Il ritorno di Sigfrido

Cosa significa e come è stato preparato il ritorno delle

forze armate tedesche sulla scena internazionale

di

Germano Dottori

 

 

1.   La graduale rimilitarizzazione della politica estera tedesca

 

In questo dopoguerra, lo status ed il prestigio internazionale della Germania sono stati largamente determinati dagli impressionanti successi ottenuti dal suo sistema economico. E’ stato il Deutsche Mark a riconquistare i Länder orientali che giacevano dal 1945 nella sfera d’influenza sovietica. Ed è attraverso la forza della propria finanza e della propria industria che la Repubblica Federale si è imposta di fatto come il paese-guida del processo di unione monetaria che si sta realizzando nell’Europa Occidentale.

Da qualche tempo, tuttavia, vincendo notevoli resistenze politiche e le potenti remore morali suscitate dalla memoria del proprio imbarazzante passato, la Germania ha iniziato ad utilizzare più attivamente anche il suo strumento militare. Lo ha fatto dapprima timidamente - con le sortite in Kurdistan, Cambogia e Somalia dei primi anni ‘90 - e poi sempre più convintamente, con il sostegno di un consenso interno ed internazionale sempre più vasto. Sigfrido è così riemerso dalle nebbie della storia, seppure assumendo questa volta le rassicuranti sembianze del peace-keeper.

L’impegno duro - dopo le passeggiate dell’Esercito federale in Asia ed Africa -  è di fatto cominciato nel 1995, quando la Luftwaffe prese parte alle missioni offensive integrate deliberate dalla Nato contro i serbi di Bosnia.

Da quel momento, è stato un continuo crescendo. Il Deutsches Heer ha contribuito all’applicazione degli Accordi di Dayton, assicurando in principio le retrovie logistiche dell’Ifor in Croazia e successivamente schierandosi in prima linea nel settore sotto responsabilità francese della Sfor.

Il processo è culminato nelle operazioni dello scorso anno contro la Repubblica di Milosevic, allo svolgimento delle quali la Germania ha partecipato con un limitato pacchetto di aerei specializzati nella ricognizione e nella soppressione delle difese antiaeree avversarie[1] e, soprattutto, fornendo l’unico contingente terrestre dotato di mezzi pesanti che gli Alleati avessero inviato in Macedonia fin dalle prime fasi della crisi kosovara.

Infine, è giunta l’occupazione del Kosovo: in quest’ultimo, sfortunato, angolo d’Europa, gli uomini dell’Esercito federale sono giunti a superare le ottomila unità, prima di scendere a poco meno di seimila, ed un loro ufficiale, il generale Klaus Reinhardt, ha addirittura assunto tra l’8 ottobre ed il 18 aprile scorso il comando di tutti i contingenti assegnati alla Kfor: circa 40mila soldati, tra i quali americani, inglesi, francesi ed italiani. Un vistoso successo ed un indubbio riconoscimento, che è giunto praticamente insieme alla scelta della divisa tedesca quale mezzo ufficiale di pagamento sul suolo kosovaro. E’ questo un dato che vale la pena di sottolineare: nell’antica provincia serba, per la prima volta dal 1945, seppur attraverso una decisione multilaterale, la zona del marco si è ampliata manu militari.

E’ legittimo chiedersi come sia stato costruito questo brillante risultato, che appare tanto più sorprendente quando si consideri che è maturato a dispetto di spese militari non sempre generose e di indicazioni politiche quanto meno incerte[2].

Solo sette anni fa, per spostare una colonna di propri blindati in una zona considerata a rischio, il contingente tedesco inviato in Somalia pretese una scorta italiana[3]. Oggi, invece, la Bundeswehr presidia con disinvoltura due zone sensibili dei Balcani e si parla ormai apertamente della sua trasformazione in una Interventionsarmee. Cosa ha reso possibile questo cambiamento così repentino?    

 

2.   Il dinamismo della Difesa federale

 

       Il modo in cui le forze armate tedesche sono tornate alla ribalta sulla scena internazionale è in realtà l’esito di almeno due distinti processi. Il primo è stato messo in moto dall’establishment della Difesa federale, cui si deve, con largo anticipo su ogni altra articolazione della società e del nuovo Stato unitario tedesco, l’individuazione di interessi nazionali suscettibili di essere perseguiti attraverso la proiezione di potenza, cioè attraverso l’impiego all’estero dello strumento militare. Il secondo si è invece sviluppato all’interno delle istituzioni politiche e giudiziarie di Bonn e Karlsruhe.

E’ certo ancora presto per stabilire se un giorno l’ex-Generalinspekteur della Bundeswehr, Klaus Naumann, verrà ricordato o meno negli annali come il moderno epigono di Scharnhorst o di von Seeckt, che ebbero la capacità di immaginare e delineare un ruolo per le forze armate anche nei momenti più bui della storia militare tedesca. Se si ripercorrono, però, le vicende recenti della politica militare della Germania, non si può fare a meno di riconoscere come la sua Generälitat si sia impegnata fin dal principio degli anni ’90 a mettere a disposizione della Repubblica Federale un nucleo di unità spendibili all’estero prima ancora che il potere politico glielo chiedesse apertamente.

Da un punto di vista pratico, i passaggi che hanno condotto a questo importante risultato sono stati essenzialmente tre: la ricostituzione dei vertici militari nazionali, la tripartizione delle forze per livelli di prontezza operativa e la conseguente priorità accordata allo sviluppo delle unità d’élite destinate alla proiezione di potenza verso l’esterno.

La ricostituzione dei vertici militari è rientrata nel vasto insieme delle misure che hanno caratterizzato la piena reintegrazione della sovranità nazionale tedesca. Pochi lo sanno, ma lungo tutto l’arco della Guerra Fredda, l’Esercito federale è stato privato della possibilità di esprimere propri comandi nazionali al di sopra del livello di corpo d’armata. La Nato aveva avuto bisogno dei soldati tedeschi, ma nessun paese alleato si era mostrato pronto ad accettare la prospettiva della rinascita di una qualunque struttura che potesse evocare il ricordo del Generalstab d’epoca hitleriana. Fin dagli anni ’50, quindi, le unità della Bundeswehr erano state inserite modularmente in complessi più ampi ed invariabilmente sottoposte a comando sovranazionale o straniero. Cosa che, del resto, corrispondeva perfettamente alle esigenze dello scenario geostrategico dell’epoca, che ipotizzavano esclusivamente il contrasto alla minaccia rappresentata dalle forze del Patto di Varsavia ed imponevano la rapida concentrazione di tutte le risorse disponibili sotto il comando militare integrato dell’Alleanza Atlantica.

Venuto meno questo presupposto, insieme a tutti i fattori che avevano limitato la sovranità della Germania all’interno del sistema bipolare, e ritenendosi possibile l’impiego delle forze armate tedesche in contesti e per fini diversi da quelli contemplati dalla pianificazione alleata, non è sorprendente che sembrasse naturale ed indispensabile affrancarsi da questa sudditanza procedendo alla ricostituzione delle strutture necessarie a dirigerle.

Gradualmente, pertanto, partendo dal basso, si è provveduto a reintegrare gli anelli superiori nella catena nazionale di comando e controllo. Sono così rinati i comandi di corpo d’armata e, soprattutto, i comandi operativi[4] e gli stati maggiori di forza armata mentre, più in alto, a supporto della sua attività di coordinamento, pianificazione e alta consulenza al Governo, si decideva di dotare di un folto staff anche il Generalinspekteur della Bundeswehr, che è l’omologo tedesco del Capo di stato maggiore della Difesa italiana. Questo processo è tuttora in corso e lo stesso Ministro della Difesa socialdemocratico Scharping appare determinato a spingerlo fino in fondo, centralizzando una volta per tutte le funzioni di comando e controllo nel vertice nazionale interforze[5].

La classificazione delle forze per livelli di prontezza operativa è stata, invece, almeno agli inizi, un portato della revisione del concetto strategico operata dalla Nato al principio degli anni ’90[6]. E’ infatti a Roma, in occasione del vertice atlantico svoltosi nel 1991, che si è affermato il principio della differenziazione delle forze dell’Alleanza in base al paradigma della rapidità di reazione. Ed i successivi documenti della Difesa federale non mancano mai di evidenziare lo stretto rapporto esistente tra questa concezione affermatasi in ambito Nato e la scelta nazionale di procedere ad una più netta ripartizione delle unità.

In Germania, tuttavia, il processo di identificazione delle diverse categorie di reparti ha subito degli adattamenti. Se per Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, il problema era infatti essenzialmente quello di stabilire quante e quali unità sarebbero dovute restare in Europa Centrale, a disposizione della Nato per qualunque genere di evenienza, per la Repubblica Federale si trattava di creare ex novo dei reparti capaci di operare fuori dal territorio nazionale. Tra le emergenze alle quali pensava Bruxelles non vi erano più infatti ipotesi direttamente concernenti la protezione dell’integrità della Germania.

E’ per questa ragione che all’interno della Bundeswehr, anziché parlare di forze di reazione rapida o immediata, si è preferita una distinzione che ruota intorno al più largo concetto di reazione alle crisi, che incorpora fattori come la spendibilità politica dei reparti, la loro flessibilità d’impiego ed un’elevata mobilità, oltre naturalmente alla combat readiness.

In base a questo criterio, le unità sono state quindi riorganizzate e divise in tre gruppi fondamentali: le Forze di Reazione alle Crisi, appunto, più note sotto l’acronimo di Krk (Krisenreaktionskräfte) e destinate specificamente agli impieghi esterni al territorio nazionale; le Forze di Difesa Principale, o Hvk (Hauptverteidigungskräfte), e l’Organizzazione di Base, o Mgo (Militärische Grundorganisation), che comprende le strutture della logistica ed il personale dedicato alle infrastrutture nazionali della Difesa federale.

Dall’interesse riconosciuto ad acquisire e sviluppare rapidamente una componente militare in grado di permettere alla Germania di contribuire attivamente al mantenimento della sicurezza internazionale, è derivato il passo successivo, cioè la decisione di concentrare gli investimenti in risorse umane e materiali proprio nelle Krk.

A partire dal 1994, così, la maggior parte dei soldati professionisti e dei cosiddetti volontari «a tempo» è stata avviata a queste unità, seppure dei complessi meccanismi di rotazione siano poi stati introdotti per cautelare soprattutto l’Esercito rispetto al rischio di una eccessiva divaricazione qualitativa tra le sue due maggiori componenti. Anche le risorse disponibili per gli investimenti - relativamente scarse, a causa delle economie imposte dalla riunificazione e dalla ricostruzione dei Länder orientali - sono state significativamente incanalate verso i progetti di maggiore utilità per le Krk[7].

Stando al documento che ne aveva pianificato lo sviluppo nel 1997, le Forze di Reazione alle Crisi avrebbero dovuto assorbire a regime un totale di 53.600 uomini, di cui 37mila provenienti dall’Heer, 12.300 dalla Luftwaffe e 4.300 dalla Bundesmarine. Ma è ormai certo un loro ulteriore potenziamento, dopo la pubblicazione delle raccomandazioni elaborate dalla Commissione sul Futuro della Bundeswehr presieduta dall’ex Presidente federale Weizsäcker e la contemporanea presentazione al Governo di una concorrente proposta di ristrutturazione messa a punto dal Ministro Scharping con la collaborazione del nuovo Generalinspekteur Harald Kujat.

Quest’ultima prevede in effetti la sottoposizione dello strumento militare tedesco ad una energica cura dimagrante, che dovrebbe ridurne le dotazioni organiche di 100mila uomini in sei anni, colpendo soprattutto le componenti basate sul personale di leva e sacrificando parte dei dipendenti civili[8]. Com’era in fondo prevedibile, la scure si abbatterà quindi sulla coscrizione – il cui gettito annuo sarà verosimilmente portato a non più di 60-80mila uomini, se non addirittura meno - e sulle unità pesanti concepite a suo tempo in funzione della temuta battaglia terrestre in Europa Centrale, tagliando del 40% la consistenza del costoso ed ormai poco utile parco corazzato e liberando così le risorse che sono necessarie per potenziare la mobilità delle forze armate federali.

A dispetto delle apparenze, pertanto, il <<modello Scharping>> non sarà una battuta d’arresto ma un passaggio essenziale del processo di modernizzazione delle forze armate tedesche che mira a mettere nelle mani del Governo uno strumento ancora più efficacemente spendibile sul piano internazionale.

Questa politica di graduale riorientamento della Bundeswehr verso la proiezione di potenza - prescelta dai vertici politici e militari della Difesa federale sin dall’inizio dello scorso decennio e sostanzialmente non contraddetta neppure dal piano che sembra aver provocato il drammatico siluramento del Generalinspekteur von Kirchbach[9] - è stata preparata da una profonda rifllessione, che è incominciata all’indomani stesso della conclusione del già richiamato vertice atlantico di Roma.

Probabilmente, non sapremo mai fino a che punto il travaglio intellettuale che nel 1992 ha portato alla pubblicazione della Stoltenberg Papier, prima, e del Verteidigungspolitische Richtlinien (Vpr)[10] poi, sia stato condizionato dalla revisione del concetto strategico della Nato e quanto, invece, sia dipeso dalle autonome percezioni e valutazioni relative agli interessi nazionali tedeschi.

       Pur ammettendo il predominante effetto trainante esercitato dall’Alleanza Atlantica, almeno sotto un punto di vista risulta però impossibile misconoscere l’apporto originale del pensiero politico-militare tedesco: l’investigazione delle conseguenze che il mutamento di scenario internazionale avrebbe avuto per la Germania e la ricognizione dei fattori specifici di rischio e minaccia che sarebbero venuti a gravare sulla sicurezza della Repubblica Federale.

       E’ questa operazione che ha portato la Difesa a proclamare fin dal 1992 nei due distinti documenti citati la sussistenza di interessi nazionali tedeschi tutelabili anche con il ricorso alla forza.

Con la Stoltenberg Papier, pubblicata nel febbraio di quell’anno, infatti, per la prima volta «la prevenzione, il contenimento e la conclusione dei conflitti [...] suscettibili di pregiudicare l’integrità e la stabilità della Germania» ed «il mantenimento della libertà di commercio nel mondo e dell’accesso alle materie prime» vennero contemplati tra le possibili missioni della Bundeswehr, insieme ad altri più ambiziosi ed astratti obiettivi di politica mondiale, quali «la promozione del processo di democratizzazione e dello sviluppo economico» in altri paesi e la «stabilità mondiale, politica, economica, militare ed ecologica». Si enunciò altresì la necessità - che già si prefigurava - di preparare adeguate forze di proiezione e la ricostituzione di una struttura nazionale di comando e controllo.

       Nel Vpr presentato il 26 novembre seguente dal successore di Stoltenberg, Volker Rühe, questi obiettivi furono sostanzialmente ribaditi, menzionando ancora una volta l’interesse nazionale tedesco al mantenimento della libertà commerciale nel mondo e del libero «accesso ai mercati ed alle materie prime»[11] nonché la volontà della Germania di offrire un proprio contributo militare alla stabilità internazionale[12]. Trovò conferma anche la nuova enfasi sulla flessibilità e la prontezza operativa delle forze da impiegare in caso di crisi[13], vero punto focale della pianificazione a venire[14]. Alla Bundeswehr ed ai vertici politici della Difesa, evidentemente, non erano sfuggite l’irritazione diffusa nei confronti della pratica tedesca della cosiddetta <<politica del blocchetto degli assegni>>, soprattutto nelle more della crisi del Golfo, né le opportunità che si sarebbero potute dischiudere alla Germania se solo avesse potuto disporre di tutti gli strumenti che uno Stato normalmente impegna sulla scena internazionale.

L’apporto specificamente dato dai militari tedeschi a questa elaborazione non deve essere stato indifferente. Lo stesso ex Generalinspekteur Naumann – ora incaricato insieme ad un pool di altri sette esperti provenienti da tutto il mondo di redigere un manuale sul peace-keeping per conto dell’Onu[15] - lo ha in un certo modo rivendicato, puubblicando nel 1994 un saggio nel quale ha esplicitamente descritto le fondamenta della politica di sicurezza tedesca del dopo-Guerra Fredda: la rappresentazione di un’Europa assediata dall’instabilità[16] ed una ricognizione dei Deutsche Sicherheitsinteressen[17], gli interessi della sicurezza tedesca, che ricalcava pedissequamente le liste pubblicate nella Stoltenberg Papier e nel Vpr.    

La critica vicina alle posizioni della sinistra pacifista oggi rimprovera alla classe politica tedesca di allora di non aver compreso pienamente la portata dei due documenti e la gravità dello «strappo» costituzionale che essi avrebbero rappresentato.

In effetti, essi delineavano già nel 1992 le premesse del percorso che sarebbe stato successivamente intrapreso e che avrebbe riportato in pochi anni le forze armate tedesche sui <<campi dell’onore>>. Ciò nonostante, né l’uno né l’altra vennero mai discussi dal Parlamento, lasciando piena facoltà alla politica militare federale di conformarvisi. Nei due anni che separano la pubblicazione del Vpr da quella del Weissbuch, Bundeswehr e Difesa federale poterono così sviluppare le intuizioni di inizio decennio, mettendo in cantiere le misure necessarie a tradurre le indicazioni degli studi compiuti all’inizio degli anni ’90 in un vero e proprio programma di ristrutturazione dello strumento militare nazionale.

Nel 1994, anno di apparizione del Libro Bianco della Difesa federale, questo processo poteva considerarsi nei suoi aspetti essenziali ultimato: la già richiamata tripartizione delle forze ed il primato assegnato al loro interno allo sviluppo delle Krk erano infatti un fatto acquisito, seppure restassero ancora da colmarne i ranghi previsti sulla carta.

Nel frattempo, il Ministro della Difesa ed il Generalispekteur avevano iniziato a premere sull’insieme del Governo, inducendolo gradualmente ad accettare le prime sfide proposte dall’attualità internazionale. Lo scopo era quello di normalizzare la politica estera tedesca, cercando la necessaria piena legittimazione costituzionale e parlamentare all’impiego della Bundeswehr fuori dal territorio nazionale e dell’area coperta dalle garanzie del Patto Atlantico. I due momenti-chiave saranno, sotto questo profilo, l’invio del contingente armato in Somalia e l’autorizzazione a volare sulla Bosnia concessa ai membri tedeschi degli Awacs Nato.

 

3. Il problema dell’estremismo

 

Questa specie di «rinascimento militare» tedesco ha singolarmente coinciso con una riemersione delle derive estremistiche all’interno delle forze armate federali, i cui effetti si sono avvertiti soprattutto nelle fila dell’Esercito. La rilevanza del fenomeno, che in parte è sicuramente un riflesso del disagio dei ceti giovanili dei Länder orientali incorporati nella Bundeswehr[18], come prova la sua brusca impennata dopo la riunificazione, non dovrebbe però essere sopravvalutata, almeno sotto il profilo quantitativo. Sarebbe, oltrettutto, attualmente in regresso, stando almeno alle risultanze dell’ultimo rapporto annuale curato per il Bundestag da Claire Marienfeld, deputata della Cdu ed Incaricata federale per le forze armate[19].

L’allarme è comunque scattato a causa di tre episodi, tutti risalenti alla metà degli anni ’90 ed in qualche modo collegabili al nuovo scenario geopolitico sorto dalla caduta del Muro: lo sconcertante filmato girato dalle reclute della scuola di Hammelburg, la denuncia dei contatti intercorsi tra noti esponenti dell’estrema destra e la Führungsakademie della Bundeswehr ed il contestato articolo pubblicato dal tenente colonnello Reinhard Herden su <<Truppenpraxis>>[20].

Questi gli eventi. Nell’aprile del 1996, sette aspiranti peace-keepers di Hammelburg prossimi al rischieramento in Bosnia - tra i quali un sottufficiale ed un soldato «a tempo» - decisero di “autocelebrare” una loro esercitazione riprendendosi nel corso della simulazione di una fucilazione dimostrativa di civili inermi[21] .

L’Accademia militare, invece, è finita sotto i riflettori per aver invitato nel gennaio del 1995 ad una propria manifestazione Manfred Röder, un discusso personaggio balzato agli onori della cronaca per aver sponsorizzato iniziative tese a promuovere la rigermanizzazione (regermanisierung) della Prussia Orientale e più volte imputato per reati di terrorismo. 

Infine, nell’articolo redatto nel 1996 per <<Truppenpraxis>>, che è una rivista della Difesa federale, dopo aver definito il XXI secolo come «l’era del nuovo colonialismo», Herden aveva avuto il torto di prefigurare un impiego in chiave offensiva delle forze armate occidentali nel Terzo Mondo finalizzato al controllo delle materie prime ed all’apertura dei loro mercati[22]: un’ingenua visione ottocentesca della competizione geopolitica mondiale sullo scacchiere economico alla quale avrebbero dovuto partecipare anche i soldati tedeschi (soldaten), assumendo tutti i rischi ed i pericoli connessi al confronto con i guerrieri nichilisti, clanici o mercenari dei paesi in via di sviluppo (krieger)[23].

I primi due fatti – ovviamente – colpirono soprattutto gli osservatori esterni e l’opinione pubblica internazionale, risvegliando l’atavico timore che la rimilitarizzazione della politica estera federale potesse incubare la resurrezione delle peggiori inclinazioni mostrate dal militarismo tedesco durante il Novecento.

Il saggio di Herden, invece, denunciando l’esistenza all’interno del corpo ufficiali di elementi inclini a predicare un utilizzo della Bundeswehr di tipo sostanzialmente aggressivo ed imperialistico, ha inquietato prevalentemente i pacifisti tedeschi, forse perché la mancata traduzione del testo incriminato ne aveva fortemente limitato la circolazione e l’impatto all’estero.

Il soldato e il guerriero nella visione di Reinhard Herden

 

Il soldato

Der Soldat

Il guerriero

Der Krieger

Fa sacrifici

Fa vittime

E’ disciplinato

E’ indisciplinato

E’ parte di una struttura

E’ individualista

E’ capace di sconfiggere altri soldati

E’ capace solo di impiegare la violenza

E’ leale verso lo Stato

E’ leale verso una personalità carismatica, verso una cosa o colui che lo retribuisce

Ha uno status riconosciuto giuridicamente

E’ nulla nel campo della Legge

E’ <Restauratore dell’Ordine>

E’ <Distruttore dell’Ordine>

Fonte: Reinhard Herden, <Truppenpraxis>, 3/1996

 

C’è ora da chiedersi se queste espressioni possano ritenersi un effettivo motivo di preoccupazione, o se invece debbano inquadrarsi come manifestazioni tedesche di quel tipo di «bullismo» militare che va riemergendo un po’ ovunque all’interno degli eserciti occidentali, come provano le inchieste aperte dalla magistratura belga, canadese ed italiana sul comportamento dei rispettivi contingenti inviati all’estero.

La constatazione dei ricorrenti problemi che lo stato maggiore dell’Esercito tedesco incontra nel mantenere la disciplina nei propri ranghi – si pensi ad esempio ai dati pubblicati lo scorso febbraio dal <Welt am Sonntag>, secondo i quali la Bundeswehr sarebbe costretta a richiamare in patria dal Kosovo un soldato ogni cinque giorni a causa di gravi mancanze disciplinari[24] – indurrebbe a sposare questa seconda ipotesi.

Diverse ricerche, però, hanno documentato la sussistenza nell’insieme del quadro permanente di un’inclinazione più conservatrice rispetto a quella media della società tedesca, di cui l’ospitalità data a Röder ed il citato articolo del tenente colonnello Herden non sarebbero che alcune prove tra le altre[25].  Ed è soprattutto di queste tendenze che deve essere valutata la pericolosità.       

In realtà, la presenza di sensibilità, atteggiamenti ed orientamenti di tipo ultraconservatore all’interno della Bundeswehr non costituisce affatto una novità. E’, invece, un fenomeno noto, che interessa tutti i livelli della struttura e che è stato addirittura favorito in passato, non solo attraverso il culto interno delle tradizioni militari nazionali, ma anche tramite la cooptazione nel ricostituito Esercito federale di numerosi elementi della vecchia Wehrmacht: nel 1958, non meno di 12mila ufficiali, inclusi circa 700 tra generali e colonnelli, alcuni dei quali sarebbero poi giunti ai più alti gradi della gerarchia, come Hermann Foertsch, nominato nel 1961 Generalinspekteur della Bundeswehr a dispetto di un discusso passato sul fronte russo, e Schnez, divenuto nel 1962 Generalinspekteur dell’Esercito pur essendo stato uno dei più alti dirigenti della Hitler-Jugend.

 

Il culto delle tradizioni nella Bundeswehr: tipologia delle personalità cui sono state intitolate caserme federali e distribuzione numerica

 

Categorie delle personalità cui sono intitolate caserme federali

Numero delle caserme

Personalità dinastiche

19

Militari medioevali

21

Militari e personalità della Guerra di Liberazione

34

Personalità della storia tedesca e prussiana

23

Eroi della Prima Guerra Mondiale

51

Vincitori di battaglie della Prima Guerra Mondiale

18

Personalità della Repubblica di Weimar

12

Personalità della Wehrmacht

33

Uomini del 20 luglio 1944

11

Personalità della Repubblica Federale

13

Scienziati, tecnici ed inventori

15

Totale

260

Note: sono esclusi i nomi riconducibili a luoghi o specialità militari; in base al Decreto sulla Tradizione emanato nel 1965, nessuna caserma potrebbe essere intitolata a battaglie o campagne militari di aggressione, né a personalità in esse coinvolte.

Fonte: Jakob Knap, Falsche Glorie, 1995

 

E’ appena il caso, peraltro, di ricordare come le forze armate tedesche fossero a quel tempo incaricate di concorrere alla difesa territoriale di uno Stato che si trovava proprio in prima linea alla frontiera con il mondo del socialismo reale e come gli stessi alleati, fin dagli anni ’40, non avessero esitato a servirsi in funzione antisovietica di uomini fortemente compromessi con il nazismo, facendone il primo nucleo di quello che sarebbe divenuto l’attuale Bnd, il servizio segreto estero federale.

D’altro canto, quasi a compensare le concessioni fatte alla continuità storica, i vertici politici della Difesa federale e la stessa Bundeswehr non hanno mai smesso di monitorare attentamente le correnti estremistiche presenti nelle forze armate, utilizzando anche il servizio di sicurezza interno, il Mad, nell’intento di evitare che il loro sviluppo potesse superare i limiti giudicati utili o compatibili con la solidarietà e l’operatività della struttura militare e svolgendo comunque una funzione pedagogica di educazione delle reclute alla democrazia, tramite la pratica del cosiddetto Innere Führung.

Almeno due volte, poi, proprio per scongiurare il travisamento delle tradizioni militari nazionali, lo stesso Governo è intervenuto direttamente sulle cerimonie più suggestive, disciplinandone lo svolgimento con appositi decreti adottati nel 1965 e nel 1982.

Un tentativo ulteriore di ravvicinare lo strumento militare alla nazione e di fondare contestualmente una tradizione democratica all’interno delle forze armate è stato fatto ancora più recentemente, attraverso la moltiplicazione dei giuramenti sulle pubbliche piazze (gelöbnis) e, soprattutto, la celebrazione in pompa magna dell’anniversario dell’attentato del 20 luglio 1944, che lo scorso anno si è svolta a Berlino, nel Bendler-Block, al cospetto dello stesso Cancelliere Schröder. 

Certo, ove gli incidenti provocati dai neonazisti in uniforme si moltiplicassero, e soprattutto se anche la Germania decidesse di abbandonare la coscrizione obbligatoria – una prospettiva che l’imminente riduzione dei contingenti annuali a livelli poco più che simbolici rende adesso più concreta[26] - il fenomeno assumerebbe sicuramente unna maggiore rilevanza. Già adesso, in effetti, si ritiene che le simpatie verso l’estrema destra siano più marcate nei corpi d’élite ad appartenenza volontaria, come il Kommando Spezialkräfte (Ksk) di Calw, che nel resto dell’Esercito[27].

In questo caso, i riflessi sulla spendibilità dei reparti tedeschi nelle più delicate operazioni di mantenimento della pace sarebbero certamente sensibili. Andrebbero invece escluse conseguenze sulla tenuta dell’ordine democratico in Germania.

Non va infatti dimenticato che, a dispetto delle opinioni dei singoli, i quadri delle forze armate tedesche sono e restano di formazione clausewitziana. Se una colpa può storicamente essere addossata agli stati maggiori della Reichswehr weimariana e della Wehrmacht hitleriana non è certo quella di aver favorito l’avvento del nazismo al potere ma, al contrario, di aver perseguito quasi ossessivamente un’apoliticità radicale e l’ermetica separazione delle forze armate dalle vicende politiche del paese. La sola cosa che importasse era la soggezione leale allo Stato e a chi ne reggeva le sorti. Anche quando i suoi generali lo disapprovavano, ubbidivano ad Hitler perché ciò rientrava semplicemente nella logica della subordinazione clausewitziana del militare apolitico alla politica.

Il rischio è perciò, al limite, nella politica stessa, ed in particolare nel processo che porta all’identificazione degli interessi nazionali e del modo di impiegare – se del caso – la forza per perseguirli. Più che ciò che accade nei vertici e nei quadri della Bundeswehr, si dovrebbero quindi temere gli umori delle forze che si riconoscono nell’area di centro-destra del sistema politico tedesco e che potrebbero non essere del tutto immuni da tentazioni di tipo haiderista o nazional-popolare.

In quest’ottica, la critica di Christian Hacke, che dalle colonne di <<Aussenpolitik>>, la rivista ufficiale del Ministero degli Esteri federale, ha denunciato la mancanza di un vero dibattito politico su questi argomenti, merita di essere attentamente considerata[28]. 

 

4. L’inerzia del mondo politico rispetto alla problematica degli interessi nazionali

 

       A fronte della vivacità dimostrata dagli ambienti legati alla Difesa federale, infatti, il mondo politico ha mancato di aprire un confronto sugli interessi nazionali della nuova Germania e sull’utilizzo della forza nel loro perseguimento. Nessun dibattito vero ha finora fatto eco – come in Italia, del resto – alle sollecitazioni provenienti dai militari e dall’attualità internazionale.

Si è invece proceduto a tentoni, reagendo a successive evenienze con l’adozione di decisioni via via più marcatamente interventiste, che sono state quasi sempre giustificate con l’appello a motivi di natura umanitaria o idealistica, ed hanno determinato polemiche giuridico-costituzionali più che politiche. Le stesse pronunce della Corte di Karlsruhe che le hanno di volta in volta composte, ancorché importantissime, non possono essere considerate come un surrogato del confronto parlamentare. Nelle parole di Hacke, ciò che è mancato è la ricognizione ufficiale stessa degli interessi nazionali della Germania, dei suoi alleati e dei suoi stessi presumibili avversari.  

       L’innalzamento del profilo della politica estera tedesca è così avvenuto senza che venisse esplicitato il disegno geopolitico in cui s’inseriva, un’incertezza che contribuisce non poco ancora oggi a generare diffidenza ogni qual volta la Germania invia le sue forze armate all’estero[29]. E’ stato il frutto di un processo graduale, come quello che si è sviluppato in parallelo all’interno della Difesa. Verosimilmente pilotato dalle élites di Governo e dell’amministrazione militare. Infine, sancito politicamente dal voto del Parlamento sulle singole missioni e legittimato costituzionalmente a posteriori dai giudici di Karlsruhe.

       Chi ne sono stati gli artefici? Per via indiretta, ricostruendo le vicende parlamentari che hanno caratterizzato le decisioni del Bundestag, non si sfugge oggi all’impressione che il progetto di normalizzare la politica estera tedesca sia nato all’inizio degli anni ’90 nell’area conservatrice del blocco cristiano-democratico e cristiano-sociale, che aveva tra l’altro nelle sue mani la responsabilità politica del Cancellierato e della Difesa federale. Non lontano dai quei club che in quel periodo avevano anche vagheggiato la ristrutturazione geopolitica del Continente intorno alla Kerneuropa. Gli stessi ambienti, del resto, sono tornati nuovamente a premere sull’acceleratore, incalzando il Ministro Scharping con una serie di iniziative politiche che hanno apertamente rivendicato un ruolo di più alto profilo per le forze armate federali nel perseguimento degli interessi nazionali tedeschi: si pensi, ad esempio, al recente documento pubblicato dalla Cdu, Il futuro della Bundeswehr, che ha messo a soqquadro l’intero mondo politico tedesco ben prima della pubblicazione delle raccomandazioni della Commissione Weizsäcker[30]. 

       I liberali della Fdp si erano invece mostrati inizialmente critici e contrari, come provano l’ostilità di Genscher[31] al documento interventista presentato da Stoltenberg nel 1992 e, l’anno seguente, il ricorso promosso davanti alla Corte di Karlsruhe dal loro gruppo parlamentare contro la decisione del Governo di autorizzare la partecipazione degli equipaggi tedeschi ai voli degli Awacs Nato incaricati di assicurare il rispetto della no-fly zone imposta sui cieli della Bosnia. Soltanto dopo la pronuncia della Corte, giunta l’8 aprile 1993, e favorevole alle misure prese dall’esecutivo, l’atteggiamento dei liberali tedeschi si sarebbe modificato. Su posizioni ancora più intransigenti si erano, ovviamente, attestate le opposizioni di sinistra, dall’Spd ai Verdi, oltre naturalmente ai nostalgici della Pds.

Poi, qualcosa è cambiato, in connessione soprattutto con gli sviluppi della guerra in Bosnia. E sul dovere morale della Germania di impegnarsi attivamente nella promozione della democrazia e dei diritti dell’uomo si è realizzata la saldatura. E così prima l’Spd, poi i realos di Büdnis 90-Die Grünen, hanno finito con lo sposare le posizioni della vecchia maggioranza governativa, cosa che deve aver agevolato non poco la loro vittoriosa campagna elettorale del 1998. Ed ora, su posizioni di aperta contestazione nei confronti di quello che hanno definito «neo-guglieminismo», restano soltanto la nostalgica formazione post-comunista che fu di Gysi – nella quale è peraltro appena fallito a Münster un tentativo della dirigenza di smussarne le posizioni più rigidamente pacifiste[32] - e l’ala più oltranzista del movimento ecologista.

La tendenza è fotografata nitidamente dall’evoluzione del voto del Bundestag sulle successive missioni a partecipazione tedesca : se il 30 giugno 1995, il Parlamento di Bonn aveva approvato con 386 sì contro 258 no ed 11 astensioni l’intervento della Luftwaffe in Bosnia, dopo la firma degli Accordi di Dayton, il 6 dicembre 1995, i sì erano saliti a 543, contro 107 no e 6 astensioni. L’11 giugno 1999, il pronunciamento del Bundestag sull’invio di 8.500 soldati in Kosovo avrebbe fatto segnare una maggioranza ancor più schiacciante: 502 sì contro appena 24 contrari.

       L’ampiezza di questo consenso parlamentare non è bastata, però, a dissipare l’equivoco di una posizione interventista concepita inizialmente da circoli ristretti su basi realiste ed ora accettata da un largo schieramento politico e promossa, almeno ufficialmente, in vista di obiettivi di natura idealistica.

Il battage mediatico pro-albanese – cui non sembra essere stata estranea un’azione di disinformazione condotta in prima persona dallo stesso Governo federale[33] - ha certamente semplificato il compito di Schröder, Fischer e Scharping nella gestione della crisi kosovara. In effetti, a prescindere dalla controversa vicenda del Piano Hufeisen, quanto si sta apprendendo sui retroscena del conflitto, ed in particolare sul ruolo mediatore e di battistrada che sarebbe stato giocato dalla diplomazia tedesca per conto degli Stati Uniti nei confronti di Francia ed Italia, induce a sospettare che le ragioni del realismo politico siano presenti all’attuale establishment tedesco non meno di quanto lo furono alle vecchie compagini guidate da Helmut Kohl. E che il cambio di maggioranza e le polemiche sulla dottrina nucleare della Nato dell’autunno ’98 non abbiano in alcun modo modificato il progetto della Partnership nella leadership, coltivato dall’attuale Presidente americano fin dal suo arrivo alla Casa Bianca. Da quello stesso Clinton che - in divisa - il settimanale popolare <<Stern>> ha voluto significativamente raffigurare nell’atto di prendere per mano il Cancelliere socialdemocratico sullo sfondo di un mondo in fiamme.

Le pressioni in questa direzione continuano ad essere, oltretutto, forti, sia all’interno che all’esterno della Germania, come provano le inquietudini manifestate dal Segretario alla Difesa americano Cohen nei confronti dei tagli che il Governo federale si appresta ad apportare al bilancio della Difesa e, più recentemente, dallo stesso eurocommissario socialdemocratico, Günther Verheugen[34], che hanno ricordato le aspettative che Stati Uniti ed Europa nutrono nei confronti della Repubblica Federale.

I nodi, pertanto, non tarderanno a giungere al pettine. Il primo evento critico che chiamerà in causa interessi più o meno vitali della Repubblica Federale senza offrire alcun appiglio al movente umanitario sarà verosimilmente la cartina di tornasole. Per allora, è opportuno che la geopolitica tedesca, che sta muovendo timidamente i primi passi, sia pronta ad assistere la Germania, la sua classe politica e la sua opinione pubblica nel discutere e definire apertamente gli interessi nazionali della Repubblica Federale ed il ruolo che debbono avere le forze armate nel loro perseguimento.

 



[1] Rispettivamente, 4 Tornado Recce e 10 Tornado Ecr, rischierati sulla base piacentina di San Damiano, che secondo la Difesa federale hanno compiuto 390 missioni nel corso del conflitto, sganciando 240 missili antiradar Harm: circa un decimo delle incursioni operate dalla Royal Air Force e dalle forze aeree francesi e più o meno un terzo di quelle svolte dagli apparecchi italiani.

[2] Il bilancio della Difesa federale è passato dai 53,6 miliardi di marchi del 1991 ai 45,3 previsti per l’esercizio 2000 ed ulteriori riduzioni sono in vista. Sotto la spinta del Ministro delle Finanze, il socialdemocratico Eichel, infatti, dovrebbe scendere a 43,7 entro il 2003.

[3] Nella circostanza, il comando di Ibis si limitò a fornire due jeep, assumendo che la colonna blindata tedesca fosse perfettamente in grado di autodifendersi. Si tratta di un episodio poco noto, ma che evidenzia la prudenza alla quale si improntò lo svolgimento della missione tedesca nel Corno d’Africa. Il Geconkfor (questo è il nome del contingente tedesco assegnato alla Kfor), invece, non ha esitato ad aprire il fuoco fin dal giorno del suo insediamento a Prizren.

[4] Di particolare importanza è stata soprattutto la ricostituzione del Comando delle forze terrestri, l’Heeresführungskommando di Coblenza, avvenuta il 1° ottobre 1994.

[5] Scharping ha anticipato le sue intenzioni in questo senso nel febbraio 2000. Fatto interessante, la centralizzazione delle funzioni di comando e controllo dovrebbe accompagnarsi ad uno snellimento degli stati maggiori. Cfr. Reuters, Zeitung: Scharping plant Bundeswehr-Zentralkommando, 26. Februar 2000; Dpa, Scharping will angeblich Bundeswehr umstrukturieren, 26. Februar 2000.

[6] In questo senso, cfr. Tobias Pflüger, Die Neue Bundeswehr, Isp, Köln, 1997,  p. 12.

[7] Questo indirizzo è stato ribadito anche nel documento di programmazione noto come Bundeswehr 1997, che ha individuato proprio nelle Krk - oltreché nel trasporto strategico e nelle capacità di comando, controllo, comunicazioni ed intelligence (C4I) - il settore da privilegiare nel finanziamento dei maggiori progetti.

[8] Cfr. Spiegel online, Bundeswehr. Die unterschiedlichen Vorschläge zur Truppensträrke, 22. Mai 2000;  N-tv online, Bundeswehr wird um 100.000 Angehörige reduziert, 23.Mai 2000; Ralf Beste, Bundeswehr: Weizsäcker warnt Scharping vor “Schnellschüssen”, Berliner Zeitung, 24.05.2000.

[9] Il modello propugnato da Kirchbach, in effetti, si distingueva sia dalle raccomandazioni della Commissione Weizsäcker che dalla proposta del Ministro Scharping per un approccio relativamente più conservatore in termini numerici, prevedendo per la Bundeswehr organici pari a 290mila unità contro, rispettivamente, 240 e 280mila. Kirchbach ipotizzava altresì l’elevazione delle forze di reazione, da lui ribattezzate Forze Operative (Einsatzkräfte), a 157mila unità, contro le 140mila del modello Weizsäcker. Al momento in cui si scrive sono invece ignote le determinazioni del Ministro. Non dovrebbero, però, discostarsi di molto da queste cifre. Cfr. Eckwerte für die Konzeptionelle und Planerische Weiterentwicklung der Streitkräfte (Kirchbach-Papier), consultato sul sito internet del <<Die Welt>>; Michael J. Inacker, Scharping entlässt Generalinspekteur, 25. Mai 2000, <<Die Welt>>, Politik online.

[10] Linee guida della Politica di Difesa.

[11] Vpr, Comma (Ziffer) 8, p. 5.

[12] Ibidem.

[13] Vpr, Ziffer 37, pp. 24-25.

[14] Vpr, Ziffer 50, p. 32.

[15] Dpa, Deutscher General soll Richtlinien für Friedensmissionen entwickeln, 7. März 2000.

[16] Cfr. Klaus Naumann, Die Bundeswehr in einer Welt im Umbruch, Berlin, 1994, Capitolo II, Neue Risiken in und um Europa (Dentro ed intorno all’Europa), pp. 30-78, ove si delinea plasticamente l’immagine dell’assedio che cingerebbe l’Europa, stretta tra gli effetti della decomposizione dell’impero sovietico, i traumi della transizione nell’Europa Centro-Orientale e Sud-Orientale e l’avanzata del fondamentalismo dal Maghreb all’Oceano Indiano.

[17] Klaus Naumann, op.cit.,  p. 83.

[18] Klaus Rose ha significativamente affermato che “l’estremismo di destra è un problema della società e galleggia anche nella Bundeswehr”. Cfr. Rechtsextremismus und Bundeswehr, Vortrag des Parlamentarischen Staatsseckretärs a.D. Dr. Klaus Rose beim Bundesminister der Verteidigung, consultato sul sito internet della Bundeswehr, p. 1.

[19] Stando al rapporto annuale reso pubblico il 14 marzo scorso, gli atti di violenza compiuti nella Bundeswehr e riconducibili alla matrice dell’estrema destra sarebbero calati da 200 a 92 nel corso dell’ultimo anno. L’Incaricato federale per le forze armate, o Wehrbeauftragte, è un organo di controllo parlamentare previsto dallo stesso Grundgesetz. Cfr. N-tv online, Wehrbeauftragte beklagt demotivierte soldaten, 14. März 2000.

[20] Reinhard Herden, Die Neue Herausfordenung (La nuova sfida), <<Truppenpraxis>>, 2-3/1996.

[21] AP, Skandal-Video: Schuldige identifiziert, 08-07-1997.

[22] Alcune delle affermazioni di Herden sembrano particolarmente significative: “Il XXI secolo sarà un’era di Nuovo Colonialismo”... “le colonie del futuro saranno prima di tutto depositi di materie prime e mercati di sbocco per la potenza coloniale”.... “i Governi degli Stati ricchi apriranno e controlleranno corridoi di sicurezza fisici e digitali per il trasporto di forze terrestri”. Reinhard Herden, Die Neue Herausfordenung, <<Truppenpraxis>>,  2/1996,  p. 71.

[23] Scrive ancora Herden nella seconda parte del suo contributo: “l’archetipo del nuovo guerriero discende dal proletariato. E’ un uomo che nella pace non vede alcun futuro”. Cfr. op. cit., <<Truppenpraxis>>, 3/1996,  p. 140. 

[24] Cfr. Dpa, 145 Bundeswehr-Soldaten vom Balkan zurückgeschickt, 20. Februar 2000; Agi, Kosovo: Germania richiama 90 soldati da Kfor per indisciplina, 19 febbraio 2000. La differenza nella stima numerica deriva dall’inclusione nella fonte tedesca del dato riferito alla Bosnia, dove la situazione disciplinare sarebbe migliore.

[25] Cfr. ad esempio, Lorenz Knorr, Rechtsextremismus in der Bundeswehr, 1998, Frankfurt, pp. 121ss.

[26] Il progetto proposto dalla Commissione Weizsäcker prevede un contingente annuale di 30mila unità. A questa ipotesi, Scharping ne ha immediatamente contrapposta una riduce i coscritti ad 80mila unità, che potrebbero tuttavia scendere anche a 60mila per stemperare il contrasto apertosi in seno alla maggioranza con i Verdi, che sono invece ormai apertamente a favore di forze armate integralmente volontarie. La contrazione del gettito della leva a questi livelli sembra, però, difficilmente sostenibile a lungo termine. Considerazioni di equità sociale, infatti, presto o tardi imporranno la transizione al modello del volontariato integrale. 

[27] Il Ksk è rimasto implicato in manifestazioni estremistiche praticamente fin dalla sua creazione, avvenuta nel 1995. Cfr. Tübinger Informationsstelle Militärisierung, IMI-Spezial 7. Strukturell rechtlastig. Der nächste «Einzelfall» diesmal bei der Elitetruppe Kommando Spezialkräfte, layout Andreas Seifert, 1998, documento elettronico, http://www.umb.de/ph/imi/kskrecht.htm

[28] Christian Hacke, The National Interest of the Federal Republic of Germany on the Threshold of the 21st Century, in <<Aussenpolitik>>, 4/1998.

[29] Così, ad esempio, Nonnenmachaer, Deutsche Interessen, <<Frankfurter Allgemeine Zeitung>>, 25.3.1993, citato in Christian Hacke, op. cit. , che ha evidenziato come l’assenza di un aperto dibattito politico sugli interessi nazionali della Germania sia motivo di disagio tra gli alleati della Repubblica Federale, quando non fonte di sospetto.

[30] Divulgato il 21 marzo scorso, Il futuro della Bundeswehr si riaggancia idealmente al Libro Bianco del 1994, illustrando chiaramente come capacità militari “ragionevoli” permetterebbero alla Germania di allargare il raggio d’azione della sua politica estera, accrescendo il proprio peso nelle alleanze ed organizzazioni internazionali e rendendo altresì possibile “la protezione e la salvaguardia degli interessi vitali”. Nel documento, la Cdu chiede quindi una Bundeswehr capace di integrarsi nei dispositivi multinazionali e di proiettare potenza anche a grandi distanze, criticando conseguentemente il sottofinanziamento alla quale la starebbe condannando l’attuale Governo. Cfr. Pressemitteilungen, CDU-Positionspapier: Die Zukunft der Bundeswehr, 21. März 2000.

[31] Genscher censurò apertamente la Stoltemberg Papier, contribuendo forse decisivamente al prematuro tramonto politico del Ministro della Difesa, di lì a poco costretto a cedere il posto a Volker Rühe.

[32] Cfr. Spiegel online, Gysi und Bisky stellen ihre ämter zur Verfügung, 9 April 2000; Berlin online, PDS-Parteitag: Basis ohrfeigt die eigene Führung, 9 April 2000. I delegati al Congresso di Münster hanno, in effetti, respinto una proposta sostenuta dalla dirigenza Pds che, ove accolta, avrebbe attenuato l’opposizione del partito agli interventi di peace-keeping sponsorizzati dalle Nazioni Unite. Al voto negativo, hanno fatto seguito le dimissioni di Gysi e Bisky.

[33] Si pensi ad esempio al caso del <Piano Hufeisen>, il ferro di cavallo, cioè l’offensiva concentrica che sarebbe stata decisa da Milosevic per espellere gli albanesi dal Kosovo, di cui sono apparse rappresentazioni, conflitto durante, anche sul sito internet della Bundeswehr, e che adesso viene considerato una creazione della propaganda o, al meglio, una distorta ricostruzione a posteriori delle cause della grande fuga dei profughi kosovari.

[34] Reuters, Verheugen: EU erwartet starke Bundeswehr, 22. März 2000.

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