TACCUINO INTERNAZIONALE DEL 2006

 

 

 

 

 

15 dicembre 2006

 

 

 

L’ARABIA SAUDITA STATO PIVOT DEL MEDIO ORIENTE

E LA STRANA SORTITA NUCLEARE DI OLMERT A BERLINO

 

 

 

 

 

 

La sfida iraniana alla supremazia saudita sul mondo islamico genera apprensione a Ryad

 

Lo sfaldamento sempre più evidente dell’Iraq, che è ormai in preda alla guerra civile, e l’accelerazione del programma nucleare iraniano stanno suscitando importanti reazioni in Arabia Saudita.

Già un paio di settimane fa si era avuto il sentore dell’indisponibilità di Ryad ad assistere passivamente al deteriorarsi del quadro di sicurezza regionale, in seguito alle indiscrezioni lasciate trapelare da un consigliere della Monarchia saudita, secondo le quali l’Arabia non avrebbe esitato a finanziare ed armare la minoranza sunnita irachena qualora le violenze degli sciiti e le interferenze di Teheran a Baghdad non avessero accennato a diminuire.

Negli ultimi giorni, la situazione si è fatta ancora più chiara, grazie alle rivelazioni pubblicate dalla stampa statunitense in merito agli esiti dei colloqui svoltisi tra Re Abdullah ed il Vicepresidente Cheney al principio di dicembre.

L’Arabia Saudita avrebbe comunicato formalmente all’Amministrazione americana di essere decisamente ostile al Rapporto Baker ed a qualsiasi ipotesi di exit strategy americana dall’Iraq che implichi l’avviamento di negoziati più o meno diretti tra Washington, la Siria e l’Iran.

La circostanza non è affatto sorprendente, perché i sauditi percepiscono, e a ragione, come una grave minaccia alla loro sicurezza nazionale tutte le iniziative più recenti assunte dalla Repubblica Islamica.

L’accelerazione impressa dal Presidente Ahmadinejad all’avanzata del programma nucleare iraniano, ad esempio, può rapidamente fare di Teheran la potenza egemone del Golfo, creando uno squilibrio regionale di cui Ryad sarebbe la prima vittima, esponendola al rischio del ricatto atomico.

L’eventuale successo del tentativo iraniano di provocare la crisi del Governo Siniora in Libano attraverso il rafforzamento degli Hezbollah e dei loro alleati materializzerebbe poi lo spettro della temuta mezzaluna sciita, con ripercussioni rilevanti anche sul piano interno saudita, posto che Ryad dovrebbe a quel punto quasi certamente fare i conti con le rivendicazioni di una cospicua minoranza confessionale che si concentra proprio nelle regioni dalle quali proviene il grosso della rendita petrolifera di cui gode l’Arabia.

Infine, Re Abdullah ha di certo ben chiare le potenziali conseguenze del possibile allineamento a Teheran di Hamas e dell’intera Autorità Nazionale Palestinese, che ridurrebbe e di molto il prestigio e l’influenza della Casa dei Saud in tutto il mondo islamico.

La lotta per la supremazia politica ed ideologica sull’Islam sta forse entrando in una nuova fase. Tensioni attraversano ormai l’intero Medio Oriente, conferendo realismo alle fosche previsioni del Re di Giordania, secondo il quale esisterebbe il pericolo concreto di un collegamento tra la guerra civile in corso in Iraq e quelle che potrebbero scoppiare in Libano e Palestina. E’ indubbiamente l’Iran soffiare sul fuoco, seminando il germe della rivoluzione a Beirut e Baghdad per creare un impero regionale, ma anche Ryad è ormai in movimento.

 

Le contromisure saudite e l’alleanza di fatto emergente tra Ryad e Tel Aviv

 

La controffensiva saudita pare al momento poggiare su tre pilastri.

Il primo è rappresentato dall’acquisizione di proprie capacità nucleari, un passo che la dice lunga su quanto poco i sauditi desiderino di dipendere in futuro dalla garanzia americana. Per evitare sorprese strategiche che sarebbero gravide di conseguenze pericolossime per la stabilità del Regno degli Al Saud, Ryad ha promosso il varo di un programma nucleare civile che dovrebbe essere sviluppato congiuntamente con gli Emirati che fanno parte del Consiglio di Cooperazione del Golfo, o GCC.

Gli sforzi annunciati dagli Emirati, significativamente, hanno ottenuto il plauso dei media israeliani, solitamente tiepidi o apertamente ostili ai tentativi proliferatori degli Stati musulmani, mentre sono stati del tutto taciuti dalla stampa iraniana.

Tuttavia, è chiaro che il programma nucleare del GCC è stato avviato in ritardo ed è destinato a tradursi in significative capacità soltanto a medio termine. Per questa ragione, Ryad ha anche valutato una seconda strada, per cautelarsi nell’immediato nel caso in cui Ahmadinejad proclamasse il raggiungimento da parte iraniana dello status di potenza nucleare in tempi più rapidi di quelli previsti, ad esempio alla fine del prossimo marzo. In quell’eventualità, l’Arabia acquisterebbe una o più testate atomiche dal Pakistan, insieme ai missili necessari a stabilire un equilibrio del terrore con Teheran. L’ipotesi non è del tutto irrealistica, specialmente se si tiene conto della circostanza che a suo tempo fu proprio il sostegno finanziario saudita a permettere il successo del programma nucleare di Islamabad.

Anche se la gratitudine non è di certo il principale criterio ispiratore della politica internazionale, Ryad dovrebbe essere in grado all’occorrenza di ottenere da Musharraf ciò di cui necessita, tanto più che i sauditi conservano contatti ed ascendente su parte degli integralisti che agitano la turbolenta vita politica pakistana. Qualche sostegno potrebbe giungere anche dalla Cina.

Il secondo pilastro della strategia di contenimento dell’espansione iraniana è costituito dalla politica di sostegno degli Al Saud al Governo Siniora. Ryad considera suoi alleati in Libano la famiglia Hariri, i cristiani vicini al clan Gemayel e persino i drusi di Jumblatt, che appoggiano l’attuale Primo Ministro e si oppongono al forcing degli Hezbollah ispirato da Teheran e Damasco.

Il terzo pilastro è forse quello più sorprendente perché, constatato il rafforzamento delle relazioni tra Hamas, l’Hezbollah e l’Iran, i sauditi paiono essersi risolti in Palestina ad un voltafaccia clamoroso, abbandonando il partito di Haniyeh e Meshaal ed offrendo il proprio sostegno ad Abu Mazen e ad al Fatah.

Accade quindi che l’Arabia Saudita si trovi adesso a sviluppare una politica estera e di sicurezza perfettamente convergente con quella di Israele ed invece soltanto parzialmente in sintonia con quella degli Stati Uniti.

L’elemento di difficoltà nei rapporti tra Washington e Ryad è rappresentato proprio dall’Iraq, Paese nel quale Abdullah al Saud ha chiesto agli Stati Uniti di farsi garanti della sicurezza dei sunniti, capovolgendo una politica che ha quasi costantemente favorito il blocco curdo-sciita e rinunciando a qualsiasi ipotesi di ritiro più o meno immediato. Una conclusione veramente paradossale, qualora si faccia mente locale alle condizioni che convinsero nel 2003 Washington all’invasione. Si disse allora, anche se non lo si proclamò in alcun documento ufficiale, che l’America avrebbe occupato l’Iraq per costringere Ryad a collaborare più attivamente alla campagna mondiale contro il terrorismo internazionale ed al tempo stesso condizionare il comportamento di Teheran.

Da Baghdad, si sarebbero dovuti controllare sia i sauditi che gli iraniani. Adesso, invece, pare proprio che i soldati statunitensi siano divenuti ostaggio di una situazione impossibile, nella quale occorre fare una rischiosa scelta di campo. Baker ha suggerito a Bush di optare per l’Iran e la Siria. Il Monarca saudita ha invece raccomandato a Cheney di non abbandonare i sunniti iracheni al loro destino, minacciando in caso contrario l’internazionalizzazione della guerra civile in atto in Iraq. Sotto questo specifico aspetto, il ritorno in patria del principe Turki al Faisal, fino a pochi giorni or sono ambasciatore di Ryad a Washington, non promette nulla di buono.

Si dice che Turki se ne sia andato via per meglio posizionarsi in vista della successione all’anziano Re Abdullah. Tuttavia, non andrebbe dimenticato il fatto che, nella sua posizione di ex Direttore dell’intelligence saudita, Al Faisal è il nobile saudita che vanta tuttora le migliori “entrature” nell’universo jihadista, di cui fu l’interlocutore privilegiato durante il lungo conflitto afgano e, di fatto, sino alla vigilia degli attacchi dell’11 settembre.

 

La “strana” sortita di Olmert

 

E’ a questo stesso clima che va ricondotta anche la “strana” dichiarazione resa dal Premier israeliano Ehud Olmert a Berlino. Il capo dell’esecutivo di Tel Aviv, in effetti, lunedì scorso ha per la prima volta esplicitamente inserito Israele nel novero delle potenze nucleari, in qualche modo rompendo la tradizionale politica “di ambiguità” seguita dallo Stato ebraico in rapporto al suo deterrente, sviluppato in segreto a partire dagli anni cinquanta con l’aiuto di francesi ed americani ed oggi stimato di una consistenza compresa tra le duecento e le quattrocento testate.

L’ammissione ha sconcertato molti osservatori, israeliani e non, che l’hanno attribuita ad una disattenzione. Secondo gli avversari politici interni, Olmert avrebbe in ogni caso commesso un errore, offrendo argomenti persuasivi a tutti coloro che considerano tollerabili e comprensibili le ambizioni nucleari dell’Iran. Al Primo Ministro è stato altresì contestato il destro offerto alla diplomazia di Teheran, che in effetti ha chiesto immediatamente un pronunciamento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sull’argomento, l’adesione di Israele al Trattato di Non Proliferazione e l’accettazione da parte di Tel Aviv di un regime di ispezioni intrusive da parte dell’Aiea, l’Agenzia atomica di Vienna. Non male.

Il fatto è che, probabilmente, Olmert ha verosimilmente inteso lanciare da Berlino un avvertimento, dopo la sortita del nuovo Segretario alla Difesa americano Robert Gates che aveva inserito Israele tra i vicini nucleari di Teheran durante una sua audizione al Senato statunitense. La campana del nucleare iraniano, questo deve essere stato il ragionamento di Olmert, non starebbe suonando tanto per Israele, che può dissuadere le minacce atomiche con le proprie armi, ma per tutti i Paesi inermi che potrebbero essere ricattati dalla Repubblica Islamica. Un messaggio che, a quanto pare, ha trovato orecchie molto attente sia a Ryad che negli Emirati del Golfo.

Ad ogni buon conto, Olmert ha poi fatto ritorno sui suoi passi, rendendo una serie di dichiarazioni convenzionali ed “ambigue” sul nucleare israeliano.

 

 

 

7 dicembre 2006

 

 

 

LA GUERRA CIVILE IN IRAQ ED IL RISCHIO DI UN CONFLITTO REGIONALE

GLI SVILUPPI DELL’INCHIESTA RELATIVA ALL’ELIMINAZIONE DI LITVINENKO E DEI RAPPORTI TRA L’UNIONE EUROPEA E LA TURCHIA

 

 

 

 

 

Gli sviluppi della situazione in Iraq ed i rischi per la stabilità regionale

 

            Negli ultimi giorni, i media internazionali si sono occupati soprattutto dell’Iraq e del possibile cambiamento di approccio alla stabilizzazione del Paese da parte degli Stati Uniti. Ieri, è stato consegnato al Presidente Bush il rapporto redatto dalla Commissione bipartisan presieduta da James Baker e Lee Hamilton in cui si raccomanda sostanzialmente il trasferimento alle forze di sicurezza irachene delle responsabilità relative al mantenimento dell’ordine nonché l’avvio di un negoziato regionale, che dovrebbe essere esteso anche alla Siria ed all’Iran.

            E’ degno di nota il fatto che poche ore prima di questo passaggio formale, il nuovo Segretario alla Difesa, Rober Gates, avesse ammesso davanti al Senato come l’America non stia affatto vincendo la sfida irachena.

            Se il Presidente Bush intenda o meno modificare la politica americana in Iraq seguendo le linee suggerite da Baker ed Hamilton ancora non è chiaro. Sul terreno, tuttavia, già da qualche tempo si osserva un moltiplicarsi delle iniziative nelle quali i militari di Washington si limitano a fornire un appoggio limitato ai soldati del Governo di Baghdad.

Ma è presto per trarre delle conclusioni. E significativamente vi è già chi rileva come non rientri in alcun modo negli interessi del Presidente americano un’inversione ad U della sua politica proprio nello scorcio terminale della Presidenza.

            Un gruppo alternativo alla Commissione Baker costituito all’interno del National Security Council si sta occupando da almeno un paio di mesi di redigere una serie di raccomandazioni alternative rispetto a quelle appena consegnate a Bush. Ed è ben possibile che al sentiero della cosiddetta “irachizzazione” del conflitto in atto contrapponga una strategia differente, magari fondata addirittura sul temporaneo rafforzamento del contingente militare americano in Iraq.

            Inoltre, non va dimenticata una circostanza ulteriore. Ormai, il problema a Baghdad non è più rappresentato tanto dalle attività di una fantomatica resistenza all’occupante straniero quanto dalla lotta senza quartiere ingaggiata dalle maggiori fazioni irachene per la conquista del potere.

L’Iraq, purtroppo, somiglia sempre più ad una purulenta piaga infetta, che rischia di calamitare l’intervento delle maggiori potenze regionali. Ryad e Teheran sono già in rotta di collisione e tra i due contendenti il Rapporto Baker fa una scelta inattesa, considerati i rapporti tradizionalmente intrattenuti dal circolo vicino a Bush padre con l’erede designato al trono saudita, laddove suggerisce di puntare soprattutto sulla collaborazione di Siria ed Iran.

Nei giorni scorsi, una fonte interna al consiglio saudita per la sicurezza nazionale ha lasciato intendere all’inviato di una nota agenzia stampa internazionale l’intenzione della Monarchia di Ryad di muoversi per sostenere le milizie create dai sunniti qualora non accennasse a scemare la pressione iraniana sull’Iraq.

In qualche modo, quindi, Baker ed Hamilton hanno fatto i conti senza l’oste. E’ infatti evidente che qualora l’Iraq si smembrasse lungo linee più o meno coincidenti con quelle della distribuzione delle comunità sciite e sunnite, nessun piano di stabilizzazione potrebbe prescindere dal coinvolgimento dell’Arabia Saudita. A meno di non voler mettere nell’angolo proprio Ryad.

Ciò che quindi emerge è una incertezza di fondo, che riflette la difficile condizione in cui si trova Washington, nel bel mezzo di una contesa geopolitica di cui intendeva originariamente essere l’arbitro.

            Se non interverranno elementi nuovi, gli osservatori saranno inesorabilmente indotti a trarre una conclusione alquanto sgradevole su quanto sta accadendo nell’antica Mesopotamia: l’intera strategia che aveva indotto Washington a deporre Saddam per condizionare più efficacemente il comportamento di Arabia Saudita ed Iran ed indurli a cooperare in modo significativo nella lotta al terrorismo internazionale ha completamente mancato i propri obiettivi.

            Tre anni dopo Iraqi Freedom, purtroppo, questa è la situazione. Gli Stati Uniti saranno costretti presto o tardi a fare una più chiara scelta di campo tra i sunniti e gli sciiti, tra l’Arabia e l’Iran.

E non è detto che la decisione finale sia destinata a favorire i primi nei confronti dei secondi, come prova la sconcertante evoluzione della situazione in Libano, dove l’intera comunità internazionale è di fatto impegnata a proteggere gli Hezbollah dai loro nemici con il beneplacito degli Stati Uniti.

Vale la pena di sottolineare la gravità e la portata di sviluppi di questo genere: un eventuale divorzio di Washington da Ryad e soprattutto la prospettiva di un intesa regionale tra gli Stati Uniti, la Siria e l’Iran isolerebbe infatti Israele, rendendone estremamente precarie la sicurezza e l’avvenire e probabilmente inducendo Tel Aviv a considerare nuovamente l’opportunità di mosse unilaterali più spregiudicate.

            Il matrimonio tra Israele e l’Occidente, dopotutto, non è un dogma di fede. E’ invece il prodotto delle circostanze storiche e, soprattutto, di una scelta di campo fatta improvvisamente da Ben Gurion durante la Guerra di Corea, a dispetto dei cospicui sostegni forniti da Mosca ed i suoi satelliti alle forze armate dello Stato ebraico durante la guerra d’indipendenza.

 

Cosa sta emergendo dal caso Litvinenko

 

Continua a tenere banco anche l’intrigo internazionale culminato nell’eliminazione a Londra dell’ex agente russo Litvinenko. Gli investigatori britannici ritengono che l’omicidio sia stato portato a termine da una squadra speciale dell’Fsb, il servizio di sicurezza della Federazione Russa. Mentre gli analisti più autorevoli sposano la tesi secondo la quale le modalità di esecuzione sarebbero state volutamente spettacolari per amplificare l’effetto intimidatorio nei confronti della vasta comunità delle ex-spie di Mosca riparate in Gran Bretagna.

Probabilmente Litvinenko è stato ucciso perché isolato e vulnerabile, oltreché per le sue indagini sul caso Yukos, l’impresa smantellata un paio di anni fa in quanto sviluppava una visione della politica energetica russa alternativa a quella immaginata dal Cremlino.

La Yukos potrebbe essere altresì, almeno in parte, anche dietro l’oscura vicenda della misteriosa malattia che ha colpito Igor Gaidar, che fu ai suoi tempi l’architetto delle riforme economiche liberali varate da Eltsin.

La concentrazione delle risorse energetiche e del potere di formulare la politica energetica nazionale nelle mani del Cremlino è stata in effetti realizzata alle spese del pluralismo interno alla società russa – basti pensare al destino toccato al potente oligarca Khodorkhovsky, finito in Siberia – e delle aperture agli investitori esteri, che Gaidar aveva sempre caldeggiato.

Oggi è chiaro che l’operazione contro la Yukos è stata concepita da Putin funzionalmente al disegno di acquisire uno strumento di straordinaria efficacia per rintuzzare la penetrazione economica e politica dell’Occidente nel cosiddetto “Estero Vicino” della Federazione Russa.

Le conseguenze sono rilevanti e le autorità britanniche sembrano essere state tra le prime a comprenderle sino in fondo. La Russia non è più il partner strategico dell’Occidente nella lotta al terrorismo internazionale e nella battaglia per la stabilizzazione dell’Eurasia. E’ invece una ambiziosa grande potenza che sta tornando sulla scena, con l’obiettivo di contenere l’influenza occidentale nel Caucaso ed in Asia Centrale e, forse, quello di separare gradualmente l’Europa dagli Stati Uniti. La chiave è l’energia. E lo sarà sempre di più. Con buonapace della Polonia e delle Repubbliche Baltiche, che reclamano a viva voce, dentro e fuori la Nato, la necessità di predisporre una comune politica occidentale per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici.   

 

Gli sviluppi della crisi euro-turca: Ankara disposta a concessioni significative

 

Le ultime considerazioni debbono essere dedicate necessariamente agli sviluppi della crisi euro-turca. Mentre si attendono ancora le modifiche al contestato articolo 301 del codice penale turco, che criminalizzano le offese all’identità turca ed al prestigio dello Stato, Ankara ha fatto un’inattesa concessione dove meno era lecito attendersela: cioè, sul versante dei rapporti con Cipro.

Per la prima volta, infatti, alcuni scali marittimi ed aeroportuali turchi sono stati aperti al traffico proveniente dalla Repubblica greca di Cipro. Il passo potrebbe contribuire non poco ad agevolare il percorso di Ankara, inducendo la Commissione ed il Consiglio Europeo a rivedere l’ipotesi di congelare parte dei negoziati intavolati con la Turchia in vista di una sua futura adesione all’Unione.

Tuttavia, si sospetta a breve la richiesta di una contropartita che, secondo alcuni organi di stampa turchi, potrebbe consistere nell’allentamento dell’embargo cui è sottoposta la Repubblica Turca di Cipro Nord, magari sotto forma di utilizzo da parte del naviglio europeo di un paio di scali portuali nella parte settentrionale dell’Isola contesa.

Sul punto, un irrigidimento delle autorità greche di Nicosia è altamente probabile. Però, degli spiragli sono stati in ogni caso aperti e non è detto che non possano condurre a degli esiti interessanti proprio a Cipro, che a dispetto di tutti gli sforzi è entrata solo in parte nell’Unione.

 

 

 

29 novembre 2006

 

 

 

IL VERTICE ATLANTICO DI RIGA IMPONE ALL’ITALIA UNA MAGGIOR DISPONIBILITA’

AD IMPEGNARSI MILITARMENTE NEI COMBATTIMENTI

L’ELIMINAZIONE DI LITVINENKO A LONDRA

BENEDETTO XVI APRE AD ANKARA LE PORTE DELL’EUROPA MENTRE LE AUTORITA’ COMUNITARIE TENTANO DI CHIUDERLE

 

 

 

 

 

Il vertice Nato di Riga

 

            In una settimana densa di avvenimenti internazionali rilevanti anche per la politica interna italiana è molto probabile che siano le risultanze del vertice atlantico di Riga l’elemento più interessante.

In Lettonia, innanzitutto, si è svolto il primo summit a livello di Capi di Stato e di Governo che non abbia visto la partecipazione di alcun esponente della Federazione Russa. Forse è una pura coincidenza, o forse no. Ma sta di fatto che proprio alle porte della piccola Repubblica Baltica, in Bielorussia si è scelto di tenere in contemporanea un vertice della Comunità degli Stati Indipendenti.

Secondo la televisione statale russa, il Presidente Putin si sarebbe riservato fino all’ultimo momento la decisione se intervenire o meno all’importante appuntamento di Riga, optando per il no soltanto alla fine. E’ molto probabile che sulla decisione di Putin abbiano pesato, in senso negativo, le nuove pressioni esercitate da Bush sugli alleati in favore della Georgia e dell’Ucraina, che da tempo perseguono una strategia di avvicinamento alla Nato. Ma non è da escludere che il Presidente russo abbia altresì preferito di evitare il confronto con Tony Blair ed altri alleati atlantici che non avrebbero perso l’occasione per criticare la dirigenza russa in relazione a quanto accaduto ad Anna Politovsakya ed all’ex agente segreto Alexander Litvinenko.

Comunque, l’argomento di sicuro maggior impatto per Roma ed i suoi delicati equilibri politici interni è certamente costituito dagli sviluppi della strategia atlantica in Afghanistan. Prodi, D’Alema e Parisi sapevano bene che a Riga il Segretario Generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer ed il Supremo Comandante delle Forze Atlantiche in Europa, generale James Jones, avrebbero chiesto all’Italia, alla Germania, alla Francia ed alla Spagna di rimuovere ogni tipo di limitazione territoriale (“caveat” in gergo) all’impiego delle proprie truppe rischierate in Afghanistan.

A quanto è dato di capire, nella capitale lettone è stato raggiunto un compromesso: almeno nei casi di straordinaria emergenza, le forze atlantiche appartenenti ai Paesi già presenti a Kabul o nel Nord o nell’Ovest del Paese potranno essere utilizzate anche nelle più turbolente province meridionali ed orientali afgane.

Fatto non privo di rilevanza, sarà il comandante Nato sul terreno, che è in questo momento il generale britannico Richards, destinato peraltro ad esser presto avvicendato da un americano, a decidere quale situazione integri gli estremi dell’emergenza che è il presupposto per richiedere il distacco da Kabul, dal Nord o dall’Ovest dei rinforzi ritenuti necessari. Secondo De Hoop Scheffer, le singole capitali saranno avvertite soltanto in lieve anticipo, in modo tale da esser private del margine di manovra di cui hanno disposto finora.

Tutto ciò, naturalmente, creerà non poco imbarazzo all’attuale maggioranza italiana, che al suo interno ha forze che si battono da diversi mesi per ottenere il ritiro del nostro contingente dalle zone afgane in cui si trova, rafforzando invece la componente umanitaria ed economica dell’intervento.

A fronte di questa concessione alla Nato, l’Italia ha portato a casa l’impegno a realizzare per l’Afghanistan una specie di “Gruppo di Contatto” modellato su quello a suo tempo costituito per la ex Jugoslavia. In realtà, su questo specifico punto, il Governo italiano è andato al rimorchio della diplomazia transalpina, che ha individuato questo specifico strumento come possibile via di uscita dallo stallo politico-strategico in cui è venuta a trovarsi l’Isaf.

Per quanto si tratti di un’idea in sé non disprezzabile, la proposta chiracchiana non potrà comunque essere realizzata completamente. E’ difficile, infatti, che a far parte di questo nuovo “Gruppo di Contatto” possano esser chiamati tutti gli Stati prefigurati dal Presidente Chirac, secondo il quale questo organismo informale dovrebbe includere i rappresentanti dei Paesi impegnati militarmente in Afghanistan ed altresì quelli delle nazioni confinanti, fra i quali vi sono il Pakistan e soprattutto l’Iran.

Su Teheran, infatti, pesa l’incognita collegata agli sviluppi delle sue ambizioni nucleari. Quanto al Pakistan, invece, pare che il suo Ministro degli Esteri abbia privatamente fatto conoscere una sua opinione sul futuro delle operazioni in Afghanistan estremamente pessimistica. Secondo Khurshid Kasuri, i Talebani avrebbero ormai vinto ed alla Nato non converrebbe tanto intensificare lo sforzo militare quanto avviare delle trattative con i futuri nuovi governanti afghani.

 

Intrigo internazionale a Londra. L’eliminazione di Litvinenko evidenzia l’avvento in Russia di un nuovo “Stato di Sicurezza”

 

Il secondo evento internazionale da segnalare in virtù delle sue apprezzabili ricadute interne è certamente rappresentato dall’eliminazione, avvenuta a Londra, dell’ex agente operativo dell’Fsb, Alexander Litvinenko. A quanto è dato di capire, l’ex spia è stata uccisa da un composto radioattivo a base di Polonio-210, che sarebbe stato ingerito in un ristorante o in un albergo. Il materiale impiegato si è rivelato di difficile identificazione e pare sia stato combinato con una serie di altre sostanze per permettere la contaminazione graduale e progressiva della vittima.

Proprio queste modalità inducono a sospettare che l’omicidio sia stato l’opera di una speciale sezione dell’intelligence russa, che avrebbe scelto di colpire Litvinenko sia per impedirgli di nuocere, sia per condizionare le attività del folto stuolo di uomini e donne che hanno abbandonato i servizi di Mosca per rifugiarsi nella capitale britannica.

Sfortunatamente, Litvinenko è stato utilizzato come fonte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta che investigava sul Dossier Mitrokhin, determinando il collegamento tra l’intrigo internazionale costato la vita all’ex spia e lo scandalo italiano alimentato dal gruppo editoriale che fa capo all’Espresso e a Repubblica, secondo il quale il senatore Guzzanti ed i suoi consulenti e collaboratori avrebbero cercato di ottenere da Litvinenko informazioni utili alla fabbricazione di dossier contro Romano Prodi ed il Partito dei Verdi.

Sembra però improbabile che le indagini promosse dal Parlamento italiano sul Dossier Mitrokhin possano da sole aver spinto Mosca a liquidare Litvinenko, un’operazione che sta già costando al Cremlino notevoli danni di immagine e nei rapporti bilaterali con la Gran Bretagna, tanto più che non esiste una vera e propria continuità politico-istituzionale tra il vecchio Stato socialista sovietico e la nuova Russia di Putin.

A Putin, molto verosimilmente, la lotta politica in corso in Italia sulla ricostruzione delle vicende della Guerra Fredda importa poco o nulla. Interessa invece riproporre la Federazione Russa come grande potenza sulla scena internazionale.

Il rilancio russo passa per la concentrazione nelle mani del Cremlino dell’intero comparto energetico nazionale, processo sul quale pare che Litvinenko stesse assumendo informazioni, sfruttando anche il risentimento dei numerosi oligarchi di origine ebraica danneggiati dal Presidente Putin. Soltanto in quest’ottica, la decisione di eliminare l’ex agente, correndo tutti i rischi mediatici e politici dell’operazione, può essere considerata logica: l’intelligence russa ha “avvertito” i suoi transfughi che la rivelazione di segreti concernenti la progressiva nazionalizzazione delle imprese gasifere e petrolifere della Federazione non sarà tollerata.

Questo è il contesto entro il quale dovrebbe collocarsi la vicenda. E’ ovvio che siamo comunque di fronte ad una nuova manifestazione della politica autoritaria di Putin, che tende a perfezionare la ricostruzione dello Stato russo attraverso l’imposizione di limiti a tutte le articolazioni del sistema politico ed informativo della Federazione.

 

            Benedetto XVI apre alla Turchia proprio mentre s’irrigidiscono le autorità dell’Unione

 

            Sembra invece per il momento ridimensionarsi la portata della visita di Benedetto XVI in Turchia, il cui impatto avrebbe potuto essere oggettivamente amplificato soltanto dall’eventuale acuirsi della contrapposizione tra la Santa Sede ed il mondo islamico. Papa Ratzinger, almeno fino ad oggi, è riuscito a ricucire lo strappo di Ratisbona, seppure al prezzo di una serie notevole di concessioni significative.

            In cambio dell’incontro con il Premier Erdogan, che stava imbarcandosi per Riga, Benedetto ha offerto il suo personale supporto alla causa dell’ingresso della Turchia in Europa, in qualche modo modificando la posizione manifestata più volte al riguardo quando era ancora il Cardinal Ratzinger.

Non si tratta, peraltro, di un vero e proprio “strappo” rispetto alle consolidate tradizioni della diplomazia vaticana quanto piuttosto di una nuova manifestazione del realismo al quale la politica estera della Santa Sede si ispira nelle sue relazioni internazionali.

Sostenere le ambizioni europee della Turchia è evidentemente considerato un modo di appoggiare il regime laico fondato da Kemal Ataturk, al cui mausoleo non ha caso Benedetto ha reso omaggio, contribuendo ad arginare la deriva verso l’islamismo radicale che potrebbe travolgere Erdogan qualora Ankara si vedesse sbattere in faccia le porte dell’Unione Europea.

Se Benedetto avesse confermato da Papa il pregiudizio antiturco, in effetti, le conseguenze avrebbero potuto essere pesanti, rafforzando le pressioni anticristiane della piazza turca ed indebolendo il Partito di Erdogan.

Tuttavia, nel bel mezzo della visita pontificia alla Turchia, la Commissione Europea ha reso di pubblico dominio la propria raccomandazione al Consiglio Europeo di sospendere le trattative con Ankara su ben otto dei 34 capitoli del complesso negoziato in corso, come reazione all’indisponibilità turca ad aprire i porti del Paese alle navi provenienti dalla Repubblica di Cipro. La raccomandazione è stata votata all’unanimità dai 25 membri della Commissione ed ha naturalmente provocato l’indispettita reazione del Premier Erdogan, che ha definito la proposta di sospensione parziale semplicemente “inaccettabile” per la Turchia.

Le autorità della Commissione insistono, al momento, sul fatto che la sospensione parziale non implica l’arresto del negoziato complessivo. Tuttavia, lo rallenta e continuerà a farlo finché la Turchia non avrà provveduto a rimuovere le limitazioni al traffico marittimo che concernono i battelli provenienti dalla parte greca di Cipro.

Ma appare difficile, a questo punto, che Ankara ceda. In gioco sono ormai il prestigio internazionale del Paese e la sua sovranità nella sfera della politica estera: materie nei confronti delle quali la sensibilità turca è notoriamente molto spiccata.

 

 

21 novembre 2006

 

 

 

 

L’ASSASSINIO DI GEMAYEL ACUISCE LA CRISI LIBANESE

MENTRE LA CINA SI AVVICINA ULTERIORMENTE ALL’INDIA

 

 

 

 

 

 

L’assassinio di Gemayel destabilizza ulteriormente il Governo Siniora

 

L’evento verosimilmente più importante dell’ultima settimana è l’assassinio del leader cristiano falangista Pierre Gemayel, Ministro libanese dell’Industria, avvenuto a colpi d’arma da fuoco il 21 novembre.

Gemayel era l’ultimo rampollo di una famiglia che negli anni della guerra civile aveva dato ben due Presidenti al Libano, Amin e Bashir, ed era considerato uno dei pilastri dell’asse politico antisiriano emerso nel Paese dei Cedri lo scorso anno.

L’eliminazione del Ministro falangista è un dato preoccupante sotto almeno due punti di vista. In primo luogo, perché minaccia di aprire una nuova stagione di omicidi eccellenti, come ha sottolineato Saad Hariri, figlio dello scomparso ex Premier Rafik. In secondo luogo, in quanto annuncia la crescita delle intimidazioni da parte del vasto arco di forze che in Libano si batte per un riavvicinamento a Damasco.  

Da tempo, in effetti, si attende a Beirut una spallata degli Hezbollah e di Amal alla fragile compagine governativa guidata dal Primo Ministro Fuad Siniora. Ma finora si pensava che gli elementi più filosiriani operanti sulla scena libanese si sarebbero valsi esclusivamente degli strumenti loro offerti dalla legislazione vigente, in primo luogo le dimissioni dei propri cinque Ministri dal Governo Siniora. Ma l’uccisione di Gemayel pare in grado di modificare questa previsione, lasciando intuire la riattivazione delle dinamiche che portarono trenta anni fa allo scoppio della guerra civile ed al successivo intervento militare siriano ed israeliano nel Libano.

Lo scenario diventa ancor più preoccupante quando si consideri ciò che sta accadendo nel Sud e nell’Est del Paese dei Cedri, dove è pienamente in corso un processo di riarmo delle milizie del Partito di Dio sciita. L’Hezbollah sta infatti ricevendo pressochè quotidianamente armi ed equipaggiamenti dalla Siria e dall’Iran senza che alcuno interferisca, in barba al mandato conferito dalle Nazioni Unite all’Unifil Plus ed all’Esercito nazionale libanese.

Non è a questo punto da escludere che gli Hezbollah possano presto essere indotti a riprendere le iniziative militari contro Israele, che prevedibilmente reagirebbe scatenando una nuova massiccia offensiva contro il Libano. Né può essere escluso che, nell’attuale situazione, la tentazione di muovere per primi affiori anche all’interno del Governo di Tel Aviv. L’obiettivo di Nasrallah potrebbe proprio essere quello di provocare in rientro della Siria in Libano, che garantirebbe agli Hezbollah la possibilità di riprendere ad atteggiarsi da Stato nello Stato se non addirittura quella di procedere alla conquista del potere a Beirut.

La congiuntura internazionale sarebbe, del resto, favorevole a Nasrallah, in considerazione delle gravi difficoltà in cui si trova l’Amministrazione americana in Iraq e del tentativo di coinvolgere Damasco e Teheran nella determinazione di un quadro politico a Baghdad che permetta il ritiro delle truppe statunitensi dal suolo iracheno.

Qualora il conflitto tra Israele e gli Hezbollah riprendesse, diventerebbe evidentemente molto critica la posizione dei militari che il Governo Prodi ha inviato nel Libano meridionale con la copertura del mandato Onu. Perché, a quel punto, l’Unifil sarebbe costretta ad una scelta estremamente difficile tra l’opporre una resistenza ai militari israeliani o rinunciare al proprio ruolo di forza di interposizione.

Fino al prossimo febbraio, l’onere della decisione finale ricadrà sulle spalle del generale francese Alain Pellegrini, che ha già lasciato intendere in più occasioni di essere intenzionato a combattere, confortato in questo dal sostegno ricevuto dallo stesso Eliseo. Dopo, però, alla testa dell’Unifil si troverà un generale italiano. E’ bene che il Governo ed il Parlamento italiano si preparino a gestire quella che potrebbe essere una delle più delicate crisi della nostra politica estera. Alla luce di quanto è accaduto sabato 18 novembre a Roma, c’è da scommettere che eventuali perdite italiane per mano dei soldati dello Stato ebraico suscitino manifestazioni di piazza, generando la tentazione nell’attuale maggioranza di cambiare completamente le nostre alleanze in Medio Oriente.

 

Intanto Hu Jintao visita Nuova Delhi ed apre le porte al rafforzamento dei rapporti bilaterali

 

L’altro evento potenzialmente foriero di sviluppi rilevantissimi è la visita di Stato del Presidente Hu Jintao in India. La Repubblica Popolare corteggia da tempo Nuova Delhi, esattamente come Mosca e la stessa Washington, che nel 2005 ha stipulato con l’India un accordo di cooperazione nel delicato settore del nucleare civile: il primo stretto con una potenza non firmataria del Trattato di Non Proliferazione.

Ma con l’arrivo di Hu, è in vista un salto di qualità. Pechino ha chiesto – ed a quanto pare ottenuto – l’adozione delle misure necessarie all’intensificazione dell’interscambio bilaterale, con la prospettiva di dar vita, di qui a quindici anni, al più vasto mercato di consumo del mondo, con oltre 2 miliardi e 400 milioni di abitanti.

L’India stava cercando di rallentare il processo, temendo la colonizzazione economica cinese ed il soffocamento del proprio sviluppo, ma la diluizione del progetto in un arco di tempo più lungo sembra aver tranquillizzato il Presidente Singh. Nel corso della visita di Hu, sono stati infatti siglati ben tredici accordi bilaterali, che spaziano dal commercio alla promozione degli investimenti reciproci, passando per la cooperazione nel campo dell’energia nucleare.

Stando a quanto concordato dai vertici politici dei due Stati, il volume degli scambi tra le due parti dovrebbe raddoppiare di qui al 2010, portandosi a 40 miliardi di dollari.

Sotto il profilo politico, è stato inoltre concordato di assicurare la continuazione dei colloqui sui confini tra i due Paesi, oggetto di contesa dai lontani anni sessanta, nonché di confermare il partenariato strategico costituito recentemente tra i due Paesi.

In realtà, i risultati del vertice sino-indiano di Nuova Delhi sono un’ulteriore riprova delle opportunità offerte all’India dalla peculiare posizione geopolitica in cui si è venuta a trovare negli ultimi tre anni.

Di fatto, l’amicizia dell’Unione Indiana è ormai un tassello indispensabile ai disegni politici di chiunque intenda di fatto sigillare l’Asia Centrale rispetto alla penetrazione occidentale e statunitense. Ed allo stesso tempo, è l’elemento imprescindibile di qualsiasi politica che miri a contenere la corsa di Pechino e Mosca verso l’Oceano Indiano.

Nuova Delhi ne approfitta, comportandosi ormai tipicamente da “Swing State”, da Stato cioè il cui allineamento politico è variabile e dipendente da scelte congiunturali dettate dal maggior vantaggio momento per momento.

Forse, in nessun settore come quello nucleare i frutti di questa rendita di posizione sono visibili: Nuova Delhi, infatti, nel breve arco di un anno e mezzo è riuscita ad ottenere un accordo di cooperazione con gli Stati Uniti, che prevede addirittura cessioni di tecnologia americana all’India, un’intesa con Mosca relativa alla fornitura di combustile nucleare ed adesso un ulteriore accordo di settore con la Repubblica Popolare che, affermano i portavoce delle delegazioni dei due Paesi, “avrà approcci innovativi e mirati al futuro”.

Lo sviluppo della cooperazione sino-indiana, verosimilmente, non prelude ad un’opzione strategica e geopolitica definitiva di Nuova Delhi contro l’Occidente. Apre soltanto un’altra strada, ancorché relativizzi la portata del rapporto stabilito lo scorso anno da Washington.

E’ una vera e propria minaccia solo per il Pakistan, che rischia ora di perdere il sostegno cinese, considerato da sempre una polizza assicurativa indispensabile nei confronti dell’India, proprio mentre l’Occidente e gli Stati Uniti mettono in dubbio il suo impegno nella lotta al terrorismo internazionale.

 

 

15 novembre 2006

 

 

 

 

LE DIMISSIONI DI RUMSFELD ED IL POSSIBILE RIDIMENSIONAMENTO

DELLA PRESENZA MILITARE AMERICANA IN IRAQ

ESPERIMENTI MILITARI CINESI E LA PROPOSTA DI UNA CONFERENZA INTERNAZIONALE PER L’AFGHANISTAN

 

 

 

 

 

 

Rumsfeld avvicendato al Pentagono

 

Smentendo le previsioni dell’immediata vigilia, la sconfitta del Partito Repubblicano alle elezioni di midterm ha aperto la porta all’eventualità di un profondo rivolgimento della politica estera americana. La svolta potrebbe esser stata annunciata dalle repentine dimissioni di Donald Rumsfeld dalla carica di Segretario alla Difesa, che il Presidente Bush ha accettato immediatamente.

Con Rumsfeld, infatti, esce di scena l’uomo politico statunitense di maggior spicco tra coloro che furono in prima fila nel 2003 nel volere a tutti i costi l’invasione dell’Iraq e la sua sottoposizione ad un regime militare transitorio di occupazione.

Ma non è solo la statura di Rumsfeld a lasciar presagire un imminente cambio di linea. A farlo intuire è soprattutto la scelta dei tempi operata dal Presidente Bush, che avallando la decisione del Capo del Pentagono di presentare le proprie dimissioni ha di fatto attribuito al cattivo andamento del processo di stabilizzazione dell’Iraq l’esito insoddisfacente della recente tornata elettorale americana.

La Casa Bianca, nella circostanza, ha peraltro adottato una strategia sulla razionalità della quale è lecito dubitare. Numerosi sondaggi d’opinione hanno infatti provato nei giorni scorsi come alla debacle dei Repubblicani abbiano dato apporti rilevanti gli scandali di grande ampiezza abbattutisi su alcuni dei candidati più prestigiosi del Great Old Party ed una certa delusione per la politica economica dell’Amministrazione. Bush poteva quindi forse temporeggiare e rinviare a tempi migliori l’avvicendamento che, invece, ha segnalato al mondo la debolezza della politica irachena del Presidente.

Alla testa del Pentagono è stato posto Robert Gates, che diresse la Cia all’epoca in cui alla Casa Bianca si trovava il padre dell’attuale Presidente, George H.W. Bush. Gates non è l’unico uomo della quarantunesima presidenza statunitense ad esser tornato nel cerchio delle persone maggiormente influenti sulla politica americana. A Gates occorre infatti accostare anche James Baker, che di Bush padre fu il Segretario di Stato ed ora presiede insieme ad senatore democratico Hamilton una Commissione bipartisan incaricata di studiare una via di uscita dal pantano iracheno, della quale è stato chiamato a far parte anche Eagleburger, un altro degli uomini forti dell’Amministrazione che fu al potere a Washington tra il 1989 ed il 1993.

A quanto è dato sapere, Baker ha finora esitato a rendere di pubblico dominio gli orientamenti della Commissione perché non intendeva in alcun modo influire sui risultati delle elezioni legislative. Ma, stando alle indiscrezioni che iniziano a filtrare, la soluzione che sembrerebbe prendere corpo è quella di una trasformazione dell’Iraq in senso federale.

Di fatto, per disinnescare la guerra civile in corso, si cercherebbe di affidare il controllo dello Stato iracheno ai gruppi dominanti in ciascuna delle tre maggiori aree del Paese. Se l’avvento del sistema federale funzionasse, potrebbe parallelamente diminuire gradualmente la presenza militare americana in Iraq, il vero obiettivo che i Repubblicani intendono acquisire prima che la prossima campagna elettorale presidenziale entri nel vivo.

E’ più che dubbio, tuttavia, che il progetto possa reggere alla prova dei fatti. Un Kurdistan sempre più autonomo sarebbe infatti considerato dalla Turchia una minaccia alla propria integrità nazionale. Inoltre, resterebbero sempre pendenti il problema della ripartizione della rendita petrolifera, dalla quale i sunniti non vogliono essere esclusi,  e quello ancora più spinoso della determinazione dei confini delle maggiori entità sciite e sunnite, che non sono così facilmente delineabili. Esistono ad esempio città, come la capitale Baghdad e Samarra, dove sono da mettere in preventivo scontri feroci, a causa della composizione mista della loro popolazione.

Si osserva altresì come difficilmente un riassetto di questo tipo potrebbe prescindere da un più generale accordo regionale. In questo contesto, si parla già, ad esempio, della necessità di rinnovate aperture di Washington alla Siria e forse all’Iran. Nei confronti di Teheran, però, l’avanzata inesorabile del programma nucleare di Ahmadinejad costituisce una complicazione difficilmente sormontabile.

Ma il vero attore da sondare è l’Arabia Saudita, che rischia di essere la vera vittima di quanto sta accadendo, sia perché l’ascesa del fondamentalismo islamico nell’Iraq sunnita può innescare un effetto contagio anche nei territori soggetti a Ryad, sia perché l’avvento del federalismo accrescerebbe inevitabilmente l’influenza di Teheran nelle Province meridionali irachene, che confinano con le regioni saudite a maggior concentrazione di sciiti.

Nessuna facile via d’uscita sembra quindi in vista, a parte la prosecuzione della lotta senza quartiere ormai ingaggiata da chiunque disponga di milizie proprie in Iraq.

 

Due esperimenti militari evidenziano le crescenti ambizioni della Repubblica Popolare Cinese

 

Altri due fatti sembrano meritare una speciale menzione in questa rassegna settimanale degli eventi di maggior interesse verificatisi nel mondo. Riguardano entrambi la Cina, dove si è appena conclusa la visita ufficiale guidata dal Ministro degli Esteri D’Alema.

Mentre D’Alema si accingeva a prefigurare ai dirigenti di Pechino la trasformazione dell’Italia in un partner strategico della Repubblica Popolare, in grado di proporsi come porta d’accesso della Cina al mercato europeo, si è appreso che le forze armate cinesi hanno tentato di accecare dei satelliti americani. L’esperimento sarebbe stato condotto con un cannone laser a bassa potenza, di cui i militari statunitensi avrebbero anche scoperto la posizione, che ad intervalli regolari avrebbe disturbato con successo le rilevazioni compiute dai sistemi di osservazione americani Keyhole orbitanti sui cieli della Cina.

Il fatto è tanto più interessante se si considera che la supremazia aerospaziale è considerata a Washington come la garanzia essenziale dell’attuale primato militare americano.

E non è tutto. Durante la visita del Ministro degli Esteri, è stata altresì resa di pubblico dominio la notizia secondo la quale un sottomarino cinese sarebbe riuscito a penetrare le difese della Task Force Kitty Hawk della Marina americana, in navigazione nel Pacifico. Il battello subacqueo cinese sarebbe addirittura riuscito a giungere a portata di tiro della nave ammiraglia statunitense, una portaerei, prima di emergere e permettere agli aerei americani di rilevarne la presenza. 

E’ quindi evidente che le Forze Armate cinesi stanno sviluppando importanti capacità anche nel campo della lotta sottomarina e lo stanno facendo in largo anticipo rispetto ai tempi previsti.

In Europa, si discute da tempo sull’opportunità di rimuovere l’embargo sulle esportazioni di materiali d’armamento che venne decretato contro Pechino dopo il fatti di Piazza Tien An Men. E’ soprattutto la Francia a spingere nella direzione del suo superamento e l’Italia mostra di volersi adeguare, contro l’avviso degli Stati Uniti che temono possa derivarne un’ulteriore, indesiderata, accelerazione dello sviluppo militare cinese.

Il tema è destinato a surriscaldarsi, mano a mano che le industrie europee dei materiali d’armamento intensificheranno le loro pressioni allo scopo di poter accedere alle ricche commesse della Difesa cinese. Ma è tempo di chiedersi quanto effettivamente convenga all’Europa contribuire al rafforzamento di una potenza il cui raggio d’azione non era mai giunto così vicino a noi.

 

Una conferenza internazionale per l’Afghanistan?

 

Va infine segnalata, per le sue probabili ripercussioni sul dibattito politico interno, anche la proposta formulata da Massimo D’Alema di indire una nuova conferenza internazionale, di carattere regionale, per ridefinire l’approccio alla stabilizzazione dell’Afghanistan. L’idea sembra gradita anche ai tedeschi, che come noi temono di esser presto costretti dall’Alleanza Atlantica a spostare le proprie truppe nelle turbolente Province del Sud e dell’Est afgano dove più intensi sono i combattimenti tra i militari occidentali e la guerriglia neo-talebana.

D’Alema ha sottoposto la sua iniziativa anche al Presidente Karzai, che ha ovviamente tutto l’interesse a veder Paesi come Pakistan, Iran, India e Cina riuniti intorno ad un tavolo, dove potrebbe esser possibile mettere i “destabilizzatori” di fronte alle loro responsabilità. Kabul ha amici a Nuova Delhi e, forse, a Teheran, mentre incerto è il comportamento di Islamabad e potenzialmente rilevante è il ruolo che in Afghanistan potrebbe esercitare la Repubblica Popolare.

E’ difficile tuttavia che la proposta italiana possa decollare prima del Vertice atlantico di Riga, in cui, molto verosimilmente, avverrà una vera e propria resa dei conti tra gli alleati “riluttanti” ad impegnarsi di più e l’asse anglo-americano che intende intensificare la pressione sugli insorti. 

 

 

 

 

8 novembre 2006

 

 

 

 

LA CONDANNA DI SADDAM ED IL DIBATTITO SULL’ESECUZIONE

DIVIDE ANCORA UNA VOLTA L’OCCIDENTE

MENTRE LE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE

PUNISCONO IL PARTITO DI BUSH

 

 

 

 

 

Saddam Hussein condannato a morte

 

L’evento che ha catturato maggiormente l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica mondiale negli ultimi sette giorni è senza dubbio rappresentato dalla condanna a morte inflitta a Saddam Hussein dal Tribunale iracheno che lo giudicava per l’uccisione di 148 sciiti, avvenuta nel lontano 1982 a Dujail.

Il clamore con il quale è stata accolta la notizia è in parte sorprendente, perché il deposto Rais ha cessato da tempo di essere un leader politico rilevante sulla scena del suo Paese. Dalla primavera del 2003, infatti, altre forze politiche, sociali e religiose si sono affermate in Iraq e la stessa guerriglia che continua a colpire le forze militari americane ed alleate non trae più ispirazione e direttive dal vecchio Partito Baath che fu di Saddam.

Di fatto, è già scoppiata una guerra civile, che ha per posta in palio l’assetto finale dello Stato iracheno e contrappone la maggioranza sciita alla minoranza sunnita. Il conflitto divampa soprattutto nella capitale e nelle Province a popolazione mista, seppure di tanto in tanto si verifichino gravi incidenti anche altrove, specialmente ai danni delle forze di sicurezza del Governo di Baghdad.

Allora, è il caso di chiedersi, perché tutto questo rumore? La spiegazione è verosimilmente complessa e chiama in causa una molteplicità di fattori. Ha certamente influito, ad esempio, la statura mediatica del personaggio Saddam. E deve aver pesato anche il carattere fortemente simbolico della sentenza. A questi due elementi si è successivamente sovrapposta la questione dell’eventuale esecuzione del Rais, sulla quale si è ormai aperto un vasto dibattito internazionale.

Si discute, in particolare, se sia opportuno o meno nei confronti di Saddam un atto di clemenza, che è già caldeggiato dai principali Paesi dell’Unione Europea, per ragioni che sono tanto di principio quanto di merito politico.

Sul piano etico-politico, gli europei si oppongono pregiudizialmente alla pena di morte in quanto tale ed è quindi logica una differenza tra la loro posizione e quella degli americani, che invece vi fanno un ricorso ampio e bipartisan, giudicandola uno strumento punitivo perfettamente legittimo.

Per quanto riguarda l’opportunità di procedere all’impiccagione di Saddam, su questo lato dell’Atlantico si sottolinea il rischio che contribuisca ad esacerbare ulteriormente gli animi, complicando inutilmente il già incerto processo di ricostruzione e stabilizzazione politico-istituzionale dell’Iraq.

Mentre sul piano dei principi non è possibile formulare osservazioni particolari, a parte l’ovvia constatazione di un fossato tra le sponde dell’Atlantico che continua ad allargarsi, per ciò che concerne gli effetti specifici dell’esecuzione di Saddam all’interno dell’Iraq si possono fare solo congetture.

La morte di Hussein, verosimilmente, soddisferebbe la maggioranza sciita degli iracheni, che otterrebbe una forma di riparazione per i gravi torti subiti dal regime baathista. E’ probabile altresì che, proprio in virtù di questo effetto, l’uccisione di Saddam accresca il consenso di cui gode il Governo di Al Maliki, che è l’espressione di un’alleanza curdo-sciita. Sul piano regionale, per motivi non diversi, trarrebbe dei vantaggi anche l’Iran, di cui il deposto dittatore iracheno fu acerrimo nemico negli anni ottanta.

Meno facilmente prevedibili sono invece le reazioni tra i sunniti, perché all’interno della loro comunità si stanno rafforzando i fondamentalisti ed i jihadisti, che considerano comunque Saddam l’emblema di un regime laico ed antireligioso, quindi un nemico. E’ significativo che contro la condanna finora abbiano dimostrato soltanto poche migliaia di persone a Tikrit, città natale di Hussein ed origine del clan che esercitò con lui il potere negli anni che vanno dal 1979 al 2003.

Resta da chiedersi cosa accadrebbe qualora la condanna a morte fosse commutata in un ergastolo o altra pena alternativa.

Nell’eventualità che Saddam rimanesse in vita, sarebbe certamente possibile continuare a processarlo per gli altri crimini commessi dal suo regime, cosa che certamente non contribuirebbe a rasserenare gli animi in Iraq. E’ quello che sta già accadendo, dal momento che Saddam è da ieri alla sbarra per il tentato genocidio del popolo curdo..

Tuttavia, gli effetti più gravi si produrrebbero verosimilmente sull’autorevolezza del Governo al potere a Baghdad, perché la mancata esecuzione del deposto Rais potrebbe esser interpretata in Iraq come un’imposizione subita dall’esterno.

Esiste quindi il fondato motivo di ritenere la prospettiva di una commutazione della pena più destabilizzante di quella di una sua esecuzione.

 

Scacco per i Repubblicani alle elezioni di Medio Termine. Le implicazioni per Bush

 

Come si prevedeva alla vigilia, il voto di medio termine per il rinnovo integrale della Camera dei Rappresentanti e la sostituzione di un terzo dei membri del Senato americano si è concluso con una sconfitta per il Partito Repubblicano del Presidente Bush.

Dopo dodici anni, la maggioranza della Camera bassa statunitense è passata ai rivali Democratici e la situazione si è fatta complicata anche al Senato, dove saranno il Montana e la Virginia a stabilire se i Repubblicani ne manterranno ancora o meno il controllo. La stampa italiana non mancherà naturalmente di enfatizzare la valenza politica di questo voto e verosimilmente descriverà Bush come un Presidente sostanzialmente menomato.

E’ vero in parte, ma non del tutto. Occorre infatti ricordare come in realtà il sistema costituzionale statunitense poggi sul principio della separazione dei poteri. Ciò significa che l’Amministrazione non dipende dal mutare degli equilibri politici interni alle Assemblee legislative, traendo piuttosto la sua legittimità dal voto popolare diretto con il quale è eletto il Presidente.

Bush sarà quindi nella pienezza dei suoi poteri sino alle ore 12 del 20 gennaio 2009, quando giurerà il suo successore, salvo che non intervengano fatti in questo momento non preventivabili. E non è irrilevante ricordare che proprio il padre dell’attuale Presidente, George H.W. Bush, deliberò negli ultimi giorni del suo mandato, mentre si attendeva l’insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, l’avvio della sfortunata missione militare in Somalia.

Tuttavia, delle ripercussioni sono da mettere in conto, data l’entità dell’insuccesso riportato dai Repubblicani. In un Congresso ostile, diventerà ad esempio certamente più difficoltosa l’approvazione del bilancio, uno dei pochi atti politici che vede realizzarsi in America una dialettica tra potere esecutivo e potere legislativo. Spese militari e determinazione delle risorse concesse all’Amministrazione per l’impegno delle Forze Armate in Iraq, in particolare, potrebbero risentire del cambio di maggioranza, condizionando le scelte del Presidente.

Altri problemi potrebbero sorgere in relazione ad eventuali nuove nomine dell’Amministrazione, posto che debbono essere sempre approvate dal Congresso, e soprattutto qualora la Camera dei Rappresentanti decidesse di varare delle Commissioni d’Inchiesta per investigare sui motivi che provocarono l’attacco all’Iraq e sul modo in cui si è successivamente gestito il processo di stabilizzazione.

In ogni caso, il momento più critico dovrebbe coincidere con il prossimo autunno, quando di fatto inizierà la campagna elettorale presidenziale. Bush sta per concludere l’ultimo dei due mandati che la Costituzione concede e quindi la competizione per la nomination coinvolgerà entrambi i partiti.

Impossibile fare pronostici seri al momento. Merita tuttavia di essere segnalata la circostanza che a Washington e dintorni stia prendendo quota tra i Repubblicani la candidatura dell’attuale Vicepresidente Cheney, che sarebbe accettabile in quanto destinato in ogni caso a durare non più di quattro anni, per ragioni d’età e di salute. Per ora, si tratta di voci e poco più, che tuttavia la dicono lunga sul deteriorarsi delle aspettative in seno al Great Old Party. Se i Repubblicani opponessero veramente Cheney al candidato che emergerà tra i Democratici, questo vuol dire che hanno già preventivato una sconfitta certa.

In campo democratico, è invece altamente probabile la discesa in campo dei “pesi massimi”: da Hillary Clinton ad Edwards, senza trascurare gli stessi Al Gore e John Kerry, che persero di strettissima misura contro George W. Bush.

Non è tuttavia da escludere l’emersione di candidature attualmente poco visibili. Va forte anche il nero Obama, ma le sue possibilità effettive non paiono straordinarie: esiste infatti una legge non scritta in America, per la quale il Presidente è scelto tra i cosiddetti “Wasp”, un acronimo che sta per “White Anglo-Saxon Protestant”. A questa regola ha per adesso fatto eccezione soltanto John Fitzgerald Kennedy, eletto nel 1960 a dispetto del fatto che fosse cattolico. Con Obama, ed eventualmente con Condoleeza Rice, occorrerebbe rompere un tabù molto più forte.

L’appuntamento è per il novembre 2007.

 

 

31 ottobre 2006

 

 

IL VOTO SULLA COSTITUZIONE SERBA ED IL PROBLEMA DELL’AUTODETERMINAZIONE

AL CENTRO DELLA POLITICA EUROPEA

SUMMIT AFRICANO IN CINA

MANOVRE MILITARI AL LARGO DELL’IRAN

SALE L’IRRITAZIONE AMERICANA VERSO ROMA

 

 

 

 

 

 

Il Kosovo e l’autodeterminazione dei popoli come problema europeo

 

Il referendum sulla Costituzione serba che definisce il Kosovo parte inalienabile della nazione ha riportato sotto i riflettori il problema dell’autodeterminazione dei popoli. Con il concorso della minoranza serba kosovara, la Serbia ha infatti reso nuovamente nota la sua ferma volontà di non rinunciare in alcun modo alla pretesa di veder reintegrata la propria sovranità sulla Provincia separatista, ormai da sette anni sotto l’Amministrazione dell’Onu.

La comunità internazionale sta gradualmente orientandosi, tuttavia, a riconoscere l’indipendenza di Pristina da Belgrado e non è da escludere l’eventualità che nel prossimo futuro possa essere proprio un referendum ad aprire la via del riconoscimento internazionale del nuovo Stato. Esiste, dopotutto, il precedente del Montenegro, dove è stato un recente voto popolare a decidere dell’assetto politico del Paese.

L’esercizio del diritto di autodeterminazione potrebbe essere una soluzione per uscire dall’impasse in diversi delicati contenziosi ed assumere così una rilevanza nella politica internazionale che il diritto le ha sempre negato. Tuttavia, le cose non stanno esattamente così. Soltanto Mosca, ad esempio, ha riconosciuto il plebiscito con il quale la popolazione russofona della Transnistria moldava ha affermato con il 97% di voti favorevoli la propria volontà di costituirsi in Stato indipendente ed è prevedibile che il medesimo scenario si ripeta anche nel Caucaso meridionale, dove referendum indipendentisti sono stati annunciati dalle autorità delle Repubbliche separatiste di Abkhazia ed Ossezia del Sud, che desiderano sancire il loro allontanamento dalla Georgia nel modo più netto possibile.

E’ la diplomazia russa ad aver effettuato il collegamento tra i diversi teatri, sostenendo la tesi che di fronte al principio di autodeterminazione non possano esistere due pesi e due misure. Naturalmente, non lo ha fatto in nome di un ipotetico ideale di giustizia. Si tratta invece di una posizione strumentale al perseguimento di alcuni obiettivi geopolitici della Federazione Russa.

E’ molto verosimile che sollevando la questione di principio, Putin abbia soprattutto inteso precostituire una piattaforma per trattare la ridefinizione delle sfere d’influenza in alcune regioni di particolare interesse, nelle quali il Cremlino è riuscito recentemente a recuperare parte del terreno perduto negli anni più bui del tracollo della sua potenza.

La Russia potrebbe mirare ad uno scambio tra il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo e l’accettazione da parte occidentale delle tre secessioni di fatto avvenute all’interno di Moldavia e Georgia. Anche i serbi si stanno probabilmente preparando a chiedere una transazione geopolitica, seppure non sia ancora chiaro cosa possa compensare Belgrado della definitiva perdita del Kosovo.

Alla Serbia potrebbe essere offerta una solida forma di partenariato con l’Unione Europea, ma non è detto che questa concessione basti da sola ad appagare il sentimento nazionale della popolazione.

Una compensazione più tangibile potrebbe essere rappresentata per Belgrado dal recupero della piccola porzione di Kosovo nel quale risiede il grosso della minoranza serba, ma appare difficile che la comunità internazionale possa accettare di abbinare al riconoscimento dell’indipendenza del nuovo Stato la sua contestuale mutilazione territoriale. Ancor più problematica sarebbe una compensazione in Bosnia, sotto forma di concessione alla Repubblica Srpska del diritto di ricongiungersi a Belgrado, perché ciò implicherebbe l’implosione degli Accordi di Dayton e, probabilmente, il collasso della stessa Repubblica multietnica sopravvissuta sino ad oggi grazie alla protezione militare della Nato e dell’Unione Europea.

Da quanto precede, si evince la conclusione che il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione rimane di fatto subordinato alla sussistenza di tutta una serie di precondizioni di carattere geopolitico.

I plebisciti, da soli, non bastano. Occorre che la comunità internazionale sia preparata ad accettarne l’esito e questo fattore a sua volta chiama in causa gli equilibri regionali e locali di potenza.

In concreto, è molto verosimile che il Kosovo riesca a pervenire alla pienezza della sovranità in un arco di tempo ragionevole, un esito che appare invece del tutto improbabile in Transnistria. Nel Caucaso, poi, la partita è durissima e tutta da giocare.

Il proposito abkazo ed ossetino di indire dei referendum indipendentisti pare sul punto di provocare un conflitto tra Mosca e Tbilisi. L’Esercito georgiano si è concentrato ai confini delle sue province ribelli, nelle quali stazionano dei peace-keepers russi. E si dice che Saakashvili stia soltanto aspettando l’inverno per tentare un blitz che certamente provocherebbe reazioni nella Federazione Russa. L’Alleanza Atlantica, l’Unione Europea e la stessa diplomazia statunitense hanno invitato Tbilisi alla cautela, chiarendo che eventuali azioni offensive della Georgia non saranno in alcun modo incoraggiate né salutate con favore.

In gioco, in effetti, c’è il futuro stesso del Caucaso: una regione la cui importanza è stata enormemente accresciuta negli ultimi anni dal fatto di esser divenuto un essenziale corridoio di transito per il petrolio ed il gas provenienti dal bacino del Caspio.

 

Vertice sino-africano a Pechino: la Cina come nuova potenza globale

 

Non meno rilevante appare altresì il Vertice sino-russo apertosi a Pechino, al quale partecipano i Capi di Stato o di Governo di ben 48 Paesi del Continente Nero. L’iniziativa, spettacolare per formato e sede scelta, segna il culmine della grande offensiva diplomatica ed economica che la Repubblica Popolare ha condotto quest’anno in Africa.

E’ appena il caso di ricordare come il Presidente Hu Jintao, il Premier Wen Jiabao ed il Ministro degli Esteri Li Zhaoxing abbiano in tre differenti viaggi visitato negli ultimi mesi ben 26 capitali africane, ovunque siglando accordi di cooperazione in vari settori.

Il fenomeno rileva sotto almeno due punti di vista.

In primo luogo, l’ampiezza della presenza cinese in Africa rappresenta evidentemente una sfida per tutto l’Occidente, ed in special modo per l’Europa, che vede progressivamente erodere l’influenza detenuta dai suoi maggiori Stati membri in un Continente che si trova davvero sull’uscio di casa. Risorse indispensabili allo sviluppo economico rischiano di prendere la via di Pechino anziché dirigersi verso i Paesi dell’Unione. Anche come mercato, l’Africa potrebbe presto essere completamente perduta, grazie alla penetrazione dei prodotti cinesi, che sono qualitativamente superiori ai beni prodotti localmente ed hanno il pregio di essere venduti a prezzi decisamente più accessibili di quelli praticati dagli europei.

La Cina ha messo le mani sul petrolio angolano e su parte significativa di quello sudanese e nigeriano. Sta inoltre sviluppando una fitta rete di clientele politiche, posto che eroga aiuti allo sviluppo consegnando manufatti “chiavi in mano” senza pretendere il rispetto di alcuna particolare condizione sotto il profilo, ad esempio, del rispetto dei diritti umani. Il Presidente dello Zimbabwe, Mugabe, viene ricevuto a Pechino con tutti gli onori, mentre gli è stato fatto divieto di porre piede in Europa a causa della sua politica di esproprio delle proprietà terriere appartenenti alla minoranza bianca del suo Paese.

Per stringere maggiormente a sé il Continente Nero, la Repubblica Popolare ha adesso in serbo due ulteriori mosse: la cancellazione di una quota pari a 10 miliardi di dollari del debito estero africano e l’apertura dei propri mercati alle esportazioni agricole provenienti dall’Africa.

Non dovrebbero a questo punto più esservi dubbi circa il fatto che la Cina aspiri a giocare un ruolo di primissimo piano nel mondo di domani. Pechino si sta candidando al rango di potenza globale, con buonapace di chi la riteneva destinata a rimanere in eterno una potenza confinata all’Estremo Oriente.

 

Si intensifica la pressione sull’Iran: manovre al largo delle coste della Repubblica Islamica

 

Un’ulteriore novità di rilievo si è prodotta nel Golfo Persico, dove è iniziata una importante esercitazione navale multinazionale nel contesto della Proliferation Security Initiative, promossa dagli Stati Uniti nell’ambito delle contromisure escogitate per rallentare o fermare del tutto la proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Il tema delle manovre, che coinvolgono anche una nave della Marina Militare italiana, presumibilmente distaccata temporaneamente dal novero di quelle che partecipano al braccio marittimo dell’Operazione Enduring Freedom, è costituito dall’arresto in mare aperto di imbarcazioni sospettate di trasportare materiale utile alla fabbricazione di ordigni nucleari.

Per quanto l’esercitazione fosse da tempo prevista e vi partecipino anche osservatori di Paesi non ostili alla Repubblica Islamica, è probabile che la presenza di navi da guerra occidentali in prossimità delle coste iraniane sia il primo tentativo di esercitare delle pressioni militari su Teheran.

Le autorità iraniane hanno per il momento reagito ostentando tranquillità e calma, anche se è evidente che l’evoluzione delle manovre viene seguita con particolare attenzione.

 

In aumento l’irritazione americana per la scelta di Roma di non sostenere la candidatura del Guatemala al seggio latino-americano nel Consiglio di Sicurezza

 

Va infine sottolineato, all’indomani dell’informativa urgente resa dal Ministro degli Esteri Massimo D’Alema alla Camera, come la scelta del Governo italiano di astenersi nel ballottaggio tra Venezuela e Guatemala per il seggio spettante all’America Latina in Consiglio di Sicurezza abbia irritato profondamente il Dipartimento di Stato americano.

A differenza di Paesi non proprio sempre allineati con Washington - come la Spagna, la Francia, la Germania, la Cina ed il Brasile - l’Italia ha rifiutato di sostenere la candidatura del Guatemala, diventando la capofila un piccolo blocco neutrale di 5-7 Stati che si sono rivelati decisivi nel precludergli la via del successo nelle prime votazioni.

E’ possibile che istruzioni simili siano state date al nostro Rappresentante Permanente all’Onu nell’intento di assicurare alla candidatura italiana il più vasto consenso possibile o di non urtare comunque la sensibilità di un Paese che produce una quota significativa del greggio mondiale. Secondo D’Alema, si sarebbe altresì tenuto conto del fatto che in Venezuela vivono 100mila elettori italiani ed oltre un milione di persone di origini italiane.

Tuttavia, a fronte di queste possibili spiegazioni, sarebbe stato opportuno considerare anche il rischio concreto di rendere progressivamente sempre più largo il divario che ci separa politicamente dagli Stati Uniti.

Non sarebbe pertanto stato fuori luogo, da parte del Ministero degli Esteri, acquisire preventivamente un indirizzo del Parlamento su una decisione di questa ampiezza. Tanto più che lo stesso D’Alema ha sostanzialmente ammesso che senza le recenti intemperanze verbali di Chavez l’Italia avrebbe persino potuto votare a favore di Caracas. C’è in effetti una deriva antioccidentale che sta affiorando sempre più prepotentemente all’interno della nostra politica estera e che meriterebbe un approfondito dibattito nel Parlamento e nel Paese.

Hugo Chavez ha ringraziato formalmente il Governo italiano per la sua scelta di astenersi, che è stata mantenuta durante tutti i primi 41 ballottaggi.

Il 30 ottobre sera, a Montecitorio, D’Alema ha dichiarato di auspicare adesso un intervento del Brasile per sbrogliare la matassa ed individuare un candidato di compromesso votabile dalla grande maggioranza dei Paesi rappresentati nell’Assemblea Generale. Per l’Italia sarebbe in effetti un’onorevole via di uscita.

Ma non è detto che questo sia l’esito dei febbrili contatti diplomatici in corso al Palazzo di Vetro. Una soluzione alternativa potrebbe essere infatti rappresentata dal contemporaneo ritiro di Caracas e dei guatemaltechi dalla competizione, rispettivamente in favore della Bolivia e del Costarica, che riproporrebbe quasi fedelmente lo stesso tipo di duello, opponendo un Paese antiamericano ad uno considerato vicino agli Stati Uniti.

In questo caso, l’Italia sarebbe nuovamente chiamata ad una scelta che per l’attuale Governo si profila particolarmente sofferta. Nell’eventualità di uno scontro tra Bolivia e Costarica non è affatto escluso che D’Alema opti per la conferma dell’astensione, favorendo in questo modo le ambizioni del Presidente “cocalero” Evo Morales, che è un’altra icona sacra dell’estrema sinistra internazionale, specialmente dopo le nazionalizzazioni operate nel settore del gas ai danni di tutte le imprese multinazionali estere operanti in Bolivia.

Naturalmente, ciò non contribuirebbe a distendere i rapporti bilaterali intrattenuti da Roma con Washington. Anzi. Per questo motivo, quanto sta avvenendo al Palazzo di Vetro è molto più importante di quanto non sembri.

Il Governo di centro-sinistra ha fatto del rilancio delle Nazioni Unite e dell’Europa le stelle polari della sua politica estera. Sta diventando sempre più chiaro che entrambi sono funzionali ad un disegno di contenimento degli Stati Uniti e frammentazione dell’Occidente. Chissà se l’opinione pubblica italiana se n’è accorta.

 

 

 

 

24 ottobre 2006

 

 

 

IL RITORNO DELL’ORSO RUSSO

L’EUROPA DI FRONTE ALLA RIEMERSIONE DELLA POTENZA DI MOSCA

INTERROGATIVI SUL CARATTERE DELLA MISSIONE UNIFIL PLUS DOPO LE ACCUSE DI PERETZ ALLA KNESSET

LA NUOVA STRATEGIA SPAZIALE AMERICANA

 

 

 

 

 

Mosca torna prepotentemente sulla scena: il significato del vertice euro-russo e l’effetto spiazzamento sulla politica italiana

 

L’evento senza dubbio più significativo degli ultimi giorni dal punto di vista della politica internazionale è il vertice euro-russo svoltosi in Finlandia lo scorso fine settimana. La rilevanza del summit del 20 ottobre a Lahti risiede nel fatto che per la prima volta è risultato evidente lo straordinario potere che la Federazione Russa è riuscita a ritagliarsi in Europa utilizzando la leva energetica.

Putin si è infatti mostrato doppiamente forte.

In primo luogo, ha rifiutato di sottoscrivere l’impegno formale a garantire le forniture energetiche che diversi Paesi dell’Unione Europea chiedevano a gran voce. La morale è che la Russia non può più essere “comprata”; è invece ormai in grado di dettare agli europei le sue condizioni. Malgrado sia stata firmata dodici anni fa proprio nella capitale russa, Mosca non provvederà per adesso a ratificare neppure la Carta Europea dell’Energia, che garantirebbe alle imprese europee il diritto di concorrere allo sfruttamento delle risorse minerarie russe.

In secondo luogo, il Presidente russo ha respinto senza troppi complimenti le critiche espresse da alcuni Stati dell’Unione in merito alla deriva autoritaria che sarebbe stata impressa dal Cremlino al sistema politico ed informativo della Federazione Russa. La Russia è stata contestata per l’assassinio di Anna Politkovskaya e Putin ha reagito stizzito, rimproverando agli europei le origini italiane della mafia e le dimensioni raggiunte dalla corruzione politica in Spagna.

Il Presidente russo si è altresì dimostrato indisponibile a raccogliere qualsiasi invito alla moderazione rivoltogli in relazione agli sviluppi della crisi in atto tra la Federazione Russa e la Georgia del Presidente Saakashvili.

Questi irrigidimenti non sono sorprendenti, ove si ricordi che la Russia controlla ormai quasi interamente le forniture del gas diretto in Europa e copre altresì parte significativa del fabbisogno petrolifero e carbonifero di un’Unione che ormai dipende da Mosca per un terzo delle sue importazioni energetiche complessive.

E’ logico che dopo anni di sostanziale impotenza geopolitica, il Cremlino adesso cerchi di far percepire ai propri interlocutori le carte di cui dispone.

La novità è probabilmente negli accenti, che tradiscono un riflesso imperiale di cui sono da tempo consapevoli i Paesi europei recentemente emancipatisi dal blocco sovietico, come le Repubbliche Baltiche, la Polonia, l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia: gli Stati che non a caso da tempo chiedono il varo di una politica energetica comune europea mirante a diversificare gli approvvigionamenti energetici del Vecchio Continente.

Putin, tuttavia, negli ultimi anni ha stabilito rapporti privilegiati con una serie di Stati chiave dell’Unione, come la Germania, la Francia, la Spagna e la stessa Italia, e se ne è servito nella recente circostanza per frammentare le controparti europee presenti al vertice finlandese. 

Va osservato come le relazioni tra Mosca e Berlino non poggino soltanto sulle intese energetiche, tra le quali spicca quella per l’allestimento del gasdotto baltico che ha indispettito soprattutto Varsavia, ma altresì sul comune interesse a ridimensionare il peso degli Stati Uniti in Eurasia. Tale valutazione sembra essere condivisa anche dalla Francia, che fin dal 2003 si è unita alla Federazione Russa ed alla Germania nel cosiddetto “Triangolo di Ekaterininburg”, sostanzialmente il fronte di nazioni che a suo tempo si pose alla testa del <<fronte del no>> all’invasione dell’Iraq.

Al terzetto, dal 2004 si è aggiunta anche la Spagna di Zapatero, mentre l’Italia di Berlusconi continuava ad intrattenere eccellenti rapporti con la Federazione Russa al di fuori di questo formato, facendo riferimento alla cornice dell’alleanza mondiale contro il terrorismo internazionale ed alla promozione dell’interscambio commerciale bilaterale.

In effetti, la sterzata autoritaria ed antiamericana compiuta da Putin aveva posto in relativo imbarazzo il Governo italiano già negli ultimi due anni della trascorsa legislatura, ed il Presidente del Consiglio aveva dovuto fare appello a non poche acrobazie per sottrarre l’Italia ad un richiamo da parte di Washington.

La situazione che si è determinata ora verosimilmente restringerà ulteriormente i margini di manovra di cui dispone il nuovo Premier Romano Prodi, perché sviluppare una politica pro-russa non è più possibile senza urtare apertamente gli Stati Uniti. Le relazioni russo-americane sono infatti giunte al punto di minimo degli ultimi quindici anni.

Washington ha mal digerito il successo della controffensiva condotta da Putin in Ucraina ed è molto preoccupata della piega che hanno preso gli avvenimenti nel Caucaso, dove la Federazione Russa minaccia di sostenere la secessione di Abkahzia ed Ossezia del Sud dalla Georgia e quest’ultima appare a sua volta intenzionata a provocare una crisi regionale di grandi dimensioni.

Non può quindi essere escluso che la diplomazia statunitense riprenda ad esercitare pressioni sui principali Paesi europei affinché rivedano gli orientamenti della propria politica estera verso la Russia. L’Italia, naturalmente, si presterebbe a questi esercizi meglio di Francia e Germania ed è quindi prevedibile che finisca con il subire le spinte più forti.

Non è un mistero per nessuno che l’attuale Presidente del Consiglio guardi a Mosca più nell’ottica dello stabilimento futuro di un ordine multipolare, cioè del superamento dell’attuale fase di supremazia americana, che in quella del mantenimento della “Grande Alleanza” contro il terrorismo, che aveva portato nel 2002 alla Dichiarazione di Pratica di Mare ed alla costituzione del Consiglio Nato-Russia.

Ma se il Presidente del Consiglio è disponibile a degli “strappi” con Washington, non altrettanto può dirsi di Massimo D’Alema, il cui primo consigliere per gli affari internazionali è Marta Dassù, un’intellettuale che proviene dall’Aspen Institute Italia e non può quindi certamente definirsi antiamericana. Non è un caso che, silente Prodi, il Ministro degli Esteri abbia reagito alle dichiarazioni di Putin sull’origine italiana della mafia sottolineando come il loro effetto principale sia stato quello di sminuire il prestigio del Presidente russo.

Sui rapporti con la Russia, il Governo di centro-sinistra potrebbe quindi essere molto meno compatto di quanto sembri.

Qualcosa di antico bolle forse nella pentola del centro-sinistra: nel 1998 fu infatti D’Alema a riallineare Roma all’America, assicurando la partecipazione italiana alla guerra per il Kosovo in cui Prodi riluttava ad impegnarsi. E lo fece dopo aver beneficiato del complotto che otto anni fa pose fine alla prima esperienza dell’attuale Presidente del Consiglio a Palazzo Chigi.

Scossoni sono pertanto probabilmente in vista. Degli assestamenti sono peraltro da mettere in preventivo anche nel centro-destra, che potrebbe essere indotto per le medesime ragioni ad uniformarsi anch’esso alla svelta alle nuove posizioni di Washington, rinnegando le aperture fatte a Mosca negli anni scorsi.

 

Unifil Plus sbilanciata contro Israele? I dubbi di Peretz, la reazione di Pellegrini ed il silenzio dell’Italia

 

Un altro elemento potenzialmente gravido di conseguenze emerso negli ultimi giorni si collega agli sviluppi della situazione in Libano.

Martedì 17 ottobre, il Ministro della Difesa israeliano Peretz ha denunciato presso la Commissione Esteri e Difesa della Knesset il pericolo che l’Unifil, ed in particolare la sua componente francese, possa assumere iniziative ostili nei confronti degli aerei di Tel Aviv incaricati di controllare che gli Hezbollah non ricevano materiali d’armamento.

Tre giorni dopo, a dar forza a questi sospetti è stato lo stesso comandante dell’Unifil Plus, il generale francese Alain Pellegrini, paventando la possibilità che le forze multinazionali pongano fine ai sorvoli israeliani assumendo un atteggiamento più aggressivo.

Secondo Pellegrini, i caschi blu potrebbero in futuro anche ricorrere al lancio di missili contro gli aerei israeliani, una volta ottenuto l’ulteriore irrigidimento delle regole di ingaggio, che già autorizzano i soldati di Unifil Plus ad impiegare preventivamente una forza letale per respingere una minaccia giudicata imminente, ma non ad abbattere gli aerei che sorvolino il contingente multinazionale.

Rispetto a questa sortita, fatta da Pellegrini il 20 ottobre durante una conferenza stampa svoltasi al Palazzo di Vetro, non si è registrata alcuna presa di distanza da parte dei Governi dei Paesi che contribuiscono con proprie truppe al contingente multinazionale. Neanche da quello italiano, che è già stato messo sulla difensiva dalle insinuazioni che vorrebbero la Difesa italiana sul punto di vendere dei missili antiaerei Aster-15 alle forze armate libanesi.

Anzi, lo stesso 20 ottobre, Chirac è di fatto sceso in campo a coprire Pellegrini, chiedendo l’immediata cessazione delle ricognizioni israeliane. Lo stesso giorno si è fatto sentire anche il Ministro della Difesa francese, Michele Alliot-Marie, definendo “estremamente pericolose” le attività dell’aviazione di Gerusalemme contestate da Pellegrini, potendo “essere interpretate come ostili dalle forze della coalizione” e quindi provocare reazioni “nel quadro della legittima difesa” che costituirebbero evidentemente incidenti gravi.

Peretz ha in ogni caso confermato il 22 ottobre che l’Aeronautica israeliana proseguirà la sua attività di controllo, in quanto soddisfa esigenze vitali della politica di sicurezza nazionale israeliana e risultano comunque in corso illegali trasferimenti di materiali d’armamento dalla Siria agli Hezbollah.

Soltanto ieri, 23 ottobre, Pellegrini ha ritenuto opportuno fare una parziale marcia indietro, affermando che l’Unifil non aprirà il fuoco contro gli aerei israeliani. Almeno per adesso, fortunatamente, è stata quindi scongiurata una crisi militare franco-israeliana che difficilmente ci avrebbe risparmiato.

Resta però l’inquietante precedente, spia sintomatica di uno stato d’animo non proprio sereno dei militari Unifil nei confronti di Tel Aviv.

 

Resa nota la nuova Strategia Spaziale degli Stati Uniti

 

Merita infine di essere segnalata, se non altro per il clamore che ha suscitato, la pubblicazione di alcuni stralci della nuova Strategia Spaziale firmata dal Presidente Bush. La caratteristica fondamentale del documento è quella di estendere il concetto di pre-emption anche allo spazio extra-atmosferico: Washington si riserva unilateralmente il diritto di controllare militarmente quanto accade tra le stelle a nome e per conto del resto del pianeta.

La nuova dottrina rappresenta una significativa svolta rispetto al testo precedente in materia, adottato esattamente dieci anni fa dall’Amministrazione Clinton in un contesto internazionale profondamente differente.

Naturalmente, il bersaglio della nuova strategia è la Cina, che ha già inviato propri uomini nello spazio e si accinge a pianificare l’invio di suoi astronauti sulla Luna. Entrando da protagonista nello spazio, infatti, Pechino potrebbe con il tempo compromettere quell’assoluta supremazia aerospaziale americana che è una delle chiavi del vantaggio militare detenuto dagli Stati Uniti nel mondo.

L’impiego dello spazio a fini militari, invece, non costituisce una novità. Lo spazio era già stato significativamente militarizzato all’epoca della Guerra Fredda. Inoltre, è ampiamente noto il fatto che molte delle bombe utilizzate dagli americani nel corso della campagna per il Kosovo e per la conquista di Iraq ed Afghanistan vennero guidate sugli obiettivi direttamente dai satelliti.

Nessuno scandalo, quindi. Solo un altro segno dei tempi che mutano. Washington è costretta a ricordare le basi aerospaziali della sua supremazia militare perché in prospettiva c’è chi potrebbe gettare il guanto di sfida. Ed è bene esserne consapevoli.

 

 

17 ottobre 2006

 

 

LE CONSEGUENZE DEL TEST NUCLEARE NORD-COREANO

IL RAPIMENTO DI TORSELLO IN AFGHANISTAN ED IL SUCCESSO ITALIANO ALLE NAZIONI UNITE. ROMA NEUTRALE TRA VENEZUELA E GUATEMALA

 

 

 

 

 

 

Dopo il test del 9 ottobre

 

Alla fine, le minacce della comunità internazionale non sono bastate a dissuadere Pyongyang dal procedere all’effettuazione di un’esplosione atomica sperimentale. Il 9 ottobre, in una località situata nel Nord del Paese, la Corea comunista ha in effetti fatto esplodere un ordigno rudimentale sulla cui natura soltanto nell’ultima settimana è stato possibile ottenere un po’ di chiarezza.

La detonazione, in effetti, è risultata di potenza alquanto ridotta e per molti giorni si è sospettato un tentativo di mascherare come test atomico un’esplosione di tipo convenzionale. L’incertezza è stata dissipata soltanto da alcune rilevazioni condotte dagli americani, che hanno finalmente rilevato delle tracce di radioattività in prossimità del sito scelto dai nordcoreani per condurre l’esperimento.

Se è certo che un’esplosione atomica ha avuto luogo nelle profondità di una miniera di carbone in disuso, dubbi sussistono sull’effettivo successo ottenuto dal test. In Occidente, infatti, la ridotta portata della bomba esplosa corrisponderebbe a quella di un ordigno miniaturizzato, del genere sviluppato dalle superpotenze e dagli israeliani in funzione delle particolari esigenze operative del teatro europeo e mediorientale. Ma alla realizzazione di mini-testate del genere anzidetto occorrerebbero tecnologie che di certo la Corea del Nord non possiede. E’ quindi verosimile l’ipotesi di un parziale fallimento.

Proprio per questo motivo, a dispetto delle blande sanzioni imposte contro Pyongyang dalle Nazioni Unite, è altamente probabile un nuovo esperimento, che faccia giustizia delle illazioni e delle stesse incertezze della dirigenza comunista nord-coreana circa la potenza delle armi atomiche acquisite.

La trasformazione della Corea del Nord in una potenza atomica militare dichiarata ha comunque già dispiegato effetti significativi. Il primo Paese a reagire è stato il Giappone, il cui nuovo Premier, Shinzo Abe, ha messo da parte anni di sollecitazioni nazionaliste per recarsi in Cina e Corea del Sud e mettere a punto una strategia regionale di contenimento del regime di Pyongyang. Tokyo ha altresì ottenuto un rafforzamento delle difese antimissilistiche americane sul suolo nipponico, mentre sono state per il momento respinte all’esterno del mondo politico nipponico le proposte più radicali che suggerivano un ricorso del Giappone agli attacchi preventivi od il varo di un programma nazionale di riarmo nucleare.

Malgrado le pressioni delle Nazioni Unite, la Corea del Nord non rinuncerà al proprio arsenale. E’ invece probabile che prosegua sulla strada che l’ha condotta a testare sia i nuovi ordigni che i sistemi missilistici destinati a minacciare il Giappone e gli Stati Uniti. Va comunque sottolineato come Pyongyang sia ancora molto lontana dal disporre di un vettore affidabile e capace di colpire la costa occidentale americana. Anche ammesso che gli esperimenti atomici siano coronati da successo, inoltre, occorreranno diversi anni perché la Corea del Nord venga in possesso della tecnologia necessaria alla produzione di vere e proprie testate atomiche trasportabili da missili.

Restano ancora oscuri i motivi per i quali la Corea del Nord ha nuovamente sfidato il mondo. Il corrispondente de <<La Stampa>> da Pechino, Francesco Sisci, ritiene che l’esperimento nord-coreano sia servito a Kim Jong Il a scongiurare l’ipotesi di un colpo di stato militare ispirato da Pechino ai suoi danni: una tesi suggestiva, che potrebbe riflettere la constatata percezione cinese di un imbarazzo crescente per la politica del proprio vicino. Non sono tuttavia da escludersi altre possibilità. La dirigenza nord-coreana potrebbe ad esempio aver pensato allo status di potenza atomica per forzare il Giappone a dotarsi a sua volta di armi nucleari e quindi generare i presupposti per un riavvicinamento sino-russo-nordcoreano che rafforzerebbe notevolmente Pyongyang.

Si tratterebbe di una strategia tutt’altro che stupida, come prova la circostanza che siano state proprio Mosca e Pechino ad ammorbidire la Risoluzione adottata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord.

Lo scontro conviene a Kim Jong Il. Nella peggiore delle ipotesi, infatti, costringe Russia e Cina a sostenere Pyongyang di fronte all’Occidente. Nella migliore, provocherebbe  l’ulteriore frammentazione del panorama geostrategico complessivo, perché se il Giappone si riarmasse gli Stati Uniti si troverebbero presto o tardi ad essere emarginati anche dalla porzione estremo-orientale dell’Eurasia. 

 

Il rapimento di Gabriele Torsello in Afghanistan

 

Persino più nebulosa della vicenda del test atomico nord-coreano sembra quella relativa al rapimento avvenuto il 14 ottobre scorso nell’Afghanistan meridionale del fotoreporter italiano Gabriele Torsello, che mostra non poche somiglianze con il sequestro di Clementina Cantoni.

In entrambe le circostanze, infatti, sono state colpite persone il cui destino dovrebbe specialmente interessare il mondo dei movimenti pacifisti e di coloro che si oppongono pregiudizialmente all’impiego della forza nel contesto della lotta al terrorismo internazionale, rafforzando nel nostro Paese il fronte dei favorevoli al ritiro dall’Afghanistan. La Cantoni era una volontaria cooperante, mentre Torsello è un free-lance convertito all’Islam.

Come nel caso di Clementina Cantoni, è altamente probabile che il rapimento di Torsello sia maturato nel mondo della criminalità organizzata afghana, che tuttavia intrattiene con il movimento talebano importanti contatti, specialmente nelle Province meridionali del Paese dove è avvenuto il sequestro e vengono congiuntamente gestite la coltivazione e l’esportazione dell’oppio.

Il portavoce del movimento talebano ha negato ad ogni buon conto il coinvolgimento dei seguaci del Mullah Omar nel rapimento e dello stesso avviso si sono mostrati anche gli investigatori vicini al Governo di Karzai, che propendono ancora per la pista della criminalità ordinaria.

Finora, in effetti, la guerriglia afghana non ha mai fatto ricorso alle strategie asimmetriche adottate dai ribelli iracheni per volgere a loro vantaggio la presenza sul terreno delle principali emittenti televisive mondiali. Al contrario, i talebani ed i jihadisti vicini a Bin Laden hanno piuttosto combattuto fino ad adesso una guerra di guerriglia di tipo tradizionale, mirante a contendere al Governo di Kabul ed alla Nato il controllo fisico del territorio nonché ad usurare progressivamente la volontà occidentale di rimanere in Afghanistan attraverso la moltiplicazione delle imboscate e degli scontri.

Non è detto però che lo scenario non cambi.

I talebani hanno permesso alle troupes di Al Jazeera di filmare alcuni dei propri attacchi di maggior successo ai danni delle unità statunitensi impegnate in Enduring Freedom, poi mostrati nel corso di un lungo reportage lo scorso mese. E più recentemente si sono moltiplicate le interviste concesse dai capi fondamentalisti ribelli ai giornalisti della carta stampata. In una delle più recenti, pubblicata da <<L’Espresso>> la scorsa settimana, un esponente della guerriglia ha esplicitamente fatto riferimento alla volontà dei talebani e dei loro alleati di cominciare a colpire selettivamente i Paesi Nato presenti in Afghanistan, nell’intento di accelerare la scelta del ritiro da parte dei Governi ritenuti meno solidi nella propria volontà di confermare il loro impegno.

L’evoluzione del sequestro Torsello va quindi attentamente monitorata non soltanto dal punto di vista umano, ma come possibile punto di avvio di una nuova fase del conflitto afgano.

 

L’Italia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Nella lotta tra Venezuela e Guatemala con chi sta Roma? 

 

Va infine segnalato il successo colto dalla diplomazia italiana al Palazzo di Vetro. Ieri, infatti, l’Italia è riuscita ad aggiudicarsi con ampi consensi uno dei posti a rotazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. I voti favorevoli alla candidatura italiana sono stati 186 sui 192 disponibili nell’Assemblea Generale, diciannove in più di quelli ottenuti nel 1994, quando però a votare erano 170 Paesi.

Entreranno altresì nel Consiglio di Sicurezza il Sudafrica, che ha riscosso la medesima quantità di preferenze, il Belgio, fermatosi a quota 180 e l’Indonesia che ne ha avute 158. Nulla di fatto, invece, almeno per ora, nella battaglia che oppone per il seggio latino-americano il Guatemala sostenuto dagli Stati Uniti al Venezuela del turbolento Chavez.

Circostanza degna di nota, su input del Governo di Roma, l’Ambasciatore italiano alle Nazioni Unite non si è espresso per alcuno dei due Paesi candidati, un gesto che è stato forse compiuto per ingraziare all’Italia le simpatie dei sostenitori di Caracas, mentre per il Guatemala si sono da subito espressi Spagna, Gran Bretagna e Germania. Se lo stallo dovesse persistere tra i due antagonisti latino-americani, è verosimile che finisca con l’affacciarsi una terza candidatura di compromesso, per la quale si fanno già i nomi dell’Uruguay, del Cile e del Messico. Non sarebbe male se il Parlamento venisse informato dal Governo circa le istruzioni che sta dando in merito alla nostra Rappresentanza permanente al Palazzo di Vetro.

Nelle prime tre votazioni, comunque, il Guatemala è passato da 109 a 116 voti, prima di scendere a 110, 103 e quindi 93, mentre parallelamente aumentavano i consensi per Caracas. Alla sesta votazione, il Venezuela è riuscito a raggranellare 93 preferenze. Poi, la forbice ha ripreso a divaricarsi in favore del Guatemala. Pare che si andrà avanti ad oltranza, nella speranza che la fumata bianca giunga prima dei 155 scrutini che furono necessari nel 1979 per fermare la candidatura cubana alla quale si contrapponeva quella della Colombia.

Certo è che anche da questi segnali si intravede un cambiamento di fondo degli orientamenti della politica estera italiana, che è adesso notevolmente meno filoamericana e marcatamente “multipolarista” e pro-europea.

Marcello Spatafora, a nome della diplomazia italiana, ha fin d’ora annunciato di voler intensificare il coordinamento con Francia e Gran Bretagna, per dare un più netto profilo “comunitario” alla presenza italiana nel Consiglio di Sicurezza.

L’entrata dell’Italia si perfezionerà formalmente il prossimo Primo Gennaio e metterà nelle mani della Farnesina delle carte che il Governo della Casa delle Libertà non ebbe mai a disposizione nei momenti più difficili della passata legislatura.

 

 

6 ottobre 2006

 

 

 

VENTI DI CRISI NEL CAUCASO ED IN ESTREMO ORIENTE

MENTRE LA NATO ASSUME IL CONTROLLO DELL’INTERO TERRITORIO AFGHANO

 

 

 

 

Si approfondisce la crisi russo-georgiana

 

La settimana che si va concludendo propone spunti di grande interesse, seppure in aree remote dal punto di vista italiano.

Il primo teatro a meritare menzione è certamente il Caucaso, dove si sta aggravando la crisi che da tempo oppone la Georgia alla Russia.

Occorre dire che i rapporti tra Mosca e Tbilisi non sono mai stati eccellenti dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica.

Molti fattori hanno influito a provocare il progressivo deterioramento delle relazioni bilaterali già al tempo della Presidenza Shevarnadze, primo fra tutti lo scarso impegno dimostrato dalla Georgia nel contenere l’infiltrazione di guerriglieri ceceni nella Gola di Pankisi. Ma i problemi maggiori tra i due Paesi derivano dal fatto che la Federazione Russa non intende rinunciare alla possibilità di esercitare una propria influenza sullo Stato che diede i natali a Stalin, soprattutto adesso che è divenuto strategicamente cruciale sia come ponte verso il Medio Oriente sia in quanto crocevia dei corridoi energetici allestiti tra il Mar Caspio ed il Mediterraneo. La Georgia è infatti attraversata sia dall’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan che dal tracciato del gasdotto Baku-Tbilisi-Erzerum.

Per tenere sotto scacco Tbilisi, Mosca ha favorito fin dagli anni novanta la secessione di fatto dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud – due regioni che si trovano, rispettivamente, sul Mar Nero e nella sezione centrale della frontiera russo-georgiana. Al principio di questo decennio, i russi hanno invece dato un apporto decisivo alla caduta di Shevarnadze, verosimilmente nella speranza di consentire l’avvento al potere di una personalità meno invisa al Cremlino.

E’ invece capitato che dalle convulse vicende dell’autunno del 2003 sia emersa la personalità di Mikheil Saakashvili, il cui successo ha condotto al potere un Governo di impronta liberale che persegue l’obiettivo della duplice integrazione della Georgia nella Nato e nell’Unione Europea.

Se la prospettiva di un ingresso della Georgia nell’Europa comunitaria è sempre apparsa remota, stanti l’arretratezza economica di Tbilisi e le permanenti incertezze circa l’effettiva identità geopolitica del Paese, l’ipotesi di un’accessione georgiana all’Alleanza Atlantica si è fatta progressivamente più concreta nel corso degli ultimi anni, grazie al sostegno assicurato dall’Amministrazione Bush.

Saakashvili ha ottenuto recentemente l’avvio del cosiddetto “Dialogo Intensificato”, il penultimo passo che precede l’avvio formale delle procedure per l’associazione di un Paese candidato alla Nato, e si sta battendo per pervenire alla concessione del cosiddetto Membership Action Plan, dopo il quale l’ingresso nell’Alleanza è una certezza.

L’attuale Governo georgiano si ritiene minacciato dalla Federazione Russa e ritiene che soltanto entrando nella Nato Tbilisi sia in grado di negoziare con Mosca il recupero della piena sovranità sulle regioni secessioniste dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud.

Tuttavia, per sua natura, l’Alleanza Atlantica tende ad esportare stabilità piuttosto che importare instabilità, ed è quindi improbabile che la candidatura georgiana, seppur fortemente sostenuta dal Pentagono e dal Dipartimento di Stato americano, possa essere accolta fintantoché rimarrà aperto un contenzioso tra Tbilisi e Mosca.

Probabilmente, la crescita delle tensioni tra Federazione Russa e Georgia è in parte proprio il risultato di una strategia del Cremlino che mira a rendere più difficoltosa la strada dell’accessione di Tbilisi all’Alleanza Atlantica.

Mosca protegge con propri peace-keepers l’indipendenza di fatto ell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud ed ora spinge sull’acceleratore, accordando il suo sostegno al proposito degli osseti di indire un referendum sull’autodeterminazione simile a quello appena celebratosi in Transnistria.

Dal canto suo, Saakashvili ha denunciato alle Nazioni Unite il tentativo russo di annettere alla Federazione le due regioni separatiste. Nelle ultime settimane, l’evidente volontà delle parti di drammatizzare lo scontro ha condotto ad una serie di incidenti e ritorsioni di cui ancora non s’intravede la fine. Dopo aver chiuso le frontiere ai vini ed all’acqua minerale georgiana, i russi adesso hanno decretato un embargo completo delle comunicazioni, interrompendo i collegamenti stradali, ferroviari, aerei e postali con la Georgia.

Dal canto loro, i georgiani hanno proceduto all’arresto di quattro ufficiali russi, sospettati di appartenere ai servizi del Cremlino e colti in flagrante mentre pagavano degli informatori, cosa che ha provocato movimenti delle truppe ai confini ed un’escalation delle intemperanze verbali.

Nel trambusto che ne è seguito, Mosca ha portato a casa un importante risultato: la neutralità della Nato, il cui Segretario Generale De Hoop Scheffer non ha esitato a bollare l’intera vicenda come una questione bilaterale russo-georgiana nella quale l’Alleanza Atlantica non può giocare alcun ruolo. Non male.

Da quello che è dato di comprendere, Saakashvili è ora rimasto sostanzialmente solo, e quindi nell’impossibilità di negoziare da posizioni di forza. Può contare tuttora sull’amicizia degli Stati Uniti e di numerosi Paesi europei, specialmente del vecchio blocco orientale, ma è un fatto che il tentativo di Bush di intercedere per la Georgia presso Putin si è risolto in un fiasco.

Non è a questo punto da escludere che Tbilisi faccia un passo indietro. Saakashvili potrebbe perdere gran parte dell’interesse finora nutrito nei confronti dell’integrazione euro-atlantica, ad esempio. Non dovrebbe essere esclusa neppure la possibilità di un rovesciamento del regime insediatosi dopo la Rivoluzione delle Rose, esattamente come è accaduto in Ucraina, dove Yanukovich è tornato al potere ed il Presidente Yushenko è finito all’opposizione.

Nei mesi scorsi, la Georgia ha cercato sponde anche nell’attuale maggioranza di Governo italiana. Ma il Vicepremier Giorgy Baramidze ha trovato ben poche orecchie sensibili al suo messaggio. Praticamente solo quelle della Bonino e della sua Rosa nel Pugno.

Per Prodi e D’Alema, in effetti, la Russia è un partner troppo importante nella prospettiva del ridimensionamento dell’influenza americana sull’Eurasia per poter mettere a repentaglio la relazione bilaterale sul dossier georgiano. 

 

Intanto la Corea del Nord marcia verso il suo primo test nucleare

 

Nel frattempo, in Estremo Oriente, è tornata a farsi sentire, e rumorosamente, la Corea del Nord, annunciando la prossima effettuazione di un test atomico che comproverebbe senza più alcuna ombra di dubbio la trasformazione del Paese in una potenza nucleare.

La diplomazia internazionale è al lavoro per cercare di fermare Pyongyang, ma è più che dubbio che gli sforzi possano giungere ad un risultato decisivo. Vale la pena di chiedersi perché sia così importante per gli equilibri planetari questa scelta discutibile del regime nord-coreano.

In effetti, l’impatto di un’esplosione atomica sperimentale nord-coreana sarebbe notevole e produrrebbe conseguenze ad almeno due livelli differenti.

In primo luogo, il test potrebbe spingere il Giappone sulla via del riarmo nucleare militare, un evento di portata epocale che farebbe dell’Impero del Sol Levante una potenza geopolitica di prima grandezza. Alcuni ministri di Tokyo, anni or sono, adombrarono la possibilità che il Giappone operasse un attacco preventivo per privare la Corea del Nord del suo nascente deterrente nucleare, ma è difficile che il nuovo Premier Abe sia disponibile a percorrere davvero questa strada, affrontando le conseguenze politiche del caso. I timori dei giapponesi sono tuttavia reali, traendo la loro origine in una serie di sorvoli intimidatori di alcuni vettori nord-coreani a lunga gittata sui cieli dell’arcipelago nipponico.

Qualora Pyongyang facesse effettivamente esplodere un ordigno sperimentale con successo, la Difesa nipponica intensificherebbe di certo gli investimenti nelle protezioni antimissilistiche. Ma non è da escludere che, in caso di test atomico coreano, Tokyo ricorra anche all’acquisizione di un proprio deterrente, adottando quindi una strategia dissuasiva simile a quella che venne fatta propria dalla Nato negli anni cinquanta, fondata sulla minaccia della rappresaglia massiccia.

Gli effetti sarebbero ancor più dirompenti. Si ritiene infatti che Tokyo possa rapidamente produrre migliaia di testate suscettibili di impiego bellico. E se il Giappone divenisse una grande potenza nucleare, le percezioni di sicurezza cinesi si deteriorerebbero sensibilmente a loro volta, innescando una corsa agli armamenti dall’esito imprevedibile, mentre il peso statunitense nella regione estremo-orientale diminuirebbe rapidamente.

In secondo luogo, l’eventuale successo di Pyongyang incoraggerebbe di certo anche altri Paesi che aspirano a dotarsi di armi nucleari, dall’Iran al Brasile, dall’Egitto all’Arabia Saudita, rendendo diverse regioni geopolitiche del pianeta assai più pericolose, Mediterraneo incluso.

Ecco perché la bomba nord-coreana ci riguarda tutti, a dispetto delle distanze che ci separano da Pyongyang.

 

L’Isaf assume anche il controllo delle regioni orientali dell’Afghanistan

 

Infine, va sottolineato come giovedì 5 ottobre l’Isaf abbia assunto il controllo delle operazioni di stabilizzazione anche nelle Province Orientali dell’Afghanistan dove in precedenza operavano solo i soldati appartenenti ad Enduring Freedom.

Per effetto di questo passaggio di consegne, sotto il comando atlantico sono finiti circa 12mila militari americani, mentre altri ottomila sono rimasti sotto il controllo diretto del Pentagono, che li continuerà ad utilizzare nella ricerca di Bin Laden e dei suoi seguaci. 

Occorre dire che l’allargamento all’intero Afghanistan dell’area di competenza della missione Nato avrà importanti implicazioni per il carattere complessivo dell’operazione. Tanto nelle Province Meridionali quanto in quelle Orientali del Paese sono infatti in corso da mesi pesanti scontri a fuoco, a causa della presenza di forti unità talebane. Il rischio che le truppe Nato divengano ora forze di combattimento impegnate nella repressione dell’insurrezione talebana è notevolissimo.

L’equivoco sull’attuale natura dell’Isaf è destinato a venire rapidamente al pettine, anche perché con la transizione di 12mila loro soldati sotto le insegne atlantiche è presumibile che l’atteggiamento degli Stati Uniti si modificherà sensibilmente anche presso le istituzioni Nato. Washington chiederà a tutti gli alleati di adottare atteggiamenti e regole d’ingaggio più aggressive, se possibile rimuovendo gli ostacoli che diversi Stati frappongono all’impiego delle rispettive truppe in zone diverse da quelle originarie. La campana potrebbe quindi suonare anche per l’Italia e la sua fragile compagine di Governo, costringendola anzitempo a scelte difficili.

Il generale Jones, Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, ritiene che nessuna vittoria militare sia in vista in Afghanistan. La lotta è quindi destinata a durare e forse inasprirsi.

Il 2007 potrebbe quindi essere l’anno in cui Roma getta la spugna. Le avvisaglie non mancano. Nel Disegno di Legge Finanziaria è stato inserito un articolo che stanzia per le missioni di pace un miliardo di euro per i prossimi dodici mesi: una cifra insufficiente ad alimentare l’impegno afgano, stanti gli oneri da sostenere in Libano. Malgrado ciò, il Governo ne ha annunciato il ritiro. L’estrema sinistra non è disponibile a concedere alcuna delega in bianco ed ha quindi chiesto di poter decidere caso per caso quando sarà il momento. Cosa questo possa voler dire per la nostra presenza in Isaf è facile intuirlo.

 

28 settembre 2006

 

 

L’AFGHANISTAN: PROBLEMA SEMPRE PIU’ SERIO

PER LA NATO E PER IL GOVERNO PRODI

 

 

 

L’offensiva talebana del 2006 mette a nudo i limiti del processo di stabilizzazione

 

L’Afghanistan sta purtroppo conquistando sempre più frequentemente l’attenzione dei media italiani ed internazionali. La ragione risiede nel fatto che le cose non stanno andando per il verso giusto. In realtà, è dalla tarda estate del 2005 che si osserva una recrudescenza delle attività della guerriglia neotalebana. Ma quest’anno la scala delle incursioni e dei combattimenti è notevolmente aumentata al punto che ormai si osservano formazioni di ribelli delle dimensioni di veri e propri battaglioni.

Il 30% del territorio afgano è sotto il controllo diretto dei talebani ed una porzione persino maggiore è esposta alle incursioni saltuarie che i nostalgici del Mullah Omar compiuno al di là della propria zona a più forte radicamento. Sono entrati nel mirino i dintorni di Kabul e la gran parte della regione occidentale che gravita su Herat ed è di fatto completamente priva di ostacoli naturali all’avanzata di truppe dalle aree meridionali nei pressi di Kandahar.

Dal punto di vista della conduzione delle operazioni di stabilizzazione, l’Afghanistan è stato diviso in quattro parti, rozzamente assimilabili ai quadranti di un orologio. La Nato ne sta assumendo la responsabilità progressivamente. E’ uscita un paio di anni fa da Kabul, per occuparsi delle Province settentrionali afgane dove risiedono uzbeki, tagiki e gli sciiti di etnia hazara ed è stata successivamente chiamata a gestire anche la regione occidentale del Paese, quella che confina con l’Iran ed il Turkmenistan. Dallo scorso luglio, infine, le truppe atlantiche dell’ISAF operano anche nel difficile settore meridionale, fino ad allora occupato dai militari americani e dei Paesi parte dell’Operazione Enduring Freedom a guida statunitense.

Prima di cedere le Province del Sud alla Nato, gli americani hanno tentato con massicce operazioni di ripulire la zona, ma i loro sforzi non sono approdati a risultati significativi. Conseguentemente, i soldati dell’ISAF sono adesso impegnati in vere e proprie attività di antiguerriglia, che implicano la frequente esposizione al combattimento. Ufficiali britannici che hanno potuto avere dei colloqui con la stampa hanno parlato al riguardo di scontri che avrebbero intensità paragonabile a quelli della guerra di Corea.

Le perdite sono elevate e diventano ancora maggiori quando alle battaglie vere e proprie tra talebani e militari Nato si aggiungano le imboscate tese negli ultimi giorni e gli attentati suicidi che stanno insanguinando persino le città dell’Afghanistan centro-settentrionale.

A Bruxelles è scattato l’allarme rosso. Il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa, da cui in ultima istanza dipendono i soldati rischierati in Afghanistan, ha fatto presente che gli attuali livelli di forza sono insoddisfacenti, chiedendo più truppe e la rimozione delle restrizioni poste dai vari Stati all’impiego delle proprie truppe. Qualche capitale ha promesso rinforzi, altre hanno nicchiato. In un caso, quello dell’Australia, il Governo ha annunciato il ritiro delle forze speciali che si battono fianco a fianco con quelle dei Paesi Nato e la loro sostituzione con genieri ed unità da retrovia.

C’è uno stallo evidente, di cui si è reso conto anche il Presidente afgano Hamid Karzai, che ha incrociato una polemica a distanza con il Presidente pakistano Pervez Musharraf, reo a suo parere di non fare abbastanza contro Al Qaeda ed i neotalebani. Musharraf ha respinto le accuse al mittente, ma è un fatto che il suo Governo abbia di fatto stipulato un patto di non aggressione con le tribù pashtun del Waziristan e della Provincia Nord Occidentale, considerate da tutti collaterali ai talebani.

 

La radice dei problemi

 

Il sostegno accordato di fatto dal Pakistan alla guerriglia è certamente l’elemento più negativo determinatosi nel contesto regionale entro il quale si sta svolgendo la vicenda afghana. Perché se il Pakistan funge da zona di rigenerazione delle forze islamiste, è evidente che della guerriglia non potrà facilmente venirsi a capo in tempi brevi. Non facilita le cose neppure il fatto che i talebani abbiano assunto il controllo della produzione e del traffico di oppiacei in larga parte dell’Afghanistan, riproponendo un altro elemento delle dinamiche che li portarono al successo contro l’Alleanza del Nord nel 1996. 

Dalla droga, infatti, adesso vengono i soldi per pagare i miliziani e per acquistare le armi, oltre che delle fonti di sussistenza per coloro che dall’aiuto internazionale hanno ricevuto poco o nulla nei trascorsi quattro anni.

Ci si interroga se in Afghanistan si stia assistendo ad una ripetizione del jihad combattuto dai mujaheddin negli anni ottanta del secolo scorso. Fortunatamente, sono presenti oggi solo alcuni degli elementi che contraddistinsero quella lotta. Gli afgani non sono tutti uniti contro gli occidentali che li hanno liberati dal regime del Mullah Omar. E’ tuttavia un fatto che la gran parte dei valori promossi dopo l’invasione dell’autunno del 2001 stenta a farsi largo, esattamente come capitò ai sovietici, che si trovarono tutta la popolazione afgana contro non appena venne emanata una legge sull’istruzione obbligatoria che concerneva anche le bambine. Allo stesso modo, non vi è dubbio che la guerriglia, oggi come allora si giovi di un importante sostegno esterno.

Il confronto si profila di lunga durata. Nessun successo immediato o a breve termine è in vista. E a mano a mano che l’orizzonte temporale dei combattimenti si allunga, cresce la possibilità di una sconfitta.

 

L’impatto sul Governo italiano

 

L’attuale maggioranza di centro-sinistra in Italia è certamente fra gli anelli più deboli di questa catena, posto che non pare in alcun modo in grado di sopportare politicamente un impegno militare di alto profilo e lunga durata sul teatro centro-asiatico. Nella settimana che si sta concludendo, due attacchi che hanno complessivamente causato la perdita di un alpino ed il ferimento di altri sette hanno provocato non soltanto la reiterazione degli appelli al ritiro da parte di Verdi, Cossuttiani e Rifondazione, ma l’innesco di una riflessione anche all’interno dei Ds sulla strategia complessiva della Nato in Afghansitan.

Tutto questo capita mentre si moltiplicano le indiscrezioni relative all’impiego di soldati italiani in azioni di combattimento nelle Province Occidentali afgane, ormai raggiunte dalle avanguardie talebane, e si parla sempre più frequentemente di un utilizzo delle forze speciali italiane anche al di fuori delle aree dove è nota la presenza di nostri distaccamenti.

Aumentando le perdite, è prevedibile che cresceranno le tensioni. Il Governo dovrà sacrificare il proprio ruolo nella Nato oppure modificare in qualche modo la sua maggioranza: una scelta che di sicuro non entusiasma il Ministro D’Alema ed ancor meno quello della Difesa Parisi.

Occorre dire che i soldati italiani non sono al debutto in operazioni combat sul suolo afgano. Hanno fatto parte in passato di Enduring Freedom con un paio di contingenti alpini basati a Khost (Nibbio 1 e 2). Attualmente, tuttavia, l’esecutivo è tenuto a rispettare un voto d’indirizzo del Parlamento che sbarra la strada a qualsiasi forma di impiego dei nostri uomini in scontri a fuoco. 

Quanto alla disposizione del nostro contingente, gli unici militari attivi in Afghanistan si trovano alle dipendenze della Nato: a Kabul e ad Herat. E’ degno di nota il fatto che, anche dopo la cessazione del turno di comando italiano sull’intera ISAF a maggio, il nostro Paese abbia conservato il controllo del cosiddetto RAC West, il comando competente sull’Afghanistan occidentale al quale è preposto il generale Derrico.

 

 

20 settembre 2006

 

 

GLI SVILUPPI DELLA CRISI ISLAMO-CATTOLICA,

LA VISITA DI PRODI IN CINA E LE RIPERCUSSIONI INTERNE DELLE CRESCENTI DIFFICOLTA’ IN AFGHANISTAN

 

 

 

Gli sviluppi della crisi innescata dal discorso di Benedetto XVI a Ratisbona

 

Non vi è dubbio che a dominare la settimana appena trascorsa siano stati gli sviluppi della crisi innescata dal discorso tenuto all’Università di Ratisbona da Papa Benedetto XVI.

Sia l’Islam ufficiale che le frange più vicine al mondo del fondamentalismo e del jihadismo internazionale hanno duramente condannato l’intervento di Ratzinger, l’uno reclamando ritrattazioni, le altre invitando i loro adepti all’azione violenta. Ne sono scaturiti attacchi a siti religiosi, intimidazioni e, da ultimo, l’assassinio di una religiosa piacentina in Somalia.

Di fronte ai gravi rischi cui si sono rapidamente trovati esposti i cristiani in Medio Oriente, Benedetto XVI ha ritenuto sia domenica scorsa che stamattina, in occasione della tradizionale udienza del mercoledì, di dover precisare il senso delle sue parole, sottolineando come la lectio magistralis di Regensburg fosse stata fraintesa e contenesse in realtà un invito al dialogo interreligioso basato sulla ragione.

Sono state altresì annunciate ulteriori iniziative della diplomazia vaticana, appena rinnovata ai vertici, per appianare i contrasti. Si parla, in particolare, di un evento che dovrebbe coinvolgere tutti gli Ambasciatori dei Paesi maggioritariamente musulmani accreditati presso la Santa Sede.

Le reazioni dei vertici della Chiesa cattolica si prestano a più di una considerazione e sono tuttora oggetto di congetture. Tuttavia, qualche spunto merita di essere messo nero su bianco.

In primo luogo, sembra difficile ipotizzare che Benedetto XVI non fosse consapevole delle reazioni che il suo intervento sull’Islam avrebbe potuto generare, data la copertura mediatica assicurata alla sua lezione e la nota suscettibilità del pubblico musulmano. Oggi si tende a privilegiare la tesi secondo la quale il Papa si sarebbe fatto eccessivamente condizionare dai suoi trascorsi di professore e teologo. Ma si tratta di opinioni poco convincenti.

La Santa Sede, e di sicuro la Sala Stampa Vaticana, erano infatti a conoscenza del fatto che le televisioni tedesche avrebbero trasmesso il discorso in diretta, a profitto del vasto pubblico di una nazione che ospita sul suo suolo diversi milioni di musulmani, in larga misura turchi. E’ quindi molto improbabile che il Papa ritenesse di raggiungere un pubblico soltanto accademico. Ulteriore riprova ne è la circostanza che Benedetto XVI avesse ritenuto opportuno sottoporre il testo redatto per l’intervento di Ratisbona anche al vaglio del prudentissimo Segretario di Stato uscente, cardinale Sodano. Sarebbe forse opportuno a questo punto interrogarsi sulle ragioni del silenzio di quest’ultimo, dal momento che dietro tutto ciò che è accaduto potrebbero celarsi anche delle velleità di rivalsa del principale collaboratore pro-tempore del Pontefice, avvicendato anzitempo. Sodano, del resto, si è già trovato al centro di un intrigo vaticano al principio dell’anno in corso, quando venne fatta conoscere alla stampa la lettera in cui Benedetto XVI chiedeva ai vescovi italiani di far conoscere i propri orientamenti a proposito della successione a Ruini. 

Se le cose stanno così, secondo rilievo, è ancor più difficile non vedere nelle precisazioni rese da Benedetto gli estremi di una inusuale “marcia indietro”. Dopo aver testualmente affermato di “essere stato frainteso”, il Papa ha in effetti voluto fornire un’interpretazione autentica delle proprie parole che, seppure certamente coerente con il senso ultimo del suo pronunciamento originario, tutto centrato sul primato del logos nel dialogo interreligioso, è pur sempre giunta su sollecitazione di forze esterne. E’ stato quindi dato un segnale di debolezza, seppure “responsabile” alla luce della delicata posizione in cui si trovano i cristiani in terra musulmana.

Terza riflessione. Siccome la Santa Sede è una grande potenza, a differenza dell’Italia, le probabilità di un attentato jihadista a Roma sono notevolmente aumentate. E a poco valgono le ritrattazioni ed i distinguo. La risonanza internazionale di un attentato a Benedetto XVI od al Vaticano sarebbe infatti adesso di gran lunga superiore a quella che a suo tempo avrebbe garantito ai jihadisti un colpo contro il Governo Berlusconi. Ecco perché ci aspettano mesi particolarmente difficili sotto il profilo della sicurezza.

Va da sé che anche il programmato viaggio di Ratzinger in Turchia è a questo punto passibile di cancellazione o rinvio. Se nel mondo islamico qualcuno è realmente intenzionato a scatenare un conflitto di civiltà, questo è il momento migliore per farlo.

 

Il viaggio di Prodi in Cina

 

Della settimana occorre ricordare anche la missione politico-industriale guidata da Romano Prodi in Cina, che si pone perfettamente in sintonia con il disegno “multipolarista” dell’attuale Presidente del Consiglio, per il quale la Repubblica Popolare, con Mosca ed un’Europa maggiormente integrata, è destinata a riequilibrare l’attuale supremazia statunitense.

Sotto questo profilo, più che i sette Memoranda of Understanding sottoscritti ed il tentativo di radicare alcune imprese italiane in Cina, rilevante appare soprattutto l’impegno assunto dal nostro Governo ad adoperarsi per pervenire all’abbattimento dell’embargo sulle forniture d’armamenti a suo tempo imposto contro Pechino dalla Comunità Europea per via dei fatti di Piazza Tien An Men. Per quanto Prodi abbia successivamente smentito il cambiamento di politica, l’Italia si è ulteriormente avvicinata alla posizione da tempo sostenuta dal Presidente Chirac.

Certo: il mercato dei materiali d’armamento cinese è grande e promettente, ed è difficile pensare di farsene tagliar fuori. Ma occorre chiedersi quanto convenga ad un’industria nazionale di comparto fortemente legata agli Stati Uniti, com’è quella italiana, aprire ad un Paese come la Repubblica Popolare che Washington considera la minaccia geopolitica principale del futuro.

 

Complicazioni per gli italiani impegnati in Afghanistan

 

Per quanto non abbia conquistato le prime pagine dei giornali, merita infine di essere menzionato quanto sta accadendo in Afghanistan, dove i combattimenti tra le truppe dell’Alleanza Atlantica ed i talebani si intensificano senza tregua e si estendono ormai anche sotto il profilo geografico.

Come è noto, i militari italiani sono dislocati a Kabul ed Herat, città che non possono più considerarsi immuni rispetto agli attacchi portati dai nostalgici del deposto regime e dagli elementi vicini ad Al Qaeda.

Nella capitale afghana, attentati sanguinosi sono stati compiuti persino nella zona protetta dove si trovano le ambasciate ed il comando dell’Isaf. Ed anche ad Herat, si stanno moltiplicando le incursioni. Il 18 settembre sera, proprio l’Isaf ha reso noto che è in corso anche nel settore occidentale – sotto comando italiano – un’azione di combattimento contro i talebani, che investirebbe prevalentemente la zona di Farah. Il contingente italiano ha precisato che l’apporto nazionale alle operazioni è marginale, essendo di mero supporto alle attività dell’ANA, l’Esercito Nazionale Afgano. Ma il salto di qualità del nostro ruolo è evidente e non è infatti sfuggito ad un quotidiano attento come “il Manifesto”. 

Il discorso non si chiude certamente qui. Il Comandante Supremo delle Forze Atlantiche in Europa chiede da tempo ai ventisei Paesi dell’Alleanza più truppe, più mezzi e, soprattutto, la rimozione dei vincoli posti da ciascun Governo alle modalità di utilizzo dei propri soldati sul terreno. Il deterioramento della situazione sul terreno in Afghanistan rende sempre più pressante l’invio di rinforzi. Per questo è prevedibile che Bruxelles bussi nuovamente anche alle nostre porte, mettendo in difficoltà il Ministro Parisi che già da un paio di mesi si arrampica sugli specchi, posto che a Kabul abbiamo mandato elementi delle forze speciali che sono sicuramente impiegati in operazioni ad alto rischio. La Nato ci chiederà di disporre più liberamente delle nostre truppe.

Quella che si sta delineando è una situazione difficile non solo sul piano interno, ma altresì su quello complessivo della lotta al terrorismo internazionale. Perché i talebani controllano ormai nuovamente la produzione di oppiacei e possono contare su rifugi sicuri in Pakistan, Paese il cui comportamento è sempre più sospetto.

Non è un caso che l’attuale Governo di Kabul guardi sempre più a Pechino e sempre meno a Washington per risolvere i suoi problemi di sicurezza, ritenendo che la Repubblica Popolare abbia maggior influenza di quello americano su Islamabad.

Se l’America non rafforza il proprio impegno sul terreno e dietro le quinte, richiamando all’ordine Musharraf o cercando di rovesciarlo, l’Isaf finirà molto probabilmente con il trovarsi nella stessa posizione che ebbero i militari statunitensi in Vietnam, colpiti da avversari che piovevano loro addosso dalla confinante Cambogia.

In questo caso, gli alleati sarebbero costretti a contendere palmo a palmo il terreno ad un avversario non attaccabile nelle sue roccaforti, senza alcuna speranza di riportare un successo veramente definitivo. Non a caso, il generale Del Vecchio, rientrato a maggio da Kabul, prevede ormai un impegno di durata indefinita in Asia Centrale.

 

 

 

14 settembre 2006

 

 

 

SCACCO PER ISRAELE IN LIBANO

L’UNIFIL PLUS E LE SUE INCOGNITE

DIFFICOLTA’ CRESCENTI DELLA NATO IN AFGHANISTAN

L’ANATEMA DI BENEDETTO XVI CONTRO IL JIHAD ISLAMICO ED I SUOI EFFETTI INTERNI ED INTERNAZIONALI

 

 

 

 

Il conflitto in Libano si è concluso con uno scacco per Israele

 

            L’estate del 2006 verrà certamente ricordata soprattutto per l’esito del conflitto combattuto da Israele contro gli Hezbollah.

A dispetto di un’offensiva condotta con vasto dispiegamento di mezzi aerei, navali e terrestri, le forze armate dello Stato ebraico non sono riuscite a liquidare militarmente il Partito di Dio libanese. Anzi. Lungo tutto l’arco dei 34 giorni di combattimento, i miliziani sciiti sono inopinatamente riusciti a colpire numerose volte il territorio israeliano con i propri missili e ad infliggere perdite significative a Tsahal.

            Sono fatti di cui è impossibile compiacersi, perché Hezbollah è uscita dal confronto con Tel Aviv con un prestigio politico e militare superiore rispetto a quello iniziale, che era già non indifferente. Lo prova il fatto stesso che Nasrallah sia divenuto un personaggio noto in tutto il mondo. Tra le altre cose, è bene sottolineare anche come i successi localmente colti dai miliziani fondamentalisti siano valsi a corroborare nelle percezioni arabe - e mediorientali in generale - il mito deel ritiro israeliano dal Libano del 2000 come vittoria degli Hezbollah.

            Sulle cause dell’insuccesso israeliano, è aperto un dibattito che in Israele è divenuto rapidamente incandescente, raggiungendo i vertici istituzionali del Paese.

Verosimilmente, lo Stato Maggiore della Difesa israeliana è stato colto in contropiede dalle modalità di sviluppo delle nuove strategie asimmetriche, che si sono affermate negli ultimi anni e che trasformano in vulnerabilità la superiore potenza di fuoco di cui si disponga. Nell’intento di generare terrore, la leadership militare israeliana ha prescelto infatti la via dei bombardamenti, con l’effetto di alienarsi le simpatie dell’opinione pubblica internazionale e riportare una grave sconfitta mediatica.

E’ stato probabilmente viziato da errori anche l’apprezzamento delle condizioni politiche generali del contesto bellico. Doveva infatti essere evidente ad Olmert il fatto che gli Stati Uniti non sono più del tutto liberi nel sostenere Israele, avendo più o meno 150mila soldati impegnati in complesse operazioni di stabilizzazione in Iraq ed Afghanistan. Alla fine, infatti, Tel Aviv ha dovuto accettare i diktat di Washington, a loro volta esito di un compromesso faticosamente raggiunto dagli americani tra chi loro chiedeva di fermare Tsahal al più presto e chi invece sarebbe stato favorevole a permettere ad Israele una completa operazione di ripulitura del Libano meridionale.

            E la missione multinazionale di interposizione sotto bandiera Onu deve essere parsa a quel punto un’onorevole via di uscita, in vista di un secondo round che diventerà tanto più probabile quanto meno sicura si rivelerà l’azione del Governo libanese nel disarmare gli Hezbollah.

Sotto il profilo della tenuta della tregua, l’unica speranza è verosimilmente l’Iran, con il quale l’America sta senza dubbio trattando la definizione dei nuovi equilibri mediorientali, a dispetto del torbido velo steso sui negoziati segreti dalle intemperanze propagandistiche delle parti coinvolte. La realtà non potrebbe essere evidenziata meglio: il Premier iracheno Al Maliki si è recato in questi giorni in Iran, per incontrare il Presidente Ahmadinejad e l’Ayatollah Khameney, rendendo altresì omaggio alla tomba di Ruollah Khomeini. Non è poco, specialmente se si tiene conto del fatto che l’esecutivo di Baghdad è di fatto sotto la tutela militare americana.

           

Perché Unifil Plus è una missione diversa e quali rischi implica

           

Dopo complessi negoziati svoltisi al Palazzo di Vetro, è stato deciso che a garantire il cessate-il-fuoco dovesse essere una nuova forza di interposizione, da generare attraverso la trasformazione ed il potenziamento dell’Unifil, l’inefficace missione di pace avviata dall’Onu nel lontano 1978.

Alla nuova Unifil Plus hanno deciso di fornire contributi significativi la Francia, l’Italia, la Spagna e la Cina, oltre ad un certo numero di Paesi in via di sviluppo. In Libano, seppur fuori dalla catena di comando e controllo delle Nazioni Unite, sono in arrivo anche quattrocento genieri dell’Armata Russa.

            Si tratta di uno sviluppo significativo, che suggerisce non poche riflessioni.

La prima deriva da una constatazione: alla nuova Unifil Plus hanno deciso di partecipare direttamente od indirettamente i Paesi che più ambiscono a vedere il mondo ristrutturarsi su basi multipolari, contenendo l’attuale supremazia geopolitica americana e rilanciando altresì le Nazioni Unite.

            C’è da chiedersi come mai Washington abbia accettato che gli eventi potessero prendere una piega simile.

E la risposta non può che essere una di queste tre:

a)      essendo impossibile il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti sul confine israelo-libanese e rivelandosi impraticabile anche quello indiretto attraverso la Nato, Tel Aviv poteva essere convinta a fermarsi temporaneamente solo allestendo comunque una forza internazionale di cui fosse partecipe qualche grande potenza;

b)      gli Stati Uniti ed Israele hanno deliberatamente deciso di permettere alle maggiori potenze multipolariste del pianeta di restare impigliate nei meccanismi imprevedibili delle crisi mediorientali, sperando nel fallimento del loro intervento e di recuperare quindi una piena libertà d’azione in un secondo momento;

c)      l’America ha tradito Israele e salvato gli Hezbollah per facilitare il raggiungimento di un compromesso con Teheran, che sarebbe essenziale dal punto di vista degli interessi geopolitici complessivi di Washington in Eurasia. Secondo coloro che credono in questa interpretazione, gli Stati Uniti starebbero agendo in funzione dell’obiettivo di prevenire lo scivolamento dell’Iran nel blocco sino-russo in via di consolidamento, di cui è tra l’altro una vistosa manifestazione istituzionale la crescita della Shanghai Cooperation Organization.

Per l’Italia, il primo ed il terzo scenario sarebbero relativamente benigni, e non implicherebbero alcuna lacerazione della politica atlantista ed occidentalista perseguita con alti e bassi da Roma negli ultimi cinquanta anni.

Il secondo invece comporterebbe gravi rischi militari e politici per il nostro Paese, che sarebbe chiamato a difficili scelte di schieramento – con o contro Israele, con o contro l’Occidente – di cui probabilmente l’opinione pubblica e lo stesso sistema politico nazionale non sono del tutto coscienti.  

 

L’offensiva talebana in Afghanistan mette in difficoltà la Nato

 

            Un altro sviluppo negativo si è verificato in Afghanistan, dove l’offensiva talebana iniziata nello scorso autunno è riuscita a portare sotto il controllo dei nostalgici del Mullah Omar circa un terzo del Paese.

            La Nato, che ha appena rilevato le autorità militari americane nella conduzione delle operazioni di stabilizzazione nel turbolento Sud afgano, si è trovata di fatto coinvolta in pesanti combattimenti. Circostanza che spiega sia la richiesta di nuove truppe inoltrata dalla catena militare ai vertici politici dell’Alleanza, sia l’evidente riluttanza degli Alleati ad impegnarsi di più in un teatro che somiglia sempre più sinistramente all’Afghanistan conosciuto dai sovietici negli anni ottanta.

E’ un fatto: Bruxelles ha chiesto ai 26 Stati membri 2.500 soldati addizionali, senza ottenerne alcuno. Per adesso, soltanto Varsavia ha promesso un incremento del proprio contingente pari a mille uomini, precisando però che saranno disponibili solo a partire dal febbraio 2007.

            Parte dei problemi incontrati dall’Isaf sul proprio cammino nasce certamente dal controllo del narcotraffico, che i talebani stanno utilizzando per finanziare le proprie milizie e comprare materiali d’armamento ovunque. Ahmed Rashid lo ha rilevato in un recente commento apparso su “Repubblica”, criticando l’Alleanza per non essersi impegnata a fondo nella lotta anti-narcotici.

Altra parte delle difficoltà è certamente scaturita dal fin troppo tollerante atteggiamento tenuto dal Pakistan, che non è affatto il “brilliant partner” nella lotta al terrorismo internazionale dipinto dai politici americani nei loro incontri con gli alleati europei. Ospita invece le madrasse dove vengono reclutate le milizie talebane nonché i quadri dirigenti dell’insurrezione in corso, che agiscono da Quetta e Peshawar: per ironia della sorte, le stesse città dove i mujaheddin impegnati contro l’Armata Rossa ricevevano venti anni fa armi e sostegni dalla Cia e dalle Isi, i servizi segreti di Islamabad.

            Rispetto a queste due sorgenti di turbativa, ora come ora la Nato è purtroppo sprovvista di una strategia politico-militare adeguata. I militari dell’Alleanza accettano il combattimento ovunque si renda necessario per recuperare il controllo di un territorio perduto, e si tratta spesso di battaglie violentissime, stando almeno a quanto affermano i militari britannici che ne parlano con la stampa. Ma non paiono in grado né di sradicare le colture di oppio né di stabilire un sistema di dissuasione che convinca una volta per tutte Musharraf a sbarazzarsi dei propri ingombranti ospiti.

Gli scontri ai quali si assiste sempre più frequentemente somigliano quindi ad una terapia sintomatica della guerriglia, piuttosto che ad una risposta strutturale alle cause profonde dell’insurrezione in corso. E come tali sono destinati a mancare il successo finale. Nelle parole dei soldati inglesi, “vengono spianate zone che erano già state ripulite ed il processo è continuo”.

Non si vede una via di uscita: contro la droga, che fornisce il 60% del Pil afgano e dà lavoro a più di due milioni di persone, nessuno se la sente di impegnarsi, britannici a parte, anche perché si teme di rendere ancora più popolare il fronte ostile alla Nato ed al legittimo Governo di Kabul.

E di certo non saranno olandesi, britannici, canadesi ed australiani a rincorrere i talebani nel Waziristan pakistano. Forse lo ha capito anche Karzai, che non a caso da qualche mese guarda anche a Pechino, di cui sono note l’influenza sul regime di Islamabad e le ambizioni a rafforzarsi in Asia Centrale.

 

Benedetto XVI in campo contro il jihadismo. Le implicazioni interne ed internazionali

 

Molto interessanti appaiono altresì le potenziali conseguenze dell’intervento con il quale, a Ratisbona, Benedetto XVI ha definito il Jihad islamico contrario a Dio.

Con questa sortita, in effetti, Ratzinger sembra aver voltato pagina rispetto al precedente Pontificato, archiviando l’era delle incomprensioni tra Vaticano e Casa Bianca, iniziata con la Guerra del Golfo del 1991 e proseguita nel 2003 con la critica di Wojtyla alla decisione americana di invadere l’Iraq.

Anche se è obiettivamente difficile semplificare e ridurre ad una lettura puramente geopolitica un pronunciamento del Papa, è ancora più difficile non cogliere il segno di una discontinuità che potrebbe essere foriera di importanti conseguenze, sia sul piano interno che internazionale.

Dal punto di vista interno, se le posizioni espresse da Ratzinger venissero confermate, si rafforzerebbe certamente la posizione di chi, in Italia, è favorevole alla prosecuzione della partecipazione nazionale alla Global War on Terror. Di contro, sarebbero indeboliti tutti i sostenitori dell’appeasement ad ogni costo con l’Islam, tra i quali si annoverano sia i fautori di politiche migratorie permissive che coloro che invocano il ritiro dei soldati italiani dall’Afghanistan. Non è un caso che la stampa vicina alla Margherita ed ai Ds – proprio quella che era stata maggiormente sollecita ad enfatizzare lo spirito di Assisi e l’opposizione di Giovanni Paolo II alle guerre americane in Medio Oriente - abbia sfumato il più possibile gli accenti del recente intervento di Benedetto.

Sul piano internazionale, invece, la Santa Sede tornerebbe a riproporsi come un pilastro dell’Occidente, dal quale si era di fatto “autosospesa” negli ultimi quindici anni, preferendo farsi interprete degli interessi del Terzo Mondo ed assumendo a supremo cardine della propria politica mediorientale la tutela delle Chiese locali.  La potenziale svolta è stata già percepita dagli Stati Uniti e soprattutto dai neo e teocons vicini all’attuale Amministrazione. Occorre vedere adesso come reagiranno i musulmani più radicali presenti nelle nostre società.

Se Bin Laden vuole davvero innescare uno scontro di civiltà con i “crociati”, questo è infatti probabilmente il momento migliore per farlo. Particolarmente pericoloso diventa anche il programmato viaggio di Benedetto XVI in Turchia. Anche Ratzinger, infatti, potrebbe a questo punto trovare sulla sua strada un Agca, che incidentalmente era turco.

 

 

26 luglio 2006

 

 

IL LIBANO CONTESO E LA CONFERENZA DI ROMA

PERCHE’ INVIARE UNA FORZA DI INTERPOSIZIONE PUO’ RIVELARSI INUTILE

 

 

 

 

 

 

Gli sviluppi della situazione sul terreno e la progressiva internazionalizzazione della crisi

 

Come era prevedibile, neppure la settimana appena trascorsa ha fatto registrare sviluppi decisivi sul campo, a riprova del fatto che i conflitti tra eserciti di linea e milizie irregolari non possono essere risolti da offensive lampo.

Gli Hezbollah accettano localmente il confronto, come è accaduto a Bint Jbeil, ma evitano di esporre al fuoco israeliano tutto l’arsenale di cui dispongono, nascosto invece accuratamente. Così, anche le forze armate dello Stato ebraico stanno sperimentando quanto complesse siano le campagne concepite per eliminare delle capacità missilistiche avversarie.

L’obiettivo politico-militare originario di Tel Aviv era la cancellazione delle milizie sciite; poi, è stato identificato con la distruzione dei vettori che colpiscono la Galilea israeliana. Adesso ne è in vista un ulteriore ridimensionamento, come prova il fatto che Israele sia ora disponibile ad accontentarsi della mera creazione di una fascia di sicurezza ed accetti, in via di principio, l’invio sul lato libanese del confine di una forza multinazionale di interposizione.

In termini squisitamente politici, è sempre la Siria ad avere apparentemente in mano le chiavi del gioco. Gli Hezbollah stanno facendo di tutto per provocarne il rientro in Libano, il loro probabile obiettivo finale, e qualche risultato lo hanno ottenuto, se sono vere le indiscrezioni secondo le quali l’esercito di Damasco è stato posto in stato d’allerta e sarebbero già pronte le disposizioni per farlo marciare sul Libano qualora Israele accrescesse la sua pressione militare, penetrando più profondamente di quanto fatto finora nel territorio del Paese dei Cedri.

Il ritorno della Siria in Libano farebbe evidentemente piazza pulita di quanto accaduto a Beirut dopo l’assassinio di Rafik Hariri il 14 febbraio dell’anno scorso, in particolare pregiudicando ogni speranza di reintegrazione piena della sovranità nazionale e soprattutto rendendo impossibile qualsiasi disegno di disarmo delle milizie legate alle vecchie fazioni che combatterono la guerra civile. Proprio per questo, la diplomazia occidentale è prudente. L’uscita di Beirut dalla sfera d’influenza siriana aveva unito gli sforzi di Washington e di Parigi. E’ logico quindi che né la Francia né gli Stati Uniti intendano facilitare la compromissione di qualsiasi speranza di rinascita di un Libano indipendente e filo-occidentale.

D’altra parte, alla porta di Damasco ormai bussano più o meno segretamente anche gli Stati Uniti, in vista dell’ottenimento dell’obiettivo opposto: un’intercessione di Assad presso gli Hezbollah.

 

Un nuovo protettorato internazionale sul Libano?

 

Occorre a questo punto chiedersi se veramente l’invio di una forza militare multinazionale di interposizione sia o meno lo strumento migliore per garantire al Libano una possibilità di progresso sulla strada che conduce alla piena restaurazione dell’unità e dell’indipendenza nazionale.

Ci sono ragioni per dubitarne. Molto dipenderà naturalmente anche dalla configurazione che assumerà questo contingente: da quanti uomini lo comporranno, dai Paesi che decideranno di contribuirvi, dal mandato che riceverà e dalla cornice che verrà stabilita per l’esercizio delle critiche funzioni di comando e controllo. Ma una cosa sembra già certa: a poco più di un anno dall’avvio del processo di “emancipazione” dalla tutela straniera, il Libano è già tornato ad essere terra di scontro e necessita di assistenza internazionale.

Il Governo presieduto da Siniora non ha il controllo reale della politica estera e di sicurezza nazionale, a dispetto dell’inclusione al suo interno di due Ministri provenienti dal “Partito di Dio”. E per stabilirlo ha bisogno del sostegno della potenza militare straniera.

Ciò significa che, di fatto, ciò che viene proposto per il Libano è nulla di meno di un nuovo protettorato internazionale, non troppo diverso da quelli che sono stati stabiliti a suo tempo in Kosovo, Bosnia e, da ultimo, in Afghanistan.

Naturalmente, è tutt’altro che certa l’adesione di tutti i soggetti politicamente rilevanti della regione ad un progetto di questo tipo. Di qui, le contorsioni della diplomazia alle quali stiamo assistendo e di cui la Conferenza di Roma è certamente uno dei passaggi più eclatanti.

Siria ed Iran non hanno alcun interesse a vedere truppe occidentali insediarsi nel Libano meridionale. Gli Hezbollah non possono accettare un robusto contingente che si incarichi di fare proprio ciò che desideravano impedire al Governo di Beirut. Israele, infine, non può tollerare ai suoi confini una forza di cui non possa fidarsi.

Si tratta di ostacoli pressoché insormontabili per chi aspiri, come si dice, “a soluzioni condivise”, come il Presidente del Consiglio Romano Prodi ed il Ministro degli Esteri Massimo D’Alema.

Gli obiettivi politici di siriani, iraniani ed Hezbollah sono infatti incompatibili con una presenza diretta della Nato e di soldati americani sul terreno. Quelli di Tel Aviv lo sono invece con qualsiasi forza che faccia capo direttamente alle Nazioni Unite od all’Unione Europea, in quanto di efficienza ed orientamenti politici più che dubbi.

La quadratura del cerchio sembra quindi impossibile. Cosa che lascia spazio a due sole soluzioni: il perdurare dell’empasse fino al momento di rottura degli equilibri stabilitisi sul terreno o l’allestimento di un intervento militare pasticciato che finirebbe per catalizzare su di sé ogni genere di violenza.

 

Il probabile fallimento del tentativo di interposizione militare

 

Di questi rischi, i principali Paesi occidentali sembrano talmente consapevoli che non si ha finora notizia, eccezion fatta forse proprio per l’Italia, di una disponibilità dei maggiori Stati europei a partecipare ad una eventuale missione di interposizione. Anche Washington sembra intenzionata a tenersi alla larga, memore del fallimento riportato da Reagan a Beirut nel 1983 e consapevole della gravosità degli impegni in Iraq ed Afghanistan, mentre i russi sono alla finestra.

In effetti, non ci sono alternative. Un eventuale contingente multinazionale che venisse inviato nel Libano meridionale si troverebbe contro gli Hezbollah, o Israele, o entrambi, esattamente come sta capitando in questi giorni all’inerme Unifil, la missione Onu di monitoraggio che si trova nell’area dal lontano 1978 e sta già pagando un elevato tributo ai fatti di questi giorni.

Erano infatti parte dell’Unifil – che annovera nei suoi ranghi circa duemila militari – sia i quattro sfortunati osservatori uccisi nella notte del 25 luglio da un missile israeliano, che il capitano italiano Roberto Punzo, gravemente ferito da un razzo hezbollah due giorni fa ed attualmente ricoverato ad Haifa.

Non è quindi difficile prevedere uno scenario ad altissimo rischio, nel quale sarebbero da mettere in preventivo perdite elevate. Un contingente della Nato subirebbe certamente il terrorismo suicida inventato proprio dall’ala militare degli Hezbollah, precisamente come è capitato alla Coalizione multinazionale inviata in Iraq. Mentre un dispositivo direttamente gestito dalle Nazioni Unite o dall’Unione Europea potrebbe facilmente trovarsi nella stessa situazione in cui finirono le truppe dell’Unprofor in Bosnia: che erano ostaggio delle violenze delle fazioni e rinunciarono alla difesa di Srebrenica di fronte alla prospettiva di ingaggiare un duello con le forze paramilitari serbe. 

 

Le implicazioni probabili per la politica italiana

 

Non vi è dubbio che l’evoluzione della crisi sia destinata ad avere ripercussioni anche sulla vicenda politica interna al nostro Paese. L’attivismo diplomatico di Prodi e D’Alema, che hanno scelto di cavalcare questo conflitto come un’opportunità per reinserire l’Italia nella politica internazionale ed in quella mediorientale, lega le sorti del Governo italiano a quanto accadrà in Libano.

Il Presidente del Consiglio e la Farnesina si sono esposti al massimo livello, sia organizzando la Conferenza di Roma, sia annunciando la disponibilità italiana a partecipare ad una missione militare di interposizione.

Se da Roma uscirà un nulla di fatto - come sembra probabile, considerato che non vi partecipano i Paesi che hanno in mano la situazione, cioè Israele, Siria ed Iran, oltre agli Hezbollah materialmente responsabili dell’avvio della battaglia in corso – i disegni del Governo appariranno per ciò che sono: un tentativo velleitario di assumere un ruolo che l’Italia non ha la forza oggettiva di sostenere in Medio Oriente. Beninteso, un nulla di fatto potrebbe anche consistere in un cessate-il-fuoco che le parti in lotta non si sentissero obbligate in alcun modo ad onorare.

Se invece si deciderà di inviare delle truppe di interposizione nel Libano meridionale, il centro-sinistra dovrà prepararsi ad affrontare una fronda interna che sarà tanto più forte quanto maggiori appariranno il rischio di subire delle perdite e la probabilità di un coinvolgimento più o meno diretto dell’Alleanza Atlantica in questa operazione.

Avendo offerto i soldati italiani, Prodi e D’Alema non potranno fare marcia indietro nel caso in cui si stabilisse che la Nato è l’unica organizzazione regionale di sicurezza in grado di adempiere ad un eventuale mandato delle Nazioni Unite a riportare la pace nel Libano meridionale. A quel punto, però, dovranno fare i conti con Cossuttiani, Verdi e Rifondazione, che hanno già promesso battaglia in Parlamento e fuori.

Problemi non sono da escludere nemmeno nell’ipotesi in cui l’Alleanza rimanesse fuori da tutto questo e si andasse in Libano solo con l’Onu, l’Unione Europea e qualche Paese arabo. Non solo perché nel centro-sinistra trovano ospitalità i pacifisti “senza se e senza ma” contrari per principio a qualsiasi forma di utilizzo della forza armata fuori dai confini nazionali, ma perché il probabile carattere anti-israeliano di questo genere di contingente genererebbe dissidi e difficoltà all’interno di parte dei Ds e della Margherita, che intrattengono importanti rapporti con le comunità ebraiche del nostro Paese.

 

 

19 luglio 2006

 

 

UNA SETTIMANA DI COMBATTIMENTI NON RISOLUTIVI

IN MEDIO ORIENTE MENTRE IN AFGHANISTAN

I TALEBANI SONO ALL’OFFENSIVA

 

 

 

 

L’evoluzione della crisi in Medio Oriente

 

I combattimenti in Medio Oriente infuriano ormai da più di una settimana senza che lo scenario complessivo di riferimento sia cambiato.

Da un lato, gli Hezbollah sono rimasti fermi sulle loro posizioni, mantenendo gli ostaggi catturati al principio della crisi e rinnovando la richiesta ad Israele di uno scambio di prigionieri. Dall’altro, il Governo di Tel Aviv ha formalmente confermato il principio secondo il quale con i terroristi non si tratta, anche se poi alcuni settori dell’amministrazione e del sistema politico israeliano hanno lasciato intendere, come a Gaza, che alla lunga sarebbe possibile raggiungere un compromesso.

Per ora, parlano le armi.

Gli israeliani hanno intrapreso una campagna di bombardamenti che mira ad esercitare pressioni sia sulla leadership degli Hezbollah che sulle autorità del Governo centrale libanese, che si vorrebbe incoraggiare ad assumere delle iniziative per il disarmo delle milizie.

Il problema è che gli Hezbollah non sono rimasti a guardare. Hanno invece fatto ricorso al vasto arsenale missilistico di cui si sono dotati negli ultimi anni, scagliando non meno di 1500 razzi di vario tipo contro lo Stato ebraico, che hanno colpito numerose città e siti militari. Anche una delle motovedette usate da Tel Aviv per imporre il blocco navale nei confronti del Libano è stata danneggiata seriamente, perdendo tre membri dell’equipaggio. Inoltre, i leader del “Partito di Dio” hanno capitalizzato il frutto indiretto più importante della loro azione, che consiste nel vasto biasimo internazionale suscitato dalla reazione israeliana.

A distanza di alcuni giorni, sembra possibile avanzare delle ipotesi più solide sui moventi che hanno spinto le milizie sciite che occupano il Libano meridionale a scatenare questo putiferio. L’impressione è che gli Hezbollah volessero fermare il processo di affrancamento di Beirut dalla tutela siriana, iniziato un anno e mezzo fa, e soprattutto impedire l’affermazione di un potere centrale libanese che fosse in grado di limitare l’autonomia di cui godono il partito sciita e le sue milizie nel Sud del Paese dei Cedri.

La tesi secondo la quale Nasrallah ed i suoi seguaci avrebbero agito semplicemente in risposta ad input esterni provenienti da Damasco o Teheran non pare invece particolarmente seducente, anche se Siria ed Iran sono certamente in grado di trarre un profitto politico da quanto sta accadendo.

Osservati i fatti di Gaza, gli Hezbollah hanno cercato di cogliere un’opportunità per rafforzarsi ed indebolire il Governo di Beirut usando la potenza militare d’Israele, secondo gli schemi delle più sofisticate strategie asimmetriche affermatesi negli ultimi anni. Un risultato che diventerebbe pressoché definitivo qualora l’intensificazione degli attacchi dello Stato ebraico sul Libano convincesse la Siria a rientrare in forze nel Paese dei Cedri.

 

Il ruolo della Siria nella crisi

 

E’ per questo motivo che gli Hezbollah stanno cercando di provocare in tutti i modi Damasco, incluso attraverso il ricorso a lanci di missili e razzi che colpiscono il lato siriano delle alture del Golan.

Per la stessa ragione, è altamente probabile che l’elemento decisivo ai fini della ricomposizione di questa crisi sia rappresentato proprio dall’atteggiamento siriano. Se Damasco resta fuori, od assume un atteggiamento “responsabile” moderando le pretese dei suoi alleati libanesi, prima o poi gli Hezbollah dovranno rassegnarsi a negoziare, anche perché avranno l’interesse a non compromettere totalmente i risultati ottenuti finora.

Ecco per quale motivo il focus della diplomazia internazionale andrebbe concentrato sul giovane Assad, che dovrebbe essere persuaso a non fare alcun passo azzardato in Libano.

Attenzioni vengono riservate anche all’Iran. Ed è ovvio che sia così. Anche se è improbabile che Teheran abbia direttamente ispirato l’attacco sciita contro Israele, non vi sono dubbi infatti circa il fatto che la Repubblica Islamica sia nelle condizioni di influire sugli Hezbollah libanesi, dal momento che li finanzia e li arma pubblicamente da molti anni.

 

Perché il vero vincitore può risultare Teheran

 

Il “Partito di Dio” libanese non ha ingaggiato una guerra per procura, eseguendo un ordine di Teheran, ma ha giocato il tutto per tutto in vista di obiettivi propri che considera vitali ai fini della propria sopravvivenza sulla scena politica.

Però, non è da escludere che a breve termine l’Iran possa sfruttare l’influenza di cui dispone proprio per dimostrare alla comunità internazionale che nessun ordine e nessuna pace in Medio Oriente sono possibili se non si riconosce il ruolo di grande potenza conquistato da Teheran.

Se Ahmadinejad ferma gli Hezbollah, sarà più difficile negare che la Repubblica Islamica è in grado all’occorrenza di agire da fattore di moderazione della politica internazionale: la condizione che la comunità internazionale pretende sia soddisfatta per concedere all’Iran il via libera ai suoi progetti nucleari.

Come già in Afghanistan ed Iraq, il vero vincitore della nuova crisi sarebbe così Teheran. Occorre chiedersi se un simile risultato rientri negli interessi dell’Occidente, dell’Europa e dell’Italia. E’ molto verosimile che non sia così. Ecco perché non paiono del tutto condivisibili le iniziative assunte da Prodi e D’Alema in questi giorni per incoraggiare l’entrata sulla scena della Repubblica Islamica.

L’idea che muove la nostra diplomazia di per sé non sarebbe malvagia: è verosimilmente quella di reinserire in qualche modo l’Italia nel grande gioco della politica internazionale, sfruttando i buoni rapporti economico-commerciali che intrattiene con l’Iran, lo stesso asset che si sta cercando di far valere per ottenere l’inclusione di Roma nel cosiddetto gruppo dei 5+1 che negozia da anni con Teheran sul nucleare. Ma ne vale la pena, se il prezzo può essere avere la potenza iraniana di fatto sulle coste orientali del Mediterraneo?

Agli stessi obiettivi di prestigio tende senza alcun dubbio il favore accordato dal Governo di centro-sinistra nei confronti della proposta avanzata da Kofi Annan di una nuova e più solida missione di interposizione delle Nazioni Unite nel Libano meridionale, dove per la verità già opera dal 1978, e con scarso successo, il contingente dei caschi blu che va sotto il nome di Unifil. L’Italia – hanno precisato sia il Presidente del Consiglio che il Ministro degli Esteri – sarebbe pronta a fare la sua parte, se necessario fornendo parte significativa delle truppe che occorrono.

Sembra un’ironia del destino. Il Governo che ha fatto del rimpatrio dei soldati italiani da Nassyriah una delle sue bandiere, rischia così di impelagarsi in un’avventura militare di gran lunga più difficile e complessa. Se l’eventuale nuova missione internazionale di pace servisse a separare Hezbollah ed israeliani, puntellando il debole esecutivo libanese, non vi sono infatti dubbi circa il fatto che finirebbe presto o tardi nel mirino delle milizie sciite. Che nel 1983 inflissero a Beirut perdite pesantissime ai contingenti americano e francese, impegnati  insieme a quello italiano a cercar di porre un argine alle violenze della guerra civile.

 

Prosegue l’offensiva neotalebana nell’Afghanistan meridionale. Rischi crescenti

 

Anche se i riflettori sono tutti puntati sul Medio Oriente, non deve sfuggire l’ulteriore deteriorarsi della situazione in Afghanistan, dove a dispetto della grande offensiva scatenata dalla coalizione multinazionale a guida americana i talebani continuano a guadagnare posizioni.

All’inizio di questa settimana, i nostalgici del Mullah Omar hanno fatto sapere di aver conquistato due villaggi del Sud afgano – Garmser e Naway i Barakzayi - determinando il panico tra coloro che sono fedeli al Governo centrale di Kabul e tra i rappresentanti del volontariato internazionale. Più di quattromila civili risultano essersi dati alla fuga.

Sembra che entrambe le località perdute stiano tornando sotto il controllo degli alleati. Ma quanto è accaduto costituisce comunque un segnale allarmante.

Si sta, purtroppo, prefigurando uno scenario ad altissimo rischio. Perché a breve, nelle tormentate regioni meridionali del Paese centro-asiatico la responsabilità per il mantenimento della sicurezza passeranno dalla coalizione multinazionale all’Alleanza Atlantica ed è a quel punto prevedibile una mutazione della natura della missione condotta dall’Isaf, alla quale l’Italia partecipa con proprie truppe dispiegate a Kabul ed Herat.

E’ ormai chiaro che gli americani consegneranno alla Nato zone non pacificate, notevolmente infiltrate dai talebani provenienti dal territorio del Pakistan, che tra l’altro hanno stretto degli accordi con i locali baroni del narcotraffico, all’evidente scopo di coagulare un potente cartello di forze in grado di contrapporsi all’azione stabilizzatrice condotta dalle forze militari occidentali, naturalmente in collaborazione con l’Esercito e la polizia di Kabul.

Sono evidentemente all’orizzonte problemi anche per gli equilibri politici interni al nostro Paese.

Perché se la Nato entra nel delicato terreno della controguerriglia, come pare sempre più probabile, difficilmente in futuro i soldati italiani potranno totalmente ritenersi al riparo dalle missioni di combattimento vere e proprie. In dicembre, l’ambasciatore italiano al Consiglio Nord Atlantico, suprema istanza politica dell’Alleanza, votò a favore dell’allargamento al Sud dell’Afghanistan della missione Isaf sulla base dell’assicurazione data al Governo di Roma  che ai nostri militari non sarebbe mai stato chiesto di scendere a Kandahar o nella provincia di Helmland. Ma nulla è in grado di garantirci che in caso di difficoltà questa richiesta non possa giungerci nel prossimo futuro.

Cosa si farà in questo caso, nessuno è in grado ora come ora di predirlo.

 

12 luglio 2006

 

 

IN MEDIO ORIENTE SI APRE UN SECONDO FRONTE PER ISRAELE

CRISI NEL LIBANO MERIDIONALE

ATTACCHI JIHADISTI IN INDIA

PIU’ INGLESI IN AFGHANISTAN

 

 

 

 

 

 

Mentre a Gaza prosegue lo stallo, Hezbollah attacca lo Stato ebraico

 

La novità più importante degli ultimi giorni è certamente quella che si è prodotta questa mattina in Medio Oriente, dove si è aperto per Israele un secondo fronte. Mentre proseguono le trattative e le pressioni militari tese ad ottenere la liberazione del caporale israeliano nelle mani dei miliziani di Hamas da due settimane, gli Hezbollah libanesi hanno infatti attaccato delle postazioni frontaliere delle Forze Armate di Tel Aviv, riuscendo a prendere in ostaggio due militari dello Stato ebraico.

A questa provocazione, Israele ha risposto con un’offensiva interforze coordinata, condotta con carri armati, aerei e, persino, mezzi navali. Secondo Al Jazeera, la reazione israeliana ha provocato numerosi morti tra i civili, ma sarebbero rimasti sul terreno anche parecchi soldati di Tel Aviv: almeno sette, tra i quali gli occupanti di un carro pesante Merkava distrutto dai miliziani libanesi. E’ peraltro probabile che in questo numero siano fatti rientrare i militari israeliani caduti nell’imboscata iniziale che ha originato la presa di ostaggi.

La mossa degli Hezbollah è certamente spregiudicata e può essere letta in due modi diversi, non necessariamente alternativi.

Da un lato, è possibile che Hamas abbia fatto scuola, suggerendo la strategia dei sequestri come metodo d’elezione per pervenire al rilascio di detenuti nelle mani degli israeliani. Non deve essere in effetti sfuggito il fatto che all’interno del Governo e dell’opinione pubblica israeliana si è formato un partito che è disponibile alle concessioni e considera la possibilità di accogliere, almeno in parte, la logica degli scambi di prigionieri. Se Olmert può cedere ad Hamas, perché non dovrebbe piegarsi al ricatto degli Hezbollah?

Dall’altro, è possibile che il “Partito di Dio” padrone del Libano meridionale abbia agito su input esterno, magari grazie ad una qualche forma di coordinamento assicurata dai siriani o dagli iraniani, che da anni finanziano pubblicamente tanto Hamas quanto gli Hezbollah. In questo caso, l’apertura del secondo fronte sarebbe funzionale all’obiettivo di facilitare la capitolazione dello Stato ebraico. Particolarmente grave sarebbe il coinvolgimento di Damasco, perché il regime del giovane Assad sta approfittando delle difficoltà dell’Occidente in Iraq per destabilizzare gli equilibri regionali. 

In entrambi i casi, è chiaro che Olmert ed i suoi Ministri si trovano in una posizione molto difficile, di cui sono perfettamente consapevoli, come prova il fatto che sia stata indetta per questa sera una seduta straordinaria del Consiglio dei Ministri.

La politica dei negoziati non ha condotto alla liberazione del caporale sequestrato dai miliziani di Hamas, ma ha invece incoraggiato la presa d’ostaggi da parte degli sciiti libanesi. E come risultato adesso Tsahal è impegnato sia nella Striscia di Gaza che nel Libano meridionale. Per la prima volta dal 1973, Israele fronteggia quindi un attacco concentrico, che obbliga le sue Forze Armate a gestire due diversi teatri di operazioni. Non a caso, la Difesa ha disposto l’avvio della mobilitazione dei riservisti, di cui almeno seimila risultano già in afflusso sul confine israelo-libanese.

Il problema più serio è che questa volta a confrontarsi non sono eserciti regolari. Piuttosto, uno strumento militare tradizionale è costretto a combattere due organizzazioni che hanno caratteristiche ibride e tendono a non offrire alcun bersaglio “orizzontale” e visibile. Una situazione che espone le Forze Armate israeliane al serio rischio di finire invischiate in una guerra di guerriglia impossibile da vincere. Il questo senso, il tentativo di Olmert di scaricare le responsabilità per l’accaduto sulle spalle del fragile esecutivo di Beirut sono verosimilmente un errore. Qualora si configurassero come il casus belli per una nuova operazione sul modello della “Pace in Galilea” voluta da Begin al principio degli anni ottanta, la prima vittima sarebbero infatti le speranze di rinascita di un Libano indipendente e sganciato dalla protezione siriana.

Nella crisi appena scoppiata, molte sono in effetti le poste in gioco e tutte di gran peso geopolitico: il potere in seno all’Autorità Nazionale Palestinese, che non a caso oggi il Presidente Mazen ha minacciato di scioglimento, l’assetto politico del Libano, il ruolo della Siria nella regione ed il futuro del processo di pace in Medio Oriente.

Rispetto a quanto accade, sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea sono al momento spettatori passivi, al contrario della Russia che, lamentano gli israeliani, è rientrata in forze nell’area ristabilendo gli antichi legami con Damasco e, forse, non solo.

 

Attacchi jihadisti in India e rafforzamento della presenza militare britannica in Afghanistan

 

Di un certo interesse sono stati anche gli attentati che hanno insanguinato ieri Mumbai in India. Le modalità operative – ed in particolare la tecnica degli attacchi molteplici alle infrastrutture dei trasporti – inducono a ritenere jihadista la matrice degli attacchi, che hanno provocato quasi duecento vittime e non meno di 700 feriti, un bilancio di dimensioni madrilene.

Per quanto il Governo di Delhi punti al momento molto sulla pista del separatismo kashmiro, sembra più probabile che l’offensiva terroristica contro Mumbai sia stata concepita da una o più cellule del netwok internazionale del terrore – si pensa in particolare al Lashkar e Taiba - con l’intento di bloccare il processo distensivo in corso tra Pakistan ed Unione Indiana e, forse, intimidire il Governo di Delhi per l’appoggio che concede al Presidente afgano Karzai. Musharraf si è immediatamente dissociato da quanto è accaduto ed è logico che sia così, ma non si può affermare con certezza che l’intero Stato pakistano sia sulla stessa lunghezza d’onda del Generale-Presidente.

Purtroppo, infatti, il Pakistan è di fatto una stage-area per i terroristi jihadisti, che dettano legge nel Waziristan e dalle città di Quetta e Peshawar gestiscono l’offensiva neotalebana in Afghanistan.

Proprio l’aggravarsi della situazione in Afghanistan è altresì dietro la recentissima decisione britannica di aumentare di 900 unità la consistenza del proprio contingente rischierato nel Paese centro-asiatico. Il rappresentante dell’Onu a Kabul, Tom Koenigs, che da tempo reclama un maggior impegno di tutti i Paesi coinvolti nelle operazioni di sostegno alla stabilizzazione dell’Afghanistan, ha ovviamente plaudito alla deliberazione del Governo inglese additandola come un esempio da seguire.

Non a caso, Koenigs giunge in Italia il 13 luglio. Pare che la sua presenza sia considerata funzionale alla necessità dell’esecutivo di Roma di trovare un modo di ricondurre all’ordine la rivolta di Rifondazione e dell’estrema sinistra, che hanno posto sul tappeto a chiare lettere il problema del ritiro italiano da Kabul.

 

 

5 luglio 2006

 

 

LA GERMANIA, PAESE DI RIFERIMENTO

DELL’ITALIA DI PRODI CHE IRRITA WASHINGTON

GLI ESPERIMENTI MISSILISTICI NORD-COREANI

E LA PROSECUZIONE DELLA CRISI A GAZA

 

 

 

 

Prodi, la Germania e Washington

 

Anche in quest’ultima settimana, il Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ha trovato il modo di far conoscere all’opinione pubblica nazionale ed internazionale le nuove coordinate della politica estera italiana. L’occasione, questa volta, è stata offerta dal match italo-tedesco di Dortmund, al quale il Premier ha assistito personalmente, accogliendo un invito rivoltogli dal Cancelliere Angela Merkel.

Ieri, infatti, Prodi ha formalmente affermato che “la Germania è per noi il grande Paese di riferimento”, precisando altresì che “la nostra forza politica ed economica è reale solo se c’è l’accordo con la Germania”.

Si tratta di una dichiarazione impegnativa, che prova una volta di più l’intenzione del Governo di centro-sinistra di riagganciare l’Italia all’asse franco-tedesco, allentando contestualmente la relazione privilegiata costruita con Washington sotto Berlusconi. Le implicazioni immediate di questa politica sono a tutti evidenti ed assumono la forma di un impegno prioritario nel risanamento dei conti pubblici interni, visto come momento essenziale di un processo di reinserimento nei vagoni di testa di un treno europeo che per molti osservatori è peraltro deragliato da tempo.

Che Roma stia sterzando cominciano a capirlo finalmente anche gli americani, che hanno mal digerito i passaggi del discorso programmatico di Prodi dedicati alla gestione della crisi irachena del 2003 e stanno subendo con una certa irritazione i più recenti sbandamenti dell’Italia sull’Afghanistan e la partecipazione ad Enduring Freedom, la campagna mondiale contro il terrorismo internazionale che il Pentagono conduce da ormai quasi cinque anni. In realtà, sembra che il Decreto legge di proroga semestrale delle missioni internazionali di pace italiane approvato venerdì scorso dal Consiglio dei Ministri rechi la previsione di un incremento della nostra partecipazione navale al pattugliamento del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano. Ma proprio questo aspetto del provvedimento è adesso al centro di una polemica tra la Margherita e le componenti più estreme del centro-sinistra.

Il discorso pronunciato a Villa Taverna dall’Ambasciatore di Washington a Roma, Ronald Spogli, in occasione delle tradizionali celebrazioni del 4 luglio ha gettato un fascio di luce sull’insoddisfazione crescente degli Stati Uniti. Secondo Spogli, che tra l’altro parlava di fronte ai Ministri D’Alema e Parisi, accompagnati dai relativi consiglieri, esisterebbe ormai nei rapporti bilaterali italo-americani un 10% di disaccordo che dovrebbe obbligare le due parti a moltiplicare gli sforzi, se si vuole evitare la compromissione della percezione di affidabilità reciproca coltivata in questi ultimi anni.

Uno schiaffo bello e buono, che equivale ad una critica severa delle scelte compiute dal nuovo Governo italiano in Iraq e trova riscontri in quanto privatamente vanno dicendo da qualche tempo numerosi funzionari dell’ufficio politico dell’Ambasciata di Via Veneto: l’Amministrazione Bush è “nervosa” e teme lo sganciamento di Roma da tutti i fronti della campagna contro il terrorismo internazionale.

E’ prevedibile che in questo contesto la decisione della magistratura di arrestare il capo del controspionaggio italiano non contribuisca a rasserenare gli animi. Al Sismi viene infatti sempre più chiaramente rimproverato di non aver ostacolato le attività condotte dalla Cia sul suolo italiano nel contesto delle cosiddette extraordinary renditions. Un modo, anche questo, di prendere le distanze da Washington e dalla linea d’azione del Governo di centro-destra.

 

La nuova crisi missilistica con la Corea del Nord

 

Altro fatto degno di menzione è di certo l’acuirsi della crisi tra la comunità internazionale e la Corea del Nord. Questa volta, ad inquietare le maggiori potenze del pianeta, e non solo, è stata un’ondata di test missilistici condotti il 4 luglio: sette, secondo i giapponesi; dieci secondo lo Stato Maggiore Generale russo.

E’ praticamente certo che almeno uno dei vettori testati fosse un esemplare del nuovo missile intercontinentale Taepo Dong 2, accreditato di varie migliaia di chilometri di gittata e quindi teoricamente in grado di avvicinarsi alla costa occidentale degli Stati Uniti[1]. I russi si sono spinti ad ipotizzare che tutti gli ordigni sperimentati oggi fossero a lungo raggio, senza che però alcuna fonte occidentale raccogliesse le loro informazioni.

Non è ancora chiaro se gli esperimenti siano stati o meno coronati da successo, anche se in America si ritiene che il Taepo Dong abbia volato per poco più di 30 secondi prima di inabissarsi in mare. E’ invece già evidente la condanna espressa dagli Stati Uniti, dalla Repubblica Popolare Cinese, dalla Federazione Russa, dalla Francia, dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dal Giappone. Ha preso ufficialmente posizione anche l’Alleanza Atlantica. È stata altresì inoltrata una richiesta urgente di convocazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

È lecito chiedersi perché un evento prodottosi a così gran distanza dal nostro territorio nazionale sia rilevante anche per la sicurezza nazionale dell’Italia, che di sicuro non è un Paese direttamente minacciato da Pyongyang.

Le ragioni sono riconducibili ad almeno tre motivi di fondo.

Il primo concerne gli equilibri di potenza in Estremo Oriente, che è la regione economicamente più dinamica del mondo. In quello scacchiere, le ambizioni militari della Corea del Nord tendono a rafforzare la posizione di chi a Tokyo pretende la revisione delle rigide norme costituzionali che impediscono al Giappone di impiegare liberamente la forza armata di cui dispone. I test possono quindi spingere i giapponesi a riarmare, un evento che sarebbe epocale. In questo caso, infatti, è prevedibile l’innesco di un’imprevedibile corsa agli armamenti tra le due sponde del Mar Cinese, perché Pechino non rimarrebbe a guardare. Anche la posizione statunitense in Estremo Oriente ne risulterebbe indebolita, insieme alle residue speranze di contenere lo sviluppo geopolitico della Repubblica Popolare.

Il secondo elemento riguarda la possibilità, tutt’altro che teorica, che la Corea del Nord esporti i nuovi missili a lunga e lunghissima gittata verso tutti i Paesi che coltivano la speranza di sovvertire gli attuali equilibri internazionali. I precedenti in materia non sono in effetti incoraggianti, posto che gli antenati del Taepo Dong hanno attirato l’interessi di molti Stati, inclusa la Libia, prima che il colonnello Gheddafi si riconciliasse con l’Occidente. Un compratore possibile del Taepo Dong 2 è ad esempio l’Iran, che acquisterebbe ipso facto la possibilità di intimidire anche numerosi Paesi dell’Unione Europea.

Il terzo fattore deriva dagli altri due. La crescita dell’insicurezza diffusa potrebbe ripercuotersi sulla crescita economica globale, riducendo la propensione dei privati ad investire ed incoraggiando la destinazione di somme sempre più ingenti alla produzione di materiali d’armamento.

Ecco perché i missili scagliati oggi in mare dalla Corea del Nord riguardano tutti noi.

 

Stallo a Gaza

 

Fortunatamente per l’interessato, al contrario di quanto era parso nel cuore della notte tra il 28 ed il 29 giugno scorso, il soldato israeliano fatto prigioniero dai miliziani di Hamas non è stato ucciso. Invece, si continua a trattare la sua liberazione. E ciò malgrado sia scaduto anche un ultimatum, che prometteva l’uccisione dell’ostaggio qualora Tel Aviv non avesse provveduto a liberare un certo numero di terroristi detenuti nelle sue carceri.

Tuttavia, il senso generale di quanto osservato la scorsa settimana sembra tuttora valido. Israele sembra essersi calato nel mezzo di una guerra civile, accettando l’ingrato compito di coagulare contro di sè gli attacchi militari di tutte le fazioni in lotta all’interno dell’Autorità Nazionale Palestinese e graduando la risposta a seconda dell’organizzazione di volta in volta coinvolta.

Da un lato, Hamas e Fatah non possono cedere allo Stato ebraico senza delegittimarsi, e questo li obbliga adesso ad ingaggiare una serrata competizione ai danni di Israele, dei suoi militari e della sua popolazione civile. Dall’altro, Tel Aviv cerca di intimidire Haniyeh e Khaled Meechal, salvaguardando Abu Mazen. Un gioco difficile, che nelle percezioni palestinesi può trasformare il Presidente in un collaborazionista de facto dello Stato ebraico.

Le forze armate israeliane sono rientrate nella Striscia che avevano abbandonato solo pochi mesi fa, ma hanno evitato di assumere iniziative analoghe in Cisgiordania, dove risiede Abu Mazen e Fatah è comparativamente più forte.

L’idea è probabilmente quella di esercitare delle pressioni finalizzate alla liberazione del soldato fatto prigioniero, tuttora nelle mani di Hamas.

Nessuno può tuttavia essere certo del successo. L’impressione è anzi quella che Israele abbia quasi tutto da perdere in questa vicenda. Non è improbabile che l’intera strategia adottata da Tel Aviv sia stata condizionata dalla debolezza di Olmert e dalla sua necessità di stabilire la propria reputazione come leader forte, idoneo ad interpretare la politica che fu di Ariel Sharon.

La stampa israeliana appare comunque – e a ragione - sempre più preoccupata e nota con una certa inquietudine come alle spalle di Hamas si muovano siriani, iraniani e persino russi, mentre Washington è per adesso alla finestra.

 

 

28-29 giugno 2006

 

 

IL CENTRO-SINISTRA ITALIANO ALLE PRESE CON IL PROBLEMA DELLA PROROGA DELLE MISSIONI MILITARI IN SCADENZA

MENTRE SI FA INCANDESCENTE LA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE E PUTIN PRENDE POSIZIONE CONTRO I JIHADISTI IRACHENI

AHMADINEJAD NELLE CITTA’ SANTE SCIITE DELL’IRAQ?

 

 

 

 

La proroga delle missioni militari internazionali, spina del centro-sinistra

 

L’emanazione del primo decreto-legge semestrale di proroga delle missioni internazionali delle nostre Forze Armate si sta profilando passaggio più arduo del previsto per il centro-sinistra.

Le frange più estreme dell’Unione hanno già ottenuto una significativa vittoria imponendo a Prodi il sacrificio di quella che sarebbe dovuta essere “Nuova Babilonia”: un’operazione prevalentemente civile, ma pur sempre con una copertura assicurata da circa 800 soldati, che avrebbe dovuto subentrare nel 2007 a quella attualmente in corso a Dhi Qar e nei confronti della quale a maggio si erano registrate significative aperture.

Non vi è più in effetti alcun dubbio sul fatto che i militari italiani lasceranno l’Iraq entro novembre. Già adesso il loro numero in teatro è sceso dai 3200 originari a circa 1600, di cui il 40% è costituito dalla logistica dedicata alla preparazione del rimpatrio. Pare che saranno sostituiti dagli australiani e dai britannici in ripiegamento dalla Provincia di Muthanna, riconsegnata alle forze di sicurezza del Governo iracheno.

Malgrado il successo ottenuto sull’Iraq, tuttavia, Verdi, Cossuttiani e Rifondazione hanno aperto un secondo fronte, gettando sul tappeto la questione del futuro dell’intervento italiano in Afghanistan, un teatro nel quale le difficoltà sono in crescita ed è prevedibile una prossima intensificazione degli sforzi occidentali volti alla sua stabilizzazione e ricostruzione.

L’ala del pacifismo oltranzista chiede nell’immediato la negazione dei rinforzi aerei chiesti dalla Nato ed una ridefinizione degli obiettivi dell’intervento. A medio termine, reclama altresì la predisposizione di una exit strategy ad hoc per il tormentato Paese centro-asiatico.

A dar energia ulteriore alle loro pressioni ha certamente concorso la realtà di un processo di ricostruzione che segna il passo, a fronte dei sempre più significativi successi riportati dai Neotaliban, che agiscono ormai quotidianamente nelle regioni di Kandahar ed Helmland,cioè proprio nel quadrante dove presto la Nato sostituirà i soldati della coalizione a guida americana, senza disdegnare occasionali incursioni anche più a Nord, ad esempio nella zona di Kunduz.

Apparentemente, i Neotaliban godono di sostegni e connivenze in Pakistan, dove si dice che la città di Quetta abbia ripreso ad ospitare il coordinamento esterno delle attività di guerriglia, proprio come accadeva negli anni ottanta, all’epoca del jihad antisovietico. Se ne sono accorti anche gli americani, che di tanto in tanto chiedono ad Islamabad di agire in modo più incisivo nei confronti delle madrasse delle zone di confine, specialmente nel Waziristan, da cui pare che partano, oggi come dodici anni fa, le azioni offensive dei nostalgici del regime del mullah Omar.

A complicare la situazione si è messo da ultimo lo stesso Karzai, assumendo tutta una serie di decisioni che hanno destato apprensione e preoccupazione nei maggiori Paesi occidentali. Per puntellare il proprio precario potere, il Presidente afgano ha preso contatti con elementi dei clan e delle tribù ostili ritenute più malleabili, contro i quali tuttavia si batte la coalizione internazionale. Inoltre, si è fatto vedere al più recente vertice della Shanghai Cooperation Organization, un foro multilaterale regionale dominato da russi e cinesi. Infine, ha stretto a Pechino degli accordi di collaborazione militare con la Repubblica Popolare Cinese, forse nella speranza che Hu Jintao riesca laddove ha fallito per adesso Bush, cioè nell’intervenire presso Musharraf, convincendolo a smantellare la vasta rete dei supporti di cui si giovano i Neotaliban.

Tutto ciò da obiettivamente forza a chi ritiene che sia l’ora di andarsene da Kabul ed Herat prima che sia troppo tardi. Prodi e D’Alema, però, vedono nella conferma della missione italiana in Afghanistan una specie di rassicurazione di fedeltà data da Roma a Washington, dopo la decisione di abbandonare Nassyriah e le improvvide dichiarazioni antiamericane rese da Prodi all’atto di presentazione al Parlamento del suo Governo.

Di qui le difficoltà sotto gli occhi di tutti: pare adesso che si sia raggiunto un compromesso. Forse saranno ridotte le truppe di stanza a Kabul e si rinuncerà ad inviare gli aerei AMX chiestici dalla Nato. Diliberto, tuttavia, ha fatto sapere di non starci e così pure otto senatori dell’estrema sinistra, che preannunciando il loro no al decreto di proroga missioni hanno di fatto messo il centro-sinistra in minoranza a Palazzo Madama. Niente di nuovo. Nel 1997, Rifondazione fece mancare il proprio sostegno a Prodi proprio mentre i nostri militari si imbarcavano per l’Albania.

Probabilmente, i voti che mancano al centro-sinistra verranno a questo punto più o meno apertamente da alcuni partiti del centro-destra. L’Udc è uscita allo scoperto esattamente come nella scorsa legislatura, a parti invertite, usava fare l’Udeur di Mastella. E’ comunque chiaro che anche nella Casa delle Libertà è ormai aperto un dibattito. Da un lato, ci sono coloro che vorrebbero approfittare della situazione per disarcionare Prodi, costi quel che costi. Dall’altro, coloro che non intendono sacrificare alla lotta politica interna i rapporti costruiti con Washington nel corso della XIV legislatura. La scelta non sarà facile.

 

Frattanto, si complica la situazione in Medio Oriente

 

A rasserenare gli animi in Italia ed altrove non contribuirà poi certamente la ripresa degli scontri tra arabi ed israeliani in Medio Oriente. E’ evidente come la luna di miele iniziata con l’insediamento di Abu Mazen ai vertici dell’Anp sia ormai un lontano ricordo.

Da un lato, a Tel Aviv siede un uomo, Olmert, che per stabilire la propria credibilità ha bisogno di far ricorso alla forza molto più di quanto fosse necessario a Sharon, che era un eroe della Guerra del Kippur. Dall’altro, le tensioni con lo Stato ebraico paiono essere diventate uno strumento di cui Hamas si serve per impossessarsi definitivamente di tutto il potere all’interno della Palestina.

Nello specifico la dinamica degli eventi in corso sembra essere la seguente. Le forze armate israeliane sono entrate in massa nella Striscia di Gaza allo scopo di esercitare pressioni su Hamas finalizzate ad ottenere la liberazione del militare che i miliziani vicini al movimento islamico radicale sono riusciti a sequestrare alcuni giorni or sono.

Non è possibile attualmente prevedere l’esito finale di questa operazione militare: a quanto pare il soldato preso in ostaggio è stato ucciso in seguito all’arresto da parte israeliana di un Ministro palestinese. Non era apparso del resto di buon auspicio la circostanza che l’ingresso delle truppe ebraiche nella Striscia fosse coinciso con ulteriori rapimenti ai danni di cittadini israeliani, anche se a rivendicarli è stato non Hamas ma il braccio armato di Al Fatah, nucleo storico dell’indipendentismo palestinese e rivale degli islamismi che hanno vinto le recenti elezioni palestinesi.

E’ probabile a questo punto che gli elementi più oltranzisti di Hamas e vicini al vecchio Olp stiano in questa fase utilizzando Israele come mezzo attraverso il quale condurre una guerra civile per procura.

Il fatto strano, semmai, è che Tel Aviv abbia accettato il gioco. Forse, Olmert spera verosimilmente di saldare l’azione dei propri militari con quella degli uomini vicini a Fatah, indebolendo militarmente Hamas. Ma è una mossa avventata, che rischia di tradursi nella defenestrazione dello stesso Abu Mazen.

E’ di certo Hamas, comunque, l’obiettivo di Tsahal e del Governo che dispone del suo utilizzo. Concorre a dimostrarlo anche la scaramuccia aerea che ha opposto caccia israeliani e siriani sui cieli di Damasco, città dove vivrebbe in esilio il leader di Hamas, Meshaal.

In un contesto così difficile, la bussola ideologica che orienta la politica estera dell’Unione rischia di impazzire. Come minimo, D’Alema e Prodi saranno costretti a rivedere l’approccio della cosiddetta “equivicinanza”. Si chiederà loro da più parti di chiarire dove sia l’Italia: se con Tel Aviv, Abu Mazen o Hamas. E difficilmente si potrà evitare di rispondere.

 

Intanto Putin si schiera contro i jihadisti iracheni

 

Infine, c’è un ultimo sviluppo da considerare. Dopo la barbara uccisione di quattro civili russi in Iraq ad opera del network internazionale del terrore, il Presidente Putin ha chiesto uno sforzo per pervenire alla cattura o all’uccisione dei responsabili del gesto.

Anche se l’irritazione di Mosca è più che naturale, alla luce del riferimento fatto dai terroristi a quanto accade in Cecenia, l’intervento di Putin segna di per sé una svolta, posto che è la prima volta che la Federazione Russa prende nettamente posizione contro coloro che intralciano il processo di stabilizzazione in corso in Iraq e di fatto si schiera con chi si sta battendo per riportare una parvenza di ordine e stabilità a Baghdad e dintorni.

Occorre vedere adesso se alle parole seguiranno i fatti.

Comunque, non è questo l’unico elemento di novità registratosi in Iraq negli ultimi giorni. Ve n’è infatti un secondo, che è passato quasi inosservato sulla stampa italiana me che non per questo è poco significativo. Teheran ha annunciato il prossimo pellegrinaggio nelle principali città sante dell’Iraq sciita del Presidente Mamoud Ahmadinejad.

Se Ahmadinejad andrà sul serio a Najaf, Kut e Kerbala, luoghi teatro di scontri sanguinosi negli ultimi anni e nei quali nessun leader occidentale ha finora potuto avventurarsi, avremo la prova che è davvero l’Iran a muovere le fila della lotta in corso nell’Iraq centro-meridionale.

Si rafforzerà altresì il sospetto di coloro che ritengono che il controllo del suolo iracheno sia un aspetto non secondario del complesso contenzioso sorto tra la comunità internazionale ed il regime degli ayatollah a proposito delle ambizioni nucleari della Repubblica Islamica: la carta da giocare per ottenere il via libera ai piani di arricchimento dell’uranio sul suolo persiano. E’ singolare che l’Italia chieda di essere coinvolta nel negoziato con Teheran proprio mentre cancella la propria presenza militare nello scacchiere del Golfo Persico.

 

 

21 Giugno 2006

 

 

COME CAMBIA IL RAPPORTO TRA ITALIA E RUSSIA

QUALCHE RIFLESSIONE IN MARGINE ALL’ANNUNCIO DEL RITIRO

GIAPPONESE DALL’IRAQ

 

 

 

 

Il vertice italo-russo

 

Il primo incontro tra il Presidente Putin ed il nuovo Presidente del Consiglio italiano Romano Prodi non è certamente stato un evento “protocollare” per le autorità della Federazione Russa, che da tempo si preoccupano di capire a quali linee guida il nuovo Governo di Roma impronterà la propria politica estera.

Ci sono almeno due livelli ai quali il recente vertice può essere valutato. Il primo concerne il piano degli accordi che sono stati siglati. Il secondo riguarda la possibile evoluzione dei rapporti italo-russi nel loro complesso.

È da qui che occorre partire.

Durante gli anni del centro-destra, Berlusconi ha giocato la carta dell’approfondimento dei rapporti bilaterali con la Russia soprattutto come mezzo per compensare la debolezza della posizione italiana nell’Europa comunitaria. E la stessa cosa è stata fatta nei confronti di Washington sin dai tempi del G8 di Genova.

La politica italiana verso la Federazione ha innegabilmente avuto anche una rilevante componente economico-commerciale, ma la finalità prima della scelta di stabilire un asse tra Roma e Mosca accanto a quella di rafforzare le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti rispondeva prevalentemente all’obiettivo di bilanciare in qualche modo la crisi della nostra posizione in Europa.

Questa strategia ha dato frutti significativi soprattutto nel biennio 2001-2003, a causa della straordinaria sintonia stabilitasi in quegli anni tra l’Amministrazione Bush ed il Cremlino, ed ha avuto il suo culmine il 28 maggio 2002 a Pratica di Mare, quando venne creato il Consiglio a Venti Nato-Russia. Lo scenario della “grande alleanza” planetaria permetteva all’Italia di ovviare più che egregiamente all’ostilità riservata dalla Francia di Chirac e dalla Germania di Schroeder al Governo Berlusconi.

L’impianto di politica estera prescelto dal centro-destra avrebbe resistito anche al cambiamento di scenario verificatosi a partire dalla crisi irachena del 2003, anche grazie alla progressiva personalizzazione dei rapporti tra il Presidente del Consiglio italiano ed il Presidente della Federazione Russa.

E’ per questo motivo che, potendo, Mosca avrebbe votato il 10 aprile per la Casa delle Libertà. Tuttavia, in Prodi la Federazione Russa scorge oggi delle opportunità non meno significative di quelle che Berlusconi aveva offerto al Cremlino e per di più in un quadro differente e più favorevole agli interessi di Mosca.

A nessuno – e meno che mai in Russia – è infatti sfuggita la circostanza che Romano Prodi abbia una visione multipolare dei futuri equilibri mondiali e che all’interno di tale concezione il Premier italiano intraveda degli spazi per un’Europa sostanzialmente affrancata dall’alleanza con gli Stati Uniti. È altresì nota all’intelligence russa la grande sintonia della nuova classe dirigente italiana con quell’asse franco-tedesco che proprio con la Russia di Putin aveva dato vita nel 2003 al “fronte del no” alla guerra contro Saddam.

Volendo riassumere, agli occhi di Putin, Prodi è l’uomo che può allontanare l’Italia da Washington – se non addirittura sganciarla - e progressivamente avvicinarla al Triangolo di Ekaterininburg: il gruppo di coordinamento russo-franco-tedesco poi allargatosi alla Spagna di Zapatero. Se così fosse, la politica russa nei confronti dell’Europa e dell’Italia sarebbe tornata alla tradizionale ricerca del divorzio tra le due sponde dell’Atlantico, il cosiddetto decoupling che sfuggì tanto a Breznev quanto a Gorbaciov.

La geopolitica energetica potrebbe essere il lubrificante della svolta e non è un caso che l’energia sia stato l’argomento principale delle conversazioni tenutesi ieri al Cremlino. Le intese più significative strette ieri sono quelle che contemplano l’apertura del mercato italiano a Gazprom in cambio di concessioni all’Eni nella ricerca di gas e petrolio all’interno della Federazione.  Rappresentano il secondo livello dell’analisi da condurre sul vertice italo-russo di ieri.

E’ difficile, al momento, valutare quale delle due parti abbia tratto il maggiore vantaggio.

Tuttavia, ci sono dei fatti dai quali non si può prescindere. Gazprom è divenuta il principale strumento di influenza di cui disponga la diplomazia russa e noi gli abbiamo aperto le porte di casa: nemmeno Berlusconi si era spinto così in là.

La mossa, in effetti, non è priva di rischi. A misura che si accentua la dipendenza europea ed italiana dalle sue forniture, i Paesi dell’Unione perderanno infatti la possibilità di elaborare autonomamente i principali obiettivi della politica estera nell’Est Europeo e nel Caucaso. Per fronteggiarla e ridurla, ci vorrebbe forse una politica energetica comune europea, del genere di quella che reclamano baltici e polacchi proprio per porsi al riparo dai ricatti di Mosca. Ma giungervi in tempi brevi sembra attualmente difficile.

Sono invece da salutare con favore e senza riserve le intese strette da Finmeccanica con Sukhoi per la produzione congiunta di un jet destinato alle linee regionali russe e quelle concernenti il settore bancario, che la Federazione deve internazionalizzare se vuole accedere alla WTO.

Dietro l’apparente continuità, la sensazione rimane quella che i primi passi compiuti dal Governo Prodi in campo internazionale stiano conducendo – non è chiaro quanto consapevolmente – ad un riorientamento complessivo della politica estera italiana. Che è più fredda verso Washington, a dispetto delle rassicurazioni fornite da D’Alema e Parisi sul significato del ritiro dall’Iraq e la conferma dell’impegno in Afghanistan, e potrebbe celare velleità antiamericane anche nei nuovi rapporti con Mosca. Nei confronti dell’asse franco-tedesco siamo poi alla resa completa e senza condizioni, se è vero che Prodi ha promesso ad Angela Merkel di rinunciare ad ostacolare le ambizioni della Germania alle Nazioni Unite. Un fatto significativo anche questo, posto che si tratterebbe di archiviare una linea di politica estera che era stata fatta propria tanto dal centro-destra quanto dal vecchio centro-sinistra.  

 

Il ritiro giapponese dall’Iraq

 

L’altro evento di grande rilievo prodottosi nell’ultima settimana è certamente la decisione del Governo giapponese di ritirare immediatamente il contingente inviato da Tokyo nella provincia irachena di al Muthanna: circa seicento uomini, con un mandato rigorosamente limitato alla fornitura di aiuti umanitari e tecnici alla ricostruzione dell’Iraq, diverso quindi da quello conferito ai militari di Antica Babilonia, che sono stati incaricati di contribuire anche al ristabilimento di una cornice di sicurezza nella loro area di competenza, nonché all’addestramento delle unità militari del nuovo Esercito iracheno.

Da tempo circolavano indiscrezioni riguardo all’intenzione di Koizumi di far precedere il proprio ritiro dalla scena politica il prossimo settembre da un gesto di riconciliazione nazionale tra il Partito Liberaldemocratico ed un’opinione pubblica contraria alla partecipazione nipponica alla stabilizzazione dell’Iraq.

Non vi è comunque dubbio che la scelta di Tokyo sia destinata a pesare anche sul dibattito politico interno italiano. La causa risiede nei tempi del ripiegamento giapponese, che inizierà il 1° luglio e si concluderà entro il 31 seguente: subito, quindi, e senza particolari tergiversazioni. Gli ordini relativi sono già stati emanati dal Ministro della Difesa.

E’ infatti difficile che nel centro-sinistra italiano Verdi, Rifondazione e Cossuttiani non inalberino adesso il vessillo del rimpatrio immediato “alla giapponese”, mettendo in difficoltà Prodi, D’Alema e Parisi che stanno sostenendo la strategia del ritiro lento e graduale.

Tuttavia, ci sono ragioni tecniche e politiche che fanno del ripiegamento italiano una questione del tutto differente. Sarebbe opportuno ricordarle. I giapponesi lasceranno, insieme ad altri militari australiani e britannici, una Provincia pacifica, affidandola alle cure delle autorità irachene, mentre Nassyriah è giudicata un teatro così difficile che l’ipotesi di dirottare le truppe alleate in uscita da al Muthanna verso la Provincia di Dhi Qar suscita già allarme a Camberra.

Inoltre, un conto è privare l’Iraq di seicento soldati “inutili” dal punto di vista del contributo attivo alla pacificazione, altro è sottrargli quasi tremila militari che hanno dato prova all’occorrenza di buone capacità combattive. Non stupisce, quindi, che la defezione di Koizumi dispiaccia a Bush meno di quella deliberata da Prodi.

 

 

13 Giugno 2006

 

 

IL RIORIENTAMENTO DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA COME CHIAVE ESPLICATIVA DELL’AZIONE DEL GOVERNO PRODI

LE IMPLICAZIONI DELL’USCITA DI SCENA DI ZARQAWI

 

 

 

 

 

Il riorientamento della politica estera italiana

 

Non si comprende perfettamente il programma del Governo Prodi se non lo si legge attraverso il prisma della politica estera. E’ nelle scelte di allineamento internazionale, infatti, che si trova anche la chiave delle misure di politica economica che verranno adottate nei prossimi mesi.

L’esecutivo della Casa delle Libertà – sulla difensiva ancor prima di assumere i pieni poteri cinque anni fa – aveva optato per una politica estera a tutto campo, che compensasse con il rafforzamento delle relazioni bilaterali con Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Federazione Russa le difficoltà a trattare con Parigi e Berlino. E’ questo orientamento di fondo ad aver ispirato l’allineamento dell’Italia di Berlusconi a tutte le decisioni più spinose prese dall’Amministrazione Bush dopo l’abbattimento delle Torri Gemelle. I soldati italiani sono andati in Afghanistan e sono stati rischierati anche in Iraq, nel contesto di due impegnative missioni alle quali non per caso si applica il Codice penale militare di guerra.

Non tutte le cose sono andate per il verso giusto, specialmente dopo l’uccisione accidentale di Nicola Calipari e gli ostacoli frapposti da Washington al perseguimento dei militari responsabili dell’accaduto. Tuttavia, almeno sotto un profilo, gli Stati Uniti si sono sdebitati, ritardando l’ingresso della Germania come nuovo membro permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Difficoltà ulteriori sono subentrate con l’uscita di Madrid dall’Iraq e, soprattutto, con gli attentati londinesi del 7 e 21 luglio 2005, che sono stati vissuti dal Governo italiano come attacchi diretti anche al nostro territorio nazionale ed hanno provocato nel settembre 2005 l’avvio del graduale ritiro di Roma da Nassyriah, di cui adesso è in atto il completamento.

Il centro-sinistra ha sempre contestato l’impianto euroscettico e filo-anglosassone prescelto da Berlusconi, opponendogli un disegno alternativo di politica estera che passava allora come oggi per il prioritario impegno a costruire l’integrazione europea e contestualmente ridurre l’influenza americana sul Vecchio Continente. Prodi in particolare ha sempre coltivato una visione multipolare dei futuri equilibri internazionali, considerando l’Europa non solo come una risposta esterna al problema della modernizzazione dell’Italia ma altresì come una potenziale superpotenza in grado di riequilibrare i rapporti di forza tra le due sponde dell’Atlantico.

Di qui i termini del vero conflitto politico che ha spaccato in due la Repubblica Italiana, il suo sistema politico e la sua opinione pubblica. Da un lato, l’Italia della Casa delle Libertà: una nazione libera di muoversi a piacimento nel gioco della diplomazia mondiale, che cerca di ritagliarsi un ruolo di più elevato profilo sulla scena internazionale maturando crediti con le maggiori potenze. Dall’altro, quella immaginata da Ds e Margherita: un Paese che conterebbe di più nel mondo solo in quanto parte di un futuro superstato europeo, capace di incidere sugli equilibri planetari ben più significativamente di qualsiasi Stato nazione.

A prescindere da qualsiasi valutazione sul realismo delle aspettative dei prodiani, dal loro approccio consegue il fatto che per beneficiare dell’avvento di un Europa superpotenza occorre non esserne estromessi e rimanere nel nucleo duro dei Paesi che contano all’interno dell’Unione Europea. Nell’immediato, questo obiettivo esige che si restauri il feeling con la Commissione Europea compromesso da Berlusconi, acquisendo benemerenze agli occhi di Bruxelles con energiche iniziative nel campo della contabilità pubblica.

E’ questa la linea di pensiero che giace dietro la volontà apparentemente ferrea di riportare velocemente il rapporto tra deficit e Pil al 3% e di ricostituire un avanzo primario. Il Presidente del Consiglio non poteva essere più chiaro: non basta essere tollerati dalla Commissione, a differenza di quanto accadeva all’epoca di Berlusconi. Bisogna invece diventare “i primi della classe”. Se l’estrema sinistra non si mette di mezzo, sarà a questo disegno complessivo che si dovranno sia l’imminente aumento delle tasse che la rinuncia ad alcune delle opere pubbliche di maggior impatto previste dalla vecchia Legge Obiettivo.

 

La svolta filo franco-tedesca ed il raffreddamento dei rapporti con gli Stati Uniti

 

Dal punto di vista della politica estera, la volontà di rilanciare il rapporto con l’asse franco-tedesco è già molto nitidamente visibile, così come lo è la rinuncia a continuare nella costruzione di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Non è tanto la decisione di rimpatriare Antica Babilonia ad averlo dimostrato, quanto la severa critica al comportamento di Washington manifestata nel discorso programmatico di Prodi alle Camere, che ha irritato significativamente l’ambasciatore Spogli.

Naturalmente, gli americani non accetteranno facilmente questo slittamento dell’Italia all’esterno della loro sfera d’influenza ed eserciteranno pressioni. Il Governo di Roma le sta già subendo e si spiegano anche in questo modo i tentennamenti cui si assiste negli ultimi giorni.

Dopo aver mosso gravi addebiti alla Casa Bianca, Prodi ha recentemente affermato che il ritiro dall’Iraq sarà fatto in modo tale da non offendere la suscettibilità americana, mentre D’Alema sta tentando di convincere il Consiglio dei Ministri a rispettare la scadenza di dicembre originariamente prevista dal Governo Berlusconi, rinunciando al rientro anticipato di cui parla soprattutto il Ministro della Difesa Parisi. 

Il fatto è che il Governo è stretto tra l’incudine ed il martello: tra le pressioni americane ed atlantiche da un lato e le pretese dell’estrema sinistra dall’altro.

Da queste tensioni, è possibile che emerga un compromesso. I soldati italiani lascererebbero in tempi più o meno brevi l’Iraq, ma resterebbero pienamente coinvolti in Afghanistan, dove la cornice legale delle operazioni è più facilmente accettabile anche per gli elettori dell’Unione di centro-sinistra. Una soluzione comunque approssimativa, perché da qualche tempo l’Alleanza Atlantica non si accontenta più della conferma dei nostri attuali impegni militari a Kabul ed Herat ma ci chiede qualcosa di più, aerei e truppe speciali, che Rifondazione, Verdi e Cossuttiani non sono disposti a concedere.

Pare che della questione verrà a breve investito il Consiglio dei Ministri.

Il decreto di proroga delle missioni dovrebbe comunque essere unico per tutte le operazioni militari in corso all’estero e non precisare la data dell’abbandono dall’Iraq.

 

Le implicazioni dell’uscita di scena di Zarqawi

 

L’altro elemento sul quale occorre soffermarsi è l’eliminazione di Al Zarqawi dal panorama iracheno e le sue verosimili conseguenze.

Il raid che ha condotto all’uccisione del pericoloso leader del jihadismo in Iraq non è infatti irrilevante ai fini della battaglia in corso tra coloro che vogliono il successo del processo di stabilizzazione e coloro che invece l’avversano.

Zarqawi verrà certamente rimpiazzato ai vertici dell’organizzazione di Al Qaeda “nella Terra dei Due Fiumi”. Inoltre, è noto come tra i cosiddetti “resistenti” vi sia una gran quantità di gruppi e soggetti del tutto indipendenti dal network internazionale del terrore, che continueranno conseguentemente a colpire come se nulla fosse accaduto. Ma l’effetto sul morale delle truppe americane ed irachene che si battono per il ripristino della legalità in Iraq non può essere sottovalutato: la morte di Al Zarqawi ha generato nuova fiducia, se non autentica euforia.

Vi è poi un altro fattore da considerare: non tutti i generali sono egualmente bravi e decisivi nel corso delle campagne che combattono. Zarqawi era sicuramente un terrorista spietato e sanguinario, come probabilmente lo sarà il suo successore, ma era altresì uomo dalla visione e dalle capacità strategiche considerevoli.

Nessuno in Iraq è riuscito a recare danno maggiore di Zarqawi alle prospettive della pacificazione nazionale ed è veramente difficile che i jihadisti possano adesso trovare rapidamente un leader della stessa pericolosità. E’ Zarqawi che ha allontanato le Nazioni Unite da Baghdad nel 2003, indebolendo la legittimazione internazionale dell’azione della coalizione a guida statunitense. E’ Zarqawi che ha allontanato dall’Iraq parte degli alleati degli americani e delle organizzazioni umanitarie, con le bombe in Europa e la strategia dei sequestri, provocando l’accentuazione del carattere militare ed imperiale delle operazioni in corso in Mesopotamia. E’ sempre Zarqawi, infine, l’uomo che ha innescato la guerra civile tra sciiti e sunniti che ormai insanguina da mesi l’Iraq, seppure questa mossa gli sia valso il biasimo di Bin Laden.

Sostituirlo non sarà impresa agevole per i jihadisti.

In sintesi, dopo l’eliminazione di Zarqawi la lotta è destinata a proseguire: ma con maggiore convinzione da parte occidentale e con un avversario sicuramente meno abile e sofisticato del terrorista giordano appena scomparso.

 

 

7 Giugno 2006

 

 

NUOVI SCENARI PER L’IRAQ ED IL GOLFO, MENTRE I TALEBANI SONO ALL’OFFENSIVA NEL SUD DELL’AFGHANISTAN E GLI ISLAMISTI CONQUISTANO MOGADISCIO

 

 

 

 

La situazione in Iraq alla vigilia del disimpegno italiano

 

Rispetto a tre mesi fa, la situazione in Iraq appare differente sotto almeno tre punti di vista.

In primo luogo, è cambiata, ed in modo deciso, la politica perseguita dagli Stati Uniti sul terreno. Filosciita e filoiraniana per buona parte del 2004 e del 2005, in questo 2006 Washington sembra orientata a favorire l’inserimento dei sunniti nel processo politico legale in corso a Baghdad. Espressione di questa svolta è la sostituzione dell’esecutivo curdo-sciita presieduto da Jaafari con il nuovo Governo di unità nazionale guidato da Al Maliki.

Secondariamente, ed in parte per effetto del riorientamento della politica americana a Baghdad, si è inasprita la guerra civile. I radicali sunniti ostili alla parlamentarizzazione della loro lotta hanno colpito con sempre maggiore veemenza gli sciiti, attaccandoli in alcuni dei loro più importanti luoghi di culto. Questi ultimi hanno a loro volta reagito, raccogliendo anche gli input provenienti dai settori del mondo sciita iracheno più vicini al movimento dei Pasdaran iraniani. Il risultato è che da qualche tempo gli scontri interconfessionali provocano molte più vittime in Iraq di quante non ne produca il duello tra i guerriglieri ed i terroristi, da un lato, ed i militari della Coalizione multinazionale, dall’altro. Nelle ultime cinque settimane, sono state ben 1400 le vittime civili degli scontri e delle vendette tra sciiti e sunniti.

In terzo luogo, il braccio di ferro diplomatico tra Teheran e l’Occidente sul futuro del programma nucleare iraniano ha certamente favorito l’aumento delle offese portate alla Coalizione multinazionale nel Sud dell’Iraq, una zona fino a pochi mesi fa relativamente tranquilla. Anche l’attacco del 27 aprile costato la vita a quattro carabinieri italiani e ad un militare rumeno è rientrato probabilmente nel contesto di una strategia di segnalazione indiretta dell’Iran ad americani ed europei, volta ad enfatizzare il ruolo che Teheran può giocare nella pacificazione come nella destabilizzazione dell’Iraq. Ad irrobustire questa scomoda ipotesi sta anche il fatto che nella circostanza siano stati impiegati sistemi d’arma di origine iraniana. All’indomani dell’attacco compiuto ai danni del contingente italiano, a Bassora è stato inoltre abbattuto un elicottero britannico, episodio che ha dato l’avvio ad una rivolta urbana domata con grande fatica.

E’ chiaro come, in queste condizioni, appaia alquanto semplicistico ricondurre gli attacchi subiti da Antica Babilonia ad una presunta generica ostilità della popolazione irachena ai militari italiani.

In realtà, nel Sud dell’Iraq si sta giocando una partita complessa, che è il riflesso di quanto sta accadendo a Baghdad e nei negoziati tra l’Iran ed il cosiddetto gruppo dei 5+1, di cui sono parte i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e la Germania.

Se le trattative sul nucleare iraniano verranno incanalate sul sentiero che conduce all’accordo, probabilmente la situazione sul terreno migliorerà anche nel Sud iracheno ed a Nassyriah, permettendo l’ordinato ripiegamento del nostro contingente. Se il negoziato prendesse invece una brutta piega, non può essere esclusa una intensificazione delle violenze anche ai danni dei militari italiani. I quali – oltretutto – si trovano in una posizione di obiettiva vulnerabilità proprio in ragione del fatto che ne è ormai noto il prossimo ritiro. Forte è infatti la tentazione dei jihadisti di colpire Antica Babilonia per far apparire il rientro degli italiani in Patria come l’esito di una sconfitta che in realtà non c’è stata.

 

Si tratta con l’Iran

 

Lo sviluppo del negoziato con Teheran è quindi l’elemento probabilmente più importante di cui occorre tener conto nella regione del Golfo Persico. Quanto sta accadendo dovrebbe aver dimostrato come – al di là della retorica propagandistica – sia l’Occidente che la Repubblica Islamica vogliano trattare. L’Iran desidera soprattutto vedersi riconoscere lo status di grande potenza regionale, mentre l’Occidente subordina la concessione di tale agognato riconoscimento alla dimostrazione di Teheran di essere divenuta un soggetto internazionalmente affidabile.

Le trattative saranno difficili, perché i precedenti, specialmente quelli che concernono i rapporti tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica, non sono buoni. Tuttavia, non vi è dubbio che sul piatto, mano a mano che passa il tempo, l’Occidente abbia posto contropartite sempre più allettanti. L’Europa ha ipotizzato un concorso alla modernizzazione dell’aviazione civile iraniana. Alcuni diplomatici hanno successivamente prefigurato la fornitura all’Iran di reattori ad acqua leggera, come quelli che si pensava di offrire anni fa alla Corea del Nord per fermarne la corsa al nucleare. Si parla adesso addirittura di concessioni sotto il profilo della possibilità che l’Iran proceda infine – sotto controllo internazionale – all’arricchimento dell’uranio. Un processo che non desta preoccupazioni finché è condotto nei limiti del 5-6%, ma che equivale all’acquisizione di un deterrente nucleare militare quando è spinto sino alla soglia del 90%.

Una complicazione ulteriore che pende sul prosieguo dei contatti tra comunità internazionale ed Iran è rappresentata dal conflitto politico in atto all’interno della Repubblica Islamica. Ahmadinejad non sta soltanto sfidando il mondo con le sue intemperanze verbali sull’Olocausto. Sembra piuttosto aver ingaggiato un duello a fondo con gli elementi più conservatori della gerarchia religiosa, cui intende sottrarre il controllo ultimo dei destini dell’Iran. In parole povere, il Presidente iraniano rappresenta la più grande sfida al clero sciita guidato da Ali Khameney dai tempi della Rivoluzione del 1979.

 

Mentre in Afghanistan la situazione inizia a deteriorarsi

 

Dove gli sviluppi sembrano essere particolarmente scoraggianti è invece in Afghanistan. Preannunciata dallo scorso autunno, è cominciata infatti nel tormentato Paese centro-asiatico la prima offensiva in grande stile condotta dai Talebani dal 2001. Lo schema che i seguaci del Mullah Omar stanno seguendo appare purtroppo molto simile a quello già utilizzato tra il 1994 ed il 1996 per conquistare il potere e va quindi contrastato con decisione.

Dai rifugi impenetrabili posti in gran parte al di là della frontiera con il Pakistan, gruppi di diverse decine di elementi radicali muovono velocemente nell’interno dell’Afghanistan, attaccando soprattutto le province del Sud in cui è recentemente entrata la Nato. Gli obiettivi più frequentemente colpiti sono le stazioni di polizia, difese debolmente da un personale scarsamente motivato ed ancor peggio addestrato, le scuole dove sono presenti giovani donne, le autorità locali e, naturalmente, i militari ed i civili che assistono il Governo di Hamid Karzai nella ricostruzione del Paese.

Kandahar e la Provincia di Helmland, dove si trovano anche estese coltivazioni di oppio, sono quelle maggiormente a rischio e fortunatamente non ospitano militari italiani. Ma si sono osservati attentati anche in zone del Paese dove i Talebani non possono contare di particolari supporti, come ad Herat, che è una città tagika.

Incursioni talebane sono state altresì segnalate in prossimità di Kabul. Il 29 maggio, inoltre, proprio nella capitale afghana si sono verificati gravi incidenti, in seguito all’uccisione accidentale di alcuni civili afgani da parte di un’autocolonna americana.

L’offensiva talebana ha provocato una drastica impennata delle morti violente e nel mese appena trascorso per la prima volta il numero delle vittime settimanali in Afghanistan ha superato quello registrato in Iraq.

L’impegno militare italiano in Afghanistan è attualmente ridotto, perché da maggio la forza di stabilizzazione Nato nota come ISAF non è più sotto il comando di un generale italiano. Tuttavia, è pur sempre significativo ed è oggetto di un aspro confronto politico in seno alla nuova maggioranza di centro-sinistra. All’interno dell’Unione, infatti, mentre Ds e Margherita sono propensi a confermare la presenza dei soldati italiani in Afghanistan, Rifondazione, Verdi e Cossuttiani sono orientati a chiedere un ritiro simile a quello concordato per l’Iraq.

Se nel frattempo non si verificheranno fatti nuovi di qui sino alla fine di giugno - segnatamente altri attacchi ai danni del contingente italiano, magari con vittime - è tuttavia presumibile che il Governo Prodi raggiunga una soluzione di compromesso. I soldati italiani dovrebbero restare nell’ISAF. Unità delle forze speciali verrebbero messe a disposizione del comando atlantico in Afghanistan. Ma sarebbero negati a Bruxelles i caccia-bombardieri tattici AMX che la Nato chiede al nostro Governo di rischierare a Kabul per sostituire dei velivoli olandesi.

 

… e a Mogadiscio conquistano il potere i jihadisti

 

Per certi versi è forse ancora più grave quanto è capitato a Mogadiscio dove, dopo anni di guerra civile e di sostanziale anarchia, elementi che si richiamano apertamente alla visione più radicale dell’Islam politico cara a Bin Laden sono riusciti ad impossessarsi del potere.

La fase finale dello scontro ha visto contrapporsi un cartello di signori della guerra, l’Alleanza per la Restaurazione della Pace e per il Controterrorismo probabilmente sostenuta da Washington, all’Unione delle Corti Islamiche: un raggruppamento di undici magistrature shariatiche guidato dallo sceicco Sharif Ahmed.

Fortunatamente, la Somalia è un Paese marginale e privo di materie prime. Tuttavia, quanto è accaduto nell’Afghanistan dei Talebani dovrebbe indurre alla massima cautela. Occorre infatti evitare che Mogadiscio divenga una nuova Kandahar, cioè un rifugio sicuro per i terroristi jihadisti in giro per il mondo. Tale eventualità non è remotissima: infiltrazioni di Al Qaeda nel Corno d’Africa sono infatti note da tempo, sia perché Bin Laden aveva a suo tempo rivendicato il merito della sconfitta statunitense del 1993 ad opera del generale Aidid, sia perché esistevano segnalazioni recenti dell’intelligence internazionale.

Non a caso, una delle basi più importanti dell’Operazione Enduring Freedom, che si occupa della lotta al terrorismo internazionale a matrice jihadista dal Mediterraneo Orientale alle montagne dell’Hindo-Kush, ha sede proprio a Gibuti.

E’ verosimile che questa postazione adesso cresca d’importanza. La stampa americana, persino quella di parte democratica, ha del resto già chiesto un più attivo coinvolgimento militare statunitense nel Corno d’Africa.

La lezione che se ne dovrebbe trarre è che dimostrarsi deboli, come accadde all’Occidente nella prima metà degli anni ’90 a Mogadiscio, non porta mai a buoni risultati.

 

 

 

21 Marzo 2006

 

 

 

LA CONTROFFENSIVA GEOPOLITICA RUSSA IN EUROPA ORIENTALE ED INDIA

GLI SVILUPPI IN MEDIO ORIENTE E NEL GOLFO

 

 

 

 

La controffensiva russa in India: tecnologia e combustibile nucleare di Mosca a Nuova Delhi prima di quella fornita da Bush

 

Come era più che lecito attendersi, la firma dell'accordo di collaborazione indo-americano nel settore nucleare civile non ha affatto implicato il riallineamento geopolitico di Nuova Delhi che a Washington si sperava. In meno di due settimane, si è infatti riaffacciata nel subcontinente indiano anche Mosca, che ha offerto combustibile e tecnologie nucleari all'Unione Indiana, proprio mentre al Congresso statunitense cominciavano ad affilare le armi i numerosi parlamentari ostili alla ratifica dell'intesa raggiunta da Bush e Singh.

In effetti, la nuova situazione geopolitica internazionale pone Nuova Delhi nella condizione di trattare da posizioni di forza con tutte le maggiori potenze mondiali: dagli Stati Uniti alla Federazione Russa, dalla Cina all'Iran.

Non si possono coltivare illusioni. India e Russia cooperano intensamente da molti anni nel campo militare e delle tecnologie per la difesa, svolgendo esercitazioni congiunte e sviluppando sistemi d'arma complessi.

E bisogna tener conto anche di Pechino. Sul terreno economico, importanti passi in avanti sono stati infatti compiuti anche nei rapporti indo-cinesi, in seguito alla visita del Premier cinese a Delhi e Bangalore.

Esistono inoltre progetti complessi per l’'estensione trilaterale dei rapporti che attualmente legano bilateralmente Mosca a Pechino e Delhi. Sotto il profilo militare, potrebbero prendere la forma di esercitazioni a tre. Sotto il profilo economico, invece, si parla di una prolunga verso la Repubblica Popolare del gasdotto che dovrà congiungere Delhi ai giacimenti russi, attraversando Iran e Pakistan, oltre chè di un'apertura reciproca dei mercati indiani e cinesi.

Non vi è dubbio che in Eurasia sia ormai in atto una complessa battaglia. Da un lato, stanno le potenze occidentali, guidate dagli Stati Uniti, che cercano di proiettare la loro influenza dalle periferie marittime del macrocontinente verso il suo cuore centro-asiatico; dall'altro, si trovano Cina e Russia che si sforzano di contenere il tentativo.

La competizione prossima ventura potrebbe anche assumere le vesti istituzionali di una lotta tra la Nato e la Shanghai Cooperation Organization, il foro regionale che raggruppa Russia, Cina e quattro Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale. La seconda sta iniziando a prendere il sopravvento, non solo perché ambiscono ad entrarvi anche Teheran e Nuova Delhi, ma anche perchè ha intimato con successo agli americani di sgomberare le basi allestite in Asia Centrale dopo l'11 settembre. Dall'Uzbekistan, Washington è già dovuta uscire. Nelle altre Repubbliche, Rumsfeld ha ottenuto dilazioni temporanee, ma si stanno esplorando alternative. E’ noto ad esempio l'interesse del Pentagono a rafforzare la collaborazione con il Turkmenistan, che è sotto il tacco dell’imbarazzante Nyazov.

Persino in questo caso, però, vi sono delle complicazioni. A parte la presentabilità internazionale del suo tiranno, il Turkmenistan interessa infatti anche dal punto di vista della geopolitica energetica, posto che un tempo la rotta turkmena era considerata una valida alternativa alle pipeline russe per convogliare verso gli Oceani il gas ed il petrolio del Caspio. Ma da qualche tempo è tutt’altro che certo l’ingresso turkmeno nel club degli alleati degli Stati Uniti, dal momento che Gasprom è entrata in forze nel Paese.

La controffensiva russa – che è evidentemente a 360 gradi - ha interessato altresì Cina ed Est Europeo. Per quanto riguarda la Repubblica Popolare, da ieri è in corso una visita di Stato del Presidente Putin, che nelle vesti di leader di turno del G8 ha invitato il Governo di Pechino al vertice annuale di San Pietroburgo. Putin ha altresì siglato un accordo in base al quale Gasprom costruirà entro i prossimi cinque anni due gasdotti che riforniranno la Cina e contribuiranno ad alleviarne la sete sempre più acuta di energia.

Per quanto riguarda l’Est Europeo, i due teatri di maggior interesse per la Russia sono certamente quelli bielorusso ed ucraino, dove si sta sviluppando una complessa partita in due tempi.

 

Braccio di ferro in Bielorussia, in attesa della partita decisiva a Kiev

 

A Minsk, il primo round è andato a Lukashenko e a Putin, anche se l’Osce ha definito “unfair” le recenti elezioni e l’Unione Europea si accinge a sanzionare il comportamento delle autorità bielorusse.

Che la consultazione si sia tenuta in un clima pesante non vi sono dubbi. Allo stesso modo, le dimensioni del successo di Lukashenko sono più che sospette, avendo il Presidente in carica ottenuto più dell’82% dei voti, contro il sei per cento andato al suo più accreditato rivale.

E’ difficile, tuttavia, che a Minsk si ripeta quanto è accaduto a Tbilisi e a Kiev. L’opposizione non è forte in Bielorussia quanto lo era in Georgia ed Ucraina. Inoltre, il regime e Putin, che lo sorregge da lontano, hanno questa volta giocato d’anticipo, mobilitando i servizi di sicurezza e limitando l’attività delle Ong straniere sul suolo bielorusso.

Se l’esito del confronto in atto a Minsk appare pressoché scontato, a dispetto dei presidi organizzati nelle piazze e del sostegno assicurato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea alle richieste di ripetizione del voto, non altrettanto può dirsi di quello che sta per raggiungere l’apice in Ucraina, dove sarà presto rinnovata la Rada, il locale Parlamento. I sondaggi più recenti attribuiscono notevoli probabilità di successo a Viktor Yanukovich, l’ex Primo Ministro di Kuchma uscito sconfitto alle presidenziali vinte da Yushenko.

Yanukovich è il leader dello schieramento filorusso in Ucraina ed una sua vittoria segnerebbe di fatto la fine della Rivoluzione Arancione, posto che per accedere alla Presidenza della Repubblica, quindici mesi fa, Yushenko ha dovuto accettare una riforma istituzionale che trasformerà lo Stato ucraino in una repubblica parlamentare. Un esito simile rappresenterebbe altresì il trionfo della controffensiva geopolitica russa delineata e realizzata da Putin negli ultimi otto mesi attraverso l’impiego strategico delle forniture energetiche.

Se Yushenko rischia la sconfitta, infatti, ciò si deve in misura significativa ai rincari dei prezzi del gas, che hanno determinato notevole scontento persino tra i più entusiasti sostenitori della Rivoluzione Arancione. Ma la manovra condotta da Putin ha sortito effetti di ancora superiore portata. La crisi energetica dello scorso gennaio ha permesso infatti al Cremilino anche di indebolire il partito di coloro che in Europa sostengono la candidatura dell’Ucraina ad una membership comunitaria ed atlantica.

 

La situazione in Medio Oriente: Olmert mostra i muscoli prima dell'insediamento del primo esecutivo palestinese dominato da Hamas

 

La novità in Medio Oriente è che Olmert ha per la prima volta assunto un’iniziativa militare di alto profilo, deliberando un attacco alla prigione di Gerico, nella quale era detenuto un terrorista palestinese accusato di aver assassinato il Ministro israeliano del turismo nel 2001.

La chiave di lettura appare duplice. Innanzitutto, Olmert ha certamente tentato di accreditare il Kadima presso gli elettori israeliani più sensibili ai problemi della sicurezza nazionale. In secondo luogo, Tel Aviv si è mossa anche per stabilire una dissuasione credibile nei confronti del nuovo esecutivo guidato da Hamas, che è in via di insediamento a Ramallah.

La strategia di medio termine dello Stato ebraico tuttavia non è cambiata. L'obiettivo intermedio rimane il ripiegamento unilaterale di Israele anche da gran parte della Cisgiordania, mentre quello a più lungo termine s’identifica con la separazione dello Stato ebraico dall’entità palestinese. Quest’ultima meta è irrinunciabile per il Governo israeliano, che teme in caso contrario la progressiva alterazione della propria base etnico-confessionale e l’accentuazione degli attacchi terroristici.

Intanto, Mosca ha provato a riproporsi anche in Medio Oriente, dopo oltre un decennio di latitanza imposta da una situazione di straordinaria debolezza geopolitica. Putin ha invitato Meeshal in Russia, peraltro senza riuscire ad ottenere un ammorbidimento delle posizioni di Hamas sul diritto di Israele ad esistere.

 

Nuova offensiva in Iraq: a dispetto del battage mediatico, nessuna novità sostanziale. La partita si gioca altrove, a Baghdad

 

L’ultimo evento ad attirare l’attenzione dei media si è verificato in Iraq, dove la coalizione a guida americana ha avviato un’operazione militare di insolita ampiezza diretta a ripulire un’ampia parte del triangolo sunnita da resistenti baathisti e terroristi jihadisti.

La nuova campagna offensiva condotta dagli americani e dagli iracheni nella zona di Samarra, tuttavia, non deve trarre in inganno. Non sarà risolutiva, esattamente come non lo sono state tutte quelle che l'hanno preceduta, incluse quelle sanguinose condotte contro Falluja e Ramadi lo scorso anno.

La soluzione in Iraq, infatti, non verrà certamente dal campo. Non sarà decisivo neppure il crescente apporto dato dai soldati iracheni fedeli alle nuove autorità di Baghdad.

Molto più importanti ai fini della stabilizzazione del Paese saranno invece gli esiti delle trattative politiche volte a “parlamentarizzare” i principali movimenti della comunità sunnita. Se la loro integrazione nel Parlamento e nel Governo di Baghdad viene portata a compimento con successo, le autorità del nuovo Stato iracheno dovrebbero infatti riuscire a conquistare quella legittimazione e quel sostegno senza i quali è impensabile che si possa venire a capo della guerriglia e dei terroristi jihadisti.

Se i sunniti tuttavia ottengono un ruolo troppo vistoso, non è improbabile che Teheran cerchi a quel punto di sabotare l'operazione, incitando ad esempio gli elementi sciiti più radicali a riprendere l’iniziativa nelle regioni centro-meridionali del Paese, attualmente tranquille. Assume quindi una valenza notevole la richiesta americana all'Iran di por fine al proprio tentativo di condizionare la vicenda politica irachena.

Washington ha bisogno dei sunniti e della pace interconfessionale in Iraq per lasciare finalmente la Mesopotamia da vincitrice.

 

Gli sviluppi del negoziato con l'Iran. Si tratta apertamente e segretamente, alle Nazioni Unite e fuori. Si apre un canale diretto tra Teheran e Washington sul futuro dell'Iraq?

 

Resta sempre confusa, infine, la situazione sul fronte diplomatico iraniano. All'Iran, è il caso di ricordarlo, è stata riservata l'unica domanda di politica estera che sia stata posta ai due candidati premier durante il primo duello televisivo tra Prodi e Berlusconi. Nella circostanza, entrambi i leader hanno ribadito l’intenzione di conformare le decisioni dei propri eventuali governi futuri a quanto stabilirà al riguardo l’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Nessuno dei due candidati è andato oltre nella sua risposta, evitando accuratamente qualsiasi accenno a cosa farà l’Italia nell’ipotesi in cui il Consiglio di Sicurezza dovesse adottare sanzioni non simboliche nei confronti di Teheran o, peggio, autorizzasse delle iniziative militari.

Ad ogni buon conto, negli ultimi giorni, paiono aver ripreso quota le ipotesi sostenute da coloro che nella dura contrapposizione verbale delle ultime settimane hanno visto soprattutto un grande schermo mediatico per liberare le mani della diplomazia più o meno segreta. Stati Uniti ed Iran, in qualche modo, si parlano e si inizia ad intravedere anche la possibilità di qualche trattativa diretta, che segnerebbe la ripresa dei rapporti tra Washington e Teheran dopo ben 27 anni.

E' emerso infatti tra le parti un terreno negoziale nuovo e parallelo, che concerne la stabilizzazione dell’Iraq, seppure ci si sforzi di tenerlo separato da quello che riguarda specificamente il programma nucleare.

Tanto l’Amministrazione Bush quanto l’establishment vicino al Presidente Ahmadinejad ed all’Ayatollah Khameney continuano a ribadire che in nessun caso trattative sull’Iraq potranno allargarsi al dossier atomico. Gli americani desiderano eliminare le attuali ingerenze iraniane nella vita politica irachena, mentre gli iraniani dal canto loro stanno cercando di preservare le posizioni acquisite negli ultimi due anni. Una volta che si iniziasse a discutere, tuttavia, molti scenari attualmente inimmaginabili diventerebbero possibili. Perché un concorso iraniano alla stabilizzazione dell’Iraq potrebbe costituire la prima riprova del carattere responsabile della politica estera iraniana. A quel punto, anche sul nucleare qualche compromesso potrebbe essere più vicino.

Se ne intravedono anche le probabili caratteristiche. L’Iran potrebbe accettare di sospendere l’arricchimento dell’uranio per un certo periodo di tempo, compreso tra i 5 e 10 anni, durante i quali il suo comportamento esterno e l’evoluzione della sua politica interna verrebbero attentamente monitorati dalla comunità internazionale. Successivamente, in caso di valutazione positiva, a Teheran potrebbe finalmente essere permesso di portare a termine il suo programma nucleare.

 

 

10 Marzo 2006

 

 

SI APPROFONDISCE IMPROVVISAMENTE LA CRISI NUCLEARE CON L’IRAN

 

 

 

            L’Iran deferito al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

 

La maggiore novità della settimana internazionale appena conclusasi è senza dubbio l’improvvisa accelerazione della crisi iraniana, che ha colto di sorpresa non pochi osservatori. Erano in pochi a ritenere probabile il deferimento di Teheran al Consiglio di Sicurezza, poiché si pensava che fosse interesse dell’Iran quello di guadagnare tempo e della comunità internazionale di concederglielo.

Molti elementi, nel passato più o meno recente, avevano indotto a credere che in realtà, dietro la retorica della comunicazione politica, sotto sotto Washington desiderasse pervenire ad un accordo di fatto con Teheran, basato sul comune interesse delle parti in causa a non destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente.

Alcuni fatti particolarmente significativi meritano di essere ricordati.

Nel 2001 e nel 2003, il Ministro della Difesa iraniano aveva assicurato il sostegno di Teheran a qualsiasi missione di soccorso si fosse resa necessaria per recuperare i piloti eventualmente abbattuti nel corso delle campagne aeree contro Kabul e Baghdad.

Degli spiragli erano stati aperti anche dagli americani: l’anno scorso, ad esempio, era stato consentito al Governo iracheno presieduto da Jaafari di stipulare un accordo con gli ayatollah per costruire un oleodotto tra Bassora e le raffinerie di Abadan.

Da ultimo, non più tardi di pochi giorni or sono, il Presidente Bush aveva assicurato al generale Musharraf di non nutrire insormontabili riserve in merito alla realizzazione del grande gasdotto che, attraversando la Repubblica Islamica, dovrebbe congiungere i giacimenti russi al Pakistan ed all’India.

Quanto è accaduto a Vienna rappresenta quindi una importante soluzione di continuità nell’ambito di questo processo. Non tanto perché si è deciso di interessare le Nazioni Unite degli sviluppi del programma nucleare iraniano, ma a causa dell’escalation verbale alla quale hanno dato vita i diplomatici americani, europei ed iraniani. Sono infatti volate parole davvero grosse.

Gli Stati Uniti hanno per la prima volta formalmente ipotizzato l’eventualità di ricorrere alla forza, mentre dal canto loro le autorità della Repubblica Islamica hanno affermato di essere pronte a tutto, minacciando neppure tanto velatamente rappresaglie contro gli interessi americani e la possibilità di interrompere le forniture petrolifere all’Occidente.

Per fortuna, alcune tra le dichiarazioni più incendiarie sono state successivamente ritrattate, anche perché a Teheran si sono probabilmente resi conto di aver involontariamente dato ragione a tutti coloro che vogliono negare il nucleare all’Iran a causa della sua scarsa affidabilità internazionale. Ma è difficile dimenticare rapidamente quanto è stato detto da una parte e dall’altra.

 

Perché l’approccio americano è cambiato

 

Occorre chiedersi a questo punto perché la strategia statunitense si sia modificata così repentinamente e drammaticamente.

A ben vedere, le possibilità si riducono a due.

La prima è che all’interno dell’Amministrazione statunitense il gruppo dei conservatori nazionalisti che fa capo al Vicepresidente Cheney sia uscito allo scoperto, restringendo i margini d’iniziativa di cui ha goduto finora il Presidente Bush nella gestione della crisi nucleare creatasi con l’Iran.

Per quanto possa sembrare strana, data l’assoluta supremazia di cui gode costituzionalmente il Presidente americano su tutti i suoi collaboratori, è un’ipotesi che non può essere scartata a priori. Bush è infatti sceso nei sondaggi ai minimi storici e dopo il suo rientro dal tour asiatico qualcosa è certamente accaduto. Come nella controversa vicenda dei porti statunitensi da affidare alla gestione di una società di Dubai, il Presidente ha probabilmente dovuto fronteggiare una consistente ondata di critiche interne.

 A favore della tesi del cambio di posizione provocato dal dibattito interno all’Amministrazione depongono soprattutto due fatti, verificatisi entrambi il 7 marzo: il durissimo discorso tenuto dallo stesso Cheney contro Teheran presso la sede di una lobby filoisraeliana a Washington e l’inusuale comunicazione del portavoce del National Security Council, Fredrick Jones, sulla permanente contrarietà degli Stati Uniti al controverso gasdotto russo-persiano-indo-pakistano benedetto appena una settimana prima ad Islamabad dal Presidente in persona.

La seconda spiegazione plausibile è che il grande baccano delle ultime ore altro non serva che a rendere più spessa la cortina di cui ha bisogno la diplomazia per pervenire, almeno segretamente, a qualche forma di intesa.

Anche in questo caso, qualche pezza d’appoggio esiste. Condoleeza Rice ha fatto sapere l’altro ieri al Congresso che gli Stati Uniti desiderano la cessazione da parte iraniana di tutti i sostegni finora assicurati ad Hamas ed agli Hezbollah nonché la rinuncia di Teheran ad interferire nella politica interna irachena. Potrebbero essere questi gli oggetti della trattativa reale.

Cedendo su questi punti, la Repubblica Islamica offrirebbe infatti al mondo intero il segno di quella maggiore responsabilità di Teheran che tranquillizzerebbe forse l’Occidente e permetterebbe di chiudere un occhio sui progressi del programma nucleare degli ayatollah. Non si vede tuttavia come l’Iran possa accettare un simile scambio finchè alla sua testa resta la coppia Khameney-Ahmadinejad.

 

La mediazione diventa adesso più difficile

 

L’impressione è che con la deliberazione dell’Aiea si sia comunque imboccata una via molto più impervia di quella finora percorsa. Perché adesso sarà più difficile per ciascuna delle parti coinvolte rischiare di perdere la faccia ed in entrambi i lati i radicali assumeranno fatalmente maggior forza.

E’ inoltre probabile che la mossa americana costringa molto prima del previsto la comunità internazionale a scelte difficili, magari già dalla prossima settimana, quando il rapporto preparato da El Baradei sarà esaminato a New York.

Russia e Cina si sono già dette contrarie all’imposizione di sanzioni. Anche Germania e Francia hanno mostrato di essere adesso molto meno intransigenti con Teheran di due giorni fa, invocando l’adozione di misure graduali e “sempre reversibili”.

Se non si trova una via di uscita, non è da escludere che ad essere diplomaticamente isolata al Palazzo di Vetro possa alla fine essere proprio la diplomazia americana, che dovrebbe accontentarsi del sostegno dei fidi alleati britannici e poco più.

Washington potrebbe a quel punto essere sospinta nuovamente ad adottare posizioni unilaterali, come nel 2003, ma in un quadro internazionale profondamente diverso, nel quale è completamente cambiato il peso geopolitico di Mosca e Pechino.

 

La crisi iraniana e la campagna elettorale italiana

 

Va infine notato come la crisi iraniana sia entrata, per ora, soltanto incidentalmente nella campagna elettorale italiana.

Se ne è parlato infatti un’unica volta, nel corso di un dibattito televisivo tra D’Alema e Gianfranco Fini svoltosi a <<Matrix>>. Il Ministro degli Esteri in carica dichiarò in quell’occasione di non prevedere – nel peggiore dei casi – l’adozione di sanzioni che andassero al di là di un livello puramente simbolico.

C’è da augurarsi che sia così, perché in caso contrario anche per il Governo italiano si profilerebbero decisioni complesse. La Farnesina ha fatto sapere ieri di condividere il punto di vista di coloro che ritengono il deferimento di Teheran alle Nazioni Unite non preclusivo di ulteriori sforzi diplomatici.

Comunque, la prossima settimana il Consiglio di Sicurezza dovrebbe riunirsi. Vediamo se il centro-sinistra insisterà nella sua posizione di assoluto sostegno alle Nazioni Unite anche nell’ipotesi in cui il Palazzo di Vetro approvasse una Risoluzione di condanna dell’Iran.

 

 

   2 Marzo 2006

 

 

ACCORDO INDO-AMERICANO SUL NUCLEARE MENTRE E’ IN CORSO IL NEGOZIATO TRA RUSSI ED IRANIANI PER FERMARE IL PROGRAMMA ATOMICO DI TEHERAN

 

 

 

            Il tour asiatico di Bush e l’Accordo indo-americano di collaborazione nucleare

 

L’evento della settimana appena trascorsa destinato a pesare maggiormente sugli sviluppi della politica internazionale è di certo l’Accordo indo-americano di cooperazione in campo nucleare civile siglato il 2 marzo mattina a Nuova Delhi.

L’intesa rileva infatti sotto molteplici aspetti.

In primo luogo, è il punto culminante del tentativo statunitense di riorientare la politica estera indiana in senso filo-occidentale iniziato nel luglio del 2005, con l’invito rivolto dal Presidente Bush al Premier indiano Singh a recarsi a Washington.

Nuova Delhi, in effetti, occupa una posizione cruciale nel continente eurasiatico ed è corteggiata tanto da Pechino quanto da Mosca, che immaginano evidentemente di dar vita con l’India ad un asse geopolitico potenzialmente antagonista al blocco guidato dagli Stati Uniti. E’ appena il caso di ricordare come l’India sia il secondo mercato di esportazione dell’industria russa dei materiali d’armamento – il primo è la Cina - e si stia proponendo anche come partner per lo sviluppo di complessi sistemi d’arma. Al rapporto storico con Mosca, recentemente Nuova Delhi ha affiancato una rinnovata relazione con la Repubblica Popolare Cinese, archiviando nel 2005 i contenziosi territoriali del passato ed avviando l’apertura reciproca dei rispettivi mercati E già si parla di un’estensione all’Esercito di Pechino delle manovre militari condotte finora su base bilaterale dalla Russia sia con l’India che con la Cina.

Il triangolo indo-russo-cinese potrebbe addirittura estendersi all’Iran, qualora Mosca e Pechino persistessero nell’offrire sponde diplomatiche al tentativo nucleare di Teheran e fosse completato l’allestimento del gasdotto destinato a congiungere Russia ed India proprio passando attraverso la Repubblica Islamica. L’audace mossa americana non è quindi sorprendente.

Offrendo la propria disponibilità a cooperare nel delicatissimo settore delle tecnologie nucleari, gli Stati Uniti hanno infatti cercato di inserire un ostacolo in questo processo, riproponendo l’intesa con l’Occidente quale alternativa alla convergenza di Nuova Delhi sull’asse russo-cinese, di cui è stata una manifestazione anche l’aspirazione indiana recentemente formalizzata ad entrare nella Shanghai Cooperation Organization (Sco).

E’ peraltro difficile che l’accordo appena stretto possa da solo modificare interamente le linee guida della politica estera indiana, separando definitivamente Nuova Delhi dai suoi partner asiatici. Sembra anzi piuttosto improbabile, considerata la posizione geografica dell’India ed i suoi attuali interessi economici e politici. Il destino dell’India appare geopoliticamente inscindibile dall’Eurasia. Al massimo, Nuova Delhi verrà convinta ad applicare una qualche versione della politica “dei due forni” di andreottiana memoria, contrattando di volta in volta con i propri amici ed alleati il proprio atteggiamento ed il proprio schieramento.

C’è una seconda ragione che induce a focalizzare l’attenzione su quanto è accaduto tra India e Stati Uniti: il patto siglato tra Washington e Nuova Delhi rappresenta infatti una seria “rottura” del regime di non proliferazione nucleare, dal momento che implica il riconoscimento dell’India come potenza nucleare a dispetto delle previsioni del Trattato di non proliferazione del 1969, creando un precedente pericoloso per tutti i Paesi che aspirano all’atomo, Iran e Corea del Nord in testa.

Occorre ricordare come l’India avesse già comunicato al mondo l’avvenuta acquisizione di capacità nucleari con l’esperimento “pacifico” voluto da Indira Gandhi nel 1974 e con la doppia tornata di test svolta nel 1998. Ma proprio a causa di queste sue iniziative era stata sottoposta a sanzioni.

D’ora in avanti, invece, in base all’accordo appena fatto, Nuova Delhi potrà legittimamente acquisire combustibile nucleare dagli Stati Uniti, garantendo in cambio l’apertura dei propri impianti civili agli ispettori dell’Agenzia atomica di Vienna, l’Aiea: una contropartita puramente simbolica, dato che le ispezioni internazionali hanno un senso soltanto in quanto finalizzate ad impedire filiazioni militari dei programmi nucleari civili. Questa volta, i laboratori ed i siti militari, quelli nei quali è custodito il deterrente nucleare indiano, saranno invece esclusi dal monitoraggio internazionale.

E’ stato quindi stabilito un precedente e non è un caso che il Governo pakistano abbia già fatto sapere di aspirare alla conclusione di un’intesa bilaterale con Washington dello stesso tenore.

 

…. ed i suoi probabili effetti sul negoziato russo-iraniano

 

Proprio in quanto costituisce un precedente, l’accordo indo-americano è destinato ad incidere senza alcun dubbio anche sulle trattative in corso tra Iran e Russia per arrestare il programma nucleare della Repubblica Islamica.

Apparentemente, l’intesa di Nuova Delhi dovrebbe facilitare il compromesso proposto dal Cremlino, essendo basata sul medesimo concetto della fornitura di combustibile nucleare da parte di una potenza esterna sul quale da tempo insistono i negoziatori di Mosca.

Tuttavia, agevola potenzialmente anche le aspirazioni militari degli iraniani, sancendo il principio della separabilità dei programmi nucleari civili da quelli a scopo bellico e lasciando intravedere a Teheran la possibilità di sviluppare un programma energetico basato sul nucleare con l’apporto di tecnologia estera e sotto il controllo internazionale, mentre la ricerca d’interesse militare procede in altri siti, segreti e chiusi agli ispettori dell’Aiea.

La situazione non è semplice e tende a complicarsi ad ogni successivo passaggio, permettendo agli iraniani di guadagnare tutto il tempo che desiderano.

E’ anche per questi motivi che alcuni settori del Congresso americano hanno già promesso battaglia in sede di ratifica dell’accordo indo-statunitense, costringendo Bush alla difensiva. Il Presidente sa che anche questa volta, come in occasione dell’attacco all’Iraq, non potrà convincere i suoi avversari fornendo loro giustificazioni del proprio operato basate sulla logica della geopolitica. Ed ha perciò fatto riferimento agli imperativi della politica energetica.

L’Amministrazione americana è da tempo alla ricerca di una soluzione che sia in grado di alleviare la pressione crescente che grava sui mercati del petrolio e del gas.

Sul piano interno, per ridurre la dipendenza americana dagli idrocarburi mediorientali, nel più recente Stato dell’Unione Bush ha posto l’enfasi sulla necessità di promuovere una rivoluzione energetica basata sullo sfruttamento dell’idrogeno. Sul piano internazionale, la risposta ai bisogni delle potenze economiche emergenti sarebbe invece l’atomo. L’India riceverebbe un supporto tecnico e di combustibili dall’America perché sarebbe negli interessi degli Stati Uniti alleggerire la domanda indiana di petrolio e di gas.

Sulla sincerità di questo scopo dichiarato, i dubbi sono tuttavia leciti, posto che l’Amministrazione statunitense dovrebbe a questo punto mostrarsi egualmente comprensiva anche nei confronti di Teheran, che chiede ufficialmente il nucleare civile per destinare all’export quote superiori del petrolio e del gas estratto in Iran. Anche sotto questo specifico punto di vista, pertanto, l’intesa indo-americana potrebbe rappresentare un pericoloso precedente.

La partita della non proliferazione diventa sempre più complessa.

 

 

 

22 Febbraio 2006

 

 

PROVE DI GUERRA CIVILE IN IRAQ

MENTRE PUTIN TENTA UNA MEDIAZIONE CON L’IRAN E SI ACUISCE LA CRISI DELLE VIGNETTE

 

 

 

            Il nuovo attacco sunnita alla comunità sciita irachena

 

In una settimana che certamente non è stata tranquilla neppure per l’Italia, il primo evento da segnalare è l’ultimo verificatosi in ordine di tempo: l’attacco terroristico sunnita che ha gravemente danneggiato la moschea di Alì a Samarra, uno dei santuari più importanti del mondo sciita.

L’attentato si inquadra certamente nel tentativo perseguito dalle frange più estreme del jihadismo attivo in Iraq di provocare lo scoppio di una guerra civile e conseguentemente bloccare il processo di stabilizzazione che prevedibilmente consegnerà lo Stato iracheno nelle mani di sciiti e curdi.

Delle reazioni si sono già osservate.

Anche se l’Ayatollah Al Sistani è intervenuto per cercare di moderare le tensioni, alcuni elementi sciiti si sono infatti fatti giustizia da sé, colpendo alcuni luoghi sacri sunniti ed assassinando diversi religiosi. Nella sola Baghdad, sono state attaccate trenta moschee. Anche Moqtada Al Sadr si è fatto minacciosamente rivedere, inviando le sue milizie a proteggere alcuni siti sciiti particolarmente a rischio.

Ha altresì manifestato preoccupazione Teheran, che ormai stende i suoi lunghi tentacoli sulla parte più significativa dell’Iraq ed ha proclamato sette giorni di lutto nazionale per l’accaduto.

Per il contingente italiano, di stanza a Nassyriah dove non ci sono santuari né si osservano particolari tensioni interreligiose, non dovrebbero esservi particolari problemi.

Naturalmente, ciò non vuol dire che si possano del tutto escludere iniziative spettacolari dei jihadisti vicini al network internazionale del terrore. In teoria, infatti, gli uomini di Al Zarqawi, in crisi di consenso, potrebbero approfittare della rabbia musulmana nei confronti del Governo di Roma per attaccare i nostri militari. Ma sembra una possibilità remota, perché non si vede per quale ragione terroristi che vogliono scatenare una guerra civile tra sciiti e sunniti dovrebbero mai compiere gesti che invece li compatterebbero.

Dall’Iraq, sono invece sul punto di giungere nuovi schizzi di fango che non mancheranno di produrre effetti politici nocivi anche nel nostro Paese. Uno dei detenuti torturati dagli americani ad Abu Ghraib ha infatti dichiarato in un’intervista concessa a Rai News 24 di essere stato interrogato anche da alcuni contractors italiani al soldo dei militari di Washington. Non vi è dubbio che il centro-sinistra ne approfitterà, sia per sminuire il valore del gesto compiuto da Fabrizio Quattrocchi in punto di morte, sia per contestare la politica tenuta dal Governo, che sarebbe mancato sotto il profilo del controllo delle attività dei nostri cittadini recatisi in Iraq dopo la deposizione di Saddam Hussein.

 

Intanto Putin prova a fermare la crisi nucleare tra Teheran ed il resto del mondo

 

Sullo stesso scacchiere mediorientale è tornata ad affacciarsi la Russia, che non solo ha invitato i vertici di Hamas a Mosca, ma sta assumendo responsabilità di primo piano nei negoziati in corso per fermare il tentativo iraniano di sviluppare un programma nucleare nazionale di tipo militare.

Lunedì 20 febbraio scorso, il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Repubblica Islamica si è recato nella capitale della Federazione per incontrare il vicesegretario dell’omologo organismo che assiste il Presidente Putin.

Al termine di cinque ore di colloquio, non sembra però essere uscita alcuna novità di rilievo. Da parte iraniana, l’esito dei colloqui è stato giudicato positivamente, mentre da parte russa sia il Presidente Putin che il Ministro degli Esteri Lavrov hanno manifestato un certo scetticismo, sottolineando come i negoziati procedano con fatica. Sarà adesso il Capo del Rosatom, Kyrienko, già Primo Ministro, a recarsi in visita alle autorità iraniane.

L’obiettivo di Mosca resta quello di convincere Teheran a trasferire in impianti da allestire in Russia la produzione dell’uranio arricchito necessario ad alimentare le centrali nucleari civili in allestimento, in modo tale da scongiurare la sua segreta trasformazione illecita in materiale impiegabile nella produzione di materiale fissile da destinare alle bombe.

Sembra che il viaggio del responsabile dell’ente federale russo per l’energia atomica avrà luogo venerdì 24 e contempli anche una tappa alla centrale nucleare di Busher, che Mosca sta costruendo per conto del Governo di Teheran.

La partita resta quindi aperta, seppure sia chiaro come l’assenza di credibili minacce militari metta l’Iran nella condizione migliore per perseguire in relativa tranquillità una efficace strategia dilatoria nei confronti della comunità internazionale. 

 

Non accenna a raffreddarsi la crisi delle vignette

 

Infine, com’è noto, non accenna in alcun modo a calmarsi la crisi determinata dalla pubblicazione delle caricature di Maometto sulla stampa di un significativo numero di Paesi europei.

Al riguardo, le novità da segnalare sembrano quattro:

a)                            la prima è che il Primo Ministro danese, Rasmussen ha definito ormai difficili le relazioni tra l’Unione Europea nel suo complesso ed i Paesi aventi popolazione maggioritariamente musulmana. Si tratta di un fatto rilevante, perché è un’ammissione che viene dai vertici politici di un Paese sempre distintosi per la propria straordinaria tolleranza;

b)                           la seconda è che venerdì scorso, in Indonesia, fondamentalisti hanno assaltato una rappresentanza diplomatica statunitense, malgrado Washington abbia deplorato sin dagli inizi la pubblicazione delle vignette da parte della stampa europea, invocando il rispetto di tutte le confessioni religiose;

c)                            la terza è che nell’occhio del ciclone è entrata anche l’Italia;

d)                           la quarta è che in alcuni Paesi del mondo, dopo l’ondata di violenza scatenata dai fondamentalisti islamici contro i luoghi di culto cristiani, i cristiani hanno contrattaccato, danneggiando numerose moschee. E’ accaduto in Nigeria.

L’impressione che si trae dal complesso di questi eventi è che la crisi scatenata dalla pubblicazione delle caricature si stia dilatando in modo incontrollabile ed imprevedibile, sia a causa degli umori delle masse locali, sia per effetto dell’evidente tentativo di strumentalizzazione politica che delle tensioni viene fatto in alcuni Paesi.

Il caso libico sembra in questo senso particolarmente interessante, perché non sfugge il fatto che a Bengasi la protesta contro la potenza straniera di turno ha tratto forza aggiuntiva dalla volontà di contestazione politica interna.

In fondo, è la polizia di Gheddafi ad aver ucciso, come è solita fare per difendere il regime ogni qual volta il dissenso a matrice religiosa si materializzi nelle piazze.

Di contro, laddove il potere centrale è relativamente solido e non esiste un’opposizione organizzata degna di questo nome, come in Iran, le dimostrazioni sono rimaste fondamentalmente pacifiche, almeno finora.

Si tratta di un fatto comprensibile: la Repubblica Islamica è alle prese con il delicato dossier nucleare e non può permettersi di esacerbare ulteriormente gli animi mentre persegue l’obiettivo di abituare la comunità internazionale alla propria trasformazione in una potenza nucleare a tutti gli effetti.

 

 

15 Febbraio 2006

 

 

L’ULTERIORE ACCELERAZIONE DELLA CRISI IRANIANA

E I POSSIBILI SVILUPPI

 

 

            Il tentativo russo

 

E’ molto verosimile che la crisi determinata dalle ambizioni nucleari dell’Iran si aggravi nelle prossime settimane. In seno all’Aiea, l’Agenzia atomica di Vienna che è incaricata di monitorare il rispetto del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, è stata infatti raggiunta la maggioranza necessaria a provocare il deferimento di Teheran davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

La decisione verrà formalmente perfezionata il 6 marzo, ma il semplice fatto che europei, americani, russi e cinesi si siano trovati d’accordo sull’opportunità di accentuare le pressioni sulla Repubblica Islamica è bastato a provocare una nuova accelerazione del confronto che oppone l’Iran alla comunità internazionale.

Il Presidente Ahmadinejad ha approfittato del 27° anniversario della Rivoluzione khomeinista per indire massicce dimostrazioni di piazza a sostegno del programma iraniano di sviluppo dell’energia nucleare. Vi hanno purtroppo partecipato centinaia di migliaia di persone, comprovando come il disegno del regime incontri il consenso delle masse.

Questo è un primo fattore importante di cui occorre tener conto. Le ambizioni nucleari della dirigenza iraniana sono condivise da vasti strati della popolazione e non è quindi prevedibile allo stato attuale che il regime, già in difficoltà sul piano economico interno, possa fare molti passi indietro senza risultare significativamente indebolito. La bomba è diventata una questione di vita o di morte a Teheran.

Per offrire una via d’uscita onorevole agli Ayatollah, i russi hanno escogitato sin dallo scorso ottobre una soluzione di compromesso, che prevederebbe il trasferimento del processo di arricchimento dell’uranio sul suolo della Federazione Russa, seppure in impianti gestiti congiuntamente.

La Russia si farebbe garante nei confronti del mondo intero del carattere pacifico e civile del programma nucleare iraniano, permettendo al tempo stesso a Teheran di non perdere la faccia. Il punto è, però, che gli iraniani hanno già due volte respinto la proposta, in ottobre e sotto Natale, dando ulteriore forza a chi ritiene che la Repubblica Islamica parli di atomo civile pensando a quello militare.

La diplomazia russa è tornata alla carica dopo il pronunciamento informale del Board dell’Aiea. Un incontro a Mosca con una delegazione iraniana era previsto per il 16. E’ stato posticipato al 20, a richiesta di Teheran. Il 23, invece, sarà il direttore del Rosatom russo, l’Agenzia federale che si occupa dell’energia nucleare, Kyrienko, a recarsi in Iran.

Si va quindi verso giorni decisivi. Nell’arco di due o tre settimane, infatti, la situazione dovrebbe definirsi in un senso o nell’altro. Per accrescere le speranze di successo, la diplomazia di Mosca ha oggi offerto l’ennesima ciambella di salvataggio agli iraniani.

Il Ministro degli Esteri Lavrov, infatti, si è dichiarato contrario all’ipotesi che il Consiglio di Sicurezza imponga sanzioni contro la Repubblica Islamica, sottolineando tra l’altro l’inefficacia di questo strumento e gli effetti controproducenti che potrebbe provocare il suo impiego in questa circostanza.

Tutto ciò, induce ad un ragionevole scetticismo circa le possibilità di questo terzo tentativo intrapreso da Mosca.

L’esperienza storica mostra infatti che una diplomazia non sostenuta da adeguate e credibili minacce difficilmente ottiene i risultati sperati. Escluso l’uso della forza e persino il ricorso alle sanzioni, non si vede in che modo i russi sperino di convincere Teheran.

C’è in effetti una possibilità ulteriore. Mosca spera forse di convincere gli iraniani ad accettare una qualche forma di tutela da parte della Federazione Russa. Non si spiega altrimenti perché i russi continuino a rifornire di armi Teheran.

La diplomazia russa, allora, starebbe agendo a nome e per conto della comunità internazionale, ma di fatto pro domo sua. Per procacciarsi un nuovo e potente cliente da utilizzare per modificare a proprio vantaggio gli attuali equilibri eurasiatici.

 

La strategia iraniana

 

E’ però improbabile che Teheran stia a questo gioco oltre la misura strettamente necessaria a guadagnare il tempo che occorre per avvicinarsi alla soglia del non ritorno sulla via che conduce alla bomba.

La Repubblica Islamica non sta infatti sfidando la comunità internazionale semplicemente per mettersi sotto la tutela di Mosca.

Ambisce invece al nucleare per divenire la potenza egemone del Golfo Persico, rendendosi invulnerabile agli eventuali esercizi di potenza degli Stati Uniti ed al tempo stesso acquistando la capacità di intimidire sauditi e giordani.

Gli iraniani metterebbero in piedi un sistema di dissuasione reciproca con Washington, Tel Aviv e probabilmente con lo stesso Pakistan di Musharraf, che perderebbero qualsiasi possibilità di condizionare il comportamento della Repubblica Islamica. Nei guai finirebbero per trovarsi soprattutto Ryad ed i sunniti iracheni.

Naturalmente, si tratta di uno scenario inquietante, nel quale evidentemente non c’è alcuno spazio per un “protettorato” russo sull’Iran.

Ma che possibilità sono effettivamente rimaste per ostacolare Teheran?

 

Penuria di alternative credibili

 

In teoria, il programma nucleare iraniano potrebbe essere fermato solo in due modi:

a)                           con il ricorso alla forza, cioè con un attacco che distrugga se non tutte almeno le strutture più importanti che gli iraniani stanno utilizzando nello sviluppo del loro programma;

b)                           o con la minaccia credibile del ricorso alla forza, cioè convincendo la dirigenza iraniana a modificare il proprio atteggiamento per sfuggire ad attacchi ritenuti altrimenti inevitabili e devastanti.

Non ci saranno spontanee conversioni sulla via di Damasco.

Malauguratamente, però, nessuna credibile opzione militare sembra sul tappeto.

Ed è proprio per questo motivo che gli Ayatollah possono proseguire imperterriti sulla loro strada.

Si parla da qualche giorno di studi propedeutici ad un attacco.

Gli americani starebbero pensando ad una serie di ondate di bombardamenti mirati per mettere fuori uso alcune infrastrutture critiche ai fini del successo del programma nucleare iraniano. Si impiegherebbero bombardieri strategici dal territorio metropolitano degli Stati Uniti e missili imbarcati su sottomarini e navi di superficie, evitando così il lungo processo di accumulazione di unità e forze in prossimità del teatro operativo.

Probabilmente, c’è del vero. Al Pentagono vengono infatti elaborati continuamente piani di contingenza da applicare nei confronti dei Paesi ritenuti più ostili e non c’è quindi ragione di ritenere che non si lavori anche all’Iran, tanto più che le soluzioni di cui si parla appaiono anche logiche.

Occorre però chiedersi quanto sia credibile sotto il profilo politico-strategico complessivo il passaggio dallo stadio della pianificazione a quello di un intervento vero e proprio che difficilmente potrebbe fare a meno di contemplare l’impiego di armi nucleari tattiche contro bersagli protetti e sotterranei come sono quelli che occorrerebbe colpire.

Washington sa bene che una soluzione del genere le attirerebbe una condanna unanime, compromettendo definitivamente la stessa architettura del regime di non proliferazione che si intenderebbe tutelare e che si basa sul presupposto della rinuncia delle potenze nucleari ad utilizzare le armi atomiche contro i paesi che ne sono privi.

Ma c’è di più: senza la collaborazione de facto dell’Iran, che verrebbe meno al primo accenno di attacco armato alla Repubblica Islamica, è da mettere in conto una sollevazione delle province sciite irachene ed afghane ed il conseguente fallimento dei tentativi di stabilizzazione in corso a Baghdad e Kabul.

Infine, difficilmente gli iraniani resterebbero con le mani in mano. Potrebbero ad esempio scatenare un’ondata di attentati terroristici nel mondo e forse minacciare la stessa transitabilità degli Stretti di Hormuz, che non sono completamente navigabili per ragioni naturali e possono essere facilmente ostruiti, determinando una crisi drammatica sui mercati petroliferi.

Quanto all’invasione, è ancor meno verosimile. L’Iran è un paese di 70 milioni di abitanti, superiore demograficamente ad Iraq ed Afghanistan messi insieme.

Appare quindi poco probabile che gli Stati Uniti possano intraprendere il genere di operazioni di cui si legge attualmente sui giornali. Non ci sono i presupposti politico-strategici complessivi.

Per Israele sarebbe forse diverso.

Tel Aviv è infatti una potenza nucleare non dichiarata – probabilmente la terza del pianeta, possedendo circa 400 testate – che ha scelto di non accettare i vincoli del Trattato di Non Proliferazione.

Ha quindi le mani relativamente più libere. Ma l’opzione militare israeliana non può essere considerata uno strumento a disposizione della comunità internazionale. E’ invece una variabile indipendente, la cui esistenza non avvicina di un millimetro la soluzione diplomatica e pacifica della crisi.

Inoltre, Israele pagherebbe un prezzo verosimilmente molto elevato qualora decidesse di tentare la ripetizione del raid compiuto nel 1981 contro il reattore iracheno Osirak. Nessun Paese arabo, dalla Giordania all’Egitto, potrebbe infatti ignorare le prevedibili reazioni delle rispettive piazze ad un eventuale attacco convenzionale o nucleare israeliano all’Iran. I trattati di pace siglati dal Cairo e da Amman con Tel Aviv potrebbero essere denunciati. E forse lo stesso Egitto inizierebbe a contemplare l’ipotesi di avviare un proprio programma nucleare.

Il processo di pace sarebbe definitivamente interrotto.

 

Lo scenario più probabile

 

E’ per tutti questi motivi che appare al momento assai improbabile qualsiasi esito della crisi che non sfoci nell’acquisizione da parte dell’Iran di un deterrente nucleare, sia pur minimo. Non è un caso che da un paio d’anni la stessa pubblicistica specializzata americana insista molto più sul tema della dissuasione di un Iran nucleare che non su quello di come prevenire il successo del suo tentativo di dotarsi di armi atomiche.

Non è da escludere che questi argomenti entrino nella campagna elettorale, mano a mano che la crisi si approfondirà. Dopo tutto, ne hanno già discusso Fini e D’Alema nel corso di un recente dibattito televisivo.

Sconcertano, tuttavia, i toni che si ascoltano. La superficialità è infatti straordinaria.

Si parla di determinazione, ma senza che a questa parola sia dato un significato concreto. Si accenna a sanzioni, senza che se ne precisi l’oggetto e si abbia il coraggio di dichiarare che nessuno è disponibile a votare un embargo al quale Teheran possa rispondere tagliando le forniture di petrolio.

L’impressione è che entrambi gli schieramenti preferiscano evitare di allarmare un’opinione pubblica ancora scossa dalle vicende irachene.

Eppure, non sarebbe male giocare all’attacco: è infatti il centro-sinistra che ha maggiormente da perdere se si va a fondo in questa vicenda, stante il fatto che contiene al proprio interno numerosi partiti ostili per principio a politiche estere impegnative e rigorose nei confronti degli “Stati-canaglia”.

 

 

 8 Febbraio 2006

 

  

LA CRISI PROVOCATA DALLA PUBBLICAZIONE

DELLE VIGNETTE DANESI SU MAOMETTO

 

 

            L’innesco della crisi

 

L’ondata di dimostrazioni contro le vignette satiriche concernenti Maometto è certamente l’evento più significativo della trascorsa settimana e solleva non pochi interrogativi sotto più di un profilo.

Gli elementi sui quali sembra maggiormente opportuno concentrare l’analisi sono due: i meccanismi che hanno trasformato una crisi apparentemente locale in una protesta dal respiro globale e le verosimili implicazioni delle recenti manifestazioni.

Ripercorrendo a ritroso la cronologia dei lanci di agenzia apparsi in Italia, si scopre che ad occuparsi per prima della crisi delle vignette è l’Adn Kronos lo scorso 21 ottobre, dando notizia da Copenaghen della nota di protesta formalmente inoltrata dagli Ambasciatori di undici Paesi a maggioranza islamica al Premier danese Anders Rasmussen: tra loro, figurano i rappresentanti della Bosnia-Erzegovina, dell’Indonesia, dell’Iran, del Pakistan e della Turchia, che chiedono un incontro urgente con il Capo del Governo di Copenhagen.

I diplomatici di questi undici Stati contestano in questo modo la decisione assunta dalla redazione del quotidiano danese <<Jyllands-Posten>> di pubblicare il 30 settembre una serie di 12 caricature che ritraggono il Profeta nelle vesti di ispiratore del fondamentalismo islamico.

In realtà, l’incidente delle vignette satiriche non è il primo a turbare la quiete pubblica della Danimarca. Nel luglio del 2005, infatti, la minoranza musulmana ospite dello Stato danese aveva già dimostrato contro la rappresentazione che la stampa di quel Paese dava dell’Islam, ritenendola tendenziosa e fuorviante. In quella circostanza, il Primo Ministro aveva replicato chiamando in causa la libertà di stampa, che non consentiva ad alcun politico di imporre ai giornali cosa pubblicare e cosa no. I 180mila musulmani di Danimarca, pari al 3% della popolazione, erano stati così temporaneamente ridotti al silenzio.

L’elemento inedito di questa seconda crisi danese è piuttosto il processo che la internazionalizza nei primi mesi dell’autunno scorso, al riparo di sguardi indiscreti.

La seconda data importante nell’innesco dell’ondata di protesta verificatasi nell’ultima settimana è infatti il 29 dicembre, giorno in cui al Cairo i Ministri degli Esteri della Lega Araba manifestano in un loro comunicato “sorpresa ed indignazione” per il rifiuto del Primo Ministro Rasmussen di ricevere gli Ambasciatori che in ottobre gli avevano chiesto udienza, stigmatizzando altresì l’inerzia delle principali organizzazioni europee competenti in materia di diritti dell’uomo. Posizione analoga viene assunta pressoché contemporaneamente anche dall’Organizzazione della Conferenza Islamica, un più ampio foro nel quale siedono i rappresentanti di ben 56 Stati.

A fianco di questa catena che vede esporsi in prima linea gli Ambasciatori di undici Paesi e poi l’insieme della Lega Araba, si mette in moto anche l’internazionale del fondamentalismo islamico. Esce allo scoperto il 2 dicembre 2005, giorno in cui una diramazione danese del gruppo islamista pakistano Jamaat-e-Islami offre pubblicamente una ricompensa di 6.700 euro a chiunque uccida gli autori delle 12 vignette contestate.

Le due linee che congiungono la Danimarca al palcoscenico della politica globale non sono del tutto indipendenti. Sembrerebbe infatti esistere un collegamento tra la reazione dei Governi e quella dei movimenti integralisti.

Secondo una ricostruzione oggi pubblicata dal quotidiano <<La Repubblica>>, infatti, il dossier relativo alle caricature blasfeme sarebbe stato portato all’attenzione del Segretario Generale della Lega Araba Amr Moussa dai due maggiori esponenti della comunità islamica danese, Abu Raman ed Ahmed Akkari, che avrebbero lasciato Copenhagen per recarsi al Cairo ed a Beirut alla fine dell’autunno.

 

L’accelerazione della crisi

 

Il 10 gennaio, la decisione del giornale norvegese <<Magazinet>> di ripubblicare le 12 vignette apparse il 30 settembre in Danimarca imprime una nuova accelerazione agli eventi. Il 21 gennaio 2006, infatti, l’Unione Internazionale degli Ulema, un’organizzazione fondata nel 2004, con base a Dublino e Segretariato generale al Cairo, rivolge un appello pubblico ai Governi dei due Paesi scandinavi teso ad ottenere il blocco della pubblicazione delle caricature, agitando per la prima volta la minaccia di un boicottaggio dei prodotti danesi e norvegesi.

Il 24 gennaio, contro la Danimarca si esprime il Gran muftì dell’Arabia Saudita, Abdul Aziz al Shaik, inducendo il Governo di Ryad a ritirare quarantotto ore dopo il proprio Ambasciatore a Copenhagen, Mohammed al-Hujeilan.

Il 27 gennaio, sono le moschee irachene a richiamare l’attenzione dei fedeli sciiti e sunniti sulla pubblicazione delle vignette blasfeme. Il 28 gennaio, il Ministro degli Esteri iraniano aggiunge la sua protesta al coro, pur ricordando i passi informali fatti dall’Ambasciatore norvegese a Teheran per disinnescare la crisi.

Il 29, Gheddafi dispone la chiusura dell’Ambasciata danese a Tripoli.

A questo punto, iniziano a verificarsi i disordini veri e propri.

Il 30 gennaio, si ha notizia dell’irruzione di un gruppo di armati collegati ad Al Fatah negli uffici dell’Unione Europea a Gaza. Lo stesso giorno, la Camera di commercio egiziana chiede a viva voce un embargo governativo sui prodotti scandinavi, esattamente come il Parlamento kuwaitiano ed altre istanze politico-amministrative degli Emirati del Golfo.

A dispetto dell’atteggiamento conciliatorio assunto nel frattempo sia dalla testata danese incriminata che dal Governo di Copenhagen, e della stessa soddisfazione espressa dalle organizzazioni rappresentative della comunità islamica di Danimarca, gli incidenti si generalizzano.

Egitto, Iran ed Iraq convocano gli Ambasciatori danesi e norvegesi per loro manifestare la condanna per l’avvenuta pubblicazione delle vignette. Qualche Paese si spinge a chiedere la punizione degli autori delle caricature, sollevando un’istanza cui nessuno Stato democratico dell’Unione Europea può dare seguito, essendo riconosciuta e tutelata in tutto il Vecchio Continente la libertà di stampa.

Il 1° febbraio, la ripubblicazione da parte di <<France Soir>> delle contestate vignette surriscalda ulteriormente gli animi. E’ il detonatore che fa esplodere definitivamente le tensioni, perché la crisi adesso può coinvolgere anche Parigi, con la quale almeno uno Stato mediorientale ha dei conti da regolare.

E’ la Siria ad assumere l’iniziativa, questa volta, approfittando della circostanza per recuperare il terreno perduto in Medio Oriente dopo il ritiro delle truppe di Damasco dal Libano. Il 2, infatti, inizia un sit in di protesta di fronte all’Ambasciata danese nella capitale siriana, mentre esplode la protesta della piazza in Pakistan. E’ bene sottolineare come sia la Siria che il Pakistan non abbiano alcuna difficoltà nell’impiegare la forza contro le dimostrazioni inscenate dai propri abitanti. Tanto Damasco quanto Islamabad sono pertanto evidentemente conniventi.

Lo stesso giorno, si fa vedere persino il Presidente afgano Karzai, che definisce a Kabul le caricature come un insulto per tutta la comunità mondiale musulmana.

Il 3, la crisi raggiunge l’Indonesia, dove trecento islamisti irrompono nell’Ambasciata danese di Jakarta. Il 4 è il giorno dell’incendio dell’Ambasciata danese a Damasco, cui fa seguito il rogo di quella norvegese.

Da quel momento, le manifestazioni si moltiplicano ed assumono connotazioni più violente. In molti Paesi musulmani, le bandiere danesi vengono date alle fiamme. Beirut è la seconda città del Medio Oriente dove le sedi diplomatiche finiscono in cenere.

Sotto pressione finiscono anche i soldati di Copenhagen in Afghanistan e progressivamente tutti i contingenti europei dell’Isaf. A Kabul, la polizia di Karzai è costretta ad intervenire con la mano pesante, provocando la morte di una decina di dimostranti nell’arco di un paio di giornate.

Nel mirino finisce anche l’Italia, a causa della ripubblicazione delle caricature da parte di alcuni quotidiani, tra i quali <<La Padania>> e <<Libero>>. Il 5 febbraio, è ucciso a Trebisonda il padre missionario italiano Andrea Santoro.

 

Cosa lascia intuire la dinamica di questa crisi

 

Da tutto quanto precede, risulta evidente come la pubblicazione delle contestate vignette sia stata sfruttata come un pretesto da una grande quantità di soggetti politici.

Hanno investito sull’internazionalizzazione della crisi tanto le organizzazioni del composito mondo del fondamentalismo islamico, quanto le emanazioni di ciò che resta del potere laico nei Paesi musulmani.

A fianco di soggetti come la Jaamat-e-Islami, che sono certamente collaterali al terrorismo jihadista, nelle dimostrazioni si sono infatti distinte anche emanazioni del nazionalismo arabo, come Fatah, ed i Governi di Paesi come l’Egitto, la Siria e la Libia che sono impegnati da anni nel contenimento del fondamentalismo religioso.

Tutto ciò porta ad una prima conclusione sconfortante.

Il radicalismo può ormai vantare una presa così forte nelle opinioni pubbliche dei Paesi musulmani che persino i regimi laici sono costretti a tenerne conto, giocando d’anticipo. Questo è un pessimo segnale, forse il primo successo che Bin Laden ed i suoi seguaci possono affermare di aver conseguito negli ultimi quattro anni.

Il germe del fanatismo ha infatti attecchito in profondità, rendendo meno facilmente controllabile qualsiasi crisi internazionale che chiami in causa Paesi a maggioranza musulmana. E’ la logica molto efficacemente descritta da Samuel Huntington nel saggio dedicato allo Scontro di Civiltà, dove si sostiene che i fattori culturali legati alla religione peseranno sempre di più nei prossimi anni, rendendo in particolare progressivamente più conflittuali i rapporti tra gli Stati islamici ed il resto del mondo.

La Siria ha probabilmente sviluppato un disegno strategico ancora più torbido, tentando di sfruttare la protesta per tornare ad affacciarsi in Libano ed inviare un chiaro segnale intimidatorio all’Europa, mentre l’Iran ha fatto ciò che ha potuto per non perdere contatto con l’avanguardia dell’islamismo.

Le seconda riflessione, egualmente preoccupante, cui spingono i fatti di questi giorni, riguarda il ruolo che le organizzazioni dei musulmani europei svolgono in processi di questa natura, posto che nella vicenda che ha portato agli incidenti di questi giorni si sono negativamente distinte delle personalità che il Governo di Rasmussen considerava tra i propri interlocutori più affidabili.

Questo è certamente lo spunto di maggior interesse ai fini della politica interna italiana, dal momento che quanto è accaduto rende molto dubbia l’efficacia delle strategie propugnate dal Ministro Pisanu, secondo il quale il miglior antidoto al jihadismo è l’incoraggiamento di un Islam moderato in grado di dialogare con lo Stato e facilitare l’integrazione.

C’è infatti un problema di fondo con il quale questi orientamenti si scontrano. La globalizzazione ha reso facile ai maggiori gruppi fondamentalisti e jihadisti intrattenere relazioni a cavallo degli Stati in cui sono presenti e con i propri referenti nei Governi dei Paesi di origine, allargando a dismisura le loro capacità operative e d’influenza.

Ai tempi della Guerra Fredda, per designare i soggetti privati che svolgevano questa funzione, si utilizzava il termine di “quinte colonne”.

Ci sono certamente delle differenze tra l’internazionale comunista di una volta e quella fondamentalista e jihadista di oggi, specialmente sotto il profilo delle agende perseguite dai singoli gruppi. Ma il senso è purtroppo il medesimo. Esiste una minaccia interna che è ormai inestricabilmente collegata a quella di carattere internazionale ed è necessario tenerne conto.

 

 

1° Febbraio 2006

 

 

ran e del Pakistan.no i rappresentanti della Bosnia-Erzegovina, dell'nders Rasmussen.rmalmente inoltrata daga crisi delle le ve 

A SORPRESA, HAMAS VINCE A VALANGA LE ELEZIONI PALESTINESI

MENTRE SI AVVICINA PER L’IRAN IL MOMENTO DEL DEFERIMENTO AL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELLE NAZIONI UNITE E

A LONDRA SI DISCUTE DEL FUTURO DELL’AFGHANISTAN

 

 

 

            Le possibili conseguenze del trionfo elettorale di Hamas

 

Contrariamente a quanto si prevedeva, le elezioni politiche palestinesi sono state vinte da Hamas, che ha conquistato una schiacciante maggioranza di seggi nel nuovo Parlamento. All’affermazione del movimento fondamentalista palestinese hanno già fatto seguito le dimissioni del Premier Abu Ala e numerose dimostrazioni di protesta dei militanti di Fatah, che hanno messo sotto accusa l’intero establishment della vecchia Olp. E’ invece rimasto per ora al suo posto il Presidente Abu Mazen, che si riteneva non sarebbe potuto sopravvivere ad una debacle elettorale.

E’ possibile che Mazen intenda tener duro sia per mantenere un qualche genere di controllo sul Governo che gli uomini di Hamas verosimilmente saranno incaricati di formare, sia per assicurare verso l’esterno un minimo di continuità, evitando in particolare brusche rotture nei rapporti che l’Autorità Nazionale Palestinese ha costruito con Washington e Tele Aviv.

A riprova delle intenzioni di Mazen possono essere citate le più recenti iniziative assunte sul piano interno ed internazionale dal Presidente dell’Anp.

Mazen ha chiesto alla dirigenza di Hamas impegni precisi in materia di rinuncia al terrorismo, prosecuzione del processo di pace e riconoscimento del diritto di Israele ad esistere, minacciando in caso contrario di provvedere alla costituzione di un Gabinetto di minoranza.

Si sospetta inoltre che desideri trasferire al più presto il controllo dei servizi di sicurezza dal Governo alla Presidenza dell’Autorità, esattamente come alcuni anni fa fece lo scomparso Arafat proprio ai danni dell’allora Primo Ministro Abu Mazen. Attualmente, i servizi di sicurezza palestinesi rispondono al Ministro dell’Interno, ma lo scorso 29 gennaio Mazen ha ordinato ai loro massimi dirigenti di rispondere direttamente al Presidente. Ismail Haniyeh, capolista di Hamas alle recenti consultazioni, ha ipotizzato che possa trattarsi di una mossa temporanea, ma ha chiarito allo stesso tempo come il suo movimento non sia disponibile ad avallare un cambio della catena di comando e controllo sui servizi. Hamas vuole evidentemente assumere pienamente il controllo di tutte le leve che contano del potere palestinese.

Sul piano internazionale, Mazen si è mantenuto in contatto con tutti gli interlocutori regionali e non dell’Autorità Nazionale Palestinese, da Israele agli Stati Uniti, dall’Egitto alla Giordania, e non è privo di significati il fatto che il primo incontro con i vertici di Hamas sia stato organizzato per il prossimo 3 febbraio al Cairo. Della delegazione di Hamas farà certamente parte lo stesso Haniyeh, ma non il leader effettivo di Hamas, Khaled Meshaal, che vive da tempo a Damasco.

Occorre chiedersi quali conseguenze possa avere a breve e medio termine il successo di Hamas, che tanti timori ha suscitato nella comunità internazionale. Ma è difficile fare delle previsioni. Il pallino è in effetti nelle mani dei dirigenti del movimento, perché spetta a loro e loro soltanto la scelta tra la conferma della strategia della lotta ad oltranza con Israele e la rinuncia al terrorismo.

Tuttavia, c’è un elemento potenzialmente positivo nella vittoria di Hamas che non dovrebbe essere sottovalutato. Assumendo la guida del Governo palestinese, i fondamentalisti di Hamas diventeranno politicamente responsabili del destino del loro popolo. Inoltre, gli incarichi di Governo introdurranno delle vulnerabilità nuove in Hamas, rendendo i suoi dirigenti più sensibili agli strumenti di pressione che la diplomazia internazionale potrà utilizzare contro l’Autorità Nazionale Palestinese.

Un conto è organizzare il terrorismo suicida di stampo jihadista rimanendo nell’ombra e sperando che la rappresaglia israeliana manchi il bersaglio. Altro è invece impiegare la forza militare di cui si dispone provocando la sospensione degli aiuti internazionali e l’inizio di un conflitto di tipo tradizionale. Esistono infatti fondati motivi per ritenere che non tutti gli elettori di Hamas sarebbero disponibili a rischiare in un’avventura senza ritorno tutto ciò che hanno ottenuto da Oslo in avanti. 

Il comportamento di Hamas potrebbe quindi risentire significativamente del successo ottenuto, dal momento che obbligherà i suoi dirigenti ad assecondare gli interessi degli elettori. Naturalmente, non è un destino scontato. Tutt’altro. Perché l’imprevisto ed i fattori irrazionali possono sempre deviare il corso della storia, specialmente in Medio Oriente.

            Tra le incognite rilevanti la maggiore è probabilmente quella rappresentata dalla reazione degli elettori israeliani, che saranno a loro volta chiamati alle urne in marzo. I sondaggi realizzati più recentemente mostrano che per ora la vittoria di Hamas non ha intaccato il consenso conquistato da Kadima, la formazione fondata da Sharon.

Tuttavia, qualcosa sta modificandosi all’interno dell’opinione pubblica israeliana: perché iniziano ad affiorare dubbi circa l’opportunità di proseguire sulla via dei ritiri unilaterali dai Territori Occupati e non è detto che il Likud non riesca di qui a due mesi a trasformarli in voti .

            In fondo, l’anarchia in cui è caduta la Striscia di Gaza dopo il suo abbandono da parte israeliana ha dato un contributo non indifferente alla sconfitta di Fatah alle recenti elezioni, dimostrandone l’inettitudine e la mancanza di controllo del territorio.

 

            Si complica la posizione dell’Iran

 

            Si è nel frattempo complicata la posizione dell’Iran. La scorsa settimana sembrava che i russi fossero finalmente riusciti a convincere Teheran della ragionevolezza della soluzione di compromesso prospettata da Mosca: il trasferimento in territorio russo dell’arricchimento dell’uranio necessario al funzionamento delle centrali iraniani.

            Evidentemente, però, qualcosa non è andato per il verso giusto. Perché il 30 gennaio Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina si sono accordati per chiedere nell’ambito dell’Agenzia atomica internazionale, l’Aiea, il deferimento della Repubblica Islamica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

            A sorprendere è stata soprattutto la scelta di Pechino, perché fino a questa settimana non vi era stato il minimo sentore di una possibile fine del sostegno diplomatico cinese all’Iran. Sulle cause del brusco cambio di posizione possono essere fatte solo delle congetture. E’ possibile, ad esempio, che alla Repubblica popolare sia stata fatta balenare la possibilità di un ingresso nell’attuale G8, anche approfittando della Presidenza di turno russa. Ma forse la pista giusta è quella che porta a Ryad.

            In gennaio, infatti, Arabia Saudita e Repubblica Popolare hanno siglato una serie di accordi di ampio respiro che non solo intensificheranno la collaborazione bilaterale nel campo petrolifero ma per la prima volta contempleranno anche una cooperazione nel campo della sicurezza. Non è quindi da escludere che in questo contesto Ryad abbia chiesto ed ottenuto da Pechino un gesto concreto contro le ambizioni nucleari di Teheran, che rappresentano una minaccia molto più grave per Ryad, che non dispone di armi atomiche, di quanto non lo siano per Tel Aviv o Washington.  

            Il 2 febbraio si riunirà a Vienna il “Board” dell’Aiea e si prevede che venga presentato un rapporto su quanto l’Agenzia è riuscita a scoprire del programma iraniano. Seguirà, il prossimo 6 marzo, la riunione ordinaria del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia.

Se in quella sede si giungerà ad un voto sulla proposta di deferimento, non dovrebbe essere impossibile raggiungere i 18 sì che occorrono, anche se c’è ancora qualche incertezza su come si schiereranno alcuni Paesi non allineati.

Una volta all’Onu, l’Iran potrebbe subire l’imposizione di sanzioni economiche di varia natura, anche se Teheran dispone di strumenti adeguati per farvi fronte. Molta acqua deve comunque ancora scorrere sotto i ponti prima che giunga quel momento. Certo è che emergeranno tensioni che di sicuro non contribuiranno a rasserenare i mercati internazionali delle risorse energetiche, ormai sotto pressione da mesi.

            Gli elementi più inquietanti del documento che sarà discusso concernono la perdurante reticenza di Teheran su alcuni aspetti del suo programma nucleare e, soprattutto, le rivelazioni fatte da alcuni iraniani in merito alla fabbricazione di alcune componenti inequivocabilmente destinate alla produzione di armi atomiche.  

 

            Discusso a Londra il futuro dell’Afghanistan

 

            Da ultimo, merita di essere menzionata l’apertura della Conferenza di Londra sul futuro dell’Afghanistan, un evento al quale hanno partecipato tutti i Paesi coinvolti nel processo di stabilizzazione in corso a Kabul.

            Nelle intenzioni dei proponenti, a Londra si doveva delineare un piano di medio termine per lo sviluppo afghano, esaurita con successo nel 2005 la fase della ricostruzione politico-istituzionale impostata a Bonn quattro anni fa.

            Alla Conferenza, il Presidente Karzai ha illustrato i lusinghieri risultati raggiunti in questi anni, ricordando tra le altre cose come l’Afghanistan stia crescendo ad un tasso dell’8% annuo e come ormai sei milioni di bambini e bambine frequentino le scuole del Paese. Non sono state tuttavia nascoste le principali incognite che gravano tuttora sull’avvenire dell’Afghanistan, come la recrudescenza del terrorismo jihadista e la crescita dell’economia criminale legata all’oppio, che esigerebbero anche per Karzai la conferma dell’impegno militare dell’Occidente.

            Le argomentazioni del Presidente hanno evidentemente trovato ascolto, perché la Conferenza si è conclusa il 1° febbraio con l’approvazione del cosiddetto “Afghanistan Compact”, un documento che accoglie nella sostanza tutte le richieste fatte da Karzai.

Stando alla lettera del Compact, in Afghanistan dovranno infatti restare non meno di 30mila soldati stranieri, più o meno gli attuali livelli della presenza Nato e statunitense, che affiancheranno i 70mila uomini previsti per l’Esercito Nazionale Afghano (il doppio degli attuali) ed i 62mila della polizia nazionale locale. E’ forse questo il dato politico di maggior rilevanza.

            Sotto stati fissati degli obiettivi da raggiungere anche nel campo dell’infrastrutturazione del Paese, in termini di accesso alla viabilità, all’acqua, all’energia elettrica ed all’istruzione, sperando nel contributo della cooperazione internazionale allo sviluppo.

Ma la Conferenza di Londra non era stata impostata come una “pledging conference”, cioè come una manifestazione finalizzata alla raccolta di fondi, e quindi non è chiara l’ampiezza delle donazioni che le faranno seguito. Per ora, sono certi soltanto i finanziamenti aggiuntivi garantiti dagli Stati Uniti (1,1 miliardi di dollari) e dalla Gran Bretagna (altri 800 milioni di dollari).

            E’ comunque evidente che anche gli afghani dovranno fare la loro parte nel processo, in particolare riducendo la corruzione che mina l’efficacia dell’azione del Governo di Kabul.   

 

 

 25 Gennaio 2006

 

 

TESTA A TESTA IN PALESTINA TRA FATAH ED HAMAS

TERRORISMO IN IRAN E PREOCCUPAZIONI

PER LA SICUREZZA ENERGETICA NAZIONALE

 

 

 

            Giorno di elezioni in Palestina

 

Dopo l’Iraq e l’Egitto, in Medio Oriente è la Palestina ad andare al voto e si tratta di una consultazione che potrebbe modificare sensibilmente gli equilibri regionali. I sondaggi e gli analisti prevedono un testa a testa tra Fatah, il braccio laico dell’indipendentismo palestinese, ed Hamas, il movimento islamico integralista che ha preso il controllo di Gaza e sta radicandosi anche in Cisgiordania.

Fatah dovrebbe, nonostante tutto, spuntarla. Ma il Presidente Mazen uscirà da questi sviluppi certamente indebolito. Singolare simmetria, anche a Tel Aviv la leadership politica è sensibilmente meno forte da quando Sharon è entrato in coma ed Olmert l’ha rimpiazzato.

E’ così possibile che a breve il gioco di legittimazione e sostegno reciproco messo in piedi da Sharon e Mazen contro Hamas debba essere sostituito da un nuovo e più complesso sistema politico. Se Hamas vincesse, sarebbe in effetti inevitabile l’uscita di scena di Abu Mazen. Sarebbero allora gli integralisti islamici a determinare l’esito delle successive tappe del processo di pace. Ma anche se perdesse di misura, Hamas sarebbe difficilmente ignorabile.

Israele continuerà probabilmente l’attuale politica di restituzione dei territori, trincerandosi dietro la barriera difensiva allestita nei pressi della Linea Verde per meglio proteggersi dagli attacchi suicidi.

A quel punto, si vedrà se Hamas continuerà ad essere la forza politico-militare irriducibile che conosciamo o si trasformerà in un soggetto politico più responsabile e disponibile a trattare in nome della ricostruzione della Palestina.

La destra israeliana ne dubita, e forse proprio per questo tifa sotterraneamente per Hamas, vedendo nel suo successo la migliore garanzia di sopravvivenza dello status quo. Ma c’è anche chi pensa che avendo Hamas il controllo reale del territorio e dell’Intifada, una volta al potere delle trattative dirette possano divenire più facili ed affidabili.

Occorrerà aspettare e vedere.

 

Ahmadinejad sfugge ad un attentato

 

Il fatto forse più sorprendente della settimana è però l’attentato ad Ahwaz che poteva costare la vita al Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, un atto che prova come l’attuale capo dell’esecutivo di Teheran sia persona tutt’altro che saldo al comando.

Naturalmente, il Governo della Repubblica Islamica ha immediatamente puntato l’indice contro gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, accusandoli di essere le potenze mandatarie del tentato omicidio. Ma è molto più probabile che in Iran operi ormai un terrorismo interno che appare intenzionato quanto meno ad intimidire l’attuale Presidente.

Difficile capire chi possa esserci dietro, ma Ahmadinejad ha molti nemici nel settore petrolifero, di cui tenta vanamente da mesi di assicurarsi il controllo. Né deve essere trascurata la pista della lotta alla corruzione, che certamente non è valsa al Presidente grandi simpatie nei circoli che contano.

Mentre si registrano questi sviluppi, è degna di nota la svolta che si è apparentemente prodotta nei negoziati sulla questione nucleare tra l’Iran, la Russia e la comunità internazionale. Dopo averla rifiutata ripetute volte, i dirigenti iraniani hanno infatti manifestato negli ultimi giorni una certa disponibilità ad accettare l’offerta russa di spostare sul suolo della Federazione il processo di arricchimento dell’uranio che finora si erano dimostrati inflessibili nel voler condurre a casa loro.

Probabilmente, è un’astuta mossa tattica, che mira a rafforzare gli sforzi di Russia e Cina tesi ad evitare il deferimento di Teheran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. In realtà, la partita è complessa ed è molto difficile che possa concludersi in modo ottimale per un Occidente che teme l’acquisizione da parte dell’Iran dello status di potenza nucleare.

La Repubblica Islamica sta sviluppando una strategia diplomatica molto sofisticata, anche sfruttando a proprio vantaggio l’interesse che un vasto numero di potenze emergenti ha nelle risorse energetiche iraniane. Non è solo la Cina a dipendere dai rubinetti petroliferi e gasiferi iraniani, ma anche l’India ed il Pakistan, di cui gli americani hanno adesso ragione a temere l’atteggiamento.

 

Timori per la sicurezza energetica nazionale

 

Proprio la geopolitica degli oleodotti e dei gasdotti ha fatto emergere una volta di più la precarietà della sicurezza energetica occidentale. Era, in effetti, dai tempi della Guerra del Kippur del 1973 che non si discuteva così tanto dei pericoli insiti nella dipendenza dagli approvvigionamenti energetici esteri.

La chiave della sicurezza energetica italiana è stata individuata nella diversificazione del rischio. L’Eni ha cercato il petrolio da avviare verso l’Italia nel maggior numero di Paesi possibile, mentre il Governo ha bilanciato le forniture gasifere algerine con quelle di origine siberiana fin dagli anni ottanta, sfidando l’ostilità dell’Amministrazione Reagan.

Nel frattempo, purtroppo, il fabbisogno energetico nazionale è aumentato ed alcuni eventi verificatisi dalla fine dello scorso dicembre hanno dimostrato sino a che punto la politica di diversificazione del rischio incontri dei limiti nell’assicurare al nostro Paese stabili livelli di consumo.

In un primo momento, la Russia di Putin ha utilizzato il rialzo dei prezzi energetici contro l’Ucraina in modo non dissimile da come fece l’Opec contro i Paesi occidentali rei di appoggiare Israele.

Poi, a creare difficoltà negli approvvigionamenti è stata l’eccezionale ondata di avversità atmosferiche abbattutasi sull’Europa Nord-Orientale, che ha indotto sia la Russia che l’Ucraina ad accrescere il consumo interno di metano a detrimento del resto d’Europa. Da parte russa si fa comunque notare come non siano ancora avvenute violazioni contrattuali, poiché le forniture sono rimaste finora sempre superiori ai livelli minimi garantiti.

Ma l’impatto psicologico dell’incertezza è stato notevole, provocando persino qualche timida apertura del nostro sistema politico verso l’ipotesi di un ritorno al nucleare.  

Purtroppo, stiamo scoprendo come in fatto di energia l’esercizio della sovranità e gli interessi nazionali sovrastino tuttora le leggi del mercato. Se ne dovrebbero trarre le conseguenze necessarie, specialmente quando si condannano come eticamente immorali gli interventi militari dettati da esigenze energetiche. 

 

 

18 Gennaio 2006

 

 

OLMERT PRENDE IN MANO LE REDINI DEL GOVERNO ISRAELIANO

ED AUTORIZZA IL VOTO PALESTINESE A GERUSALEMME EST

CRESCE INTANTO LA PRESSIONE INTERNAZIONALE SULL’IRAN

CHENEY IN KUWAIT

 

 

 

 

            Olmert impone la propria leadership a Tel Aviv

 

Il fatto probabilmente di maggior rilievo della settimana politica internazionale si collega agli sviluppi della situazione in Medio Oriente. Mentre si avvicinano rapidamente le elezioni palestinesi del prossimo 25 gennaio, il Premier israeliano ad interim, Ehud Olmert, ha mosso i primi passi da leader effettivo dello Stato ebraico.

Sharon è in qualche modo uscito pressoché definitivamente di scena, per quanto sia ancora in vita, ed è cessata la moratoria di fatto iniziata con la sua infermità. Nei giorni scorsi, tre dei quattro Ministri del Likud cui era stato imposto di dimettersi prima del malore del Primo Ministro hanno effettivamente abbandonato il loro posto. Olmert ne ha approfittato e la prima conseguenza è stata la decisione del Governo israeliano di autorizzare il voto palestinese anche a Gerusalemme Est. L’unica limitazione è il divieto per gli esponenti di Hamas di svolgere attività propagandistica in quella che gli israeliani ancora considerano la capitale ideale del loro Stato. Degli arresti hanno immediatamente dimostrato la determinazione di Tel Aviv a far osservare questa proibizione.

Permettendo che Gerusalemme Est elegga suoi rappresentanti presso l’Assemblea legislativa dell’Autorità Nazionale Palestinese, Olmert ha provato di essere disponibile a considerare a medio termine non solo il ritiro di Israele da gran parte della Cisgiordania, già pianificato e reso visibile dal tracciato della barriera di protezione eretta a ridotto della Linea Verde, ma anche quello da metà della Città Santa.

Non è una concessione di poco conto, specialmente se si pensa che il Primo Ministro ad interim ha deliberato un’apertura di questa portata a soli due mesi dalle consultazioni politiche israeliane.

Olmert va avanti sulla via di Sharon. Ha inviato l’Esercito in Cisgiordania a sgomberare alcuni coloni che si erano illegalmente impossessati di proprietà palestinesi. Ne sono seguiti degli scontri, cui potrebbero presto aggiungersene di nuovi nella zona di Hebron, dove “gli sfrattati” hanno cercato di organizzare un presidio di protesta e resistenza.

Ovviamente, il peggio deve ancora venire, ma per il momento in cui il ritiro dall’85% di ciò che resta dei Territori Occupati avrà luogo è presumibile che Olmert possa disporre di una solida investitura popolare per sé ed il partito fondato da Sharon, Kadima. Che non accenna a scendere nelle intenzioni di voto rilevate dai sondaggi.

Quanto ai Ministri dimissionari del Likud, incluso quello degli Esteri, sono già stati rimpiazzati. La direzione della diplomazia israeliana, che era nelle mani dell’ultraconservatore Silvan Shalom, è stata affidata a Tzipi Lvin, una donna che manterrà anche l’incarico di Ministro della Giustizia.

L’emergente leadership di Olmert comincia ad essere riconosciuta anche internazionalmente. Ha infatti preso contatti con lui il Presidente americano Bush, mentre Abu Mazen ha in qualche modo sollecitato un incontro bilaterale.

Mazen, dal canto suo, è sempre più in evidente difficoltà. Al Fatah, la formazione laica che ha interpretato la causa dell’indipendenza palestinese negli ultimi quaranta anni, rischia seriamente di essere sconfitta elettoralmente da Hamas. Qualora l’ipotesi si verificasse sul serio, le dimissioni del Presidente dell’Anp diventerebbero pressoché inevitabili ed il processo di pace subirebbe molto verosimilmente un’altra battuta d’arresto.

Tuttavia, non tutti gli analisti sono concordi al riguardo. Vi è ad esempio, anche in Israele, chi ritiene che soltanto la vittoria di Hamas possa porre fine allo stato di anarchia in cui è caduta la Striscia di Gaza. Ed una volta che fosse al potere, il movimento fondamentalista potrebbe essere costretto ad una maggiore moderazione di quella, in verità assai scarsa, di cui ha fatto sfoggio finora.

 

Si acuisce il contrasto che oppone l’Iran alla comunità internazionale

 

Intanto, si sono registrati ulteriori sviluppi nel confronto che oppone l’Iran alla comunità internazionale in merito alle ambizioni nucleari di Teheran. Le novità della settimana sono sostanzialmente due.

La prima è che la posizione russa nei confronti del programma nucleare iraniano ha iniziato a modificarsi. Di fronte al rifiuto opposto per il momento da Ahmadinejad alla proposta di Mosca di trasferire sul suolo russo le attività di arricchimento dell’uranio, il Ministro della Difesa e Vice-Primo Ministro Ivanov ha affermato di non esser più certo del carattere esclusivamente civile del programma nucleare iraniano.

L’apertura è stata immediatamente colta da Gran Bretagna, Francia, Germania e Stati Uniti, che hanno convocato per lo scorso lunedì 16 gennaio una riunione a Londra allargata a Russia e Repubblica Popolare Cinese. Tale summit, la seconda novità, è avvenuto a livello di Direttori degli Affari Politici dei Ministeri degli Esteri – per l’Italia era quindi presente il Ministro Plenipotenziario Giulio Terzi – e doveva molto verosimilmente servire a capitalizzare la svolta percepita nell’atteggiamento russo e forzare la mano ai cinesi.

Gli scopi della riunione sono stati raggiunti soltanto in parte. Mentre europei occidentali ed americani hanno sostanzialmente fatto quadrato intorno alla proposta di perseguire in seno all’Aiea il deferimento dell’Iran al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Federazione Russa ha nicchiato. E la Cina è rimasta sulle sue posizioni.

Putin ha fatto una piccola marcia indietro, confermando le forniture militari già accordate alla Repubblica Islamica e sostenendo che non si deve essere precipitosi sulla strada che potrebbe condurre all’imposizioni di sanzioni Onu contro Teheran, mentre è emerso l’interesse di Pechino a non compromettere la propria posizione con un Paese che fornisce alla Cina greggio e gas.

Il regime iraniano, naturalmente, continua a perseguire lucidamente la divisione del campo avverso. Si spiegano così le minacce di ritorsioni nel settore petrolifero ed il nuovo appello rivolto agli europei, affinché tornino al tavolo delle trattative e rinuncino a perseguire il deferimento della Repubblica Islamica al Palazzo di Vetro.

Oggi è scesa in campo anche la Suprema Guida Spirituale Ali Khameney, il vero uomo forte dell’Iran: purtroppo, non ci si può illudere. Le ambizioni nucleari non sono una fantasia dell’attuale Presidente radicale Ahmadinejad. Sono invece un progetto sul quale le istituzioni e l’opinione pubblica iraniana marciano all’unisono.

Non sorprende, in questo contesto, che da più parti si torni a parlare di un’opzione militare nei confronti di Teheran. Il fatto è, però, che pare una soluzione difficilmente praticabile, sia dal punto di vista politico che tecnico. I siti iraniani sono numerosi, dispersi e in molti casi dislocati sottoterra, a profondità che potrebbero essere raggiunte solo con armi nucleari. L’alternativa ad una campagna aero-missilistica “non convenzionale” consisterebbe nell’invasione terrestre pura e semplice, che dovrebbe essere condotta con una quantità di mezzi ed uomini almeno tre volte superiore a quella di cui si potè disporre nel 2003 contro Saddam. Decisamente improbabile, quindi, con gli attuali chiari di luna, e francamente non auspicabile.

 

Cheney in Kuwait

 

Infine, va menzionata la visita di Stato resa dal Vicepresidente americano Cheney al Kuwait in occasione della scomparsa dell’Emiro Al Sabbah. A latere dei funerali, infatti, hanno avuto luogo una molteplicità di incontri ad alto livello.

Di particolare importanza paiono essere stati quelli svoltisi con i rappresentanti dell’Arabia Saudita e con il Presidente Mubarak. Perché sembra che Cheney abbia chiesto a sauditi ed egiziani di fornire truppe da inviare nelle zone sunnite dell’Iraq, prima a rinforzo e poi in sostituzione delle forze militari americane.

Se fosse vero, si dovrebbe concludere che è in atto un nuovo cambio di alleanze in Iraq. Dopo aver favorito l’ascesa degli sciiti al potere a Baghdad, ora gli americani si ergerebbero a paladini e difensori dei sunniti in concorrenza con la stessa Al Qaeda.

La correzione di rotta mira in modo chiarissimo a tagliare l’erba sotto i piedi dei jihadisti guidati da Al Zarqawi, che a sua volta punta sempre più nitidamente a proporsi come il difensore dell’ortodossia wahabbita in Mesopotamia.

Non è nota la risposta ottenuta da Cheney. Ma sono adesso più evidenti i motivi dello stillicidio di attacchi che continua ad interessare gli americani. Se sono loro a difendere i sunniti, infatti, per Al Qaeda non c’è più scampo né prospettiva politica nella Terra dei Due Fiumi.   

 

 

11 Gennaio 2006

 

 

 

L’INCERTEZZA IN MEDIO ORIENTE E LA DIPLOMAZIA ENERGETICA DI PUTIN

PRIMI ELEMENTI DI DISTURBO DEL 2006, MENTRE NOTIZIE NEGATIVE ARRIVANO ANCHE DA IRAQ ED AFGHANISTAN

 

 

 

            La situazione in Israele determinata dall’infermità di Sharon

 

            Alla vigilia delle festività di fine anno, sembravano in movimento molti fattori che inducevano all’ottimismo. La scelta dei sunniti di partecipare alle elezioni del 15 dicembre in Iraq prometteva tempi difficili per i terroristi jihadisti, mentre prospettive interessanti parevano dischiudersi nei rapporti israelo-palestinesi grazie alla decisione di Sharon di staccarsi dal Likud. Purtroppo, a distanza di tre settimane lo scenario appare già significativamente cambiato.

            In primo luogo, come è noto, dal 3 gennaio scorso il Primo Ministro israeliano giace in un’ospedale del suo Paese incapacitato da un ictus che lo ha colpito proprio alla vigilia di una tornata elettorale che, tra la fine di gennaio e quella di marzo, chiamerà al voto sia i palestinesi che gli israeliani.

            Il Kadima, la formazione centrista creata da Sharon per aggregare il consenso di quella parte del sistema politico e dell’opinione pubblica israeliana che giudica inevitabile il ridimensionamento territoriale dello Stato ebraico, si è di fatto trovato privo della sua guida carismatica proprio nel bel mezzo del suo consolidamento. Stando a sondaggi diffusi oggi dall’autorevole quotidiano Haaretz, la malattia di Sharon non avrebbe arrestato la crescita dei consensi per Kadima, che è già la prima forza politica potenziale di Israele, ma di qui alle elezioni di fine marzo possono accadere molte cose. Un’ondata di attentati terroristici di particolare successo potrebbe ad esempio spostare le intenzioni di voto verso i partiti di destra.

            Inoltre, il successo di Kadima e la probabile successione di Ehud Olmert, già Premier ad interim, alla testa del Governo israeliano nulla garantiscono in merito alle capacità del futuro esecutivo di far fronte alle prevedibili reazioni di coloro che dovranno sopportare i costi dei prossimi ritiri.

            Era intenzione di Sharon determinare unilaterlamente i nuovi confini di Israele, rispettando le esigenze della sicurezza nazionale e tenendo conto del cambiamento delle realtà demografiche verificatosi negli ultimi trenta anni. Questa politica, molto probabilmente, continuerà anche con Olmert, ma il fatto che a condurla sia chiamato un uomo che non può vantare i precedenti militari di Rabin e Sharon getta indubbiamente un’ombra sulle sue possibilità di successo. All’ex laburista Peres, ad esempio, tentativi di apertura molto meno ambiziosi non vennero perdonati.

            I timori sul futuro del processo di pace sono quindi fondati.

            Un primo banco di prova per il nuovo Premier sarà probabilmente rappresentato dalla gestione delle imminenti elezioni palestinesi. Olmert ha fatto sapere di essere orientato a permettere il voto dei palestinesi a Gerusalemme Est, a patto che non vi partecipino candidati di Hamas. Come questa clausola possa essere accettata dai palestinesi o fatta comunque rispettare è tuttavia incerto, dal momento che implica una seria interferenza nel processo elettorale palestinese. Va inoltre sottolineato come parte dei Ministri dell’attuale Governo di Tel Aviv siano contrari in ogni caso ad un’estensione della consultazione legislativa palestinese alla parte orientale di Gerusalemme. La circostanza non deve sorprendere, giacchè nell’esecutivo di Olmert siedono ancora i Ministri del Likud che avrebbero dovuto dimettersi all’indomani del malore che ha colpito Sharon. Il modo in cui Olmert uscirà dall’empasse dirà molto sulle sue capacità di leader.

            Il destino del Primo Ministro malato è, naturalmente, ancora più incerto. Anche se Sharon sta gradualmente uscendo dal coma, nessuno sa dopo tre interventi alla testa che genere di conseguenze abbiano patito le sue capacità cognitive. Se il leader malato sarà in grado di firmare i documenti di accettazione della candidatura in tempo utile, i vertici di Kadima sono ancora intenzionati ad offrirgli il posto di capolista del nuovo partito. Appare comuque difficile che Sharon possa tornare a svolgere un ruolo anche solo lontanamente paragonabile a quello che ricopriva sino a pochi giorni fa nella vita politica israeliana. 

           

            Instabilità in aumento in Afghanistan ed Iraq

 

            Cattive notizie sono giunte anche dai due teatri di maggior importanza nella lotta al terrorismo internazionale. A dispetto dell’alta partecipazione al voto iracheno del 15 dicembre scorso, infatti, le violenze dei jihadisti guidati da Al Zarqawi non hanno accennato a diminuire.

In teoria, Al Qaeda in Iraq dovrebbe essere adesso relativamente isolata e priva di un retroterra adeguato di supporti e connivenze. Invece, riesce ancora a condurre importanti operazioni offensive, che sono per lo più dirette contro i militari americani e le comunità sciite dell’Iraq centro-meridionale. La scelta dei bersagli lascia intuire una volontà di Zarqawi di presentarsi come il vero difensore dell’ortodossia sunnita in Mesopotamia, sia per contendere a Bin Laden ed Al Zawahiri la suprema leadership del jihadismo internazionale, sia, forse, per ottenere adeguati sostegni da chi nella regione ha tutto l’interesse ad ostacolare l’ascesa degli sciiti a Baghdad, come i sauditi.

La situazione è rimasta in ogni caso molto confusa. Nel frattempo, inchieste giudiziarie condotte in collaborazione dalle autorità spagnole ed italiane hanno rivelato la straordinaria estensione ed internazionalizzazione del network terrorista che fa direttamente capo ad Al Zarqawi. E’ stato infatti accertato che uno dei due terroristi che si fecero esplodere il 12 novembre 2003 a Nassyriah era un algerino reclutato da una cellula jihadista spagnola e da questa messa a disposizione dell’organizzatore materiale dell’attentato.

Mentre si avvicina la critica data delle elezioni politiche italiane è quindi proprio alle attività degli amici di Zarqawi che bisogna guardare, se si vuole scongiurare l’effettuazione di un attentato nel nostro Paese.

Bin Laden – se vivo – ed Al Zawahiri paiono invece guardare altrove, al jihad globale ed alla conquista del potere in Arabia Saudita ed Egitto, come prova la polemica innescata dai vertici di Al Qaeda contro il movimento fondamentalista dei Fratelli Musulmani, che ha ottenuto qualche mese fa il 20% dei seggi nel Parlamento del Cairo.

Intanto, in Afghanistan talebani e jihadisti stanno rialzando la testa. Pochi giorni or sono, l’Ambasciatore americano a Kabul è sfuggito per un soffio ad un attentatato suicida tesogli nel corso di una visita ad una città esterna alla capitale. Significativamente, il Presidente Karzai ha cercato di aprire al Mullah Omar le porte di una possibile riconciliazione nazionale, ottenendo tuttavia un netto rifiuto. Non è un buon segno. I nostalgici del passato regime ed i suoi vecchi leader si sentono forti, a dispetto degli indubbi successi riportati dagli americani e dalla Nato nel processo di ricostruzione del tormentato Paese centro-asiatico.

  

            La Russia destabilizza Yushenko rincarando i prezzi delle forniture energetiche

 

            Un’altra novità di segno negativo dal punto di vista della stabilità globale e della sicurezza energetica si è infine prodotta nell’Europa orientale, dove Putin ha dimostrato di essere intenzionato ad utilizzare la leva energetica per restaurare l’influenza russa in Ucraina ed, in prospettiva, in un più vasto novero di Paesi.

            Abbiamo assistito ad un tipico esercizio di brinkmanship (confronto sull’orlo dell’abisso), che il giorno di Capodanno è culminato nella decisione russa di interrompere il flusso degli approvvigionamenti di metano per Kiev. La crisi ha assunto immediatamente proporzioni continentali perché, in attesa del completamento del gasdotto baltico che collegherà direttamente la Russia alla Germania, il gas diretto all’Europa Occidentale defluisce interamente attraverso il territorio ucraino.

Al blocco delle forniture ha così fatto seguito un drastico calo della quantità di gas trasferita ai Paesi europei, inclusa l’Italia, proprio come Gazprom aveva ipotizzato in una propria comunicazione all’Eni prima delle festività natalizie.

            Con tutta probabilità, per non restare al buio, in quel giorno gli ucraini si sono effettivamente appropriati di parte del gas diretto a rumeni, ungheresi, austriaci, tedeschi ed italiani, ma ciò ha scatenato le reazioni dei principali paesi europei, che hanno esercitato pressioni rilevanti su Kiev affinchè cedesse ed accettasse un compromesso con Mosca.

            L’accordo tra Yushenko ed i russi è stato raggiunto intorno ad un prezzo che in realtà si trova esattamente a metà strada tra i livelli pregressi di cui si giovava l’Ucraina e quelli di mercato che erano l’obiettivo nominale di Gazprom. Ma questa soluzione sembra già adesso essere insostenibile per Kiev: perché comunque provocherà rincari che indeboliranno ulteriormente i consensi al Presidente Yushenko ed affiderà la sicurezza energetica ucraina ad una società mista austro-russa.

            Ciò spiega il siluramento da parte della Rada, il Parlamento ucraino, del Primo Ministro Yuri Yekhanurov, sfiduciato con il voto di 250 deputati su 405. L’Ucraina è di fatto già destabilizzata, come si proponevano verosimilmente al Cremlino in attesa di prepararne il ritorno nell’orbita russa. Il quadro è adesso più incerto che mai.

Le prospettive per Yushenko sono più che mai grige a soli 13 mesi dal suo successo alle ultime presidenziali. Incombe adesso sul suo futuro una difficile consultazione, che avrà il luogo il prossimo 26 marzo, se la Rada non verrà sciolta prima.

Gli esiti delle prossime elezioni sono al momento imprevedibili. Recenti sondaggi danno il partito dell’ex Primo Ministro Viktor Yanucovich, filorusso e prossimo a Kuchma, al 31% contro il 17 di coloro che si considerano prossimi al Presidente Yushenko. Ed il prossimo Parlamento disporrà di poteri molto più incisivi di quelli attuali. Se le previsioni fossero confermate, Putin avrebbe ottenuto un successo paragonabile a quello che colsero i suoi avversari con la vittoria della Rivoluzione Arancione.

D’altra parte, il voto antigovernativo della Rada è stato propiziato da Yulia Timoshenko, che un personaggio notoriamente inviso al Cremlino. Non si può quindi escludere che proprio in nome della difesa della sovranità nazionale emerga dalle urne uno schieramento più antirusso di quello impersonato dall’attuale Presidente.

A quel punto, però, una reazione di Mosca sarebbe scontata e dovremmo prepararci tutti ad una nuova crisi energetica. Speriamo bene.  

 



[1] Vi sono fonti che parlano di 4.300 chilometri di raggio (ad esempio, l’autorevole Federation of American Scientists) ed altre che invece si spingono sino a 9.000.

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