ed. originale

La crisi economica mondiale: 
1991-2001  

Nick Beams

                       

Dieci anni fa, appena dopo il crollo dell�Unione Sovietica e dei regimi stalinisti dell�Europa dell�Est, l�International Committee of the Fourth International (ICFI) [Comitato Internazionale della Quarta Internazionale] pose la seguente questione: la fine di questi regimi ha creato le condizioni per un nuovo equilibrio capitalista, oppure � l�inizio di un processo che sta destabilizzando l�intero capitalismo mondiale?

Da queste due risposte provengono due prospettive molto differenti. Se il collasso dell�Unione Sovietica vuol dire che il capitalismo ha stipulato, per cos� dire, una polizza a vita allora dovremmo dire che mentre il socialismo potrebbe non essere morto, la prospettiva di una rivoluzione socialista dovrebbe essere rinviata a un punto indefinito del futuro.

Noi sosteniamo, al contrario, che la fine dell�USSR � in ultima analisi l�espressione di ampi cambiamenti nell�economia mondiale; cambiamenti che stanno indebolendo la struttura politica sulla quale la stabilit� del dominio borghese si � fondata. La globalizzazione della produzione, insieme agli sviluppi tecnologici di vasta portata basati sui microchip, hanno reso la prospettiva economica nazionale dello stalinismo, riassunta nel programma del �socialismo in una sola nazione�, completamente inattuabile.

Ma il crollo dei regimi stalinisti � stata solo l�espressione iniziale dell�erompere, ancora una volta, delle contraddizioni tra lo sviluppo dell�economia mondiale -- l�espansione globale delle forze produttive sviluppate dal capitalismo -- e il sistema degli stati nazione su cui si fonda il dominio della borghesia. La riapparizione di queste contraddizioni, lo ripetiamo, ha implicazioni politiche ed economiche di vasta portata.

Il lavoro teorico e politico dell�International Committee durante il passato decennio si � incentrato principalmente sulle implicazioni di questo nuovo stadio dello sviluppo storico del capitalismo e, sulla base di queste analisi, nell�effettuare i necessari cambiamenti sotto la forma del nostro lavoro.

Fin dall�inizio ravvisammo che il crollo dei regimi stalinisti -- la pi� grande e la pi� potente burocrazia del movimento operaio -- aveva implicazioni di vasta portata per l�evoluzione delle burocrazie del movimento operaio in tutte le maggiori nazioni capitaliste. La trasformazione dei sindacati e dei partiti socialdemocratici e laburisti � stata, lo ripetiamo, non semplicemente il risultato del tradimenti dei suoi vari leader, ma un prodotto organico della loro stessa struttura. Essa fu la reazione di organizzazioni centrate sul contesto nazionale alla nuova situazione risultante dalla globalizzazione della produzione.

La globalizzazione della produzione, inoltre, richiede che venga riesaminata e rielaborata criticamente la prospettiva dell�autodeterminazione nazionale. Mentre questa esigenza ha avuto storicamente una contenuto progressivo nelle epoche precedenti, fintantoch� diretta contro l�imperialismo, i vasti cambiamenti nell�economia mondiale indicano che adesso non � pi� valida. L��autodeterminazione� � diventata adesso la richiesta delle varie sezioni della borghesia e piccola borghesia nazionali al fine di stabilire un proprio rapporto con il capitale globale.

Le analisi dell�International Committee sviluppate in opposizione alle varie tendenze radicali piccolo-borghesi, le quali sostengono fermamemente che la globalizzazione non � nient�altro che una campagna propagandistica condotta delle �lites dominanti e che lo stato-nazione � ancora solido cos� come la prospettiva politica fondata su di esso. L�attacco della Spartacist League alle nostre analisi nel 1994 riassumeva la vedute di tutti coloro la cui prospettiva politica � basata, in ultima analisi, nel fare pressione sullo stato nazionale.

Se, come sostengono i radicali, lo stato nazionale non � stato indebolito dallo sviluppo globale delle forze produttive, e se rimane, come loro affermano, l�entit� politica ed economica preminente, allora l�intera prospettiva politica del marxismo non pu� essere altro che un�ideale morale o etico. La prospettiva socialista � basata sull�abolizione dello stato nazionale e della propriet� privata � diventa una semplice utopia.

Questa � la pi� importante questione politica sollevata dal movimento di protesta contro la globalizzazione. In seguito alle dimostrazioni di Seattle nel 1999, spiegammo che deve essere fatta una distinzione tra globalizzazione delle forze produttive -- uno sviluppo del tutto progressivo e la base, in ultima analisi, per l�instaurazione del socialismo mondiale -- e il capitalismo globale, il superato e reazionario sistema, basato sulla propriet� privata e sullo stato nazionale, all�interno del quale le forze produttive sono state costrette. Questa distinzione fu il nocciolo della nostra polemica con il Prof. Michel Chossudovsky due anni fa.

Sulla base di questa analisi, l�ICFI ha intrapreso dei cambiamenti importanti: nel 1995-96 la trasformazione della nostra lega in partito e nel 1998 il lancio del World Socialist Web Site.

Possiamo adesso porre la questione: la nostra prospettiva ha superato il test degli eventi? In altre parole � stato possibile per il capitalismo stabilire un nuovo equilibrio internazionale su cui basare una ulteriore espansione internazionale? Le tendenze di sviluppo nella situazione attuale sono rivolte verse questa eventualit� nel futuro? Le tempeste e le tensioni del passato decennio sono soltanto le doglie del parto di un nuovo ordine internazionale stabile? O, al contrario, esse rappresentano l�approfondimento dello squilibrio manifestatosi con il crollo dell�USSR? In questa conferenza, cercher� di considerare e di rispondere a tali questioni.

 

 

 

TRE GUERRE STATUNITENSI

 

Ci sono sue rilevanti aspetto dell�economia politica del passato decennio: lo scoppio di tre guerre condotte dall�imperialismo statunitense e la crescente turbolenza all�interno del sistema finanziario internazionale. La guerra del Golfo del 1990-91 fu seguita dalla guerra contro la Serbia e ora la guerra contro l�Afghanistan, mentre Bush promette che il 2002 sar� un �anno di guerra�. Appena entrati nel 2002 siamo stati testimoni dalla pi� seria recessione globale dell�ultimo quarto di secolo, e forse dell�intero periodo del dopoguerra.

La coincidenza della guerra del Golfo del 1990-91 con la disintegrazione e il crollo finale dell�Unione Sovietica non fu accidentale. Essi furono due aspetti dello stesso processo: la rottura dell�equilibrio capitalista del dopoguerra. La posizione degli USA, come notammo allora, fu altamente contraddittoria. Nello stesso momento in cui proclamavano la propria vittoria sull�USSR, gli USA furono impegnati a combattere per mantenere l� egemonia sui propri rivali. Il manifesto dell�ICFI del 1991, Oppose Imperialist War and Colonialism [Opporsi alla guerra imperialista e al colonialismo], osservava, �la spinta dell�imperialismo americano verso la restaurazione delle proprie posizioni di dominio mondiale costituisce l�elemento pi� esplosivo della politica mondiale�. Molto pi� importante della �liberazione� del Kuwait fu l�opportunit� per gli USA di fornire una dimostrazione della loro potenza militare.

La dichiarazione dell�ICFI, World power, oil and gold, metteva in luce che le radici della guerra statunitense contro la Jugoslavia erano nella lotta da parte della maggiore potenza capitalistica per reintegrare i territori dell�ex-USSR e appropriarsi delle sue risorse.

 �Le pi� grandi riserve di petrolio inutilizzate del mondo sono localizzate nell�ex Repubbliche Sovietiche confinanti con il Mar Caspio (Azerbaijan, Kazakhstan, Turkmenistan). Queste risorse sono adesso divise tra le maggiori nazioni capitalistiche. Questo � il carburante che sta alimentando il rinnovato militarismo e che condurr� ad una nuova guerra di conquista da parte delle potenze imperialiste contro gli oppositori locali, cos� come a sempre maggiori conflitti tra gli imperialisti stessi.

Questa � la chiave per comprendere la bellicosit� della politica estera statunitense durante il passato decennio. Il bombardamento della Jugoslavia � l�ultima di una serie di guerre di aggressione che hanno attraversato il globo. Sebbene abbiano una certa motivazione regionale, queste guerre sono state la risposta statunitense alla sfida e alle opportunit� aperte dalla fine dell�USSR. Washington vede la propria potenza militare come una carta di briscola da impiegare per prevalere sui propri rivali nella prossima lotta per le risorse�.

L�analisi dell�ICFI anticipava l�attuale guerra in Afghanistan, la quale � stata preparate ben prima dei fatti dell�11 settembre. L�attacco terroristico ha fornito il pretesto per il governo statunitense per mettere in atto dei piani militari stabiliti da tempo.

La posizione globale degli USA � stata l�oggetto di molte discussioni durante il passato decennio. Nel 1992, per esempio, documenti trapelati dal Pentagono spiegavano che la questione chiave per gli politica estera statunitense era la conservazione dell�egemonia globale statunitense.

Nel 1997, il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski espose chiaramente la sua posizione:

�L�ultimo decennio del ventesimo secolo ha visto un spostamento teutonico nelle questioni mondiali � La disfatta e il crollo dell�Unione Sovietica � stato il passo finale della rapida ascensione della potenza dell�Emisfero occidentale, gli Stati Uniti, come la sola, e in realt�, la prima potenza veramente globale.
Ma come pu� questa supremazia essere mantenuta? Secondo Brzezinski �il problema di come un�America impegnata globalmente pu� far fronte alle complesse relazioni di potere euroasiatiche -- e in particolare come pu� prevenire l�emergere di una potenza dominante e antagonistica euroasiatica -- resta centrale per la capacit� americana di esercitare la supremazia globale� (Brzezinski, The Grand Chessboard, pp xiii-xiv).

Brzezinski dedica un capitolo del suo libro a ci� che chiama i �Balcani euroasiatici�, i quali comprendono, grosso modo, la nazioni che confinano con il Mar Caspio e quelle limitrofe

�I Balcani tradizionali rappresentano una posta geopolitica nella lotta per la supremazia europea. I Balcani euroasiatici, al centro dell�inevitabile emergere di una rete di trasporti diretta a collegare pi� direttamente le estremit� occidentali e orientali pi� ricche e pi� industriose, � rilevante anche dal punto di vista geopolitico. Inoltre, esse sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle storiche ambizioni per almeno tre dei loro pi� immediati e potenti vicini, cio� Russia, Turchia, Iran, mentre la Cina segnala un crescente interesse verso la regione. Ma i Balcani euroasiatici sono infinitamente pi� importanti come potenziale posta economica: un�enorme concentrazione di gas naturale e di petrolio � situata nella regione, oltre a importanti minerali, incluso l�oro� (p. 124).

Brzezinski sottolinea l�incompatibilit� tra la ricerca del potere globale e la democrazia. �L�America � troppo democratica al suo interno per essere autocratica all�estero. Questo limita l�uso della potenza americana, specialmente la sua capacit� di intimidazione militare. Mai precedentemente una democrazia populista ha raggiunto la supremazia internazionale. Il perseguimento del potere non � un obiettivo che suscita le passioni popolari, eccetto che in condizioni di improvvisa minaccia al senso pubblico dell�interesse nazionale� (p. 36)

Difficilmente si potrebbe esporre pi� succintamente il ruolo sia degli eventi dell�11 settembre e le forze dietro agli attacchi ai diritti democratici all�interno degli stessi Stati Uniti.

Un articolo del Sydney Morning Herald del 7 gennaio, ristampato da LA Times e Reuters, sottolinea il rafforzamento delle forze statunitense lungo il passato decennio:

�Dietro un velo di accordi segreti, gli Stati Uniti stanno creando una catena di nuove e ampliate basi militari che circondano l�Afghanistan e rafforzano la propria capacit� di colpire bersagli in gran parte del mondo mussulmano. Dall�11 settembre in poi, dicono fonti del Pentagono, tendopoli militari sono spuntate in 13 localit� delle nove nazioni confinanti con l�Afghanistan, le quali sostanzialmente estendono la rete di basi nella regione. Dalla Bulgaria all�Uzbekistan fino a Turchia, Kuwait e oltre, pi� di 60.000 unit� di personale militare statunitense stazionano nelle dette basi�

Dopo la guerra contro l�Iraq, nota l�articolo, gli Usa hanno costruito una rete di basi in sei stati del Golfo Persico. Dall�11 settembre in poi, gli Usa hanno stabilito dei nuovi accordi per lo stazionamento di truppe con Kyrgyzstan, Pakistan, Tajikistan and Uzbekistan.

Mentre gli eventi dell�11 settembre sicuramente introdurrano dei netti cambiamenti nella situazione politica, se non fossero accaduti, la guerra in Afghanistan sarebbe nondimeno stata lanciata in un�altra occasione favorevole.

   

 

UN PECULIARE CICLO DI CRESCITA DECENNALE  

 

Per quanto riguarda la situazione economica, la recessione statunitense e mondiale � iniziata ben prima dell�11 settembre. E, come gli eventi militari, sono il risultato di processi che si sono dispiegati attraverso il decennio.

Nel novembre dell�anno scorso, il NBER (National Bureau of Economic Research; Ufficio Nazionale per le Ricerche Economiche) annunciava, sulla base di una serie di statistiche, inclusi i dati sull�occupazione, che l�economia statunitense era entrata in recessione. Secondo il NBER, la recessione era iniziata a marzo, esattamente dieci anni dopo la fine dell�ultima recessione nel 1990-91.

Vale la pena di esaminare pi� da vicino questo ciclo. In primo luogo, esso rappresenta il pi� lungo periodo di espansione dell�economia statunitense senza recessione. Neanche nel boom del dopoguerra degli anni Cinquanta e Sessanta vi � stato un periodo cos� lungo di crescita economica continua. Ma questi particolari dieci anni di crescita hanno alcuni aspetti peculiari.

Come notava il Financial Times dell�1 novembre, lungi dall�essere l�alba della �new economy� il ciclo degli anni Novanta si raffronta piuttosto sfavorevolmente con i precedenti periodi. Mentre il tasso di crescita complessivo � stato del 3.1 all�anno, il tasso pro-capite � stato di circa un punto percentuale pi� basso.

�Storicamente, l�ultimo ciclo non � stato per nulla eccezionale. Il tasso di crescita degli anni Novanta ha superato soltanto quello fiacco dei tardi anni Settanta: nel ciclo economico tra il 1973 e il 1980 gli Usa raggiungevano la crescita media del 2,9%. Essa era pi� lenta del ciclo degli anni Ottanta. E paragonata al record del 4,4% di crescita media degli anni Sessanta, la recente  crescita � stata di scarso valore. Il giudizio convenzionale che gli anni Novanta sono stati eccezionali � sorto perch� il saggio di crescita si � opposto ai trend precedenti. Recentemente, si � spesso dimenticato che i primi anni Novanta sono stati caratterizzati come �crescita senza lavoro� (Financial Times,1 novembre 2001).

Un altro studio del ciclo degli anni Novanta nota: �Perfino la pi� frettolosa rassegna dei dati mostra che la �new economy� � stata per la maggior parte una trovata pubblicitaria. Per l�intero ciclo economico la media del 3,1 di crescita del PIL � stata pi� bassa che negli anni Cinquanta e Sessanta, e leggermente al di sopra dell�andamento degli anni Settanta� (Dean Baker, The New Economy Goes Bust: What the Record Shows, Center for Economic Policy Research briefing paper).

E per quanto riguarda l�insieme dell�economia mondiale? Se esaminiamo le nazioni del G7 troviamo che soltanto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato dei pi� alti tassi di crescita rispetto al periodo 1983-93. Mentre tutte le nazioni del G7 cadono ben al di sotto del tasso di crescita sperimentato nel periodo 1964-73.

 

 

 

CRESCITA NEI G7

 

Crescita annuale nei paesi del G7

   

 1964-73

 1983-93

 1993-98

 Canada

 5.6

 2.8

 2.5

 Francia

 5.3

 2.3

 1.7

 Germania

 4.5

 2.9

 1.5

 Italia

 5.0

 2.4

 1.3

Giappone 

 9.6

 4.0

 0.8

 Gran Bretagna

 3.3

 2.3

 2.7

 USA

 4.0

 2.9

 3.0

 

 (Tabella da Eatwell and Taylor, Global Finance at Risk, Polity Press, 2000, p. 107)

Per quanto riguarda il livello di vita, il 20% pi� ricco del mondo riceve l�86% del prodotto lordo mondiale. Il 20% pi� povero riceve solo l�1%, e il 60% intermedio soltanto il 13%. Le duecento persone pi� ricche del mondo hanno visto le loro entrate raddoppiare tra il 1994 e il 1998 fino ad oltre 3 mila di miliardi di dollari. Le tre persone pi� ricche del mondo hanno ricchezze maggiori dei rendimenti sommati delle 48 nazioni pi� povere. Secondo il World Development Report  delle Nazioni Unite del 1999, basterebbero 40 miliardi di dollari per estendere le cure sanitarie di base e l�alimentazione, l�educazione di base, la purificazione dell�acqua, la pianificazione delle nascite all�intera popolazione mondiale. Un contributo annuale dell�1% della ricchezza di due delle persone pi� ricche potrebbe fornire l�accesso universale all�educazione primaria e il 5% sarebbe sufficiente a pagare tutti gli altri servizi sociali basilari.

Un studio recente osserva che: �Nel 1998-99, con il prodotto lordo mondiale pro-capite in crescita a un tasso del 1,5-1,8%, pi� di 8 nazioni hanno un reddito pro-capite pi� basso di dieci anni fa, e almeno 55 nazioni hanno avuto un consistente declino del reddito pro-capite. Il divario tra il reddito di un quinto della popolazione mondiale che vive nelle nazioni pi� ricche e un quinto di quelle pi� povere era di 74 a 1 nel 1997, superiore al 60 a 1 del 1990 e al 30 a 1 del 1960. Le disuguaglianze di reddito sono cresciute nettamente anche all�interno delle nazioni ricche -- particolarmente negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna -- e il povero �globale� � ora povero come o pi� di quanto lo era nel 1820� (Heikki Patom�ki, Democratising Globalisation, Zed Books, 2001, p. 100).

Ritornando all�economia statunitense, c�� un�area che ha superato tutti i precedenti decenni: la crescita del debito, particolarmente il debito estero.

Alla fine del 2000, il debito netto statunitense verso il resto del mondo era 219.000 miliardi di dollari. Alla fine del 2001, il debito netto ammontava all�incirca a 260.000 miliardi di dollari. Ci� rappresenta qualcosa come il 22% del PIL, superiore al 16,4% del 1999 e 9 punti percentuale pi� alto del 12,9% registrato nel 1997. Ci� vuol dire che gli Usa adesso assorbono circa due terzi del risparmio mondiale. In altri termini, gli USA sono diventati un gigantesco aspirapolvere che aspira capitali dal resto del mondo. E questo creer� delle crescenti tensioni economiche, perch� il capitale aspirato negli USA non pu� essere impiegato in altre aree del mondo per la crescita economica.

Queste sono cifre davvero sorprendenti, se viste nel contesto dello sviluppo storico del capitalismo statunitense. Gli Usa dapprima divennero una nazione creditrice nel 1917, quando gli investimenti britannici furono liquidati per pagare la guerra contro la Germania e  le banche e le agenzie finanziarie statunitensi approfittarono della indebitamento di guerra delle nazioni europee. Gli Usa hanno continuato ad essere una nazione creditrice fino ai tardi anni Ottanta. Ora, nello spazio di poco pi� di un decennio, sono diventati la pi� grande nazione debitrice del mondo. Passiamo in rassegna alcuni indici di questa trasformazione. Dal 1983 al 1990 il debito totale degli Usa verso i settori non finanziari � raddoppiato da 536.000 miliardi di dollari a 1.085.000 miliardi di dollari. Esso � salito, negli anni Novanta, del 62%, da 1.131.000 miliardi di dollari 1.826.000 miliardi alla fine del 2000. Dal 1992 in poi ogni l�afflusso di investimenti esteri negli Usa hanno contribuito per pi� del 10% dei fondi totali che rifornito il mercato del credito statunitense.

Anche il debito interno � in aumento. Secondo il Federal Reserve Flow of Funds, il rapporto tra il debito totale in circolazione e il reddito disponibile � salito dall�87% del 1990 a pi� del 101% alla fine del 2000. Il totale del pagamento degli interessi sul debito ha raggiunto il record del 14% del reddito disponibile. L�impatto della crescita dell�indebitamento pu� essere visto nelle cifre della spesa per il consumo nell�economia statunitense. La quota dei consumi del PIL � salita di 2,6 punti percentuale dal 1989 al 2000. Ci� � associato con il declino della quota del tasso di risparmio di approssimativamente 7 punti percentuale dal livello del 1989. Tale quota di risparmi � diventata negativa qualche anno fa.

Il passato periodo � stato caratterizzato anche dall�incremento del disavanzo commerciale statunitense, che ha ora raggiunto circa il 4% del PIL. Gli Usa, al momento, hanno bisogno di un afflusso di provenienza estera di 1.000 miliardi di dollari ogni giorno per finanziare il deficit della bilancia di pagamenti.

Il livello della finanza internazionale � cresciuto non meno rapidamente durante il passato decennio e mezzo. Il mercato dei titoli era fermo a circa 1.000 miliardi di dollari nel 1970. Durante il 1980 esso � raddoppiato a 2.000 miliardi. Successivamente ha avuto luogo un netto incremento: � balzato a 12.000 miliardi nel 1990, a pi� di 20.000 miliardi nel 1995 e a circa 25.000 miliardi nel 1998.

Durante i tardi anni Novanta, il volume del commercio estero 1.000 miliardi di dollari al giorno. Ci� rappresentava un aumento moltiplicato per 8 dal 1986. Per contrasto, il volume globale delle esportazioni, per quanto riguarda il 1997, � stato di 6.600 mila miliardi (25 miliardi al giorno).

L�importo dei fondi di investimento si � allo stesso modo esteso. Durante la met� degli anni Novanta, i fondi comuni e i fondi pensione ammontavano a 20.000 miliardi di dollari, cio� 10 volte la somma degli anni Ottanta. Similmente, c�� stato un ampio incremento del volume dei fondi investimento durante gli anni Novanta. Secondo i dati compilati dall�Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il valore dei beni finanziari posseduti da tutti gli investitori istituzionali negli stati membri, comprese le principali compagnie di assicurazione, fondi pensione e societ� d�investimento, � aumentato di 9.800 mila miliardi di dollari o del 75% tra il 1990 e il 1995. La crescita annuale di 1.960.000 mila miliardi di dollari � uguale a a circa il 10% del totale del reddito nazionale delle nazioni dell�OECD durante questo periodo.

Se confrontiamo la crescita del capitale finanziario con le cifre della crescita economica degli Usa e dell�economia capitalistica mondiale, allora uno dei pi� importanti aspetti del ciclo economico degli anni Novanta comincia a emergere. Esso � la crescente divergenza tra il capitale fittizio da un lato e la crescita del PIL dall�altro.

Il significato di questa divergenza risiede nel fatto che il capitale fittizio rappresenta la rivindicazione di un diritto sul plusvalore estratto dalla classe lavoratrice. Indubbiamente, sezioni del capitale finanziario possono assicurarsi un profitto attraverso operazioni puramente finanziarie, e questo processo pu� andare avanti per un considerevole periodo di tempo, fin quando capitali addizionali continuano ad affluire nel mercato. Ma a un certo punto, il capitale finanziario deve appropriarsi di una certa parte del surplus ottenuto dalla classe lavoratrice. In altre parole, per assicurare la stabilit� del sistema, l�economia reale deve espandersi abbastanza velocemente per far fronte alle richieste del capitale fittizio.

Tuttavia, ci� che ora sta accadendo � il contrario. Piuttosto che una crescita dell�economia reale che fornisca sufficienti profitti per far fronte alle rivendicazioni del capitale fittizio, troviamo che le corporazioni sono diventate sempre pi� dipendenti dalle operazioni finanziarie per mantenere i loro profitti.

Uno studio di questo processo osserva: �una parte crescente dei ricavi totali sugli investimenti dall�inizio del 1980 � risultata dai profitti sul capitale (un apprezzamento nel mercato valori dei titoli in questione) piuttosto che dagli utili (dividendi o interessi pi� profitti reinvestiti) . Ci� suggerisce chiaramente che l�aumento del valore � stato spinto maggiormente dall�accresciuto flusso di fondi nel mercato e che i prezzi continueranno ad essere spinti all�ins� -- presupponendo il mantenimento (o il ripristino) di condizioni economiche favorevoli -- che dalle entrate effettive prodotte dai titoli� (Harry Shutt, The Trouble With Capitalism, p. 124).

La struttura finanziaria del capitalismo mondiale durante gli anni Novanta rassomiglia sempre di pi� a una piramide capovolta: una crescente massa di capitale fittizio poggiante su di una proporzionalmente molto pi� piccola massa di plusvalore. Come una piramide capovolta, una tale struttura finanziaria � fondamentalmente instabile.

In questo caso, tuttavia, non � la forza di gravit� che causa lo sbilanciamento, ma la spinta al profitto, la quale vede i fondi muoversi rapidamente da un mercato all�altro. � qui l�origine delle tempeste finanziarie che sono diventate cos� caratteristiche dell�economia capitalistica mondiale durante il passato decennio.

Il crollo della borsa del 1987 introdusse gli anni Novanta. Pur avendo origine a Wall Street, esso fu, in ogni senso, un fenomeno globale. I conflitti tra governo e autorit� finanziarie statunitensi e i banchieri tedeschi rispetto a i tassi di interesse indusse il timore riguardo a una rapida caduta del valore del dollaro, che ebbe come risultato un ritiro di fondi dal sistema finanziario statunitense.

Soltanto attraverso un massiccio intervento da parte dell�US Federal Reserve Board e le altre banche centrali fu evitata una crisi finanziaria globale. Queste istituzioni immisero una grande quantit� di liquidit� nel sistema finanziario globale. Ma, secondo un esempio che dovr� ripetersi durante il decennio, le stesse misure usate per combattere la crisi crearono le condizioni per il presentarsi di problemi ancora pi� seri. In questo caso, l�immissione di liquidit� aiut� a gonfiare ulteriormente la gi� in crescita bolla finanziaria giapponese.

La bolla giapponese ha origine nell�accordo di Plaza del settembre 1985, con il quale le banche centrali si accordarono per rivalutare le maggiori monete centrali contro il dollaro statunitense. La svalutazione del dollaro e la rivalutazione dello yen ebbe due conseguenze immediate. Primo, le esportazioni giapponesi diventarono pi� costose, portando a uno spostamento della produzione giapponese verso la regione dell�Est asiatico, dove le monete erano allineate al dollaro svalutato. Secondo, i beni giapponesi furono rivalutati, portando ad un aumento del valore dei beni immobili, e ad un�ascesa senza precedenti della borsa di Tokio. In conclusione, alla fine del 1989, l�indice Nikkei  raggiunse gli oltre 40.000 (� circa 13.000 oggi). Ma la bolla non poteva andare avanti indefinitamente. Il suo crollo all�inizio degli anni Novanta condusse il Giappone ad una deflazione del debito da cui non si � ancora ripreso.

Infatti, questo � stato uno degli aspetti centrali degli anni novanta: l�incapacit� della seconda pi� grande economia mondiale di sfuggire al circolo vizioso messosi in moto negli ultimi anni Ottanta. La caduta del prezzo dei beni immobili e dei titoli condusse ad un aumento dei prestiti non restituiti alla scadenza sul registro delle banche giapponesi e a un�erosione del loro capitale di base. Ci�, a sua volta, condusse a tagli sui prestiti e investimenti e al crollo delle istituzioni finanziarie. La conseguente depressione ha visto ulteriori tagli nel valori dei titoli e delle propriet�, affrettando un ulteriore indebolimento della condizioni delle banche e cos� via.

 

 

 

DAL CROLLO DELLO SME ALLA BOLLA FINANZIARIA STATUNITENSE

 

La prima e pi� importante crisi degli anni Novanta fu il crollo del Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1992. La sterlina inglese -- sottoposta all�attacco massiccio degli hedge funds -- fu ritirata dallo SME, mentre il sistema bancario scandinavo si trov� improvvisamente a far fronte ad un tasso d�interesse superiore al 100%.

Ci� fu seguito, alla fine del 1994, dal crollo del peso messicano e successivo �salvataggio� messicano organizzato dall�amministrazione Clinton all�inizio del 1995. Il �salvataggio messicano� � un termine alquanto improprio. Esso dovrebbe, forse pi� accuratamente, essere descritto come il salvataggio degli interessi finanziari statunitensi che avevano investito nelle obbligazioni messicane.

Non appena fu eseguito il salvataggio si svilupp� un�altra crisi. L�accordo di Plaza del 1985 puntava all�abbassamento del valore del dollaro e al rafforzamento delle esportazioni americane. Nei ultimi anni Ottanta e nella prima met� dei Novanta  la crescita delle esportazioni � stata la causa della crescita di circa un terzo del PIL statunitense. Ma il dollaro svalutato metteva in forte tensione il sistema finanziario internazionale e faceva sorgere una crisi nelle relazioni Usa-Giappone.

Durante l�aprile del 1995, il dollaro statunitense piomb� a un record di ribasso di 79 yen per dollaro. Lo yen era cresciuto di oltre il 60% rispetto al dollaro, paragonato al livello di inizio 1991, e del 30% paragonato al livello di inizio 1994. Ma l�aumento del valore dello yen stava devastando l�economia giapponese dipendente dalle esportazioni. Con lo yen a questi livelli, le ditte esportatrici giapponesi non potevano neanche coprire i costi di produzione, per non parlare di guadagni o profitti sulla vendita nei mercati internazionali. L�amministrazione Clinton, a dispetto del fatto che aveva perseguito una politica estremamente aggressiva verso il Giappone, non poteva ignorare l�impatto dello yen in ascesa contro il dollaro in discesa. Per gli Usa, il pericolo era che se la continua caduta del dollaro dava inizio a una crisi finanziaria in Giappone, i capitali giapponesi avrebbero potuto rapidamente ritirarsi dai mercati finanziari statunitensi, dando inizio ad un aumento dei tassi di interesse, facendo precipitare l�economia statunitense nella recessione. Questo era proprio il periodo in cui essa si era appena ripresa dalla recessione del 1990-91 e da diversi anni di crescita molto bassa. 

Nell�aprile del 1995, fu fatto un accordo per guidare al ribasso il valore dello yen e innalzare quello del dollaro  (una sorta di accordo di Plaza al contrario). Ma questo accordo, che evit� un�immediata crisi dollaro-yen, doveva avere conseguenze a lungo termine. L�ascesa del dollaro mise in moto una bolla finanziaria statunitense che � continuata fino ad aprile 2000. L�aumento del valore del dollaro e dei beni statunitensi ebbe come risultato un flusso di liquidit� negli USA dal resto del mondo. Nel 1995 il resto del mondo compr� obbligazioni del governo statunitense per un valore di 197,2 miliardi dollari, corrispondenti a due volte e mezzo la media dei precedenti quattro anni. Nel 1996 la cifra fu  312 miliardi di dollari, e nel 1997 189,6 miliardi. Complessivamente, un totale di pi� di 500 miliardi in appena tre anni!

Vi fu un immediato impatto sul mercato azionario. L�indice S&P 500 (standard & poor�s), che era cresciuto soltanto del 2 nel 1994, sal� del 17,6% nel 1995 e di un ulteriore 23% nel 1996. Nel dicembre di questo anno, Greenspan lancio l�avvertimento dell��irrazionale esuberanza�. Nel 1997, l�indice S&p sal� di un ulteriore 30%.

Analizzando la crescita complessiva dei mercati, Robert Shiller notava nel suo Esuberanza irrazionale: �L�indice Dow Jones � era posizionato a circa 3.600 ad inizio 1994. Durante il 1999 � passato a 11.000, pi� del triplo in cinque anni, un incremento totale dei prezzi del mercato azionario di oltre il 200%. All�inizio del 2000, il Dow Jones pass� 11.700. Tuttavia, durante lo stesso periodo, gli indicatori economici di base furono ben lontani dal triplicarsi. Negli Usa il reddito delle persone fisiche e il prodotto interno lordo crebbe meno del 30% e almeno la met� di questo incremento fu dovuta all�inflazione. I profitti delle imprese crebbero meno del 60%, e a partire dalla base una temporenea recessione� [Shiller, Irrational Exuberance, p. 4].

C�era un collegamento diretto tra la crescita dell�indebitamento, l�ascesa del mercato azionario e l�aumento del valore del dollaro. Infatti, essi hanno formato una sorta di circolo virtuoso che ha continuato a espandere la bolla finanziaria statunitense. L�afflusso di capitali, attratti dall�aumento del valore del dollaro, ha finanziato la crescita del debito, la maggior parte del quale � stato usato a sua volta per finanziare l�acquisto di azioni. L�aumento dei prezzi del mercato azionario ha attratto una quantit� maggiore di capitali negli USA grazie agli alti tassi di guadagno degli investimenti finanziari -- tassi di guadagno determinati non tanto da entrate del reddito, ma dall�aumento del valore dei beni, la forma classica della bolla finanziaria.

Alcune cifre illustrano questo processo. Durante il 1990, il rapporto tra il debito e il capitale netto delle imprese fatto da S&P su 500 societ� era del 116%, rispetto all�84% della fine degli anni Ottanta. La richiesta di prestito da parte di societ� non finanziarie nel periodo 1994-99 � stata di 1.220 miliardi di dollari. Di questi, soltanto il 15,3% � stato usato per le spese in conto capitale, mentre non meno del 57% (694,7 miliardi) � stato usato per ricomprare azioni.

Durante il primo quarto del 2000 -- il picco del mercato -- il valore delle azioni ordinarie societarie, la loro capitalizzazione sul mercato, era salita a 19.600 miliardi di dollari dai 6.300 miliardi del 1994. Ma senza rapporto con l�economia sottostante. Alla capitalizzazione del mercato come percentuale del PIL sono bastati soltanto cinque anni -- tra il 1995 e il 2000 -- per triplicarsi dal 50% al 150%. Nello stesso periodo, i profitti delle societ� al netto delle tasse sono saliti del 41.2%. Per contrasto, ci sono voluti 13 anni -- tra il 1982 e il 1995 -- per il raddoppiamento della capitalizzazione del mercato dal 25 al 50 del PIL, mentre i profitti delle societ� sono saliti del 160% nello stesso periodo.

 

 

 

IL �MIRACOLO ASIATICO�

 

Ci sono state altre conseguenze della rivalutazione del dollaro. Con l�accordo di Plaza del 1985 e la rivalutazione dello yen giapponese, le cosiddette tigri asiatiche -- Corea del Sud, Tailandia, Malesia, Singapore, Indonesia e, in una certa misura, le Filippine -- sono diventate il centro degli investimenti giapponesi. Allora, dall�inizio degli anni Novanta, esse cominciarono a diventare l�obiettivo dei capitali statunitensi, in cerca di nuovi sbocchi per i profitti, data la pigra crescita degli Usa in quel periodo. Il cosiddetto �miracolo asiatico� � il risultato dell�afflusso di questi fondi e della costituzione di nuove strutture produttive da parte di societ� che cercavano di avvantaggiarsi del costo del lavoro ridotto della regione.

Questa non � soltanto un problema asiatico. La regione cominciava a giocare un importante e crescente ruolo nell�economia mondiale. Durante il periodo dal 1990 al 1997, le regioni del sud-est asiatico ricevevano circa due terzi dei nuovi investimenti globali  e contribuivano per circa una met� dell�incremento del PIL mondiale. Era una zona del mondo di crescente importanza come stimolatore dell�economia statunitense ed europea.

Le seguenti cifre dimostrano l�importanza della regione in termini di flussi di investimento. Alla fine del 1996, tre nazioni della regione erano al top tra i destinatari dei flusso di investimento di capitali privati. L�Indonesia riceveva la terza pi� grande quota (17.900 miliardi di dollari), la Malesia il quarto (16.000 miliardi) e la Tailandia il sesto (14.700 miliardi).

Il miracolo si fondava su due basi: la capacit� competitiva della regione nei mercati esteri e il continuo afflusso di capitali esteri. Ma queste basi furono sottoposte a pressione con il capovolgimento dell�accordi di Plaza del 1995, dove il dollaro fu rivalutato rispetto allo yen. Le economie del sud-est asiatico, le cui monete erano collegate al dollaro, soffrirono un�immediata stretta. I loro problemi furono accentuati dal fatto che la moneta cinese  (il yuan) era stata svalutata nel 1994, mentre la Cina stava diventando sempre pi� attraente per i fondi di investimento e la delocalizzazione della produzione. Rimuovere il legame con il dollaro, mentre avrebbe potuto ridurre il prezzo delle esportazioni, non era realmente un�opzione per le tigri asiatiche, perch� avrebbe potuto condurre a un taglio negli investimenti. Una delle ragioni dell�attrattiva della regione era la sua stabilit� monetaria rispetto al dollaro.

Durante il 1996, la crescita delle esportazioni della ragione aveva cominciato a calare, mentre c�erano problemi di indebitamento. In seguito, nel 1997, la crisi fu attivata da una svalutazione del baht tailandese e dal crollo del boom immobiliare della regione.

Tra il 1994 e il 1996 l�afflusso di capitali verso le quattro nazioni maggiormente coinvolte era pi� che raddoppiato da circa 40 miliardi di dollari a 93 miliardi. Nel 1997, tuttavia, ci fu un�uscita netta di capitali di 12 miliardi. Questo cambiamento di direzione di 105 miliardi era equivalente al 10% del PIL delle nazioni coinvolte.

�La crisi del 1997-98 � signific� per l�anno 2000 una perdita a breve termine del 10-20% del prodotto interno lordo per Tailandia, Indonesia, Corea e Malesia (assumendo che la crescita del 1996-97 fosse preseguita). La perdita a lungo termine cumulativa � ancora pi� grande. La crisi asiatica � stata pi� profonda e severa rispetto all�usuale ... � stato stimato ... che la crisi asiatica e la sua ripercussione globale ha tagliato la produzione globale di 2.000 miliardi di dollari nel 1998-2000. Ci� � forse il 6% del PIL mondiale; di gran lunga, la peggiore crisi avuta finora. � stato stimato anche che la crisi asiatica ha creato 10 milioni di persone ufficialmente disoccupate. Inoltre, circa 50 milioni di persone in Asia sono cadute al di sotto del livello di povert��. [ Democratising Globalisation, p. 31].

Quando � scoppiata la crisi asiatica, Clinton l�ha derubricata come un �piccolo guasto�. Non molto tempo dopo, tuttavia, con l�inadempienza della Russia e il collasso da 3 miliardi di dollari degli Hedge Fund Long Term Capital Management (LTCM) statunitensi, l�amministrazione Clinton descriveva la situazione finanziaria come la pi� seria del dopoguerra.

 

 

 

LA RECESSIONE STATUNITENSE E LA SOVRA-ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE

 

Gli interventi del Federal Reserve Board, attraverso il salvataggio degli LTCM, ha impedito un �fallimento sistemico� del sistema finanziario e bancario. Ma non senza conseguenze. Il taglio dei tassi di interesse alla fine del 1998 contribu� a gonfiare ulteriormente la bolla finanziaria statunitense, finch� raggiunse il suo massimo nell�aprile 2000. Un anno pi� tardi l�economia statunitense � entrata in recessione.

Il pi� significativo aspetto della recessione � che � diversa tutte le altre del dopoguerra. Essa non � stata indotta dall�innalzamento degli interessi da parte della Federal Reserve in risposta a una crescente inflazione. Al contrario, la tendenza generale nel recente periodo ha visto i prezzi pi� bassi, se non di deflazione, cio� caduta dei prezzi.

La causa alla radice della recessione � la caduta degli investimenti in seguito al crollo del mercato azionario. Ci� ha portato alla crescente paura che, con 11 tagli al tasso d�interesse nel 2001 che hanno mancato di determinare una ripresa, l�economia statunitense potrebbe essere in una situazione simile a quella del Giappone, dove le politiche monetarie non hanno nessun impatto perch� si sono sviluppate delle condizioni deflazionistiche.

La dimensione di questa sovra-accumulazione pu� essere vista nell�industria delle telecomunicazioni. La bolla delle telecomunicazioni �, infatti, molto pi� significativa che la bolla delle dot.com. Un articolo del Financial Times dello scorso 4 settembre sottolineava l�estensione della debacle telecom e il suo impatto.

�I siti web falliti e i rivenditori internet possono aver perso ognuno qualche decina di milioni di dollari prima di fare bancarotta ma, secondo l�European Information Technology Observatory, gli investimenti sulle attrezzature e servizi delle telecomunicazioni in Europa e negli Usa ammonta a pi� di 4.000 miliardi di dollari tra il 1997 e il 1991.�

�Secondo il Thomson Financial, tra il 1996 e il 2001, i gruppi bancari hanno prestrato 890 miliardi di dollari. Altri 415 miliardi di debito sono stati forniti dal mercato delle obbligazioni e 500 miliardi sono stati raccolti dal capitale privato e dal mercato finanziario. Ancora di pi� � arrivato dai blu chips [titolo di societ� detentrice di prestigio e buoni profitti] che si sono spinti fino all�orlo della bancarotta e oltre, nella convinzione che un�esplosiva espansione dell�uso di internet avrebbe creato una domanda quasi infinita per le possibilit� delle telecom.�

�Il sistema finanziario globale � stato indotto ad alimentare questo fal�. Quasi met� delle banche europee dei prestiti bancari del 1999 � stato alle compagnie telecom. Moody�s, l�agenzia di credito, ha stimato che circa 80% di tutte le obbligazioni ad alto profitto emesse negli USA all�apice del boom erano operatori telecom. Cinque delle dieci pi� grandi fusioni o acquisizioni della storia hanno coinvolto compagnie telecom durante il boom.�

�L�eredit� duratura di tutti questi soldi � una saturazione di �frequenze� (la capacit� di trasmissione dei dati e i materiali di base di tutti i networks di comunicazione). Tale saturazione � cos� grande che se i sei miliardi della popolazione mondiale parlassero contemporaneamente al telefono per il prossimo anno, le loro parole sarebbero trasmesse mediante la capacit� potenziale nel corso di poche ore�

L�articolo continua sottolineando che il crollo della bolla telecom si � fatto sentire in numerosi modi. L�inadempienza del prestito telecom ammonta a 60 miliardi di dollari; ci sono stati licenziamenti in migliaia di societ� di investimento; pi� di 300.000 posti di lavoro sono stati distrutti in sei mesi nella produzione delle attrezzature per le telecomunicazioni e 200.000 nell�industria delle componentistica.

�Il valore del mercato azionario di tutti gli operatori e produttori telecom � caduto di 3.800 miliardi dal momento del suo massimo di 6.300 miliardi del marzo 2000. Per contestualizzare tutto ci�, la perdita complessiva di valore in tutte le borse asiatiche durante la crisi finanziaria asiatica degli ultimi anni Novanta fu di soltanto 813 miliardi di dollari� [Dan Roberts, �Glorious hopes on a trillion-dollar scrapheap,� Financial Times, September 4, 2001].

Questa � soltanto la pi� vivida espressione della generale sovra-accumulazione del capitale nell�intera economia mondiale. Nel febbraio 1999, il periodico britannico The Economist avvertiva che �grazie all�enorme sovraccarico� il mondo � �inondato da un carico eccessivo di computer, chip, acciaio, automobili, tessili e chimici�. Esso conclude che il gap della produzione mondiale -- tra la capacit� industriale e l�uso -- � prossimo ai livelli pi� alti dagli anni Trenta in poi.

Questi sentimenti si sono riflessi nel rapporto annuale del Bank for International Settlements, pubblicato nel giugno 1999: �L�eccesso di capacit� produttiva in molte nazioni e settori continua a essere una seria minaccia per la stabilit� finanziaria. Senza una sistematica riduzione o assorbimento dell�eccesso di capacit�, i tassi di profitto sul capitale continueranno a deludere, con effetti potenzialmente debilitanti e a lungo termine sulla fiducia e gli investimenti�.

Si potrebbe continuare nell�elencare gli indicatori della profondit� delle tendenze recessive e deflattive all�interno dell�economia mondiale. Si dovrebbe anche sottolineare che considerevoli dubbi sono stati avanzati sull�espansione dei profitti della �new economy�. Le ultime cifre mostrano che i profitti, quali quota del reddito, sono caduti ogni anno dopo il 1997. Il crollo di Enron � indicativo dell�intera �new economy�.

Il fatto importante non � l�emergere della recessione, ma la natura della recessione. Essa costituisce non la transizione a una situazione pi� stabile all�interno dell�economia mondiale, ma l�ultima espressione di un crescente squilibrio che si sta sviluppando dall�inizio degli anni Novanta.

Permetteteci di richiamare alla memoria: il decennio � iniziato con un�ondata di investimenti nelle regioni del sud-est asiatico, salutata dalla Banca Mondiale nel 1993 come un �miracolo economico�.  All�espansione asiatica � stata attribuita una considerevole proporzione della crescita dell�economica mondiale e degli investimenti. In seguito, nella seconda met� del decennio, la bolla finanziaria statunitense e il boom degli investimenti hanno sostenuto ampiamente l�economia mondiale. Tra il 1996 e il 2000, � stato stimato che i soli Usa hanno generato quasi met� dell�aumento della domanda mondiale.  Ma ci� si � verificato soltanto al prezzo della creazione di quella che dovrebbe essere classificata come una delle pi� grandi bolle finanziarie della storia del capitalismo.

L�ultimo decennio � stato caratterizzato da un crescente militarismo e crescente squilibrio dell�economia capitalistica globale. Tra questi due fenomeni c�� una ben radicata connessione. Per dimostrarlo, dobbiamo esaminare l�evoluzione storica dell�economia mondiale nella seconda meta del ventesimo secolo: un periodo caratterizzato dall�egemonia degli Stati Uniti.

Ci sono alcuni somiglianze tra il presente periodo, cominciato nella met� degli anni Settanta, e il periodo compreso tra il 1870 e il 1913, concluso con lo scoppio della I Guerra Mondiale. Potremmo definire questo periodo come la prima fase della globalizzazione: l�ascesa dell�economia mondiale come entit� indipendente. L�epoca presente costituisce la seconda fase della globalizzazione, riguardante non solo la globalizzazione del capitale non solo nella forma delle merci e del denaro, ma la globalizzazione del capitale produttivo, la globalizzazione del processo di produzione stesso.

Ci sono molti aspetti di questo sviluppo. Noi siamo particolarmente interessati al rapporto tra le maggiori potenze capitalistiche e, in particolare, al ruolo degli Stati Uniti.

Nella sua analisi della globalizzazione, l�International Committee of the Fourth International (ICFI) si � opposto a coloro che sostengono che lo stato nazionale � diventato irrilevante, cos� come a coloro che affermano che non � accaduto nulla di fondamentale e che lo stato-nazione rimane l�unit� economica di base.

Abbiamo, invece, cercato di stabilire, come, ad ogni stadio, questa seconda epoca della globalizzazione intensifica le contraddizioni tra l�economia mondiale e il sistema degli stati-nazione. Essa non solo apre la strada a una nuova epoca di guerra, ma crea le condizioni obiettivi per la rivoluzione socialista.

Nel 1991 scrivevamo: �La vecchia distinzione tra il mercato interno e il mercato mondiale � sulla via di essere interamente cancellata. Le moderna societ� transnazionale, indifferenti alla collocazione geografica della sua base di partenza, � coinvolta in una lotta per la vita e per la morte per il dominio sul mercato mondiale. Ma anche se lo stato nazionale ha perso il suo significato economico obiettivo, il suo ruolo come strumento politico-militare delle cricche nazionali di capitalisti in lotta per il dominio mondiale � cresciuto enormemente. Questo fatto trova la sua pi� potente espressione nei preparativi intensificati per una nuova conflagrazione mondiale� [ Oppose Imperialist War and Colonialism, Manifesto of the International Committee of the Fourth International, page 11]

 

 

 

DUE GUERRE MONDIALI

 

Le origini dei conflitti inter-imperialisti risiedono nella complessa relazione tra le maggiori potenze capitalistiche e lo sviluppo dell�intera economia mondiale. La met� del XIX secolo, quando l�appena emergente sistema capitalistico era in espansione, furono i giorni di gloria della Gran Bretagna. La Gran Bretagna era davvero l�officina del mondo. Ma con l�unificazione della Germania nel 1871, la costituzione di un mercato nazionale americano in espansione in seguito alla guerra civile e il principio della Grande Depressione della met� del 1870, cambiamenti di vasta portata si misero in moto. Durante la fine del secolo, nuove forme di organizzazioni industriali e aziendali si svilupparono, in Germania e negli Usa, e nuove potenze industriali giunsero sulla scena. L�ascesa della Germania volle dire che il dominio britannico sul continente europeo, che era iniziato in seguito alle Guerre Napoleoniche, era messo in questione. Dall�altro lato dell�Atlantico, l�emergere di corporazioni industriali e la creazione di un vasto mercato interno andava nella direzione di un futuro dominio degli Usa.

I crescenti conflitti tra le potenze imperialistiche esplosero nella I Guerra mondiale. La Gran Bretagna riusc� ad assicurarsi la sconfitta dalla Germania, ma soltanto a un enorme costo: la perdita della sua preminenza finanziaria. Il periodo dopo il 1914 vide un massiccio trasferimento di fondi da una parte all�altra, in quanto gli investimenti francesi e britannici furono liquidati per pagare la guerra. Il trasferimento di ricchezza, nello spazio di qualche anno, non solo cancell� il debito dovuto dagli Usa all�Europa, ma trasform� gli Usa in una nazione creditrice. Nel 1914, il totale degli investimenti privati statunitensi all�estero era di 2,5 miliardi di dollari. Durante il 1919 esso era raddoppiato fino a 7 miliardi.

Nel corso della guerra, un cambiamento fondamentale ebbe luogo nel potere economico globale. Non fu possibile ripristinare il vecchio sistema di commercio globale, basato sul centro finanziario di Londra e sul gold standard. Il potere finanziario della Gran Bretagna che, in ultima analisi, aveva sostenuto il sistema anteguerra, era stato troppo seriamente indebolito.

Nel periodo immediatamente successivo alla guerra, gli Stati Uniti, sotto la leadership di Wilson e dei suoi �quaranta punti� tentarono la riorganizzazione dell�Europa. Ma gli USA si trovarono di fronte alla sfida della Rivoluzione Russa. Per ricostruire economicamente l�Europa avrebbero dovuto necessariamente spazzare via le vecchie potenze in Germania e nell�Europa Centrale. La vittoria finale, tuttavia, avrebbe potuto non essere degli USA, ma del bolscevismo. Nell�occasione, gli USA formarono un�alleanza con le vecchie potenze sulla base del Trattato di Versailles. Ma questo volle dire una severa restrizione per la vita economica dell�Europa.

Soltanto nel 1926-27 -- circa tredici anni dopo l�inizio della guerra -- la produzione in Europa raggiunse i suoi livelli anteguerra. Ma non fu toccata soltanto l�Europa. La guerra rivel� che il potere economico si era spostato dall�altro lato dell�Atlantico. Inoltre, l�entrata in guerra degli USA, e i suoi successivi tentativi di riorganizzare il vecchio continente, dimostrarono che gli USA non potevano pi� semplicemente basarsi sul proprio vasto mercato interno. L�espansione del sistema capitalistico complessivo necessitava che il capitale e i metodi produttivi americani si sviluppassero su scala internazionale. Ma ci� non era possibile in un�Europa soffocata e attraversata da confini nazionali, tariffe doganali, cartelli e altre restrizioni. Fu questo contraddittorio stato di cose che condusse alla Grande Depressione degli anni Trenta.

Negli anni Trenta, in un notevole passo della sua analisi, Leon Trotsky spiegava il conflitto che avvinceva l�economia mondiale, anticipando il futuro corso dello sviluppo: l�erompere di una nuova guerra mondiale e il ruolo che vi avrebbe giocato gli USA.

�Gli USA�, scriveva, �rappresentano il tipo pi� perfetto di sviluppo capitalistico. L�equilibrio relativo del suo mercato interno, apparentemente inesauribile, assicura agli Stati Uniti una netta preponderanza tecnica ed economica sull�Europa. Ma il suo intervento nella Guerra Mondiale � effettivamente un�espressione del fatto che il suo equilibrio interno � stato sconvolto. I cambiamenti introdotti dalla guerra nella struttura americana hanno ora reso l�entrata nell�arena mondiale una questione di vita o di morte per il capitalismo americano. C�� un�ampia evidenza che questa entrata deve assumere delle forme estremamente drammatiche.

�La legge della produttivit� del lavoro ha un significato decisivo nelle interrelazioni fra Europa e America, e in generale nel determinare la posizione futura degli USA nel mondo. La forma pi� alta che gli Yankees hanno dato alla legge della produttivit� del lavoro � chiamata nastro trasportatore, produzione standardizzata o di massa. Sembrerebbe che  il punto da cui la leva di Archimede pu� capovolgere il mondo sia stato trovato. Ma il vecchio pianeta si rifiuta di essere capovolto. Ognuno si difende contro l� altro proteggendosi attraverso muri di cinta e una siepe di baionette. Con cinque miserabili divisioni, l�affamato Giappone si impadronisce di un�intera nazione. La legge della produttivit� sembra perdere la sua forza.�

�Ma soltanto in apparenza. La legge fondamentale della storia umana deve inevitabilmente prendersi una rivincita sui fenomeni secondari e derivati. Presto o tardi il capitalismo americano deve aprirsi la strada in lungo e in largo del nostro intero pianeta. Con quali metodi? Con tutti i metodi. Un alto coefficiente di produttivit� denota anche un alto coefficiente di forza distruttiva. Sto predicando la guerra? Per nulla. Non sto predicando nulla. Sto solo tentando di analizzare la situazione mondiale e di trarre una conclusione dalle leggi del meccanismo economico� [Trotsky, �Nationalism and Economic Life,� Writings 1933-34, pp. 161-162].

La superiore produttivit� del lavoro sviluppata dal capitalismo americano non solo lo spingeva alla guerra ma assicurava la sua vittoria. Sulla base di questa vittoria gli USA stabilivano una nuova struttura economica e politica globale all�interno della quale l�intero sistema capitalistico avrebbe potuto espandersi.

 

 

 

IL SISTEMA DI BRETTON WOODS

 

Nel considerare la costruzione dell�ordine del dopoguerra -- il meccanismo finanziario e monetario messo a punto alla conferenza di Bretton Woods, New Hampshire, nel 1944 -- ci sono due punti importanti da sottolinare. Il primo � che mentre fu effettuato sotto l�egemonia degli USA, e certamente mirava a favorire il capitalismo statunitense, nondimeno era basato sul riconoscimento che i bisogni della maggiori potenze capitalistiche dovevano essere conciliati. Questo non era un �gioco a somma zero� in cui il capitalismo statunitense guadagnava alle spese delle altre potenze. Piuttosto, furono costruiti una serie di meccanismi economici e politici che assicuravano l�espansione complessiva del capitale.

Naturalmente, in ultima analisi, questo era dovuto non all�altruismo o alla larghezza di vedute degli artefici del sistema americano del dopoguerra, ma al fatto che la catena di montaggio -- il sistema produttivo standardizzato di massa o a nastro trasportatore, come lo chiamava Trotsky -- rappresentava uno sviluppo della produttivit� del lavoro. Esso assicurava un�espansione della massa di plusvalore estratto dalla classe lavoratrice, la base per l�accumulazione del capitale.

Di ancora maggiore importanza, i pianificatori statunitensi riconoscevano che il sistema produttivo americano richiedeva l�instaurazione di nuove condizioni politiche ed economiche, prima di tutto in Europa. Altrimenti il mondo sarebbe ricaduto nelle condizioni degli anni Venti e Trenta. E questa volta, la classe dominante non sarebbe riuscita a evitare una rivoluzione socialista.

Il secondo aspetto pi� importante dell�ordine del dopoguerra erano le restrizioni imposte sul capitale finanziario. Gli artefici di Bretton Woods riconoscevano che una struttura affidabile per il commercio internazionale doveva essere ricostruita. Il sistema delle barriere tariffarie e delle svalutazioni competitive, che aveva caratterizzato gli anni Venti, dovevano essere rimosse se il capitalismo mondiale voleva avere un futuro. Ma il sistema del dopoguerra non restaur� per nulla l�era pre-1914. Difatti, per contrasto, il movimento del capitale finanziario era severamente limitato in modo da non creare squilibri tra le monete, portare a barriere tariffarie o altre restrizioni, o indebolire i programmi economici dei governi nazionali.

Voglio sottolineare questi due aspetti del sistema di Bretton Woods, perch� la sua fine � centrato su di essi.

 

 

 

IL CROLLO DEL SISTEMA DEL DOPOGUERRA

 

Il crollo del sistema di regolazione del dopoguerra fu il risultato di un�interazione tra le tendenze economiche obiettive e la risposta politica degli USA e delle altre potenze imperialistiche a esse. Il mercato dell�eurodollaro gioc� un ruolo cruciale nella dismissione del sistema a cambi fissi. Esso aveva origine nel passaggio della Gran Bretagna alla piena convertibilit� nel 1958. Ma le Banche britanniche, ansiose di mantenere la loro posizione nei mercati internazionali, trovarono delle scappatoie a questi regolamenti usando il pareggio con il dollaro per eseguire dei prestiti internazionali. Pi� tardi negli anni Sessanta, quando il governo statunitense impose delle restrizioni, gli interessi finanziari americani trovarono similmente trovarono che il mercato dell�eurodollaro fosse un utile meccanismo per raggirarle.

Il sistema di Bretton Woods era fondato su una contraddizione che alla fine ne determin� il crollo. Esso era finalizzato dalla promozione dell�espansione dell�economia capitalistica, la quale dipendeva dalla crescita della liquidit� internazionale, principalmente nella forma del dollaro. Ma la crescita del bacino del dollaro significava che la garanzia in oro della moneta fosse minata. Ci� divent� un problema nel 1960 quando il flusso di dollari dagli USA aument�, in seguito ad una maggiore spesa militare e al flusso di investimenti all�economia europea in quel momento in rapida espansione. L�amministrazione statunitense impose delle restrizioni sui movimenti di capitali, con lo scopo di mantenere l�equilibrio tra l�oro e il dollaro. Ma l�esito fu soltanto quello di stimolare la crescita de mercato dell�eurodollaro.

L�ascesa di questo mercato di capitali, al di fuori del controllo della regolamentazione governativa, condusse alla stessa conseguenza contro cui avevano avvertito i fondatori del sistema di Bretton Woods: la destabilizzazione delle monete. Nel 1967 la sterlina and� sotto pressione, seguita dal dollaro nel 1968. La crisi continuava. Non soltanto gli USA a sperimentarono un deficit nella bilancia dei pagamenti, ma a partire dalla fine degli anni Sessanta la bilancia commerciale entr� in deficit.

All�interno della struttura del sistema di Bretton Woods, l�unica soluzione per gli Usa alla crescente crisi sarebbe stata di tagliare le sue spese all�estero -- prima di tutto riducendo le spese militari -- e di imporre una recessione al suo interno per tagliare le importazioni e rafforzare le esportazioni. In altre parole, continuare con il sistema di Bretton Woods avrebbe significato indebolire la posizione internazionale degli USA. Cosa che gli USA non erano certamente preparati a fare. Inoltre, imporre una recessione interna avrebbe provocata l�opposizione della classe lavoratrice, che si sarebbe aggiunta alla crisi politica relativa alla Guerra del Vietnam.

In ultima analisi, il crollo di Bretton Woods fu un riflesso della crescente internazionalizzazione dell�economia mondiale. Esso si � frantum� sotto la pressione dello sviluppo del mercato internazionale dei capitali e il movimento del capitale monetario attraverso il mondo, al di fuori del controllo del governo nazionale, inclusa l�amministrazione statunitense.

Nei termini di uno studio recente: �Ci sono pochi dubbi che la disintegrazione sistematica [del sistema di Bretton Woods] sarebbe ad un certo punto comunque accaduta. Essa richiedeva troppo in termini di coordinazione delle politiche nazionali. Le nazioni erano sempre pi� impegnate nella crescita nazionale, mentre allo stesso tempo le forze tecnologiche che guidavano la crescita economica richiedevano l�internazionalizzazione del mercato delle merci ma anche dei capitali. La crisi del sistema di Bretton Woods pu� essere vista come un caso particolare e oltremodo drammatico di scontro fra la regolazione economica nazionale e la logica dell�internazionalismo. Nelle condizioni del 1971, la rottura del sistema discese in linea retta dalle politiche degli Stati Uniti� [Harold James, International Monetary Cooperation Since Bretton Woods, p. 207].

Il contenuto essenziale di queste politiche era quello di mantenere la posizione egemonica degli Stati Uniti.

 �Parlando agli europei, [il Ministro del Tesoro americano John] Connally ha presentato la posizione americana nei seguenti termini: �Il dollaro pu� essere la nostra moneta ma � il vostro problema�. Un ascoltatore americano afferr� una versione pi� cruda: �Gli stranieri ci vogliono fregare. Il nostro compito � quello di fregarli per primi.�� [op cit, p. 210].

 �Un gruppo del sottosegretariato, generalmente conosciuto come il �Volcker Group�, in cui erano rappresentati il Tesoro, il Council of Economic Advisers [un gruppo di economisti nominati dal presidente degli USA], il Ministro degli Esteri e il consigliere per la Sicurezza Nazionale prepar� una monografia, �Basic Options in International Monetary Affairs�. Essa includeva una rassegna il passato: �Le finanze disponibili per il nostro debito hanno permesso agli Stati Uniti di effettuare delle forti spese militari oltreoceano e di intraprendere altri impegni esteri, oltre a mantenere un�effettiva flessibilit� nella politica economica nazionale�. Ma aggiungeva anche che un importante obiettivo della politica era di �liberare ... la politica estera dalle costrizioni imposte dalla debolezza del sistema finanziario�, in quanto �inappropriato ad adattare la politica la politica estera a un particolare sistema monetario. Successivamente, guardando indietro dalla prospettiva degli anni Novanta, Volcker concludeva che �i presidenti -- sicuramente Johnson e Nixon -- non volevano sentire che le loro opzioni erano limitate dalla debolezza del dollaro�. A causa di queste costrizioni, gli Stati Uniti non avrebbero potuto modificare la sostanza delle loro politiche al fine di soddisfare le richieste del sistema monetario internazionale� [op cit, pp. 210-211].

All�interno degli USA, cresceva la convinzione che per mantenere, e possibilmente anche rafforzare la posizione degli USA, bisognava abbandonare il controllo dei capitali e introdurre il principio del libero mercato all�interno del sistema finanziario internazionale. Il ragionamento dietro questo argomento era che il sistema finanziario sarebbe continuato a essere basato sul dollaro e che gli altri partecipanti avrebbe continuato ad usare il dollaro. Il vantaggio per gli USA era che la sua moneta avrebbe funzionato come moneta internazionale.

Durante l�ordinamento del dopoguerra, le potenze politiche erano abituate a regolare l�economia globale e, prima di tutto, i mercati finanziari. Ma lo stesso sviluppo delle forze produttive, creato dalla stabilizzazione del dopoguerra, fece sorgere nuove contraddizioni. La crescita delle forze produttive richiedeva lo sviluppo della finanza internazionale, il quale necessitava di una maggiore libert� di movimento del capitale finanziario, entrando cos� in conflitto con il vecchio stato di cose. In questa nuova situazione, gli USA si resero conto che avrebbero potuto mantere la loro posizione vis-�-vis dei suoi rivali soltanto demolendo il vecchio ordine.

Qui vi era contenuto, tuttavia, l�indebolimento, se non la totale distruzione, di uno dei pilastri centrali dell�equilibrio del dopoguerra. Come notammo, gli USA costruirono l�ordine del dopoguerra nel proprio interesse, mentre, allo stesso tempo, rafforzavano la posizione delle altre potenze capitalistiche. Ora il sistema monetario del dopoguerra veniva distrutto nel nome della priorit� degli interessi statunitensi contro i suoi rivali.

Una volta che il sistema dei cambi fissi fu smantellato, il genio del capitale finanziario fu, per cos� dire, fuori dalla bottiglia. Il controllo sul flusso dei capitali non poteva pi� essere mantenuto e divent� sempre pi� difficile perseguire una politica economica nazionale senza l�accordo dei mercati finanziari. L�ultimo governo a provarci fu il governo Mitterand in Francia nei primi anni Ottanta. Fu costretto ad abbandonare il tentativo di fronte alla conseguente crisi finanziaria.

 

 

 

LA SVOLTA VERSO IL MILITARISMO

 

Il crollo del sistema di Bretton Woods, agli inizi degli anni Settanta, introdusse un periodo di turbolenza economica globale che segn� un punto di svolta nell�evoluzione dell�ordine capitalistico globale. L�inflazione galoppante nel 1972-1973 fu a breve seguita da una recessione nel 1974-75, la pi� profonda, fino qual momento, nel periodo del dopoguerra. La recessione fu il risultato, o l�espresione, di cambiamenti strutturali in profondit�.

L�espansione del dopoguerra si fondava, in ultima analisi, sull�estensione dei metodi pi� produttivi del capitalismo americano alle restanti nazioni capitalistiche avanzate. In questo modo fu superato e invertito il segno del declino del tasso di profitto, che sottostava alla crisi degli anni Venti e Trenta. Ma durante la fine degli anni Sessanta, la stessa accumulazione del capitale, resa possibile dall�espansione, garant� che la tendenza del tasso di profitto a cadere cominciasse ad emergere ancora una volta. Secondo una stima, il tasso di profitto declin� di quasi il 50%, dal 22% della fine degli anni Quaranta al 12% della met� degli anin 1970.

Anche se la recessione del 1974-75 fu seguita da una ripresa, non ci fu nessun ritorno alle condizioni degli anni Sessanta. L�ultima met� degli anni Settanta fu segnata da un fenomeno conosciuto come �stagflazione� (crescente disoccupazione unita a crescente inflazione). La stagflazione significava, fra le altre cose, la fine della cosiddetta ricetta keynesiana, nella quale l�aumento delle spese governative era presumibilmente la cura per la disoccupazione. Nella nuova situazione economica, tale aumento sembrava soltanto esacerbare, piuttosto che alleviare, i crescenti problemi economici. Ci� era dovuto al fatto che essi non sorgevano da fattori temporanei o congiunturali. Invece, i problemi erano radicati nella stessa struttura del sistema produttivo.

Il regime di Carter fall� completamente nel suo sforzo di effettuare un aumento della crescita economica, portando ad una crisi ancora maggiore del dollaro statunitense, il cui valore precipit� tra il 1978 e il 1979. La crisi del dollaro divenne lo stimolo per una netta inversione di tendenza nella politica statunitense, con la nomina nel 1979 di Paul Volcker a presidente della US Federal Reserve Board [Banca centrale statunitense].

Il programma di Volcker, e quello degli interessi finanziari di cui era rappresentante, era brutalmente diretto al suo scopo. L�inflazione doveva essere scacciata fuori dal sistema attraverso tagli della massa monetaria e aumenti del tasso di interesse. Essenzialmente, il suo programma rappresentava la richiesta del capitale finanziario di una completa ristrutturazione dell�economia statunitense. Intere sezioni del capitale, che non erano competitive, dovevano essere spazzate via. L�industria doveva essere riorganizzata, sia negli USA che internazionalmente. Questo fu l�inizio della �globalizzazione�: non semplicemente l�istituzione della produzione offshore [produzione dislocata all�estero], ma la disaggregazione del processo produttivo e la produzione di componenti ad alta intensit� di lavoro in nazioni in cui il costo del lavoro era pi� basso.

Alti tassi di interesse erano gli strumenti per effettuare sia una riorganizzazione del capitale industriale che per consentire al capitale finanziario di aumentare il suo rendimento dopo che era diventato negativo negli ultimi anni Settanta.

Il programma di Volcker, che fu seguito dal governo Tory in Gran Bretagna di Margaret Thatcher, significava un�offensiva a tutto campo contro la classe operaia. L�amministrazione Reagan licenzi� 12.000 controllori aerei nel 1981 e distrusse il loro sindacato (PATCO). In Gran Bretagna, il governo Thatcher lanci� una serie di attacchi ai metalmeccanici e successivamente ai minatori.

La demolizione del programma riformista keynesiano del periodo del dopoguerra, e la sua sostituzione con il programma del libero mercato del capitale finanziario, vide una spostamento di posizione verso politiche internazionali pi� aggressive. Una delle prime espressioni di questo spostamento fu l�intervento degli USA nell�Afghanistan. Il regime di Carter, istigato dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, inizi� un programma segreto di aiuti alle forze anticomuniste dei mujaheddin islamici, con la manifesta intenzione di indebolire l�Unione Sovietica trascinandola in una guerra prolungata.

Volgendosi in maniera crescente verso il militarismo, gli USA intervennero nel Libano, invasero Grenada e sostennero la guerra delle Malvine del governo Thatcher. Verso l�Unione Sovietica ci fu una politica generale di destabilizzazione. L�amministrazione Reagan inizi� un programma di riarmo con l�intenzione di far pressione sulla burocrazia sovietica. Il bilancio militare reaganiano raggiunse il suo picco nel 1985, quando la spesa per gli armamenti super� ogni record precedente, incluso quello della guerra coreana e della guerra del Vietnam. Pressioni militari furono effettuate anche sull�Europa. Uno degli scopi del programma di collocare i missili Cruise sul continente era quello di prevenire delle relazioni pi� strette tra le potenze europee e l�USSR.

Nel 1982 esplose una crisi del debito, la quale port� ad una svolta ancora pi� importante, in quanto furono coinvolte anche le cosiddette nazioni sottosviluppate. Attraverso l�FMI, gli USA cominciarono un attacco alle politiche nazionali per lo sviluppo della varie borghesie nazionali. I nuovi programmi di �aggiustamento strutturale� richiedevano l�apertura dei mercati, il taglio delle spese statali, la svalutazione delle monete, la produzione di colture industriali per il mercato mondiale e lo smantellamento generale dei controlli e regolazioni governamentali.

Nel 1991-92, il crollo dell�Unione Sovietica cre� una nuova situazione. Intere aree del mondo, che erano state per decenni off limits per le maggiori potenze capitalistiche, erano adesso aperte. Per i circoli guida della politica estera statunitense, la questione principale da quel momento in poi era di assicurarsi che nessun�altra potenza, o gruppo di potenze, potesse avvantaggiarsi di questa situazione e quindi mettere in discussione l�egemonia globale statunitense.

Nel 1990, dopo aver appoggiato per un decennio il regime iracheno, l�amministrazione statunitense utilizz� il pretesto dell�invasione del Kuwait per instaurare il suo dominio militare nel Golfo. Cos� facendo, essa forn� una vivida dimostrazione delle sue capacit� militari a qualsiasi rivale potenziale degli USA.

Nel bombardare la Jugoslavia, l�obiettivo della guerra statunitense fu ancora pi� chiaro: rimuovere tutte le barriere alla riorganizzazione dell�economia mondiale sulla base del principio del libero mercato, assicurandosi il dominio delle corporazioni americane. Ci� fu presentato da Clinton in questi termini: �Se intendiamo avere una delle forti relazioni economiche che includono la nostra capacit� di commerciare in giro per il mondo, l�Europa per noi � basilare � Questo � quanto significano gli affari del Kossovo� O come afferma  Thomas Friedman: �La mano invisibile del mercato non funzioner� mai senza il pugno invisibile. McDonald�s non pu� prosperare senza McDonnell Douglas [il costruttore degli F15].�

 

 

 

IL CRESCENTE UNILATERALISMO

 

Ci sono importanti differenze nel modo in cui gli USA hanno condotto le tre guerre pi� importanti dell�ultimo decennio. Prima di tutto, essi hanno dimostrato una crescente tendenza verso l�unilateralismo. La guerra del Golfo fu ancora, in una certa misura, condotta all�interno dell�ordinamento delle Nazioni Unite. La guerra contro il Kossovo fu organizzata sotto gli auspici della NATO. Ma in Afghanistan gli USA hanno sostenuto fermamente di voler condurre la guerra secondo i propri termini, mentre la Gran Bretagna e altre entit�, talvolta, sono stati apertamente messi da canto.

Quale sar� la politica degli USA dopo l�Afghanistan? Fare un�altra guerra. Come ha osservato Bush: quella dell�Afghanistan � la prima guerra del XXI secolo. O, come si � espresso in un�altra occasione, l�anno 2002 sar� un anno di guerre. Ad un certo punto, questa politica porter� in conflitto gli USA con i suoi rivali.

Se consideriamo gli ultimi 25 anni -- il periodo successivo al crollo di Bretton Woods e la recessione del 1974-75 -- c��, attraverso tutte le svolte e i cambiamenti di direzione dettati dalle circostanze congiunturali, un filo ben visibile che corre lungo la politica statunitense: la sempre pi� definita asserzione dei propri interessi e l�abbandono di ogni gestione a lungo termine dell�intera economia capitalistica. In questo caso, si potrebbe menzionare il fatto che, nonostante si sia passati attraverso un decennio di tempeste finanziarie che hanno minacciato le basi stesse del sistema globale, le maggiori potenze si sono allontanate pi� che mai da ogni accordo sulla regolazione della finanza globale.

Una situazione realmente senza precedenti � emersa durante il passato decennio. Le potenze finanziarie dominanti sono diventate finanziariamente dipendenti dal resto del mondo. Alla fine della II Guerra Mondiale, gli USA erano il principale fornitore di capitali al resto del mondo. Adesso essi dipendono dal resto del mondo, in quanto richiedono un afflusso di 1 miliardo di dollari al giorno soltanto per restare solventi. Ancora, ad un certo punto, questo far� sorgere dei conflitti con le altre potenze.

Gli USA hanno stipulato una sorta di patto faustiano. Negli anni Settanta, essi decisero di mettere da parte la disciplina del sistema di Bretton Woods e fecero pressione per il libero mercato al fine di mantenere la propria egemonia sui propri rivali in Giappone ed Europa. Questo � bastato per mantenere il dominio relativo degli USA. Ma, allo stesso tempo, gli USA sono diventati soggetti ad un�altra potente forza, il mercato finanziario mondiale, il quale � cresciuto al di l� del controllo degli USA o di qualsiasi altro gruppo di potenze capitalistiche. In altre parole, gli USA, nello sforzo di mantenere la propria egemonia, sono diventati soggetti a tutte le contraddizioni dell�economia globale capitalistica. Questo dar� luogo a rapidi e convulsi rivolgimenti economici e soprattutto politici nel prossimo periodo.

 

 

 

LA PROSPETTIVA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALISTA MONDIALE

 

In conclusione, vorrei sottolineare due punti. Primo, l�erompere del militarismo statunitense non � l�espressione della forza dell�imperialismo statunitense, ma piuttosto della sua profonda decadenza e degenerazione. Ci� lo abbiamo documentati in termini di fatti e cifre.

Tale decadenza gioco un ruolo nella psicologia di massa e nello sviluppo della consapevolezza politica. Proprio quando cercava di conquistare consenso sulla base del suo programma di guerra, la stessa decadenza che ha fatto sorgere il militarismo si � manifestata nello scandalo Enron. Questa crisi rivela che la base sociale dell�amministrazione Bush � una banda di ladri e imbroglioni. E ci� ha implicazioni di vasta portata, perch� Enron non � un caso eccezionale. E� un simbolo della cosiddetta �new economy�, la cui attivit� principale si � rivelata essere le pi� dubbie pratiche finanziarie, finalizzata al tentativo di elevare il valore degli azionisti, e a rendere possibili saccheggi finanziari in massa.

La secondo questione si riferisce alla nostra prospettiva. La nostra strategia � la rivoluzione mondiale socialista mondiale. E� necessario considerare, e forse riconsiderare, cosa ci� significa. Il pericolo � che la rivoluzione socialista mondiale sia considerata come una sorta di somma quantitativa di varie rivoluzioni nazionali. Affermare che la nostra strategia � la rivoluzione socialista mondiale significa che avanziamo la prospettiva del socialismo mondiale -- l�unificazione internazionale della classe lavoratrice; un�autentica pianificazione internazionale conforme alle leggi della ragione, non dell�anarchia del mercato; una propriet� sociale che renda possibile un autentico controllo democratico delle forze produttive -- quale risposta concreta ai crescenti pericoli della guerra imperialistica e al rischio di piombare nel caos economico, risultanti dall�approfondirsi delle contraddizioni dell�economia capitalistica mondiale.

Nel suo famoso pamphlet La guerra e l�Internazionale, Trotsky scriveva: �L�unico modo in cui il proletariato pu� affrontare le difficolt� dell�imperialismo � opponendogli quale ordine del giorno pratico l�organizzazione socialista dell�economia mondiale�. Ci� si applica con ancora maggiore efficacia oggi.

Ma qual�� la prospettiva? La Quarta Internazionale � basata sulla comprensione che la sua prospettiva � l�espressione consapevole delle obiettive tendenze di sviluppo: l�approfondirsi del conflitto tra l�economia mondiale e il sistema degli stati-nazione. E� stato questo conflitto che ha causato il crollo dell�Unione Sovietica e adesso trova espressione nella lotta globale per le risorse e il crescente pericolo di guerre.

Ma tale consapevolezza � capace da sola di aprire la strada alla consapevolezza della classe lavoratrice. A tale questione non si pu� rispondere al di fuori del ruolo che giochiamo come parte della situazione obiettiva.

Come dice Marx: �La questione se al pensiero umano appartenga una verit� oggettiva non � una questione teorica, ma pratica. E' nell'attivit� pratica che l'uomo deve dimostrare la verit�, cio� la realt� e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realt� o non-realt� di un pensiero che si isoli dalla pratica � una questione puramente scolastica.�

Tali acute osservazioni metodologiche e filosofiche sono state provate sia dagli sviluppi della fisica moderna -- dove � semplicemente impossibile determinare lo stato di un sistema al di fuori dell�intervento attivo su di esso -- e della sfera della politica.

La prospettiva della rivoluzione socialista pu� conquistarsi un supporto di massa nella classe lavoratrice. In quali condizioni? L�erompere degli antagonismi imperialisti e, infine, della guerra, associati alla prima epoca della globalizzazione dal 1870 al 1913, e il periodo di profondi squilibri che seguirono. La nostra prospettiva, nella seconda epoca della globalizzazione, � basata su queste esperienze storiche.

 

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ed. originale

La crisi economica mondiale: 
1991-2001  

Nick Beams

                       

Dieci anni fa, appena dopo il crollo dell�Unione Sovietica e dei regimi stalinisti dell�Europa dell�Est, l�International Committee of the Fourth International (ICFI) [Comitato Internazionale della Quarta Internazionale] pose la seguente questione: la fine di questi regimi ha creato le condizioni per un nuovo equilibrio capitalista, oppure � l�inizio di un processo che sta destabilizzando la l�intero capitalismo mondiale?

Da queste due risposte provengono due prospettive molto differenti. Se il collasso dell�Unione Sovietica vuol dire che il capitalismo ha stipulato, per cos� dire, una polizza a vita allora dovremmo dire che mentre il socialismo potrebbe non essere morto, la prospettiva di una rivoluzione socialista dovrebbe essere rinviata a un punto indefinito del futuro.

Noi sosteniamo, al contrario, che la fine dell�USSR � in ultima analisi l�espressione di ampi cambiamenti nell�economia mondiale; cambiamenti che stanno indebolendo la struttura politica sulla quale la stabilit� del dominio borghese si � fondata. La globalizzazione della produzione, insieme agli sviluppi tecnologici di vasta portata basati sui microchip, hanno reso la prospettiva economica nazionale dello stalinismo, riassunta nel programma del �socialismo in una sola nazione�, completamente inattuabile.

Ma il crollo dei regimi stalinisti � stata solo l�espressione iniziale dell�erompere, ancora una volta, delle contraddizioni tra lo sviluppo dell�economia mondiale -- l�espansione globale delle forze produttive sviluppate dal capitalismo -- e il sistema degli stati nazione su cui si fonda il dominio della borghesia. La riapparizione di queste contraddizioni, lo ripetiamo, ha implicazioni politiche ed economiche di vasta portata.

Il lavoro teorico e politico dell�International Committee durante il passato decennio si � incentrato principalmente sulle implicazioni di questo nuovo stadio dello sviluppo storico del capitalismo e, sulla base di queste analisi, nell�effettuare i necessari cambiamenti sotto la forma del nostro lavoro.

Fin dall�inizio ravvisammo che il crollo dei regimi stalinisti -- la pi� grande e la pi� potente burocrazia del movimento operaio -- aveva implicazioni di vasta portata per l�evoluzione delle burocrazie del movimento operaio in tutte le maggiori nazioni capitaliste. La trasformazione dei sindacati e dei partiti socialdemocratici e laburisti � stata, lo ripetiamo, non semplicemente il risultato del tradimenti dei suoi vari leader, ma un prodotto organico della loro stessa struttura. Essa fu la reazione di organizzazioni centrate sul contesto nazionale alla nuova situazione risultante dalla globalizzazione della produzione.

La globalizzazione della produzione, inoltre, richiede che venga riesaminata e rielaborata criticamente la prospettiva dell�autodeterminazione nazionale. Mentre questa esigenza ha avuto storicamente una contenuto progressivo nelle epoche precedenti, fintantoch� diretta contro l�imperialismo, i vasti cambiamenti nell�economia mondiale indicano che adesso non � pi� valida. L��autodeterminazione� � diventata adesso la richiesta delle varie sezioni della borghesia e piccola borghesia nazionali al fine di stabilire un proprio rapporto con il capitale globale.

Le analisi dell�International Committee sviluppate in opposizione alle varie tendenze radicali piccolo-borghesi, le quali sostengono fermamemente che la globalizzazione non � nient�altro che una campagna propagandistica condotta delle �lites dominanti e che lo stato-nazione � ancora solido cos� come la prospettiva politica fondata su di esso. L�attacco della Spartacist League alle nostre analisi nel 1994 riassumeva la vedute di tutti coloro la cui prospettiva politica � basata, in ultima analisi, nel fare pressione sullo stato nazionale.

Se, come sostengono i radicali, lo stato nazionale non � stato indebolito dallo sviluppo globale delle forze produttive, e se rimane, come loro affermano, l�entit� politica ed economica preminente, allora l�intera prospettiva politica del marxismo non pu� essere altro che un�ideale morale o etico. La prospettiva socialista � basata sull�abolizione dello stato nazionale e della propriet� privata � diventa una semplice utopia.

Questa � la pi� importante questione politica sollevata dal movimento di protesta contro la globalizzazione. In seguito alle dimostrazioni di Seattle nel 1999, spiegammo che deve essere fatta una distinzione tra globalizzazione delle forze produttive -- uno sviluppo del tutto progressivo e la base, in ultima analisi, per l�instaurazione del socialismo mondiale -- e il capitalismo globale, il superato e reazionario sistema, basato sulla propriet� privata e sullo stato nazionale, all�interno del quale le forze produttive sono state costrette. Questa distinzione fu il nocciolo della nostra polemica con il Prof. Michel Chossudovsky due anni fa.

Sulla base di questa analisi, l�ICFI ha intrapreso dei cambiamenti importanti: nel 1995-96 la trasformazione della nostra lega in partito e nel 1998 il lancio del World Socialist Web Site.

Possiamo adesso porre la questione: la nostra prospettiva ha superato il test degli eventi? In altre parole � stato possibile per il capitalismo stabilire un nuovo equilibrio internazionale su cui basare una ulteriore espansione internazionale? Le tendenze di sviluppo nella situazione attuale sono rivolte verse questa eventualit� nel futuro? Le tempeste e le tensioni del passato decennio sono soltanto le doglie del parto di un nuovo ordine internazionale stabile? O, al contrario, esse rappresentano l�approfondimento dello squilibrio manifestatosi con il crollo dell�USSR? In questa conferenza, cercher� di considerare e di rispondere a tali questioni.

 

 

 

TRE GUERRE STATUNITENSI

 

Ci sono sue rilevanti aspetto dell�economia politica del passato decennio: lo scoppio di tre guerre condotte dall�imperialismo statunitense e la crescente turbolenza all�interno del sistema finanziario internazionale. La guerra del Golfo del 1990-91 fu seguita dalla guerra contro la Serbia e ora la guerra contro l�Afghanistan, mentre Bush promette che il 2002 sar� un �anno di guerra�. Appena entrati nel 2002 siamo stati testimoni dalla pi� seria recessione globale dell�ultimo quarto di secolo, e forse dell�intero periodo del dopoguerra.

La coincidenza della guerra del Golfo del 1990-91 con la disintegrazione e il crollo finale dell�Unione Sovietica non fu accidentale. Essi furono due aspetti dello stesso processo: la rottura dell�equilibrio capitalista del dopoguerra. La posizione degli USA, come notammo allora, fu altamente contraddittoria. Nello stesso momento in cui proclamavano la propria vittoria sull�USSR, gli USA furono impegnati a combattere per mantenere l� egemonia sui propri rivali. Il manifesto dell�ICFI del 1991, Oppose Imperialist War and Colonialism [Opporsi alla guerra imperialista e al colonialismo], osservava, �la spinta dell�imperialismo americano verso la restaurazione delle proprie posizioni di dominio mondiale costituisce l�elemento pi� esplosivo della politica mondiale�. Molto pi� importante della �liberazione� del Kuwait fu l�opportunit� per gli USA di fornire una dimostrazione della loro potenza militare.

La dichiarazione dell�ICFI, World power, oil and gold, metteva in luce che le radici della guerra statunitense contro la Jugoslavia erano nella lotta da parte della maggiore potenza capitalistica per reintegrare i territori dell�ex-USSR e appropriarsi delle sue risorse.

 �Le pi� grandi riserve di petrolio inutilizzate del mondo sono localizzate nell�ex Repubbliche Sovietiche confinanti con il Mar Caspio (Azerbaijan, Kazakhstan, Turkmenistan). Queste risorse sono adesso divise tra le maggiori nazioni capitalistiche. Questo � il carburante che sta alimentando il rinnovato militarismo e che condurr� ad una nuova guerra di conquista da parte delle potenze imperialiste contro gli oppositori locali, cos� come a sempre maggiori conflitti tra gli imperialisti stessi.

Questa � la chiave per comprendere la bellicosit� della politica estera statunitense durante il passato decennio. Il bombardamento della Jugoslavia � l�ultima di una serie di guerre di aggressione che hanno attraversato il globo. Sebbene abbiano una certa motivazione regionale, queste guerre sono state la risposta statunitense alla sfida e alle opportunit� aperte dalla fine dell�USSR. Washington vede la propria potenza militare come una carta di briscola da impiegare per prevalere sui propri rivali nella prossima lotta per le risorse�.

L�analisi dell�ICFI anticipava l�attuale guerra in Afghanistan, la quale � stata preparate ben prima dei fatti dell�11 settembre. L�attacco terroristico ha fornito il pretesto per il governo statunitense per mettere in atto dei piani militari stabiliti da tempo.

La posizione globale degli USA � stata l�oggetto di molte discussioni durante il passato decennio. Nel 1992, per esempio, documenti trapelati dal Pentagono spiegavano che la questione chiave per gli politica estera statunitense era la conservazione dell�egemonia globale statunitense.

Nel 1997, il consigliere per la Sicurezza nazionale Zbigniew Brzezinski espose chiaramente la sua posizione:

�L�ultimo decennio del ventesimo secolo ha visto un spostamento teutonico nelle questioni mondiali � La disfatta e il crollo dell�Unione Sovietica � stato il passo finale della rapida ascensione della potenza dell�Emisfero occidentale, gli Stati Uniti, come la sola, e in realt�, la prima potenza veramente globale.
Ma come pu� questa supremazia essere mantenuta? Secondo Brzezinski �il problema di come un�America impegnata globalmente pu� far fronte alle complesse relazioni di potere euroasiatiche -- e in particolare come pu� prevenire l�emergere di una potenza dominante e antagonistica euroasiatica -- resta centrale per la capacit� americana di esercitare la supremazia globale� (Brzezinski, The Grand Chessboard, pp xiii-xiv).

Brzezinski dedica un capitolo del suo libro a ci� che chiama i �Balcani euroasiatici�, i quali comprendono, grosso modo, la nazioni che confinano con il Mar Caspio e quelle limitrofe

�I Balcani tradizionali rappresentano una posta geopolitica nella lotta per la supremazia europea. I Balcani euroasiatici, al centro dell�inevitabile emergere di una rete di trasporti diretta a collegare pi� direttamente le estremit� occidentali e orientali pi� ricche e pi� industriose, � rilevante anche dal punto di vista geopolitico. Inoltre, esse sono importanti dal punto di vista della sicurezza e delle storiche ambizioni per almeno tre dei loro pi� immediati e potenti vicini, cio� Russia, Turchia, Iran, mentre la Cina segnala un crescente interesse verso la regione. Ma i Balcani euroasiatici sono infinitamente pi� importanti come potenziale posta economica: un�enorme concentrazione di gas naturale e di petrolio � situata nella regione, oltre a importanti minerali, incluso l�oro� (p. 124).

Brzezinski sottolinea l�incompatibilit� tra la ricerca del potere globale e la democrazia. �L�America � troppo democratica al suo interno per essere autocratica all�estero. Questo limita l�uso della potenza americana, specialmente la sua capacit� di intimidazione militare. Mai precedentemente una democrazia populista ha raggiunto la supremazia internazionale. Il perseguimento del potere non � un obiettivo che suscita le passioni popolari, eccetto che in condizioni di improvvisa minaccia al senso pubblico dell�interesse nazionale� (p. 36)

Difficilmente si potrebbe esporre pi� succintamente il ruolo sia degli eventi dell�11 settembre e le forze dietro agli attacchi ai diritti democratici all�interno degli stessi Stati Uniti.

Un articolo del Sydney Morning Herald del 7 gennaio, ristampato da LA Times e Reuters, sottolinea il rafforzamento delle forze statunitense lungo il passato decennio:

�Dietro un velo di accordi segreti, gli Stati Uniti stanno creando una catena di nuove e ampliate basi militari che circondano l�Afghanistan e rafforzano la propria capacit� di colpire bersagli in gran parte del mondo mussulmano. Dall�11 settembre in poi, dicono fonti del Pentagono, tendopoli militari sono spuntate in 13 localit� delle nove nazioni confinanti con l�Afghanistan, le quali sostanzialmente estendono la rete di basi nella regione. Dalla Bulgaria all�Uzbekistan fino a Turchia, Kuwait e oltre, pi� di 60.000 unit� di personale militare statunitense stazionano nelle dette basi�

Dopo la guerra contro l�Iraq, nota l�articolo, gli Usa hanno costruito una rete di basi in sei stati del Golfo Persico. Dall�11 settembre in poi, gli Usa hanno stabilito dei nuovi accordi per lo stazionamento di truppe con Kyrgyzstan, Pakistan, Tajikistan and Uzbekistan.

Mentre gli eventi dell�11 settembre sicuramente introdurrano dei netti cambiamenti nella situazione politica, se non fossero accaduti, la guerra in Afghanistan sarebbe nondimeno stata lanciata in un�altra occasione favorevole.

   

 

UN PECULIARE CICLO DI CRESCITA DECENNALE  

 

Per quanto riguarda la situazione economica, la recessione statunitense e mondiale � iniziata ben prima dell�11 settembre. E, come gli eventi militari, sono il risultato di processi che si sono dispiegati attraverso il decennio.

Nel novembre dell�anno scorso, il NBER (National Bureau of Economic Research; Ufficio Nazionale per le Ricerche Economiche) annunciava, sulla base di una serie di statistiche, inclusi i dati sull�occupazione, che l�economia statunitense era entrata in recessione. Secondo il NBER, la recessione era iniziata a marzo, esattamente dieci anni dopo la fine dell�ultima recessione nel 1990-91.

Vale la pena di esaminare pi� da vicino questo ciclo. In primo luogo, esso rappresenta il pi� lungo periodo di espansione dell�economia statunitense senza recessione. Neanche nel boom del dopoguerra degli anni Cinquanta e Sessanta vi � stato un periodo cos� lungo di crescita economica continua. Ma questi particolari dieci anni di crescita hanno alcuni aspetti peculiari.

Come notava il Financial Times dell�1 novembre, lungi dall�essere l�alba della �new economy� il ciclo degli anni Novanta si raffronta piuttosto sfavorevolmente con i precedenti periodi. Mentre il tasso di crescita complessivo � stato del 3.1 all�anno, il tasso pro-capite � stato di circa un punto percentuale pi� basso.

�Storicamente, l�ultimo ciclo non � stato per nulla eccezionale. Il tasso di crescita degli anni Novanta ha superato soltanto quello fiacco dei tardi anni Settanta: nel ciclo economico tra il 1973 e il 1980 gli Usa raggiungevano la crescita media del 2,9%. Essa era pi� lenta del ciclo degli anni Ottanta. E paragonata al record del 4,4% di crescita media degli anni Sessanta, la recente  crescita � stata di scarso valore. Il giudizio convenzionale che gli anni Novanta sono stati eccezionali � sorto perch� il saggio di crescita si � opposto ai trend precedenti. Recentemente, si � spesso dimenticato che i primi anni Novanta sono stati caratterizzati come �crescita senza lavoro� (Financial Times,1 novembre 2001).

Un altro studio del ciclo degli anni Novanta nota: �Perfino la pi� frettolosa rassegna dei dati mostra che la �new economy� � stata per la maggior parte una trovata pubblicitaria. Per l�intero ciclo economico la media del 3,1 di crescita del PIL � stata pi� bassa che negli anni Cinquanta e Sessanta, e leggermente al di sopra dell�andamento degli anni Settanta� (Dean Baker, The New Economy Goes Bust: What the Record Shows, Center for Economic Policy Research briefing paper).

E per quanto riguarda l�insieme dell�economia mondiale? Se esaminiamo le nazioni del G7 troviamo che soltanto gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno sperimentato dei pi� alti tassi di crescita rispetto al periodo 1983-93. Mentre tutte le nazioni del G7 cadono ben al di sotto del tasso di crescita sperimentato nel periodo 1964-73.

 

 

 

CRESCITA NEI G7

 

Crescita annuale nei paesi del G7

   

 1964-73

 1983-93

 1993-98

 Canada

 5.6

 2.8

 2.5

 Francia

 5.3

 2.3

 1.7

 Germania

 4.5

 2.9

 1.5

 Italia

 5.0

 2.4

 1.3

Giappone 

 9.6

 4.0

 0.8

 Gran Bretagna

 3.3

 2.3

 2.7

 USA

 4.0

 2.9

 3.0

 

 (Tabella da Eatwell and Taylor, Global Finance at Risk, Polity Press, 2000, p. 107)

Per quanto riguarda il livello di vita, il 20% pi� ricco del mondo riceve l�86% del prodotto lordo mondiale. Il 20% pi� povero riceve solo l�1%, e il 60% intermedio soltanto il 13%. Le duecento persone pi� ricche del mondo hanno visto le loro entrate raddoppiare tra il 1994 e il 1998 fino ad oltre 3 mila di miliardi di dollari. Le tre persone pi� ricche del mondo hanno ricchezze maggiori dei rendimenti sommati delle 48 nazioni pi� povere. Secondo il World Development Report  delle Nazioni Unite del 1999, basterebbero 40 miliardi di dollari per estendere le cure sanitarie di base e l�alimentazione, l�educazione di base, la purificazione dell�acqua, la pianificazione delle nascite all�intera popolazione mondiale. Un contributo annuale dell�1% della ricchezza di due delle persone pi� ricche potrebbe fornire l�accesso universale all�educazione primaria e il 5% sarebbe sufficiente a pagare tutti gli altri servizi sociali basilari.

Un studio recente osserva che: �Nel 1998-99, con il prodotto lordo mondiale pro-capite in crescita a un tasso del 1,5-1,8%, pi� di 8 nazioni hanno un reddito pro-capite pi� basso di dieci anni fa, e almeno 55 nazioni hanno avuto un consistente declino del reddito pro-capite. Il divario tra il reddito di un quinto della popolazione mondiale che vive nelle nazioni pi� ricche e un quinto di quelle pi� povere era di 74 a 1 nel 1997, superiore al 60 a 1 del 1990 e al 30 a 1 del 1960. Le disuguaglianze di reddito sono cresciute nettamente anche all�interno delle nazioni ricche -- particolarmente negli Stati Uniti e nella Gran Bretagna -- e il povero �globale� � ora povero come o pi� di quanto lo era nel 1820� (Heikki Patom�ki, Democratising Globalisation, Zed Books, 2001, p. 100).

Ritornando all�economia statunitense, c�� un�area che ha superato tutti i precedenti decenni: la crescita del debito, particolarmente il debito estero.

Alla fine del 2000, il debito netto statunitense verso il resto del mondo era 219.000 miliardi di dollari. Alla fine del 2001, il debito netto ammontava all�incirca a 260.000 miliardi di dollari. Ci� rappresenta qualcosa come il 22% del PIL, superiore al 16,4% del 1999 e 9 punti percentuale pi� alto del 12,9% registrato nel 1997. Ci� vuol dire che gli Usa adesso assorbono circa due terzi del risparmio mondiale. In altri termini, gli USA sono diventati un gigantesco aspirapolvere che aspira capitali dal resto del mondo. E questo creer� delle crescenti tensioni economiche, perch� il capitale aspirato negli USA non pu� essere impiegato in altre aree del mondo per la crescita economica.

Queste sono cifre davvero sorprendenti, se viste nel contesto dello sviluppo storico del capitalismo statunitense. Gli Usa dapprima divennero una nazione creditrice nel 1917, quando gli investimenti britannici furono liquidati per pagare la guerra contro la Germania e  le banche e le agenzie finanziarie statunitensi approfittarono della indebitamento di guerra delle nazioni europee. Gli Usa hanno continuato ad essere una nazione creditrice fino ai tardi anni Ottanta. Ora, nello spazio di poco pi� di un decennio, sono diventati la pi� grande nazione debitrice del mondo. Passiamo in rassegna alcuni indici di questa trasformazione. Dal 1983 al 1990 il debito totale degli Usa verso i settori non finanziari � raddoppiato da 536.000 miliardi di dollari a 1.085.000 miliardi di dollari. Esso � salito, negli anni Novanta, del 62%, da 1.131.000 miliardi di dollari 1.826.000 miliardi alla fine del 2000. Dal 1992 in poi ogni l�afflusso di investimenti esteri negli Usa hanno contribuito per pi� del 10% dei fondi totali che rifornito il mercato del credito statunitense.

Anche il debito interno � in aumento. Secondo il Federal Reserve Flow of Funds, il rapporto tra il debito totale in circolazione e il reddito disponibile � salito dall�87% del 1990 a pi� del 101% alla fine del 2000. Il totale del pagamento degli interessi sul debito ha raggiunto il record del 14% del reddito disponibile. L�impatto della crescita dell�indebitamento pu� essere visto nelle cifre della spesa per il consumo nell�economia statunitense. La quota dei consumi del PIL � salita di 2,6 punti percentuale dal 1989 al 2000. Ci� � associato con il declino della quota del tasso di risparmio di approssimativamente 7 punti percentuale dal livello del 1989. Tale quota di risparmi � diventata negativa qualche anno fa.

Il passato periodo � stato caratterizzato anche dall�incremento del disavanzo commerciale statunitense, che ha ora raggiunto circa il 4% del PIL. Gli Usa, al momento, hanno bisogno di un afflusso di provenienza estera di 1.000 miliardi di dollari ogni giorno per finanziare il deficit della bilancia di pagamenti.

Il livello della finanza internazionale � cresciuto non meno rapidamente durante il passato decennio e mezzo. Il mercato dei titoli era fermo a circa 1.000 miliardi di dollari nel 1970. Durante il 1980 esso � raddoppiato a 2.000 miliardi. Successivamente ha avuto luogo un netto incremento: � balzato a 12.000 miliardi nel 1990, a pi� di 20.000 miliardi nel 1995 e a circa 25.000 miliardi nel 1998.

Durante i tardi anni Novanta, il volume del commercio estero 1.000 miliardi di dollari al giorno. Ci� rappresentava un aumento moltiplicato per 8 dal 1986. Per contrasto, il volume globale delle esportazioni, per quanto riguarda il 1997, � stato di 6.600 mila miliardi (25 miliardi al giorno).

L�importo dei fondi di investimento si � allo stesso modo esteso. Durante la met� degli anni Novanta, i fondi comuni e i fondi pensione ammontavano a 20.000 miliardi di dollari, cio� 10 volte la somma degli anni Ottanta. Similmente, c�� stato un ampio incremento del volume dei fondi investimento durante gli anni Novanta. Secondo i dati compilati dall�Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), il valore dei beni finanziari posseduti da tutti gli investitori istituzionali negli stati membri, comprese le principali compagnie di assicurazione, fondi pensione e societ� d�investimento, � aumentato di 9.800 mila miliardi di dollari o del 75% tra il 1990 e il 1995. La crescita annuale di 1.960.000 mila miliardi di dollari � uguale a a circa il 10% del totale del reddito nazionale delle nazioni dell�OECD durante questo periodo.

Se confrontiamo la crescita del capitale finanziario con le cifre della crescita economica degli Usa e dell�economia capitalistica mondiale, allora uno dei pi� importanti aspetti del ciclo economico degli anni Novanta comincia a emergere. Esso � la crescente divergenza tra il capitale fittizio da un lato e la crescita del PIL dall�altro.

Il significato di questa divergenza risiede nel fatto che il capitale fittizio rappresenta la rivindicazione di un diritto sul plusvalore estratto dalla classe lavoratrice. Indubbiamente, sezioni del capitale finanziario possono assicurarsi un profitto attraverso operazioni puramente finanziarie, e questo processo pu� andare avanti per un considerevole periodo di tempo, fin quando capitali addizionali continuano ad affluire nel mercato. Ma a un certo punto, il capitale finanziario deve appropriarsi di una certa parte del surplus ottenuto dalla classe lavoratrice. In altre parole, per assicurare la stabilit� del sistema, l�economia reale deve espandersi abbastanza velocemente per far fronte alle richieste del capitale fittizio.

Tuttavia, ci� che ora sta accadendo � il contrario. Piuttosto che una crescita dell�economia reale che fornisca sufficienti profitti per far fronte alle rivendicazioni del capitale fittizio, troviamo che le corporazioni sono diventate sempre pi� dipendenti dalle operazioni finanziarie per mantenere i loro profitti.

Uno studio di questo processo osserva: �una parte crescente dei ricavi totali sugli investimenti dall�inizio del 1980 � risultata dai profitti sul capitale (un apprezzamento nel mercato valori dei titoli in questione) piuttosto che dagli utili (dividendi o interessi pi� profitti reinvestiti) . Ci� suggerisce chiaramente che l�aumento del valore � stato spinto maggiormente dall�accresciuto flusso di fondi nel mercato e che i prezzi continueranno ad essere spinti all�ins� -- presupponendo il mantenimento (o il ripristino) di condizioni economiche favorevoli -- che dalle entrate effettive prodotte dai titoli� (Harry Shutt, The Trouble With Capitalism, p. 124).

La struttura finanziaria del capitalismo mondiale durante gli anni Novanta rassomiglia sempre di pi� a una piramide capovolta: una crescente massa di capitale fittizio poggiante su di una proporzionalmente molto pi� piccola massa di plusvalore. Come una piramide capovolta, una tale struttura finanziaria � fondamentalmente instabile.

In questo caso, tuttavia, non � la forza di gravit� che causa lo sbilanciamento, ma la spinta al profitto, la quale vede i fondi muoversi rapidamente da un mercato all�altro. � qui l�origine delle tempeste finanziarie che sono diventate cos� caratteristiche dell�economia capitalistica mondiale durante il passato decennio.

Il crollo della borsa del 1987 introdusse gli anni Novanta. Pur avendo origine a Wall Street, esso fu, in ogni senso, un fenomeno globale. I conflitti tra governo e autorit� finanziarie statunitensi e i banchieri tedeschi rispetto a i tassi di interesse indusse il timore riguardo a una rapida caduta del valore del dollaro, che ebbe come risultato un ritiro di fondi dal sistema finanziario statunitense.

Soltanto attraverso un massiccio intervento da parte dell�US Federal Reserve Board e le altre banche centrali fu evitata una crisi finanziaria globale. Queste istituzioni immisero una grande quantit� di liquidit� nel sistema finanziario globale. Ma, secondo un esempio che dovr� ripetersi durante il decennio, le stesse misure usate per combattere la crisi crearono le condizioni per il presentarsi di problemi ancora pi� seri. In questo caso, l�immissione di liquidit� aiut� a gonfiare ulteriormente la gi� in crescita bolla finanziaria giapponese.

La bolla giapponese ha origine nell�accordo di Plaza del settembre 1985, con il quale le banche centrali si accordarono per rivalutare le maggiori monete centrali contro il dollaro statunitense. La svalutazione del dollaro e la rivalutazione dello yen ebbe due conseguenze immediate. Primo, le esportazioni giapponesi diventarono pi� costose, portando a uno spostamento della produzione giapponese verso la regione dell�Est asiatico, dove le monete erano allineate al dollaro svalutato. Secondo, i beni giapponesi furono rivalutati, portando ad un aumento del valore dei beni immobili, e ad un�ascesa senza precedenti della borsa di Tokio. In conclusione, alla fine del 1989, l�indice Nikkei  raggiunse gli oltre 40.000 (� circa 13.000 oggi). Ma la bolla non poteva andare avanti indefinitamente. Il suo crollo all�inizio degli anni Novanta condusse il Giappone ad una deflazione del debito da cui non si � ancora ripreso.

Infatti, questo � stato uno degli aspetti centrali degli anni novanta: l�incapacit� della seconda pi� grande economia mondiale di sfuggire al circolo vizioso messosi in moto negli ultimi anni Ottanta. La caduta del prezzo dei beni immobili e dei titoli condusse ad un aumento dei prestiti non restituiti alla scadenza sul registro delle banche giapponesi e a un�erosione del loro capitale di base. Ci�, a sua volta, condusse a tagli sui prestiti e investimenti e al crollo delle istituzioni finanziarie. La conseguente depressione ha visto ulteriori tagli nel valori dei titoli e delle propriet�, affrettando un ulteriore indebolimento della condizioni delle banche e cos� via.

 

 

 

DAL CROLLO DELLO SME ALLA BOLLA FINANZIARIA STATUNITENSE

 

La prima e pi� importante crisi degli anni Novanta fu il crollo del Sistema Monetario Europeo (SME) nel 1992. La sterlina inglese -- sottoposta all�attacco massiccio degli hedge funds -- fu ritirata dallo SME, mentre il sistema bancario scandinavo si trov� improvvisamente a far fronte ad un tasso d�interesse superiore al 100%.

Ci� fu seguito, alla fine del 1994, dal crollo del peso messicano e successivo �salvataggio� messicano organizzato dall�amministrazione Clinton all�inizio del 1995. Il �salvataggio messicano� � un termine alquanto improprio. Esso dovrebbe, forse pi� accuratamente, essere descritto come il salvataggio degli interessi finanziari statunitensi che avevano investito nelle obbligazioni messicane.

Non appena fu eseguito il salvataggio si svilupp� un�altra crisi. L�accordo di Plaza del 1985 puntava all�abbassamento del valore del dollaro e al rafforzamento delle esportazioni americane. Nei ultimi anni Ottanta e nella prima met� dei Novanta  la crescita delle esportazioni � stata la causa della crescita di circa un terzo del PIL statunitense. Ma il dollaro svalutato metteva in forte tensione il sistema finanziario internazionale e faceva sorgere una crisi nelle relazioni Usa-Giappone.

Durante l�aprile del 1995, il dollaro statunitense piomb� a un record di ribasso di 79 yen per dollaro. Lo yen era cresciuto di oltre il 60% rispetto al dollaro, paragonato al livello di inizio 1991, e del 30% paragonato al livello di inizio 1994. Ma l�aumento del valore dello yen stava devastando l�economia giapponese dipendente dalle esportazioni. Con lo yen a questi livelli, le ditte esportatrici giapponesi non potevano neanche coprire i costi di produzione, per non parlare di guadagni o profitti sulla vendita nei mercati internazionali. L�amministrazione Clinton, a dispetto del fatto che aveva perseguito una politica estremamente aggressiva verso il Giappone, non poteva ignorare l�impatto dello yen in ascesa contro il dollaro in discesa. Per gli Usa, il pericolo era che se la continua caduta del dollaro dava inizio a una crisi finanziaria in Giappone, i capitali giapponesi avrebbero potuto rapidamente ritirarsi dai mercati finanziari statunitensi, dando inizio ad un aumento dei tassi di interesse, facendo precipitare l�economia statunitense nella recessione. Questo era proprio il periodo in cui essa si era appena ripresa dalla recessione del 1990-91 e da diversi anni di crescita molto bassa. 

Nell�aprile del 1995, fu fatto un accordo per guidare al ribasso il valore dello yen e innalzare quello del dollaro  (una sorta di accordo di Plaza al contrario). Ma questo accordo, che evit� un�immediata crisi dollaro-yen, doveva avere conseguenze a lungo termine. L�ascesa del dollaro mise in moto una bolla finanziaria statunitense che � continuata fino ad aprile 2000. L�aumento del valore del dollaro e dei beni statunitensi ebbe come risultato un flusso di liquidit� negli USA dal resto del mondo. Nel 1995 il resto del mondo compr� obbligazioni del governo statunitense per un valore di 197,2 miliardi dollari, corrispondenti a due volte e mezzo la media dei precedenti quattro anni. Nel 1996 la cifra fu  312 miliardi di dollari, e nel 1997 189,6 miliardi. Complessivamente, un totale di pi� di 500 miliardi in appena tre anni!

Vi fu un immediato impatto sul mercato azionario. L�indice S&P 500 (standard & poor�s), che era cresciuto soltanto del 2 nel 1994, sal� del 17,6% nel 1995 e di un ulteriore 23% nel 1996. Nel dicembre di questo anno, Greenspan lancio l�avvertimento dell��irrazionale esuberanza�. Nel 1997, l�indice S&p sal� di un ulteriore 30%.

Analizzando la crescita complessiva dei mercati, Robert Shiller notava nel suo Esuberanza irrazionale: �L�indice Dow Jones � era posizionato a circa 3.600 ad inizio 1994. Durante il 1999 � passato a 11.000, pi� del triplo in cinque anni, un incremento totale dei prezzi del mercato azionario di oltre il 200%. All�inizio del 2000, il Dow Jones pass� 11.700. Tuttavia, durante lo stesso periodo, gli indicatori economici di base furono ben lontani dal triplicarsi. Negli Usa il reddito delle persone fisiche e il prodotto interno lordo crebbe meno del 30% e almeno la met� di questo incremento fu dovuta all�inflazione. I profitti delle imprese crebbero meno del 60%, e a partire dalla base una temporenea recessione� [Shiller, Irrational Exuberance, p. 4].

C�era un collegamento diretto tra la crescita dell�indebitamento, l�ascesa del mercato azionario e l�aumento del valore del dollaro. Infatti, essi hanno formato una sorta di circolo virtuoso che ha continuato a espandere la bolla finanziaria statunitense. L�afflusso di capitali, attratti dall�aumento del valore del dollaro, ha finanziato la crescita del debito, la maggior parte del quale � stato usato a sua volta per finanziare l�acquisto di azioni. L�aumento dei prezzi del mercato azionario ha attratto una quantit� maggiore di capitali negli USA grazie agli alti tassi di guadagno degli investimenti finanziari -- tassi di guadagno determinati non tanto da entrate del reddito, ma dall�aumento del valore dei beni, la forma classica della bolla finanziaria.

Alcune cifre illustrano questo processo. Durante il 1990, il rapporto tra il debito e il capitale netto delle imprese fatto da S&P su 500 societ� era del 116%, rispetto all�84% della fine degli anni Ottanta. La richiesta di prestito da parte di societ� non finanziarie nel periodo 1994-99 � stata di 1.220 miliardi di dollari. Di questi, soltanto il 15,3% � stato usato per le spese in conto capitale, mentre non meno del 57% (694,7 miliardi) � stato usato per ricomprare azioni.

Durante il primo quarto del 2000 -- il picco del mercato -- il valore delle azioni ordinarie societarie, la loro capitalizzazione sul mercato, era salita a 19.600 miliardi di dollari dai 6.300 miliardi del 1994. Ma senza rapporto con l�economia sottostante. Alla capitalizzazione del mercato come percentuale del PIL sono bastati soltanto cinque anni -- tra il 1995 e il 2000 -- per triplicarsi dal 50% al 150%. Nello stesso periodo, i profitti delle societ� al netto delle tasse sono saliti del 41.2%. Per contrasto, ci sono voluti 13 anni -- tra il 1982 e il 1995 -- per il raddoppiamento della capitalizzazione del mercato dal 25 al 50 del PIL, mentre i profitti delle societ� sono saliti del 160% nello stesso periodo.

 

 

 

IL �MIRACOLO ASIATICO�

 

Ci sono state altre conseguenze della rivalutazione del dollaro. Con l�accordo di Plaza del 1985 e la rivalutazione dello yen giapponese, le cosiddette tigri asiatiche -- Corea del Sud, Tailandia, Malesia, Singapore, Indonesia e, in una certa misura, le Filippine -- sono diventate il centro degli investimenti giapponesi. Allora, dall�inizio degli anni Novanta, esse cominciarono a diventare l�obiettivo dei capitali statunitensi, in cerca di nuovi sbocchi per i profitti, data la pigra crescita degli Usa in quel periodo. Il cosiddetto �miracolo asiatico� � il risultato dell�afflusso di questi fondi e della costituzione di nuove strutture produttive da parte di societ� che cercavano di avvantaggiarsi del costo del lavoro ridotto della regione.

Questa non � soltanto un problema asiatico. La regione cominciava a giocare un importante e crescente ruolo nell�economia mondiale. Durante il periodo dal 1990 al 1997, le regioni del sud-est asiatico ricevevano circa due terzi dei nuovi investimenti globali  e contribuivano per circa una met� dell�incremento del PIL mondiale. Era una zona del mondo di crescente importanza come stimolatore dell�economia statunitense ed europea.

Le seguenti cifre dimostrano l�importanza della regione in termini di flussi di investimento. Alla fine del 1996, tre nazioni della regione erano al top tra i destinatari dei flusso di investimento di capitali privati. L�Indonesia riceveva la terza pi� grande quota (17.900 miliardi di dollari), la Malesia il quarto (16.000 miliardi) e la Tailandia il sesto (14.700 miliardi).

Il miracolo si fondava su due basi: la capacit� competitiva della regione nei mercati esteri e il continuo afflusso di capitali esteri. Ma queste basi furono sottoposte a pressione con il capovolgimento dell�accordi di Plaza del 1995, dove il dollaro fu rivalutato rispetto allo yen. Le economie del sud-est asiatico, le cui monete erano collegate al dollaro, soffrirono un�immediata stretta. I loro problemi furono accentuati dal fatto che la moneta cinese  (il yuan) era stata svalutata nel 1994, mentre la Cina stava diventando sempre pi� attraente per i fondi di investimento e la delocalizzazione della produzione. Rimuovere il legame con il dollaro, mentre avrebbe potuto ridurre il prezzo delle esportazioni, non era realmente un�opzione per le tigri asiatiche, perch� avrebbe potuto condurre a un taglio negli investimenti. Una delle ragioni dell�attrattiva della regione era la sua stabilit� monetaria rispetto al dollaro.

Durante il 1996, la crescita delle esportazioni della ragione aveva cominciato a calare, mentre c�erano problemi di indebitamento. In seguito, nel 1997, la crisi fu attivata da una svalutazione del baht tailandese e dal crollo del boom immobiliare della regione.

Tra il 1994 e il 1996 l�afflusso di capitali verso le quattro nazioni maggiormente coinvolte era pi� che raddoppiato da circa 40 miliardi di dollari a 93 miliardi. Nel 1997, tuttavia, ci fu un�uscita netta di capitali di 12 miliardi. Questo cambiamento di direzione di 105 miliardi era equivalente al 10% del PIL delle nazioni coinvolte.

�La crisi del 1997-98 � signific� per l�anno 2000 una perdita a breve termine del 10-20% del prodotto interno lordo per Tailandia, Indonesia, Corea e Malesia (assumendo che la crescita del 1996-97 fosse preseguita). La perdita a lungo termine cumulativa � ancora pi� grande. La crisi asiatica � stata pi� profonda e severa rispetto all�usuale ... � stato stimato ... che la crisi asiatica e la sua ripercussione globale ha tagliato la produzione globale di 2.000 miliardi di dollari nel 1998-2000. Ci� � forse il 6% del PIL mondiale; di gran lunga, la peggiore crisi avuta finora. � stato stimato anche che la crisi asiatica ha creato 10 milioni di persone ufficialmente disoccupate. Inoltre, circa 50 milioni di persone in Asia sono cadute al di sotto del livello di povert��. [ Democratising Globalisation, p. 31].

Quando � scoppiata la crisi asiatica, Clinton l�ha derubricata come un �piccolo guasto�. Non molto tempo dopo, tuttavia, con l�inadempienza della Russia e il collasso da 3 miliardi di dollari degli Hedge Fund Long Term Capital Management (LTCM) statunitensi, l�amministrazione Clinton descriveva la situazione finanziaria come la pi� seria del dopoguerra.

 

 

 

LA RECESSIONE STATUNITENSE E LA SOVRA-ACCUMULAZIONE DEL CAPITALE

 

Gli interventi del Federal Reserve Board, attraverso il salvataggio degli LTCM, ha impedito un �fallimento sistemico� del sistema finanziario e bancario. Ma non senza conseguenze. Il taglio dei tassi di interesse alla fine del 1998 contribu� a gonfiare ulteriormente la bolla finanziaria statunitense, finch� raggiunse il suo massimo nell�aprile 2000. Un anno pi� tardi l�economia statunitense � entrata in recessione.

Il pi� significativo aspetto della recessione � che � diversa tutte le altre del dopoguerra. Essa non � stata indotta dall�innalzamento degli interessi da parte della Federal Reserve in risposta a una crescente inflazione. Al contrario, la tendenza generale nel recente periodo ha visto i prezzi pi� bassi, se non di deflazione, cio� caduta dei prezzi.

La causa alla radice della recessione � la caduta degli investimenti in seguito al crollo del mercato azionario. Ci� ha portato alla crescente paura che, con 11 tagli al tasso d�interesse nel 2001 che hanno mancato di determinare una ripresa, l�economia statunitense potrebbe essere in una situazione simile a quella del Giappone, dove le politiche monetarie non hanno nessun impatto perch� si sono sviluppate delle condizioni deflazionistiche.

La dimensione di questa sovra-accumulazione pu� essere vista nell�industria delle telecomunicazioni. La bolla delle telecomunicazioni �, infatti, molto pi� significativa che la bolla delle dot.com. Un articolo del Financial Times dello scorso 4 settembre sottolineava l�estensione della debacle telecom e il suo impatto.

�I siti web falliti e i rivenditori internet possono aver perso ognuno qualche decina di milioni di dollari prima di fare bancarotta ma, secondo l�European Information Technology Observatory, gli investimenti sulle attrezzature e servizi delle telecomunicazioni in Europa e negli Usa ammonta a pi� di 4.000 miliardi di dollari tra il 1997 e il 1991.�

�Secondo il Thomson Financial, tra il 1996 e il 2001, i gruppi bancari hanno prestrato 890 miliardi di dollari. Altri 415 miliardi di debito sono stati forniti dal mercato delle obbligazioni e 500 miliardi sono stati raccolti dal capitale privato e dal mercato finanziario. Ancora di pi� � arrivato dai blu chips [titolo di societ� detentrice di prestigio e buoni profitti] che si sono spinti fino all�orlo della bancarotta e oltre, nella convinzione che un�esplosiva espansione dell�uso di internet avrebbe creato una domanda quasi infinita per le possibilit� delle telecom.�

�Il sistema finanziario globale � stato indotto ad alimentare questo fal�. Quasi met� delle banche europee dei prestiti bancari del 1999 � stato alle compagnie telecom. Moody�s, l�agenzia di credito, ha stimato che circa 80% di tutte le obbligazioni ad alto profitto emesse negli USA all�apice del boom erano operatori telecom. Cinque delle dieci pi� grandi fusioni o acquisizioni della storia hanno coinvolto compagnie telecom durante il boom.�

�L�eredit� duratura di tutti questi soldi � una saturazione di �frequenze� (la capacit� di trasmissione dei dati e i materiali di base di tutti i networks di comunicazione). Tale saturazione � cos� grande che se i sei miliardi della popolazione mondiale parlassero contemporaneamente al telefono per il prossimo anno, le loro parole sarebbero trasmesse mediante la capacit� potenziale nel corso di poche ore�

L�articolo continua sottolineando che il crollo della bolla telecom si � fatto sentire in numerosi modi. L�inadempienza del prestito telecom ammonta a 60 miliardi di dollari; ci sono stati licenziamenti in migliaia di societ� di investimento; pi� di 300.000 posti di lavoro sono stati distrutti in sei mesi nella produzione delle attrezzature per le telecomunicazioni e 200.000 nell�industria delle componentistica.

�Il valore del mercato azionario di tutti gli operatori e produttori telecom � caduto di 3.800 miliardi dal momento del suo massimo di 6.300 miliardi del marzo 2000. Per contestualizzare tutto ci�, la perdita complessiva di valore in tutte le borse asiatiche durante la crisi finanziaria asiatica degli ultimi anni Novanta fu di soltanto 813 miliardi di dollari� [Dan Roberts, �Glorious hopes on a trillion-dollar scrapheap,� Financial Times, September 4, 2001].

Questa � soltanto la pi� vivida espressione della generale sovra-accumulazione del capitale nell�intera economia mondiale. Nel febbraio 1999, il periodico britannico The Economist avvertiva che �grazie all�enorme sovraccarico� il mondo � �inondato da un carico eccessivo di computer, chip, acciaio, automobili, tessili e chimici�. Esso conclude che il gap della produzione mondiale -- tra la capacit� industriale e l�uso -- � prossimo ai livelli pi� alti dagli anni Trenta in poi.

Questi sentimenti si sono riflessi nel rapporto annuale del Bank for International Settlements, pubblicato nel giugno 1999: �L�eccesso di capacit� produttiva in molte nazioni e settori continua a essere una seria minaccia per la stabilit� finanziaria. Senza una sistematica riduzione o assorbimento dell�eccesso di capacit�, i tassi di profitto sul capitale continueranno a deludere, con effetti potenzialmente debilitanti e a lungo termine sulla fiducia e gli investimenti�.

Si potrebbe continuare nell�elencare gli indicatori della profondit� delle tendenze recessive e deflattive all�interno dell�economia mondiale. Si dovrebbe anche sottolineare che considerevoli dubbi sono stati avanzati sull�espansione dei profitti della �new economy�. Le ultime cifre mostrano che i profitti, quali quota del reddito, sono caduti ogni anno dopo il 1997. Il crollo di Enron � indicativo dell�intera �new economy�.

Il fatto importante non � l�emergere della recessione, ma la natura della recessione. Essa costituisce non la transizione a una situazione pi� stabile all�interno dell�economia mondiale, ma l�ultima espressione di un crescente squilibrio che si sta sviluppando dall�inizio degli anni Novanta.

Permetteteci di richiamare alla memoria: il decennio � iniziato con un�ondata di investimenti nelle regioni del sud-est asiatico, salutata dalla Banca Mondiale nel 1993 come un �miracolo economico�.  All�espansione asiatica � stata attribuita una considerevole proporzione della crescita dell�economica mondiale e degli investimenti. In seguito, nella seconda met� del decennio, la bolla finanziaria statunitense e il boom degli investimenti hanno sostenuto ampiamente l�economia mondiale. Tra il 1996 e il 2000, � stato stimato che i soli Usa hanno generato quasi met� dell�aumento della domanda mondiale.  Ma ci� si � verificato soltanto al prezzo della creazione di quella che dovrebbe essere classificata come una delle pi� grandi bolle finanziarie della storia del capitalismo.

L�ultimo decennio � stato caratterizzato da un crescente militarismo e crescente squilibrio dell�economia capitalistica globale. Tra questi due fenomeni c�� una ben radicata connessione. Per dimostrarlo, dobbiamo esaminare l�evoluzione storica dell�economia mondiale nella seconda meta del ventesimo secolo: un periodo caratterizzato dall�egemonia degli Stati Uniti.

Ci sono alcuni somiglianze tra il presente periodo, cominciato nella met� degli anni Settanta, e il periodo compreso tra il 1870 e il 1913, concluso con lo scoppio della I Guerra Mondiale. Potremmo definire questo periodo come la prima fase della globalizzazione: l�ascesa dell�economia mondiale come entit� indipendente. L�epoca presente costituisce la seconda fase della globalizzazione, riguardante non solo la globalizzazione del capitale non solo nella forma delle merci e del denaro, ma la globalizzazione del capitale produttivo, la globalizzazione del processo di produzione stesso.

Ci sono molti aspetti di questo sviluppo. Noi siamo particolarmente interessati al rapporto tra le maggiori potenze capitalistiche e, in particolare, al ruolo degli Stati Uniti.

Nella sua analisi della globalizzazione, l�International Committee of the Fourth International (ICFI) si � opposto a coloro che sostengono che lo stato nazionale � diventato irrilevante, cos� come a coloro che affermano che non � accaduto nulla di fondamentale e che lo stato-nazione rimane l�unit� economica di base.

Abbiamo, invece, cercato di stabilire, come, ad ogni stadio, questa seconda epoca della globalizzazione intensifica le contraddizioni tra l�economia mondiale e il sistema degli stati-nazione. Essa non solo apre la strada a una nuova epoca di guerra, ma crea le condizioni obiettivi per la rivoluzione socialista.

Nel 1991 scrivevamo: �La vecchia distinzione tra il mercato interno e il mercato mondiale � sulla via di essere interamente cancellata. Le moderna societ� transnazionale, indifferenti alla collocazione geografica della sua base di partenza, � coinvolta in una lotta per la vita e per la morte per il dominio sul mercato mondiale. Ma anche se lo stato nazionale ha perso il suo significato economico obiettivo, il suo ruolo come strumento politico-militare delle cricche nazionali di capitalisti in lotta per il dominio mondiale � cresciuto enormemente. Questo fatto trova la sua pi� potente espressione nei preparativi intensificati per una nuova conflagrazione mondiale� [ Oppose Imperialist War and Colonialism, Manifesto of the International Committee of the Fourth International, page 11]

 

 

 

DUE GUERRE MONDIALI

 

Le origini dei conflitti inter-imperialisti risiedono nella complessa relazione tra le maggiori potenze capitalistiche e lo sviluppo dell�intera economia mondiale. La met� del XIX secolo, quando l�appena emergente sistema capitalistico era in espansione, furono i giorni di gloria della Gran Bretagna. La Gran Bretagna era davvero l�officina del mondo. Ma con l�unificazione della Germania nel 1871, la costituzione di un mercato nazionale americano in espansione in seguito alla guerra civile e il principio della Grande Depressione della met� del 1870, cambiamenti di vasta portata si misero in moto. Durante la fine del secolo, nuove forme di organizzazioni industriali e aziendali si svilupparono, in Germania e negli Usa, e nuove potenze industriali giunsero sulla scena. L�ascesa della Germania volle dire che il dominio britannico sul continente europeo, che era iniziato in seguito alle Guerre Napoleoniche, era messo in questione. Dall�altro lato dell�Atlantico, l�emergere di corporazioni industriali e la creazione di un vasto mercato interno andava nella direzione di un futuro dominio degli Usa.

I crescenti conflitti tra le potenze imperialistiche esplosero nella I Guerra mondiale. La Gran Bretagna riusc� ad assicurarsi la sconfitta dalla Germania, ma soltanto a un enorme costo: la perdita della sua preminenza finanziaria. Il periodo dopo il 1914 vide un massiccio trasferimento di fondi da una parte all�altra, in quanto gli investimenti francesi e britannici furono liquidati per pagare la guerra. Il trasferimento di ricchezza, nello spazio di qualche anno, non solo cancell� il debito dovuto dagli Usa all�Europa, ma trasform� gli Usa in una nazione creditrice. Nel 1914, il totale degli investimenti privati statunitensi all�estero era di 2,5 miliardi di dollari. Durante il 1919 esso era raddoppiato fino a 7 miliardi.

Nel corso della guerra, un cambiamento fondamentale ebbe luogo nel potere economico globale. Non fu possibile ripristinare il vecchio sistema di commercio globale, basato sul centro finanziario di Londra e sul gold standard. Il potere finanziario della Gran Bretagna che, in ultima analisi, aveva sostenuto il sistema anteguerra, era stato troppo seriamente indebolito.

Nel periodo immediatamente successivo alla guerra, gli Stati Uniti, sotto la leadership di Wilson e dei suoi �quaranta punti� tentarono la riorganizzazione dell�Europa. Ma gli USA si trovarono di fronte alla sfida della Rivoluzione Russa. Per ricostruire economicamente l�Europa avrebbero dovuto necessariamente spazzare via le vecchie potenze in Germania e nell�Europa Centrale. La vittoria finale, tuttavia, avrebbe potuto non essere degli USA, ma del bolscevismo. Nell�occasione, gli USA formarono un�alleanza con le vecchie potenze sulla base del Trattato di Versailles. Ma questo volle dire una severa restrizione per la vita economica dell�Europa.

Soltanto nel 1926-27 -- circa tredici anni dopo l�inizio della guerra -- la produzione in Europa raggiunse i suoi livelli anteguerra. Ma non fu toccata soltanto l�Europa. La guerra rivel� che il potere economico si era spostato dall�altro lato dell�Atlantico. Inoltre, l�entrata in guerra degli USA, e i suoi successivi tentativi di riorganizzare il vecchio continente, dimostrarono che gli USA non potevano pi� semplicemente basarsi sul proprio vasto mercato interno. L�espansione del sistema capitalistico complessivo necessitava che il capitale e i metodi produttivi americani si sviluppassero su scala internazionale. Ma ci� non era possibile in un�Europa soffocata e attraversata da confini nazionali, tariffe doganali, cartelli e altre restrizioni. Fu questo contraddittorio stato di cose che condusse alla Grande Depressione degli anni Trenta.

Negli anni Trenta, in un notevole passo della sua analisi, Leon Trotsky spiegava il conflitto che avvinceva l�economia mondiale, anticipando il futuro corso dello sviluppo: l�erompere di una nuova guerra mondiale e il ruolo che vi avrebbe giocato gli USA.

�Gli USA�, scriveva, �rappresentano il tipo pi� perfetto di sviluppo capitalistico. L�equilibrio relativo del suo mercato interno, apparentemente inesauribile, assicura agli Stati Uniti una netta preponderanza tecnica ed economica sull�Europa. Ma il suo intervento nella Guerra Mondiale � effettivamente un�espressione del fatto che il suo equilibrio interno � stato sconvolto. I cambiamenti introdotti dalla guerra nella struttura americana hanno ora reso l�entrata nell�arena mondiale una questione di vita o di morte per il capitalismo americano. C�� un�ampia evidenza che questa entrata deve assumere delle forme estremamente drammatiche.

�La legge della produttivit� del lavoro ha un significato decisivo nelle interrelazioni fra Europa e America, e in generale nel determinare la posizione futura degli USA nel mondo. La forma pi� alta che gli Yankees hanno dato alla legge della produttivit� del lavoro � chiamata nastro trasportatore, produzione standardizzata o di massa. Sembrerebbe che  il punto da cui la leva di Archimede pu� capovolgere il mondo sia stato trovato. Ma il vecchio pianeta si rifiuta di essere capovolto. Ognuno si difende contro l� altro proteggendosi attraverso muri di cinta e una siepe di baionette. Con cinque miserabili divisioni, l�affamato Giappone si impadronisce di un�intera nazione. La legge della produttivit� sembra perdere la sua forza.�

�Ma soltanto in apparenza. La legge fondamentale della storia umana deve inevitabilmente prendersi una rivincita sui fenomeni secondari e derivati. Presto o tardi il capitalismo americano deve aprirsi la strada in lungo e in largo del nostro intero pianeta. Con quali metodi? Con tutti i metodi. Un alto coefficiente di produttivit� denota anche un alto coefficiente di forza distruttiva. Sto predicando la guerra? Per nulla. Non sto predicando nulla. Sto solo tentando di analizzare la situazione mondiale e di trarre una conclusione dalle leggi del meccanismo economico� [Trotsky, �Nationalism and Economic Life,� Writings 1933-34, pp. 161-162].

La superiore produttivit� del lavoro sviluppata dal capitalismo americano non solo lo spingeva alla guerra ma assicurava la sua vittoria. Sulla base di questa vittoria gli USA stabilivano una nuova struttura economica e politica globale all�interno della quale l�intero sistema capitalistico avrebbe potuto espandersi.

 

 

 

IL SISTEMA DI BRETTON WOODS

 

Nel considerare la costruzione dell�ordine del dopoguerra -- il meccanismo finanziario e monetario messo a punto alla conferenza di Bretton Woods, New Hampshire, nel 1944 -- ci sono due punti importanti da sottolinare. Il primo � che mentre fu effettuato sotto l�egemonia degli USA, e certamente mirava a favorire il capitalismo statunitense, nondimeno era basato sul riconoscimento che i bisogni della maggiori potenze capitalistiche dovevano essere conciliati. Questo non era un �gioco a somma zero� in cui il capitalismo statunitense guadagnava alle spese delle altre potenze. Piuttosto, furono costruiti una serie di meccanismi economici e politici che assicuravano l�espansione complessiva del capitale.

Naturalmente, in ultima analisi, questo era dovuto non all�altruismo o alla larghezza di vedute degli artefici del sistema americano del dopoguerra, ma al fatto che la catena di montaggio -- il sistema produttivo standardizzato di massa o a nastro trasportatore, come lo chiamava Trotsky -- rappresentava uno sviluppo della produttivit� del lavoro. Esso assicurava un�espansione della massa di plusvalore estratto dalla classe lavoratrice, la base per l�accumulazione del capitale.

Di ancora maggiore importanza, i pianificatori statunitensi riconoscevano che il sistema produttivo americano richiedeva l�instaurazione di nuove condizioni politiche ed economiche, prima di tutto in Europa. Altrimenti il mondo sarebbe ricaduto nelle condizioni degli anni Venti e Trenta. E questa volta, la classe dominante non sarebbe riuscita a evitare una rivoluzione socialista.

Il secondo aspetto pi� importante dell�ordine del dopoguerra erano le restrizioni imposte sul capitale finanziario. Gli artefici di Bretton Woods riconoscevano che una struttura affidabile per il commercio internazionale doveva essere ricostruita. Il sistema delle barriere tariffarie e delle svalutazioni competitive, che aveva caratterizzato gli anni Venti, dovevano essere rimosse se il capitalismo mondiale voleva avere un futuro. Ma il sistema del dopoguerra non restaur� per nulla l�era pre-1914. Difatti, per contrasto, il movimento del capitale finanziario era severamente limitato in modo da non creare squilibri tra le monete, portare a barriere tariffarie o altre restrizioni, o indebolire i programmi economici dei governi nazionali.

Voglio sottolineare questi due aspetti del sistema di Bretton Woods, perch� la sua fine � centrato su di essi.

 

 

 

IL CROLLO DEL SISTEMA DEL DOPOGUERRA

 

Il crollo del sistema di regolazione del dopoguerra fu il risultato di un�interazione tra le tendenze economiche obiettive e la risposta politica degli USA e delle altre potenze imperialistiche a esse. Il mercato dell�eurodollaro gioc� un ruolo cruciale nella dismissione del sistema a cambi fissi. Esso aveva origine nel passaggio della Gran Bretagna alla piena convertibilit� nel 1958. Ma le Banche britanniche, ansiose di mantenere la loro posizione nei mercati internazionali, trovarono delle scappatoie a questi regolamenti usando il pareggio con il dollaro per eseguire dei prestiti internazionali. Pi� tardi negli anni Sessanta, quando il governo statunitense impose delle restrizioni, gli interessi finanziari americani trovarono similmente trovarono che il mercato dell�eurodollaro fosse un utile meccanismo per raggirarle.

Il sistema di Bretton Woods era fondato su una contraddizione che alla fine ne determin� il crollo. Esso era finalizzato dalla promozione dell�espansione dell�economia capitalistica, la quale dipendeva dalla crescita della liquidit� internazionale, principalmente nella forma del dollaro. Ma la crescita del bacino del dollaro significava che la garanzia in oro della moneta fosse minata. Ci� divent� un problema nel 1960 quando il flusso di dollari dagli USA aument�, in seguito ad una maggiore spesa militare e al flusso di investimenti all�economia europea in quel momento in rapida espansione. L�amministrazione statunitense impose delle restrizioni sui movimenti di capitali, con lo scopo di mantenere l�equilibrio tra l�oro e il dollaro. Ma l�esito fu soltanto quello di stimolare la crescita de mercato dell�eurodollaro.

L�ascesa di questo mercato di capitali, al di fuori del controllo della regolamentazione governativa, condusse alla stessa conseguenza contro cui avevano avvertito i fondatori del sistema di Bretton Woods: la destabilizzazione delle monete. Nel 1967 la sterlina and� sotto pressione, seguita dal dollaro nel 1968. La crisi continuava. Non soltanto gli USA a sperimentarono un deficit nella bilancia dei pagamenti, ma a partire dalla fine degli anni Sessanta la bilancia commerciale entr� in deficit.

All�interno della struttura del sistema di Bretton Woods, l�unica soluzione per gli Usa alla crescente crisi sarebbe stata di tagliare le sue spese all�estero -- prima di tutto riducendo le spese militari -- e di imporre una recessione al suo interno per tagliare le importazioni e rafforzare le esportazioni. In altre parole, continuare con il sistema di Bretton Woods avrebbe significato indebolire la posizione internazionale degli USA. Cosa che gli USA non erano certamente preparati a fare. Inoltre, imporre una recessione interna avrebbe provocata l�opposizione della classe lavoratrice, che si sarebbe aggiunta alla crisi politica relativa alla Guerra del Vietnam.

In ultima analisi, il crollo di Bretton Woods fu un riflesso della crescente internazionalizzazione dell�economia mondiale. Esso si � frantum� sotto la pressione dello sviluppo del mercato internazionale dei capitali e il movimento del capitale monetario attraverso il mondo, al di fuori del controllo del governo nazionale, inclusa l�amministrazione statunitense.

Nei termini di uno studio recente: �Ci sono pochi dubbi che la disintegrazione sistematica [del sistema di Bretton Woods] sarebbe ad un certo punto comunque accaduta. Essa richiedeva troppo in termini di coordinazione delle politiche nazionali. Le nazioni erano sempre pi� impegnate nella crescita nazionale, mentre allo stesso tempo le forze tecnologiche che guidavano la crescita economica richiedevano l�internazionalizzazione del mercato delle merci ma anche dei capitali. La crisi del sistema di Bretton Woods pu� essere vista come un caso particolare e oltremodo drammatico di scontro fra la regolazione economica nazionale e la logica dell�internazionalismo. Nelle condizioni del 1971, la rottura del sistema discese in linea retta dalle politiche degli Stati Uniti� [Harold James, International Monetary Cooperation Since Bretton Woods, p. 207].

Il contenuto essenziale di queste politiche era quello di mantenere la posizione egemonica degli Stati Uniti.

 �Parlando agli europei, [il Ministro del Tesoro americano John] Connally ha presentato la posizione americana nei seguenti termini: �Il dollaro pu� essere la nostra moneta ma � il vostro problema�. Un ascoltatore americano afferr� una versione pi� cruda: �Gli stranieri ci vogliono fregare. Il nostro compito � quello di fregarli per primi.�� [op cit, p. 210].

 �Un gruppo del sottosegretariato, generalmente conosciuto come il �Volcker Group�, in cui erano rappresentati il Tesoro, il Council of Economic Advisers [un gruppo di economisti nominati dal presidente degli USA], il Ministro degli Esteri e il consigliere per la Sicurezza Nazionale prepar� una monografia, �Basic Options in International Monetary Affairs�. Essa includeva una rassegna il passato: �Le finanze disponibili per il nostro debito hanno permesso agli Stati Uniti di effettuare delle forti spese militari oltreoceano e di intraprendere altri impegni esteri, oltre a mantenere un�effettiva flessibilit� nella politica economica nazionale�. Ma aggiungeva anche che un importante obiettivo della politica era di �liberare ... la politica estera dalle costrizioni imposte dalla debolezza del sistema finanziario�, in quanto �inappropriato ad adattare la politica la politica estera a un particolare sistema monetario. Successivamente, guardando indietro dalla prospettiva degli anni Novanta, Volcker concludeva che �i presidenti -- sicuramente Johnson e Nixon -- non volevano sentire che le loro opzioni erano limitate dalla debolezza del dollaro�. A causa di queste costrizioni, gli Stati Uniti non avrebbero potuto modificare la sostanza delle loro politiche al fine di soddisfare le richieste del sistema monetario internazionale� [op cit, pp. 210-211].

All�interno degli USA, cresceva la convinzione che per mantenere, e possibilmente anche rafforzare la posizione degli USA, bisognava abbandonare il controllo dei capitali e introdurre il principio del libero mercato all�interno del sistema finanziario internazionale. Il ragionamento dietro questo argomento era che il sistema finanziario sarebbe continuato a essere basato sul dollaro e che gli altri partecipanti avrebbe continuato ad usare il dollaro. Il vantaggio per gli USA era che la sua moneta avrebbe funzionato come moneta internazionale.

Durante l�ordinamento del dopoguerra, le potenze politiche erano abituate a regolare l�economia globale e, prima di tutto, i mercati finanziari. Ma lo stesso sviluppo delle forze produttive, creato dalla stabilizzazione del dopoguerra, fece sorgere nuove contraddizioni. La crescita delle forze produttive richiedeva lo sviluppo della finanza internazionale, il quale necessitava di una maggiore libert� di movimento del capitale finanziario, entrando cos� in conflitto con il vecchio stato di cose. In questa nuova situazione, gli USA si resero conto che avrebbero potuto mantere la loro posizione vis-�-vis dei suoi rivali soltanto demolendo il vecchio ordine.

Qui vi era contenuto, tuttavia, l�indebolimento, se non la totale distruzione, di uno dei pilastri centrali dell�equilibrio del dopoguerra. Come notammo, gli USA costruirono l�ordine del dopoguerra nel proprio interesse, mentre, allo stesso tempo, rafforzavano la posizione delle altre potenze capitalistiche. Ora il sistema monetario del dopoguerra veniva distrutto nel nome della priorit� degli interessi statunitensi contro i suoi rivali.

Una volta che il sistema dei cambi fissi fu smantellato, il genio del capitale finanziario fu, per cos� dire, fuori dalla bottiglia. Il controllo sul flusso dei capitali non poteva pi� essere mantenuto e divent� sempre pi� difficile perseguire una politica economica nazionale senza l�accordo dei mercati finanziari. L�ultimo governo a provarci fu il governo Mitterand in Francia nei primi anni Ottanta. Fu costretto ad abbandonare il tentativo di fronte alla conseguente crisi finanziaria.

 

 

 

LA SVOLTA VERSO IL MILITARISMO

 

Il crollo del sistema di Bretton Woods, agli inizi degli anni Settanta, introdusse un periodo di turbolenza economica globale che segn� un punto di svolta nell�evoluzione dell�ordine capitalistico globale. L�inflazione galoppante nel 1972-1973 fu a breve seguita da una recessione nel 1974-75, la pi� profonda, fino qual momento, nel periodo del dopoguerra. La recessione fu il risultato, o l�espresione, di cambiamenti strutturali in profondit�.

L�espansione del dopoguerra si fondava, in ultima analisi, sull�estensione dei metodi pi� produttivi del capitalismo americano alle restanti nazioni capitalistiche avanzate. In questo modo fu superato e invertito il segno del declino del tasso di profitto, che sottostava alla crisi degli anni Venti e Trenta. Ma durante la fine degli anni Sessanta, la stessa accumulazione del capitale, resa possibile dall�espansione, garant� che la tendenza del tasso di profitto a cadere cominciasse ad emergere ancora una volta. Secondo una stima, il tasso di profitto declin� di quasi il 50%, dal 22% della fine degli anni Quaranta al 12% della met� degli anin 1970.

Anche se la recessione del 1974-75 fu seguita da una ripresa, non ci fu nessun ritorno alle condizioni degli anni Sessanta. L�ultima met� degli anni Settanta fu segnata da un fenomeno conosciuto come �stagflazione� (crescente disoccupazione unita a crescente inflazione). La stagflazione significava, fra le altre cose, la fine della cosiddetta ricetta keynesiana, nella quale l�aumento delle spese governative era presumibilmente la cura per la disoccupazione. Nella nuova situazione economica, tale aumento sembrava soltanto esacerbare, piuttosto che alleviare, i crescenti problemi economici. Ci� era dovuto al fatto che essi non sorgevano da fattori temporanei o congiunturali. Invece, i problemi erano radicati nella stessa struttura del sistema produttivo.

Il regime di Carter fall� completamente nel suo sforzo di effettuare un aumento della crescita economica, portando ad una crisi ancora maggiore del dollaro statunitense, il cui valore precipit� tra il 1978 e il 1979. La crisi del dollaro divenne lo stimolo per una netta inversione di tendenza nella politica statunitense, con la nomina nel 1979 di Paul Volcker a presidente della US Federal Reserve Board [Banca centrale statunitense].

Il programma di Volcker, e quello degli interessi finanziari di cui era rappresentante, era brutalmente diretto al suo scopo. L�inflazione doveva essere scacciata fuori dal sistema attraverso tagli della massa monetaria e aumenti del tasso di interesse. Essenzialmente, il suo programma rappresentava la richiesta del capitale finanziario di una completa ristrutturazione dell�economia statunitense. Intere sezioni del capitale, che non erano competitive, dovevano essere spazzate via. L�industria doveva essere riorganizzata, sia negli USA che internazionalmente. Questo fu l�inizio della �globalizzazione�: non semplicemente l�istituzione della produzione offshore [produzione dislocata all�estero], ma la disaggregazione del processo produttivo e la produzione di componenti ad alta intensit� di lavoro in nazioni in cui il costo del lavoro era pi� basso.

Alti tassi di interesse erano gli strumenti per effettuare sia una riorganizzazione del capitale industriale che per consentire al capitale finanziario di aumentare il suo rendimento dopo che era diventato negativo negli ultimi anni Settanta.

Il programma di Volcker, che fu seguito dal governo Tory in Gran Bretagna di Margaret Thatcher, significava un�offensiva a tutto campo contro la classe operaia. L�amministrazione Reagan licenzi� 12.000 controllori aerei nel 1981 e distrusse il loro sindacato (PATCO). In Gran Bretagna, il governo Thatcher lanci� una serie di attacchi ai metalmeccanici e successivamente ai minatori.

La demolizione del programma riformista keynesiano del periodo del dopoguerra, e la sua sostituzione con il programma del libero mercato del capitale finanziario, vide una spostamento di posizione verso politiche internazionali pi� aggressive. Una delle prime espressioni di questo spostamento fu l�intervento degli USA nell�Afghanistan. Il regime di Carter, istigato dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski, inizi� un programma segreto di aiuti alle forze anticomuniste dei mujaheddin islamici, con la manifesta intenzione di indebolire l�Unione Sovietica trascinandola in una guerra prolungata.

Volgendosi in maniera crescente verso il militarismo, gli USA intervennero nel Libano, invasero Grenada e sostennero la guerra delle Malvine del governo Thatcher. Verso l�Unione Sovietica ci fu una politica generale di destabilizzazione. L�amministrazione Reagan inizi� un programma di riarmo con l�intenzione di far pressione sulla burocrazia sovietica. Il bilancio militare reaganiano raggiunse il suo picco nel 1985, quando la spesa per gli armamenti super� ogni record precedente, incluso quello della guerra coreana e della guerra del Vietnam. Pressioni militari furono effettuate anche sull�Europa. Uno degli scopi del programma di collocare i missili Cruise sul continente era quello di prevenire delle relazioni pi� strette tra le potenze europee e l�USSR.

Nel 1982 esplose una crisi del debito, la quale port� ad una svolta ancora pi� importante, in quanto furono coinvolte anche le cosiddette nazioni sottosviluppate. Attraverso l�FMI, gli USA cominciarono un attacco alle politiche nazionali per lo sviluppo della varie borghesie nazionali. I nuovi programmi di �aggiustamento strutturale� richiedevano l�apertura dei mercati, il taglio delle spese statali, la svalutazione delle monete, la produzione di colture industriali per il mercato mondiale e lo smantellamento generale dei controlli e regolazioni governamentali.

Nel 1991-92, il crollo dell�Unione Sovietica cre� una nuova situazione. Intere aree del mondo, che erano state per decenni off limits per le maggiori potenze capitalistiche, erano adesso aperte. Per i circoli guida della politica estera statunitense, la questione principale da quel momento in poi era di assicurarsi che nessun�altra potenza, o gruppo di potenze, potesse avvantaggiarsi di questa situazione e quindi mettere in discussione l�egemonia globale statunitense.

Nel 1990, dopo aver appoggiato per un decennio il regime iracheno, l�amministrazione statunitense utilizz� il pretesto dell�invasione del Kuwait per instaurare il suo dominio militare nel Golfo. Cos� facendo, essa forn� una vivida dimostrazione delle sue capacit� militari a qualsiasi rivale potenziale degli USA.

Nel bombardare la Jugoslavia, l�obiettivo della guerra statunitense fu ancora pi� chiaro: rimuovere tutte le barriere alla riorganizzazione dell�economia mondiale sulla base del principio del libero mercato, assicurandosi il dominio delle corporazioni americane. Ci� fu presentato da Clinton in questi termini: �Se intendiamo avere una delle forti relazioni economiche che includono la nostra capacit� di commerciare in giro per il mondo, l�Europa per noi � basilare � Questo � quanto significano gli affari del Kossovo� O come afferma  Thomas Friedman: �La mano invisibile del mercato non funzioner� mai senza il pugno invisibile. McDonald�s non pu� prosperare senza McDonnell Douglas [il costruttore degli F15].�

 

 

 

IL CRESCENTE UNILATERALISMO

 

Ci sono importanti differenze nel modo in cui gli USA hanno condotto le tre guerre pi� importanti dell�ultimo decennio. Prima di tutto, essi hanno dimostrato una crescente tendenza verso l�unilateralismo. La guerra del Golfo fu ancora, in una certa misura, condotta all�interno dell�ordinamento delle Nazioni Unite. La guerra contro il Kossovo fu organizzata sotto gli auspici della NATO. Ma in Afghanistan gli USA hanno sostenuto fermamente di voler condurre la guerra secondo i propri termini, mentre la Gran Bretagna e altre entit�, talvolta, sono stati apertamente messi da canto.

Quale sar� la politica degli USA dopo l�Afghanistan? Fare un�altra guerra. Come ha osservato Bush: quella dell�Afghanistan � la prima guerra del XXI secolo. O, come si � espresso in un�altra occasione, l�anno 2002 sar� un anno di guerre. Ad un certo punto, questa politica porter� in conflitto gli USA con i suoi rivali.

Se consideriamo gli ultimi 25 anni -- il periodo successivo al crollo di Bretton Woods e la recessione del 1974-75 -- c��, attraverso tutte le svolte e i cambiamenti di direzione dettati dalle circostanze congiunturali, un filo ben visibile che corre lungo la politica statunitense: la sempre pi� definita asserzione dei propri interessi e l�abbandono di ogni gestione a lungo termine dell�intera economia capitalistica. In questo caso, si potrebbe menzionare il fatto che, nonostante si sia passati attraverso un decennio di tempeste finanziarie che hanno minacciato le basi stesse del sistema globale, le maggiori potenze si sono allontanate pi� che mai da ogni accordo sulla regolazione della finanza globale.

Una situazione realmente senza precedenti � emersa durante il passato decennio. Le potenze finanziarie dominanti sono diventate finanziariamente dipendenti dal resto del mondo. Alla fine della II Guerra Mondiale, gli USA erano il principale fornitore di capitali al resto del mondo. Adesso essi dipendono dal resto del mondo, in quanto richiedono un afflusso di 1 miliardo di dollari al giorno soltanto per restare solventi. Ancora, ad un certo punto, questo far� sorgere dei conflitti con le altre potenze.

Gli USA hanno stipulato una sorta di patto faustiano. Negli anni Settanta, essi decisero di mettere da parte la disciplina del sistema di Bretton Woods e fecero pressione per il libero mercato al fine di mantenere la propria egemonia sui propri rivali in Giappone ed Europa. Questo � bastato per mantenere il dominio relativo degli USA. Ma, allo stesso tempo, gli USA sono diventati soggetti ad un�altra potente forza, il mercato finanziario mondiale, il quale � cresciuto al di l� del controllo degli USA o di qualsiasi altro gruppo di potenze capitalistiche. In altre parole, gli USA, nello sforzo di mantenere la propria egemonia, sono diventati soggetti a tutte le contraddizioni dell�economia globale capitalistica. Questo dar� luogo a rapidi e convulsi rivolgimenti economici e soprattutto politici nel prossimo periodo.

 

 

 

LA PROSPETTIVA DELLA RIVOLUZIONE SOCIALISTA MONDIALE

 

In conclusione, vorrei sottolineare due punti. Primo, l�erompere del militarismo statunitense non � l�espressione della forza dell�imperialismo statunitense, ma piuttosto della sua profonda decadenza e degenerazione. Ci� lo abbiamo documentati in termini di fatti e cifre.

Tale decadenza gioco un ruolo nella psicologia di massa e nello sviluppo della consapevolezza politica. Proprio quando cercava di conquistare consenso sulla base del suo programma di guerra, la stessa decadenza che ha fatto sorgere il militarismo si � manifestata nello scandalo Enron. Questa crisi rivela che la base sociale dell�amministrazione Bush � una banda di ladri e imbroglioni. E ci� ha implicazioni di vasta portata, perch� Enron non � un caso eccezionale. E� un simbolo della cosiddetta �new economy�, la cui attivit� principale si � rivelata essere le pi� dubbie pratiche finanziarie, finalizzata al tentativo di elevare il valore degli azionisti, e a rendere possibili saccheggi finanziari in massa.

La secondo questione si riferisce alla nostra prospettiva. La nostra strategia � la rivoluzione mondiale socialista mondiale. E� necessario considerare, e forse riconsiderare, cosa ci� significa. Il pericolo � che la rivoluzione socialista mondiale sia considerata come una sorta di somma quantitativa di varie rivoluzioni nazionali. Affermare che la nostra strategia � la rivoluzione socialista mondiale significa che avanziamo la prospettiva del socialismo mondiale -- l�unificazione internazionale della classe lavoratrice; un�autentica pianificazione internazionale conforme alle leggi della ragione, non dell�anarchia del mercato; una propriet� sociale che renda possibile un autentico controllo democratico delle forze produttive -- quale risposta concreta ai crescenti pericoli della guerra imperialistica e al rischio di piombare nel caos economico, risultanti dall�approfondirsi delle contraddizioni dell�economia capitalistica mondiale.

Nel suo famoso pamphlet La guerra e l�Internazionale, Trotsky scriveva: �L�unico modo in cui il proletariato pu� affrontare le difficolt� dell�imperialismo � opponendogli quale ordine del giorno pratico l�organizzazione socialista dell�economia mondiale�. Ci� si applica con ancora maggiore efficacia oggi.

Ma qual�� la prospettiva? La Quarta Internazionale � basata sulla comprensione che la sua prospettiva � l�espressione consapevole delle obiettive tendenze di sviluppo: l�approfondirsi del conflitto tra l�economia mondiale e il sistema degli stati-nazione. E� stato questo conflitto che ha causato il crollo dell�Unione Sovietica e adesso trova espressione nella lotta globale per le risorse e il crescente pericolo di guerre.

Ma tale consapevolezza � capace da sola di aprire la strada alla consapevolezza della classe lavoratrice. A tale questione non si pu� rispondere al di fuori del ruolo che giochiamo come parte della situazione obiettiva.

Come dice Marx: �La questione se al pensiero umano appartenga una verit� oggettiva non � una questione teorica, ma pratica. E' nell'attivit� pratica che l'uomo deve dimostrare la verit�, cio� la realt� e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realt� o non-realt� di un pensiero che si isoli dalla pratica � una questione puramente scolastica.�

Tali acute osservazioni metodologiche e filosofiche sono state provate sia dagli sviluppi della fisica moderna -- dove � semplicemente impossibile determinare lo stato di un sistema al di fuori dell�intervento attivo su di esso -- e della sfera della politica.

La prospettiva della rivoluzione socialista pu� conquistarsi un supporto di massa nella classe lavoratrice. In quali condizioni? L�erompere degli antagonismi imperialisti e, infine, della guerra, associati alla prima epoca della globalizzazione dal 1870 al 1913, e il periodo di profondi squilibri che seguirono. La nostra prospettiva, nella seconda epoca della globalizzazione, � basata su queste esperienze storiche.

 

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