TRASFORMAZIONE

 

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Arrivò in quel paesino con pochi bagagli, un’auto malandata e delle valigie tenute insieme con lo spago. Si vedeva che era povero. Alla gente non venne in mente che potesse trattarsi del nuovo  maestro della scuola elementare. Questo si seppe almeno una settimana dopo, quando fu presentato alla fiera di Peecham dal direttore, sotto la bandiera che sventolava. Antal, faceva di cognome. Antal, o qualcosa del genere. Diceva, di origini ungheresi, però vattelapesca. Aveva begli occhi neri, che alle donne restavano impressi, e,  nonostante il sorriso fosse sempre un po’ cupo, lo giudicavano un uomo di carattere socievole. In realtà non si vide mai alle riunioni del circolo, né alle fiere, né ai mercati di beneficienza. Però si accattivava le simpatie. Riusciva a prestare  un chiodo,  a riaggiustare una palizzata, a dare un consiglio sulla pesca con la mosca, là dove era necessario, e i suoi suggerimenti funzionavano sempre. I bambini lo adoravano, nonostante fosse un maestro severo e infliggesse numerose punizioni. Erano punizioni dure, che coinvolgevano spesso tutta la classe ed erano di un tipo strano, che sembrava non avesse niente a che fare con l’istruzione scolastica : “non parlerai al tuo compagno di banco per un mese.”, “non mangerai dolci per tre giorni”, “non uscirai in giardino per una settimana e smetterai di parlare col tuo cane”. E se ne stava lì, a controllare. Chiedeva, faceva domande. Che cosa ne fosse dei trasgressori, quali ulteriori minacce, quali provvedimenti estremi li colpissero, questo non si sapeva. Ma ci doveva essere un segreto, perché i più riottosi, i ribelli, smettevano di frequentare la scuola senza rispondere alle domande dei genitori.

 “E’ per via del maestro ?”

“No.”

“Il maestro ti ha punito ?”

“No. Il maestro non mi ha fatto niente.”

Dei due ragazzi che abbandonarono la terza Jill Mc.Cullan e Jerry Tears, nessuno  tornò mai a frequentare gli studi, neanche per curiosità, neanche per gioco. Il primo entrò a negozio e per tutta la vita vendette farine e miglio, il secondo divenne cocchiere e non lo si vide mai leggere neppure un giornale. Quando gli chiedevano :

“Ehi Jerry, che dice ?” lui alzava gli occhi al manifesto, alla locandina, alla scritta sul muro  che qualche miope gli indicava e rispondeva :

“Non lo chiedere a me : io non so leggere.” E questo nonostante avesse frequentato la scuola fino alla terza classe.

Molti degli altri allievi di Antal diventarono prodigi. Da quel paesino di poche case, parecchi arrivarono ad Harward, a frequentare istituti medici, scientifici, a partecipare a concorsi nazionali. E molti ricoprono oggi incarichi prestigiosi.

Soltanto Szerb, il ragazzino ebreo, quello che Antal sembrava in qualche modo preferire, l’unico che invitasse a casa sua durante la notte, quello per tutta la vita non fece mai niente. Quando crebbe - e parlo di quando ormai Antal aveva lasciato  il paese con tutti  i suoi calcinati bagagli diretto chissà dove - Szerb divenne bello come un’ombra e parve conservare nello sguardo gli occhi di Antal. Bighellonava, parlava poco, tirava i sassi nel lago e vestiva sempre lo stesso vestito nero. Compariva come una visione in mezzo alle fiere e la gente, che se lo trovava davanti senza averlo visto arrivare, tratteneva il respiro, o perdeva il filo di un discorso iniziato. Szerb era l’incubo e la delizia del paese. Le ragazze parlavano di lui, ma soltanto in segreto, col naso sotto le coperte, e inventavano storie stravaganti nelle quali era un mago, il custode di un tesoro sepolto, un amante appassionato e spietato di fanciulle rapite. Però, quando attraversavano la via principale in compagnia dei genitori, coi nastri ben annodati fra i capelli, fingevano di non vederlo. Era alto, quasi dinoccolato, e all’epoca in cui riprese a introdursi furtivamente nella casa di Antal, abbandonata da anni, doveva avere circa quindici anni. Di lui già si diceva che non avrebbe fatto niente di buono nella vita. Spesso se ne stava nei campi con un  filo d’erba fra i denti e guardava le nuvole passare. A volte dava una mano ai braccianti. La grande sorpresa si ebbe quando aprì l’unica libreria del paese e il libraio scoprì che Szerb era un accanito lettore. Siccome aveva pochi spiccioli, i libri li prendeva in prestito, con la promessa di restituirli senza macchie, senza piegature, senza strappi e, in effetti, pareva riuscisse a leggerli come fanno certi, tenendoli semichiusi, perché sulla costa non c’erano tracce che le pagine fossero state divaricate.

Si  vedeva Szerb bighellonare con questi libri in mano dalle parti dello stagno e poi, immancabilmente, verso l’ora del pranzo, col sole che piacchiava già alto, nei pressi di Mansion House, dove aveva abitato il maestro. La gente non si chiedeva che cosa ci facesse lì : tirava un calcio a un barattolo, accarezzava il muso di un cavallo, scambiava due parole strette fra i denti con un vetturino e si sedeva sotto l’olmo a guardare  le foglie rigogliose dell’estate. Quando le persiane si chiudevano sulla strada polverosa invasa dalla canicola, Szerb si alzava pigramente, coi suoi soliti gesti lenti, ed entrava nel giardino scavalcando agilmente la staccionata, poco più bassa delle sue lunghe gambe. Si sedeva sui gradini del bovindo, come se la casa fosse sua, e aspettava, spesso con una pila di libri appoggiata accanto, sulle assi di legno. Una lucertola schizzava via, un dente di leone fremeva nel venticello del pomeriggio, una donna passava con un secchio d’acqua. Verso l’imbrunire non era più lì. L’idea della gente era che tornasse a  casa, nella malandata casa degli Avraham, alla cui finestra, ogni venerdì sera, si vedevano ardere composte le fiammelle della menorah. Che si trattenesse a Mansion House era impossibile : la casa era pericolante, quando sulla strada passavano al trotto le carrozze si udivano gemere le travi della stanza che affacciava sull’ampio cortile, che era stata un tempo la sala da pranzo e di ritrovo di Antal. Lì talvolta riuniva di pomeriggio gli allievi e leggeva loro a voce alta qualche brano di Tennyson, o di Twaine. I ragazzi ritornavano con le guance accaldate dall’emozione, quasi avessero partecipato a una gara di corsa e spesso dimenticavano di cenare. Dopo la partenza, di Antal, proprio qualche mese dopo, un fulmine si era infilato dritto nel camino. Quelli che avevano dato un’occhiata avevano affermato che aveva bruciacchiato la carta alle pareti, devastato le stanze superiori, correndo lungo la traccia dell’impianto elettrico appena installato e che la scala che conduceva ai piani superiori era crollata.  Se ci fosse stato qualcuno in casa non sarebbe  rimasto vivo. Del resto, Antal non sembrava aver lasciato alcuna traccia dietro di sé : al termine dell’anno scolastico, finito il lavoro con la quinta, aveva cortesemente ma inflessibilmente fatto capire che impegni inderogabili lo chiamavano altrove, ed era partito mettendo insieme le proprie cose in un bagagliaio sgangherato, nel modo così poco ortodosso che sembrava essergli familiare, ed aveva portato via con sé persino una brandina pieghevole col materasso e un tavolino a tre gambe, che sporgevano indecentemente dall’auto come quelle di una ballerina di  can-can. Preparandosi alla partenza si muoveva con mosse sicure intorno alla casa,  come un indiziato che avesse fretta di scomparire cancellando le prove del delitto disse misteriosamente la vecchia vicina, alla quale piaceva appellarsi ad Agatha Cristie, nelle sue osservazioni  su quel bel personaggio che il destino le aveva posto dirimpetto. A quanti lamentavano la perdita di un maestro così di carattere e di un uomo così affascinante, specialmente le madri degli allievi, Antal aveva risposto che la cultura deve essere disseminata e che le stagioni della vita hanno le loro regole. E mentre diceva questo, parve a qualcuno che lasciasse cadere lo sguardo sul piccolo Szerb il quale agitava nel terriccio il piede destro come un cavallo irrequieto e si strofinava il naso col dorso della mano. Alcuni giurano che frettolosamente, mentre già avviava il motore, gli porgesse un oggetto, un piccolo oggetto lucente. Estasiate da quel commovente regalo d’addio - un temperino, un pennino, l’allettante oggettino destinato a ricordare all‘allievo il maestro ? - le mamme presenti avevano tentato di far ressa intorno al bambino per accertare la natura di quel dono. Ma il piccolo Szerb, divincolatosi quasi brutalmente fra i falpalà e le crinoline, era corso via. L’attenzione del comitato d’addio si era così divisa fra Szerb che correva a perdifiato verso lo stagno e Antal che imboccava la strada maestra, con un leggero scoppiettìo del motore. Ambedue senza voltarsi, senza far neanche un cenno, erano scomparsi lasciando nei presenti, se non una impressione  di disfatta, almeno quella di una cerimonia poco riuscita. Così era caduto un imbarazzato silenzio e la rappresentanza si era dispersa, piuttosto scontenta.

Perciò adesso io sono l’unica a sapere quale legame stringesse quei due, il maestro e l’allievo, e che razza di allievo di talento fosse quello, per quanto l’intera storia cominciasse per caso, da una curiosità soddisfatta al chiaro di luna.

Tutti sapevano che in casa Avraham i bambini dormivano in un unico letto, spesso anche in inverno con la finestra aperta. Era naturale che si stringessero dal lato del muro, quello più caldo. E così  tutti si ammassavano addosso a Szerb. Non era strano che cadesse dal letto o che, nel sonno, spingesse e spingesse. Quando era estate, questo tramestio a volte lo svegliava. Se ne stava per un po’ ad ascoltare il coro delle raganelle, poi infilava le scarpe e usciva verso il torrente. Spesso vedeva le trote guizzare a pelo d’acqua. Più spesso rabbrividiva nel fruscio del canneto per un po’ e poi, come un sonnambulo, tornava a dormire.

Szerb aveva un’intelligenza rara per i numeri, questo in famiglia era noto. L’idea parve trovare riscontro per  un certo tempo anche a scuola, almeno fino all’arrivo di Antal, che sulle doti di Szerb serbava un rigoroso silenzio. Quello che si pensava di aver scoperto era che i numeri nella sua testa si trasformavano in suoni. Fu miss Harper che lo sorprese in seconda a pizzicare  il violino del maestro di solfeggio. Alla richiesta “Che cosa suoni ?” Si sentì rispondere “Le frazioni.”. Lo ritennero un talento per qualche giorno, cercarono il nesso fra l’algebra che il bambino imparava e quelle note, senza trovarlo. Poi fu Szerb a stancarsi della loro attenzione. Disse che suonava le frazioni, ma suonava anche la distanza fra la scuola e casa sua. A volte suonava il tempo che restava alla fine dell’autunno, o i salti del gatto del vicino. Impressionate da queste uscite originali, le insegnanti a volte gli facevano domande a bella posta, con affettazione, in modo che i circostanti sentissero distintamente : “Che cosa stai suonando, Szerb ?” II direttore, la maestra del coro, la dama di turno avrebbero potuto così avere il gusto di godersi quelle strane risposte. Ma, tagliente come una forbice, Szerb allora diceva : “Niente.” E se ne andava con un’alzata di spalle.

Quando Antal cominciò ad insegnare a Peecham, i due si videro spesso camminare insieme, quello alto col suo passo lungo e affrettato, quello piccolo quasi di corsa nelle grosse scarpe, ma serio e corrucciato come un rabbino. Se la intendevano. A volte, prima di entrare in casa, Antal porgeva a Szerb un piccolo oggetto lucente. Szerb lo infilava in tasca con un cenno pieno di contegno e alzava verso il maestro due occhi scuri che avevano sempre più un’espressione ungherese. Questo tutti lo pensavano. Ma a cena, davanti alle mogli, sul fatto cercavano di sorvolare : i loro figli erano allegri e zucconi proprio come dovevano essere alla loro età. Se Antal voleva fare di Szerb qualcosa di diverso, forse era per via del sangue ebraico del ragazzo, delle frazioni o della nostalgia di Pest. O semplicemente dipendeva dal fatto che quel monello era già strano per conto suo, era un’opera buona portarlo via di tanto in tanto da quella casa in cui le galline razzolavano sotto i letti e si mangiava la carpa con il sugo dolce e l’uva passa.

Li  si vedeva attraverso la veranda che se ne stavano seduti al tavolo grande, il ragazzino con i piedi ciondoloni dalla sedia troppo alta, Antal, com’era naturale, che leggeva da un libro, gli dispiegava davanti un quaderno. Le buone signore che tornavano dal mercato li trovavano in quella posa e pensavano : Antal che insegna l’algebra a Szerb, e sorridevano fra sé dello zelo del maestro, del suo prendersi così a cuore  quel piccolo sbandato. Verso sera le persiane si chiudevano. A volte non si vedeva Szerb tornare a casa. Questo era strano, ma neppure poi tanto : non era un segreto che in casa di Antal c’era una branda che si chiudeva, un ritrovato che si poteva comprare a Boston. E che Szerb preferisse dormire dove non era schiacciato dall’invadente tepore del corpo dei suoi fratelli non pareva strano neanche. 

Ma l’intesa più intima e segreta fra i due si strinse dopo, dopo la famosa notte : la notte del chiaro di luna in cui Szerb, insonne, se ne andò bighellonando nel paese inargentato fino alla casa di Antal, coi piedi infilati nelle scarpe senza calzini e un maglione del padre infilato sopra il pigiama. Fu in quella notte che si mise a spiare fra le imposte chiuse della casa di Antal. Ed erano circa le tre. Non vide me. Io fui una dolce scoperta che fece soltanto più tardi. Sentì la voce del maestro che intonava qualcosa : una filastrocca, o una preghiera. Per vedere all’interno della casa prese una vecchia cassetta sfondata che serviva in giardino per appoggiare gli attrezzi e cominciò a fare il giro delle finestre, per capire da dove quel suono si udisse meglio. Non si stupì quando si avvide che una lama di luce filtrava dalle imposte della stanza del retro, quella della quale Antal aveva fatto il suo studio, in cui teneva i libri e i quaderni da correggere. Con l’espressione caparbia che gli era usuale quando era all’opera, qualunque cosa facesse, depose la cassetta sotto il davanzale e lentamente si arrampicò. I suoi occhi giungevano appena all’altezza della finestra e doveva fare uno sforzo per tenersi con le dita alla pietra fredda del davanzale, perché quella cassetta era marcita e aveva l’aria di andare a pezzi da un momento all’altro. Lo spiraglio luminoso divenne il mondo intero, concentrato con forza dentro l’occhio nero di Szerb.  Poteva distinguere Antal in piedi, con lo sguardo rivolto davanti a sé e capì subito, istintivamente, che parlava con qualcuno. Indossava il solito abito scuro da insegnante, ma dal collo pendeva qualcosa come una sciarpa sfilacciata o una stola. Szerb aveva intuita la presenza di quell’indumento sotto i maglioni di lana di Antal : sapeva che c’era, perché un filo, una trama, sfuggiva ogni tanto dal bordo della giacca, come se lo indossasse segretamente sotto i vestiti. Antal sembrava folgorato : un uomo  appena colpito da un fulmine, che si sia ripreso a stento la vita coi denti e sia ancora pieno di gioia confusa per essere ancora vivo. Questa gioia la stava esprimendo in una lingua mormorata e  suadente alla persona davanti a sé, che, per quanto facesse forza con le mani e allungasse il collo, in quel momento Szerb non riusciva a scorgere. Era un incontro d’amore. Questo Szerb lo capiva : Antal aveva occhi più espressivi e più dolci, a tratti pieni di lacrime e tratti cupi come un abisso. La mano si tendeva a sfiorare qualcosa,  con estrema dolcezza, e poi ricadeva confusa. Nella spina dorsale si leggeva la tensione con la quale tratteneva dinanzi a sé l’immagine perché non fuggisse.

Ci fu un lungo monologo del maestro, poi   Szerb cominciò a sentire l’altra voce. Una voce chiara e dolente di ragazza che lo fece pensare al pan di zucchero, alla vaniglia, a un campanello d’argento e che pure era bassa come un sussurro e pronunciava quella stessa lingua ignota con un accento di triste tenerezza che non si era mai sentito in paese, se non per annunciare a una madre che un neonato era morto, che un bambino si era perso al fiume e forse affogato che, in una favola, le fate avevano rapito un piccolo re da una culla. Stregato da quella voce sottile, Szerb dimenticò di essere in piedi sulla cassetta e, senza precauzioni, si spinse sulle punte per vedere meglio. Ma il legno cedette con uno schianto, lui cadde all’indietro con violenza e nell’attimo stesso in cui , confuso, battè la schiena sul terreno soffice, la luce alla finestra si spense e la notte si fece così silenziosa che poteva sentirne il fischio nelle orecchie, insieme a quello del proprio  sangue che scorreva.

Trascorse qualche minuto. Il ruscello frusciava dietro la casa, qualche trave scricchiolava nel buio, e tutta la notte pareva ruotasse intorno al giardino di Antal. Szerb se ne accorse e se ne stupì, ma non tanto : stava aspettando che arrivasse lui. Il maestro gli comparve accanto senza che potesse dire con certezza di dove era uscito. Sembrava più magro e più alto, così nel buio. Tese  la mano a Szerb, che l’afferrò, guardandolo dritto negli occhi, di cui il bianco riluceva. Il ragazzino non era intimidito, ma si aspettava un rimbrotto. Invece il maestro, dopo avergli strofinato le spalle col palmo della mano per ripulirlo dall’erba e dal terriccio, lo sollevò come un fuscello (e Szerb si stupì, perché neanche il padre l’aveva mai sollevato così da quando aveva smesso di camminare appoggiato alle sedie) e lo condusse in casa. Andarono dritti alla stanza dove ardeva l’unica luce, una candela tozza e smoccolata su un candeliere d’argento. Sul tavolo c’era un grosso libro aperto, con le capolettere in oro e severi caratteri quadrati, nei quali il bambino riconobbe le stesse lettere che gli Avraham leggevano il sabato, di tanto in tanto, ai figli schierati in cucina.  Seduto su quel tavolo, coi piedi ciondolanti, fissò nuovamente uno sguardo impavido sul viso di Antal, che, impenetrabile, puntò il dito sulla  pagina, indicò una di quelle lettere e disse :

“Kaph.”

“Kaph.” ripetè prontamente Szerb. Fece correre il dito piccolo sulle righe, riconobbe un altro di quei segni e disse, ansioso di approvazione :“Bet.”

Allora Antal sorrise, di  quel suo sorriso cupo e distante. Rassicurato, Szerb prese a guardarsi dattorno, perché cercava la signora con la voce di campanello. Si piegò anche a guardare sotto il tavolo e scrutò nelle ombre profonde degli angoli. Ma non c’era un’anima. Antal smise di sorridere, si avvicinò una sedia, gli sedette dinanzi così accosto che le loro fronti quasi si toccavano e con voce bassa, seria, disse :

“Mi hai spiato.” Lo guardava nel modo in cui i grandi guardano i grandi, così Szerb rizzò le spalle con dignità, come aveva visto fare a certi cocchieri che battibeccavano davanti alla scuola, e rispose :

“Stavo passando.”

“Ah si ? !” esclamò Antal e lasciò cadere la mano col palmo aperto  sul tavolo, con forza, come usava in classe per richiamare l’attenzione dei più scalmanati, poco  prima di  impartire le sue famose punizioni. Szerb sbattè le lunghe ciglia, ma senza abbassare gli occhi, e tacque.

“Stavi passando a quest’ora ! A quest’ora dovresti dormire. Ma se non hai sonno, vorrà dire che mi aiuterai a ricopiare certe pagine di questo libro. Si chiama Zohar. Le ricopierai e le imparerai a memoria. Diciamo.....”alzò gli occhi alla pendola e li lasciò vagare minacciosi sulla personcina di Szerb “ Diciamo entro le cinque. E poi andiamo a scuola.”  Si alzò con mossa decisa, fece il giro del tavolo, prese un quaderno nuovo dallo scaffale e lo depose accanto a Szerb, che aveva smesso di ciondolare i piedi e scrutava preoccupato la fiamma vacillante della candela.

“Tu leggi l’ebraico.” Disse poi, inquisitorio. Szerb annuì con forza. Avrebbe annuito comunque, ma era vero. Venne nuovamente sollevato di peso e deposto, questa volta, sulla sedia, che, come si accorse subito, aveva una gamba zoppa.

“E lo capisci ?”

Scosse il capo, avvilito. Le letture religiose di casa Avraham erano soltanto un esercizio di pazienza per i bambini, che per la maggior parte del tempo seguivano svagati il volo delle mosche e l’agitarsi della coda del gatto sotto il tavolo, conservando, però, la dovuta immobilità. Di quelle lunghe lezioni Szerb ricordava il dilatarsi sordo del tempo, il suo cercare le nuvole in corsa fuori dalla finestra, l’irrequietezza dei piedi del fratello più piccolo e i rumori confusi che provenivano da fuori, dal mondo degli altri, che in quel giorno funzionava come negli altri giorni, non come in un giorno di festa.  Invece adesso, guardando Antal nel pieno della notte, si convinceva che in quelle lettere  doveva esserci nascosto qualche segreto importante, qualche messaggio destinato soltanto a loro. Di buona voglia, prese a copiare sul quaderno le prime righe, nelle quali si commentava il verso :Ponimi come sigillo sul tuo cuore, ponimi come sigillo sul tuo braccio.” e mentre scriveva, a  dire il vero un po’ spaventato dal silenzio notte, poche righe avanti gli parve di cominciare a vedere le immagini nascoste dietro le parole. All’inizio era un rimescolio confuso di colori, poi erano forme chiare e nette : bandiere, cavalli, fanti, disposti come su d’una scacchiera. Quindi lunghe file di uomini in marcia, fiori purpurei che sbocciavano, cotone che pioveva dall’alto, grandi masse d’acqua. E là dove l’acqua si allargava ribollendo, c’era un trono d’oro. Sul trono d’oro una donna, forse una ragazza, ma bella come Szerb non ne aveva mai viste. Indossava una tunica bianca e aveva i capelli neri raccolti in un morbido nodo alla nuca. Szerb, per riconoscerla, aspettava soltanto che parlasse, che si sentisse di nuovo la dolce voce di campanello. Ma Antal fu lesto a fargli scivolare via il quaderno di sotto la mano aperta. Tutto il mondo colorato di Szerb si dissolse in un istante : aveva di nuovo di fronte gli occhi grandi e seri del maestro.

“Per essere un bambino di sei anni scrivi molto velocemente. Da dove provengono i tuoi ?”

Szerb serrò le labbra e capì in un istante che della scacchiera, dei mari, dei deserti, non si doveva parlare. In quel momento ebbe la certezza che se gli fosse sfuggita anche soltanto una sillaba, specialmente sulla ragazza dalla veste bianca, Antal l’avrebbe ucciso.

“Dall’Europa orientale. Un paesino che si chiama Lednica.”

“Sul confine polacco.”

“Sì.”

Il maestro si accovacciò accanto alla sedia traballante di Szerb, gli circondò le anche con le braccia e disse :

“Sai che significa : Rizashim Vaissà ?”

Szerb scosse lentamente il capo.

“Significa :Sono di sangue nobile. Ricordatelo.” Si alzò, ripose il quaderno sullo scaffale e tornò con un fischietto che sembrava d’argento e che doveva essere antico e prezioso, tanto era istoriato ad arte con girali e foglie traforate. Lo porse a Szerb, gli fece segno di attendere con un sorriso di complicità, spalancò la finestra sulla notte ancora alta, nella quale non era piovuta neppure una goccia di luce e fece segno a Szerb di fischiare. Szerb fischiò, ma non udì dal fischietto alcun suono. Soltanto, non passò qualche secondo che fuori dai vetri udì con un misto di curiosità e timore un  frullo d’ali forte come il frusciare del vento fra i rami di un albero. Poi un grosso uccello aleggiò per un attimo sulla finestra e atterrò con dolcezza sull’impiantito. Zampettò leggero, come indugiasse cercando qualcosa, o titubasse prima di proferire una sillaba magica, poi planò con un balzo sul tavolo davanti a Szerb. Naturalmente ero io. Il bambino non mi aveva mai visto. Cioè, non aveva mai veduto un uccello della  mia specie. L’uccello lira vive in altri climi, più vaporosi e più caldi. Ha bisogno di acqua copiosa e di nuvole pesanti e di un sole che scalda con una tenacia tropicale. Ma io rispondevo al fischietto. Semplicemente. Infilavo una finestra invisibile nel cielo di un’isola trepidante nel luccichio di un altro emisfero, e da quella precipitavo scivolando in casa di Antal. Antal era il mio richiamo.

Vedendomi Szerb non trattenne un sorriso. Era quello di un bambino stupito ma non troppo, come se  in quella casa si fosse già abituato a imbattersi in prodigi. Tese la mano a toccarmi e io saltellai da un lato, facendo sfoggio del mio strascico di piume e ondeggiando leggermente la testa.

“Dille qualcosa “ lo incoraggiò Antal e Szerb, saltando giù dalla sedia,  non trovò niente di meglio che chiedermi  se ero un pavone. Gli rivolsi uno sguardo smagato, ma la sua voce mi piacque e notai subito che aveva gli occhi simili a quelli di Antal, come se quello sguardo scuro avesse trionfato sulle generazioni, sul tempo, sulle distanze. Mi parve di vederlo come sarebbe stato a venti, a trenta, a quaranta anni e intuii che presto anche lui avrebbe rivolto un viso addolcito dall’amore a una donna comparsa dai caratteri di un libro e che su quell’amore avrebbe taciuto con ostinazione. Il maestro e l’allievo avrebbero condiviso lo stesso segreto e  io avrei risposto al richiamo dell’uno e dell’altro perché quella malia disperata avesse un nome e trovasse un sollievo nella visione placida di un tremolio di foglie, di una nuvola vagante, di un’isola lontana. L’uccello lira, che può imitare col suo canto la voce di qualsiasi altro uccello, è la pioggia sottile che rinfresca le terre bruciate da un amore intoccabile e mesto, ma puro e profondo come nessun altro amore.

Da quella notte Szerb mi chiamò molte volte. Lo trovavo coi lineamenti ammorbiditi dalla luce tremolante della candela, spesso a notte alta, quasi sempre con il libro aperto davanti. L’ho visto crescere e cambiare, finché Antal non partì, lasciandogli il fischietto e una copia dello Zohar. La casa restò abbandonata per anni. In quegli anni Szerb divenne adulto e imparò a parlare con la shekinà, la fanciulla dall’abito bianco che serba intatto il segreto di Israele : la sposa segreta di quelli che viaggiano, che errano di paese in paese, che cadono e si risollevano. Restò a Peecham fino a vent’anni, frequentando  di notte Mansion House, nonostante il tetto fosse pericolante e le travi gemessero, e chiamandola dalla stessa stanza, col libro aperto sullo stesso tavolo sul quale, la prima notte, aveva trascritto il versetto del Cantico dei Cantici. Poi non seppi più nulla di lui. Il richiamo smise di raggiungermi e io restai serena, a contemplare il luccichio del mio mare, in quella terra lontana e misteriosa nella quale vive l’uccello lira.

 

Roma

Novembre 1998

 

   

 

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