La storia del football
...la storia personale di Attila 68...

 

Parte terza: Gli allenamenti
 

Purtroppo, anche in uno sport bello come il nostro, c’è un lato spiacevole: bisogna fare gli allenamenti!
Come sarebbe bello ingerire una pastiglia magica, in grado di darci la preparazione tecnica e teorica, senza dover obbligatoriamente passare mesi e mesi al freddo a picchiarci come maniscalchi bulgari. Ma come ben sapete, questa possibilità era attuabile solo in parte, fino a qualche anno fa. Poi introdussero l’antidoping, e molti atleti dovettero tornare a fare gli allenamenti tradizionali, quelli cioè fatti sui campi spelati dalle 21-00 alle 23-30 (un classico), con quasi qualunque condizione di tempo, illuminazione quasi sempre stile miniera del Sulcis, la fottuta nebbia che obbliga le squadre del nord a provare pass da un metro e mezzo, e tutte le altre amenità che segnano la vita del giocatore di football, in attesa del sospirato campionato.
Visto che ne ho parlato, la condizione climatica, spesso diventa per l’atleta “che non ne ha voglia”, l’ultima piccola speranza per saltare l’allenamento di una o più sere. Egli controlla le previsioni metereologiche per la serata, come fossero l’esito degli esami del suo sangue, dopo aver passato la notte in un bordello di Addis Abeba senza alcuna precauzioni di sorta, e prega di vedere sulla cartina il simbolo dell’alluvione. Qualcuno di noi piemontesi, a questo proposito, è stato perfino esaudito circa sei anni fa.
Non è raro vedere prima degli allenamenti, in ogni squadra italiana, giocatori che danzano nudi in mezzo al campo osservando speranzosi il cielo, prima dell’arrivo del resto del gruppo. Una sera arrivai con un discreto anticipo, e beccai la guardia Marco Alessandria che vestito da mago Zurlì, sparava in atmosfera ghiaccio secco con una macchina stranissima, bestemmiando in maniera indicibile per la totale mancanza di temporali. Ci misi mezz’ora per convincerlo a vestirsi per l’allenamento.
Ogni allenatore poi, deve essere pronto a sentirsi dire dai suoi atleti al telefono, le scuse più incredibili riguardo la loro assenza di quella sera: Conosco gente che ha “fatto morire” la stessa nonna almeno sedici volte pur di saltare un allenamento, ma non sono mancate invasioni di cavallette, tamponamenti al Titanic e sbarco di civiltà aliene nell’orto di casa.
Altri giocatori disdegnano questi sistemi, e preferiscono il metodo del ritardo. Il tutto consiste nel presentarsi sul campo cambiato e pronto, solo quando è già finita la parte più pallosa della serata, cioè la parte atletica. Una sera Armando Sisti, docente universitario di “tecnica del ritardo”, sbagliò clamorosamente i tempi, tanto da uscire dagli spogliatoi, gridare tre volte con gli altri “go offense go”, ed andare a fare la doccia per primo.
Ogni allenamento standard, inizia con il team che corre per un certo numero di minuti sul perimetro del campo di gioco. La partenza è abbastanza omogenea per tutti, ma con il passare dei minuti, i reparti subiscono un certo sfaldamento. I ricevitori e i backs difensivi, sono quelli che partono e arrivano alla fine con movenze armoniose e feline, riuscendo a correre per mezz’ora, chiacchierando tra loro senza andare neanche in affanno. I runners e linebackers, sono quelli che partono come i ricevitori, ma dopo dieci minuti, smettono di parlare, e ad ogni passaggio li senti respirare come mantici mentre le loro movenze diventano, con il passare dei minuti, sempre più legnose fino ad arrivare al fischio finale, che sembrano sequoie canadesi. Gli uomini delle linee, sono quelli che partono ad una velocità commovente, per poi dopo tre giri scomparire nel nulla, dopo essere stati “triplati” dai ricevitori e backs impietosi.
Infatti il vero uomo di linea, odia il fondo con tutte le sue forze, e con gli anni impara sofisticatissime tecniche di mimetizzazione che applica, dopo soli tre giri, negli angoli più bui e distanti del campo. Ciro Franzoso sapeva “fare” così bene la siepe, che una sera uno gli pisciò sulla schiena. Altri simulano la scarpa slacciata almeno due volte a giro, impiegando anche cinque minuti nell’allacciamento. Altro metodo molto in voga tra i “porci” di linea, è quello di fermarsi nell’angolo più distante del campo per orinare, riuscendo ad arrivare alla fine dell’allenamento, due ore dopo, con le ultime tre gocce da scrollare. Conosco atleti che passavano anche tre giorni senza andare in bagno, per tenere il tutto per l’allenamento.
Vorrei precisare con infinito orgoglio, che a questa categoria di “signori” è appartenuto anche il sottoscritto, al punto di indurre Martinetti, a piazzarmi un collare trasmittente che indicava la mia posizione esatta in ogni momento dell’allenamento, grazie anche a Cesare Beldi, che pattugliava la zona su una Land Rover con l’antenna, guidato da un guardaparco Masai. 
Paradossalmente, l’uomo di linea, preferisce gli scatti ed allunghi rispetto al fondo, se non altro perché durano di meno. Ma spesso, purtroppo arriva alla fase degli scatti, già “logorato” da quei cinque o sei giri di campo che ha dovuto proprio fare per decenza.
Pare infatti, che il preparatore atletico dei Tigers, per cronometrare il tackle Tinelli  al suo ultimo scatto sulle quaranta yards, abbia dovuto usare il calendario!
Finita la prima massacrante fase, tutti vanno a bere interi laghi di acqua minerale, così, da quel momento in poi, l’allenamento viene impreziosito da un tappeto sonoro quasi continuo di rutti di varia natura, mentre dalle pance degli uomini di linea che hanno soddisfatto la sete, giunge il rumore della risacca dell’oceano sulla spiaggia.
Le fidanzate, che di solito vengono agli allenamenti quando la primavera è già arrivata, imparano ben presto a convivere con tutta questa poesia, oppure lasciano il proprio ragazzo quasi subito, tra i fischi generali.
Il resto dell’allenamento scivola via tra un sacco di botte e fatica, provando e riprovando schemi, in attesa del sospirato momento in cui il coach chiama la squadra e dichiara finita la serata mandando tutti alle docce, che nella più classica delle tradizioni delle squadre di football, saranno calde solo per i primi quattro.
Io in tredici anni, credo di aver fatto, con la squadra, non più di dieci docce calde, ma non ho mai capito se usavamo il boiler dei puffi o se qualcuno voleva risparmiare.
Ma la serata è finita, ed il giocatore accetta di buon grado anche questa ultima prova di virilità, poi, chi sopravvive, e riesce scongelarsi prima che il custode scazzato lo chiuda negli spogliatoi per tre giorni, raggiunge gli altri in pizzeria, ma questa è un’altra storia.

Alla prossima settimana cari lettori.

Attila68



 

 

 

 

 

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