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Il trattato delle carezzePresentazioneGiorgio Abraham |
Una carezza sembra una cosa semplice, un gesto quasi ordinario, quasi automatico. Ma proviamo a scomporla, a guardarvi dentro, a osservarla a una specie di microscopio psicologico. Allora vediamo subito una miriade di spezzettature, di sfaccettature, di possibilità.
Pochi millimetri più in là e la carezza è così tenue che può non venire percepita. Se la carezza è troppo incerta, troppo timida, evidentemente la persona che la somministra teme qualcosa: d'impegnarsi oltre misura o forse di disturbare. O forse di essere maldestra. Quindi una carezza, per essere valida, deve andare al di là del silenzio percettivo; al di là di una soglia, che cambia da persona a persona, che permette a chi è destinata, di gustarla in tutte le sue sfumature.
Se però è troppo energica, veemente, la carezza può mutare e diventare aggressiva. Può trasformare la voluttà che ogni carezza possiede in sé in un gesto sgraziato, che irrita, che irrigidisce la pelle. Quasi uno schiaffo, un segno in tutti i casi che manca della morbidezza necessaria, di quel qualcosa di irresistibile che fa riconoscere una carezza nel buio fitto, all'improvviso. La fa riconoscere come tale tra mille altri gesti possibili.
E' questione dunque di distanze ben valutate, di una pelle rispetto a un'altra, di un sentimento rispetto al sentimento altrui. All'altrui modo di percepire il mondo. Parlarsi con il contatto del corpo non è sempre facile insomma. Richiede apprendimento, intuizione, pazienza. Richiede insistenza e novità. Esperienza e ingenuità.
Poi ci sono i ritmi, le durate. Ogni carezza non è fatta solo di contatto, è fatta anche di tempo, di tempestività. E' fatta del momento giusto, della durata opportuna. Non meno di quel tanto, ma quel tanto che basta. Che basta a far capire all'altro più cose di quelle che potrebbero far capire le parole. La carezza riassume i ragionamenti e le spiegazioni. La carezza taglia corto ai dilemmi, alle esitazioni.
Si possono davvero ricordare delle carezze ricevute nel passato? Si può vivere nella speranza di riceverne domani? E' difficile rispondere, quasi impossibile. Perché la carezza è qui. E' la concretizzazione dell'affetto, la certezza dell'amore, una presenza indispensabile, che nessuno può ignorare.
Simbolo e stimolo. Risveglio e scoperta. Ogni carezza non può non distinguersi da quella precedente. Ognuna è fatalmente sempre diversa.La carezza di domani non potrà essere confusa con quella di oggi.
Che siano le carezza che cambiano o noi che cambiamo, attraverso le nostre carezze, quelle che prodighiamo e quelle che riceviamo, poco importa. La carezza resta il gesto più umano e più raffinato che ci sia, un gesto che non può essere né distratto, né falso.
Il miglior sistema educativo, lo sappiamo, è fatto di carezze ben dosate. Carezze materne, ma anche carezze paterne.
L'amore vero rigurgita di carezza, i grandi affetti non sono che una sinfonia di carezze.
Si tratta sempre, è ovvio, di carezza autentiche. Niente a che fare con sdolcinature, con i gesti stereotipati, con le facili seduzioni.
Ogni carezza ha un marchio, ogni carezza ha un peso. Forse ogni carezza ha un nome.
C'è dunque il tocco. Lo sfioramento. C'è il calore, lo sfregamento, lo stimolo. La carezza non è cosa disincarnata. C'è il senso, c'è il sesso.
La carezza non è solletico. La carezza non è un messaggio. Si indirizza ai sensi, alle voglie; voglie di avvicinamento, di fusione; voglie di compenetrazione, di possesso.
Ma la carezza non è fatta soltanto di carne, di pelle. E' foderata di simboli, di allusioni. Ogni carezza potrebbe essere paragonata a una parabola, a un modo particolare di esprimersi. Ve ne è tutta l'ambiguità. Ogni carezza non è mai completa, mai definitiva. E' una frase da terminare; sono puntini di sospensione o è un punto interrogativo? Comunque sia, ogni carezza, se si guarda bene, ha un'anima. E bene fa questo libro a parlare di carezze dell'anima.
Detto in altro modo: non ci sono solo in gioco le papille dermiche e le terminazioni nervose. Ci siamo dentro, in ogni carezza, tutti interi. E se una carezza non è abbastanza sincera, il nostro essere al completo ne risentirà. E se una carezza non è stata sufficientemente impegnativa non ci sentiremo impegnati né come amanti, né come amati.
Ma si, potremmo affermarlo senza ambagi: dimmi come ti accarezzano e ti dirò chi sei.
In poche parole: dietro a ogni carezza ci sono delle immagini, delle fantasie. Ci sono delle convinzioni, delle speranze. Ci sono dei sogni.
Ma, la carezza è un fatto spontaneo, innato? Oppure si potrebbe andare a scuola di carezze? Meglio le carezze focose, prorompenti o le carezze metodiche, tecnicamente perfette?
L'individuo, ogni individuo si pensa e si vuole unico, diverso dal resto del mondo. Le sue carezze non possono non essere inconfondibili. E' nato così, finirà per essere eternamente se stesso. Eppure siamo insieme, sempre più stretti, sullo stesso pianeta. Accomunati da bisogni uguali, da desideri realizzabili. Forse crediamo, a momenti, di poter essere indipendenti gli uni dagli altri, di essere autonomi almeno nelle nostre voglie più profonde, nei nostri slanci più spontanei.
Anche gli amanti lo credono. Due cuori e una capanna. L'alcova, l'intimità, la privacy. Nessuno saprà mai come ci amiamo, come ci accarezziamo. Ma forse ciò non è che illusione.
Siamo imprigionati dai codici, codici di efficienza o di rispettabilità. Siamo condizionati dia modelli, dalle informazioni, dai ruoli. Bisognosi come siamo di confronti, di specchi, di valutazioni pubbliche, ci ritroviamo incerti, troppo incerti, quasi come speleologi perduti in una grotta, su quello che si può ancora fare... secondo le mode, l'opportunità... per essere in, per essere alienati, per essere anormali... Allora non sarà che anche le carezze segnano gli andazzi, le leggi maggioritarie?
Possiamo del resto chiederci da dove veramente comincia o deve cominciare un atto sessuale tra un uomo e una donna. Si potrebbe rispondere che deve iniziare col desiderio. Ma il desiderio potrebbe essere un falso allarme un inganno un'illusione.
Non di meno l'atto sessuale non può essere ridotto a una ginnastica meccanica, senza dolcezza, senza effusioni. Non può essere soprattutto ridotto alla sopraffazione, a una semplice scarica di un eccesso di energia, alla pura soddisfazione dell'istinto.
Perciò la carezza diviene inevitabile e diviene persino l'inizio più logico dell'atto sessuale. E ciò sebbene possa a volte essere sdegnata dall'uomo, che potrebbe considerarla non virile, un'inutile perdita di tempo. E' comunque sempre apprezzata dalla donna, che appunto vede nella carezza la scintilla indispensabile per un erotismo autentico e che d'altra parte teme che si concedano alla carezza soltanto modi affrettati, con intenzioni sbrigative.
Carezze molteplici e svariate; carezze lievi e carezze intense; carezze che lasciano intravedere un seguito, ma anche carezze fini a se stesse; carezze dei genitali e carezze di tutto il corpo; carezze infine che eccitano e carezze che placano: l'arte di amare forse gioca il tutto per tutto con le carezze.
Chi non si stanca di accarezzare conosce la vera durata dell'amore, il momento magico della soddisfazione.
Tanto più che, nell'atto d'amare, non solo le mani accarezzano, ma sono i corpi interi che si strofinano, si toccano, si accarezzano. Anche la lingua e le labbra accarezzano. E i capelli, i capezzoli, il pene stesso.
Seppure diventa abitudine, la carezza resta piena di voluttà; seppure ripetitiva conserva il fascino delle cose che non si degradano col tempo che passa. Ma la carezza può divenire anche invenzione, originalità, creazione. Si potrebbe asserire senza tema di sbagliarsi che, nell'atto d'amore, la qualità dell'orgasmo dipende dalla qualità delle carezze che l'hanno preceduto. Ma che dire delle carezze che seguono l'orgasmo? Le più difficili, certo. Tutto può sembrare finito, compiuto. Ci si può slegare, allontanare. Non c'è più bisogno di eccitazione, di seduzione. Ci si può sentire felici ed esausti. Non si ha più bisogno di niente. Invece forse stanno qui le carezze che contano di più. Sono carezze di conoscenza di completamento, carezze soffuse, davvero gratuite, senza secondi fini. Sono queste le carezze che legano che promettono un domani. La veemenza è finita. Le esplosioni dei sensi si sono quietate. Gli impulsi non si fanno più sentire: resta solo la tenerezza, restano solo le carezze.
Non ci sono solo carezze erotiche: ci sono carezze di approvazione, carezze con cui si esprime il proprio consenso a uno sforzo, a un progetto audace. Ci sono carezze con cui si esprime l'amicizia, come ce ne sono altre con cui si esprime, ahimè, la pietà.
Perché non contribuire alla cura dei malati con delle carezze, piuttosto che con l'abitudine all'asprezza? Dietro l'asprezza in questi casi c'è il pensiero che bisogna 'soffrire per guarire'. Dietro le carezze invece c'è l'idea che bisogna, in un modo o in un altro, vivere la propria malattia. Per meglio utilizzarla, per meglio superarla.
Si è troppo sovente creduto che il miglior sistema educativo, per bambini e adolescenti, fosse basato sulla durezza, sulla mancanza di sdolcinature, sulla mancanza di carezze insomma.
Ma forse all'origine delle guerre, di tante inutili guerre, c'è una cattiva interpretazione dell'idea di forza, di robustezza morale. Che proviene dalla durezza educativa. Se noi inserissimo più carezze, vere o simboliche, nella nostra maniera di educare, ci ritroveremmo con molta probabilità più persone adulte propense alla pace e alla gioia.
Non dimentichiamo però che può essere altrettanto difficile accettare, ricevere delle carezze che somministrarle. Colui o colei che riceve delle carezze deve sentirsi alla pari con chi le fa, con chi le somministra. La carezza non è un puro dono generoso da parte di chi fa questo gesto e non deve fornire un sentimento di mendicità, di bisogno a che la riceve. La carezza, in altre parole, è benefica sia per chi la riceve sia per chi la fa. Entrambi ci guadagnano qualcosa, non fosse che nella loro capacità d'amare.
Tutto in fondo può essere possibile con le carezze: soggiogare la collera, disarmare la distruzione, quella materiale e quella psicologica. Tuttavia il regno della carezza resta quello dell'amore. Dove vi sia equilibrio, ancora una volta, tra chi fa le carezze e chi le riceve.
Le migliori carezze dunque, le carezze eccelse, le più vere sono le carezze degli amanti. Qui la carezza penetra a fondo nei sensi, infiltra la pelle, le mucose, prende corpo, pur conservando il suo messaggio che trascende il visibile, il palpabile. E' un messaggio, come sappiamo, di completa disponibilità, di adesione totale. La carezza è reale mescolanza di psiche e di soma, di spirito e di corpo. E' l'effettiva mescolanza di tenerezza e di passione intensa, di dolcezza e di erotismo infuocato, di innocenza e, quasi di perversità.
Che dire di più della carezza? Solamente una cosa, un avvertimento, un appello, per noi tutti: che se abbiamo fino a ora trascurato le carezze, non perdiamo più tempo. Mettiamoci a leggere. Per incominciare o per ricominciare ad accarezzare... ad accarezzare come si deve.