una e una soltanto. Ma solo quando si avrà il possesso reale della donna (in senso figurato e reale, poetico e meramente biblico) si comincerà a pensare che senza di essa sarebbe impossibile continuare a vivere. Solo dal possesso nasce amore, e solo allo scomparire del possesso gelosia.

La stranezza della donna è che, a differenza della felicità o del dolore i quali, scomparendo, ci riconducono a un punto di non sofferenza/non felicità ben definibile e sereno, rituffandoci tra l'altro nelle opere e i giorni a cui eravamo abituati, la donna in effetti quando scompare lascia quasi sempre uno strascico, una traccia genomica che percorre tutta la vostra vita, e che voi chiamate ricordo. Ma non è solo ricordo: il corpo una volta posseduto ha preso a sua volta possesso di tutto il vostro universo conosciuto, e lasciato addosso alle cose, come una bava di lumaca, centinaia di tracce. E voi passate i vostri giorni a contarle, ricordarle, riscoprirle. Di questo ero stanco, finalmente e inesorabilmente. Ma non per questo riuscivo ancora a farne a meno. La donna, come un'immagine particolare e studiata, vi si imprime nella retina, e anche dopo lungo tempo può ritornare nel vostro mondo, quando sbattete le ciglia, o chiudete improvvisi gli occhi o li velate da un improvviso quanto immotivato pianto.

 

 

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