| La storia del football |
| ...la storia personale di Attila 68... |
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Parte quarta: Contorno, ovvero tutto ciò che avviene ai margini.
Come abbiamo già detto in uno dei passati appuntamenti, il punto focale della vita del giocatore di football è sicuramente la partita, ma vi sono comunque tutta una serie di momenti, magari meno importanti, ma sicuramente degni di essere approfonditi. Innanzi tutto, va detto che non esiste un giocatore che non sogni, nel suo intimo, di essere un professionista della tanto ammirata NFL: nei suoi momenti di estraneazione dalla realtà, sogna di avere una Corvette parcheggiata nel giardino di una villa faraonica, dalle cui finestre può vedere, sui bordi della piscina, i rimasugli del festino fatto con i compagni la notte precedente... Ma in realtà, quando suona la sveglia, il giocatore medio si alza spostando dai piedi del letto il borsone, che è il suo unico vero rimasuglio della sera prima, e mestamente si reca in fabbrica o quando va bene in ufficio a fare le sue fottute otto ore. Quelli che invece si recano a studiare, sono una netta minoranza, visto che ormai in Italia l’età media del giocatore, si aggira intorno ai quarant’anni, e non sono pochi quelli che giocano portandosi i nipotini in tribuna a fare il tifo: fonti attendibili, affermerebbero come il 40% dei tifosi dei Frogs degli ultimi anni, siano tutti discendenti della guardia Gobbo, il quale avrebbe iniziato la sua attività sportiva più o meno nel mesozoico. Il giocatore, quando esce dagli spogliatoi per affrontare la partita, sogna uno stadio immenso gremito da un pubblico urlante, vede sulla sideline le cheer leaders ballare, la rigatura impeccabile del campo e la sua meravigliosa erba da stadio americano, ma in realtà, la tribuna è gremita da sua mamma e se va bene la fidanzata, l’unica cosa che “balla” sulla sideline è la panza di qualche uomo di linea che fa gli esercizi di riscaldamento, e l’unica erba disponibile nel raggio di trenta Km, è già stata abbondantemente fumata, fino all’ultimo grammo, nel cesso dello spogliatoio dai soliti ignoti, dal momento che, in molti casi, il terreno di gioco somiglia piuttosto alla superficie della luna, e di erba vera, lì non ne hanno mai vista. A Bolzano, hanno ovviato a questo problema, con l’acquisto di una ventina di miliardi di spugnette da lavare i piatti, in seguito abilmente verniciate ed incollate da Tisma e compagni, su quello che era un parcheggio cittadino, ma intanto loro in questo modo si sono fatti il campo in sintetico. Però due anni fa, mentre si giocava sotto un temporale da paura, ad uno cadde la bottiglia dello shampoo sul campo, e l’incontro venne sospeso per schiuma! Un altro momento particolare, è la trasferta in pullman con tutta la squadra. All’appuntamento per la partenza ci si presenta vestiti in una certa maniera, cioè da papponi di colore, con lo stile dell’informatore nonché ruffiano di Stursky ed Hutch, che era Hughye Bear, interpretato da Antonio Fargas. Dopo aver terrorizzato chiunque passi a meno di venti metri dal pullman, gli atleti salgono dividendosi in tre categorie come in aereo: fumatori, non fumatori e scorreggioni. Questi ultimi, che in una squadra che si rispetti sono quasi sempre in maggioranza, finiranno presto col fottersene delle esigenze delle altre due categorie, imperversando per tutto il viaggio fino a quando l’autista, in vista dell’autogrill, issa la bandiera indicante “peste a bordo”, e si ferma saltando giù a vomitare, con il suo mezzo ancora in movimento. All’autogrill, il vero giocatore, conosce l’intero campionario di panini, focacce e dolci presente sul territorio nazionale. Egli parla di Goloso, Camogli, Fattoria e panino con cotoletta di pollo, come fosse un esperto della borsa di Piazza Affari, indicando anche quote e tendenze di mercato per ogni singolo articolo. Una squadra con morale buono in un autogrill, può essere uno spettacolo incredibile per coloro che ordinano un toast e si saziano. Ognuno divora diversi bancali di panini vari, sotto lo sguardo basito di cassiere e banconisti, e se è già aperto il self service, la cosa assume le proporzioni di una devastazione biblica. A proposito di cassa, va detto che la fila per tutti o quasi, viene fatta fare al giocatore più “rana” del team, al quale viene imposto di pagare il conto generale con circa mille lire. Quando la squadra ha pagato tutto o quasi, si torna sul pullman, dove l’accorto autista, ha pensato bene di aprire ogni boccaporto possibile per un ricambio dell’aria quantomeno necessario, anche se nel momento in cui ingrana la terza, è già tutto come prima della sosta. I viaggi di ritorno, sono però spesso diversi da quelli d’andata. Innanzi tutto, si torna sempre con il buio, e questo fa si che molti rimangano fulminati dal sonno non appena toccano con la nuca lo schienale della poltrona. Molti di loro verranno svegliati a secchi d’acqua all’arrivo. Poi ci sono gli acciaccati, cioè quelli che essendosi fatti un po’ male, devono tenere chi la gamba, chi il braccio teso, e con la borsa del ghiaccio su. Questo provoca dei veri e propri grovigli umani di arti incastrati tra braccioli, poltrone e varie parti anatomiche. Non si contano i piedi in bocca, e le gomitate nei testicoli che ne conseguono, tanto che all’arrivo, bisogna spesso chiamare i vigili del fuoco con le cesoie per poter andare a casa. Ho visto compagni fare il viaggio di ritorno nel portabagagli con i borsoni, pur di viaggiare sdraiati. L’atmosfera diventa sinistra in questi frangenti, quando tra il buio, ed i gemiti di sofferenza degli acciaccati, sembra di essere nella stiva di una nave negriera del 1800, durante un trasporto di schiavi tra l’Africa e l’Alabama. Ricordo un nostro viaggio di ritorno in questo stile, quando ci accorgemmo che a bordo non c’era neanche una bottiglia d’acqua, e al primo autogrill, mancavano ancora una marea di Km: giuro sul mio onore di giocatore, di aver visto diversi compagni deliranti, dissetarsi leccando i vetri appannati del pullman. Anche per quanto riguarda i mezzi usati per le trasferte ci sarebbe molto da disquisire, ma mi limiterò a dire che il giocatore con una certa esperienza, è scafato ad ogni tipo di mezzo che la sua dirigenza riesce a trovare di volta in volta, compresi pellegrinaggi a piedi per le società più in crisi. Personalmente non mi posso lamentare, anche se una volta siamo andati a Udine grazie ad un dirottamento dell’uno barrato, che faceva in condizioni normali, dalla stazione al ponte Tanaro. E come dimenticare, dopo una ricca zuppa presa dai Gladiatori di Roma, il viaggio di ritorno con un agghiacciante pullman targato Pompei: era notte, e quasi tutta la squadra dormiva con tremolii da freddo, mentre gli spifferi avevano creato diversi candelotti di ghiaccio che penzolavano dal soffitto, quando l’assistant coach Giuseppe Pittaluga alle 03:30 non ce la fece più, ed urlando verso la zona dei dirigenti sbottò: ”cazzo, almeno la prossima volta sceglietene uno con i vetri!!!”
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