TACCUINO INTERNAZIONALE

 

 

 

 

28 luglio 2004

 

 

LA CONVENTION DEMOCRATICA DI BOSTON

ANALISI DELLA SITUAZIONE CREATASI NEL DARFUR

 

 

 

            A Boston, una Convention democratica sottotono coincide con la risalita di Bush nei sondaggi

 

            Si è aperta ed è in pieno svolgimento la Convention democratica di Boston. Il prossimo mese sarà la volta di quella repubblicana, che confermerà la candidatura del Presidente Bush alla rielezione.

            Ci sono già state delle sorprese.

            La prima: il fatto che non sussista alcun margine di incertezza sul ticket democratico che sfiderà Bush ha tolto alla Convention parte del suo interesse. Secondo l'inviato della "Stampa", Maurizio Molinari, l'evento fatica persino a "bucare il video": i telespettatori americani tendono a cambiare canale.

            La seconda: la parata degli ex Presidenti di parte democratica ha rivelato come la base del Partito sia più vicina al pacifismo di Jimmy Carter, Premio Nobel per la Pace nel 2002 ed inquilino della Casa Bianca dal 1977 al 1981, di quanto non lo sia alle posizioni sostanzialmente realiste e moderate dell'attuale candidato John Forbes Kerry. Questa inclinazione, insieme al sorgere del nuovo astro nero del firmamento democratico, Obama, potrebbe rafforzare in Kerry la tentazione di spostarsi a sinistra durante gli ultimi mesi della sua campagna, con l'effetto di diminuirne le speranze di vittoria finale.

            La terza: è emerso con evidenza come la stella dei Clinton non accenni in alcun modo a tramontare. Si ha anzi come l'impressione che Bill ed Hillary siano tuttora le vere guide spirituali del Partito Democratico. Il fatto genera un sospetto malizioso: un successo di Kerry chiuderebbe le porte della Casa Bianca ad Hillary per i prossimi otto anni almeno, mentre la sua sconfitta permetterebbe alla consorte di Bill di candidarsi alla Presidenza tra quattro anni, quando Bush non sarà più eleggibile. E' a questo punto lecito dubitare che i Clinton sosterranno sinceramente fino in fondo Kerry.

            La quarta: ha stupito il modo nel quale la moglie del candidato presidenziale, Signora Teresa Heinz, ha occupato la scena, annunciando la propria intenzione di assumere un ruolo di alto profilo all'interno dell'eventuale futura amministrazione guidata dal marito. La sortita è destinata quasi certamente a riverberarsi negativamente sulle preferenze degli elettori indecisi.

            La quinta: proprio in coincidenza con la Convention, sono usciti diversi sondaggi che hanno rivelato concordemente come il Presidente Bush sia tornato in vantaggio nei confronti del suo sfidante. Il dato figura anche in quello commissionato alla Abc dal Washington Post, testata in alcun modo sospettabile di simpatie per l'attuale Presidente, persino escludendo dalla competizione il candidato di disturbo Nader. Il margine è esiguo, ma ciò che appare rilevante è la tendenza, che suggerisce una campagna permanentemente in bilico. Come nel 2000, è quindi altamente probabile un finale al fotofinish, sul quale potranno anche incidere eventi dell'ultima ora, specialmente se collegati agli sviluppi in Iraq e nella lotta al terrorismo internazionale.

            Quest'ultimo fatto suggerisce un'osservazione rilevante anche per la nostra politica interna. L'incertezza degli esiti delle prossime presidenziali avrebbe dovuto suggerire maggiore prudenza ai vertici del centro-sinistra italiano, che ha cercato di accreditarsi presso il candidato democratico presenziando ai lavori della Convention.

            E' infatti più che mai evidente che l'opposizione italiana sta scommettendo sulla vittoria di Kerry, di cui ritiene di aver bisogno per ricostruire su nuove basi il rapporto con gli Stati Uniti.

            A prescindere dal risultato, si tratta di una pretesa illusoria. Come Bush, infatti, anche il candidato democratico sostiene posizioni difficilmente accettabili per Fassino e Rutelli, quali la volontà di restare in Iraq per anni e la determinazione a proteggere l'America andando avanti nella campagna contro il terrorismo internazionale.

            Appare altrettanto chiaro che Berlusconi sta invece mantenendo il proprio rapporto privilegiato con Bush. Per aprire a Kerry, se del caso, ci sarà sempre tempo dopo il 3 novembre.

            La posizione tenuta da Palazzo Chigi sembra nel complesso più ragionevole di quella spregiudicatamente adottata dai leaders del centro-sinistra.

            Mentre una conferma di Bush alla Casa Bianca pregiudicherebbe in modo definitivo i rapporti tra Washington ed un futuro Governo italiano che fosse espresso dall'Ulivo, la preferenza di Berlusconi per il Presidente repubblicano può infatti essere mascherata e giustificata fino alla fine dagli aspetti istituzionali del rapporto che deve intercorrere tra i vertici degli esecutivi italiano ed americano.

           

            La situazione nel Darfur: analisi delle ragioni di un conflitto e delle prospettive per la sua soluzione

 

            Sta attirando una crescente attenzione anche la crisi umanitaria in Darfur.

            Sono infatti in movimento sia la diplomazia americana che quella britannica.

            Verrà a breve presentata dagli Stati Uniti - e forse anche discussa - nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una proposta di risoluzione che esigerebbe la cessazione del sostegno del Governo di Khartoum alle violenze delle milizie arabe attive nella tormentata regione e l'apertura di corridoi umanitari per soccorrere i profughi.

            In caso di inadempimento, sarebbero contemplate sia l'imposizione di sanzioni che ritorsioni accessorie che colpirebbero le milizie filogovernative in azione nel Darfur.

            Blair ha addirituttura accennato alla possibilità di un intervento militare: un'ipotesi che è stata per fortuna successivamente scartata, ma che potrebbe trovare da noi sostenitori nell'ambito del movimento ecologista e tra i cattolici.

            Si è mossa anche la Francia, che ha inviato sul posto, in Darfur, il proprio Ministro degli Esteri Michel Barnier.

            Tanto per cambiare, però, Parigi osteggia l'ipotesi di un intervento militare occidentale in Sudan e, sembra, anche l'impostazione data alla proposta di risoluzione prefigurata da Powell.

            In questo caso, tuttavia, il Quai d'Orsay non avrebbe tutti i torti.

            Si rischia infatti il coinvolgimento attivo in un altro conflitto dal quale non esistono grandi probabilità di uscire vincitori.

            Va notato, in primo luogo, come l'iniziativa militare che ha aperto la crisi non sia stata assunta dal Governo di Khartoum, ma dai ribelli vicini a due formazioni politiche del Darfur, il Movimento di Liberazione Sudanese (MLS) ed il Movimento per la Giustizia e l'Eguaglianza (JEM).

            Tali Movimenti sono sorti per rivendicare l'autonomia del Darfur, ma ad essi si sono aggregati dopo il 1998 anche elementi islamici dell'etnia Zagawa, estromessi dal potere a Khartoum dopo la vittoria della fazione musulmana del regime guidata da Omar al-Bashir.

            C'è un'ulteriore complicazione. Per rafforzare la morsa sulla capitale, MLS e JEM si erano alleati all'Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese, la fazione armata guidata da John Garang che conduceva l'insurrezione antigovernativa nel Sud del Sudan, rimanendo successivamente spiazzati dal cessate il fuoco che ha recentemente posto fine al conflitto in quell'area.

            Il rapporto tra i ribelli del Darfur e Garang è attualmente contestato da importanti gruppi interni al MLS ed allo JEM, che non riconoscono gli accordi di pace raggiunti nel Sud Sudan e temono le sempre più evidenti ambizioni dello stesso Garang, che mirerebbe ad assumere un ruolo di primo piano nelle vicende politiche di Khartoum e starebbe in effetti tenendo un atteggiamento ambiguo, avendo firmato un'intesa con il Governo di al Bashir, essendo prossimo ad entrare nello stesso esecutivo centrale sudanese ed al contempo continuando a rifornire sottobanco di armi i ribelli del Darfur, insieme al Governo eritreo.

            Garand ed Asmara, naturalmente, negano ufficialmente questo genere di sostegno, contribuendo ad esacerbare la situazione.

            Il quadro è complesso. Si ritiene che Garand voglia candidarsi alla Presidenza della Repubblica Sudanese tra tre anni e che per vincere abbia bisogno di sostegni anche nel Darfur. Ma questo esito è tutt'altro che scontato e sia i ribelli che la comunità internazionale rischiano di essere utilizzati a fini di politica interna a Khartoum, per promuovere un cambio di regime che non stabilizzerebbe il Paese.

            A questo proposito, si segnala come oggi si sia avuta notizia di nuovi scontri nel Darfur che potrebbero essere stati determinati proprio dal posizionamento dei ribelli nei confronti del leader sud-sudanese Garang.

            Ci sono quindi tutti gli elementi tipici di una situazione tendente all'anarchia ed alla guerra civile di tutti contro tutti. Come a suo tempo in Somalia.

            In gioco sembrano essere gli stessi equilibri politici complessivi del Sudan e non è certamente sorprendente che il Governo abbia deciso di fronteggiare la rivolta sostenendo una milizia armata pro-araba, la Janjaweed, che è l'organizzazione cui sono imputati gli attuali massacri.

            In sintesi, l'obiettivo di Khartoum è solo in apparenza la stabilizzazione della regione ribelle: quello effettivo è la salvaguardia dell'ordine interno e, naturalmente, delle proprie posizioni di dominio sull'intero Paese, che sono insidiate da Garang.

            Se si desidera intervenire nel Darfur per fermare le stragi e le violenze, occorre pertanto considerare attentamente la dinamica politica interna sudanese e i riflessi regionali della crisi, coinvolgendo nella sua gestione anche l'Egitto, che sostiene l'attuale regime ed ha in ogni caso vitali interessi di natura idrica da tutelare a Khartoum. Non a caso, il Sudan è entrato prepotentemente nell'agenda dell'incontro svoltosi oggi al Cairo tra Colin Powell ed il Presidente Mubarak.

            Il Governo sudanese teme, naturalmente, di essere disarcionato dagli effetti di un'operazione militare umanitaria occidentale in Darfur. Questo fattore spiega la rigida risposta data finora ai propositi interventisti manifestati in particolare da Blair: le forze armate sudanesi ed i fiancheggiatori dell'attuale regime reagiranno militarmente a qualsiasi ingerenza straniera in Sudan.

            In previsione di sviluppi di questa natura, ieri è stata resa nota la mobilitazione generale "politica e strategica" di tutti i corpi dello Stato sudanese. Per fronteggiare l'ingerenza straniera, il Governo di Khartoum farebbe appello anche alle forze dell'opposizione, liberando i detenuti politici.

            Tutto ciò significa che non è ipotizzabile alcuna operazione di soccorso umanitario militarmente protetto in Sudan che non sia destinata a scivolare nel coinvolgimento occidentale in un conflitto di tipo somalo.

            Non a caso, lasciando il Darfur, il capo della diplomazia francese ha sostenuto che per quella regione non è al momento immaginabile alcuna soluzione che non preveda anche il coinvolgimento del Governo di Khartoum. A meno di non voler creare un nuovo Iraq alle porte di casa.

            Punto di vista che pare al momento purtroppo del tutto condivisibile.

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21 luglio 2004

 

 

IL MEDIO ORIENTE SEMPRE IN PRIMO PIANO DOPO IL VOTO ALL'ONU CONTRO LA BARRIERA DIFENSIVA ALLESTITA DAGLI ISRAELIANI

SEMPRE CRITICA LA SITUAZIONE IN IRAQ, MENTRE SI RINVIERANNO DI UN MESE LE ELEZIONI IN AFGHANISTAN

L'IMPOTENZA DELLA COMUNITA' INTERNAZIONALE IN SUDAN

 

 

            La situazione in Medio Oriente

 

            Come previsto, dopo la sentenza della Corte internazionale chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della barriera difensiva allestita da Israele, ieri si è ulteriormente complicata la posizione del Governo Sharon.

            E' infatti intervenuto un voto dell'Assemblea delle Nazioni Unite, che a grandissima maggioranza (con 150 voti favorevoli, 6 contrari e 10 astensioni) ha ingiunto lo smantellamento del cosiddetto muro.

            Naturalmente, in quanto non vincolante, il voto dell'Assemblea dell'Onu non ha lo stesso peso di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza, all'adozione della quale il rappresentante degli Stati Uniti avrebbe certamente opposto il proprio veto, ma si tratta certamente di un elemento negativo del quale il Governo di Tel Aviv non aveva certamente bisogno in questa fase, dopo lo sconcertante invito ad emigrare rivolto da Sharon agli ebrei francesi e la crisi che ne è derivata con Parigi.

            L'intera Unione Europea ha votato a favore del documento approvato, Italia inclusa, determinando la forte reazione negativa del Governo israeliano.

            Gli Stati Uniti si sono invece espressi contro.

            Israele, ovviamente, non muterà i propri orientamenti ed andrà avanti per la propria strada: ma il voto delle Nazioni Unite potrebbe pesare sia sulle trattative in corso tra Sharon e Peres per la formazione di una nuova maggioranza governativa, sia sul posizionamento degli Stati Uniti, che hanno forse bisogno di una leadership israeliana almeno a parole meno intransigente e di sicuro più abile a comunicare le proprie esigenze di sicurezza.

            In questione è lo stile della diplomazia israeliana, che non ha forse fatto tutto ciò che era nelle sue possibilità per migliorare la percezione che la comunità internazionale ha delle ragioni effettive che hanno motivato la costruzione della grande barriera difensiva che separerà lo Stato ebraico dalla futura formazione palestinese.

            Gli argomenti di parte israeliana sono peraltro noti a tutti. A Tel Aviv si fa notare come l'erezione del muro difensivo abbia già portato ad una riduzione del 90% degli attacchi suicidi perpetrati da Hamas contro la popolazione civile israeliana e goda quindi di un consenso straordinario tra gli elettori dello Stato ebraico.

            Ma alle finalità puramente difensive di questa barriera credono in pochi fuori di Israele. Per molti, forse i più, è invece la manifestazione della volontà israeliana di fissare unilateralmente un confine definitivo diverso da quello che preesisteva alla Guerra dei Sei Giorni del 1967 e contemporaneamente tale da rendere non vitale il futuro Stato palestinese.

            La barriera, in effetti, penetra in Cisgiordania per una decina di chilometri a Est della Linea Verde ed in alcuni punti limitati anche di qualcosa di più. Si tratta di una scelta necessaria, per poter inglobale in Israele il grande insediamento di Ariel, una cittadina che ha più di 20mila abitanti.

            Se fosse meglio mediatizzata, questa idea potrebbe alla fine anche essere accettabile. Resterebbe, però, pur sempre il problema di Gerusalemme, che rischia di divenire la prima città divisa fisicamente in due da ragioni politiche in questo nuovo secolo. Un muro sorgerebbe in effetti nel bel mezzo della Città Santa proprio dopo lo smantellamento di quelli che avevano diviso nel secolo scorso Berlino e Nicosia.

            E' comprensibile che il progetto non piaccia, ma pare difficile poter raggiungere sul punto una posizione di compromesso. Gli israeliani non cederanno, mentre è possibile che la comunità internazionale eserciti nuove pressioni sull'Amministrazione Bush, da qualche tempo latitante su questo specifico fronte, in quanto occupata a stabilizzare Iraq ed Afghanistan.   

            Comunque, "se Sparta piange, Atene non ride".

            Mentre Sharon deve fare i conti con una crescente ostilità interna ed internazionale al suo Governo, cui non ha certamente giovato neppure l'improvvida sortita sull'antisemitismo francese, l'Autorità Nazionale Palestinese risulta versare in condizioni persino peggiori.

            La causa è l'ennesimo confronto tra Arafat ed il premier dell'Anp che verte sul controllo degli apparati di sicurezza. Il raìs ha posto alla loro testa un uomo che appartiene al proprio clan familiare, inimicandosi Abu Ala, che ha minacciato di ricalcare le orme del suo predecessore Abu Mazen, dimessosi dall'incarico proprio per la stessa ragione.

            La situazione appare caotica. Gli americani hanno già dichiarato che non eserciteranno alcuna pressione per risolvere la controversia in un modo o nell'altro. Ma è evidente che quanto prima i palestinesi riusciranno a ridimensionare il potere di Arafat, che sembra incapace o non desideroso di fermare i terroristi, tanto prima il negoziato per la soluzione al conflitto israelo-palestinese potrà essere finalmente impostato su nuove basi.

 

            Continua lo stillicidio degli attacchi in Iraq. I terroristi ottengono il ritiro delle truppe di Manila. Intanto, in Afghanistan, le elezioni previste a settembre si terranno non prima di ottobre. Valutazioni

 

            A questo proposito, è utile sottolineare come la vicenda politico-militare in corso in Iraq non abbia fatto registrare elementi sostanziali di novità. Gli americani continuano a subire il consueto stillicidio di perdite, mentre l'offensiva terroristica si accanisce sulle forze di polizia e le autorità del nuovo Governo diretto da Yiad Allawi.

            Sembrano inoltre in ulteriore peggioramento i rapporti tra gli Stati Uniti e l'Iran. L'idillio è ormai tramontato, così come ogni progetto di "pace separata" tra l'Occidente e l'Islam sciita. L'America si è resa conto che sostenere la causa sciita in Iraq significa condannare a fine certa la monarchia degli Al Saud e permettere ai quaedisti o ai loro simpatizzanti, come il Principe Nayaf, di conquistare Ryad. Un incubo.

            Continua altresì la pressione sui contingenti minori.

            Il sequestrato filippino è stato liberato, ma al prezzo del ritiro dall'Iraq delle truppe inviate da Manila: un precedente pericoloso, che si spera non incoraggi nuove azioni ai danni dei militari degli altri Paesi presenti sul suolo iracheno.

            In questo scenario, saranno importanti le prossime iniziative che assumerà il nuovo premier iracheno. Dopo la richiesta di istruttori alla Nato, accolta dall'Alleanza durante il recente vertice di Istanbul di fine giugno, Allawi ha bussato alla porta dei Paesi Arabi moderati. E' evidente che le forze armate e dell'ordine del nuovo Iraq sono in grande difficoltà.

            Difficoltà sembrano esserci anche a Kabul, dove Karzai ha preso la decisione di rinviare di un mese, ad ottobre, le elezioni che dovevano tenersi nel prossimo settembre. Non è un buon segno, così come non lo era stato quello rappresentato dalla rinuncia della Nato a creare un Team di Ricostruzione Provinciale per l'area di Herat.

            La situazione rimane così fluida su entrambi i fronti sui quali sono impegnate le forze armate americane ed occidentali in via più generale, mentre ormai mancano solo poco più di tre mesi alle elezioni presidenziali americane.

 

            Niente da fare, apparentemente, per il Darfur

 

            Infine, si segnala come stia continuando nell'indifferenza e nell'impotenza più completa la strage degli animisti in Darfur.

            Non ci si può ingannare sul punto: intervenire in Sudan è virtualmente impossibile, quasi come lo fu in Somalia e Congo negli anni novanta. Si può tentare di condizionare il regime di Khartoum, ma le possibilità di influenza sono limitate dalla non credibilità di un nuovo intervento militare occidentale in Africa.

            Il Dipartimento di Stato americano ha comunque annunciato l'intenzione di presentare una proposta di Risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nell'intento di costringere il Governo di Khartoum a fermare le violenze e a permettere il transito degli aiuti umanitari diretti alle vittime dei disordini e delle persecuzioni degli ultimi mesi.

            E' evidente che Powell si muove anche per attirare verso Bush i consensi dell'elettorato di colore statunitense. Difficile immaginare che il suo impegno possa bastare.

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14 luglio 2004

 

IL MEDIO ORIENTE IN PRIMO PIANO, DOPO LA SENTENZA DELL'AJA CONTRO LA BARRIERA DIFENSIVA ISRAELIANA E LE PROVE DI GRANDE COALIZIONE TRA SHARON E PERES

SITUAZIONE STAZIONARIA IN IRAQ

NOVITA' NEGLI EQUILIBRI EUROPEI E GLOBALI: SI RAFFORZA L'ASSE ROMA-LONDRA, MENTRE IN POLONIA SARA' ALLESTITO UN SITO DELLA MISSILE DEFENSE AMERICANA

 

 

            La sentenza dell'Aja sulla barriera difensiva allestita da Israele. Le difficoltà interne di Sharon e le prove di Grande Coalizione

 

            L'evento di gran lunga più significativo della settimana è sicuramente rappresentato dall'evoluzione della situazione in Medio Oriente. Israele ha subìto uno scacco, ampiamente anticipato, all'Aja, dove la Corte chiamata a giudicare della legittimità della barriera difensiva allestita dallo Stato ebraico per proteggersi dal terrorismo si è pronunciata contro Tel Aviv.

            Sulla base della sentenza, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha già chiesto al governo israeliano di provvedere allo smantellamento del "muro". Si profila anche un dibattito in Consiglio di Sicurezza.

            Naturalmente, è altamente improbabile che dal Palazzo di Vetro di New York possa giungere un'intimazione nella forma di una Risoluzione del Consiglio di Sicurezza: gli Stati Uniti hanno infatti già annunciato che opporrebbero il loro potere di veto a qualsiasi documento che venisse proposto in questa direzione.

            Tuttavia, è evidente come, una volta di più, le basi della politica di sicurezza israeliana siano poste in questione dalla comunità internazionale.

            Tel Aviv non smantellerà la barriera difensiva, cui attribuisce il merito di avere ridotto del 90% il numero degli attacchi terroristi suicidi condotti contro lo Stato ebraico, anche se Sharon è stato costretto dalla Corte Suprema israeliana a modificarne leggermente il tracciato, accogliendo il ricorso presentato da alcuni cittadini israeliani e palestinesi che se ne ritenevano danneggiati.

            Il contestato muro è oggetto di contestazioni sotto almeno due profili:

a) in primo luogo, discostandosi, seppur di poco, dalla linea verde che rappresenta i confini precedenti alla Guerra dei Sei Giorni, suscita il timore che Tel Aviv desideri modificare unilateralmente ed in modo definitivo i confini che separeranno Israele dal futuro Stato palestinese;

b) in secondo luogo, introducendo una barriera addirittura fisica tra le due formazioni politiche, rafforza l'impressione che si voglia deliberatamente evitare la futura creazione di una zona economicamente e culturalmente integrata, separando Israele ed il futuro Stato palestinese.

            Su questi due punti, occorre sottolineare:

a) come lo scostamento si sia reso necessario, da parte ebraica, per inglobare in Israele alcuni grossi insediamenti sorti al di là della linea verde, come Ariel, che ha ventimila abitanti e persino una Università;

b) come, d'altra parte, sia vero ciò che sostengono i palestinesi, secondo i quali l'attuale tracciato è congegnato in modo tale da escludere la possibilità di dar vita ad uno Stato palestinese territorialmente continuo e vitale;

c) come, inoltre, l'idea stessa di separazione riduca effettivamente le possibilità di sviluppo economico del futuro Stato palestinese e lo costringa a gravitare maggiormente sulla Giordania, sino al punto da lasciarne prevedere la destabilizzazione a medio-lungo termine;

d) come la barriera rappresenti, infine, una implicita chiusura verso ogni forma di riconoscimento del cosiddetto "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi alle loro terre di origine: lo scoglio sul quale è naufragato il processo di pace. D'altro canto, è ampiamente noto come Israele non possa assolutamente permettersi di assorbire una massiccia immigrazione di ritorno che renderebbe minoritaria al suo interno la componente ebraica della popolazione.

            Non c'è quindi apparentemente soluzione.

            Israele è in ogni caso in una fase storica di debolezza, segnata da una correlazione di forze demografiche assolutamente sfavorevole, che ha già imposto allo Stato ebraico una politica di graduale abbandono dalle terre conquistate dopo il 1956.

            Non stupisce che, in questa situazione, che è aggravata anche da scandali interni, Sharon stia avvertendo il bisogno di allestire un governo emergenziale di Grande Coalizione. Il Premier è sfuggito per un soffio, pochi giorni fa, ad un voto di sfiducia da parte della Knesset. In queste condizioni, non può gestire il processo di pace.

            Ecco perchè si è rivolto a Peres, l'uomo del dialogo.

            I laburisti israeliani, apparentemente, hanno accettato l'offerta, anche perchè il sostegno da destra al Premier si è affievolito. Intevoleranno quindi con Sharon un dialogo che potrebbe portare anche ad un significativo rimaneggiamento dell'esecutivo di Tel Aviv.

            Un nuovo governo Sharon-Peres, che avrebbe caratteristiche sensibilmente differenti da quello che era al potere qualche anno fa, potrebbe più facilmente superare alla Knesset l'opposizione al piano di ritiro da Gaza che tanta resistenza aveva suscitato mesi fa nel Likud e che potrebbe essere fatto rientrare in una più complessa partita di scambi territoriali tra Israele, Egitto e Stato palestinese.

 

            Situazione stazionaria in Iraq

 

            E' rimasta invece sostanzialmente invariata la situazione in Iraq, con il Governo Allawi impegnato nel difficile compito di ristabilire l'ordine in collaborazione con la Coalizione multinazionale a guida americana. L'unica novità di rilievo è stata la decisione del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, di nominare un nuovo inviato Onu in Iraq.

            Avrà quindi finalmente un successore Viera de Mello, brutalmente ucciso a Baghdad nella scorsa estate.

            L'ondata dei sequestri intimidatori nel frattempo non ha accennato a diminuire. Ne sono rimasti vittime, questa volta, bulgari e filippini, che hanno militari sul terreno. Manila, pare, provvederà al ritiro dei suoi soldati per tentare di salvare il proprio ostaggio. Mentre Sofia si è dichiarata impotente anche dopo la decapitazione del primo fra i suoi cittadini nelle mani dei terroristi.

            Per fronteggiare la situazione, il nuovo esecutivo iracheno sta facendo ricorso ai poteri eccezionali che si è recentemente fatto attribuire con una nuova legge sulla sicurezza nazionale. Diverse condanne a morte sono già state eseguite in più parti del Paese, cosa che ha determinato lo sdegno dell'Unione Europea e dei suoi principali Stati membri: Italia e Gran Bretagna incluse.

            Va segnalato come fra questi due ultimi Paesi stia maturando un'intesa più profonda, che va al di là della politica irachena per coinvolgere la redifinizione degli equilibri interni all'Unione Europea. Se ne è avuta una riprova nel corso del vertice italo-britannico del 13 luglio. Londra si è forse finalmente resa conto che Roma può essere una carta interessante da giocare come contrappeso all'asse franco-tedesco-spagnolo formatosi nell'Unione.

           

            Novità negli equilibri globali: l'America si sente minacciata da Al Qaeda, ma modifica la concezione politica del proprio "scudo stellare"

 

            Intanto, negli Stati Uniti il senso della minaccia terroristica incombente si è ulteriormente acuito, come provano gli allarmi lanciati dal Department of Homeland Security, l'ipotesi di rinviare le presidenziali di novembre in caso di attentato catastrofico e, soprattutto, la distribuzione di vaccini in alcune città come New York e Boston.

            Come già sostenuto in precedenza, il rischio di un'offensiva del network terroristico internazionale in America è tutt'altro che remoto. Attacchi negli States sembrano anzi l'unica strategia possibile per un'organizzazione che si trova ormai sulla difensiva tanto in Iraq quanto in Arabia Saudita ed ha bisogno di un successo di grande impatto emotivo.

            Malgrado queste oggettive preoccupazioni, Washington non è comunque totalmente concentrata sulle esigenze della lotta antiterroristica. Continua invece a muovere in modo spregiudicato le proprie pedine sull'arena internazionale.

            Con un gesto che ha sorpreso non pochi osservatori ed analisti, nella settimana appena trascorsa, ha intavolato negoziati con Praga e Varsavia allo scopo di installare un sito missilistico della futura Missile Defense sul suolo ceco o polacco.

            La Polonia appare in vantaggio.

            Di questo passaggio debbono essere illustrate le implicazioni. Mentre era risaputa l'intenzione americana di installare radar e sensori in Europa, in particolare in Groenlandia e Gran Bretagna, per tracciare i vettori eventualmente scagliati dai Rogue States del Medio Oriente, non era nota l'intenzione di procedere alla costruzione di un sito destinato ad ospitare intercettori.

            Non essendo ipotizzabili attacchi dall'Ucraina o dal Kazakhstan, intercettori basati in Polonia o Repubblica Ceca sarebbero destinati ad abbattere soltanto missili offensivi russi diretti verso gli Stati Uniti o, più difficilmente, vettori iraniani diretti in Russia.

            Siccome la seconda ipotesi non è molto verosimile, una conferma di queste trattative significherebbe soltanto una cosa: che Mosca ha cessato di essere considerata da Washington soltanto come un partner strategico.

            I russi non dovrebbero mancare di far avvertire la loro reazione. Si erano già espressi contro il ridislocamento delle basi militari della Nato dalla Germania verso la Polonia: pare difficile che non puntino i piedi nei confronti di una scelta strategica così poco amichevole nei loro confronti.

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7 luglio 2004

 

 

VARATA UNA NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA IN IRAQ: ALLAWI POTRA' IMPORRE LA LEGGE MARZIALE.

VERSO LA REINTRODUZIONE DELLA PENA DI MORTE, ESITO PROBABILE DEL PROCESSO A SADDAM.

NUOVE MINACCE DI AL QAEDA.

IN AMERICA, KERRY SCEGLIE COME VICE EDWARDS

 

 

 

            Giro di vite in Iraq, ma meno duro di quanto preventivato

 

La novità dall'Iraq è la sempre più evidente volontà del nuovo Premier Allawi di prendere saldamente nelle sue mani il Paese. E' di oggi la notizia del varo di una nuova legge sulla sicurezza nazionale, che permetterà al capo del governo di imporre la legge marziale per archi di tempo limitati e su regioni circoscritte nel caso la situazione dell'ordine pubblico lo esigesse.

Dall'Iraq è stata altresì ribadita la volontà del nuovo esecutivo di procedere almeno temporaneamente alla reintroduzione della pena di morte, che non potrà però essere comminata per reati di opinione. E' rimesso al Governo ed all'assemblea legislativa che usciranno dalle elezioni del 2005 il compito di decidere sull'eventuale conferma in via definitiva della pena capitale.

L'intepretazione della decisione sembra agevole. Il nuovo regime sta creando le basi legali sulle quali procedere alla condanna a morte di Saddam Hussein e dei suoi collaboratori. Si è già sottolineato perchè questa scelta potrebbe nuovamente acuire le divisioni tra Stati Uniti ed Europa. Oltreatlantico, è difficile ipotizzare che qualcuno si muova per salvare Hussein, la cui sopravvivenza è invece pretesa da numerosi Paesi europei: Italia e Gran Bretagna inclusa. Il fatto non deve sorprendere, ove si consideri la mole di informazioni compromettenti per Washington di cui il Rais dispone ed il generale favore di cui la pena di morte gode in America.

D'altro canto, numerosi gerarchi iracheni sotto processo, primo fra tutti Tareq Aziz,  hanno ottime aderenze nell'Unione Europea, che del rifiuto della pena capitale ha fatto oltretutto un caposaldo della propria cultura giuridica.

Quanto allo stato d'emergenza, è da considerare positivamente la circostanza che si sia per ora rinunciato ad imporre la legge marziale. C'è ancora spazio per evitarla. Qualora non ci si riuscisse, i problemi per la Coalizione sarebbero certamente notevoli, dato il rischio non meramente teorico che le forze armate occidentali possano essere chiamate a concorrere all'applicazione dei coprifuoco. Per l'Esercito Italiano, una situazione simile evocherebbe certamente lo spettro di Bava Beccaris e degli scontri sulle barricate di Milano di fine ottocento. Da evitare.

Gli scontri e lo stillicidio delle perdite intanto proseguono. Interessano anche l'area sciita. Non è quindi da escludere qualche nuovo incidente a Nassyriah.

In Iraq, tuttavia, si riscontra anche qualche segnale incoraggiante. Un gruppo di sunniti, ad esempio, ha preso iniziative contro Al Zarqawi, dimostrando come l'esasperata ed intransigente violenza del  jihadismo cominci a generare risposte di segno negativo nella stessa società irachena.

 

Le nuove minacce di Al Qaeda

 

Da un sito internet, sono intanto giunte nuove minacce all'Occidente, all'Europa ed all'Italia. Mentre non c'è molto da dubitare circa la loro autenticità, si può discutere sulla loro attendibilità.

Fermo restando che il network del terrore ha le capacità strategiche e la sensibilità politica necessarie alla concezione ed all'esecuzione di piani ambiziosi e complessi, Al Qaeda sembra attualmente sulla difensiva tanto in Iraq quanto in Arabia Saudita, che sono i suoi fronti principali di operazioni.

Anche in Europa, i jihadisti hanno subìto gravi colpi, specialmente dopo l'11 marzo. Cellule importanti, inclusa quella responsabile delle bombe madrilene, sono state smantellate. Inoltre, sul Vecchio Continente, gli effetti degli stessi attacchi iberici sono stati limitati e rapidamente ribaltati: la Spagna ha infatti lasciato l'Iraq, ma i suoi uomini stanno adesso andando a rimpolpare le unità occidentali di stanza in Afghanistan. Anche Zapatero sta quindi rientrando inopinatamente nella lotta, con buona pace di coloro che hanno devastato i treni di Madrid.

E' quindi probabilmente l'America il bersaglio più pagante in questa fase per i jihadisti, tanto più che è in corso una campagna elettorale che Al Qaeda potrebbe desiderare di influenzare, magari con un attacco di grandi proporzioni che rafforzerebbe Bush nei confronti di Kerry. Può sembrare paradossale, ma non lo è.

Occorre infatti ricordare che quando è in gioco la sicurezza nazionale, gli americani si ricompattano con il loro Presidente. E a Bin Laden serve Bush quasi quanto a Bush è servito Bin Laden.

 

Kerry ed Edwards contro Bush e Cheney

 

Queste considerazioni conducono direttamente alla campagna elettorale americana, nella quale il Presidente in carica continua ad oscillare tra sondaggi pesantemente negativi ed altri che gli riconoscono ancora importanti possibilità di rielezione.

Mentre la ripresa tarda a produrre nuovi posti di lavoro, il pubblico americano sembra desiderare sempre più una exit strategy dall'Iraq, che Bush tarda a prospettare, nonchè altri successi nitidi ed inequivocabili nella lotta al network del terrore.

Dal canto suo, Kerry comincia invece a differenziarsi sempre più sia rispetto alla politica irachena dell'esecutivo che rispetto alla prosecuzione della campagna antiterroristica.

Intendiamoci: lo sfidante democratico non propone affatto una rapida ritirata dall'Iraq, ma un'uscita a medio termine, da realizzare entro la fine del suo eventuale primo mandato, nel 2009. Nè tanto meno è fautore di politiche che implichino l'abbassamento della guardia nei confronti di Bin Laden e del jihadismo. Ma chiede un deciso ritorno al multilateralismo ed alla concertazione della politica di sicurezza americana con quella dei Paesi alleati e dei membri del Consiglio di Sicurezza.

In questo contesto, non stupisce affatto l'evidente preferenza accordata da vari Governi europei verso l'ipotesi di una vittoria democratica il 3 novembre prossimo. La Francia in particolare eviterà qualsiasi decisione - ivi compresa quella di inviare propri istruttori militari in Iraq sotto il cappello Nato - che possa rafforzare di qui sino al momento del voto la posizione di Bush.

Questi, ad avviso di molti osservatori locali e stranieri, avrebbe comunque fatto un errore a confermare nel suo ticket il conservatore Dick Cheney, fortemente compromessosi con il suo sostegno alla dottrina degli attacchi preventivi, il reiterato ricorso ai motivi della vecchia propaganda antirachena e, soprattutto, il conflitto di interessi che lo ha visto fare i conti con il suo passato di altissimo dirigente della società di servizi petroliferi Halliburton.

E' ancora una possibilità l'eventuale cambio in corsa di vicepresidente, seppure sia piuttosto remota, non essendoci precedenti recenti del genere. Eppure non vi è dubbio che la sostituzione di Cheney con un moderato internazionalista del prestigio di Colin Powell potrebbe aiutare Bush a recuperarare parte dei consensi perduti sul terreno della politica estera.

Intanto, Kerry si è coperto a sinistra e nel centro geografico del Paese, nominando secondo nel suo ticket il senatore Edwards, l'ultimo dei suoi contendenti a ritirarsi dalla lotta per la nomination.

Ora si entra nel vivo.

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30 giugno 2004

 

 

GLI SVILUPPI DELLA SITUAZIONE IN IRAQ

DOPO IL TRASFERIMENTO DEI POTERI ED IL VERTICE NATO DI ISTANBUL

 

 

            L’anticipo del trasferimento dei poteri al 28 giugno

 

            L’ultima settimana di giugno si è aperta con l’inaspettato anticipo del trasferimento dei poteri dalla Coalition Provisional Authority al nuovo esecutivo iracheno, che ha avuto luogo il 28 giugno mattina, per la storia alle 10.26 ora locale.

            Fatto rilevante, non appena consegnati i documenti, l’Ambasciatore Paul Bremer ha lasciato Baghdad, come si chiedeva da più parti che avvenisse, a dare ulteriore risalto all’evento. L’Iraq è adesso, almeno formalmente, nelle mani del nuovo Premier Allawi: un sunnita che, pur vicino agli americani, gode di buona reputazione presso la popolazione irachena.

            Naturalmente, l’insediamento effettivo del nuovo esecutivo non risolve di per sé i gravi problemi di sicurezza che attanagliano il Paese.

Alcuni segnali sono sintomatici dell’estrema delicatezza della situazione e del momento.

Allawi, ad esempio, ha già fatto sapere che il protrarsi delle violenze potrebbe provocare lo slittamento delle elezioni previste per il gennaio 2005. Inoltre, forse spaventato dalle minacce di Al Zarqawi e dei jihadisti, il Capo del Governo iracheno ha chiesto alla Nato di fornire un contributo diretto all’addestramento delle forze armate e di polizia del nuovo Stato, peraltro prontamente (e inaspettatamente) concesso.

            Secondo alcune indiscrezioni raccolte ieri dai principali quotidiani iracheni, Allawi starebbe infine considerando l’idea di imporre la legge marziale su tutto l’Iraq nelle prossime quarantotto ore, mentre appare già sicura la reintroduzione della pena di morte, che potrebbe trovare la sua prima applicazione proprio contro Saddam Hussein ed i suoi 11 collaboratori appena affidati alla custodia del nuovo Governo.

            Si tratta di sviluppi critici, che potrebbero avere importanti ripercussioni locali, in America e persino da noi in Italia.

            Sul piano locale, il problema maggiore che deriverebbe dall’imposizione della legge marziale sarebbe determinato dal ruolo che ricoprirebbero le forze americane ed alleate nella sua eventuale imposizione. Chi farebbe, infatti, rispettare gli eventuali coprifuoco? E’ ovvio che dovrebbero farlo le unità militari straniere presenti in Iraq, oltre alle forze del ricostituendo Esercito di Baghdad. Anziché segnare l’avvio del disimpegno militare diretto, la transizione potrebbe finire quindi paradossalmente con l’aggravare e rendere più complessa la missione delle forze della Coalizione. La preoccupazione è reale: non a caso, l’altroieri, il portavoce delle Forze Armate statunitensi in Iraq, generale Kimmit, ha ricordato come non esista ancora alcun accordo che regoli i rapporti tra l’esecutivo di Baghdad e le unità militari alleate.

            In America, invece, è prevedibile che una deriva autoritaria del Governo Allawi finisca con il delegittimare ulteriormente l’impegno militare statunitense in Iraq, che a questo punto somiglierebbe sempre più allo sfortunato intervento degli anni sessanta in Vietnam, che vide i marines sacrificarsi per mantenere ad Saigon un tiranno corrotto. Dal punto di vista dell’attuale Amministrazione, le implicazioni sulla campagna elettorale presidenziale potrebbero essere devastanti.

            Infine, da noi in Italia, sarebbe scontata una nuova levata di scudi del centro-sinistra, che farebbe rilevare in sede di conversione del Decreto legge di proroga semestrale di Antica Babilonia come i soldati italiani rischino di rimanere impigliati in operazioni repressive ordinate da un Governo autoritario non troppo diverso da quello del deposto Saddam. Sui generali italiani a Nassyriah finirebbe, in sintesi, con l’aleggiare lo spettro di Bava Beccaris. Il rischio, anche in questo caso, è maledettamente concreto, perché tra i nemici potenziali di Allawi un posto di riguardo lo hanno proprio Al Sadr e le sue milizie sciite dell’Esercito del Mahdi, che operano nella zona di competenza italiana.

 

            Sviluppi in ambito Nato: istruttori in Iraq, più forze in Afghanistan, via dalla Bosnia, dove arriverà l’Unione Europea

 

            E’ interessante notare come la transizione dei poteri a Baghdad sia stata fatta coincidere con il vertice alleato di Istanbul. Molto verosimilmente, la circostanza non è infatti stata casuale. Era evidente l’intento di rafforzare la richiesta di Allawi di un contributo Nato alla formazione del personale militare e di sicurezza del nuovo Iraq.

            L’Italia è stata in prima linea nel promuovere la deliberazione con la quale l’Alleanza Atlantica ha risposto positivamente alla richiesta inoltrata dal Governo di Baghdad.

Ma dietro l’unanimità, le differenze tra gli approcci di Parigi, Berlino, Londra, Washington, Madrid e Roma restano.

            Zapatero ha lasciato il vertice prima che venisse adottata la decisione, non senza precisare dalla sua capitale come gli spagnoli non forniranno alcun istruttore militare all’Iraq. Contributi diretti sul suolo iracheno non dovrebbero giungere neppure dalla Germania e dalla Francia, che assisteranno la formazione dei militari e poliziotti iracheni dall’esterno, a distanza.

Non pago di questi distinguo, Chirac ha inoltre aggiunto un ulteriore motivo di confronto al già nutrito contenzioso con l’America, rintuzzando le pressioni di Bush tese a facilitare l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Per una volta, le posizioni dell’Eliseo appaiono peraltro condivisibili: i confini dell’Europa e la sua identità cristiana sono infatti un problema degli europei, e non degli americani. 

            L’atteggiamento franco-tedesco-spagnolo sull’inopportunità di una presenza diretta di propri istruttori militari in Iraq potrebbe comunque essere dettata non solo da un obbligo di coerenza con le posizioni politiche assunte in passato.

Non c’è dubbio, infatti, che con il tempo la presenza della Nato in Iraq possa diventare più rilevante ed assumere più complesse funzioni. Già adesso, ad esempio, c’è chi invoca la Nato per la protezione dell’eventuale ritorno dell’Onu a Baghdad.

La decisione assunta ad Istanbul di accogliere le richieste irachene non si è ancora sostanziata in deliberazioni più dettagliate, che diranno molto dell’effettiva natura della missione che si sta per avviare in Iraq.

Occorrerà quindi prestare grande attenzione tanto alla determinazione del numero dei militari che verranno inviati da Bruxelles, quanto ai Paesi che forniranno concretamente i soldati ed ai compiti che verranno effettivamente loro attribuiti sul campo.

            Il vertice atlantico ha peraltro preso altre decisioni di importanza fondamentale.

Ed è un peccato che i commenti sui risultati delle elezioni amministrative italiane abbiano oscurato sui media la portata delle deliberazioni che sono state assunte.

            Se ne richiamano solo due:

a)     la prima concerne l’estensione dell’impegno militare in Afghanistan, che verrà portato a 10mila uomini entro settembre, sia per garantire il regolare svolgimento delle prime elezioni politiche afghane (alle quali si sono registrati già 6 milioni di cittadini, stando almeno a quanto afferma Hamid Karzai), sia per allargare la sfera d’azione dell’Isaf da Kabul ad un gruppo selezionato di Province esterne. Tra queste doveva figurare anche quella prescelta per l’Italia, Herat: ma lo stato dell’ordine pubblico locale ha consigliato le autorità atlantiche di soprassedere per il momento allo stabilimento di un team in quella zona. Pertanto, l’apporto italiano alla stabilizzazione afghana aumenterà certamente, ma nell’immediato in misura non particolarmente significativa. Frattini è stato chiaro al riguardo. L’Italia metterà a disposizione proprie unità anche sul proprio suolo, quale riserva mobilitabile all’occasione, nel caso a Kabul occorressero rinforzi;

b)     la seconda riguarda il trasferimento all’Unione Europea della missione di stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina, attualmente condotta dalla Nato con circa 7mila uomini.

A questo riguardo, si osserva come l’intervento in Bosnia che inizierà concretamente solo in autunno, sarà per l’Unione la più seria sfida mai affrontata sul versante della sicurezza.

Se il ritiro della Nato implicasse anche quello completo degli americani (peraltro desiderato da George W. Bush fin dal proprio insediamento alla Casa Bianca) e l’abbandono statunitense si traducesse nella ripresa della guerra civile, sarebbe infatti la fine per le speranze europee di dar vita ad una propria identità nella sfera della sicurezza e difesa.

Riaffiorerebbero i fantasmi dell’Unprofor e di Srebrenica, dimostrando come la capacità dissuasiva europea sia inesistente in presenza di soggetti intenzionati spregiudicatamente a far ricorso alla forza. Il passaggio è quindi delicato e dovrà essere preparato con grande meticolosità.

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22 giugno 2004

 

L’IRAQ DOPO LA NASCITA DEL NUOVO GOVERNO ED IL VARO DELLA RISOLUZIONE 1546: PROBLEMI E PROSPETTIVE

LA REAZIONE SAUDITA ALLA SFIDA TERRORISTICA

 

 

L’Iraq verso il 30 giugno: tra terrorismo e speranze di stabilizzazione

 

E’ sempre l’Iraq al centro della situazione politica internazionale.

Due sembrano essere le maggiori novità intervenute in giugno.

La prima: il nuovo Governo insediatosi il 1° giugno scorso ha deciso di sfruttare pienamente i superiori margini di iniziativa politica di cui pare godere. Il Premier Allawi, pur essendo estremamente vicino agli Stati Uniti, ha assunto in piena autonomia un’iniziativa di grande importanza, stipulando un accordo con alcune delle fazioni armate del Paese che porterà le loro milizie all’interno del ricostruendo Stato iracheno. Se la cosa funziona, l’Esercito e le Forze di Polizia del nuovo Iraq potranno contare su una cospicua massa di uomini sottratti alle sorgenti del disordine, modificando sensibilmente gli equilibri a favore delle nuove autorità di Baghdad. Il miglioramento di situazione dovrebbe essere netto. Qualche segno positivo si è già visto: i primi scontri scoppiati in giugno si sono svolti tra i governativi iracheni ed i ribelli, con un limitato coinvolgimento dei militari della Coalizione. E’ però naturalmente ancora troppo presto per trarre delle conclusioni.

La seconda: il carattere filo-sunnita della nuova compagine governativa al potere a Baghdad ha provocato un cambio della politica irachena di Teheran. L’Iran riteneva di essere divenuto la nuova potenza dominante sulla scena politica dell’Iraq. Ha invece dovuto scoprire che la situazione è mutata a proprio svantaggio. Gli americani si sono risolti alla modifica della propria strategia per due ragioni fondamentali: perché dopo la tregua concordata a Falluja si sono accorti che i sunniti possono essere interlocutori più affidabili degli sciiti, divisi al loro interno ed esposti agli effetti della lotta politica in corso nel vicino Iran. In secondo luogo, perché hanno scoperto che senza una copertura sunnita in Iraq, il regime saudita rischia di collassare e cadere nelle mani dei jihadisti.

Se questa analisi è corretta, le implicazioni che ne conseguono sono queste:

a)                 la fazione sciita vicina ad Al Sadr prima o poi riprenderà l’iniziativa, nell’intento di indebolire il Governo centrale di Baghdad. Agiterà lo spettro di una nuova dominazione americano-sunnita del Paese, per indebolire Al Sistani, e sfrutterà il sostegno dei Pasdaran iraniani e dell’ala dura del regime di Teheran;

b)                 l’Iran cesserà di esercitare la funzione di moderatore dell’estremismo sciita. Soffierà anzi sul fuoco, sia direttamente che indirettamente. Sul piano diretto, si segnala la crescita delle infiltrazioni di personale iraniano nella parte meridionale dell’Iraq. Sul piano indiretto, invece, è assolutamente da rilevare la crescita della pressione militare di Teheran sulle frontiere irachene: è in corso un processo di concentrazione delle unità e stanno cambiando in senso aggressivo anche le regole d’ingaggio adottate dai militari della Repubblica Islamica. Ieri, ne hanno fatto le spese tre motovedette britanniche, catturate dagli iraniani mentre erano in perlustrazione nello Shatt el Arab;

c)                 i terroristi dovranno intensificare la propria azione, perché il consolidamento del nuovo Governo a Baghdad rafforza oggettivamente il regime degli Al Saud, il cui rovesciamento continua ad essere l’obiettivo reale di Al Qaeda;

d)                 il contingente italiano di stanza a Nassyriah sarà verosimilmente chiamato a fare i conti ancora una volta con la duplice minaccia del terrorismo jihadista e dell’insurrezione sciita. Donde la decisione presa dal Comando Operativo Interforze di accogliere la richiesta del comandante sul campo, inviando a Dhi Qar carri armati, cingolati, blindati ed anche elicotteri da combattimento. 

Al margine di tutto questo, occorre notare come in realtà la situazione irachena sia forse meno critica di quanto appare sui media. La transizione può vantare importanti successi in campo economico.

E’ vero che la violenza miete quotidianamente un numero inaccettabilmente elevato di vittime. Tuttavia, proprio ieri, qui a Roma, il capo della Delegazione Diplomatica Speciale italiana a Baghdad, De Martino, ha rivelato alcuni dati interessanti che dovrebbero indurre a riflettere.

Nell’anno seguito alla caduta di Saddam Hussein:

a)     la disoccupazione irachena è scesa al 22-28% rispetto ad un dato iniziale del 50%;

b)     l’inflazione è calata dal 50% al 35% annuo;

c)     le esportazioni di petrolio sono risalite al livello di 2,4 milioni di barili al giorno, quando naturalmente gli oleodotti ed i terminali non sono attaccati o danneggiati;

d)     è stato riformato e reso più trasparente il sistema delle remunerazioni del settore pubblico;

e)     i salari reali sono cresciuti;

f)      fatto più emblematico di tutti, sono state immatricolate 750mila nuove autovetture.

In sintesi, a dispetto della situazione di sostanziale anarchia, l’Iraq è in piena ripresa. E questo è un merito della Coalizione che occorrerebbe vantare in ogni discussione sulla situazione del dopo-Saddam.

 

La reazione saudita ad Al Qaeda

 

Uno dei motivi che avevano determinato la decisione americana di attaccare l’Iraq – forse addirittura il principale, seppur non dichiarato – era quello di esercitare una pressione diretta sull’Arabia Saudita, per indurla a sospendere il proprio attivo sostegno al terrorismo internazionale ed avviare le riforme interne necessarie a depotenziare la spinta eversiva di Al Qaeda.

L’Iraq democratizzato, multietnico e multiconfessionale avrebbe dovuto essere il modello da seguire.

Occorre sottolineare che la manovra ha avuto in parte successo.

Ryad ha infatti cessato di alimentare il terrorismo internazionale. Lungi dal determinare la sconfitta finale di Al Qaeda, questa strategia saudita ha provocato però, almeno per ora, solo lo spostamento del terreno di confronto all’interno dell’Arabia stessa, mettendo in discussione il futuro del regime.

Una cellula del network è emersa tra le altre per capacità organizzativa e visione strategica: quella guidata fino allo scorso week-end dal giovane Al Muqrin.

Per demolire l’ala del regime saudita condotta dal Principe reggente Abdullah, sospettato di voler promuovere una riforma in senso pluralistico del Paese, gli uomini di Al Muqrin hanno attaccato la comunità straniera che fa letteralmente funzionare l’industria petrolifera, giovandosi anche del sostegno loro assicurato da parte degli apparati di sicurezza del Paese, notoriamente vicini al Principe Najif, a sua volta considerato un collaterale ad Al Qaeda.

Di tale complicità era stata un sintomo anche la strana fuga della maggior parte dei membri del commando che aveva assaltato Al Khobar.

Il risultato della realizzazione del disegno di Al Muqrin è stato una spaventosa ondata di attacchi isolati, spesso passati sotto silenzio, e gravi attentati, che hanno indotto molti lavoratori stranieri a lasciare l’Arabia, inclusi numerosi tecnici senza i quali i sauditi avrebbero difficoltà ad assicurare lo sviluppo e la manutenzione della propria industria estrattiva.

Fino a tre settimane fa, circolava un certo pessimismo tra gli addetti ai lavori circa il futuro degli Al Saud. Si aveva notizia di scontri quotidiani e del moltiplicarsi dei segni di disfacimento dello Stato, comprese le indiscrezioni relative al trasferimento all’estero delle cospicue risorse finanziarie della famiglia reale.

E’ invece accaduto l’imprevisto: lo Stato saudita ha reagito, riportando un significativo successo proprio all’indomani del medesimo raccapricciante sequestro conclusosi con la decapitazione dell’ostaggio. La vittima era un ingegnere statunitense della Lockheed-Martin e per il suo rilascio la cellula di Al Muqrin aveva addirittura cercato di intavolare un negoziato con l’Amministrazione americana.

E’ evidente che in questo caso, sulla veemente reazione della sicurezza saudita debbono aver pesato le pressioni di Washington e l’apprezzamento del carattere finale e definitivo dello scontro in atto.

Lo smantellamento del gruppo di fuoco responsabile dell’ultima uccisione e dell’attacco ad Al Khobar va quindi salutato con favore, anche se non deve nascondere la situazione critica in cui versa tuttora l’Arabia Saudita.

Naturalmente, il confronto è destinato a questo punto a farsi più aspro.

Il network del terrore ha subìto una battuta d’arresto a Ryad ed è impegnato in una guerra di logoramento a Baghdad che ha tutto il sapore di una battaglia di retroguardia. Ecco perché Al Qaeda ha bisogno di riprendere l’iniziativa con qualche gesto offensivo eclatante.

Gli analisti americani temono un colpo diretto negli Stati Uniti, da condursi con un’arma non convenzionale. E cercano di anticiparlo intensificando i controlli e la pressione internazionale sul network del terrore.

In questa fase, appare invece difficile un attacco all’Europa. La stagione delle elezioni si è conclusa ed attentati sul Vecchio Continente non paiono attualmente in grado di avvicinare Al Qaeda ad alcuno dei suoi obiettivi.

 

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12 maggio 2004

 

 

L’EVOLUZIONE DELLA SITUAZIONE IN IRAQ E GLI SVILUPPI SUL FRONTE INTERNO DOPO LO SCOPPIO DELLO SCANDALO DELLE TORTURE

LA RIPRESA TERRORISTICA IN CECENIA

RIVELATO IL PIANO SHARON SABOTATO DAL LIKUD

 

 

 

La situazione sul terreno. Al Sadr in difficoltà

 

Negli ultimi giorni, si sono registrati alcuni interessanti sviluppi nell’area sciita dell’Iraq, dove per la prima volta il leader radicale Moqtada Al Sadr è stato apertamente contestato dalla piazza.

E’ naturalmente presto per affermare che si va verso un’evoluzione positiva della situazione nella zona di più immediato interesse italiano, soprattutto se si considerano i gravi disordini verificatisi a Bassora, ma è comunque il primo segnale di una possibile inversione di tendenza che è tanto più interessante se lo si pone in relazione con il gradimento manifestato da Al Sistani verso il piano elaborato dall’inviato Onu Lakdhar Brahimi.

Al Sadr è sempre più evidentemente isolato, stretto tra le forze della coalizione e quelle di una piazza che comincia ad imputargli la responsabilità degli scontri più recenti e sembra iniziare a rispondere alle sollecitazioni degli elementi più moderati e ragionevoli della gerarchia sciita irachena.

Altro elemento interessante, Bremer ha appena trasferito all’esecutivo provvisorio iracheno la responsabilità della condotta della politica estera. Naturalmente, si tratta di un gesto poco più che simbolico, dato che nessun interlocutore straniero tratterà mai con un Iraq “a sovranità limitata”. Ma la sua rilevanza non deve essere sottovalutata. L’iniziativa del capo della Coalition Provisional Authority mirava infatti senza dubbio a dimostrare che gli Stati Uniti intendono effettivamente procedere alla restituzione agli iracheni dei poteri politici ed amministrativi entro il termine stabilito del 30 giugno.

Quindi, almeno sul terreno, qualcosa sembra essersi mosso nella direzione di una maggior sostenibilità dello sforzo di pacificazione.

Più incerto, invece, appare l’esito della campagna combattuta sul fronte sunnita. Per riprendere il controllo della situazione a Falluja, si è scelto di trattare ed anche il modello di presidio del territorio è stato modificato: gli statunitensi restano adesso a distanza, fuori delle maggiori città, garantendo l’eventuale intervento della loro potenza di fuoco nelle circostanze più gravi e puntando sui quadri militari ex baathisti per le operazioni ravvicinate di ristabilimento dell’ordine.

Anche in questo caso, si sono riportati dei successi, come prova la flessione riscontratasi finora nelle perdite subìte dalla coalizione dall’inizio di maggio. Siamo ben lontani dai 40 morti per settimana di aprile, anche se i circa 10 che si registrano ancora rappresentano un prezzo comunque elevato.

Il problema maggiore, al momento, pare essere rappresentato, dal lato sunnita, dal network terrorista, che è dietro il moltiplicarsi degli attacchi condotti con le auto-bomba e, molto probabilmente, l’ondata di sequestri abbattutasi contro i civili stranieri. Al Zarqawi è uscito allo scoperto, partecipando personalmente alla barbara esecuzione dell’ostaggio americano di cui sono state messe le immagini on line.

Le responsabilità della rete terroristica islamico-radicale paiono ancor più evidenti se a questo assassinio si aggiungono la sapiente gestione del sequestro operato ai danni dei vigilantes italiani, da ultimo utilizzati per richiedere la liberazione di alcuni terroristi detenuti in Kurdistan, e, soprattutto, l’attacco compiuto contro i dipendenti di una società petrolifera russa proprio all’indomani delle bellicose dichiarazioni rese dal Presidente Putin contro i responsabili dell’uccisione del Presidente Kodyrov a Grozny.

 

Il problema del fronte interno negli Stati Uniti, in Gran Bretagna ed in Italia

 

Le maggiori difficoltà per la coalizione sono senza dubbio sorte sul versante interno, a causa dell’esplosione dello scandalo delle torture praticate nei centri di reclusione iracheni in mano americana o britannica.

 Il sisma mediatico ha avuto il suo epicentro negli Stati Uniti ed ha già messo in serio imbarazzo l’Amministrazione Bush, determinando frizioni tra il Presidente ed il suo Segretario alla Difesa Rumsfeld e tra le massime autorità del Pentagono ed il Congresso. La stampa ha approfittato della circostanza per investigare sulla politica tenuta dagli Stati Uniti nei confronti dei loro prigionieri.

Ne sono discese importanti rivelazioni, che hanno già generato ripercussioni anche in Italia.

Le persone detenute sarebbero non meno di 9mila e la loro custodia sarebbe in massima parte rimessa al Pentagono, che controlla numerosi centri di reclusione: a Guantanamo, in Iraq ed in Afghanistan. Un nucleo limitato composto da non più di 36 persone si troverebbe addirittura nelle mani della Cia, incluso il deposto dittatore iracheno, in ragione della sua elevata importanza ai fini della prosecuzione della lotta contro il terrorismo internazionale.

Nessuno dei detenuti risulta aver subìto un regolare processo e meno che mai goduto delle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra. Il tutto, inotre, sarebbe avvenuto nel pieno rispetto formale della vigente legislazione degli Stati Uniti.

Il punto è che le immagini riverberate dai media di tutto il mondo hanno significativamente eroso il capitale morale dell’America, già scosso dalle discusse modalità con le quali Washington entrò in guerra con il regime di Saddam Hussein.

L’Amministrazione Bush ha reagito al contraccolpo emotivo dello scandalo a modo suo: facendo quadrato intorno al Pentagono, il cui titolare starebbe facendo in Iraq “un lavoro superbo”.

Sappiamo già che se il Presidente repubblicano otterrà a novembre un nuovo mandato quadriennale, l’unico elemento di spicco a far le valigie sarà Colin Powell: per quanto ciò possa apparire sorprendente ad un occhio europeo, è così che funziona la lotta politica americana. La scelta di strategia operata da Bush ha del resto una sua logica, come prova il fatto che a dispetto di tutte le difficoltà il Presidente continui a primeggiare nei sondaggi sul suo sfidante John Forbes Kerry.

Ma sta creando seri problemi agli alleati degli Stati Uniti. La posizione di Blair è in bilico come non mai dall’inizio del 2003 ed anche da noi si avvertono le prime incertezze, specialmente dopo l’incauta intervista concessa dalla vedova del carabiniere Bruno caduto a Nassyriah.

L’opposizione sta cavalcando la situazione, ma è estremamente difficile che i militari italiani ed il Governo abbiano avuto piena conoscenza di quanto avveniva ad Abu Ghraib ed altrove, in siti che si trovavano al di fuori della zona di giurisdizione di Antica Babilonia. Il Ministro Martino ha rivendicato con pieno titolo questa circostanza nella sessione del question time di questo pomeriggio.

In teoria, dei maltrattamenti avrebbero potuto sapere qualcosa solo i carabinieri posti a guardia dell’Ambasciata d’Italia a Baghdad e quelli a presidio dell’ospedale da campo della Croce Rossa Italiana, ma le informazioni raccolte dalla vedova Bruno e da questa comunicate al Tg 3 non risultano provenire da quella fonte.

La pratica della tortura da parte alleata a Nassyriah avrebbe reso del resto difficile la politica di dialogo che è stata scelta dal contingente italiano e dalla responsabile della Coalition Provisional Authority per la Provincia di Dhi Qar, Barbara Contini.

C’è peraltro un ulteriore da fattore da considerare. L’ufficiale che comanda i carabinieri a Nassyriah non ha escluso violenze sui detenuti consegnati dal nostro contingente alla polizia irachena. La responsabilità ultima delle eventuali torture non sarebbe quindi nostra, e questo spiegherebbe perché i canali tra Antica Babilonia e gli sciiti siano rimasti sempre aperti, ma l’immagine dei militari italiani ne uscirebbe comunque offoscata.

La polemica politica esplosa oggi in Parlamento è comunque molto rischiosa sia per la posizione dei nostri soldati a Nassyriah che per quella, già abbastanza precaria, dei vigilantes nelle mani dei terroristi, che potrebbero ora sentirsi legittimati ad effettuare esecuzioni di rappresaglia sul modello di quella operata da Al Zarqawi.

 

L’uccisione di Kodyrov a Grozny

 

Da rilevare in questa rassegna settimanale anche la grave sfida portata dal terrorismo ceceno al Presidente Putin, proprio in coincidenza delle celebrazioni della vittoria sulla Germania nazista e a soli due giorni dal discorso inaugurale del secondo mandato presidenziale, nel quale erano stati rivendicati i successi riportati dal Cremlino nello stroncare il terrorismo islamico e la minaccia secessionistica nel Caucaso.

Con grande coraggio, Putin si è recato prontamente a Grozny all’indomani della strage, promettendo un inasprimento della lotta al terrorismo di matrice islamica. Un contraccolpo si è però registrato subito in Iraq, dove altre articolazioni del network del terrore hanno preso di mira i dipendenti di una società russa del settore energetico.

Il grave attentato di Grozny, che ha fatto una quarantina di vittime ed ha provocato il ferimento del più alto ufficiale russo in Cecenia, è maturato in circostanze che lasciano supporre negligenze e connivenze negli apparati di sicurezza.

In termini di politica generale, il riacutizzarsi della pressione cecena dovrebbe tuttavia favorire il dialogo russo-americano ed il prorogarsi del sostegno di Mosca alla campagna contro il terrorismo internazionale.

 

La situazione in Medio Oriente: rivelato il Piano Sharon sabotato dal Likud

 

La rassegna non sarebbe completa se non si menzionassero i dettagli del piano geopolitico di riassetto del Medio Oriente immaginato da Sharon e rivelato recentemente dalla stampa israeliana, di cui il ritiro unilaterale da Gaza era la premessa indispensabile.

Stando in particolare a quanto riportato da Yediot Ahronot, Sharon desiderava, come prima di lui Rabin, ridisegnare i confini di Israele in modo da ricomprendere al loro interno tutte le zone a forte maggioranza ebraica ed escluderne le aree ormai arabizzate.

Il ritiro da Gaza e l’incorporazione di una parte della Cisgiordania prossima ai vecchi confini del 1967 sarebbero stati compensati da tutta una serie di scambi territoriali:

a)                  oltre all’89% del territorio cisgiordano, al futuro Stato palestinese sarebbero stati concessi ulteriori 30 km di costa a sud di Gaza e parte del Sinai, attualmente sotto sovranità egiziana, permettendo di alleggerire significativamente la pressione demografica gravante su quella zona;

b)                 all’Egitto, Israele avrebbe dato in contropartita una parte del deserto del Negev, nonché il diritto di costruire un sottopassaggio ad Eilat, sul Golfo di Aqaba, per collegare direttamente il Cairo alla Giordania;

c)                  alla Giordania, inoltre, Israele avrebbe garantito il pieno accesso ai porti mediterranei dello Stato ebraico;

d)                 allo stesso Egitto ed alla Giordania sarebbero state, infine, riconosciute importanti responsabilità nel mantenimento della sicurezza a Gaza ed in Cisgiordania. Non era comunque escluso anche un impegno sul terreno degli Stati Uniti e, forse, degli Europei e della stessa Federazione Russa.

Questo è il progetto che, con il ritiro unilaterale da Gaza, il Likud ha affondato la scorsa settimana.

Se ne dovrebbe prendere atto sotto due aspetti differenti: in primo luogo, perché è una riprova del fatto che i confini non andrebbero sempre considerati come entità intangibili, specialmente quando la loro preservazione non aiuta la causa della pace; in secondo luogo, perché comprova che Sharon, in realtà, al di là delle apparenze, è uomo disposto a trattare.

 

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5 maggio 2004

 

 

LA SITUAZIONE IN IRAQ: LA RESISTENZA, IL PROBLEMA DELLE TORTURE E LE PROSPETTIVE DELL’ONU

IL MEDIO ORIENTE DOPO IL RIGETTO DEL PIANO SHARON PER GAZA

 

 

La situazione in Iraq dal punto di vista politico-militare

 

Dal punto di vista politico-militare, l’ultima settimana di peace-keeping in Iraq non ha fatto rilevare straordinarie novità. La coalizione a guida americana resta stretta nelle morse di una duplice azione della resistenza sunnita e delle milizie sciite vicino a Moqtada Al Sadr.

Il tentativo statunitense di operare un rovesciamento delle alleanze, abbandonando gli sciiti ed abbracciando i sunniti, è sostanzialmente fallito e c’è ragione di ritenere che non possa essere ritentato a breve.

La tregua di Falluja ha retto solo in parte ed il tentativo americano di recuperare il controllo della città per vie indirette, ricorrendo ad unità del ricostituito esercito iracheno poste agli ordini degli ufficiali baathisti, si è rivelato controproducente.

Persiste quindi uno scenario di instabilità generalizzata e violenza diffusa cui sembra per ora sottrarsi solo la parte curda dell’Iraq.

Occorre chiedersi adesso cosa abbia contribuito a deteriorare in modo così vistoso la gestione della transizione politica e cosa possa effettivamente essere fatto per recuperare un certo grado di controllo sugli avvenimenti.

Accantonando per il momento i problemi derivati dall’originaria scelta americana di defenestrare Saddam senza il sostegno delle Nazioni Unite, gli errori più gravi sembrano essere stati essenzialmente due:

a)                  proporre agli iracheni un esecutivo provvisorio composto da personalità screditate e privo di reali capacità operative;

b)                  puntare prioritariamente sugli sciiti senza assecondarne le ambizioni politiche e senza perfezionare a monte un’intesa con Teheran.

Al primo sbaglio sarà forse possibile porre rimedio dopo il 30 giugno, specialmente se l’individuazione del nuovo premier iracheno e dei suoi ministri verrà operata da incaricati Onu seguendo gli orientamenti dei maggiori gruppi politici organizzati esistenti in Iraq. Tuttavia, non è detto che questa soluzione funzioni. Esiste infatti il dubbio che si sia ormai innescata un’inarrestabile  guerra civile che tende a determinare chi assumerà la pienezza dei poteri nel futuro Stato iracheno.

Proprio per questo, tuttavia, appare impossibile pacificare l’Iraq senza operare una chiara scelta di campo.

Le opzioni sono solamente due: o si punta sugli sciiti e sull’Iran, oppure si volta loro le spalle e si cerca l’intesa con la minoranza sunnita, reinserendo nel gioco l’Arabia Saudita e la Siria.

La soluzione sciita resta, nonostante tutto, quella più facilmente praticabile. Quella sunnita, invece, implicherebbe la separazione della resistenza laica e baathista dalle frange internazionaliste del terrorismo islamico vicine a Bin Laden. La decisione di Paul Bremer di richiamare in servizio i quadri civili e militari epurati del vecchio regime tende probabilmente a mettere nelle mani degli americani proprio questa seconda carta. Ma resta confuso lo sfondo internazionale di questa strategia ed, in particolare, le mosse di complemento da compiere a Ryad e Damasco.

E’ in ogni caso necessario che una scelta sia fatta in modo univoco ed in tempi rapidi, se non si vuole alimentare una spirale di violenza interetnica che presto o tardi si dirigerebbe indistintamente verso le forze di occupazione, con modalità già viste in passato in teatri come quello somalo o libanese.

L’America è innegabilmente in difficoltà anche sul fronte interno. Non solo perché inizia a pesare sull’opinione pubblica il fardello dei caduti, ma anche perché, esattamente come in Vietnam, le forze militari statunitensi hanno subìto un grave rovescio d’immagine in seguito alla pubblicazione delle immagini delle torture inflitte ai loro prigionieri. E’ presto per dire che si è generata la ripetizione della sindrome di May Lai. Tuttavia, non c’è dubbio che negli States alcune certezze morali abbiano iniziato ad incrinarsi proprio mentre il tasso di perdite americane ha avvicinato la soglia dei 5 morti al giorno.

C’è da pensarci.

 

L’Iraq, l’Italia e la crisi degli ostaggi

 

Nessuno stupore può determinare la circostanza che in questo contesto la rilevanza della vicenda dei sequestrati italiani abbia perso gran parte della propria rilevanza internazionale. Il black out ora è totale.

Dal punto di vista specificamente nazionale, la dimostrazione organizzata giovedì scorso dalle famiglie dei rapiti è stata un enorme successo mediatico e politico per i sequestratori, che non a caso hanno sfruttato la disponibilità finora incontrata nelle loro controparti italiane per giocare al rialzo.

L’ultima richiesta da loro avanzata di cui si abbia notizia è quella di un intervento del Governo italiano teso ad ottenere la liberazione di alcuni terroristi detenuti nel Kurdistan iracheno, appartenenti tra l’altro ad un gruppo vicino al network guidato da Osama Bin Laden.

Proprio questo nuovo ricatto ha peraltro gettato luce sull’identità dei rapitori, che non sono sciiti vicini a Moqtada Al Sadr, a differenza di quanto originariamente ipotizzato dal Governo italiano, né emanazioni dei vecchi servizi di sicurezza baathisti, ma molto probabilmente terroristi prossimi ad Al Qaeda.

Difficile ipotizzare a questo punto una trattativa tra lo Stato italiano e una controparte del genere, tanto più che il fine probabile che i terroristi si propongono attraverso questo sequestro non è il soddisfacimento di precise richieste politiche, ma la destabilizzazione pura e semplice dell’Italia ed il suo passaggio di campo.

In queste condizioni, la liberazione dei nostri ostaggi si è fatta certamente meno probabile. E’ invece aumentato il rischio di nuove uccisioni, che avrebbero l’obiettivo di mettere in rotta di collisione il sistema politico italiano e l’opinione pubblica del nostro Paese proprio alla vigilia di un’importante tornata elettorale.

 

Le prospettive di intervento dell’Onu

 

Sempre a proposito di Iraq, va rilevato come il Segretario Generale delle Nazioni Unite sia nuovamente entrato in azione, reclamando per la sua agenzia un ruolo politico-militare di più alto profilo. 

Kofi Annan ha dichiarato che esiste la concreta possibilità di approvare una risoluzione che autorizzi la prosecuzione delle operazioni di peace-keeping in Iraq, ma ha altresì lasciato intendere che l’Onu dovrà giocare una funzione di più alto profilo nella scelta degli uomini che comporranno il futuro esecutivo transitorio iracheno e, probabilmente, nella stessa parte militare del processo di ricostruzione nazionale.

L’uscita di Kofi Annan è destinata a riverberarsi anche sul panorama politico italiano, rafforzando le posizioni della sinistra estrema, il partito di Zapatero in Italia, ed indebolendo o modificando quelle dell’attuale Ulivo.

Allo stesso effetto potrebbero tendere un’infausta soluzione della crisi degli ostaggi ed il moltiplicarsi delle rivelazioni sulle violenze e sulle torture perpetrate dai militari americani contro gli iracheni.

 

Il Medio Oriente dopo il rigetto del Piano Sharon

 

Notizie negative sono giunte anche da Israele, dove il Likud ha bocciato il Piano Sharon per il ritiro unilaterale dei coloni ebrei da Gaza. Sull’esito della consultazione interna al partito del Premier ha certamente pesato anche l’eliminazione di sette coloni avvenuta a Gaza in coincidenza con il referendum, ma meno di quanto sostenuto dai media nazionali.

I sondaggi condotti nelle ultime settimane avevano chiaramente dimostrato come il grosso del Likud fosse ostile all’abbandono di Gaza.

Malgrado il risultato, Sharon non si è dimesso e la Knesset gli ha immediatamente confermato la fiducia. Ma il suo piano dovrà essere quanto meno rimodulato. Il suo completo abbandono sembra invece improbabile, anche se si parla insistentemente di un ulteriore muro, oltre a quello in costruzione in Cisgiordania, che verrebbe eretto dentro Gaza per proteggere i piccoli insediamenti ebraici.

La probabilità che Israele scelga questa soluzione non pare elevatissima,  dal momento che la conformazione geografica e demografica della striscia renderebbero assai problematica la sopravvivenza economica delle isole fortificate ebraiche.

Non resta altro che attendere la nuova versione del progetto di ridimensionamento degli insediamenti a Gaza e vagliarne la sostenibilità interna in Israele.

 

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28 aprile 2004

 

 

 

NUOVI SVILUPPI IN IRAQ, SIRIA ED ARABIA SAUDITA

 

 

 

Sempre in difficoltà la Coalizione a guida americana

 

Ancora una volta, la rassegna consueta sull’attualità internazionale deve essere centrata sugli sviluppi in atto in Iraq e nella lotta al terrorismo internazionale.

Sul fronte iracheno, va sottolineato come la Coalizione continui a trovarsi in difficoltà, essendo ormai impegnata sia contro la resistenza sunnita che contro parte della comunità sciita.

Occorre prendere atto che in Iraq è da tempo in corso una battaglia che si svolge ad almeno due livelli.

Sciiti e sunniti combattono in vista della conquista del potere nel futuro Iraq sovrano. Nel frattempo, lottano contro gli americani, sia per legittimarsi presso l’opinione pubblica, sia per tentare di utilizzarli in qualche modo a loro vantaggio nel prosieguo della lotta politica interna.

Sono queste dinamiche ad aver messo gli americani al centro delle pressioni esercitate nei loro confronti in modo congiunto da sciiti e sunniti in questo ultimo interminabile mese.

Washington sembrava averlo capito ed aveva coerentemente iniziato a modificare la propria politica per cercare di far valere il proprio “peso determinante” tra le principali fazioni.

Contro i sunniti, l’America ha puntato in un primo momento sugli sciiti, sottovalutandone però le richieste politiche di pieno accesso al potere iracheno. Di fronte alla loro insurrezione, si è quindi volta verso i sunniti, nell’intento di moderare gli sciiti e ricondurli alla ragione.

Qualcosa non è tuttavia andato per il verso previsto.

Gli Stati Uniti hanno tentato nella scorsa settimana di aprire delle trattative a Falluja, raggiungendo anche un accordo per il cessate-il-fuoco. La tregua non ha però tenuto – non è ancora chiaro perché - e ieri gli americani hanno scatenato una sanguinosa battaglia che ha lasciato numerosi sunniti iracheni sul campo.

Quasi contemporaneamente, a dispetto dei moniti lanciati sia da Al Sadr che dallo stesso Al Sistani, le truppe statunitensi hanno anche attaccato la città santa sciita di Najaf, approfittando dell’avvicendamento tra le proprie truppe e quelle spagnole in via di ripiegamento.

In questo modo, anziché migliorarla, gli americani hanno certamente peggiorato ulteriormente la propria posizione, allontanando la normalizzazione che è indispensabile anche al ritorno delle Nazioni Unite in Iraq.

Gli Stati Uniti iniziano ormai ad avere numerosi problemi imprevisti, in conseguenza del sensibile deterioramento della loro posizione in Iraq.

La Coalizione sta perdendo pedine importanti.

La Spagna si è tirata dietro Honduras e Repubblica Dominacana. Il suo ritiro ha facilitato la scelta norvegese di por fine al proprio impegno ed ha innescato un dibattito persino in Polonia, dove il prossimo cambio di Governo del 2 maggio potrebbe far registrare altre sorprese, a dispetto della fermezza sinora mostrata dal Presidente Kwasniewski.

Per ora, ai ritiri si può ovviare facendo ricorso alle capacità militari nazionali, ma le risorse statunitensi non sono illimitate perché l’Esercito americano è stato allestito in funzione dell’effettuazioni di operazioni offensive di breve durata e non per presidiare grandi territori stranieri.

E’ anche per questi motivi che si stanno intensificando i contatti tra Roma e Washington.

Come era prevedibile, il ritiro di Madrid ha accresciuto la valenza politico-strategica della nostra presenza in Iraq e sarebbe bene che il Governo Berlusconi cercasse in qualche modo di monetizzarla. E’ in questi momenti che maturano od evaporano i crediti politici tra Paesi alleati. Bisogna però vedere se l’Italia sarà in grado di tenere.

Roma sta infatti subendo la pressione dei sequestratori che hanno nelle loro mani i tre vigilantes superstiti del rapimento di tre settimane fa. Le nuove richieste avanzate il 26 aprile sono in questo contesto particolarmente insidiose e sembra francamente privo di fondamento l’ottimismo che si è diffuso sulle probabilità di un’esito felice dell’intera vicenda.

I nostri rapiti sono quasi certamente nelle mani di un gruppo radicale di matrice sunnita, che fa probabilmente capo all’organizzazione internazionale diretta da Bin Laden. Bisogna prenderne atto.

Questa volta, per la fermezza e l’irricevibilità del ricatto si sono pronunciate anche forze politiche usualmente critiche nei confronti della politica italiana di conferma della presenza militare in Iraq.

Sotto questo profilo, per ora, la nuova mossa dei rapitori potrebbe anche essersi rivelata un flop.

Se questa impressione fosse confermata nei prossimi giorni e non intervenissero improvvisi cedimenti, ai sequestratori non resterà altra scelta che tentare di generare un confronto tra la piazza italiana ed i partiti di centro-destra e centro-sinistra che la rappresentano nelle istituzioni, magari procedendo a nuovi assassanii di sicuro impatto emotivo. Fu questa, a suo tempo, anche la strategia delle Brigate Rosse all’epoca del sequestro Moro.

Quella volta, si vinse perché l’intera società italiana accettò le scelte difficili della sua classe politica.

Per quanto triste possa sembrare scriverlo, la sensazione è che la prova sia sostenibile anche adesso e che l’opinione pubblica non si scatenerà più di tanto contro il Governo in caso di uccisioni ulteriori tra i nostri ostaggi.

Occorre comunque prepararsi allo scenario peggiore. Le controparti dell’Italia sono più inaffidabili e spregiudicate che mai.

 

Intanto, i terroristi colpiscono a Ryad e Damasco

 

Il terrorismo internazionale sta in ogni caso ponendo sempre nuovi problemi, specialmente sotto il profilo della comprensione della strategia che guida il network diretto da Osama Bin Laden.

Ostaggi italiani a parte, i fatti più recenti da sottolineare sono i seguenti:

a) il 21 aprile vi è stato un grave attentato a Ryad, diretto contro il Palazzo della Sicurezza Generale. L’evento è degno di nota perché il bersaglio indiretto era probabilmente l’amministrazione degli interni, che è responsabile dell’ordine pubblico in Arabia e che si trova nelle mani dell’ultraconservatore Principe Najif. Non va tuttavia escluso che nel mirino potesse esserci anche, in qualche modo, la visita ufficiale a Ryad del Vicesegretario di Stato americano Richard Armitage;

b) in un recente messaggio, trasmesso il 27 aprile, e quindi successivo a tale attacco, l’organizzazione che si richiama a Bin Laden ha preso le distanze dall’opera degli assalitori. Ha in questo modo corroborato due ipotesi tra loro non incompatibili: la prima, che il Principe Najif sia in qualche modo rispettato da Al Qaeda - forse perchè è considerato un’alternativa appetibile agli attuali sovrani Fahd (pressochè incapacitato per ragioni di salute) ed Abdullah (reggente). La seconda, che Bin Laden non controlli più completamente non soltanto il ramo giordano-iracheno del proprio network, nelle mani di Al Zarqawi, ma anche alcune cellule saudite. Magari, proprio le Brigate Al Haramain che hanno rivendicato la paternità dell’attentato. Al Qaeda, si è contestaulmente reso noto, intensificherà la propria pressione sugli Stati Uniti;

c) la Giordania sta enfatizzando l’entità dell’attentato che avrebbe sventato nelle scorse settimane, che sarebbe stato condotto con sostanze chimiche non meglio identificate ed avrebbe potuto uccidere anche 80mila persone. La televisione di Amman ha mostrato ieri il materiale sequestrato, che pare fosse entrato nel Paese dalla frontiera siriana, aprendo inquietanti interrogativi sul ruolo giocato da Damasco nel sostegno al terrorismo internazionale e sull’effettiva provenienza degli agenti chimici. Si ricorda al riguardo come dall’ottobre 2002 corra voce che l’arsenale di Saddam si trovi proprio in Siria, dove sarebbe stato trasferito da Hussein prima della guerra per sottrarlo alle ricerche dei militari americani e britannici;

d) un attacco misterioso ha infine colpito Damasco nella notte del 27 aprile, confermando in qualche modo il coinvolgimento attivo e passivo della Siria nella sfida lanciata dal network terroristico internazionale. Appare francamente difficile, tuttavia, comprendere le ragioni di una simile mossa, dal momento che avrebbe oggettivamente indebolito un Paese che almeno indirettamente sostiene la guerriglia antiamericana in Iraq. Sembra che gli attentatori intendessero colpire un’Ambasciata occidentale o la sede diplomatica iraniana, ma queste circostanze non hanno ancora trovato conferma, mentre è un fatto che oggi Bashir Assad abbia subito ribadito il proprio appoggio politico alla guerriglia irachena. Nelle ore immediatamente successive ai presunti attentati, inoltre, hanno avuto luogo manifestazioni popolari di segno antiamericano, sicuramente ispirate dal Governo di Damasco. Non può quindi escludersi che l’attentato abbia avuto l’obiettivo di prevenire lo scivolamento del giovane Assad, assai più debole internamente di suo padre, nel campo della Coalizione che sta cercando di stabilizzare l’Iraq. Sembrano, invece, per il momento fantasiose le voci circa la possibilità che quanto è avvenuto a Damasco la notte scorsa possa essere imputato ai servizi segreti ed alle forze speciali israeliane, a caccia di alcuni esponenti di spicco di Hamas da tempo riparati nella capitale siriana.

 

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22 aprile 2004

 

 

 

IRAQ E ARABIA SAUDITA

 

 

 

            Sviluppi politico-diplomatici ulteriori collegati alla situazione in Iraq

 

            La decisione spagnola di procedere al ritiro del contingente inviato in Iraq è stata imitata da altri due Paesi che avevano aggregato proprie truppe a quelle di Madrid: l’Honduras e la Repubblica Dominicana.

Ieri, è sembrato che anche la Polonia fosse sul punto di modificare la propria posizione, ma alcune dichiarazioni rese dal Premier uscente Miller sono state successivamente smentite: Varsavia rimarrà in Iraq fino al compimento della missione di stabilizzazione o fino a quando non interverranno novità decisive, anche se è possibile un graduale ridimensionamento a partire dal 2005. Frattanto, Seul ha confermato l’intenzione di inviare nei prossimi mesi un suo contingente di tremila uomini addizionali, che aggiungendosi ai 600 già presenti farebbero di quello sud-coreano il terzo contingente presente in Iraq.

La defezione spagnola, comunque, una ricaduta positiva per l’Italia potrebbe anche inopinatamente produrla, rendendone più importante la posizione agli occhi degli alleati americani.

            E’ oggetto di confronto il contenuto che dovrebbe avere l’eventuale nuova Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli americani e gli inglesi lavorano ad un testo che dovrebbe rafforzare la copertura legale offerta dalla 1511 alle loro attività militari e di ricostruzione in Iraq. Ma esistono anche idee differenti al riguardo, specialmente da parte francese e russa, che potrebbero rendere accidentato il percorso diplomatico al Palazzo di Vetro.

Con la sua uscita dall’Iraq, Zapatero ha lasciato chiaramente intendere come a Madrid si ritengano ormai veramente esigui i margini di manovra per pervenire ad una riduzione del potere americano a Baghdad, così come al contestuale insediamento di un’autorità rappresentativa delle Nazioni Unite ed alla nascita di un esecutivo iracheno effettivamente autorevole, indipendente e gradito da tutte le componenti etnico-religiose presenti in Iraq.

Tale posizione inizia a far breccia anche all’interno della sinistra moderata italiana, dove si è fatto sentire il parere di Prodi, ma per ora il termine sospensivo del 30 giugno tiene sia per Rutelli che per Fassino.

            Nel suo tour diplomatico, il rappresentante di Kofi Annan, Lakhdar Brahimi, si è mostrato sostanzialmente sulla stessa lunghezza d’onda, insistendo sull’opportunità di insediare un organismo nuovo la cui composizione andrebbe concordata con i maggiori capi-fazione riconosciuti in Iraq. Ma questa posizione onusiana è difficilmente accettabile per americani ed inglesi, che dovrebbero riconoscere un ruolo politico ad interlocutori che li stanno affrontando militarmente.

Si discute, in questo contesto, anche di un possibile allargamento dell’apporto Nato al ristabilimento dell’ordine in Iraq.

L’Alleanza, come è noto, dalla scorsa estate sostiene logisticamente il contingente polacco che è stato preposto alla guida del settore centro-meridionale del territorio iracheno, ma non è presente sul terreno con un proprio comando. In teoria, un ingresso della Nato in Iraq con elevate responsabilità politico-militari  dirette non è ancora da escludere ed è possibile che se ne parli al Vertice di Istanbul del 28-29 giugno.

Ma già adesso diversi Paesi, fra i quali la Germania, insistono sull’impossibilità di inviare le truppe dell’Alleanza in Iraq senza la sussistenza a monte di un mandato delle Nazioni Unite ed il consenso delle maggiori potenze mediorientali, quali la Siria e l’Egitto. Si tratta quindi di un’eventualità remota, seppure in Italia se ne sia fatto propugnatore un politico di lungo corso e grande esperienza internazionale come il senatore Andreotti.

In Italia, l’unico esponente politico che abbia accennato all’opzione Nato è stato il senatore Andreotti. 

Restando sempre in Iraq, la crisi degli ostaggi non accenna ad evolversi nel modo da tutti auspicato. Il Governo si è mosso sia a livello intelligence che a livello diplomatico, aprendo trattative con gli ulema sunniti e sfruttando i rapporti stabiliti da tempo con la Siria e l’Iran, ma ha indirettamente ammesso che ci sono stati degli intoppi.

Un probabile esito del primo ruond di negoziati è stato l’apertura del corridoio umanitario verso Falluja, che ha permesso ad un convoglio della Croce Rossa Italiana partito da Baghdad di portare medicinali e generi di prima necessità alla martoriata città sunnita. E’ possibile che la missione umanitaria sia stata utilizzata anche come copertura per veicolare il riscatto concordato con gli emissari dei sequestratori, come adombrato da Barbara Contini, ma il Premier Berlusconi ha successivamente smentito l’indiscrezione.

La situazione resta in ogni caso critica ed aperta ad ogni esito. L’uccisione dell’ostaggio danese, che era un imprenditore disarmato, ancorchè avvenuta sette/otto giorni fa e resa di pubblico dominio soltanto ieri, non promette nulla di buono. Inutile dire che l’eventuale assassinio di un altro o tutti i nostri vigilantes rimasti nelle mani dei sequestratori potrebbe avere conseguenze drammatiche sulla tenuta del consenso al Governo Berlusconi.

Si segnala, infine, come stia proseguendo anche la guerra civile che oppone alcune fazioni irachene di estrazione sunnita e baathista alle comunità sciite del Sud. Gli attentati di Bassora almeno questo dovrebbero averlo dimostrato una volta di più: ove esiste, la convergenza tra sciiti, baathisti e sunniti è solo tattica e temporanea. La lotta che si è aperta è quindi duplice.

Gli iracheni si battono contro la Coalition Provisional Authority per recuperare l’autogoverno e contestualmente anche tra di loro per stabilire chi debba esercitare il potere.

Gli sciiti hanno dalla loro il vantaggio demografico, ma i sunniti possono conquistare la capitale. La partita è quindi lungi dall’essere conclusa.

 

Intanto Al Qaeda torna all’attacco in Arabia Saudita e forse in Giordania

 

La grave ondata di attentati che ha sconvolto il sud sciita dell’Iraq è coincisa con una nuova spettacolare iniziativa terroristica in Arabia Saudita. E’ stato preso di mira il quartiere dove operano i servizi di sicurezza, un fatto che è tanto più inquietante quando si consideri che l’autorità preposta al controllo dell’ordine pubblico è in Arabia il Principe Najiif, più volte sospettato di essere collaterale ad Al Qaeda.

Il quadro internazionale, evidentemente, si complica. Da rilevare anche quanto è accaduto in Giordania, dove uno o più attentati da condurre con agenti chimici provenienti dalla Siria sono stati sventati in extremis.

La pista siriana va considerata con grande attenzione. Da Damasco vengono infatti alcuni dei guerriglieri e terroristi stranieri che stanno insanguinando l’Iraq ed in Siria potrebbe presto essere ospitata la leadership politico-militare del movimento jihadista palestinese Hamas, decapitato due volte in meno di un mese da Tsahal. 

Se le notizie sugli attentati scongiurati ad Amman trovassero conferma, occorrerebbe investigare sulle effettive origini degli agenti chimici che sarebbero stati utilizzati. Dall’ottobre 2002, vi è infatti chi sostiene che parte delle armi di distruzione di massa cercate in Iraq si trovino proprio in Siria.

 

Infine, una parola sulla campagna elettorale americana

 

A dispetto delle difficoltà in cui si trova l’America in Iraq, il consenso al Presidente Bush è in aumento, al punto che se si votasse oggi l’Amministrazione Repubblicana verrebbe riconfermata con almeno 5 punti percentuali di vantaggio.

Non male.

In effetti, tuttavia, si tratta di uno sviluppo che era largamente atteso, considerata la manipolazione del ciclo economico compiuta funzionalmente alle esigenze elettorali di Bush e la tendenza naturale degli americani a sostenere il Presidente in carica in tempo di guerra.

Tutti gli indicatori economici sono positivi, incluso quello che registra le variazioni dei tassi di occupazione.

Né Kerry fa molto per migliorare la sua posizione. Lo sfidante democratico, infatti, non è riuscito finora a delineare una posizione sul riassetto iracheno veramente alternativa rispetto a quella propugnata dall’Amministrazione. Neppure Kerry tirerebbe sollecitamente fuori dall’Iraq i soldati statunitensi, con buona pace di chi confida nella sua vittoria per risolvere alcuni problemi interni, e gli elettori americani questo paiono averlo compreso benissimo. Perché, allora, dovrebbero votare contro l’attuale Presidente?

 

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19 aprile 2004

 

 

 

 

 

            La situazione in Iraq dopo i disordini di inizio aprile

 

            E’ inutile nascondersi che la situazione in Iraq si è fatta notevolmente più complicata a partire dalla metà di marzo. Gli sviluppi in senso negativo che si sono registrati sono almeno quattro:

 

a)     la resistenza sunnita e baathista che opera nel triangolo “maledetto” Ramadi-Falluja-Baghdad si è sensibilmente rafforzata, al punto tale da provocare l’avvio di trattative tra i comandi militari americani di teatro ed alcuni leader della guerriglia;

b)     nella parte sciita del Paese, probabilmente su impulso iraniano, il giovane esponente radicale Al Sadr ha scatenato una rivolta che ha toccato tutte le maggiori città centro-meridionali del Paese: Baghdad, Bassora, Amarah, Kerbala, Kut, Najaf e, naturalmente, Nassyriah. Le truppe della coalizione multinazionale sono state poste gravemente sotto pressione, anche perché il comando americano-britannico ha inopinatamente utilizzato la crisi per saggiare la determinazione delle unità inviate dai singoli Paesi. Gli ucraini hanno abbandonato il loro presidio, i bulgari si sono battuti, ma hanno chiesto rinforzi, mentre i polacchi hanno dimostrato notevole aggressività. Anche l’Italia ha passato l’esame, riprendendo con la forza due dei tre ponti sull’Eufrate che erano stati occupati dai miliziani di Sadr, al termine di cinque ore di scontri a fuoco nel corso dei quali sono stati impiegati 60 mezzi leggeri, 8 blindo Centauro e circa 600 uomini, e che sarebbero costati la vita, si dice, a non meno di 100 iracheni (15 morti accertati). E’ degna tuttavia di nota la circostanza che il comando italiano, sostenuto in questo da quello divisionale britannico di stanza a Bassora, avrebbe rifiutato di condurre un’operazione ancora più muscolare richiesta dagli americani, che sarebbe stata condotta con la copertura aerea della caccia e degli elicotteri statunitensi. Non è un fatto d’importanza trascurabile, perché sulle regole d’ingaggio alle quali si uniforma il nostro contingente si è pronunciato la scorsa settimana in senso molto restrittivo il Consiglio Supremo di Difesa. Stando a quanto ha preteso Ciampi, in futuro, ai soldati di Antica Babilonia dovrebbero essere precluse anche operazioni del genere di quelle intraprese il 6 aprile scorso.

c)     ovunque, ma particolarmente nel triangolo sunnita, si è verificata una grave ondata di sequestri che sembra essere stata animata da gruppi di varia estrazione e differenti capacità strategico-operative. Il primo sequestro in ordine di tempo è stato quello ai danni dei tre pacifisti e giornalisti giapponesi ed è molto probabile che il successo mediatico riportato dai suoi artefici abbia scatenato un effetto emulativo notevole. I sequestratori stanno in genere chiedendo contropartite politiche o monetarie, come nel caso dei rapimenti lampo di cui potrebbero esser stati vittima anche un paio di agenti del Sismi. In questo contesto si è situato anche lo sfortunato episodio che è sfociato nella cattura dei nostri 4 vigilantes e nella successiva uccisione del Quattrocchi. Con tutta probabilità, questo sequestro è opera della organizzazione più sofisticata fra quelle che si sono osservate in azione: composta probabilmente da radicali sunniti e forse anche da stranieri infiltrati, vicini ad Al Qaeda o al giordano Zarqawi, che hanno inoltrato una serie di inaccettabili richieste al Governo italiano, ma il cui intento effettivo potrebbe adesso essere quello di pervenire alla liberazione di qualche prigioniero nelle mani italiane: forse sul posto (ma i nostri comandi negano) o forse nelle carceri situate nel nostro territorio nazionale;

d)     da ultimo, è arrivata la decisione del nuovo premier spagnolo Zapatero di ritirare immediatamente dall’Iraq, senza attendere la scadenza del 30 giugno, il contingente nazionale iberico attualmente operante nel settore sotto comando polacco. Si tratta di poco più di 1.300 uomini, da cui dipendono operativamente e logisticamente anche i 900 latino-americani della Brigata Plus Ultra, che comunque rappresentano una quantità trascurabile a fronte dei 130mila militari americani presenti sul suolo iracheno.

 

Conseguenze del prematuro ritiro spagnolo ed effettive possibilità di intervento dell’Onu

 

La scelta compiuta da Zapatero non è giunta del tutto inattesa, ma è destinata a produrre rilevanti conseguenze sul piano politico, posto che implica una sostanziale sfiducia di Madrid nella possibilità che le Nazioni Unite possano approvare una Risoluzione che avvii la normalizzazione in Iraq. Un fatto, questo, che è tanto più grave ove si consideri che la Spagna, attualmente, siede nel Consiglio di Sicurezza.

A questo punto, infatti, non si può escludere che Madrid possa agire al Palazzo di Vetro proprio nella direzione contraria a quella che viene da molte parti invocata, rendendo più difficile il raggiungimento di un accordo che sia in grado di riportare l’Onu in Iraq.

In ogni caso, comunque, non è da un accordo del genere che ci si possa attendere una soluzione all’intero insieme dei problemi che si sono palesati ultimamente in Iraq.

L’Onu, infatti, non possiede un’organizzazione politico-militare integrata e pur essendo, in teoria, in grado di esprimere un’autorità internazionalmente legittima che possa rimpiazzare l’Ambasciatore Paul Bremer, è fuori discussione che possa surrogarsi al comando militare statunitense, sostituendo anche i 130-150mila militari inviati sul posto da Washington.

Cosa attendersi quindi?

Dall’Onu possono essenzialmente giungere due elementi nuovi:

a)                          la legittimazione di un nuovo governo di transizione, che potrebbe rimpiazzare quello sostanzialmente insediato dagli americani dopo la caduta di Saddam, magari in seguito ad un processo di consultazioni tra l’inviato di Kofi Annan, Lakdhar Brahimi, e le principali fazioni sul terreno;

b)                          un mandato che permetta alla Nato di dar vita ad un’operazione sostitutiva di quella attualmente gestita dal comando centrale americano di Tampa.

Tuttavia, al momento occorre essere cauti al riguardo.

Un nuovo governo ad interim iracheno potrebbe forse catturare qualche simpatia tra gli abitanti dell’Iraq, ma al punto in cui sono arrivate le cose difficilmente gli elementi che hanno il potere effettivo – gli sciiti e i sunniti che sparano – si accontenteranno di una soluzione che li tagli fuori dalla gestione diretta del potere, sia pure solo fino al gennaio 2005.

Inoltre, il coinvolgimento della Nato potrebbe non essere gradito a francesi, tedeschi e russi. Persino gli americani potrebbero nutrire delle obiezioni al riguardo, posto che le unità statunitensi conferite all’Alleanza Atlantica rispondono ad un comando nazionale diverso da quello oggi all’opera in Iraq, di stanza a Stoccarda, e si dovrebbe quindi immaginare una complessa rotazione dei loro organici inviati sul suolo iracheno.

Infine, non è affatto detto che una soluzione simile, ancorchè accettata al Palazzo di Vetro, provochi un significativo rafforzamento delle forze internazionali che dovrebbero proteggere la transizione. Il gioco potrebbe quindi anche non valere la candela, con buona pace di chi ci crede. Si avrebbero meno americani e più pakistani, nigeriani, senegalesi, finlandesi, con debole logistica ed inesistenti strutture di comando e controllo. Ne conseguirebbe una grave diminuzione delle capacità operative complessive.

 

Cosa sta effettivamente accadendo e cosa può essere fatto

 

E’ molto probabile che le operazioni condotte contro la coalizione ed i cosiddetti “collaborazionisti” iracheni stiano selezionando una nuova classe politica.

Esistono leader nell’area sciita – il Grande Ayatollah Al Sistani e Muqtada Al Sadr – che possono vantare il possesso di milizie ed il sostegno dell’Iran. E stanno emergendo interlocutori anche nella zona sunnita, come prova il fatto che a Falluja gli americani abbiano trovato soggetti con cui dialogare e raggiungere delle tregue.

Occorre quindi chiedersi adesso quali interessi veicolino le parti che la coalizione si trova di fronte.

L’impressione è che esista solo un elemento comune a sciiti e sunniti: la volontà di legittimarsi costringendo le forze armate straniere a lasciare l’Iraq. Al di là di questo fattore temporaneamente aggregante, tuttavia, sciiti e sunniti hanno obiettivi diversi e sono destinati a dividersi su tutto.

Gli sciiti pensano di poter ambire alla conquista del potere su tutto l’Iraq, ma è evidente che i sunniti non sono disponibili ad accettare una prospettiva simile, che oltretutto li esporrebbe al rischio di subire gravi vendette per i misfatti del periodo baathista. L’assassinio a Baghdad del diplomatico iraniano che stava sostenendo la missione diplomatica inviata da Teheran la dice lunga sulla volontà sunnita di preservare l’Iraq da ogni genere di influenza iraniana.

Baghdad, in effetti, appare già ora il teatro ideale di un sanguinoso scontro finale tra le maggiori componenti etnico-religiose del Paese. Nella vecchia capitale, i sunniti sono dominanti. Ed è per questo che, pur essendo minoritari nel complesso del loro Paese, ritengono a ragione di avere ancora qualche chance di farla franca e di sbarrare la strada del potere agli sciiti. Tali possibilità inoltre aumenterebbero qualora fossero adeguatamente sostenuti da siriani e sauditi.

Quando Al Sistani ed Al Sadr se ne renderanno conto, capiranno forse che l’Iraq può essere controllato dagli sciiti solo con il sostegno attivo della coalizione internazionale ed un accordo a monte tra Washington e Teheran.

Si tratta di una strada difficile, ma non impossibile. Probabilmente l’unica per non essere costretti ad abbandonare l’Iraq a se stesso o deliberarne la divisione in tre o quattro entità geopolitiche indipendenti o debolmente confederate.

Se continuasse l’attuale stato di guerriglia diffusa “di tutti contro tutti”, in effetti, alla lunga proprio a queste soluzioni di last resort occorrerebbe pensare. Tornando tutti a casa, ma dando un segnale di estrema debolezza al mondo dell’Islam politico radicale, oppure smembrando l’Iraq. Cose che, a parole, nessuno vuole.

 

Il Medio Oriente dopo il summit Bush-Sharon e l’uccisione di Rantisi

 

Sviluppi importanti si sono registrati anche nella questione israelo-palestinese. Come era previsto da molti osservatori, Sharon ha sottoposto all’approvazione della Casa Bianca il proprio piano di ritiro unilaterale da Gaza e di incorporazione nello Stato ebraico di alcuni grandi insediamenti cisgiordani.

Incassato il consenso di Bush, il Governo israeliano ha provveduto ad eliminare il nuovo leader di Hamas: quel Rantisi che era succeduto il mese scorso allo sceicco Yassin, a sua volta eliminato da Tsahal, l’esercito israeliano.

Naturalmente, il metodo utilizzato è esecrabile ed espone Israele a gravi contraccolpi sul piano mediatico e del consenso internazionale. Le condanne sono ovvie e scontate. Tuttavia, a dispetto dei mezzi impiegati, la strategia di Sharon potrebbe anche paradossalmente tendere alla pace.

L’impressione che si ricava dal combinato disposto di queste iniziative diplomatiche e militari è infatti che Tel Aviv desideri compiere il ripiegamento da Gaza senza che Hamas possa assumersene il merito, evitando quindi di ripetere l’errore fatto nel Libano Meridionale, il cui abbandono venne visto come un successo degli Hezbollah.

Israele vuole veder emergere in Palestina una leadership laica, moderata e non violenta e teme invece di constatare il successo di coloro che vi vogliono instaurare a tutti i costi una Repubblica Islamica integralista.

Tsahal continuerà quindi molto presumibilmente ad accanirsi contro i vertici politico-militari di Hamas finchè questo movimento persisterà nella sua linea oltranzista, anche nell’intento di sbarrargli la via della successione alla testa dell’Autorità Nazionale Palestinese, dove il regime laico stabilito da Arafat ed Al Fatah è in bilico.

Se l’interpretazione della strategia di Sharon è corretta, obiettivo finale di Israele dovrebbe essere un accordo con un’emanazione legittima del potere politico civile palestinese, che sarebbe possibile solo una volta eliminata l’opposizione più radicale, da destra, ad Arafat ed Abu Ala.

 

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7 aprile 2004

 

 

L’INSURREZIONE DEI RADICALI SCIITI IN IRAQ E LE SUE CONSEGUENZE

IPOTESI DI COOPTAZIONE DI HAMAS NELL’ANP

 

 

 

La frantumazione del fronte sciita in Iraq e la nuova offensiva contro la coalizione alleata

 

Da almeno quattro giorni è in corso in Iraq uno sviluppo inatteso che rischia di complicare non poco gli sforzi della coalizione multinazionale a guida americana per ricostruire politicamente ed economicamente il Paese.

Una frazione armata della maggioranza sciita, che si riconosce nel giovane leader radicale Muqtada Al Sadr, ha infatti scatenato una massiccia offensiva in tutto l’Iraq centro-meridionale, aprendo un nuovo insidiosissimo fronte e ponendo automaticamente in prima linea anche il contingente italiano di stanza nella Provincia di Dhi Qar e sottoposto al comando di settore britannico.

Muqtada Al Sadr è figlio di un esponente religioso di grandissimo prestigio, che venne ucciso nel 1999 dai sicari di Saddam, si suppone abbia ispirato l’eliminazione di alcuni eminenti personalità del clero sciita iracheno e dispone di una milizia armata, Al Madhi, che secondo gli americani annovererebbe tra i 3mila e i 10mila uomini armati.

In seguito alla decisione di Al Sadr, sanguinosi combattimenti hanno interessato la capitale Baghdad, Bassora, Kerbala, Kut, Kufa, Najaf, Amarah e Nassyriah. Sotto pressione sono finiti gli inglesi, che hanno subìto lo scacco dell’occupazione della sede CPA a Bassora, gli ucraini, che sono stati costretti ad abbandonare Kut malgrado dispongano di oltre 1.600 uomini, i polacchi, che hanno appena eliminato un elemento di spicco vicino ad Al Sadr, i bulgari, che hanno chiesto sostegno agli americani, gli spagnoli e gli stessi italiani, cui è stata ieri ordinata la riconquista di tre ponti sull’Eufrate, perfezionata dopo 5 ore di scontri a fuoco, al prezzo del ferimento di 12 bersaglieri e dell’uccisione di 15 civili iracheni.

Sui moventi che ispirano l’azione di Al Sadr si possono al momento solo fare congetture.

I radicali che si riconoscono in Al Sadr contestano presumibilmente la leadership religiosa e politica moderata del Grande Ayatollah Al Sistani e stanno cercando attraverso la prova di forza con la coalizione di assumere la guida politica della comunità sciita irachena.

Si ricorda come Al Sistani abbia preso parte al processo costituente recentemente sfociato nell’adozione della Costituzione provvisoria irachena e come continui ad intrattenere rapporti formali tanto con Paul Bremer, capo della Coalition Provisional Authority, che con le autorità dell’Onu.

La frazione sciita di Al Sadr rigetta alcuni elementi del testo costituzionale provvisoriamente adottato a Baghdad, in particolare le clausole che consentono alle minoranze sunnite e curde di bloccare l’esecuzione di decisioni lesive dei loro interessi, ed ambisce molto evidentemente ad assumere quanto prima il completo controllo politico dell’Iraq, facendo assegnamento sul fatto di disporre della maggioranza della popolazione.

E’ possibile che in questo momento Al Sadr abbia di fatto concordato una qualche forma di collaborazione strumentale con gli elementi che ispirano la resistenza sunnita alla coalizione, che nel frattempo ha intensificato nuovamente l’intensità e la frequenza dei propri attacchi, provocando gravi perdite tra i militari americani.

Ma si tratterebbe di un’alleanza tattica innaturale e di corto respiro, che sarebbe in ogni caso destinata a infrangersi dopo l’eventuale ritiro delle forze di occupazione dall’Iraq.

Il sommarsi della resistenza sciita a quella sunnita può mettere in gravi difficoltà la coalizione e non è ancora del tutto chiara la strategia che potrà essere adottata per venirne a capo.

Sul versante sciita, Bremer e le autorità del Consiglio di Governo Iracheno possono tentare di allargare il cuneo che separa già Al Sistani ed Al Sadr, usando tanto la carota (con il primo) quanto il bastone (con il secondo). Sembra proprio questa la prima reazione: il generale Kimmit, portavoce del comando militare della coalizione, ha infatti chiaramente affermato che verrà perseguito il disarmo della fazione ribelle guidata da Al Sadr. Ciò significa che tutti i contingenti che operano da Baghdad in giù saranno interessati da ordini che implicheranno l’uso della forza contro le milizie Al Madhi.

I polacchi, a Kerbala, e gli italiani, a Nassyriah, si sono già confrontati con questi nuovi orientamenti degli anglo-americani. I rischi di questa deriva sono apparsi oggi in Parlamento, dove Violante ha chiesto esplicitamente a Frattini cosa faremo la prossima volta che ci verrà ordinato di sparare contro i civili e la Deiana ha accennato alla proposta di costituire una commissione d’inchiesta per stabilire cosa sia effettivamente accaduto a Nassyriah la mattina del 6 aprile.

Non è da escludere che gli americani cerchino direttamente di giungere all’eliminazione fisica di Al Sadr.

Purtroppo, esistono concrete possibilità che si fallisca o, peggio, si riesca ma si susciti un’insurrezione generale della parte sciita dell’Iraq, di cui sarebbero vittima lo stesso Al Sistani e, forse, ogni residua possibilità di pervenire ad un riassetto geopolitico complessivo della regione del Golfo che preveda una collaborazione tra Stati Uniti ed Iran.

 

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31 marzo 2004

 

 

L’UZBEKIZSTAN NEL MIRINO, L’ALLARGAMENTO DELLA NATO,

I LIMITI DEL POSSIBILE COINVOLGIMENTO ONU IN IRAQ

E LA RIMONTA DI BUSH NEI SONDAGGI

 

 

 

            L’attacco all’Uzbekizstan

 

Gli attentati ed i gravi scontri a fuoco che hanno interessato tra lunedì e martedì le città uzbeke di Tashkent e Bukhara hanno marcato un’ulteriore tappa nel processo di allargamento dell’offensiva terroristica aperto in novembre dagli attentati alle sinagoghe di Istanbul e proseguito con quelli di marzo a Madrid e Kerbala.

Sta emergendo con sempre maggior chiarezza la grande complessità di questo fenomeno terroristico a matrice islamica, che ruota intorno ad Al Qaeda ed è ispirato da Bin Laden, senza che per questo si possa presumere l’esistenza di una vera e propria catena piramidale di comando che colleghi le caverne afghane alle prime linee operanti in Occidente ed altrove.

 Sembra ormai palese che sono all’opera diversi gruppi terroristici il cui legame federativo con Al Qaeda è rappresentato dal messaggio ideologico e dalla sommaria inquadratura strategica assicurata da Bin Laden all’eversione islamico-radicale e comunicata tramite internet ed Al Jazeera.

Stanno affiorando anche distinzioni sugli obiettivi tattici da colpire e le modalità operative, con una diversificazione dei bersagli che è evidentissima in Iraq ed un meno uniforme ricorso alla tecnica dell’attacco suicida.

Gli attentati antisciiti compiuti in occasione dei riti connessi alla celebrazione dell’Ashura sono stati ad esempio quasi certamente opera dell’organizzazione diretta dal giordano Zarqawi, che rivendica apertamente la propria autonomia operativa da Al Qaeda e pare essersi data lo scopo di ricompattare la comunità sunnita irachena contro i rivali sciiti, colpevoli tra l’altro di aver accettato una pace separata con l’America.

Le bombe madrilene, invece, sono da attribuirsi ad una cellula più vicina a Bin Laden, che ha lungamente operato a cavallo tra Italia, Marocco e Spagna prima di mettere a segno il colpo che ha segnato il destino politico dei Popolari di Aznar.

Il duplice attacco suicida che ha insanguinato Tashkent e Bukhara, infine, pare essere stato conceputo ed attuato da un gruppo direttamente dipendente da Bin Laden. Si dice che sia stato pianificato nello stesso Afghanistan.

A quanto è dato di capire, l’offensiva islamista contro l’Uzbekizstan è stata immediatamente rintuzzata dai nuclei antiterroristici del Presidente Karimov, che hanno individuato la cellula responsabile degli attentati per poi distruggerla nel corso di una sanguinosa operazione di polizia svoltasi non lontano dalla residenza dello stesso Capo dello Stato uzbeko.

Tuttavia, la gravità dell’accaduto non deve essere sottovalutata, malgrado le obiettive distanze geografiche e la mancata copertura mediatica degli avvenimenti rendano difficile la lettura degli avvenimenti. Lo Stato centro-asiatico che si è appena colpito si trova infatti in una situazione delicatissima, fungendo da cerniera e trait-d’union tra gli Stati Uniti e la Federazione Russa nella conduzione della campagna antiterroristica intrapresa in Afghanistan.

Si ricorda al riguardo come l’Uzbekizstan abbia concesso agli americani il diritto di utilizzare lo spazio aereo nazionale ed alcune basi, con il consenso della Russia, e come Tashkent sia altresì parte dell’Organizzazione di Sicurezza della Comunità degli Stati Indipendenti allestita nel 2002 e guidata da Mosca.

Non è quindi da escludere che l’iniziativa del network terroristico abbia mirato a provocare la defezione dell’Uzbekizstan dalla lotta, inserendo un cuneo geopolitico tra la Russia e l’America in una delle zone nevralgiche ai fini dello svolgimento di Enduring Freedom.

La logica seguita sarebbe quindi molto simile a quella che ha ispirato gli attentati spagnoli, ma stavolta i terroristi avrebbero commesso un errore di valutazione. A differenza di quanto si è verificato a Madrid, infatti, nella circostanza degli attacchi la leadership uzbeka è stata fermissima ed adeguatamente sostenuta sia da Washington che da Mosca.

E’ inoltre evidente come l’offensiva possa adesso facilitare un ulteriore riavvicinamento tra russi ed americani sullo specifico terreno dell’antiterrorismo.

Resta da stabilire dove i terroristi sferreranno il prossimo attacco.

L’esplosivo ritrovato a Londra proprio ieri, martedì 30 marzo, rafforzerebbe la candidatura britannica a questa poco invidiabile posizione di Paese in testa alla lista dei potenziali bersagli. Ma non è da escludere che adesso si attivino i ceceni, che alcuni sospettano stiano preparando un grave attentato in Francia per accrescere il proprio prestigio nell’ambito del movimento islamico radicale.

I terroristi hanno in ogni caso dimostrato di essere in grado di colpire ovunque. E possedendo dalla loro il vantaggio della sorpresa e dell’iniziativa, è altamente verosimile che sceglieranno il bersaglio ed il momento più pagante in termini di ripercussioni politiche e mediatiche.

 

La Nato a Ventisei

 

Il 2 aprile sarà formalizzato a Bruxelles l’allargamento della Nato a sette nuovi Stati-membri provenienti dall’Europa Centro-Orientale.

I dati nuovi sono essenzialmente due:

a) per la prima volta, entreranno a far parte dell’Alleanza Paesi un tempo appartenuti all’Unione Sovietica;

b) in secondo luogo, da dopodomani la Nato avrà per la prima volta nella sua storia un lungo confine diretto con il mainland russo.

L’allargamento naturalmente non giunge gradito a Mosca, che tuttavia ha sollevato resistenze poco più che simboliche, probabilmente anche a causa della sua inclusione nel nuovo ed importante Consiglio a Venti Nato/Russia, la cui costituzione è stata decisa a Pratica di Mare nel maggio 2002. Tale Consiglio – lo si ricorda - ha tra le proprie competenze anche la partecipazione della Nato alla campagna contro il terrorismo internazionale e la spinosa questione dello sviluppo delle difese antimissilistiche di teatro, nel quale si vorrebbe coinvolgere la Federazione Russa.

Anche se la Russia è divenuta una specie di partner dell’Alleanza, a Mosca si osservano con una certa preoccupazione alcune iniziative recentemente assunte dalla Nato.

Da un paio di mesi, ad esempio, sono iniziati voli di pattugliamento di aerei Awacs dell’Alleanza sulle tre Repubbliche Baltiche, che hanno accresciuto il sospetto russo di un’intensificazione delle attività spionistiche occidentali nei confronti della Federazione.

Suscitano apprensioni a Mosca anche le modalità di realizzazione della prevista ed annunciata redistribuzione del personale americano di stanza in Europa e non a caso la diplomazia russa ha già fatto sapere che giudicherà militarmente offensivi spostamenti di truppe in basi che fossere situate in Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia ed Ungheria, mentre saranno considerati funzionali allo svolgimento della Global War on Terror di comune interesse nuovi insediamenti militari statunitensi in Bulgaria e Romania. 

I tempi della contrapposizione bipolare sono naturalmente tramontati ed è difficile immaginare come la Russia possa tornare ad ergersi ad antagonista dell’Occidente.

Tuttavia, proprio per questi motivi, e per l’opportunità di mantenere coeso ed inclusivo della Russia il fronte internazionale opposto al terrorismo islamico, sarebbe utile evitare provocazioni controproducenti, che avrebbero come unico effetto quello di scoraggiare la volontà russa di continuare a collaborare con l’Occidente.

 

I limiti del coinvolgimento dell’Onu in Iraq

 

Altro fatto di rilievo sul quale si desidera richiamare l’attenzione, al principio di questa settimana Kofi Annan ha chiaramente fatto intendere che le Nazioni Unite non si apprestano a svolgere in Iraq il ruolo che per l’Onu immaginano le sinistre europee guidate dal nuovo Premier spagnolo Zapatero.

Secondo Annan, si va invece verso la costituzione di un comando unificato sotto mandato Onu, sul genere di quello cui gli Stati Uniti diedero vita per liberare il Kuwait nel 1991. E siccome tale comando unificato può essere allestito solo dagli stessi americani o dalla Nato, come si verificò tra il 1994 ed il 1995 in Bosnia, è altamente prevedibile che nella sinistra italiana emergeranno nuove difficoltà.

La situazione era peraltro ampiamente nota agli addetti ai lavori, i quali sanno benissimo che le Nazioni Unite non dispongono di forze proprie né delle strutture di comando e controllo che sono necessarie per schierare e guidare 150mila uomini in un Paese come l’Iraq.

Sarebbe diverso se l’Onu fosse stata a suo tempo dotata di alcune strutture previste dalla Carta di San Francisco, quali ad esempio il Comitato Militare composto dai Capi di Stato Maggiore dei “Cinque Grandi”. Ma così non è, ed ogni qual volta le Nazioni Unite desiderano esser militarmente presenti sul terreno per contribuire alla gestione delle crisi sono costrette fare appello ai singoli Stati membri ed alle loro capacità.

Nelle situazioni più complesse, ad esempio quella che si verificò in Bosnia-Erzegovina con l’Unprofor, l’incapacità dell’Onu ad assicurare la direzione delle operazioni si tradusse anche in gravi incidenti, come la mancata difesa di Srebrenica. Di particolare complessità, in quelle circostanze, risultò persino la consultazione a distanza degli organismi newyorkesi preposti al controllo delle missioni di peace-keeping.

Sorprendentemente, comunque, l’unica reazione interna italiana all’intervista al Segretario Generale delle Nazioni Unite pubblicata lunedì dal Corriere della Sera è venuta dal verde Paolo Cento, che ha dichiarato “irricevibile” l’ipotesi avanzata da Annan. Ma non c’è dubbio che mano a mano che il 30 giugno si avvicinerà le polemiche riprenderanno vigore, con l’obiettivo di riportare a casa i militari italiani di stanza a Nassyriah.

 

Bush risale nei sondaggi

 

Infine, si segnala come, per la prima volta da quando sulla politica americana si è abbattuto il ciclone Kerry, Bush sia tornato in vantaggio nelle intenzioni di voto degli americani e ciò a dispetto delle aspre polemiche suscitate dall’inchiesta congressuale sulle eventuali responsabilità dell’Amministrazione nei fatti dell’11 settembre.

Naturalmente, di qui a novembre può ancora succedere di tutto, incluso il temuto Big One di Al Qaeda contro gli Stati Uniti, che alcuni analisti ipotizzano per giugno-luglio proprio per provocare la sconfitta repubblicana alle presidenziali.

Ma va sottolineato come la campagna sia assolutamente più aperta che mai e come il Presidente, partito male ed in svantaggio in questa competizione, abbia ancora a disposizione molte carte da giocare.

 

 

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23 marzo 2004

 

 

I DISORDINI IN KOSOVO, IL RISCHIO INSTABILITA’ NEI BALCANI E L’ELIMINAZIONE DELLO SCEICCO YASSIN

 

 

 

             Il Kosovo dopo la nuova ondata di disordini

 

Gli incidenti che la scorsa settimana hanno nuovamente insanguinato il Kosovo hanno di certo rappresentato un brusco risveglio per l’Europa intera.

Si era infatti prematuramente ritenuto che i Balcani nel loro complesso stessero procedendo gradualmente verso il pieno ripristino della convivenza civile, grazie alla presenza militare multinazionale assicurata dalle truppe della Nato.

I disordini hanno avuto inizio a Kosovska Mitrovica, unica città nella quale sia stato tentato un esperimento di coesistenza multietnica e dove, conseguentemente, una consistente comunità serba abbia continuato a vivere fianco a fianco degli albanesi, seppure sotto i vigili occhi della componente MSU della Kfor.

Causa scatenante: in reazione alle violenze perpetrate contro un giovane serbo il 16 marzo scorso, tre bambini di etnia albanese hanno perso la vita annegando nel fiume Ibar che attraversa la città, dove si erano gettati per sfuggire ad un serbo che li stava minacciando.

Già due settimane fa, peraltro, si erano percepite le avvisaglie di un possibile deterioramento della situazione, in seguito alle dimostrazioni di piazza verificatesi in Serbia, durante le quali era stato chiesto con forza al Governo di Belgrado di intervenire con maggiore energia a tutelare i diritti della minoranza serba rimasta in Kosovo.

La notizia della morte dei tre bambini albanesi, di devastante impatto emotivo, ha rapidamente attraversato l’intera regione, provocando un’ondata di scontri e la profanazione di numerosi monasteri ortodossi: stando ai dati recentemente forniti dall’Unmik, gli incidenti avrebbero coinvolto non meno di 51mila persone in 33 episodi differenti, con 28 morti e 870 feriti. Circa trenta chiese ortodosse sono state inoltre bruciate, mentre altri undici siti religiosi e 286 abitazioni appartenenti alla minoranza serba hanno subito danni più o meno gravi.

Per recuperare il controllo dell’ordine pubblico, la Nato ha immediatamente trasferito alcune unità dalla Sfor di stanza in Bosnia nelle zone più critiche del Kosovo. Si è riunito altresì in emergenza il North Atlantic Council, supremo organo politico dell’Alleanza Atlantica, per deliberare il rafforzamento complessivo della Kfor.

In seguito alla riunione, in particolare, ad alcuni Stati membri della Nato è stato chiesto di elevare il proprio contributo alla Forza di stabilizzazione inviata in Kosovo. Aderendo all’invito, la Germania ha aumentato di 600 unità il proprio contingente. La Gran Bretagna e la Francia hanno fatto altrettanto, incrementando le proprie truppe rispettivamente di 500 e 400 uomini.

Anche l’Italia è stata chiamata a fare la sua parte, sia trasferendo soldati già conferiti alla Sfor, sia inviando in teatro altri militari direttamente provenienti dalla madrepatria.

Naturalmente, la crisi che si è determinata ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale le incongruenze della situazione del Kosovo, dove la ricostruzione politico-istituzionale si è sostanzialmente arrestata al punto nodale della definizione dello status politico finale della regione, che nominalmente appartiene ancora alla Federazione Serbo-Montenegrina ma è di fatto un Protettorato militare occidentale sotto la supervisione dell’Onu.

Vale la pena elencare tutte le specificità dell’assetto nel quale si trova attualmente il Kosovo, anche perché da più parti si ritiene che possa costituire un modello per il processo di transizione in atto in Iraq.

A Pristina si registra attualmente una peculiarissima commistione di autorità, di cui sono parte l’Onu, la Nato e le istituzioni politico-amministrative kosovare.

L’Onu è de jure responsabile della transizione kosovara, che gestisce attraverso una propria emanazione: l’Unmik, già guidata dal francese Bernard Kouchner ed attualmente diretta dal finlandese Harri Holkeri, cui è tra l’altro spettato il delicatissimo compito di organizzare e controllare il regolare svolgimento delle elezioni.

La Nato si occupa invece dell’ordine pubblico e della sicurezza militare della regione, con l’obiettivo dichiarato di tutelare la minoranza serba dalle possibili rappresaglie albanesi e di proteggere l’autonomia del Kosovo da eventuali ritorni di fiamma di Belgrado.

La Kfor, che è stata per ben due volte sotto comando italiano, l’ultima con il generale Fabio Mini lo scorso anno, conta attualmente circa 20 mila effettivi, che sono stati forniti tanto dagli Stati membri dell’Alleanza Atlantica quanto da Paesi partner come la Russia, che fu tra l’altro la prima, nell’estate del 1999, ad entrare in Kosovo con truppe di terra, anticipando i britannici guidati dal generale Jackson nella famosa “corsa a Pristina” che ebbe luogo dopo il cessate il fuoco.

Quanto ai kosovari, dispongono ormai di propri organi amministrativi e legislativi di autogoverno, che sono stati scelti nel 2000 per via elettorale, anche con la partecipazione dei serbi, senza tuttavia che potesse ad essi essere riconosciuta la piena titolarità della sovranità politica nazionale.

Presidente dei Kosovari è, per volontà dell’Assemblea Legislativa, Ibrahim Rugova: uomo con fama di moderato e leader della Lega Democratica del Kosovo, partito che ha vinto le elezioni riportando il 58% dei voti.

La sopravvivenza di questo sistema assolutamente anomalo, delineato già dagli Accordi di Rambuillet che precedettero la guerra del 1999, dipende evidentemente dalla provvisorietà degli equilibri raggiunti dopo il conflitto, consolidatisi in assenza di un accordo internazionale sullo status finale del Kosovo.

Tale provvisorietà è stata confermata in modo clamoroso dalla scelta fatta da oltre 96mila serbo-kosovari – giudicata legittima – di iscriversi alle liste elettorali serbo-montenegrine e partecipare nel 2003 al rinnovo del Parlamento di Belgrado: decisione contro la quale l’Unmik non ha ritenuto di dover assumere alcun provvedimento, a dispetto di richieste in tal senso formulate dall’Assemblea Legislativa del Kosovo.

E’ evidente comunque come il Kosovo tenda a proporsi sempre più nitidamente come uno Stato indipendente. Ma né la Serbia né la comunità internazionale più in generale, Stati Uniti inclusi, sembrano ancora pronti a soddisfare le ambizioni di Pristina, temendo tanto la possibile unione tra il Kosovo indipendente e la Repubblica d’Albania quanto il possibile riacutizzarsi dell’irredentismo albanese in Serbia e in Macedonia.

In quest’ultimo Paese, tra l’altro, la situazione è stata resa particolarmente delicata dalla prematura e drammatica scomparsa del Presidente Trajkovski, che era il garante degli accordi stretti tra il Governo centrale di Skopije e l’articolazione macedone dell’Uck.

Sul prudente atteggiamento di Washington hanno invece certamente influito i fatti dell’11 settembre 2001, attenuando sensibilmente le simpatie dell’America verso la causa dei musulmani nei Balcani ed indebolendo le più consistenti pressioni dirette al pieno riconoscimento dell’indipendenza kosovara.

Il quadro è quindi estremamente dinamico e problematico.

Si sperava, con il protrarsi del Protettorato onusiano, atlantico ed europeo in Bosnia e Kosovo, di favorire lentamente il ristabilirsi delle interdipendenze regionali e, per questa via, la successiva incorporazione dell’area nell’Unione Europea e nella Nato.

Questi scenari sono ora più in dubbio che mai. Difficilmente se ne potrà infatti promuovere la realizzazione senza che intervenga un riassetto geopolitico complessivo che sia meno punitivo per i serbi.

Tale riassetto potrebbe essere negoziato e concordato nell’ambito di una apposita Conferenza Internazionale che si ispirerebbe al vecchio Congresso di Berlino del 1876 e riconoscerebbe il diritto di riunione alla Serbia della attuale Republika Srpska di Bosnia e del cantone kosovaro in cui sono concentrati i serbi, in cambio dell’indipendenza del Kosovo. Non è un caso che il Premier serbo Kostunica stia da tempo avanzando proposte tese ad ottenere la cantonalizzazione della contestata regione, che di una ristrutturazione geopolitica del genere sarebbe la precondizione indispensabile.

Al Kosovo verrebbe altresì fatto divieto di unirsi all’Albania e sarebbe richiesto un impegno a non incoraggiare alcuna modifica dei confini internazionalmente concordati.

La Bosnia-Erzegovina, infine, potrebbe sopravvivere come Confederazione tra i croati ed i musulmani, o frammentarsi ulteriormente, magari a vantaggio della Croazia, che assorbirebbe le zone della Confederazione a maggioranza croata, riducendo a Sarajevo e dintorni la sovranità della residua Bosnia indipendente musulmana.

Il punto è che il collante che ha finora tenuto insieme gli occidentali intervenuti nei Balcani è l’obiettivo del mantenimento forzato della convivenza multietnica. Ecco perché è altamente verosimile che l’attuale stallo sia destinato a perpetuarsi per un arco di tempo piuttosto lungo. 

Si ricorda come la protezione degli albanesi kosovari sia stata la causa scatenante di un conflitto che ha opposto tra il marzo ed il giugno del 1999 l’Alleanza Atlantica all’allora Federazione Jugoslava guidata da Slobodan Milosevic. L’Italia partecipò attivamente alle operazioni con una cinquantina di aerei appartenenti tanto all’Aeronautica Militare quando all’Aviazione imbarcata della Marina, compiendo oltre 1.200 missioni operative (di attacco, soppressione delle difese aeree avversarie, protezione dello spazio aereo nazionale e rifornimento a profitto degli alleati).

L’impegno a combattere venne contratto a Bruxelles da Romano Prodi nell’autunno del 1998, con il via libera italiano al primo Activation Order dell’Alleanza, e quindi confermato dal suo successore Massimo D’Alema.

Milosevic rifiutò di sottoscrivere gli Accordi di Rambouillet, con i quali si tentò in extremis di scongiurare il conflitto, perché avrebbero sancito la fine di fatto della sovranità jugoslava sul Kosovo, che era ritenuto il cuore storico della nazione serba, ed anche perché prevedevano la concessione alle forze della Nato del diritto di attraversare liberamente il territorio del suo Paese.

Al termine dei 78 giorni di bombardamenti in cui si sostanziò la campagna aerea dell’Alleanza, per evitare un attacco terrestre che sarebbe stato presumibilmente sanguinoso, la Nato dovette però rinunciare alla pretesa di vedersi riconoscere la libertà di ingresso e transito sul suolo jugoslavo, permettendo a Milosevic di firmare gli Accordi di Kumanovo.

 

L’eliminazione dello sceicco Yassin

 

La settimana è stata poco tranquilla anche in Medio Oriente.

Il 22 marzo, infatti, razzi scagliati da un elicottero delle Forze Armate israeliane hanno ucciso a Gaza lo sceicco Ahmed Yassin, fondatore e leader di Hamas, nonché 8 membri della sua scorta.

A prescindere da ogni genere di considerazione sulla moralità del metodo dei cosiddetti “omicidi selettivi”, da tempo praticato da Tsahal ed universalmente censurato, l’eliminazione dello sceicco Yassin non deve essere riuscita particolarmente sgradita né ad Arafat né all’attuale premier palestinese Abu Ala.

Come è noto, infatti, Hamas è sorta al di fuori della cornice storica di Al Fatah, con l’obiettivo di vanificare ogni sforzo di pace tra l’Anp e lo Stato ebraico, riuscendo a conquistarsi con la pratica del terrorismo suicida la simpatia di vasti settori dell’opinione pubblica palestinese. Lo sviluppo di Hamas sotto la guida di Yassin è stata uno dei fattori principali che hanno provocato la graduale delegittimazione di Arafat e delle giovani istituzioni palestinesi germinate dall’Olp.

Al di là dell’orrore che l’attacco può aver suscitato, quindi, in sede d’analisi deve essere osservato come con questa azione Sharon si sia direttamente inserito all’interno della dinamica politica palestinese, schierandosi a fianco di Arafat e di Abu Ala, che il suo esercito ha sbarazzato di fatto di uno fra i loro più prestigiosi ed insidiosi avversari.

Agendo in questo modo, per quanto ciò possa apparire paradossale, il Governo di Tel Aviv ha sicuramente cercato di aumentare le probabilità che a lungo termine possa essere raggiunto un accordo, che Israele evidentemente desidera, così come sembra volerlo la leadership storica palestinese vicina ad Al Fatah, ma che è impossibile perfezionare fintantoché continuano gli attacchi ai civili israeliani ed Hamas limita l’autonomia negoziale di Abu Ala.

Che anche Sharon voglia effettivamente un’intesa lo prova la circostanza che stia progettando un ritiro unilaterale dei coloni ebraici dalla Striscia di Gaza. Tel Aviv vuole però delle compensazioni in Cisgiordania, che dovrebbero corrispondere grosso modo a quelle che il tracciato della cosiddetta “barriera difensiva” sta concretamente disegnando sul terreno. Hamas giudica tale prospettiva una jattura e si è esplicitamente impegnata ad agire contro la sua realizzazione.

In quest’ottica, un’azione tesa a ridimensionare l’influenza delle organizzazioni terroristiche palestinesi deve essere parsa a Sharon un indispensabile complemento della sua strategia prenegoziale, malgrado questo suo disegno gli stia procurando ogni giorno che passa nuovi avversari a destra e sinistra dello schieramento che lo mantiene al potere.

Occorre calarsi nella logica realista che deve aver ispirato la mossa: né Arafat, né Abu Ala si erano dimostrati in grado di assumere le drastiche misure necessarie a mettere sotto controllo Hamas e le Brigate Al Aqsa, a causa dell’impopolarità che ne sarebbe derivata. L’esercito israeliano ha provveduto in loro vece.

E’ certamente indubbio che nell’immediato l’eliminazione di Yassin possa provocare una rappresaglia terroristica di grande entità all’interno dello Stato ebraico, che susciterebbe ulteriori rancori e rafforzerebbe gli intransigenti all’interno di entrambi gli schieramenti.

La reazione di Hamas è in effetti già attesa con una certa trepidazione. Ed è precisamente per questo motivo che tra coloro che si sono opposti alla decisione di procedere all’iniziativa sembra vi sia stato anche il capo dell’intelligence israeliana.

Molto serie sembrano al momento anche le reazioni della comunità internazionale, che ha condannato all’unanimità la scelta compiuta da Sharon. Ma il Governo israeliano è abituato a suscitare sentimenti di disapprovazione all’estero.

In Italia, forze politiche e stampa sono state naturalmente unanimi nel biasimare l’episodio, ma non si sono osservati approfondimenti né tentativi di analisi. Del resto è noto che nel nostro Paese la politica israeliana sia considerata sempre più negativamente.

Un fatto, tuttavia, è degno di nota: dal tono degli articoli apparsi oggi sui principali quotidiani italiani, sembra persino che sia stato dimenticato quale contributo Yassin avesse dato alla nascita ed alla crescita di una fra le più spietate organizzazioni terroristiche attive in Medio Oriente

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17 marzo 2004

 

 

L’11 MARZO E I NUOVI EQUILIBRI INTERNAZIONALI

 

 

 

Gli attentati dell’11 marzo. Lezioni da trarre

 

A dispetto dei tentativi compiuti dal Governo Aznar di attribuire la responsabilità degli attentati dell’11 marzo all’ETA, fin dal primo momento vi sono stati pochi dubbi circa la effettiva parternità dei gravissimi attacchi che hanno insanguinato Madrid.

Come è noto, nella circostanza, sono stati impiegati 13 ordigni, di cui 3 rimasti inesplosi, a bordo di un gruppo di treni frequentati in massima parte da studenti e pendolari che si dirigevano nella capitale spagnola. I morti sono stati superiori a 200 ed il loro numero è purtroppo ancora provvisorio, mentre per i feriti si parla di 1.400 persone.

Siamo certamente ancora lontani dalle dimensioni delle perdite patite dall’America l’11 settembre 2001 – poco meno di 3mila morti, che avrebbero potuto essere anche 20mila se i pompieri di New York non si fossero dimostrati all’altezza della loro fama - ma si tratta pur sempre del più grande attentato mai compiuto in Europa finora.

Quanto è avvenuto durante gli attacchi ed immediatamente dopo deve essere oggetto di attenta riflessione:

1)                   gli attentati sono stati condotti simultaneamente, su mezzi di trasporto nell’ora di massima affluenza, con una tecnica meno sofisticata di quella cui i terroristi islamici sono ricorsi l’11 settembre. Sembra che sia stato rinvenuto il corpo di un kamikaze, ma il dato è incerto. Mentre è sicuro che uno degli attentatori è stato arrestato. I terroristi hanno abbandonato i loro zainetti esplosivi sui treni affollati e poi li hanno attivati a distanza, usando dei telefoni cellulari. Dunque, è possibile che il bacino degli aspiranti martiri non sia infinito e che persino Al Qaeda sia costretta a ricorrere a tattiche che consumano meno manodopera e tendono a creare dei veri e propri professionisti del terrore, in grado di maturare importanti esperienze operative sul campo;

2)                   il tipo di esplosivo utilizzato induce a ritenere possibile che i terroristi che hanno insanguinato Madrid abbiano potuto valersi di complicità locali. Magari, in alcuni ambienti marginali di fuoriusciti dall’ETA o altro. Il pericolo di saldature tra terrorismo indigeno ed internazionale è reale e persino più elevato in Italia, dove punti di riferimento degli islamisti sono i gruppi anarco-insurrezionalisti e gli ambienti dell’estrema destra antisemita. Sia il Ministro dell’Interno che il Sisde hanno da tempo richiamato l’attenzione del Governo e del Parlamento su questo rischio;

3)                   la scelta dei tempi dimostra chiaramente che gli obiettivi del terrorismo fondamentalista sono essenzialmente politici. In questo caso, si trattava di forzare il cambiamento di Governo in Spagna, facendo leva sull’istintivo isolazionismo dell’opinione pubblica spagnola e sull’ostilità manifestata a suo tempo nei confronti della guerra all’Iraq. Il tentativo è riuscito e pone seri interrogativi circa le probabili mosse future del network terrorista, che sarà sempre più fortemente sollecitato a colpire bersagli paganti. I Paesi che versano più chiaramente in una situazione politicamente difficile sono i candidati più verosimili per il prossimo attentato: purtroppo, l’Italia è in cima alla lista in tutte le stime e gli scenari che vengono elaborati in queste ore nei principali Paesi, da Israele agli Stati Uniti, passando per la Francia;

4)                   se la decisione di attribuire la paternità dell’attentato all’ETA è stata frutto di un calcolo sulla reazione probabile dell’opinione pubblica spagnola, è appena il caso di sottolineare come si sia compiuto un errore macroscopico. Il pubblico è in effetti ormai nelle condizioni di autoinformarsi, anche attraverso internet. E la sensazione di essere stato vittima di un depistaggio ha inviperito il corpo elettorale specialmente nelle regioni a più forte vocazione autonomista, come la Catalogna ed il Paese Basco, che hanno del tutto voltato le spalle al Partito Popolare.

 

Quali rischi sta correndo l’Italia

 

Il rischio incombente sull’Italia è effettivamente molto elevato. E sarebbe sbagliato nasconderlo.

E’ ovviamente difficile fare previsioni sugli obiettivi che potrebbero entrare nel mirino.

Si possono tuttavia fare alcune supposizioni.

Se il caso spagnolo facesse scuola, è presumibile che i terroristi scelgano un obiettivo capace di produrre un elevato numero di vittime “casuali”, senza ricorrere ad armi di distruzione di massa. L’idea sarebbe infatti quella di rendere insicuro l’insieme della popolazione, evitando bersagli simbolici per concentrarsi sugli ambienti urbani maggiormente percorsi dalla gente comune: la capitale, nanturalmente, andrebbe considerata il target d’elezione, dato l’impatto immediato che l’attacco avrebbe sulla tenuta del Governo.

Le vulnerabilità maggiori sono legate ai mezzi di trasporto. Non solo stazioni e ferrovie metropolitane, ma anche gli autobus e i tram più affollati, che nell’ora di punta possono contenere anche un centinaio di persone e non si possono in alcun modo controllare.

E’ consigliabile predisporre fin d’ora, se possibile, piani per gestire mediaticamente l’emergenza, che dovrebbero essere orientati ad evitare una reazione emotiva contro il Governo e pilotare l’astio popolare contro chi fomenta i terroristi, senza incorrere nei gravi errori che hanno distrutto la credibilità dei Popolari di Aznar. 

Quanto alle armi di distruzione di massa, se e quando saranno acquisite dal network del terrore, è molto probabile che vengano impiegate contro gli Stati Uniti, se non altro per sfruttare la sorpresa.

 

Gli effetti della vittoria socialista sui rapporti euro-atlantici e sugli equilibri europei

 

Mentre aumentano le preoccupazioni per l’eventualità di un attacco che potrebbe a questo punto essere rivolto anche contro l’Italia, si fa presente come il risultato elettorale spagnolo sia destinato ad incidere profondamente sui rapporti euro-americani e sugli equilibri europei.

Washington ha perso in Madrid un punto di riferimento che, al momento della verità, si era rivelato più prezioso di quello offerto da Roma. Se Zapatero da corso alla decisione annunciata di abbandonare l’Iraq dopo il 30 giugno, uno strappo con l’America diventerà inevitabile. Peserà sensibilmente sulle relazioni bilaterali tra Madrid e gli Stati Uniti anche qualora Kerry sostituisse Bush alla Casa Bianca.

Quanto all’Europa, Zapatero ha già apertamente affermato che riaggancerà la Spagna all’asse franco-tedesco, con l’effetto di isolare l’Italia ed indebolire ulteriormente Gran Bretagna e Polonia.

L’indebolimento britannico è già evidente. Si sono infatti intensificate le riunioni a due, franco-tedesche, che escludono Londra.

Diventa in ogni caso improponibile, semmai lo fosse stata realistica in passato, l’ipotesi del contro-direttorio tra Roma, Madrid e Varsavia.

Occorre sottolineare che la nuova collocazione della Spagna in Europa rappresenterà in realtà un ritorno al passato, essendo l’economia iberica profondamente legata a quella franco-tedesca e molto poco, invece, a quelle di Italia e Gran Bretagna.

Delle ricadute positive sono peraltro possibili sul piano europeo.

Perché il contro-direttorio aveva comunque scarse probabilità di decollare, mentre è interesse dell’Italia che una riforma del decision making comunitario avvenga nel pieno rispetto delle procedure previste dal diritto dell’Unione Europea.

Varsavia resterà sola a difendere i criteri di Nizza, rendendo più semplice il raggiungimento e l’imposizione di un compromesso con il quale dovrebbe essere finalmente possibile sventare l’avvento del temuto Direttorio a tre. 

 

I possibili effetti di un ritiro spagnolo dall’Iraq

 

Se la decisione di Zapatero venisse effettivamente confermata il 30 giugno prossimo - per effetto di un mancato trasferimento dei poteri amministrativi e politici di governo dalla Coalition Provisional Authority al Consiglio di Governo dell’Iraq e/o della mancata sostituzione della stessa Cpa con un’organizzazione emanazione dell’Onu, quale istituzione di controllo esterno sul neonato organo di autogoverno iracheno - il settore centro-meridionale che confina con la Provincia di Dhi Qar verrebbe privato di 1.280 soldati.

Ciò che Zapatero sembra esigere è un’architettura del potere in Iraq alquanto simile a quella che è stata messa in piedi in Kosovo, dove gli uomini di Rugova hanno assunto la guida politica, l’Unmik controlla la ricostruzione e la Kfor della Nato si occupa della sicurezza.

E’ ben difficile che in questi tre mesi si realizzino tutte le condizioni richieste. Quindi, al momento, quello di Zapatero sembra soprattutto un escamotage per non lasciare subito l’Iraq e dar tempo agli americani ed alla Coalizione di sostituirli.

Non si tratterebbe in ogni caso di una perdita incolmabile, come sottolinea il Comando americano in teatro.

Tuttavia, se la scelta spagnola facesse proseliti, specialmente per effetto di altri attentati islamici in Europa, i vuoti potrebbero raggiungere consistenze più significative. I  2.700 italiani, ad esempio, che sono il terzo contingente in Iraq, lascerebbero buchi più significativi ove venissero richiamati in Patria, come desiderano i leaders del cosiddetto “Listone”.

Non è pertanto da escludere che gli americani siano costretti ad intensificare i propri sforzi, sia accrescendo la consistenza del proprio contingente, sia le proprie pressioni su altri alleati, in un momento molto critico politicamente, qual è quello che precede le elezioni presidenziali.

 

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10 marzo 2004

 

 

LA COSTITUZIONE PROVVISORIA DELL’IRAQ

LA NUOVA STRATEGIA USA PER IL “GREATER MIDDLE EAST”

BUSH NUOVAMENTE IN DIFFICOLTA’ NEI SONDAGGI

 

 

 

La nuova Costituzione provvisoria dell’Iraq

 

Il fatto senza dubbio più significativo della settimana è la firma finalmente apposta dai rappresentanti delle comunità che costituiscono il nuovo Iraq federale al testo provvisorio della Costituzione.

La Carta potrà essere naturalmente modificata dalle autorità civili che si insedieranno a Baghdad dopo la cessione dei poteri da parte della Coalition Provisional Authority che governa attualmente il Paese.

Va detto che la firma è giunta con alcuni giorni di ritardo, sia per effetto dei gravi attentati effettuati dai radicali sunniti ai danni degli sciiti durante le celebrazioni dell’Ashura, sia per le resistenze opposte proprio dagli sciiti al meccanismo di blocco che permetterà alla minoranza curda di arrestare le decisioni che essa giudicasse contrarie ai propri interessi.

Il testo costituzionale provvisorio ha notevoli punti di contatto con quello attualmente vigente in Bosnia, dove il raggiungimento di un compromesso è stato dettato dalle medesime ragioni strutturali: la volontà di evitare una guerra civile precludendo al gruppo etnico dominante la possibilità di prevaricare sulle minoranze.

In questo parallelo ideale tra la Bosnia e l’Iraq, i sunniti del triangolo maledetto che ha per baricentro la capitale Baghdad potrebbero essere assimilati ai serbo-bosniaci, mentre gli sciiti sarebbero equiparabili ai musulmani bosniaci ed i curdi ai croati del nord.

C’è tuttavia un notevole punto di contrasto tra i due modelli.

In Iraq è stata infatti prevista la creazione di un governo nazionale che sembra notevomente più solido dell’esecutivo insediato a Sarajevo. Inoltre, a Baghdad si è accuratamente evitato di importare l’istituto bosniaco della Presidenza collettiva e a rotazione, sul quale avrebbero potuto facilmente far leva potenze esterne come Iran, Arabia Saudita e Turchia per rendere ingovernabile l’Iraq.

Un aspetto potenzialmente problematico del testo approvato è rappresentato dai riferimenti all’Islam, che è stato proclamato religione ufficiale dello Stato e, stando all’articolo 7 della Costituzione provvisoria, “è da considerare una delle fonti del diritto”.

Sembra che la componente sciita esigesse una formulazione più radicale, che avrebbe fatto della shari’a l’esclusiva sorgente del diritto iracheno. Contro questa ipotesi, si era però preventivamente schierato l’ambasciatore Paul Bremer, un cui intervento correttivo non può ancora essere del tutto escluso.

Il riferimento all’Islam come norma sociale e legale è prevedibilmente destinato ad aggravare le tensioni tra le due maggiori comunità irachene, dal momento che sciiti e sunniti hanno concezioni completamente diverse in merito all’attuazione della legge religiosa.

Mentre i sunniti, specialmente nella loro corrente wahhabita, che domina in Arabia Saudita, applicano alla lettera i precetti del Corano e i cosiddetti “hadit” del Profeta, gli sciiti hanno una gerarchia simile a quella della Chiesa Cattolica ed interpretano in senso evolutivo le Sacre Scritture. La stessa nomina alla dignità di ayatollah esige che il candidato elabori una regola sociale che può anche contrastare con la rigorosa applicazione delle disposizioni contenute negli hadit e nel Corano. 

E’ forse proprio questo l’elemento più fragile del testo predisposto e varato dai rappresentanti del nuovo Iraq. E non induce ad alcun ottimismo il fatto che i terroristi di matrice islamica vicini ad Al Qaeda abbiano deciso di spostare il fuoco della loro attività proprio contro gli sciiti.

Sotto gli altri aspetti, la ricostruzione dell’Iraq sembra procedere in modo migliore di quanto sembrasse ancora poche settimane fa. Secondo la stampa anglosassone, la produzione petrolifera sta finalmente aumentando e sono anche calati gli attacchi contro i militari della coalizione.

Il picco dell’offensiva contro americani, britannici, polacchi e italiani si è registrato in novembre, durante il Ramadan. Da allora, il numero dei morti al giorno è sensibilmente diminuito. Di contro, la violenza si è abbattuta con inusitata potenza sulla comunità sciita ed i cosiddetti collaborazionisti iracheni.

A dispetto di queste novità sicuramente positive dal punto di vista occidentale, occorre tuttavia segnalare la progressiva perdita di fiducia dell’opinione pubblica americana, che potrebbe imporre l’Iraq come il tema dominante della campagna elettorale presidenziale, forzando lo stesso Presidente Bush ad assumere decisioni potenzialmente molto dannose per la sorte delle nuove autorità irachene: ad esempio, un improvvido quanto improvviso ritiro di parte cospicua dei 120mila soldati americani a luglio, dopo il passaggio dei poteri dalla Coalition Provisional Authority ai rappresentanti designati delle comunità irachene.

 

L’Egitto contro la democratizzazione del “Greater Middle East”

 

L’Amministrazione americana sta comunque modificando l’approccio complessivamente dato alla lotta contro il terrorismo internazionale.

Nella veste che ha portato al doppio intervento in Afghanistan ed Iraq, in larga parte determinata dai più influenti neocons come Wolfowitz e Pearle e sostenuta da Richard Cheney e Condoleeza Rice, la strategia seguita finora è stata quella di eliminare dalla scena internazionale gli Stati sospettati di fiancheggiare i terroristi od in grado di assisterli nell’acquisizione di armi di distruzione di massa, sostituendoli con altrettante “isole di democrazia”, in grado di contagiare i Paesi vicini.

Si sono rovesciati i Talebani per privare Bin Laden di un rifugio sicuro dal quale pianificare gli attacchi contro l’America e l’Occidente, mentre si è proceduto alla defenestrazione di Saddam nell’intento di stabilire in Iraq un regime modello e di esercitare la più forte delle intimidazioni sull’Arabia Saudita.

Questo approccio si è tuttavia rivelato insufficiente. Non solo gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a stabilire una solida autorità democraticamente eletta in Iraq, ma sono mancati anche i previsti effetti di contagio sul resto della regione. Inoltre, per meglio contrastare il terrorismo sunnita e la guerriglia baathista, Washington ha dovuto riavvicinarsi all’Iran, proprio nel momento in cui a Teheran l’ala più conservatrice del regime procedeva a rafforzare la propria presa sul Paese.

Donde la revisione appena decisa, che non pare essere meramente cosmetica.

La nuova concezione che sta prendendo piede prevede il coinvolgimento dell’Alleanza Atlantica e dell’Europa in un’azione a vasto respiro il cui scopo ultimo resterebbe la democratizzazione a lunghissimo termine dell’intera area compresa tra la Mauritania ed il Pakistan.

Il sostegno alla democratizzazione sarebbe operato in modo indiretto, senza ricorrere alla forza militare, ma attraverso gli aiuti allo sviluppo, l’apertura condizionata dei mercati e l’impiego di strumenti simili all’attuale Partnership for Peace della Nato.

L’idea sarebbe quella di pervenire ad una generalizzata affermazione del modello turco di Islam moderato, che è ritenuto non incompatibile con la logica della globalizzazione e la preservazione dell’alleanza con l’Occidente geopolitico. 

Ma i nuovi disegni degli Stati Uniti non sembrano aver generato particolari entusiasmi. Sono stati invece immediatamente avversati in modo particolare da alcuni dei più stretti alleati dell’America in Medio Oriente, come l’Egitto di Hosni Mubarak, che nella democratizzazione vede un pericolo mortale alla propria stabilità.

C’è da giurare che i piani di Washington suscitino apprensione anche in Algeria, in Arabia Saudita, nello Yemen ed in numerosi Emirati del Golfo che sono tutti alle prese con l’avanzata del fondamentalismo.

Ovunque, ai simpatizzanti dell’Islam politico radicale è stata opposta una feroce forma di repressione che sarebbe la prima vittima di un processo di democratizzazione coatta. Ecco perché è altamente probabile che anche la nuova strategia statunitense finisca con l’essere rigettata.

In tutto questo, l’Italia ha assunto una posizione ambigua, stretta tra la volontà di non irritare il potente alleato d’oltreoceano ed i dubbi crescenti sull’opportunità effettiva di promuovere la democratizzazione pilotata di una regione così estesa nel modo ipotizzato a Washington.

Roma è già uscita, a modo suo, allo scoperto a Bruxelles, presentando al North Atlantic Council della Nato un paper nel quale il favore verso il nuovo interesse dell’America per il “Greater Middle East” viene associato con l’enfasi sul Dialogo Euromediterraneo e gli strumenti della concertazione politica.

 

Intanto Bush va giù nei sondaggi

 

Tutto questo accade mentre l’attuale Presidente americano scivola ulteriormente verso il basso nelle preferenze degli elettori.

Bush è infatti tornato nuovamente a perdere terreno, dopo un breve periodo di sondaggi favorevoli, in larga misura “alterati” dall’entrata in gioco del candidato indipendente e di sinistra Nader.

I punti che separerebbero il Presidente dallo sfidante democratico John Kerry sono ormai otto. Un’enormità, seppure manchino ancora otto mesi alle elezioni di novembre.

Si dice che Bush abbia a disposizione risorse economiche tali da permettergli di ribaltare in tempi ragionevolmente brevi questi dati, ma questa convinzione non sembra reggere agli effetti molto negativi provocati dal primo spot pubblicitario lanciato dal Presidente, che ha irritato profondamente i familiari delle vittime dell’11 settembre.

Bush sembra in difficoltà soprattutto nel Sud, che sarebbe teoricamente il suo punto di forza. Non c’è da meravigliarsi, ove si considerino le tendenze isolazioniste di questi Stati, che avevano votato per i Repubblicani quattro anni fa nell’idea che Bush fosse in grado di pilotare la graduale ritirata militare dell’America dal Resto del Mondo ed ora fanno i conti con i costi del più elevato bilancio per la difesa della storia recente statunitense.

Anche l’economia non giova particolarmente alla causa dei repubblicani, malgrado la potente impennata fatta registrare dal Pil lo scorso autunno. La ripresa in corso, infatti, sta avvenendo senza produrre il numero di posti di lavoro che gli esperti si attendevano.

Questi sviluppi saranno certamente graditi alle forze politiche del nostro centro-sinistra ed al partito filo-francese e filo-tedesco che lotta per assumere il controllo del processo d’integrazione europea. Ma sono certamente pericolosi in questa fase di elevata instabilità.

Se l’indebolimento di Bush proseguisse, compromettendo anzitempo le speranze di rielezione, il rischio di gravi ripercussioni sulle capacità americane di gestione della sicurezza internazionale diventerebbe infatti più concreto.

 

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3 marzo 2004

 

 

LA FRATTURA INTERNA ALL’ISLAM ED I SUOI EFFETTI SULLA LOTTA AL TERRORISMO INTERNAZIONALE DOPO GLI ATTENTATI DELL’ASHURA

POSSIBILE DISGELO TRA FRANCIA E STATI UNITI AD HAITI

KERRY OTTIENE LA NOMINATION DEMOCRATICA

 

 

 

 

 

L’Iraq ed il Medio Oriente dopo gli attentati dell’Ashura

 

Le stragi di Baghdad, Kerbala e Quetta sono destinate ad avere profonde ripercussioni in tutto l’Islam. I maggiori analisti internazionali hanno attribuito gli attentati che hanno turbato le celebrazioni dell’Ashura alla mente del terrorista giordano Zarqawi, che si proporrebbe di scatenare una nuova guerra di religione tra gli sciiti ed i sunniti.

Anche se non priva di fondamenti, questa interpretazione non appare però del tutto soddisfacente, in quanto rinvia ad un’ulteriore quesito. Occorrebbe infatti chiedersi perché il network terroristico ed i suoi simpatizzanti ed affini - che pure hanno già un nemico dichiarato negli Stati Uniti – abbiano avvertito in questa fase il bisogno di spostare il fuoco della loro attenzione su un soggetto religioso, per di più colpendolo in un momento di enorme valore simbolico.

A questo riguardo, si possono naturalmente fare soltanto delle congetture. Ma una delle più suggestive rinvia alla stipula di una pace separata tra l’Islam sciita e gli Stati Uniti, che gli americani starebbero segretamente negoziando con le loro controparti iraniane.

Di tale possibile sviluppo si parla sottovoce da diverso tempo, in coincidenza con i sempre più evidenti tentativi di riavvicinamento tra Washington e Teheran compiuti negli ultimi mesi dalle diplomazie segrete dei due Paesi.

Il patto tra l’America e la Repubblica Islamica avrebbe ad oggetto proprio il futuro dell’Iraq ed il ruolo dell’Iran nel Golfo Persico. In cambio della partecipazione dell’intelligence iraniana alla repressione della resistenza irachena, Washington avrebbe offerto a Teheran la possibilità di esercitare la sua influenza sull’esecutivo che verrà insediato in Iraq.

Nel dettaglio: gli Stati Uniti si starebbero impegnando a mantenere l’unità dell’Iraq e a permettere la celebrazione di elezioni a suffragio universale che darebbero la maggioranza della rappresentanza parlamentare alle formazioni sciite locali. Per inciso, contro questo risultato si è apertamente espresso il Ministro degli Esteri tedesco Fischer qui a Roma, nel corso della conferenza tenuta nella Sala della Lupa. Come contropartita, Teheran sosterrebbe attraverso la Brigata Badr, attiva nel Sud dell’Iraq, le iniziative pacificatrici intraprese dalla Coalizione.

L’intesa potrebbe successivamente estendersi, seppure con qualche difficoltà, anche al Libano, e magari modificare in senso antisiriano la funzione geopolitica attualmente svolta dagli Hezbollah.

Le recenti iniziative dei terroristi islamici potrebbero essere state concepite proprio in funzione del sabotaggio di questo disegno, la cui realizzazione deteriorerebbe sensibilmente le prospettive del network terrorista in tutto il Medio Oriente.

Si dice che il giordano Zarqawi – che agirebbe al di fuori delle direttive di Bin Laden - miri con questi attentati a far esplodere una guerra civile, a protrarre l’instabilità e a ritardare quanto più possibile lo svolgimento delle prime libere elezioni in Iraq.

Spostando il confronto sul terreno della lotta armata, i sunniti iracheni avrebbero in effetti alcune carte da giocare in più. In particolare, eviterebbero per ora di essere messi in minoranza nel nuovo Iraq e renderebbero più palesi le ingerenze di Teheran in quel Paese, provocando verosimilmente vaste reazioni internazionali. L’Arabia Saudita, in particolare, difficilmente potrebbe tollerare un’espansione così marcata dell’influenza dell’Iran. E forse si muoverebbe anche la Turchia.

Questo ciclo di azione-reazione ipotizzato dal disegno presunto di Zarqawi sembra per certi versi già in funzione. Sia le autorità iraniane che l’Ayatollah iracheno Al Sistani hanno in effetti immediatamente criticato le autorità militari della Coalizione per non aver saputo garantire la sicurezza delle manifestazioni religiose, evidenziando la sinergia di fatto stabilitasi tra le loro iniziative politiche.

Teheran ed Al Sistani hanno, in particolare, sostenuto che non sarebbe stata frenata l’infiltrazione dei terroristi stranieri, presunti protagonisti di questa ondata di terrore, invocando implicitamente un maggior contributo sciita ed iraniano al mantenimento della sicurezza nelle regioni centro-meridionali dell’Iraq.

L’offensiva contro gli sciiti, che Al Qaeda aveva per la verità già duramente colpito alcuni anni or sono in Afghanistan, si è estesa anche al Pakistan. Ma in quel Paese l’eventuale contrapposizione tra le due anime dell’Islam è destinata a rimanere poco più di un rumore di fondo. Lo squilibrio demografico a favore dei sunniti è infatti molto accentuato ed Islamabad è notoriamente vicina a Ryad, che si dice ne abbia finanziato i programmi nucleari. 

In ogni caso, è difficile prevedere come andrà a finire.

Non è detto che le recenti mosse del terrorismo radicale sunnita siano destinate ad avere successo. Mettendo in conflitto le due maggiori frazioni dell’Islam, potrebbero infatti consolidare paradossalmente proprio quella pace separata tra gli sciiti e l’Occidente che si propongono di pregiudicare, ponendo fine una volta per tutte al conflitto che venne aperto da Khomeini nel 1979 con l’occupazione dell’Ambasciata americana a Teheran.

A quel punto, la campagna di Washington contro il terrorismo segnerebbe un importantissimo punto a suo favore, spaccando l’ipotetico fronte avversario ed acquisendo un preziosissimo alleato di fatto, che sarebbe tra l’altro in grado di fornire all’America ciò di cui essa è maggiormente carente in questo confronto: le risorse di human intelligence. E’ forse anche per questo motivo che alcuni osservatori ipotizzano che gli Stati Uniti abbiano attivamente contribuito a questi sviluppi, favorendo effettivamente lo scoppio di una guerra civile in Iraq.

Tuttavia, in uno scenario di guerra civile le condizioni di sicurezza dei militari della Coalizione si deteriorebbero sensibilmente, ponendo nuovi problemi alle Forze Armate dei Paesi presenti in Iraq. Sembra quindi difficile che il Pentagono ed il Dipartimento di Stato possano aver deliberatamente adottato questa strategia.

 

La caduta di Aristide ad Haiti. Prove tecniche di disgelo tra Francia e Stati Uniti?

 

Nell’ultima settimana, ha tenuto banco anche la crisi che ha portato al rovesciamento del Presidente Aristide ad Haiti.

In effetti, l’ex uomo forte dell’isola da tempo non godeva più della fiducia americana, come prova il taglio degli aiuti allo sviluppo deciso dall’Amministrazione Bush dopo il suo insediamento. La sua caduta, pertanto, non è giunta in modo del tutto sorprendente.

Occorre richiamare le dimensioni effettive del sommovimento, in tutto e per tutto simile ad altri rivolgimenti che hanno tormentato in passato Haiti.

Il numero delle truppe a disposizione dei ribelli che hanno conquistato Port au Prince sotto la guida di Guy apparentemente non ha mai superato le cinquecento unità, malgrado fossero sostenuti finanziariamente dalla diaspora haitiana negli Stati Uniti ed in Canada.

Tali forze sono state però sufficienti a mettere in fuga le milizie di Aristide, che pure sulla carta ammontavano a non meno di 5mila uomini.

L’intera vicenda non ha coinvolto più di 6mila persone, ad essere generosi, esclusi naturalmente i civili: si è quindi trattato di un evento tutto sommato trascurabile nell’economia generale degli equilibri internazionali.

Tuttavia, la crisi ad Haiti merita di essere segnalata per un altro elemento di ben altra rilevanza.

La fuga di Aristide e la messa in sicurezza delle comunità occidentali presenti sull’isola sono state rese possibili da un’iniziativa militare congiunta franco-americana, che ha coinvolto finora un migliaio di Marines statunitensi e circa 500 soldati appartenenti a varie specialità dell’Armée de Terre.

L’intesa politica maturata tra Washington e Parigi che ha reso possibile l’intervento ed il perfetto coordinamento operativo sul campo vanno salutati come un importante primo passo nel processo di disgelo dei rapporti tra Stati Uniti e Francia, che è tanto più importante in quanto si è realizzata in un’area che l’America considera come il suo cortile di casa – Haiti si trova a poco più di 100 chilometri da Guantanamo Bay – e si è giovata della benedizione delle Nazioni Unite.

Una distensione nei rapporti tra Parigi e Washington è certamente anche negli interessi dell’Italia, che può quindi guardare con un certo favore a questi ultimi sviluppi.

Vedremo ora che genere di transizione verrà garantita ad Haiti. Philippe si è autoproclamato capo dell’esercito locale, mentre conformemente alla Costituzione il potere è stato nominalmente assunto dal Presidente della Corte Suprema. Verosimilmente, i due si scontreranno nel prossimo futuro.

E’ pertanto difficile che Haiti sfugga al suo destino di instabilità. Stati Uniti e Francia dovrebbero poter dire la loro. Ma un coinvolgimento dell’Onu sembra più auspicabile, tanto più che esistono anche le condizioni politiche richieste per il suo avvio.

 

La nomination democratica a Kerry

 

Il “supermartedì” ha deciso con due mesi di anticipo l’esito delle primarie americane. Anche Edwards ha gettato la spugna. Non poteva essere altrimenti. Kerry ha fatto suoi tutti gli Stati in cui si è già votato, eccetto tre. Che sono andati, uno ciascuno, a Clark, a Dean (ieri, fuori tempo massimo) ed al senatore del North Carolina.

La campagna elettorale, a questo punto, cambia natura. Si trasforma infatti in uno scontro diretto tra il candidato democratico Kerry ed il Presidente in carica: il più lungo della storia recente, con Bush che parte tra l’altro in svantaggio.

L’entourage repubblicano è ancora tranquillo, ma è evidente che anche la campagna di Bush dovrà iniziare prima del previsto, se il Presidente non vorrà nei prossimi due mesi accumulare un gap poi incolmabile nelle preferenze degli elettori. Pare che i repubblicani cercheranno di utilizzare a loro vantaggio anche l’agenda dei lavori del Congresso, per costringere lo sfidante, che siede al Senato, a prendere posizione su questioni altamente controverse che gli faranno in ogni caso perdere dei consensi.

Kerry deve ancora sciogliere l’incognita che riguarda la designazione del suo vice nel ticket che sfiderà i repubblicani a novembre. Potrebbe trattarsi dello stesso Edwards. In questa direzione spingono ad esempio i sostenitori del Partito Democratico, che vedono in Edwards l’elemento in grado di accreditare Kerry nel Sud, ma sul piano personale le polemiche elettorali degli ultimi giorni hanno lasciato delle tracce pesanti nei rapporti tra i due leaders e non è quindi escluso che Kerry possa orientarsi diversamente.

Sul lato repubblicano, invece, si dice che Bush confermerà come suo vice l’ultraconservatore Richard Cheney. Ed in effetti il sito elettorale del Presidente reca un logo sul quale è scritto “Bush-Cheney 2004”. Cambiamenti dell’ultima ora appaiono a questo punto estremamente difficili, anche se ancora possibili.

Contro Cheney ha preso apertamente posizione il New York Times, ma il successivo appoggio dato dall’importante quotidiano a Kerry ha sensibilmente ridotto il valore di questa pressione. Inoltre, Cheney è potente sia in termini finanziari che di risorse elettorali vere e proprie, godendo di un importante rete di sostenitori influenti della quale Bush non sembra in grado di fare a meno.

 

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25 febbraio 2004

 

 

LA SITUAZIONE POLITICA IN IRAN DOPO LE ELEZIONI

ISRAELE, LA CORTE DELL’AJA E LA BARRIERA DIFENSIVA

LE OSCILLAZIONI DELLA POLITICA LIBICA

NUOVE TENSIONI NEI RAPPORTI TRA RUSSIA, NATO ED UE

IL RISCHIO PAKISTAN

 

 

L’Iran dopo le elezioni

 

Com’era abbondantemente prevedibile, le elezioni politiche dello scorso venerdì sono state vinte dai conservatori. Non era immaginabile alcun risultato differente dopo la falcidie di candidature imposta dal Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione e la conseguente decisione di numerose formazioni riformiste di non partecipare alla consultazione.

Occorre comunque chiarirsi: ancorchè pluripartitico ed elettivo, il Parlamento iraniano è sostanzialmente un’Assemblea Consultiva. Ha infatti solo il potere di proporre delle leggi che, per essere promulgate, debbono superare il vaglio delle autorità religiose. Ciò spiega perché il Presidente Khatami, pur sostenuto da una consistente maggioranza riformista, non sia riuscito nel corso dei suoi due mandati a scalfire l’architettura del regime.

Tuttavia, il risultato del voto parla chiaro.

L’invito all’astensione rivolto agli elettori dalle formazioni più radicali è stato raccolto soltanto a Teheran, dove sembra aver votato meno del 30% degli aventi diritto, mentre nel grosso del Paese la percentuale dei votanti è stata superiore al 50%. Il regime e la Suprema Guida Religiosa dell’Iran, Ayatollah Khameney, hanno riportato una vittoria tattica rilevante che verrà quasi certamente consolidata alle prossime Presidenziali. Salvo sorprese, infatti, la Presidenza dovrebbe infatti andare al candidato sostenuto da Rafsanjani e dal clero sciita: Rohani.

Khatami è quindi sempre più chiaramente un’<<anatra zoppa>>.

C’è ora da chiedersi quali implicazioni future sia lecito attendersi da questi sviluppi.

Si possono prevedere due ordini di effetti:

a)              sul piano interno iraniano, la lotta si sposterà verosimilmente nelle piazze, dove i riformisti e gli elementi più radicali alimenteranno una protesta che è destinata ad infrangersi contro l’apparato repressivo del regime. Alcuni dei neoeletti sono già apertamente contestati e ci sono notizie relative a scontri che sarebbero scoppiati in più parti del Paese;

b)              sul piano esterno, invece, la politica iraniana non dovrebbe modificarsi di molto. Al di là della retorica antiamericana ed antioccidentale, Teheran è infatti ormai sostanzialmente accomodante con gli Stati Uniti. Fatto significativo, le autorità internazionali che stanno monitorando il programma nucleare iraniano si muovono indisturbate sul territorio iraniano. Ed anche se gli ispettori dell’Aiea hanno rinvenuto elementi, tracce di sperimentazioni proibite e centrifughe non dichiarate, l’organizzazione diretta da El Baradei non proporrà al Consiglio di Sicurezza dell’Onu alcuna sanzione contro Teheran. L’Iran ha garantito che arresterà i propri sforzi nel campo dell’arricchimento dell’uranio senza alcuna riserva ulteriore. L’impressione è che la ricerca di un accordo di fatto con l’Occidente sarà proseguita anche dai conservatori, che oltretutto potranno concluderne uno senza preoccuparsi eccessivamente della tenuta del regime e delle valutazioni dell’Ayatollah Khameney. Se tutto quanto precede risultasse verificato, sarebbe inopportuna la critica reazione comunitaria e britannica ai risultati iraniani. Ancorchè motivata dalla nobile motivazione di promuovere l’affermazione di una più compiuta democrazia in Iran, rischia, infatti, di finire con il rappresentare un inutile fattore di disturbo.

 

La Corte dell’Aja e la barriera difensiva israeliana

 

Notevole copertura mediatica ha avuto la vicenda processuale in corso all’Aja, dove da tre giorni si discute il ricorso presentato dall’Autorità Nazionale Palestinese contro la costruzione da parte dello Stato d’Israele di un muro che attraversa la Cisgiordania.

Secondo i palestinesi, la barriera difensiva che Tel Aviv sta allestendo non mirerebbe in effetti a proteggere la popolazione israeliana dal terrorismo suicida di Hamas, ma avrebbe l’obiettivo di spostare verso est la linea di confine precente alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, creando di fatto un nuovo confine che priverebbe il futuro Stato palestinese di parte significativa dei territori che l’ANP ritiene debbano spettargli (il 43% della Cisgiordania).

Di più, secondo la requisitoria dell’ANP, il tracciato seguito dall’erigendo muro proverebbe la volontà israeliana di precludere al futuro Stato palestinese la stessa possibilità di nascere e sopravvivere.

Contro il muro-barriera si è schierata inoltre anche la Giordania, che teme di essere destabilizzata da una mancata integrazione fra Israele ed il futuro Stato palestinese. 

Il problema politico risiede in effetti nel tracciato che si sta seguendo. Un muro che ricalcasse la Linea Verde del 1967, infatti, sarebbe accettato dalla comunità internazionale senza grandi problemi. Verrebbe però rifiutato dall’opinione pubblica israeliana, a causa dell’elevatissimo numero di coloni che bisognerebbe sgombrare, ed è proprio per questo motivo che l’erigenda barriera difensiva sta percorrendo una traccia che è stata disegnata con la finalità di ricomprendere il numero maggiore possibile di insediamenti e coloni israeliani presenti in Cisgiordania, mantenendo la continuità territoriale dello Stato ebraico e spezzando quella della futura entità palestinese.

Dal canto suo, Tel Aviv ha deciso di non essere presente all’Aja – scelta che non tutti hanno condiviso in Israele - ma ha inviato ugualmente documentazione a sostegno delle proprie tesi. Che sono le seguenti: per fermare gli attacchi terroristici condotti dagli uomini e dalle donne-bomba, non vi è altro sistema che stabilire una separazione fisica tra lo Stato ebraico e le zone da cui gli attentatori partono. Da parte israeliana, inoltre, si sottolinea come non si registri più alcuna infiltrazione terroristica dalle aree di confine già protette dal muro.

La sentenza della Corte dell’Aja, ancorchè richiesta con urgenza dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, non giungerà prima di diverse settimane, se non mesi, ma è destinata a pesare, giacchè ben difficilmente accoglierà il punto di vista israeliano. L’andamento del dibattimento lascia pochi dubbi al riguardo.

Forse non ne risentiranno gli orientamenti degli Stati Uniti. Ma una pronuncia antiisraeliana influenzerà certamente l’opinione pubblica europea.

In Italia, in particolare, la barriera israeliana ha già molti nemici. La osteggia, ad esempio, tutta la sinistra e la gran parte del mondo cattolico. Ma anche nel centro-destra, c’è chi la critica.

Frattini ha mostrato comprensione per le argomentazioni palestinesi. Fini, invece, ha preso chiaramente posizione a favore di Israele ed è attualmente l’unico uomo politico di spicco in Italia a definire il muro una “barriera difensiva”.

Si segnala a questo proposito come le parole, in questo caso, non siano affatto neutrali: quando si parla di “muro”, si sposano implicitamente le tesi dei palestinesi. Quando si usa il termine “barriera”, si dimostra invece simpatia verso Israele, che lo ha coniato. 

 

Le apparenti oscillazioni della politica libica

 

Nell’ultima settimana si sono verificate impreviste tensioni nei rapporti tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Libia.

Tripoli si è mantenuta fedele ai propositi di disarmo manifestati dopo il sequestro a Taranto della centrifuga pakistana intercettata in pieno Mediterraneo dalla Marina statunitense, ma il Primo Ministro ed il Ministro degli Esteri della Libia hanno rilasciato in questi giorni delle dichiarazioni su Lockerbie che hanno profondamente irritato i Governi di Washington e Londra.

Il Premier Shokri Ghanem ha affermato che Tripoli si è risolta a pagare i risarcimenti alle vittime (2,2, miliardi di euro) solo per “comprare” la distensione con gli anglo-americani, mentre il Ministro degli Esteri Shalgham ha sottolineato come la Libia non si sia dichiarata colpevole dell’attentato, come esigevano gli Stati Uniti, limitatandosi semplicamente a riconoscere il coinvolgimento nell’operazione di alcuni funzionari del suo Governo.

Il risultato è stato che gli Stati Uniti si sono temporaneamente irrigiditi nei confronti della Libia, bloccando il processo di normalizzazione avviato due mesi fa e confermando le restrizioni ai movimenti dei suoi cittadini verso Tripoli.

E’ difficile, tuttavia, che Gheddafi possa fare a questo punto marcia indietro sulle concessioni già fatte, anche se va ricordato che l’imprevedibilità è un tratto fondamentale del suo comportamento politico.

Gli ispettori americani, inglesi e dell’Aiea sono ormai al lavoro, insieme con i libici che stanno attivamente collaborando, e negli Stati Uniti si parlava già da qualche settimana del progetto di costruire una grande base aeronavale nella Sirte.

Qualche “giro di valzer” ulteriore non può essere escluso, ma la tendenza sembra chiara.

Forse l’atteggiamento di Ghanem si spiega alla luce di qualche esigenza interna del regime. Gli effetti sulla tenuta del regime libico delle aperture fatte da Gheddafi ai suoi nemici storici andrebbero in effetti valutati. Seri contraccolpi interni non possono infatti essere esclusi, specialmente se si tiene conto del fatto che la principale opposizione al Colonnello è sempre stata rappresentata dai fondamentalisti islamici, che trarranno certamente nuovo vigore dal ritorno degli americani in Libia.

 

Nuove tensioni nei rapporti tra l’Occidente e la Russia

 

Stanno tornando problematici, in una certa misura, anche i rapporti tra Occidente e Federazione Russa.

L’urto, in questo caso, è pluridimensionale e coinvolge diverse istituzioni ed organizzazioni.

Innanzitutto, c’è qualche problema al livello delle relazioni tra Mosca e la Nato. La Federazione Russa intende infatti estendere la propria cooperazione con l’Alleanza Atlantica e, con il tempo, vedersi riconoscere da Washington anche lo status di “Alleato Non Nato strategico per gli Stati Uniti”, di cui godono già Paesi come l’Australia ed il Giappone.

Il Consiglio a Venti Nato-Russia ha già dato buona prova di sé, interessandosi da ultimo anche della crisi georgiana, e non è escluso che al Vertice di Istanbul di giugno possa essere deliberato un potenziamento delle competenze di questo foro.

Ma ieri un Awacs ha compiuto il suo primo volo sulla Lettonia e per quanto l’Alleanza abbia dichiarato di non aver inteso procedere ad una ricognizione avanzata sulla Federazione Russa è un fatto che la Nato abbia respinto una richiesta russa di ammettere un proprio ufficiale sul velivolo. La vicenda è destinata ad alimentare inquietudini.

E’ infatti sul terreno anche la questione della redistribuzione delle basi americane in Europa. Mosca ha già fatto sapere che rischieramenti in Polonia o nei Paesi Baltici saranno percepiti come una minaccia, mentre in Romania e Bulgaria verranno considerati funzionali alla comune lotta antiterroristica. In discussione, pertanto, sembra essere lo stesso principio della gestione cooperativa della sicurezza internazionale, affermatosi dopo l’11 settembre.  

Mosca non sarà del tutto passiva rispetto a questi sviluppi. Potrebbe essere proprio questa la lettura delle grandi esercitazioni aeronavali svoltesi nel Mare di Barents al cospetto del Presidente Putin, che ha promesso successivamente ai militari l’acquisizione di armi offensive di nuova generazione.

Anche il ricambio ai vertici del governo russo tradirebbe l’ambizione di fare la voce più forte. La Russia è cresciuta in termini economici reali del 7% nello scorso anno. Putin vuole adesso accelerarne ulteriormente lo sviluppo, ponendo alla testa del suo esecutivo un riformista più spregiudicato, perché ha evidentemente bisogno di un sistema-paese che sorregga in modo più adeguato la volontà del Cremlino di tornare a giocare un ruolo di primo piano sulla scena internazionale.

Tensioni serie stanno apparendo anche nei rapporti tra la Federazione Russa e l’Unione Europea.  Mosca sta iniziando ad apprezzare gli effetti potentemente negativi che l’allargamento dell’Unione è in procinto di dispiegare sulla sua economia. L’Europa che si affaccia alle frontiere russe sarà infatti una fortezza protezionistica e relativamente impermeabile alle esportazioni della Federazione, che perderà quindi parte cospicua dei propri mercati occidentali proprio mentre intende rendere più rapido il suo processo di sviluppo.

Le relazioni euro-russe sono poi sempre avvelenate dal problema del mancato rispetto dei diritti delle minoranze russofone nei Paesi Baltici, dalla permanente imposizione dell’obbligo di visto per i russi che si recano nell’Unione e dalla questione della mobilità di persone e merci da e per l’Oblast di Kaliningrad, attualmente compressa dalle autorità lituane.

Che le relazioni euro-russe abbiano raggiunto un punto di minimo lo riconosce anche l’Unione in una propria memoria interna di cui si è avuta recentemente notizia. Tale documento, peraltro, potrebbe non contribuire a migliorare la situazione.

A quanto si è appreso, mirerebbe in effetti ad irrigidire non solo la politica commerciale europea verso la Russia, ma anche gli orientamenti della politica estera comunitaria nei confronti di Mosca, in particolare accentuando le pressioni tese ad assicurare il rispetto dei diritti umani in Cecenia e l’affermazione dello stato di diritto nella Federazione.

Pare che tale paper interno all’Unione sia nato dalla volontà di scoraggiare la tendenza di alcuni Paesi europei a definire bilateralmente in termini più favorevoli di quelli concordati a Bruxelles la propria politica con Mosca, reprimendo in particolare le aperture fatte dall’Italia di Berlusconi proprio durante il suo semestre di presidenza. 

Alla luce di questi fattori, non è quindi improbabile che si osservi un deterioramento complessivo dei rapporti tra le due parti. E’ in pericolo la conferma dell’Accordo di Partnership e Cooperazione, che la Russia subordina all’accoglimento di tutta una serie di condizioni, incluse delle compensazioni finanziarie per la perdita dei mercati est-europei e l’adozione di misure che agevolino l’export russo verso l’Unione.

Sono possibili anche conseguenze ulteriori. Mosca potrebbe ad esempio cercare di scardinare questo approccio comunitario rilanciando alcune relazioni bilaterali privilegiate, esattamente come ha fatto Washington nel 2003 a proposito dell’Iraq, seppure con minore energia. La Russia, infatti, non dispone più di una potenza paragonabile a quella americana. Ma anche i suoi potenziali interlocutori europei sono meno numerosi di quelli che vanta l’America. Roma è infatti sicuramente molto più pro-russa di Bruxelles, ma lo è anche più di Londra e Madrid, che stavolta non sarebbero dal suo stesso lato.

Ciò implica una serie di rischi ed opportunità per l’Italia. In sintesi, su questo specifico aspetto, Roma può anche giocare da free-rider in Europa, lucrando importanti vantaggi commerciali nella Federazione e scalzando dalle loro attuali posizioni i tedeschi, ma solo al prezzo di isolarsi una volta di più all’interno dell’Unione.

Sul versante interno, però, non dovrebbero conseguirne effetti particolari. Alla Russia, infatti, guarda con simpatia anche l’opposizione di centro-sinistra, che considera Mosca sempre come un fattore di contenimento dell’unilateralismo americano.

Da ultimo, va segnalato come si siano di fatto irrigidite anche le relazioni tra la Chiesa ortodossa russa e quella Cattolica. Il Papa ha inviato in Russia un suo messo, il Cardinale Kasper, con l’intento di stipulare una tregua nella lotta che oppone le due confessioni.

Kasper si è fatto latore di un messaggio accomodante, in cui spiccava la comunicazione della decisione della Santa Sede di rinunciare a fare proselitismo in Russia, ed è riuscito a farsi ricevere anche dal leader della confessiine ortodossa.

Ma la reazione del Patriarca Alessio II è stata dura, a dispetto dei segnali distensivi che si è cercato di far circolare dopo l’incontro.

Con fermezza, il Patriarca ha chiesto ragioni alla Chiesa Cattolica per le violenze e le espropriazioni di cui sono state fatte oggetto le sedi e le parrocchie ortodosse in Ucraina, nonché la rinuncia da parte romana alla pratica di creare senza consultazioni nuove diocesi e nuove scuole in aree che sono tradizionalmente occupate dagli ortodossi.

Il peso di questo irrigidimento non va sottovalutato, data la contiguità che esiste in Russia tra la Chiesa ortodossa ed il potere secolare.

 

Il rischio Pakistan

           

La rassegna non potrebbe concludersi che con alcune riflessioni sulla guerra al terrorismo ed alla proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Il Direttore della Cia, Tenet, ha ieri sostenuto al Senato americano che Al Qaeda continua a perseguire l’obiettivo di colpire nuovamente gli Stati Uniti e l’Occidente con un attentato simile a quello dell’11 settembre, se non più grave.

Potrebbero essere impiegate anche armi di distruzione di massa, di natura chimica, biologica o radiologica.

Sul punto, gli sviluppi delle indagini condotte sui traffici di equipaggiamenti alimentati dal Pakistan hanno introdotto un ulteriore elemento di inquietudine.

Non vi è infatti dubbio sul fatto che il dottor Khan - responsabile del programma nucleare pakistano e personaggio che è risultato al centro dei traffici che hanno condotto centrifughe ed altri equipaggiamenti dalla Malaysia, dalla Corea del Nord e dallo stesso Pakistan in Iran e Libia - non abbia agito da solo e per proprio conto. Ha invece probabilmente operato per conto dello Stato.

Il programma nucleare pakistano è stato infatti gestito dall’Esercito, con l’attiva collaborazione delle ISI, i potenti servizi segreti del Paese e il controllo sui suoi elementi umani e materiali è sempre rimasto centralizzato. Risulta quindi difficile ipotizzare che un traffico dei costi e della difficoltà di quello che sta venendo alla luce possa essersi sviluppato senza l’attiva collaborazione dell’apparato militare e di sicurezza pakistano, e in assenza di una copertura politica al più alto livello. E’ probabilmente coinvolto lo stesso Capo dello Stato.

Lo stesso “perdono” così facilmente concesso da Musharraf allo scienziato “pentito” somiglia notevolmente ad una sceneggiata allestita ad uso e consumo dell’opinione pubblica internazionale e delle diplomazie dei principali Paesi del mondo. Ma è poco convincente.

Molti elementi delle ISI sono collusi con Al Qaeda e c’è già chi ritiene che il giornalista americano Daniel Pearl sia stato ucciso perché aveva scoperto la trattativa tra Khan ed Al Qaeda. Se i contatti tra il Pakistan e Bin Laden si sono sviluppati fino al punto di permettere al network terroristico di perfezionare un accordo ed acquisire del materiale radiattivo, il pericolo di un grave attentato è ora più serio che mai.

E’ anche per questo motivo, probabilmente, e non solo per le esigenze elettorali di George W.Bush, che la caccia allo sceicco saudita si sta intensificando.

 

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18 febbraio 2004

 

 

L’ITALIA E IL DIRETTORIO A TRE. 

NUOVI SVILUPPI IN IRAQ E MEDIO ORIENTE.

LE PRIMARIE AMERICANE

 

 

 

Prende corpo la risposta italiana al vertice di Berlino

 

Negli ultimi giorni, il vertice di Berlino ha sostanzialmente monopolizzato l’attenzione del Governo e degli analisti che si occupano di politica estera.

Due sono i dati nuovi, in attesa delle risultanze dell’incontro intergovernativo di oggi tra tedeschi, inglesi e francesi.

Il primo: al di là di quanto le parti vanno dichiarando ufficialmente anche per stemperare le polemiche, il tentativo che sta prendendo corpo è l’espressione di importanti ambizioni. I Tre Grandi hanno deciso di riunirsi prima del Consiglio Europeo di marzo per concordare non solo la strategia da tenere in quella occasione, specialmente in materia di politica industriale e dell’innovazione, ma anche per abbozzare i contorni di un progetto di ristrutturazione della Commissione Europea più funzionale ai loro interessi. Si è ad esempio appreso che per meglio tutelare le proprie esigenze, la Germania proporrà la creazione di un Supercommissario che cumulerebbe le competenze in materia di industria, innovazione e commercio estero. Verosimilmente, si discuterà anche della successione a Prodi. Finora, il Presidente della Commissione è stato scelto tra i politici continentali che davano le migliori garanzie di affidabilità alle potenze dell’asse franco-tedesco. E’ stato così tanto con Delors quanto con Prodi, che era notoriamente legato all’élite industriale e finanziaria renana e che non a caso è stato attaccato lungo il corso del suo mandato soprattutto dalla stampa britannica. Che la Gran Bretagna sia ora ammessa a dire la sua è una novità interessante, che consente qualche speranza anche al candidato portoghese, il commissario Vitorino. Il lussemburghese Juncker sembra però avere dalla sua qualche vantaggio in più, almeno al momento, non solo perché godrebbe dell’incondizionato supporto di Parigi e Berlino, ma anche perché consolerebbe il Granducato ed in generale i Paesi più piccoli dell’Unione della possibile perdita del proprio rappresentante nell’esecutivo comunitario.

Il secondo dato nuovo è costituito dall’inaspettata forma che ha preso la reazione italiana. Le dichiarazioni rese dal Ministro degli Esteri Frattini la scorsa settimana avevano lasciato intravedere una risposta basata sul rilancio del compromesso costituzionale, che avrebbe mirato a “sciogliere” il direttorio anglo-franco-tedesco in un più solido esecutivo comunitario. Non erano infatti note le trattative che sarebbero culminate nella lettera dei sei, diretta al Consiglio Europeo e sottoscritta dai Premier di Spagna, Italia, Polonia, Olanda, Portogallo ed Estonia. Con questa abile mossa, Berlusconi, Aznar e Miller hanno di fatto dimostrato le insospettate capacità aggregative del controblocco di cui potrebbero all’occorrenza farsi promotori ed hanno giocato d’anticipo sulle stesse risultanze del vertice trilaterale del 18 febbraio. Con il riferimento al Patto di Stabilità, inoltre, l’Italia ha inviato un segnale ai Tre Grandi, rammentando il ruolo svolto da Roma nell’avallare lo sfondamento dei parametri di Maastricht da parte di Parigi e Berlino. Non ci sono dubbi, comunque, sul fatto che Berlusconi abbia deciso di puntare i piedi, sminuendo il valore dell’iniziativa anglo-franco-tedesca e protestando per il metodo seguito. La posizione italiana pare aver generato attenzione specialmente oltremanica, come provano lo spazio accordato dal Financial Times a Frattini ed i contatti intercorsi tra questi e Jack Straw. A tranquillizzare l’Italia, comunque, venerdì scenderà anche il Ministro degli Esteri tedesco Joshka Fisher.

 

Si complica nuovamente la situazione in Iraq

 

Purtroppo, la settimana è stata caratterizzata anche da un nuovo deterioramento della situazione in Iraq. Il mirino dei terroristi e della guerriglia si è nuovamente spostato.

Mentre proseguono l’eliminazione e l’intimidazione dei “collaborazionisti” iracheni e si assiste ad episodi sconcertanti, come il riuscito assalto alla prigione di Falluja, è infatti ripresa l’offensiva contro i contingenti.

Diversi militari americani hanno perso la vita in agguati più o meno isolati. Ma è soprattutto l’attacco condotto questa mattina con due auto-bomba al contingente polacco quello che suscita le maggiori preoccupazioni. Si sono registrati finora undici morti di civili iracheni ed il ferimento di non meno di sessanta militari.

Difficile, adesso, non attendersi qualche mossa anche contro il nostro contingente, così duramente già colpito in novembre. Il momento, tra l’altro, sarebbe particolarmente propizio agli attaccanti, considerato il fatto che il Parlamento italiano sta discutendo la proroga di <Antica Babilonia>. Non a caso, la nostra intelligence ha chiaramente affermato nel suo Rapporto Semestrale che il rischio nella Provincia di Dhi Qar presidiata dai nostri militari resta alto.

Rispetto a questa situazione, c’è poco che possa essere fatto.

Coloro che intendono far fallire la transizione debbono agire adesso, sia per condizionare l’andamento delle elezioni americane, che per rallentare la transizione del potere dalla Coalition Provisional Authority agli iracheni. Radicali sunniti e baathisti temono in particolare la celebrazione di elezioni che consacrerebbero il passaggio dell’Iraq al dominio sciita e stanno lavorando perché esse abbiano luogo il più tardi possibile.

Quanto agli effetti sulla campagna elettorale americana, l’influente editorialista del New York Times, Thomas Friedman, ha apertamente chiesto al candidato democratico Kerry di assicurare la prosecuzione dell’impegno militare statunitense in Iraq in caso di vittoria a novembre. Una dichiarazione in tal senso del probabile sfidante, infatti, dovrebbe concorrere a ridurre la pressione esercitata sul suolo iracheno dai resistenti che si oppongono all’occupazione, rendendoli certi che la linea del Governo americano non cambierà neppure con un’Amministrazione diversa dall’attuale. Ma è altamente improbabile, almeno in questa fase, che da Kerry venga un’affermazione del genere. Il senatore del Massachussetts potrebbe infatti essere tentato di giocare la carta del ritiro o del ridimensionamento della presenza americana in Iraq più in là nel corso della campagna, qualora i sondaggi gli dimostrassero pagante una mossa del genere. Perché dovrebbe privarsi fin d’ora di questa possibilità?

Una complicazione ulteriore dello scenario iracheno è venuta dal fatto che l’Ambasciatore Bremer ha per la prima volta dovuto fare i conti con la proposta, avanzata da alcune fazioni politiche di impronta religiosa, di introdurre in Iraq la Sha’ria. 

Proseguono invece i contatti sotterranei con l’Iran. Anche se a Teheran si vive un momento particolare, che presumibilmente porterà ad un rafforzamento dei conservatori, il ritrovamento di una centrifuga non denunciata all’AIEA la scorsa settimana ha provocato la reazione del solo Sottosegretario Bolton.

Troppo poco per non ritenere che Stati Uniti ed Iran stiano in qualche modo flirtando. Non c’è invece alcun flirt tra gli ayatollah e la Santa Sede, come si è avuto modo di riscontrare giovedì scorso, in occasione della visita a Roma del Ministro degli Esteri iraniano. Nel corso di un incontro pubblico svoltosi alla Gregoriana, Layolo ha infatti ricordato a Kharrazi come la Chiesa desideri un più ampio riconoscimento della libertà religiosa da parte della Repubblica Islamica, che si limita invece a tutelare la sola libertà di culto delle minoranze assire ed armene presenti nel Paese.  

 

Abu Ala ed il ritiro israeliano da Gaza

 

In Medio Oriente è tuttora la proposta di Sharon di un ritiro unilaterale da Gaza a tenere banco. L’esecutivo palestinese l’accetterebbe, ma non come contropartita di un ritocco definitivo ai confini del 1967, che è invece nelle intenzioni del Premier israeliano.

Abu Ala si è rivolto quindi all’Europa, visitando tanto Berlusconi quanto l’Europarlamento, sia per fermare la costruzione della barriera difensiva in via di allestimento in Cisgiordania, sia per chiedere che il ritiro dei coloni da Gaza venga seguito dallo schieramento di una forza internazionale di peace-keeping.

Da Berlusconi, a quanto si è appreso, Abu Ala ha però ottenuto ben poco – qualche generica assicurazione d’interessamento.

Quanto a Sharon, dopo la sua brillante mossa d’apertura, nell’ultima settimana è apparso piuttosto defilato, anche a causa dei postumi di un intervento chirurgico. I preparativi per un suo incontro con l’attuale capo dell’esecutivo dell’ANP proseguono. Ma è tutta ancora da vedere la soluzione che verrà tentata.

Resta sempre l’ipotesi più probabile quella di un arrangiamento finale determinato unilateralmente e di fatto da Israele. L’ANP, infatti, appare troppo divisa all’interno e condizionata dagli estremisti di Hamas per fare concessioni senza rischiare il collasso e la delegittimazione.

 

Kerry sempre più forte

 

Intanto si consolida la posizione di Kerry, che ha ormai in tasca la nomination democratica e risulta essere in vantaggio anche sul Presidente in carica quanto alle intenzioni di voto degli americani. Clark è uscito di scena e Dean è stato definitivamente ridimensionato. Kerry è sopravvissuto anche al primo tentativo di creare contro la sua candidatura uno scandalo a sfondo sessuale.

Resta da vedere quanto a lungo resisterà adesso l’ultimo rivale rimasto, Edwards. Si dice che Edwards goda ora del sostegno dei Clinton, rimasti orfani di Clark, e che possa vantare rispetto a Kerry un superiore appeal sul voto dei cosiddetti indipendenti che saranno decisivi a novembre. E’ però troppo poco per dichiarare riaperta una gara che Kerry ha sostanzialmente ucciso in apertura, con i caucus dello Iowa.

Anche su questo fattore ci sarebbe da riflettere. La democrazia mediatica e del digitale, che premia il virtuale sul reale, sta infatti trasformando un inatteso successo iniziale, normalmente ritenuto ininfluente, nel fattore che ha deciso la nomination del Partito democratico.  

Kerry sarà comunque un avversario molto ostico per Bush, che non a caso ha chiesto al Pentagono di intensificare gli sforzi nella caccia a Bin Laden. Aspettando l’economia, il Presidente deve iniziare a difendersi rispetto all’accusa democratica di aver reso meno sicura e meno liberale l’America.

 

 

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12 febbraio 2004

 

 

SI RAFFORZA LA TENDENZA DIRETTORIALE IN EUROPA. LA REAZIONE ITALIANA. I DATI NUOVI DELL’AREA MEDITERRANEA: LO SCAMBIO GEOPOLITICO PROPOSTO DA SHARON,

LA REINTEGRAZIONE DELLA LIBIA

NELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE,

LA SITUAZIONE IN IRAQ E LE TENSIONI CON L’IRAN

 

 

 

 

Il rafforzamento delle tendenze direttoriali in Europa

 

Continua a consolidarsi la tendenza direttoriale osservata in Europa negli ultimi tre mesi. Mentre si attende il vertice trilaterale anglo-franco-tedesco del 18 febbraio, Londra e Parigi hanno potenziato la propria cooperazione nella sfera della difesa, accordandosi per la costituzione di una forza di reazione da 1.500 uomini, cui ha immediatamente aderito anche Berlino.

Occorre intendersi. La novità non risiede né nella collaborazione militare tra Londra e Parigi, né nell’entità delle capacità che verranno messe in campo.

Tralasciando uno sfortunato precedente che risale ai tempi della guerra di Bosnia, un asse franco-britannico nel campo della difesa esiste infatti almeno dal 1998, quando gli accordi di Saint Malo aprirono la via alla costituzione di unità aeree binazionali e allo stesso sviluppo di capacità europee in campo militare. Senza Saint Malo, ad esempio, non sarebbe stato possibile concordare al Consiglio Europeo di Helsinki di fine 1999 la creazione a medio termine di una Forza d’Intervento Europea da 60mila uomini né, tanto meno, si sarebbe potuto raggiungere un consenso sulla creazione delle prime strutture direzionali destinate a gestire la politica di sicurezza europea: il Comitato Politico-Strategico ed il Comitato Militare dell’UE.

Anche le capacità concretamente rese disponibili da Londra, Parigi e Berlino sono modeste, posto che con i 1.500 uomini della costituenda unità non sarà mai possibile intraprendere missioni di dimensioni paragonabili a quelle che conducono gli Stati Uniti. Ne sono consapevoli le stesse parti contraenti, che hanno previsto come scenario d’impiego per la nuova forza l’Africa e come precondizione d’utilizzo la sussistenza di un mandato delle Nazioni Unite. Emergono quindi con evidenza i limiti dell’iniziativa, che non mira certamente ad esautorare la Nato ma sembra invece finalizzata a ridurre i costi dei frequenti interventi europei nel Continente Nero. A questo proposito, vale la pena di ricordare come l’Unione Europea stia svolgendo un intervento di peace keeping in Congo, mentre Francia e Gran Bretagna sono intervenute negli ultimi anni in Liberia e Costa d’Avorio.

Gli elementi veramente nuovi dell’iniziativa sono invece rappresentati dall’apertura verso la Germania, che è stata prontamente sfruttata dal Governo di Berlino, e la sempre più evidente volontà dei Tre di agire da catalizzatori della nuova fase del processo di integrazione europea.

Le tendenze direttoriali che stiamo osservando sono un risultato diretto del mancato raggiungimento di un accordo sulla riforma dei meccanismi decisionali dell’Unione prima dell’allargamento e dovrebbero ora indurre una riflessione anche nei due Paesi che più degli altri a dicembre resero impossibile il compromesso, vale a dire Spagna e Polonia.

Varsavia adesso pretende da Roma e Madrid una reazione decisa all’iniziativa franco-tedesco-britannica, ma l’ipotesi del controblocco non regge. Italia, Spagna e Polonia non hanno il peso geopolitico che è necessario a bilanciare l’asse nato tra Londra, Parigi e Berlino, né esiste una piattaforma di interessi comuni permanenti che permetta di immaginare una tenuta a medio termine del controblocco. Italia, Polonia e Spagna sono ad esempio competitrici dirette nell’assegnazione dei fondi europei per la politica agricola e per lo sviluppo delle regioni in ritardo ed hanno visioni del tutto differenti circa il proprio ruolo in Europa e nel mondo.

Più corretto sembra quindi l’approccio che è stato per il momento prescelto dalla Farnesina. L’Italia scommetterà sul rilancio del compromesso istituzionale mancato lo scorso dicembre. Questa volta, oltretutto, dovrebbe avere maggiori possibilità di successo, dal momento che è maturato un interesse comune dei 22 Paesi esclusi dal direttorio ad evitare di subire sistematicamente in futuro le decisioni prese congiuntamente da Parigi, Londra e Berlino. Se prevale la razionalità, Varsavia e Madrid dovrebbero cessare di difendere ad oltranza i pesi ponderati conquistati a Nizza ed accettare i nuovi meccanismi elaborati dalla Convenzione.

Se si fallisce in questo tentativo, di contro, nulla potrà evitare il radicarsi della “troika dura” e ciascun membro escluso dovrà rassegnarsi ad influire sulle decisioni che verranno prese instaurando un rapporto privilegiato con uno dei tre membri. Varsavia potrà rivolgersi a Londra o Berlino. La Spagna a Parigi o alla stessa Germania e l’Italia, con molte difficoltà, a chi dei tre sarà sul momento più disponibile. 

 

Elementi di novità nell’area mediterranea ed in Medio Oriente: si delineano meglio la strategia di Sharon e quella dell’ANP

 

Il Mediterraneo ed il Medio Oriente allargato sono state le regioni di gran lunga più dinamiche nell’ultima settimana. La prima grossa novità si è prodotta in Medio Oriente, dove Sharon ha prospettato un nuovo scambio geopolitico, offrendo ai palestinesi lo sgombero degli insediamenti ebraici a Gaza in cambio del loro trasferimento in Cisgiordania.

Il premier israeliano non si attende certamente un consenso esplicito da parte delle autorità palestinesi, ma il loro ammorbidimento sull’ipotesi di confine che sta prendendo corpo ad Oriente dello Stato ebraico.

Malauguratamente, le prime reazioni non sono state positive.

Sul piano interno, l’anziano leader del Likud è stato subito sfidato dalla destra conservatrice, che ha presentato immediatamente contro di lui una mozione di sfiducia alla Knesset, bocciata per soli due voti di scarto.

Sharon si sta in effetti muovendo nel solco della continuità con la difficile politica che fu di Rabin. Persegue un riassetto territoriale che attraverso alcune rinunce possa garantire ad Israele una maggiore omogeneità etnica ed una maggiore sicurezza. Su questo terreno scivoloso, ha contro gli integralisti ed i coloni, ma sembra potersi giovare del sostegno dei laburisti.

Sul piano esterno, i palestinesi si sono almeno per ora manifestati indisponibili a svolgere il necessario ruolo di sponda. L’Autorità Nazionale Palestinese, che fa i conti con soggetti non meno radicali degli ortodossi che ostacolano Sharon, ha infatti continuato a battersi contro l’erezione della barriera difensiva che sta tracciando i nuovi confini orientali israeliani.

Questa reazione complica la situazione e rende più difficile ed incerta la pace. L’ANP in effetti avversa la politica di Sharon perché la linea che Tel Aviv sta seguendo differisce da quella preesistente alla Guerra dei Sei Giorni.

Ma è ben possibile che l’establishment palestinese nutra una riserva ben più profonda, temendo le conseguenze a medio-lungo termine di una mancata integrazione economica tra lo Stato che nascerà dall’ANP e lo stesso Israele.

La logica della separazione implica in effetti che il futuro Stato palestinese non possa contare sulle risorse israeliane e sia condannato fin dalla nascita a sviluppare le proprie relazioni economiche prevalentemente con Egitto e Giordania, oltre che con l’Unione Europea.

Inoltre, non è da escludere che proprio attraverso la dinamica demografica i palestinesi sognino di recuperare nel lungo periodo il pieno controllo della terra che fu un tempo loro. La perfetta integrazione, in quest’ottica, permetterebbe il graduale ed inesorabile ribaltamento dei rapporti di forza esistenti tra ebrei ed arabi in Israele, da ultimo rendendo minoritaria nel suo stesso Stato la componente ebraica, mentre la separazione fisica cristallizzerebbe la presenza in Palestina dello Stato israeliano.

Abu Ala ha comunque chiesto aiuto anche all’Italia, visitando Roma ed ottenendo generiche promesse da Berlusconi e Frattini. Sembra in effetti assai improbabile che si possa e si voglia fare qualcosa di significativo in favore dell’ANP.

 

La conversione della Libia ed i rischi che sta correndo l’Italia

 

Prosegue intanto il “ravvedimento” internazionale della Libia, la cui conversione improvvisa può senz’altro essere ascritta agli effetti della rigorosa politica di contrasto alla proliferazione nucleare praticata dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Non dovrebbe essere dimenticato che la definitiva svolta di Gheddafi è maturata soltanto dopo l’intercettazione in mare e la successiva ispezione a Taranto di una nave carica di centrifughe nucleari che navigava dal Pakistan verso Tripoli.

In questo processo di reintegrazione, purtroppo, a dispetto dei cospicui investimenti politici fatti negli ultimi venti anni, l’Italia sta svolgendo un ruolo da comprimaria.

Per tentare di rientrare in gioco, il Presidente del Consiglio si è recato da Gheddafi, ma la sua scelta di tempo si è rivelata infelice.

Mentre Berlusconi andava a Tripoli, infatti, il Ministro degli Esteri libico visitava a Londra Jack Straw e Tony Blair, per preparare il primo viaggio di un Premier britannico in Libia. E nello stesso giorno è giunto anche l’annuncio del ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Libia. L’Italia si è così vista rubare la scena e l’impatto della visita ne è uscito fortemente ridimensionato.

In America, corre già voce che in Libia verrà presto costruita una imponente base aeronavale statunitense, probabilmente destinata ad ospitare anche la VI Flotta attualmente di stanza a Gaeta.

Gli spazi di cui dispone la diplomazia italiana si sono quindi notevolmente ridotti, seppure vada salutato con favore il fatto che a Sud un potenziale nemico dell’Italia si stia trasformando in un Paese cooperativo sul piano della gestione della sicurezza internazionale.

Il riavvicinamento tra Libia, Stati Uniti e Gran Bretagna presenta alcuni rischi rispetto ai quali sarebbe bene cautelarsi.

Roma dipende infatti da Tripoli sul piano energetico. L’Italia importa parte cospicua del suo fabbisogno petrolifero proprio dalla Libia, che produce un greggio di qualità giudicata insostituibile, ed occorre tutelare il nostro interesse nazionale alla preservazione delle forniture.

Gheddafi, che ne è consapevole, ha chiesto a Berlusconi, a titolo di riparazioni degli antichi danni di guerra, la trasformazione in autostrada della vecchia Via Balbia. Si tratta di un’opera pubblica imponente, che costerà allo Stato italiano ingenti risorse.

Berlusconi – che incontra difficoltà a costruire le opere pubbliche di cui ha bisogno il nostro Paese - ha naturalmente nicchiato. Occorre tuttavia tenere presenti i costi ancora maggiori che implicherebbe per l’Italia il ridimensionamento delle forniture energetiche libiche.

 

 Sviluppi contraddittori a Teheran e Baghdad

 

Importanti, ma non necessariamente di segno positivo, anche gli sviluppi intervenuti più in là, a cavallo tra Iran ed Iraq. Proprio mentre il Ministro degli Esteri iraniano Kharrazi giungeva in visita ufficiale a Roma, si è appreso che l’AIEA ha rinvenuto nella Repubblica Islamica centrifughe non denunciate e di origine non pachistana.

L’Agenzia di Vienna ha precisato come i macchinari ritrovati, che possono essere utilizzati nel processo di arricchimento dell’uranio, non alterino di per sé il presunto carattere non militare del progetto nucleare iraniano. Il problema è che il loro stesso rinvenimento getta un’ ombra inquietante sulla credibilità effettiva della volontà di Teheran di collaborare con la comunità internazionale.

Non è chiaro da chi e da quale fattore sia dipesa la grave omissione nelle dichiarazioni consegnate all’AIEA.

Nella Repubblica Islamica, in effetti, il potere politico non è veramente centralizzato e sembra in corso da qualche tempo una competizione tra le massime istituzioni del Paese.

Il Presidente Khatami è sostanzialmente al tramonto ed il suo successore sarà verosimilmente espresso dall’Ayatollah Khameney e da Rafsanjani, che rappresentano l’ala più conservatrice del regime e la vecchia politica. Ma c’è fermento. I progressisti trovano ascolto in alcuni settori del regime, come prova la circostanza che parte non indifferente delle candidature al Parlamento giudicate inammissibili siano state recuperate nei giorni scorsi.

Non è quindi da escludere che le incertezze che si osservano siano il frutto di una difficoltà interna dell’Iran, che non riesce a formulare in modo univoco i propri interessi nazionali e la propria politica estera.

Le reticenze di Teheran sono ancora più strane quando si considerino gli abboccamenti e i progressi realizzati dalla diplomazia segreta per riavvicinare la Repubblica Islamica agli Stati Uniti.

Tali sviluppi hanno indotto non pochi analisti americani a ritenere possibile nel 2005 la riapertura delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Un asse tra America ed Iran avrebbe enormi potenzialità, potendo divenire il cardine di un riassetto geopolitico complessivo dell’Asia Centrale, che vedrebbe Washington giocare la carta della pace separata con l’Islam Sciita, per contrapporsi più nettamente a Pakistan ed Arabia Saudita.

Un’intesa tra Stati Uniti e Teheran potrebbe basarsi sul riconoscimento di una certa influenza iraniana sull’Iraq e sul contestuale abbandono iraniano del sostegno agli Hezbollah libanesi.

Da ultimo, l’Iraq. E’ stato divulgato un documento che attesterebbe la volontà di Al Qaeda di accrescere gli sforzi profusi contro l’avanzata della ricostruzione politica dello Stato iracheno. Difficile comprendere se quella di Zarquawi sia una lettera autentica o si tratti piuttosto di un abile montatura della propaganda statunitense per consolidare la coalizione e dare l’impressione che la transizione si trova ad uno stadio più avanzato di quello comunemente percepito.

Tuttavia, si osserva come nell’ultima settimana gli attacchi dei terroristi si siano concentrati sugli aspiranti collaborazionisti iracheni, mentre si è contestualmente ridotta la pressione sui militari della coalizione.

Almeno nelle percezioni dei terroristi, è pertanto verosimile che la minaccia rappresentata dalla rinascita della polizia e dell’esercito iracheno sia presa molto sul serio. Se l’Iraq supera questa fase e si riesce ad evitare che il terrore ponga fine alla volontà degli iracheni di integrarsi nelle istituzioni che la Coalizione sta preparando per loro, la crisi potrebbe davvero avviarsi a superare il suo punto più difficile.

E’ la notizia che attende disperatamente Bush, ormai incalzato dal candidato democratico Kerry. I sondaggi danno il Presidente in evidente difficoltà di fronte al suo ormai designato sfidante ed un successo di grande rilevanza da utilizzare in campagna elettorale permetterebbe certamente a Bush di migliorare la propria posizione.  

 

 

 

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4 febbraio 2004

 

 

L’AMMINISTRAZIONE BUSH ED IL GOVERNO BLAIR ALLE PRESE CON GLI SVILUPPI INTERNI DELLA CRISI IRACHENA. SINTOMI DI RIPOSIZIONAMENTO. RISCHIO ELETTORALE SIGNIFICATIVO PER I REPUBBLICANI

 

 

 

La palude irachena continua a creare difficoltà

 

L’Iraq continua a rivelarsi un terreno paludoso sia per l’Amministrazione Bush che per il Governo laburista britannico presieduto da Tony Blair, ma a rischiare di più in questo momento è senza dubbio il Presidente statunitense.

Il mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa di Saddam, che furono il movente immediato del conflitto, è infatti oggetto di crescenti polemiche interne sia in America che in Gran Bretagna, ma la Casa Bianca è già alle prese con una campagna elettorale più difficile del previsto.

Molto ormai dubitano apertamente della possibilità effettiva di rinvenire il presunto arsenale non convenzionale iracheno, anche se non manca chi ritiene che le armi siano state trasportate da Saddam in Siria prima del conflitto.

Resta, in ogni caso, un elemento da chiarire. Se le armi di distruzione di massa irachene non esistevano, il comportamento tenuto dal Rais iracheno nelle fasi più acute della crisi appare difficilmente spiegabile sul piano razionale. Perché Saddam, messo alle strette, non si è comportato come Gheddafi, pur essendo conscio delle intenzioni anglo-americane?  Il leader libico sta adesso conducendo per mano gli ispettori sui siti dove si sta smantellando il programma chimico e nucleare del Paese, le cui notevoli dimensioni effettive erano sfuggite alle rilevazioni di tutti i team internazionali inviati a suo tempo sul posto.

Da qualunque prospettiva la si osservi, la strategia non cooperativa prescelta da Saddam appare anche adesso logicamente debole in tutte le ipotesi che escludano una sua deliberata volontà di celare un arsenale esistente. E questo elemento dovrebbe essere fatto valere nella polemica politica di questi tempi.

I problemi che la situazione irachena sta sollevando non sono peraltro soltanto di questa natura. La stabilizzazione del Paese è infatti ancora lontana, anche per effetto dell’estensione geografica degli attacchi terroristici, che hanno toccato questa settimana anche il Kurdistan. La resistenza baathista è ormai priva di prospettive, dopo la cattura di Saddam, ma in compenso si è fatta più forte quella dei radicali sunniti vicini ad Al Qaeda. E sono presumibilmente entrati in gioco anche altri soggetti.

 

Le difficoltà dell’Amministrazione Bush. Il ritiro di Kay, la nuova posizione di Powell, l’evidente contrasto con quella di Richard Cheney e la debolezza elettorale del Presidente

 

Negli Stati Uniti, a far rumore sono stati comunque soprattutto due fatti.

Il primo è il ritiro del capo degli ispettori nazionali incaricati dalla Casa Bianca di ritrovare gli arsenali proibiti, David Kay. Nel dimettersi, Kay ha affermato di non ritenere più che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa tali da giustificare l’intervento armato americano, pur riconoscendo la pericolosità delle intenzioni del regime di Saddam.

Dalle dichiarazioni di Kay, i media americani ed i candidati democratici alla Casa Bianca hanno tratto lo spunto per attaccare nuovamente a fondo Bush, che si trova già sotto pressione al Congresso per le prime risultanze delle indagini promosse sulle cause dell’11 settembre, che hanno rivelato gravissime lacune e negligenze da parte degli apparati di sicurezza preposti ai controlli negli aeroporti e non meno seri ritardi dell’Amministrazione nel recepire alcune segnalazioni giunte dalla intelligence community prima degli attentati alle Torri Gemelle.

Ogni strumento viene adesso utilizzato contro il Presidente. Per indebolirlo ulteriormente mentre decolla la candidatura di Kerry, i democratici di Capitol Hill hanno chiesto ed ottenuto una proroga dei lavori della Commissione d’inchiesta sull’11 settembre, nell’intento di pervenire alla pubblicazione di un rapporto conclusivo entro luglio, quando la campagna presidenziale entrerà nel vivo.

Bush è quindi attualmente costretto alla difensiva. I sondaggi, questa settimana, lo hanno dato per la prima volta perdente contro il probabile sfidante democratico. Ma non sono solo gli umori dell’opinione pubblica americana a metterlo in difficoltà.

All’interno della sua Amministrazione, infatti, si è aperta una nuova fase del serio confronto che oppone fin dal 2001 il Vicepresidente Cheney ed il Segretario di Stato Powell.

In aperta polemica con Richard Cheney, che nel corso del suo recente viaggio in Europa aveva ribadito la convinzione secondo la quale prima o poi le armi di distruzione di massa di Saddam salteranno comunque fuori, Powell ha fatto pubblicamente propri i dubbi di Kay e ne ha espressi per la prima volta di propri sulla decisione stessa di scatenare il conflitto. Il Segretario di Stato ha dichiarato infatti che non avrebbe raccomandato l’opzione della guerra se fosse stato a conoscenza dei limiti dei dossier preparati dall’intelligence americana.

A questo punto, Bush dovrà fare una scelta. Cheney è ancora in prima posizione per la candidatura alla Vicepresidenza, ma se le cose dovessero prendere una piega più sfavorevole per Bush, l’attuale Vicepresidente potrebbe divenire un ingombro troppo pesante per il ticket. Il Presidente potrebbe quindi anche rassegnarsi a giocare la carta Powell, inserendo l’ex generale di colore nel ticket repubblicano che correrà in novembre per la conferma alla Casa Bianca.

Intanto, nel vano tentativo di depotenziare l’offensiva dei suoi rivali, Bush ha promesso la costituzione di una commissione indipendente di inchiesta sul mancato ritrovamento delle armi di distruzione di massa. Ma i risultati dei suoi lavori giungeranno soltanto nel 2005, cioè ben oltre il termine utile del novembre 2004.

Il Presidente ha evidentemente tutto l’interesse a sottrarre l’argomento dal novero dei temi sui quali si svolgerà il confronto finale tra i candidati alla Casa Bianca. Ma la mossa non è stata per ora sufficiente. Il Senatore Kerry, infatti, ha iniziato ad aggredirlo su questo specifico punto, malgrado abbia a suo tempo votato a favore della Risoluzione parlamentare di appoggio alla decisione di attaccare l’Iraq.

 

Kerry sempre più forte. Crescono anche le quotazioni di Edwards e Clark. Bush debole nei sondaggi

 

Kerry appare sempre di più come il probabile sfidante di parte democratica.

Le primarie del 3 febbraio lo hanno infatti confermato come il leader da battere. Da quando sono iniziate le primarie, Kerry ha vinto in ben 7 Stati, mentre gli altri candidati moderati Edwards e Clark hanno ottenuto soltanto uno Stato a testa, mentre l’ex favorito Dean, di cui è noto l’orientamento “liberal”, ha perso ovunque. La sua campagna elettorale è in crisi profonda ed è molto difficile che possa risollevarsi.

Il candidato democratico sarà quindi quasi certamente un uomo di centro, dotato delle credenziali migliori per attaccare Bush anche sotto il profilo della conduzione della politica estera e di difesa. In questo senso, si assisterà probabilmente ad un’inversione della situazione che costò la Casa Bianca a Bush padre: che fu sconfitto da Clinton sul terreno dell’economia.

L’influenza dei Clinton in questa campagna è stata del resto piuttosto bassa, sicuramente inferiore alle attese. Il loro candidato, Clark, insegue, anche se non è del tutto fuori gioco. Mentre Lieberman, che aveva corso nel 2000 con Al Gore, ha gettato la spugna.

 

Il rafforzamento di Blair

 

Il presunto scandalo delle armi non ritrovate in Iraq ha colpito anche Blair, che per fronteggiarlo ha assunto una decisione simile a quella presa da Bush.

Anche la Gran Bretagna avrà la sua Commissione d’inchiesta, che dovrà accertare se il Governo manipolò in qualche modo i dossier preparati dall’intelligence inglese nonché le cause eventuali delle gravi imprecisioni in essi contenuti.

Il premier laburista, però, si trova in una situazione del tutto differente rispetto a quella del Presidente americano.

La scorsa settimana ha infatti superato brillantemente le due prove che lo attendevano al varco e che potevano determinarne il tracollo: il voto dei Comuni sull’aumento delle tasse universitarie e il rapporto del giudice Hutton, incaricato di stabilire se il Governo ebbe o meno un ruolo nella vicenda che portò al suicidio di Kelly.

Pertanto, anche se continua ad essere oggetto di attacchi politici pesanti, nel complesso Blair appare rafforzato. Un riverbero della solidità del suo Governo si rinviene nelle iniziative di grande spessore assunte nel campo della politica europea.

La Gran Bretagna è infatti riuscita ad associarsi al tentativo direttoriale di cui sarà espressione anche il vertice del prossimo 18 febbraio con Francia e Germania, che coinvolgerà oltre ai capi degli esecutivi, ben sei Ministri per ciascun Paese partecipante.  

 

Impatto più modesto della situazione irachena su Italia e Spagna, che risentono invece del “tradimento” inglese in Europa

 

Non ci sarà invece alcuna Commissione d’inchiesta in Spagna né, molto verosimilmente, in Italia, dove non può essere certamente attribuita ad informative più o meno erronee del Sismi la decisione del Governo Berlusconi di sostenere gli Stati Uniti nel corso di Iraqi Freedom. Tuttavia, una volontà del centro-sinistra italiano di sfruttare la vicenda esiste.

E’ quindi più che probabile che si assisterà almeno ad un tentativo di mettere all’ordine del giorno l’esame di una Proposta di legge tendente alla costituzione di una Commissione d’inchiesta dello stesso genere di quella britannica.

Quanto sta accadendo a Washington in relazione agli sviluppi della crisi irachena incide però anche in un altro modo sulla sitazione politica generale a Roma e Madrid.

Le difficoltà in cui si trova l’Amministrazione Bush stanno infatti indirettamente indebolendo la posizione dei Governi di centro-destra al potere in Italia e Spagna. L’impulso ad allinearsi alla posizione americana si sta infatti attenuando e come conseguenza l’Unione Europea non appare più divisa nei due blocchi contrapposti della Nuova e della Vecchia Europa, che erano stati formati dai sostenitori e dagli oppositori della guerra all’Iraq.

Al suo interno si stanno invece formando schieramenti diversi, la cui apparizione è in larga misura il risultato di una scelta strategica deliberata lo scorso autunno dalla Gran Bretagna di Blair.

Libera dai condizionamenti imposti dalla logica del conflitto, Londra sembra aver mollato al loro destino di potenze europee marginali Italia, Spagna, Polonia e Paesi dell’Est, per tentare di costituire un direttorio di fatto a tre con Parigi e Berlino. Gli effetti minacciano di essere dirompenti ed estremamente negativi soprattutto per i governi di centro-destra al potere a Roma e Madrid, che subirebbero un declassamento di status internazionale in un momento che è di per sé già delicatissimo.

La Spagna è in piena campagna elettorale e non è ancora chiaro chi raccoglierà l’eredità di Aznar, mentre la Casa delle Libertà ha di fronte a sé il test delle elezioni europee.

Non stupisce che di fronte al tentativo direttoriale intrapreso da Londra, Parigi e Berlino il Paese che si è finora dimostrato più incline a promuovere una reazione sia stato la Polonia. Varsavia ha apertamente proposto la creazione di un blocco di contrappeso ai Tre Grandi, che coinvolgerebbe proprio Roma e Madrid. Ma in Inghilterra, il tentativo polacco non è stato preso finora sul serio. Come osserva, tristemente, il Financial Times di Londra, Aznar sta uscendo di scena, mentre “Berlusconi è un partner non affidabile”.

Questo è per noi il punto più serio.

La prima reazione abbozzata dalla Farnesina è stata infatti una blanda dichiarazione congiunta emanata al termine di un incontro tra Frattini ed Ana De Palacio, che ha manifestato una generica contrarietà all’ipotesi che si affermino in Europa tendenze direttoriali senza prefigurare alcuna reazione credibile.

Cambiare registro sarebbe a questo punto forse opportuno, osservando i risultati del vertice trinazionale del 18 febbraio ed individuando uno o più punti sui quali resistere alle deliberazioni che verranno concordate in quella sede.

Qualora Londra, da un lato, Berlino e Parigi, dall’altro, si manifestassero in disaccordo, utile potrebbe rivelarsi anche sostenere strumentalmente le posizioni britanniche. Per sabotare il direttorio o ottenere una qualche forma di associazione ad iniziativa della Gran Bretagna.

 

Sviluppi in Medio Oriente

 

Va infine segnalato il più recente sviluppo intervenuto in Medio Oriente. Sharon ha annunciato alla Knesset un piano che tenderebbe allo sgombero degli insediamenti ebraici nella Striscia di Gaza, al reinsediamento dei coloni sgombrati nel deserto del Neghev e ad ottenere ritocchi compensativi di natura territoriale in Cisgiordania, che sarebbero fotografati dal percorso della “barriera” difensiva in corso di fabbricazione.

Il piano di Sharon ha suscitato proteste nella destra ortodossa, ma interessanti apprezzamenti nell’area laburista israeliana. La Knesset ha votato gli orientamenti del premier e li ha approvati a strettissima maggioranza. Sharon desidera la loro sanzione anche per via referendaria. Ma i rischi non mancano, dal momento che il premier starebbe ritornando alla vecchia strategia che costò la vita a Rabin.

Questi si era mostrato disponibile a cedere i territori occupati a maggioranza araba nell’intento di migliorare le condizioni di sicurezza a breve e lungo termine dello Stato ebraico, ma si era per questo motivo attirato l’odio delle frange fondamentaliste del proprio Paese.

Anche Sharon è mosso dalla volontà di ridurre la presenza araba in Israele, contestualmente  riportando quanti più ebrei è possibile all’interno di frontiere facilmente impermeabilizzabili.

Israele ha bisogno di confini sicuri entro i quali sia possibile mantenere maggioritario dal punto di vista demografico l’elemento ebraico.

Se Israele continuasse a mantenere la propria sovranità in aree a maggioranza araba, rischierebbe di vedere erose a medio termine le basi nazionali, culturali e religiose distintive della sua statualità.

Si spiega anche con queste preoccupazioni la volontà manifestata dallo stesso Sharon di portare al più presto in Israele gli oltre 18mila falascià – ebrei di colore – residenti in Etiopia. Le resistenze non mancheranno, da una parte e dall’altra.

 

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28 gennaio 2004

 

 

IL CENTRO-SINISTRA ANCORA DIVISO SULLA PROROGA DELLA MISSIONE MILITARE ITALIANA IN IRAQ. ESCLUSO DA ANNAN UN RITORNO DELL’ONU IN FORZE. GLI SVILUPPI DELLA CAMPAGNA ELETTORALE NEGLI STATI UNITI. DIFFICOLTA’ AFFIORANO NEI RAPPORTI TRA WASHINGTON E MOSCA

 

 

 

             La proroga di <Antica Babilonia> divide ancora il centro-sinistra        

 

Il primo elemento da segnalare è interno, seppur collegato agli sviluppi della situazione internazionale. Il 22 gennaio, la Gazzetta Ufficiale ha pubblicato il Decreto Legge 9/2004 che proroga sino al 30 giugno 2004 tutte le missioni militari italiane in corso all’estero. Il 27, l’iter del Disegno di legge di conversione è iniziato al Senato, presso le Commissioni Esteri e Difesa riunite.

La Casa delle Libertà difende compattamente il provvedimento predisposto dal Governo ed esclude che possano avvenire scorpori simili a quello con il quale, la scorsa estate, venne permesso al centro-sinistra di votare contro la sola operazione <Antica Babilonia>.

L’intento è quello di mettere ancora una volta in difficoltà l’opposizione, che ha di fronte a sé l’alternativa di votare a favore della proroga della missione in Iraq, che le sue componenti maggioritarie rifiutano sin dal principio, o di esprimersi contro tutte gli interventi in corso, inclusi quelli avviati dai Governi dell’Ulivo, come quelli nei Balcani, nel Corno d’Africa e ad Hebron.

Propendono verso quest’ultima ipotesi Rifondazione Comunista, i Cossuttiani, i Verdi e la minoranza Ds che fa capo a Salvi.

Mastella, invece, si esprimerà a favore di questa proroga, confermando un indirizzo adottato fin dall’inizio dell’impegno iracheno delle nostre Forze Armate.

Nell’area più moderata del centro-sinistra sta tuttavia prendendo piede una terza soluzione: quella dell’astensione, che peraltro al Senato ha lo stesso risultato pratico di un voto contrario. A suggerire l’astensione è stato per primo Massimo D’Alema, ma adesso sembra che siano pronte a far propria questa posizione tutte le forze politiche dipendenti dai leaders riunitisi ieri sera nella casa di Romano Prodi a Bruxelles (Fassino, Rutelli, Parisi e Boselli).

E’ quindi probabile che, a dispetto di tutte le premesse, la prosecuzione delle missioni in Iraq, Afghanistan, Ex Jugoslavia, Albania, Corno d’Africa ed Hebron possa giovarsi di un consenso di fatto più ampio di quello che era immaginabile a dicembre. I voti contrari potrebbero ridursi al minimo, mentre la maggioranza dovrebbe essere saldamente dietro i nostri militari.

La conferma dell’impegno italiano in Iraq e la disponibilità manifestata dall’Italia ad intensificare nuovamente la propria presenza in Afghanistan, assumendo la leadership di uno dei costituendi Team Provinciali di Ricostruzione che opereranno nel Sud del Paese sotto il comando della Nato, è stata oggetto di apprezzamento da parte del Vice-Presidente americano Richard Cheney, in visita ufficiale a Roma da sabato a martedì scorso.

Nel corso dei suoi incontri romani, ed in particolare nel corso della manifestazione svoltasi nel complesso della Minerva, Cheney ha ribadito le fondamenta ideologiche e politico-strategiche che sono state alla base della decisione statunitense di attaccare l’Iraq, confermando in qualche modo il rilevante apporto dato personalmente dopo l’11 settembre all’inclusione di Baghdad nel novero degli obiettivi da colpire nell’ambito della guerra globale al terrorismo.

Essenzialmente, ad avviso di Cheney, per eliminare la minaccia terroristica, l’America avrebbe deciso di modificare radicalmente l’assetto geopolitico del Medio Oriente Allargato (Greater Middle East), promuovendone la democratizzazione forzata.

Secondo il Vice-Presidente americano, l’approccio si starebbe rivelando vincente, come proverebbero la recente approvazione di una nuova Costituzione afghana che riconosce i diritti fondamentali dell’uomo ed, in particolare, i diritti della donna, ed alcuni promettenti sviluppi che si stanno osservando in Iraq. Per Cheney, infine, l’Italia avrebbe avuto il merito di condividere fin dal principio le fondamenta e gli obiettivi della strategia globale americana.

 

L’Onu non torna in Iraq

 

Anche se Cheney ha dato prova di grande ottimismo nei suoi interventi romani sull’Iraq, non vi è dubbio che la situazione sul terreno in quel Paese sia tutt’altro che tranquilla.

L’offensiva sciita tesa ad ottenere elezioni in tempi brevi si è, almeno per il momento, esaurita. Washington si è nuovamente rivolta alle Nazioni Unite, constatando tuttavia l’estrema riluttanza del Segretario Generale Kofi Annan a rischiare ulteriori perdite tra i propri funzionari.

A quanto si è appreso, le Nazioni Unite si limiteranno ad inviare un team incaricato di contribuire alla preparazione delle future elezioni. Gli esperti del Palazzo di Vetro verificheranno se esistano o meno le condizioni per un voto entro la fine di maggio. Le probabilità che gli accertamenti diano esito positivo sono praticamente nulle. Le elezioni avranno quindi luogo successivamente alla transizione dei poteri alle autorità civili irachene, come si desidera a Washington, ma saranno le Nazioni Unite a certificare l’impossibilità di fare diversamente.

Il primo Governo dell’Iraq post-Saddam sarà conseguentemente formato da personalità sostanzialmente nominate dall’Ambasciatore Bremer con il consenso dei maggiori gruppi etnici presenti nel Paese e sarà sprovvisto della legittimazione democratica da più parti auspicata. Dovrebbe comunque riflettere il primato etnico degli sciiti del centro-sud, che si stanno infatti rassegnando al rinvio delle elezioni.

Annan ha anche esluso l’invio di un contingente di Caschi blu, dando in questo caso prova di un inopinato realismo. I Caschi blu significherebbero infatti l’invio in Iraq di un composito quanto impotente contingente multinazionale, fornito essenzialmente da Paesi in via di sviluppo e dotato di una debole catena di comando e controllo.

Furono Caschi blu quelli delle Unprofor I e II attive nella ex Yugoslavia fino al 1995 e quelli della non meno sfortunata Unosom II di stanza a Mogadiscio.

Il Segretario Generale ha però anche ventilato l’ipotesi che il Consiglio di Sicurezza autorizzi una coalizione multinazionale ad assumere il compito di ristabilire la sicurezza in Iraq. E’ questo il modello prescelto a suo tempo per l’Isaf, che opera da due anni in Afghanistan. Una soluzione politica di questo tipo legittimerebbe l’operato delle forze che attualmente occupano l’Iraq ed aprirebbe la via ad un coinvolgimento di più alto profilo in quel Paese della stessa Nato, spiazzando definitivamente il nostro centro-sinistra.

Una Risoluzione autorizzativa dell’Onu, infatti, è precisamente ciò che chiedono Parigi e Berlino per cessare di ostacolare l’azione di stabilizzazione in corso a Baghdad, permettere l’intervento della Nato e, forse, parteciparvi in prima persona. L’impatto sarebbe rilevante anche da noi, privando il centro-sinistra dell’appiglio europeo utilizzato negli ultimi dieci mesi contro il Governo Berlusconi.

Agli americani, l’ingresso sulla scena della Nato potrebbe risolvere più di un problema, specialmente qualora il consenso a Bush scemasse ulteriormente e la candidatura di Kerry diventasse una minaccia credibile alla rielezione.

Intanto, la guerriglia continua a colpire, elevando il numero delle vittime civili e militari statunitensi, della coalizione e tra i collaboratori locali. L’arrivo sulla scena del contingente giapponese è stato salutato dall’uccisione di un autista assegnato al trasporto delle sue truppe.

Un ulteriore scoglio si è profilato al Nord, dove i curdi mostrano crescenti segni di insofferenza nei confronti della presenza militare turca.

                       

Si precisano le potenzialità dei candidati alla Casa Bianca

 

Gli sviluppi in atto in Iraq si intrecciano naturalmente con quelli della campagna elettorale per le presidenziali americane. Il voto nel New Hampshire ha fortemente rafforzato Kerry, non solo per la vittoria riportata nel piccolo Stato, ma anche e soprattutto per l’effetto che sta producendo sulle percezioni degli elettori e dei media statunitensi.

Per la prima volta, infatti, un sondaggio ha attribuito a Kerry la vittoria in un eventuale duello finale con il Presidente Bush, allarmando lo staff della Casa Bianca. Nei prossimi mesi, se non vorrà fare la fine del padre, Bush sarà quindi inesorabilmente costretto ad impegnarsi maggiomente sulla scena interna, trascurando la politica internazionale. L’economia in forte ripresa dovrebbe venirgli in aiuto, ma non c’è dubbio che la sua posizione sia oggi alquanto peggiore di cinquanta giorni fa, quando venne catturato Saddam.

Tra gli altri candidati, Dean continua a perdere posizioni, mentre si è consolidato Edwards. Deludente il debutto di Wesley Clark, che è tuttavia chiamato alla prova d’appello nella prossima tornata di primarie che coinvolgerà il Sud, dove è più forte il peso di Clinton.

Gli altri sono praticamente fuori da tutti i giochi. In termini di delegati già assegnati, Dean è ancora in vantaggio, con 113 sostenitori, grazie ai grandi elettori istituzionali del Partito Democratico, ma Kerry lo ha quasi raggiunto, avendone ormai 94. Edwards segue a 36. Clark a 30, mentre Lieberman si trova a 25.

 

Segni di tensione tra Washington e Mosca

 

Importanti movimenti si osservano infine nei rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Russia. E’ presto, naturalmente, per concludere che la “grande alleanza” forgiata dall’11 settembre sia al canto del cigno. Importanti fattori strutturali, infatti, rendono improbabile un ritorno alla contrapposizione tra Mosca e Washington, non fosse altro che per la circostanza che l’industria petrolifera russa dipende ormai per il proprio funzionamento dai capitali americani.

Tuttavia, vi sono alcuni elementi da considerare. In dicembre, il Ministro della Difesa russo ha presenziato allo schieramento di nuovi missili intercontinentali Topol verso il territorio degli Stati Uniti. In successive dichiarazioni, lo stesso Ivanov ha affermato di ritenere possibile un esercizio preventivo della forza da parte di Mosca per difendere i diritti delle minoranze russofone all’estero: un chiaro accenno alla situazione dei russi in Estonia e Lettonia, che entreranno in primavera nella Nato e nell’Unione Europea.

Due mesi fa, inoltre, il Ministro degli Esteri della Federazione si era recato a Tbilisi, giocando un ruolo fondamentale nell’abbattimento della Presidenza Shevarnadze. In Georgia, tuttavia, gli americani hanno subito puntato i piedi, fermando il tentativo russo di riprenderne il controllo, e di fatto il nuovo leader nazionalista del Paese, Saakashvili, gode di una protezione da parte di Washington che gli è stata assicurata personalmente da Rumsfeld in dicembre.

E’ possibile che i collaboratori del Presidente Putin abbiano calcato i toni ed assunto iniziative più energiche per preparare le elezioni del prossimo marzo. Ma non pare una spiegazione convincente, dato l’enorme vantaggio di cui Putin gode nei confronti dei suoi rivali. Piuttosto, quelle in corso paiono delle scosse di assestamento.

Powell, questa settimana, è andato Mosca a rassicurare i vertici del Cremlino. L’America non avrebbe ambizioni particolari nel Near Abraod russo né mirerebbe a creare una rete di basi permanenti nei Paesi che furono un tempo parte dell’Unione Sovietica. E della Georgia si è discusso molto opportunamente ieri anche all’interno del Consiglio a Venti Nato-Russia creato nel maggio 2002 a Pratica di Mare.

Ma è difficile che queste rassicurazioni siano state sufficienti, stante la lunga serie di promesse di questo genere fatte dall’Occidente e sistematicamente disattese dal 1991 ad oggi. Ci vorrà moderazione.

Mosca vuole in ogni caso di più. Un trattato che la elevi formalmente allo status di “Non Nato Strategic Ally” degli Stati Uniti, con un ruolo di primo piano nell’area ex sovietica, dove la Federazione Russa sta ricreando una rete di rapporti economici e nella sfera politico-militare di tutto rispetto.

Risulta impossibile, al momento, avanzare delle previsioni sugli sviluppi futuri. Certo è che anche la politica estera italiana nell’Est Europeo ne risentirà. Parte significativa dei successi riportati con la dirigenza russa in questi anni è infatti il frutto della distensione realizzatasi tra Mosca e Washington e dell’intesa strategica maturata nella lotta al terrorismo internazionale. Se il clima si raffreddasse, anche le ambizioni del rapporto italo-russo dovrebbero essere ridimensionate.

 

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21 Gennaio 2004

 

L’AVVIO DELLA CAMPAGNA ELETTORALE AMERICANA: IL VOTO NELLO IOWA ED IL DISCORSO SULLO STATO DELL’UNIONE DI BUSH. L’IMPORTANZA POLITICA DEGLI SVILUPPI IN IRAQ

 

 

I temi della campagna elettorale americana

 

Il voto delle assembleee democratiche dello Iowa ha aperto la campagna elettorale presidenziale americana, che si concluderà con la sfida del 2 novembre tra il Presidente Bush ed il rivale che gli verrà contrapposto.

Il meccanismo delle primarie, con il quale i Partiti designano i “ticket” candidati, interessa quest’anno soltanto i Democratici, dal momento che la posizione del Presidente in carica viene ritenuta troppo solida dai potenziali avversari di parte Repubblicana.

I risultati dello Iowa sono stati una parziale sorpresa, rivelando l’appannamento di Dean e rafforzando la posizione di Kerry ed Edwards. Ma altri pesi massimi non erano presenti, giudicando l’impegno nel piccolo Iowa una dispersione rispetto ad altri, più importanti, teatri.

Il successo di Kerry, che non si è opposto alla guerra contro l’Iraq, al di là del pugno di delegati alla Convenzione di Boston che gli ha procurato, è tuttavia rivelatore del fatto che i Democratici tenderanno verosimilmente a selezionare per il 2 novembre un candidato in grado di raccogliere le preferenze degli elettori di centro che, negli Stati in bilico, faranno la differenza. In questo senso, è presumibile che la sua posizione sia destinata a rafforzarsi. Per le medesime ragioni, importanti chances vanno al momento riconosciute anche al generale Clark, che ha dietro di sé Clinton, e che, pur essendosi opposto a Iraqi Freedom, gode del prestigio che gli viene dall’aver combattuto e vinto un conflitto, quello del 1999 contro Milosevic per il Kosovo.

I media attribuiscono una grande importanza alle prossime primarie del New Hampshire, che avranno luogo il 27 gennaio e saranno qualcosa di più dei caucus dello Iowa. Nel New Hampshire correranno infatti anche Clark e Liebermann, di cui va saggiato l’effettivo seguito. Sarà egualmente importante osservare se si eclisserà definitivamente o meno la candidatura di Dean, contro cui milita ormai tutto un complesso di fattori, inclusa l’immagine.

Tuttavia, neppure il peso specifico di questo Stato, grande più o meno come il Piemonte, dovrebbe essere esagerato. Il momento della verità dovrebbe infatti giungere più tardi, il 3 febbraio, quando andranno contemporaneamente al voto il New Mexico, il Delaware, l’Oklahoma, il Nord Dakota, la Carolina del Sud e il Missouri.

Solo in caso di grande equilibrio, diventerà importante l’altra grande tornata del 2 marzo, quando si esprimeranno altri dieci Stati dell’Unione.

All’avvio delle primarie ha risposto l’anticipo al 21 gennaio del tradizionale discorso del Presidente degli Stati Uniti sullo Stato dell’Unione, che si sarebbe dovuto tenere il 27. Bush lo ha sfruttato per evidenziare i successi riportati dalla sua Amministrazione in campo internazionale, con la deposizione di Saddam Hussein, la defenestrazione dei Talebani e il ritorno della Libia nella comunità internazionale.

E’ comunque evidente che la campagna elettorale americana ruoterà fondamentalmente intorno a due temi: la situazione economica e l’ampiezza degli oneri richiesti al contribuente statunitense per sostenere la politica di impegno globale prescelta dall’attuale Amministrazione.

In entrambi i campi, l’iniziativa è per il momento nelle mani del Presidente. Il ciclo economico viene sapientemente manipolato in America per creare la migliore congiuntura possibile al momento del voto. A questa regola non sembra sfuggire nemmeno la tornata attuale. L’economia americana ha cominciato ad accelerare: nella fase finale del 2003 il suo tasso di sviluppo proiettato su base annua ha raggiunto l’8% reale. La disoccupazione è ancora abbastanza elevata, ma la flessibilità del mercato del lavoro americano, in una fase ascendente del ciclo di questa portata, dovrebbe generare un massiccio quantitativo di nuovi impieghi. Sarà quindi molto difficile sfidare Bush su questo terreno, specialmente se si continuerà a proporre ricette basate sull’aumento delle tasse, come fanno gli attuali candidati democratici.

Più insidioso il terreno della politica estera. In questo campo, infatti, Bush ha tradito le aspettative del blocco sociale e regionale che lo ha eletto, formato essenzialmente dai ceti alti e medi degli Stati del Sud e del Midwest, tradizionalmente isolazionisti, cui aveva promesso nel 2000 una sensibile riduzione degli impegni internazionali dell’America. Complice l’11 settembre, infatti, Bush ha accentuato l’esposizione militare esterna degli Stati Uniti e questo fattore potrebbe adesso pregiudicargli dei consensi rilevanti.

Ecco perché tornano più importanti che mai i risultati che verranno riportati nei prossimi tre-cinque mesi in Afghanistan ed Iraq. Gli Stati Uniti cercheranno di accelerare la transizione a Baghdad, magari coinvolgendo Onu e Nato allo scopo di alleggerire il peso gravante sui propri militari, e sforzi ulteriori saranno certamente fatti per assicurare Bin Laden alla giustizia in questa fase critica.

Inoltre, non è improbabile che l’Amministrazione cerchi durante la campagna elettorale di modificare i propri orientamenti, specialmente qualora i sondaggi cominciassero a pendere dalla parte dei democratici, indebolendo la posizione dei neoconservatori alla Wolfowitz, per rafforzare quella dei realisti pragmatici alla Powell, che credono nel perseguimento di obiettivi più limitati.  

 

Il Discorso sullo Stato dell’Unione

 

La campagna elettorale non ha in effetti l’esito scontato e sicuro previsto dalla maggioranza degli osservatori. Il consenso al Presidente è ancora alto, ma il vantaggio sui maggiori potenziali sfidanti di parte democratica si è già significativamente eroso.

Il Discorso sullo Stato dell’Unione pronunciato dal Presidente Bush va inquadrato in questo contesto. E’, in effetti, il manifesto elettorale con il quale l’attuale Amministrazione si presenta al pubblico americano.

Bush si è rivolto al Paese nel suo complesso e l’impressione è che stia cercando di rafforzare le proprie posizioni nelle aree degli Stati Uniti tradizionalmente più vicine ai Democratici, essenzialmente le coste occidentale ed orientale, più sensibili ai temi della politica estera di quanto non lo siano quelle meridionali e centrali.

Gli Stati del Sud e del Midwest sono però proprio quelli che hanno votato per Bush nel 2000, sulla base di un programma di sostanziale disimpegno dell’America dalla grande politica internazionale, che i fatti dell’11 settembre hanno reso impraticabile.

Il Presidente ha naturalmente difeso le ragioni che hanno provocato questo radicale cambiamento di approccio politico, rivendicando i successi finora riportati e confermando la propria volontà di andare avanti, investendo tutte le risorse necessarie. Il cosiddetto <Asse del Male> è stato smantellato, ha rilevato Bush, sottolineando come Saddam è stato deposto, l’Iran stia dando segni di moderazione e la Libia sia rientrata nella comunità internazionale. E’ tutto da valutare, tuttavia, l’impatto di questi risultati sulle intenzioni di voto dei farmers degli Stati centrali dell’Unione. Sul punto, non vi è dubbio che Bush stia assumendo dei rischi importanti, perché gli alti costi economici ed umani di questo disegno sembrano fatti apposta per alienare consensi nel Sud e nel Midwest, che sono le principali roccaforti repubblicane.

L’altro grande pilastro del Discorso è stata la politica economica. In questo campo, Bush sembra al momento disporre di carte più interessanti, non solo perché l’America è in forte ripresa, ma anche perché l’elemento portante della strategia economica dell’attuale Amministrazione è la riduzione delle tasse, che Bush promette adesso di rendere definitiva, mentre i suoi rivali democratici non fanno mistero di voler tornare al recente passato, revocando i tagli varati negli ultimi tre anni. In questo caso, in effetti, è il Partito Democratico ad assumersi gravi rischi negli Stati dove i due partiti sono in sostanziale equilibrio e dove, verosimilmente, saranno decise le elezioni di novembre.

                       

La situazione in Iraq

 

Anche i prossimi sviluppi della situazione in Iraq vanno valutati nella prospettiva delle elezioni americane. L’azione dei gruppi terroristici sunniti e quella dei nostalgici baathisti continua a mietere vittime tra i soldati della coalizione ed i loro fiancheggiatori sul posto. La loro strategia sembra mirare all’isolamento ed al logoramento del consenso americano a sostenere gli ingenti costi dell’occupazione, passando per la sconfitta di Bush a novembre.

Il fatto nuovo è il mutato atteggiamento del clero sciita, che ha chiesto elezioni generali a breve termine, ponendo ulteriormente in difficoltà gli Stati Uniti, per i quali la componente sciita era ed è d’importanza vitale per il controllo del Paese.

Si spiegano anche con le grandi dimostrazioni indette dall’ayatollah Al Sistani, che hanno portato in piazza 100mila sostenitori, la nuova accelerazione impressa da Bremer al processo di transizione ed il recente forcing operato dal Dipartimento di Stato sulle Nazioni Unite per ottenerne il ritorno a Baghdad. I risultati, però, sono ancora incerti. L’Amministrazione Bush intende ridurre consistentemente la propria esposizione in Iraq entro la fine di giugno, perché ciò accrescerà le probabilità di rielezione di Bush.

Ma Annan nicchia, perché l’Onu ha già pagato un elevato tributo di sangue alla stabilizzazione dell’Iraq e la situazione non sembra essere migliorata al punto giusto da permettere l’avvio di un nuovo intervento.

Si profila quindi uno stallo, che potrà essere risolto soltanto se Washington riuscirà ad ottenere dall’Iran un intervento moderatore sugli sciiti iracheni.

 

Riflessi sulla politica interna italiana

 

E’ difficile ipotizzare che le elezioni americane possano avere un riflesso a breve termine sullo svolgimento della vicenda politica interna italiana, anche se è evidentissimo l’interesse della Casa delle Libertà ad una conferma dell’Amministrazione Bush.

Tale interesse si ricollega al sostanziale isolamento europeo del Governo Berlusconi, che adesso non può più fare gioco di sponda nemmeno con Londra, di fatto entrata in un Direttorio a tre con Francia e Germania che ci esclude dalla stanza dei bottoni europea, ed è quindi costretto a puntare tutte le proprie carte sull’intesa con Washington e Mosca.

Con Bush alla Casa Bianca, i rapporti tra l’Amministrazione americana e l’Italia del centro-destra sono da considerarsi un punto fermo. Con un Presidente democratico, le cose potrebbero cambiare.

Non vi è, infine, alcun dubbio sul fatto che una vittoria democratica a novembre rafforzerebbe il centro-sinistra anche in modo più diretto, generando degli effetti di trascinamento non trascurabili.

 

 

 

 

 

 

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