NOTTE DI CAPODANNO

 

 

 

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Non era neanche un fatto di compassione, era questione di sensibilità. A  volte la sensibilità previene la compassione e le da' dei punti. E Mira non poteva lasciar correre sul fatto che il ragazzo se ne stesse all'angolo in quella notte.

Era uscita presto dall'ufficio, aveva comprato un panettone, una bottiglia di champagne e un salmone affumicato e proseguiva per acquisti. Voleva fare dei crostini col caviale e stava cercando il negozio adatto, quando aveva sentito la solita musica. Il ragazzo non suonava bene. Pizzicava le corde della chitarra come qualcuno che pensi proprio a qualcos'altro, ma anche il suo pubblico non lo ascoltava: passavano in fretta, gettavano a terra qualche moneta, e non lo facevano certo per la musica. Quello era un rumore di fondo della città, esattamente come gli altri.

Anche Mira aveva gettato delle monete, ma non tanto per fare: per quegli occhi. Il ragazzo aveva una bontà indocile nello sguardo. Avrebbe detto, una bontà battagliera. Certi dipinti antichi di cavalieri avevano in arcione lancieri come quelli.

Mira si chiese che cosa avrebbe fatto ripassandogli accanto, quella sera.  L'anno se ne andava, gli spari e i mortaretti schioccavano e scintillavano, stelline filanti cadevano dalle terrazze. Tutti correvano, quasi che essere sorpresi per strada dall'anno entrante fosse pericolo mortale. I negozi si svuotavano in fretta e avevano venduto tutto, vassoi vuoti giganteggiavano nelle vetrine e i pavimenti sembravano campi di battaglia striati dalla guerra per il dolce, il pesce, gli antipasti marinati.

Un freddo glaciale era piombato sulla città senza remissione. Uno di quei freddi invernali che bucano un lembo di cielo all'orizzonte aprendo nel grigio lo squarcio livido di una pozza per pescare nel ghiaccio.

Il piazzale si sarebbe riempito di cartacce e bottiglie rotte, ma adesso aspettava l'assalto dei numeri.

La mania della buona sorte toccava tutti.

I fiorai avevano preparato le buste col vischio e tremavano nei guanti spessi, uccelletti intirizziti sfrecciavano come sassi nei giardini, e le fontane crosciavano davanti alla fermata dell'autobus, dove i passeggeri in attesa erano contagiati dalla frenesia.

''La gente in questa notte non si controlla. Se anche il carnevale fosse come questo, ci  sarebbero ogni anno centinaia di morti.'' pensò Mira, che faticava a tenere in orizzontale il vassoio della rosticceria. Aveva fatto smodati acquisti gastronomici, pur sapendo che sarebbe stata sola. 'Avrò gli avanzi.' si era detta, e l'idea di quel pranzo lussuoso durato quattro o cinque giorni la riempiva di allegria.

Già all'incrocio si sentiva nel vento un invito, come di mettersi a correre, e le risate di un gruppetto di ragazzine facevano pensare ai lustrini.

Mira sbirciò all'angolo da una parte e dell'altra, ma la via si svuotava in fretta e il buio scendeva a picco come un galeone nero che affondi. I tesori e le perle si spandevano sul fondale, ognuno dei passanti ne raccoglieva e spariva. Ecco il cappello con le monete, davvero poche, e il gradino con il cucciolo di cane bastardo in attesa, legato col guinzaglio al palo della luce. Ma Mira aveva sugli avambracci tutto il carico del Capodanno, le falde del cappotto le sventolavano nell'aria, e i piedi erano di neve.

''Torno dopo.'' si disse. Ed era quasi certa che sarebbe rimasta in casa al caldo, con le luci accese, a guardare quella pazzia dalle finestre.

Intanto la notte girava, stelle fredde si specchiavano nello zodiaco e gli ascendenti dell'anno si preparavano a illuminare della buona e della cattiva luce le opere umane e il destino dei paesi, nonché le vicende personali di Mira.

Il tavolo aveva una tovaglia rossa, le candele erano accese sul candeliere di cristallo e l'orologio segnava le nove. Mentre gli appartamenti si scaldavano all'inverosimile, le tavole si coprivano dei servizi buoni e le cucine si riempivano del  vapore delle pentole, Mira dispose i propri vassoi e li guardò. C'era tutto:  salse, pesce arrosto, gamberoni, stuzzichini cinesi e riso, pollo alle mandorle, insalate ed aspic tremolanti, frutta caramellata, ciliegie di serra  e un gran tacchino arrosto. Mira sorrise, accese lentamente le candele, poi ci ripensò.  Andò alla finestra, l'apri' e fu investita da un vento gelido.

Si sporse di tutto il busto per afferrare l'immagine dell'angolo accanto al bar. E lì, in un gruppetto di uomini che batteva i piedi, c'erano i soliti quattro o cinque immigrati russi che avevano comprato liquori e vodka, e, in mezzo, il ragazzo della chitarra, col cucciolo in braccio e lo strumento a spalla.

Mira tornò tutta intera nell'appartamento e chiuse la finestra.

''Notte da lupi.'' disse. E si infilò il cappotto.

Sulle scale filtravano le voci della festa, gli specchi erano lustri e le piante ornamentali esposte al freddo per quella sola notte. Mira prese il respiro come per un tuffo nell'oceano e usci' in strada. Fuori la notte metteva il silenzio negli angoli, qualche cane passava di corsa e due o tre passanti si inchinavano nel vento. Raggiunse il bar.  Erano tutti ancora li'.

Stette a qualche passo di distanza, li vide che contavano dei soldi, che si scambiavano affettuose spallate come fra ragazzini e questo le fece ricordare i suoi fratelli.

Allora si accostò e disse al chitarrista:  'Posso dirLe qualcosa da parte?'

Quello alzò due occhi stupiti, appoggiò lo strumento, ma continuò a tenere il cucciolo sotto la pancia come fosse un cavolfiore da cucinare. Si scostarono dal gruppetto.

''Io abito qui di fronte.''comincio' Mira.''E ho fatto un sacco di spesa in più per questa cena. Magari Lei gradirebbe favorire con me?''

Il chitarrista si slacciò la chitarra dalla spalla e la posò su di un piede, si  bilanciò sull'altro piede e disse: ''Come?''

Questo rendeva le cose più difficili.

''Mangiare.'' disse Mira. ''Ho un sacco da mangiare a casa. Non mi aiuterebbe?''

''A mangiarlo?'' fece lui.

''Ecco, si.''.

''Un attimo.''  fece il chitarrista, dandole da tenere la chitarra. Si avvicinò al gruppetto  che confabulava ancora davanti al bar, fece gli auguri per l'anno nuovo e lasciò un pacchetto nelle mani di un ragazzo tarchiato e allegro con un buffo berretto blu, poi si dispose a seguire Mira, con il bastardino sempre in equilibrio sullo stomaco.

''Fatto.'' disse.

Mira lo precedette per le scale, indicò la porta e si affannò a spiegare che c'era poca luce dato che la lampadina si era fulminata ed era stata cambiata con una da quaranta watt, ma l'ospite era tanto allegro che gli si leggeva in faccia: della lampadina non gliene importava nulla. Mira si chiese allora che razza di dialogo sarebbe stato il loro, ma si sforzò di fare come se stesse ricevendo un amico di vecchia data e aprì la porta sulla stanza riscaldata e silenziosa, in cui gli odori del cibo si erano sparsi e mescolati golosamente. Il chitarrista depose il cane, che andò di corsa nell'angolo e fece pipì, poi sollevò uno sguardo di canina tristezza su Mira.

''Sempre figure, sempre figure!'' disse il chitarrista, minacciandolo con l'indice.

''No, lasci!'' esclamò Mira contrita. ''E' tanto piccolo. Imparerà a farla anche lui.''

''Come chi?'' fece il ragazzo innervosito.

''Ma come i cani grandi!'' rispose Mira, che già armeggiava con lo straccio.

''E' già un cane grande.'' disse il chitarrista. ''Ha quattro anni. Non cresce di più. Lo tengo per il fatto che sembra un cucciolo.''

''Ah.'' disse Mira mortificata. ''Be', forse l'ambiente sconosciuto. Diamogli un pezzetto di pollo. Ecco. Si metterà buono.''

Infatti il cane si accucciò, rosicchiando il pezzo di pollo, e da quel momento in poi Mira e il suo ospite non ci badarono più.

''Ma Lei non è italiano.'' disse Mira.

''Gironzolo qui da anni, ma frequento soltanto stranieri. Parlano tutti come me, o peggio. Per questo mi è rimasto l'accento.''

''Sieda.''

La tavola era talmente elegante che Mira ne era quasi intimidita, infatti era rimasta in piedi. Quando il chitarrista sedette, accese le candele e prese posto accanto a lui.

''E oggi avrebbe trascorso la notte là fuori?'' chiese.

''No.''  fece lui. ''Sulla nave.''

Mira spense il fiammifero con un soffio.

''Quale nave?''

''E' lì che dormo ogni notte. Io sono sbarcato da lì. La città è carina, ma di notte troppo fredda per me.''

''VuoLe dire che Lei fa la strada ogni giorno dal porto di Anzio?''

''Prendo l'autobus. Sono poche fermate.  Ed è riscaldato.''

''Per suonare a quest'angolo?''

''Eh.''

''Proprio a quest'angolo?''

''Eh.''

''E ogni sera ritorna al porto con l'autobus?''

''C'è un sacco di gente che fa lo stesso. Quei marinai russi stanno sulla Isabelle. Anche loro hanno trascorso la giornata in città, ma stasera sarebbero tornati a bordo.''

''E io che pensavo fossero i profughi alloggiati all'hotel qui accanto!''

''Lei li ha confusi con quelli che portano i cornetti la mattina. Quelli sono immigrati. Abitano due vie più in là.''

Mira era visibilmente imbarazzata.

''E  chissà che festa avrebbe trovato sulla nave stanotte.''

''Oh, lì è sempre  buio. Ogni notte dell'anno. Si dorme. E basta.''

Mira riprese fiato a quella risposta. Il ragazzo pareva sincero.

''Una nave mercantile?'' chiese.

''Da guerra.''

Infatti era vero: sotto quell'apparenza dimessa, gli stracci che indossava erano una camicia grigioverde e un paio di pantaloni militari. Mira non ci aveva pensato. Un sacco di giovani si mettono le uniformi usate. Le vendevano al mercatino ogni giovedi', quelle smesse dai ragazzi della leva. Che il suo cavaliere fosse davvero un militare...e di  stanza su una nave da  guerra.. e gli permettessero di suonare come un  mendicante....

''Ma lo  sanno, sulla  nave, che Lei si guadagna questi spiccioli suonando?''

''No. Ognuno, di giorno, fa quello che gli pare. La  chitarra non è neanche mia…. Me la  presta un ragazzetto della parrocchia.''

''Qui di fronte?''

''Eh. Penso che sia del prete, o di qualche seminarista. Tanto a loro non serve. Ce ne hanno di più nuove. In genere la restituisco, di sera. Ma oggi è Capodanno..''

''E guadagna abbastanza?''

''Per mangiare. Un pezzo di pizza, qualche po' di spaghetti..''

''Ma sulla nave, non vi danno un rancio?''

Il ragazzo mise gli occhi sul cane, che si era addormentato zampe all'aria al modo dei cani soddisfatti, e si zittì. Mira capì che preferiva non dilungarsi su quell'argomento. Una nave da guerra. Per di più straniera.  Naturale che non potesse raccontare in lungo e in largo come era fatta e che cosa si faceva a bordo.  Mira non insistette e disse: ''Be', cominciamo.''

Andò in cucina, infilò il grembiule e mise il tacchino nel forno per farlo caldo e croccante, poi tornò dal suo ospite, versò da bere, e depose davanti a lui il  piatto coi crostini.

''Vorrei lavarmi le mani.''  disse il ragazzo con un sorriso mesto.

''Oh, che sbadata.'' fece Mira arrossendo, e, a tentoni nel corridoio buio, cercò l'interruttore della luce e lo accompagnò al lavabo, porgendo un asciugamano pulito.

''Ho un ospite educato.'' pensò ''E  io credevo che fosse un  suonatore ambulante.''

 

2.

 

Il vassoio col pollo era un intrico cinese di ossicini, la salsa si era sbrodolata sotto il candelabro, il riso costellava la tovaglia come la traccia dell'esplosione di un  crisantemo, ma la frutta caramellata ancora splendeva intatta di un bel color miele.

Piatti col bordino d'oro e col bordino blu erano pericolosamente impilati nel lavello, altri aspettavano davanti a ogni sedia, come ci fossero stati almeno quattro o cinque commensali, e Mira si era tolta le scarpe.

''Cinque a mezzanotte.'' disse l'ospite.

''Che cosa si augura per il nuovo anno?'' chiese Mira, com'era tradizione.

Il chitarrista era roseo in viso, ma si vedeva che a quelle mangiate ci era abituato. Il suo corpo pelleossa, senza un muscolo allenato o un etto di sovrappeso, aveva fagocitato quasi tutta la cena pantagruelica di Mira.

''Che i Suoi desideri si avverino. Forse non è quello che Lei si aspettava le dicessi. Magari Lei è abituata a cenare con uomini più romantici.''

Mira arrossì violentemente:  si era aspettata che lui avesse quel dubbio, ed era pronta a scioglierlo subito:  ''Non l'ho invitata affinché diventasse un tete a tete. Lei mi piace come persona.''

Il chitarrista sorrise:

''In questi casi le donne dicono amico. E comunque, davvero, non deve giustificarsi. Se anche Lei avesse voluto, io non avrei potuto.''

Il sorriso col quale porgeva questa frase sopra il piatto della frutta caramellata fece deglutire Mira come avesse inghiottito una medicina amara, ma balbettò:

''Una fidanzata?''

''No, una debolezza. Diciamo che la ucciderei, se solo ci provassi.''

Adesso era un riso aperto, e anche Mira rise:

''A Lei piacciono gli scherzi macabri.''

''No.'' disse il chitarrista, schiacciando una noce, e porgendo a Mira la polpa ben sfogliata del mallo, come lei fosse un canarino o un qualche altro uccelletto grazioso. ''E adesso le raccontero' una storia.''

Mira cercò di concentrarsi e andò a tentoni col piede sotto il tavolo per cercare le  scarpe, ma non le trovò, e desistette. Un calore si apriva dentro di lei, come sbocciasse da qualche parte nel suo sterno, e scendeva piacevolmente verso le  estremità.

''Sentiamo.'' disse. E la sua stessa voce le parve più profonda e invitante del solito, ma non aveva voglia di correggerla.

Il ragazzo prese il cane che dormiva sul tappeto e lo mise in braccio a Mira.

''Mi prometta di non lasciarlo andare, finché mi ascolterà.''

''Va bene.'' assentì Mira un po' sorpresa. E si aggiustò il cagnolino in grembo come  faceva con la borsa dell'acqua calda quando aveva il mal di pancia. Quello si stirò e continuò a dormire, con lo stomaco ben farcito degli avanzi del pollo. ''Se non farà pipì.'' aggiunse  sottovoce, accarezzandolo sulla testa.

Fuori dai vetri era cominciata la guerra dei mortaretti. Anche senza alzarsi,  Mira vedeva le girandole, i fuochi, le cascate di scintille che levigavano di luci e di polvere pirica il cielo notturno. Un fumo acre stagnava già all'altezza dei piani bassi e le grida dei festaioli dalle terrazze sovrastavano a tratti i rumori degli spari. Il crepitio si innalzava dai tetti e spioveva lentamente verso le  grondaie, la gioiosa fine del mondo tanto preannunciata arrivava. Qualcuno contava i minuti ad alta voce dalle finestre.

L'ospite di Mira disse:

''Due. Erano in due, ognuno pronto a coprire le spalle dell'altro. Tenendoci quasi per mano ci gettavamo sulla spiaggia. Quella spiaggia ha bevuto più del nostro sangue che del mare, quel giorno. Era il dieci ottobre. Di quelli sbarcati per primi, che fecero da  sacrificio umano, forse ne rimasero tre o quattro. Più il tempo passava, più di noi scendevano, migliori erano le possibilità di vivere. Ebbi il dubbio quel giorno che avrebbero dovuto scegliere fra i primi  soltanto quelli che vincevano sempre a poker, o che ricevevano senza ritardi le lettere da casa. Invece andammo alla rinfusa, come quando si deve predicare un vangelo, e le ossa dei morti spettano ai leoni. Qualcuno, quando si apriva il ponte di sbarco e gli occhi potevano vagare su quella spiaggia di cadaveri, si impennava come un cavallo riottoso, e gli altri dovevano sospingerlo. Era un volo di aquile impazzite. Il fuoco crepitava dappertutto.''

Il chitarrista si fermò. Mira era pallida. Fuori, le raffiche dei fuochi d'artificio continuavano.

''Questo non...non è successo a Lei!''

''E' successo su di una spiaggia qui vicino, il dieci ottobre. Era bel tempo, con nuvole sul mare. Quel tipo di autunno che dalle mie parti si definisce molto mite. I ragazzini  pescano negli stagni e vanno a giocare con la  corda, in giornate del genere. Oppure in  bicicletta per i campi.''

Mira prese un lembo della tovaglia e nervosamente lo arrotolò, poi  distolse lo sguardo dagli  occhi ardenti di odio e di sfida del chitarrista. Ci fu  un silenzio pericoloso.

'E adesso ' disse improvvisamente l'ospite 'Le racconto un'altra cosa.''

Mira noto' che i muscoli delle sue mascelle si decontraevano a poco a poco. Tornarono  nella  stanza le  grida della festa, il cagnolino dormendo fece un  gemito tranquillo, come un sospiro.

''Questa è più facile credere che mi sia successa.''disse  lui con tristezza. ''Proprio a me.''

Ci fu un'altra pausa,  più  dolce. Mira riprese il respiro.

''Avevo in tasca un paio di occhiali. Erano di mio padre. Lui mi chiese, in un giorno abbastanza freddo, di portarli al negozio per sostituire le lenti. C'era ghiaccio. Un inverno rigido, non come dei vostri. Io avevo un cappotto imbottito e guanti, ma la neve spalata per le strade era alta come un uomo. Uscii con il fodero degli occhiali e andai verso il centro. C'erano le ragazze in giro con i ragazzi, come si usa, molte col fratellino sguinzagliato appresso, altre con un'amica. Quasi tutti giravano in gruppetti  di tre o quattro, come dovessero scaldarsi stringendosi, e quasi si preparava Natale. Vidi in un negozio un maglione azzurro di lana e pensai di regalarlo a mia madre, invece incontrai un amico e andammo al ristorante. Una giornata qualunque. Vicino ai negozi c'era qualche suonatore ambulante e dentro la radio trasmetteva musica. Musichette festive, oppure un cantante con la voce adatta al sentimentale. Ma noi entrammo da Harry's e lì un disco suonava un ballabile. C'erano tavolini lucidi, alcuni con le tovaglie di plastica. Sedemmo. E parlavamo. In quel momento entrò una ragazza. Era bruna, alta, elegante. Avrà avuto un diciotto anni e stava insieme alla madre, una donna anziana e miope, vestita di scuro, con grosse braccia scostate dal corpo e il doppio mento. Sedettero accanto a noi. Io mi distrassi. Parlavo col mio amico di sport, di automobili, e del nuovo campo da baseball. Ma intanto guardavo di sottecchi quelle due e aspettavo. La ragazza ordinò omelette ai mirtilli e sciroppo d'acero, la madre prese un hamburger.

'Qualcosa di dolce.' pensai. 'La ragazza ha preso qualcosa di dolce.' 

Ed era tanto bella e maestosa quella testa di capelli neri, gli occhi grandi, le labbra senza rossetto, che quando arrivò la cameriera del locale e chiese che cosa volevo, io dissi: 'Omelette di mirtilli con sciroppo d'acero.'

Capii che la ragazza bruna aveva sentito, ma non mi voltai. Mandai giù l'omelette a grossi bocconi e soltanto alla fine, la guardai. C'era quella musica che suonava, sua  madre mordeva il panino con l'hamburger e lei mi fece un sorriso. Breve breve, come se avesse dovuto lavarlo e asciugarlo di nascosto, e  poi porgermelo stirato per bene di sotto il tavolo. Nello stesso istante il mio amico disse:'Ma tu non mi ascolti.'

Stavamo evitando l'unico argomento di cui avremmo dovuto parlare, l'unico che ci  interessasse davvero e di cui tutta la nazione parlava. Lo sapevamo, e quel gioco teneva  un po' caldo.

Poi la ragazza si alzò, la madre fece qualche osservazione sul locale, del tipo che era rumoroso o freddo, e lei la prese per il braccio e l'aiuto', come fosse troppo piccola per alzarsi da sola, e disse a voce alta:

'Pero', mamma, è ben frequentato. Tutti lo dicono.' e mi guardò. Un'occhiata nera e  grata, in  cui vidi cento porte di mogano che si aprivano su cento finestre con grandi tende sollevate dall'aria fresca di un giardino.

Mi sentii felice. Naturalmente tornai a casa senza il maglione, con la neve sul cappotto e con il fodero degli occhiali ancora in tasca.

Il giorno dopo mi imbarcai. Anche il mio amico se ne andò, ma parecchio dopo di me e da un'altra parte. Io mi ritrovai sulla nave coi miei abiti borghesi e quando mi cambiai, mi accorsi che avevo dimenticato in tasca gli occhiali che dovevo far riparare. Mi hanno seguito, credi, fino ad oggi.

Pensavo che un giorno li avrei restituiti a mio padre.''

''E sei arrivato fin qua?''

''Gia'.''

''Puoi sempre spedirli. Se a tuo padre servono ancora.''

''Non so. Mi sembra un attimo. Ogni volta che mi addormento sulla nave, rivedo quel giorno e quella ragazza. Mangio di nuovo quell'omelette. E' bello. Non mi stanca. Questa ti sembra una storia successa a me?''

Mira annuì, con un sorriso.

''E quanto tempo starete all'attracco?''

Questa fu un'altra domanda che fece al chitarrista la faccia scura. Poi un'idea parve rianimarlo, gli occhi ebbero quel guizzo di bontà battagliera che piaceva tanto a Mira e disse:

''Vuoi vedere la nave? Ti  porto a vederla. Ci riposiamo un momento, finché il chiasso della festa smuore e la gente va a letto. Alle cinque, c'è il primo autobus.''

Mira depose il cucciolo e sgombrò il lavello, tolse la tovaglia  rossa e spense le  candele che avevano smoccolato fino allo stoppino. Il suo ospite guardava pensoso nel  buio che scuriva, rischiarato ormai da radi fuochi lontani. I colpi e i tuoni della  festa si allontanarono come un temporale e calò, verso le tre, il silenzio. Mira portò una coperta e il ragazzo si addormentò col cane sui piedi, nell'abbraccio confortevole dell'unica poltrona. Per due ore, della casa fu padrone l'orologio, che srotolava un ticchettio ora lento ora veloce, quello dei sogni.

Mira non prese sonno. Viveva di nuovo quella storia tanto banale, che forse aveva un senso spropositato. Pensò che davvero le cose che avvengono sono tante,  ma soltanto quelle che incontrano il nostro io all'altezza giusta,  nel momento in cui tende la mano, sono vere. E con quell'idea formulò quasi una preghiera. Che due persone potessero, un giorno, ricevere dal destino lo stesso dono, nei medesimi istanti. Che all'unisono e per le medesime cose fossero tristi o lieti, che insomma leggessero dalle pagine del tempo lo stesso libro, come un essere solo. Era l'antica idea dell'amore che ritornava, per riunire quello che dio ha separato in due corpi, contro il volere del cosmo. Sarebbe stata l'estrema magia e l'estremo insulto al destino che ci vuole soli, chiusi in un guscio di conchiglia, ognuno proteso ad ascoltare il suo mare che canta.

In quel momento Mira non pensava di ricapitolare la filosofia moderna. Era un pensiero vagante della notte che si era fermato, e che prese il volo su ali nere subito dopo essere stato formulato, come un corvo. 

 

3.

 

Uscirono che era ancora notte e un alone della luminescenza cittadina stagnava sui tetti. Nel silenzio e nel gelo, c'era il sonno caldo di quelli che erano andati a letto contenti, con la gola infiammata dal gridare e i polmoni pieni dell'aria notturna.

Il deserto del primo dell'anno è paragonabile a quello della creazione. Non quella del cosmo, ma quella dell'uomo moderno. La civiltà tace o sta sopita sotto le coltri del  suo gioco, una specie di tombola in cui tutti i numeri migliori sono già usciti e nel sonno si contano soltanto le cifre delle pecore che saltano. Ne approfittano gli alberi, i gatti randagi, gli uccelli e i prati dei giardinetti, che si avvicinano come visti attraverso una lente e dicono 'Esisto.'

Esiste la strada tappezzata di foglie, esiste il  viale dove tutti parcheggiavano e che potrebbe essere lo stesso di quaranta anni fa senza un cambiamento, esistono le trasparenze dell'alba, e i macchinari che passano a pulire le strade sembrano belli del buonumore degli spazzini.

Può capitare, uscendo presto, che ci saluti qualcuno che non conosciamo.

Alle cinque passò  la corriera. Mira saltò su nel buio con la faccia ancora rossa del cuscino, stretta al braccio del suo militare come il giorno dopo la fine della  guerra. Ma ancora la gente non sapeva. Quella gioia segreta era per loro due, e li faceva stringere nelle spalle coi brividi dell'alba, che sono brividi buoni, e sonnecchiare sul sedile, e anche russare un po', mentre il clacson suonava agli incroci e un tenuissimo chiarore disegnava ogni ago dei pini.

Mira e il guerriero andavano a comunicare il giorno dell'armistizio, anzi, Mira in persona voleva salire sulla nave e portare quella notizia: non sparano più. Ma la testa le si rovesciava all'indietro e ogni tanto si risvegliava e diceva: 'Che c'è?' come se qualcuno le avesse parlato. E il chitarrista le rispondeva: 'Dormi.' finché il sole non le fu caldo sul viso, un tepore cominciò a far gocciolare stille di brina dagli alberi e Mira si accorse che la strada procedeva lungo il mare, proprio parallela alla spiaggia.

I passeggeri dell'autobus erano pochi, quasi tutti addormentati, e il paesaggio era quello svuotato delle tracce umane che s'immagina pulito e limpido il giorno dopo del giudizio.

Il mare più chiaro del cielo aveva trovato il colore magico dell'acquamarina, quello che è scritto soltanto sulla superficie degli oceani. Di tutti i colori del mondo, il più delicato ed il più potente.

Mira contemplava le creste che si susseguivano a riva, la battigia solitaria e le pinete, e un grido le si apriva dentro come imparasse in quel momento  a respirare. Comparvero le case, le piazzette, i gatti. Un muro diceva 'Zona militare, vietato l'accesso' e correva per un lungo tratto. All'interno antichi caseggiati in disuso, semicrollati, custodivano grandi antenne. Era il posto più abbandonato che Mira avesse mai visto, certamente non c'era uomo che fosse entrato in quella cerchia incantata dal 1943.

L'autobus li portò a una piazzale che era squallido e largo come tutti i posti di transito al mondo. Qualche metro più in là, il porto riprendeva la sua fisionomia e il suo carattere, diventava vero come un uomo che stringesse la mano a uno sconosciuto, e dicesse: Sentiti a casa.

Mira e il chitarrista mossero i primi passi in quel mattino come nell'acqua limpida. Un vento leggero alzava la bandiera del municipio, e il mare risuonava fra le mura, come avesse casa nelle fondamenta.

''Questa città vive del porto. Da ogni viuzza si vede. Guarda.''

Mira vedeva i cavalloni in fondo alle strade, un vento con gli spruzzi dietro le vetrine delle pasticcerie, e i pennoni dondolarsi in cima ai tetti. Gabbiani riflessi negli specchi delle piazze si abbassavano tanto che pareva  di poterli sorprendere a cercare triglie nella spazzatura.

Andarono al molo sentendo sulla nuca lo sguardo sornione della Danila, della Bella e della Stella Quattro, che sciabordavano e si davano di gomito in quell'acqua iridescente che si colora di carburante nelle darsene.

I pescherecci, silenziosi come lupi al guinzaglio delle gomene, scoloriti  dall'acqua salmastra, esibivano  orgogliosi gli acciacchi del  mare. La vista era celeste fino a qualche centinaio di metri dalla proda, sfuggiva invece all'orizzonte in quella foschia mattutina che il mezzogiorno fa ancor più grigia e riottosa. Laggiù, in fondo al molo, si fermarono, e il chitarrista indicò la distanza. Le due braccia del porto stringevano un punto distante nella caligine. Poteva essere, sì, una nave all'attracco, ma parecchio distante dal golfo. Mira strizzò gli occhi, le ciglia le si rappresero insieme con amarezza di sale e la bocca disegnò quel broncio bambinesco col quale la sua leggera miopia metteva a fuoco le  cose.

''Quella è la mia nave.''  disse lui allora.

''E' lontana.''

''Non ci è permesso entrare nel porto in armi.''

''E come ci arrivi ogni notte?''

''Mi danno un passaggio quelli che s'imbarcano. I russi della Isabelle, o i pescherecci notturni, o le navi che salpano.''

''E fate tutti in questo modo?''

''A molti non è permesso scendere a  terra. Da anni stanno sempre a bordo.''

''Un capitano severo.''

''Il più severo di tutti.''

La nave faceva pensare Mira a un quadro che aveva visto, di una tempesta. Una figura alta e velata, dritta a prora, che si poteva confondere con una polena.

Ma naturalmente no, si trattava qui di qualcosa di diverso:  una nave da guerra, il mattino, un balbettio di onde sulle pietre del molo, e quelle boe che appaiono a tratti come teste  di pesci, facendo con grazia lo stesso gioco dei gabbiani sulle maree. Però Mira disse:

''Sembra uno scoglio nero, laggiù.''

''E' una nave grande, con tantissimi uomini.''

''E vorrebbero visitare il porto.''

''Vorrebbero! Guardare le  ragazze, entrare nei bar, mettere sotto i  denti un hambuger. Invece se ne stanno là in mare,  nell'acqua nera.''

D'improvviso il chitarrista fece una risata allegra che gli rovesciò indietro la testa, del  tutto  senza motivo. Risuonò  per le murate, poi si spense. Mira lo guardò,  e vide che era bello. Voleva baciarlo  sulla bocca, invece, presa da un pudore  severo, disse:  ''Ho freddo. Facciamo colazione.''

Lo  tirò nell'unico caffè , e sedettero. I vetri  erano appannati, il barista  quasi addormentato. Servì  i cappuccini e scomparve, lasciandoli  a guardarsi, finché, a un tratto, il militare occhieggiò   l'orologio e disse: ''Be', io devo andare.''

Mira se ne stette con la tazza sospesa a metà e il gomito piegato per portarla alle labbra.

''Come?''  fece.

''Devo andare. Non ho più  tempo. Mi aspettano. Vorresti restituire tu la chitarra?''

''Ma a chi dovrò....''

''Passera' un uomo. Il marinaio. Quello col berretto blu. L'hai visto davanti al bar, ieri notte. Dagli la chitarra. Lui la riporterà.''

''E tu?''

''Grazie!'' disse il chitarrista, con il sorriso incantevole di un bambino d'un tratto adolescente. ''E' stata una bella notte. Adesso ho un'altra ragazza da ricordare, oltre a quella dei mirtilli.''

Mira non sapeva se commuoversi o mettersi a ridere.

''Ma io ho soltanto....''

''La cena, dico. E' stata una buona cena. E anche il cane,  un buon cane.''

Il  chitarrista infilava l'uscita del bar, facendo cenno con la mano, e poi passava dietro la vetrata col giaccone imbottito della US Navy e un berretto a visiera sugli occhi.

Mira fece per inseguirlo, ma il barista, che pareva scomparso, si frappose risvegliato, e disse:

''La consumazione!"

Mira frugò nella borsetta, si accorse di aver speso tutto per il cenone, e dovette firmare un assurdo assegno da venti, col quale si portò via un vassoio di pasticcini, che fece incartare saltellando da un piede all'altro, nella convinzione di incontrare il chitarrista sul molo, se si fosse sbrigata.

Ma quando ci arrivò tutto era perfettamente immobile, il mattino pieno e dorato, e la sua miopia peggiorata di molto, o la nebbia salita ancora, dato che non si distingueva neanche quel puntolino nero sul mare che era stata la nave straniera.

''Stupida, ti ha  preso in giro.'' si disse Mira. Ma non riusciva a crederci. Non voleva. 

Per due settimane giocherellò col cucciolo, e naturalmente l'uomo col berretto blu non venne. Cominciò allora a pensare alla notte di  Capodanno. A  ripensarci in termini spropositati e fiabeschi. Forse si innamorò.

Poi andò all'angolo.

 

4.

 

"Signora, non era  un chitarrista. Altrimenti non Le avrebbe mai lasciato la chitarra." 

Il  discorso era sensato.

''Era un accattone. Ce  ne stanno tanti.  Passano qui ogni giorno. Si fermano a frotte. Alcuni bevono o si fanno offrire da bere.  Fanno comunella coi profughi russi  dell'albergo, e sono, in tutti i sensi, dei gran pezzenti. Poi, Le assicuro, non esistono immigrati che ci portano i  cornetti.

Quello non lo ritroverà: ha già avuto il suo.  E'  stato da signore la notte di Capodanno. Alla larga!  E' gente che spreme il prossimo all'ultima goccia. E che Le ha raccontato?  Macchè marinai ! Sono pendolari, quelli che si mettono ad aspettare il lavoro con la borsa ai piedi, come prostitute. A vederli fanno pena, vabbe', ma noi non ci abbiamo colpa.  Mica ce li abbiamo invitati, qui.

Gli danno cinque o sei euro per portare la malta e i mattoni, e loro riprendono il pullman la sera e tornano in periferia, o in quelle villette abbandonate sul mare.  Le ha raccontato dello sbarco di  Anzio. Lo potevo raccontare anch'io, ci sono migliaia di documentari. Lo sbarco, i fascisti , gli americani.  

E al porto avrà visto qualcosa d'altro. A quell'ora, col nebbione,  pure la  portaerei ! Davvero, io l'avrei vista, la portaerei.''

"Ma la chitarra? Quella è vera. Mi aveva detto...."

"Signora." disse il proprietario  dell'Angolo  Russo, bar, pasticceria e sala da tè. "Io non me ne farei un problema. Si tenga la chitarra a pagamento del ben di Dio che s'è mangiato. Sicuramente non era sua."

Ma gli occhi da guerriero buono impensierivano Mira, che prese l'autobus e tornò ad Anzio, per un disguido sbagliò fermata, scese a Nettuno e tornò indietro, portandosi a tracolla la chitarra. Arrivò che già scuriva e si mise sul molo a sincerarsi che ci fosse il puntolino, e il puntolino c'era.

Chiese a quelli dei pescherecci, che scendevano nelle incerate, col mare freddo tutto nelle ossa:

"E' Ponza." le dissero. "L'isola di Ponza. Ci va l'aliscafo, nei giorni di foschia a volte non si vede, ma oggi,  pare incredibile...."

Mira era stanca.  Sedette e si prese il crepuscolo addosso come una statua di marmo. Quando ebbero sbarcato tutto il pesce, che era già tardi,  arrivò il marinaio russo, quello col berretto blu.

Mira lo segui' per tre o quattro passi, poi  gli mise la mano sulla spalla e disse:

"Lei è della Isabelle?"

"Nossignora." disse l'uomo. "Io sono della nave Tonetti, dei surgelati."

Ma quello dovette accorgersi di averla delusa, e  dato che la gente di mare è cortese con le donne, disse: "Posso fare qualcosa?"

"Dovevo restituire questa chitarra a un uomo, un militare  americano...."

"Ah!" fece l'uomo battendosi la fronte "Ma certo. Mi dia pure la chitarra'' disse prontamente.

Ci sono storie d'amore nei porti, tante storie uguali. Il marinaio le conosceva bene.

Mira, rinfrancata, chiese: "E non Le ha dato qualcosa per me?"

La sua faccia era, nella  stanchezza, forse addirittura bella.

"Ne sono morti, di americani, qui. C'è il loro sangue ancora nell'acqua. Noi li ricordiamo. Sono morti per noi. Certo che mi ha lasciato...." Il marinaio frugava nel giaccone sdrucito, e ci trovava un involto. Mira tirò un sospiro: "Lei e' davvero molto gentile. '' disse,  ma era  imbarazzata.

Il  marinaio ebbe allora un'ispirazione: 

"Si ricordi di lui!"  fece, togliendosi il berretto sdrucito dai capelli  con un gesto di rispetto, come quando si vara una nave. "Il mare, quando ti prende, non ti  restituisce più. Non guarda ne' mogli, ne' figlie, ne' fidanzate."

Mira, questa volta, sorrise.

Portò con sé l'involto fino alla fermata dell'autobus.

Sapeva che cosa ci avrebbe trovato: un vecchio paio di occhiali d'oro.

 

8  dicembre 2002

 

 

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