|
Parte terza: Gli allenamenti
Purtroppo, anche in uno sport
bello come il nostro, c’è un lato spiacevole: bisogna fare gli
allenamenti!
Come sarebbe bello ingerire una pastiglia magica, in grado di
darci la preparazione tecnica e teorica, senza dover
obbligatoriamente passare mesi e mesi al freddo a picchiarci
come maniscalchi bulgari. Ma come ben sapete, questa possibilità
era attuabile solo in parte, fino a qualche anno fa. Poi
introdussero l’antidoping, e molti atleti dovettero tornare a
fare gli allenamenti tradizionali, quelli cioè fatti sui campi
spelati dalle 21-00 alle 23-30 (un classico), con quasi
qualunque condizione di tempo, illuminazione quasi sempre stile
miniera del Sulcis, la fottuta nebbia che obbliga le squadre del
nord a provare pass da un metro e mezzo, e tutte le altre
amenità che segnano la vita del giocatore di football, in attesa
del sospirato campionato.
Visto che ne ho parlato, la condizione climatica, spesso diventa
per l’atleta “che non ne ha voglia”, l’ultima piccola speranza
per saltare l’allenamento di una o più sere. Egli controlla le
previsioni metereologiche per la serata, come fossero l’esito
degli esami del suo sangue, dopo aver passato la notte in un
bordello di Addis Abeba senza alcuna precauzioni di sorta, e
prega di vedere sulla cartina il simbolo dell’alluvione.
Qualcuno di noi piemontesi, a questo proposito, è stato perfino
esaudito circa sei anni fa.
Non è raro vedere prima degli allenamenti, in ogni squadra
italiana, giocatori che danzano nudi in mezzo al campo
osservando speranzosi il cielo, prima dell’arrivo del resto del
gruppo. Una sera arrivai con un discreto anticipo, e beccai la
guardia Marco Alessandria che vestito da mago Zurlì, sparava in
atmosfera ghiaccio secco con una macchina stranissima,
bestemmiando in maniera indicibile per la totale mancanza di
temporali. Ci misi mezz’ora per convincerlo a vestirsi per
l’allenamento.
Ogni allenatore poi, deve essere pronto a sentirsi dire dai suoi
atleti al telefono, le scuse più incredibili riguardo la loro
assenza di quella sera: Conosco gente che ha “fatto morire” la
stessa nonna almeno sedici volte pur di saltare un allenamento,
ma non sono mancate invasioni di cavallette, tamponamenti al
Titanic e sbarco di civiltà aliene nell’orto di casa.
Altri giocatori disdegnano questi sistemi, e preferiscono il
metodo del ritardo. Il tutto consiste nel presentarsi sul campo
cambiato e pronto, solo quando è già finita la parte più pallosa
della serata, cioè la parte atletica. Una sera Armando Sisti,
docente universitario di “tecnica del ritardo”, sbagliò
clamorosamente i tempi, tanto da uscire dagli spogliatoi,
gridare tre volte con gli altri “go offense go”, ed andare a
fare la doccia per primo.
Ogni allenamento standard, inizia con il team che corre per un
certo numero di minuti sul perimetro del campo di gioco. La
partenza è abbastanza omogenea per tutti, ma con il passare dei
minuti, i reparti subiscono un certo sfaldamento. I ricevitori e
i backs difensivi, sono quelli che partono e arrivano alla fine
con movenze armoniose e feline, riuscendo a correre per
mezz’ora, chiacchierando tra loro senza andare neanche in
affanno. I runners e linebackers, sono quelli che partono come i
ricevitori, ma dopo dieci minuti, smettono di parlare, e ad ogni
passaggio li senti respirare come mantici mentre le loro movenze
diventano, con il passare dei minuti, sempre più legnose fino ad
arrivare al fischio finale, che sembrano sequoie canadesi. Gli
uomini delle linee, sono quelli che partono ad una velocità
commovente, per poi dopo tre giri scomparire nel nulla, dopo
essere stati “triplati” dai ricevitori e backs impietosi.
Infatti il vero uomo di linea, odia il fondo con tutte le sue
forze, e con gli anni impara sofisticatissime tecniche di
mimetizzazione che applica, dopo soli tre giri, negli angoli più
bui e distanti del campo. Ciro Franzoso sapeva “fare” così bene
la siepe, che una sera uno gli pisciò sulla schiena. Altri
simulano la scarpa slacciata almeno due volte a giro, impiegando
anche cinque minuti nell’allacciamento. Altro metodo molto in
voga tra i “porci” di linea, è quello di fermarsi nell’angolo
più distante del campo per orinare, riuscendo ad arrivare alla
fine dell’allenamento, due ore dopo, con le ultime tre gocce da
scrollare. Conosco atleti che passavano anche tre giorni senza
andare in bagno, per tenere il tutto per l’allenamento.
Vorrei precisare con infinito orgoglio, che a questa categoria
di “signori” è appartenuto anche il sottoscritto, al punto di
indurre Martinetti, a piazzarmi un collare trasmittente che
indicava la mia posizione esatta in ogni momento
dell’allenamento, grazie anche a Cesare Beldi, che pattugliava
la zona su una Land Rover con l’antenna, guidato da un
guardaparco Masai.
Paradossalmente, l’uomo di linea, preferisce gli scatti ed
allunghi rispetto al fondo, se non altro perché durano di meno.
Ma spesso, purtroppo arriva alla fase degli scatti, già
“logorato” da quei cinque o sei giri di campo che ha dovuto
proprio fare per decenza.
Pare infatti, che il preparatore atletico dei Tigers, per
cronometrare il tackle Tinelli al suo ultimo scatto sulle
quaranta yards, abbia dovuto usare il calendario!
Finita la prima massacrante fase, tutti vanno a bere interi
laghi di acqua minerale, così, da quel momento in poi,
l’allenamento viene impreziosito da un tappeto sonoro quasi
continuo di rutti di varia natura, mentre dalle pance degli
uomini di linea che hanno soddisfatto la sete, giunge il rumore
della risacca dell’oceano sulla spiaggia.
Le fidanzate, che di solito vengono agli allenamenti quando la
primavera è già arrivata, imparano ben presto a convivere con
tutta questa poesia, oppure lasciano il proprio ragazzo quasi
subito, tra i fischi generali.
Il resto dell’allenamento scivola via tra un sacco di botte e
fatica, provando e riprovando schemi, in attesa del sospirato
momento in cui il coach chiama la squadra e dichiara finita la
serata mandando tutti alle docce, che nella più classica delle
tradizioni delle squadre di football, saranno calde solo per i
primi quattro.
Io in tredici anni, credo di aver fatto, con la squadra, non più
di dieci docce calde, ma non ho mai capito se usavamo il boiler
dei puffi o se qualcuno voleva risparmiare.
Ma la serata è finita, ed il giocatore accetta di buon grado
anche questa ultima prova di virilità, poi, chi sopravvive, e
riesce scongelarsi prima che il custode scazzato lo chiuda negli
spogliatoi per tre giorni, raggiunge gli altri in pizzeria, ma
questa è un’altra storia.
Alla prossima settimana cari lettori.
Attila68
|