LENTAMENTE

 

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Se ne sta in silenzio per un po'. Con un gesto nervoso dispone i fiori, si passa una mano sul viso, fa un passo indietro e guarda la fotografia. Arabella sorride, non l'ha scattata lui. Deve essere una vecchia foto del liceo, di quando non si conoscevano, e lei dimostra un'età di diciotto o diciannove anni. Jim fissa la lapide e poi si guarda le scarpe. Ha smesso di ansimare, non ha più il segno dell'ago sul braccio. Il sole gli scalda le spalle. Il loculo accanto a quello di Arabella è vuoto, il cemento scabro gli ricorda una scatola per i piccioni, quelle nelle quali teneva gli animali per le lezioni di scienze. Non faceva loro del male: li metteva sulla cattedra e li stava ad osservare. Come camminavano, come becchettavano. L'intera classe accalcata intorno, che spinge.

Dovrebbe provare dolore o pregare, invece insegue pensieri strani, così come vengono.

Il sole alle spalle, il sole caldo alle spalle, un maggiolino si arrampica sul terreno, accanto al suo piede. Il dorso iridescente e le zampette impazzite. Anche se si sforza, non ci riesce. A pensare che è morta. Per un incidente banale, ferirsi una mano in giardino.

Ad Arabella piace leggere il giornale al mattino mentre lui sta in pigiama e spalma il burro sui toasts. Legge le notizie a voce alta. C'è un uomo asserragliato in una scuola che tiene in ostaggio i bambini.  Il dollaro sale nella quotazione. Un nuovo candidato socialdemocratico vince le elezioni in Germania. Tutti sperano nella prossima gara automobilistica, perché la squadra di casa va forte, e se vinciamo poi tutti al pub, per una sera di nuovo brilli come la sera scorsa.

Ma tu non mi ascolti.

Arabella ha i capelli neri tagliati corti, che chiudono il viso in una cornice geometrica. Solleva gli occhi grandi, che a volte implorano una risposta, a volte lo minacciano con un lampo scherzoso. La pelle, si vede, è sempre stata così bianca, anche al liceo. Pallida anche nel sole, ma senza lentiggini. Quando comincia a mangiare i toasts, allora Jim parla. Non sopporta di interloquire, ma mentre lei mastica può dire qualunque cosa e un po' lo fa apposta, perché gli piace come annuisce assaporando i crostini e fa "Uhm, Uhm" seria, come se lui leggesse un discorso politico, invece sta dicendo che probabilmente oggi piove, che ha fatto un sogno strampalato, che vede un sacco di facce dormendo e non sa di chi.

"Uhm." e con la mano gli fa segno di proseguire - che sente - e inghiotte un sorso di thè, perché ha poco tempo, deve essere in ufficio alle nove. Lascia sul tavolo la tazza macchiata di scuro e un mare di briciole. Indossa una gonna corta, quando si china a baciarlo in fretta, il profumo patchouli si mescola all'odore del caffè.

Questo è successo. Fra qualche mese faticherà a ricordarlo? Si guarda in giro, considera, adesso, che la foto è inadatta. Ha dato ascolto alla suocera, invece doveva metterci quella della vacanza in Ungheria, che ad Arabella piaceva, in cui lei indossa la camicetta magiara ricamata a mano. Quante volte è stato al cimitero? Ogni giorno. L'odore dei fiori morenti lo irrita, ormai ne ha quasi  la nausea. Si ripromette ogni volta di non comprarne. E infatti non li ha mai comprati: i suoceri li portano freschi e lui li trova così. Li ridispone con le dita malcerte. Sta in piedi sempre nello stesso punto. Andando via lascia impronte profonde nella ghiaia con le sue scarpe eleganti.

Il cinguettio degli uccelli gli scompiglia i pensieri, così, invece di concentrarsi su di lei, si dice, a testa china:

"Devo riprendere l'auto dal gommista. Devo restituire quei soldi a Jack. Il pranzo in quel posto fa schifo, ma è il bar più vicino."

Frugandosi nella tasca trova due biglietti da visita, li legge e rilegge e si impensierisce perché non soffre, non piange. Eppure si amavano. Se avessero avuto dei figli, forse sarebbe commosso, al pensiero dei bambini senza una madre. Ma Arabella non voleva bambini.

Il giorno del funerale Jim non era presente. Non ha seguito il feretro, non ha stretto le mani ai parenti. Stava in ospedale, rimpinzato di sedativi. Si ricorda il segno sul braccio, la vena gonfia che duole. Che gli avranno dato? Ha avuto in bocca un sapore amaro per giorni. Quando si è svegliato, la luce gli feriva gli occhi. Gli hanno detto: "Può andare" e da solo ha sceso le scale, con la testa pesante, palpandosi le tasche in cerca dell'agendina con l'indirizzo di casa sua. Chester Road 3. E' lì che si va. Ci si va a piedi, così la mente si rischiara, le gambe pesanti ritrovano la flessibilità, i muscoli sul collo intorpidito si allentano. Ricorda che le auto nel traffico sembravano più lucide, come avesse piovuto, che le case si affacciavano sulla strada come appena ritinteggiate, che i movimenti della gente parevano lenti. Tutti appena svegliati dal buio dei sedativi, pensava. Jim pensava sempre alla solidarietà umana. Che tutti avessero preso i sedativi con lui, per tre o quattro giorni. Allora si inteneriva e salutava i vicini. E loro potevano ben dirsi: povero ragazzo, ecco che torna a casa. Ha perso la moglie. Oggi ci sei, domani chissà. Era così giovane. Ma da quanto vivevano qui?

L'erba del prato era falciata di fresco, forse il vicino ci aveva pensato, per fargli un favore. La finestra della cucina, aperta, inondava il piano inferiore del profumo di terra e di erba del giardino. La casa era vuota e tranquilla, come dovesse restare disabitata per sempre. Il cigolio delle porte, lo scricchiolio dei gradini sotto i suoi piedi, persino il frusciare furtivo di qualche ratto nel muro avevano un significato nuovo, per lui che tornava a occupare Chester Road 3, ma adesso da solo, con una fetta di vita cancellata, la sensazione affascinante e perversa di non avere più niente e di dover ricominciare daccapo.

Invece poteva anche essere come prima, non c'era motivo di pensarla così. Soltanto Arabella, Arabella non ci sarebbe stata. Aveva preso a ricaricare gli orologi, ad aprire uno alla volta gli scaffali in cucina e aveva guardato stranito le confezioni di biscotti, di corn flakes, di fiocchi d'avena. L'uomo della pubblicità sul cartone del latte aveva una mano alzata e trangugiava contento. Jim lo osservava e scopriva qualcosa: era colpito da quelle figurette colorate come se fosse tornato bambino, come fossero il sintomo finora inosservato di una società felice e appagata, in cui anche una persona sola può trovare uno spazio ed essere allegra. L'impulso di accendere la televisione e seguire un programma di giochi era stato irrefrenabile. Guardava le pubblicità fra un episodio e l'altro, fra un indovinello e un jingle e decideva che si sarebbe affidato, come un orfano, alla bontà dei media, dei vicini, dei manifesti e delle brave signore dai polpacci grassi che al supermercato consigliano i prodotti in offerta. Non era solo.

Poi non era stato esattamente come pensava. Le vicine non gli avevano portato la torta, il benzinaio non gli aveva regalato i bollini, l'umanità non lo aveva cullato come si fa con un gattino rimasto per strada. Ma aveva dimostrato "virile rassegnazione" e si era conquistato già una personalità e un rispetto nuovi. Non più Jim che, col tubo dell'acqua, innaffia il giardino in pigiama sotto gli occhi screziati di Arabella, non più il ragazzone  che fa tardi per cena armeggiando coi motori in garage. Invece, Jim con la borsa pesante, che fa lo stesso giro ogni sera con gli occhi più stanchi, per comprare due bocconi in rosticceria, che allunga il passo e fa un cenno serio e impacciato nel salutare, per affermare il suo diritto a trovare difesa fra le quattro strade dove  vive, i quattro angoli del mondo conosciuto: gli alimentari, il bar di Steve, il praticello del soccer e la carrozzeria dove stanno rimettendo le gomme alla sua auto. E' tutto quello che ha in tasca: il biglietto da visita dell'officina e quello del bar "The Corner". Ora che ci pensa, da quando è morta la moglie non si è mai allontanato di lì. Ma in fondo sono soltanto due settimane. Però ha preso l'autobus per il cimitero anche due volte al giorno. Conosce il guidatore del turno di mattina e quello del pomeriggio, gli sorridono e gli fanno gesti di comprensione, assentendo con aria grave quando scende davanti al cancello.

La strada nel caldo estivo è un nastro polveroso. In piedi alla fermata si guarda di nuovo le scarpe e quasi non ha il coraggio di alzare i suoi occhi di ragazzo per bene sulla donna corpulenta che aspetta con lui e che, lo sa con certezza, è stata sulla tomba del marito. I suoi occhi attraggono le confidenze della gente, il suo aspetto abbattuto e fiducioso risveglia negli altri la voglia di parlare, di raccontare una storia. Nessuno gli chiede: che lavoro fai? come ti trovi in questa città? dove sei andato a scuola? La sua vita ce l'ha scritta in faccia: il campo da baseball, il college, le notti a studiare, le serate per beneficenza, le canzoni suonate da solo nel campus quando i compagni di stanza erano via. Il protocollo di un' America quieta e provinciale trova compiuta espressione nella vita di Jim. Perciò la gente si fida.

Adesso, mettendo meglio a fuoco l'insegna della fermata, si accorge di una ragazza giovane sul predellino. Il vento le gonfia la gonna, la polvere che si alza le fa socchiudere gli occhi. Coprendosi metà del viso con la mano, si volge verso di lui con una dolce, esasperante lentezza  e Jim, osservandola, ha l'impressione di affogare nel barbaglio di luce che si specchia sulle auto che passano, di inghiottire la carreggiata, la strada, la linea dell'orizzonte come fosse fatto di aria. Terrorizzato, alza le mani per osservarle, per porle fra sé e la linea scura della collina: sono rosee, giovani, carnose. Deve essere un'illusione ottica, qualcosa che ha a che fare col caldo. Ma la ragazza lo guarda e si sta avvicinando. Sul viso ha un sorriso gentile, incuriosito, ma sembra un incontro fra due che si conoscono già, perché, con naturalezza, gli dice:

"Da quanto sei qui? Non ti avevo notato. Vieni da lì?" e accenna al cimitero.

Jim annuisce con la sua espressione più amichevole, perché lei gli sembra effettivamente una persona nota, soltanto dovrebbe fare lo sforzo di ritrovare la sorgente di  quell'immagine, e con questa calura mozzafiato, il cervello non gli risponde. E comunque la conversazione è avviata e  lei non si preoccupa di presentarsi. La signora con la gerla li guarda in tralice. Forse aveva pensato di rivolgere una domanda, di fare un commento sull'afa, ma la complicità che si è instaurata fra Jim e Cindy l'ha dissuasa. Si volta.

Jim si sente leggero. Le frasi e i sorrisi gli fluiscono alle labbra. Si rende conto che a lei può parlare di sé, perché lo ascolta intenta, come se dalle parole di lui dipendesse il futuro di entrambi. Cindy annuisce, si scosta ogni tanto una ciocca dal viso e ha i bei gesti espressivi tipici delle persone taciturne. Quando siedono sull'autobus, appoggia le mani in grembo e si abbandona alla scossa dell'accelerazione come ad un sonno da desta, con un languore che a Jim ricorda la sua propria incuranza per il trascorrere del tempo, da quando Arabella non c'è.

Mentre racconta preferisce guardare avanti a sé. La nuca sudata dell'autista e il volante lucido gli paiono più reali degli occhi un po' accostati di questa ragazza, nei quali le sue parole cadono come in un'acqua profonda, senza increspare neppure la superficie del sorriso.

A tratti, mentre le parla di Arabella, cerca un appiglio allo sguardo nelle scritte dei manifesti stradali, che schioccano a frustare i finestrini. Sono i richiami indiscreti e ammiccanti della pubblicità:  Non fa una piega, Sposta il confine, Fai sentire la tua voce. Le grida selvatiche del sottobosco urbano che gli eccitano la fantasia.

Le dice, intanto, della mano della moglie, così massacrata dal tagliaerbe. L'ha stretta in una benda che ha colato subito sangue, le ha legato un laccio sopra il gomito, per arrestare l'emorragia. In faccia un pallore sempre più grigio. Ad ogni semaforo, ad ogni ostacolo sulla carreggiata, la striscia dei freni e il peso del corpo sul clacson dalle spalle contratte e sudate.

"Sono anestesista. L'ho portata all'ospedale dove lavoro. Si capiva: un tendine reciso. Non era così grave. Cose del genere capitano ogni giorno."

La ragazza aspetta il seguito, sulle labbra ha una leggera contrattura per lo sforzo di leggergli la storia sul viso. Ma adesso Jim è colto da una nausea insostenibile, che lo spinge a spalancare il finestrino, perché la domanda, l'unica, spontanea domanda di lei, che finora ha taciuto, è:

"L'hai addormentata tu?" 

Con lo sguardo implorante di ragazzo gentile e un tremore dell'iride che si chiama nistagma, di cui soffre fin dall'infanzia, ritrova a stento lo sguardo di lei, ritraendosi da un paesaggio metropolitano in cui tutto rotola e gira come un meccano e una scritta dice: Dolce per sé.

"Ti dispiace, se scendiamo? Oggi il mal d'auto....che strano..."

La ragazza gli prende la mano, prima che annaspi ad allentare il colletto e, con morbidezza, ribatte:

"Non possiamo scendere qui. Non siamo arrivati. Ma ti porto da me: è solo un'altra fermata. Potrai ritornare con lo stesso autobus, quello delle sette."

Jim si risiede, annuendo. La pressione delle dita di lei è il primo tocco sulla pelle che gli sia arrivato alle ossa, dritto alle vertebre schiacciate del collo, a sciogliere la tensione nella quale pensa che il sonno artificiale le abbia strette.

"Ho dormito in ospedale per giorni, col collo ritorto." spiega a Cindy con un sorriso timido, ed è già imbarazzato dal fatto che questo non si combini affatto col mal d'auto, del quale si è lamentato poc'anzi. Cindy non lascia la presa sulla sua mano, allora, obbediente, le regala il braccio intero, sforzandosi di sistemarsi la giacca usando la sinistra.

"Abito in Rosebud Rd.41. C'è un cane che abbaia ogni volta, al piano di sotto. Non ci fare caso." dice.

Una siepe fitta circonda la piazzola della fermata. Incontrano, risalendo la via, solo un uomo, che cammina senza peso, quasi l'intera strada avesse perso la gravità.

"E poi, ti dico una cosa: mi succede anche un fatto, un fatto stranissimo: vedo la gente muoversi al rallentatore. Accidenti! Una codeina, doveva essere, che mi hanno iniettato, se non l'ho smaltita in due settimane."

"Due settimane!" esclama lei con dolcezza, e si vede che trattiene un gesto di tenerezza, che le porterebbe le dita fra i capelli di Jim. Lui sente chiaramente che sta arrossendo di piacere, allora smette di camminare.

"Che c'è? Siamo qui, è il 41."

Cindy se ne sta in piedi davanti al cancello e indica il numero, come in una di quelle foto  di rilevamenti geodetici che Jim vedeva sulla scrivania del padre. Spessore dello strato: 2 mt e 40 cm. Profondità: 3 mt. La figuretta minuta accanto al numero ha un significato importante, ma adesso Jim non vuole pensare. Lui abita al 3. Chester Rd. 3

"Io abito al numero 3. Che ne pensi?" scherza " Porterà bene?".

Cindy lo fulmina con un'occhiata, però gli fa cenno di seguirla.

"Lo senti?"

E' il cane che abbaia furiosamente, mentre attraversano il piano. Ulula e raspa alla porta, frenetico.

"Ma è una furia!" esclama Jim, preoccupato.

"Tutti i cani lo sono. Sensi acuti. I gatti, invece, si rintanano."

L'abito della ragazza fluisce nel buio come spuma, la gonna si gonfia come una vela notturna sull'ultimo versante del mare, con l'usuale, onirica lentezza.

Jim stringe la ringhiera. Si trovano al piano dell'attico. Ode il gocciolio dei serbatoi dell'acqua, nel sottotetto. Lo sguardo di Cindy è acceso, languidamente febbrile. I denti bianchi nella semioscurità ricordano a Jim un vecchio film, Splendore nell'erba, in cui il sorriso dell'attrice nell'effetto notte emanava troppa luce per sembrare vero. Chissà perché, immagina nella casa una grande vasca da bagno piena di schiuma, Cindy nella vasca con gli occhi chiusi, il chiarore della pelle nella trasparenza dell'acqua.

"Ti piace fare il bagno?" le chiede, eccitandosi della propria indiscrezione.

"La doccia. Preferisco la doccia."

La porta cede come fosse di burro, Jim entra e si siede sul letto.

"E' per questo che siamo qui." sussurra convinto.

"E' per il tuo braccio, che ci siamo." risponde Cindy dolcemente.

Jim nota con stupore di aver arrotolato le maniche della camicia fin sopra il gomito. Forse sull'autobus, per il caldo. Oppure camminando per l'erta.

Le dita della ragazza indugiano sulla vena illividita dell'avambraccio, gli massaggiano le spalle, il collo irrigidito.

E' tutto normale - pensa Jim.

La finestra, la luce che scivola da un cielo in cui il giorno si squaglia e cola via, anche se dovrebbe essere soltanto primo pomeriggio.

Il caminetto che, si vede, non è stato mai acceso. Il tavolo semplice con due sedie che riflette il barbaglio di luce della finestra. Le piastrelle del pavimento che sono lucide, a fiori.

Si lascia cadere sul cuscino.

E' normale.

Arabella nella scatola di cemento.

Il maggiolino sul filo d'erba.

Queste carezze intuitive, sagge, che leniscono.

"Ma sai, Jim: l'hai addormentata tu. Anch'io lo avrei fatto al tuo posto: era l'ospedale in cui tu lavoravi, e lei era tua moglie."

"Sì" pensa Jim.  Dolce per sé.

Il calore adesso corre su per la vena del braccio. Era il farmaco giusto. Quello necessario. Jim non ricorda se lo inietta nella sua vena, o in quella di Arabella, che ha inspirato le preanestesia, e dorme tranquilla sotto un telo verde, con la mano sanguinante appoggiata sul rivestimento in titanio. Il piacere che prova premendo sul corpo di Cindy è appena un sussulto, intenso ma delicato, come l'orgasmo di un adolescente che sogna....

Poi sta alla fermata che è notte, la camicia  ancora arrotolata a scoprire la vena del braccio sinistro. Rabbrividisce un po' nell'umidità, ma ha lasciato da lei la giacca e forse anche i documenti. Al numero 41 di Rosebud, se ne deve ricordare.

Accanto al predellino c'è il manifesto di "East of Eden", la luce sull'autobus è troppo intensa, quella dei lampioni sul viale sfavilla e fiammeggia. Con un ronzio di voci nella testa, entra in casa e, nel buio, va a lavarsi le mani, il viso ed il petto accaldato.

Nello specchio è pallido: si è fatto da sé quel buco nel braccio. E poi c'è stato il tuono assordante del cuore nei timpani, il bruciore selvaggio dell'aria giù per la gola.

E dopo l'abisso "Può andare" e mette i piedi giù dal lettino.

Domani passerà a ritirare l'auto. Per fortuna ha il biglietto da visita del gommista nella tasca dei pantaloni: Chester Rd. 7. Vicino casa.

Si è iniettato il sedativo da solo. Possibile non ci fosse un amico, un collega? Questo dettaglio lo irrita, si ripropone di chiedere, di sapere, ma il capo affonda nel cuscino e tornano le carezze di Cindy, come bere acqua fresca.

La notte lo osserva quieta, attraverso la finestra.

Poi  lame di sole tagliano il parquet e il pulviscolo nuota sulla sua mano scivolata nel sonno, sui vestiti neri gettati in un canto. Dalla strada un rimescolio di voci frammenta i sogni del primo mattino: Arabella sta salendo le scale col caffè, il nodo della vestaglia le stringe la vita sottile. Jim si rigira nel letto. Con gli occhi socchiusi la vede attraversare la stanza, forzare le persiane ad aprirsi e inclinare il capo da un lato, nella luce, tendendogli la mano intatta, dalla quale pende una piccola croce d'oro. "No" mormora Jim risvegliandosi "No." Una leggera tosse lo fa sussultare. Con uno sforzo si alza, incespicando discende le scale e, rabbrividendo seminudo nell'aria che entra dal giardino, col capo appoggiato alla parete forma il numero dell'ospedale. Ma la linea si perde in un abisso di crepitii, s'ingolfa nell'eco come una intercontinentale, squittisce rabbiosa. Riattacca.

Alle dieci un passo lento e leggero lo porta fino all'officina, all'angolo con la terza. Il suo sorriso arrendevole fa voltare le bambinaie, intenerire le cassiere del supermercato. Negli occhi celesti gli si riflette un mondo rassicurante di certezze e di vetrine in saldo.

L'uomo delle gomme ha le mani unte di grasso, ma gli porge da stringere il mignolo. Masticando uno stecchino  e parlando fra i denti gli spiega che ha anche cambiato i cerchioni. Intasca i contanti e gli dice:

"L'auto non la prenda, adesso: c'è una manifestazione sull'Avenue. Il traffico è fermo."

Jim ringrazia, solleva la borsa di cuoio, si dirige scrutando il cielo verso il bar "The Corner". Inspirando un mattino che volge al grigio cammina fra i pochi passanti, nel solito balletto di ralenti a cui ha fatto l'abitudine. Scruta dalla vetrina i ripiani in acciaio, la nudità degli alti sgabelli vuoti, l'unico cliente che sorseggia una birra, parlottando con Steve. Comincia a piovere: Chester Rd. odora di temporale d'estate, la vetrata si stria, le foglie sugli alberi fremono. Jim sospinge la porta e si riflette nello specchio davanti alla cassa.

"Due uova al bacon e toasts." chiede, e sorride.

Steve lo guarda ironico e gli pianta gli occhi acuti sulle mani che porgono i soldi. Sono bianche - è vero - più bianche di ieri. E le nocche sporgonno dalla pelle tesa, disidratata. Ma è la mancanza di sole, e l'effetto del neon, che fa più cereo anche il viso del barman.

Si siede senza togliersi il cappotto, ponendosi accanto, sul tavolo, la borsa e l'involto delle uova fresche, rigirate più volte nella carta di giornale.

Mastica un cibo insapore, come fosse di plastica e il latte freddo gli fa correre un piccolo brivido dallo stomaco alla schiena. Il vento frusta la veneziana esterna, che batte sul vetro con un piccolo schiocco. Di qui vede l'officina. Hanno abbassato la serranda e stanno spingendo fuori la sua auto. Sul parabrezza Jack mette un cartello giallo con scritto "For sale".

Jim contempla quello spettacolo assurdo, rigirando il cucchiaino in un caffè lungo. I meccanici si allontanano, qualche passante rimira la sua Ford tirata a lucido. Probabilmente uno scherzo.

Jim si rovista in tasca, con l'idea di telefonare all'officina nel pomeriggio, per chiarire quella pagliacciata, ma non trova più il biglietto. Deve averlo perso estraendo il portafogli. Fa scivolare la mano ossuta sul ripiano liscio del bar, in cui su riflette il suo viso, dagli occhi leggermente cerchiati. Poi ci sono anche i documenti - pensa. Deve tornare da Cindy per i documenti. L'indirizzo di lei lo ha segnato sull'agendina, alla prima pagina dell'anno nuovo. Ma questa mattina intende andare al Memorial. Lì non lo vedono da due settimane.

Il temporale sferza l'asfalto con un rumore di carta, gli alberi oscillano e gli autobus viaggiano coi fari accesi. I passanti si sono dispersi e Jim è felice di bagnarsi le scarpe e il cappello, di camminare sguazzando come in uno stagno, col risvolto dei pantaloni già fradicio. Si esalta al brontolio dei tuoni, alla vista del cielo che si abbassa e si gonfia tumultuando sopra i tetti lucidi. La corsa verso la fermata gli ha riempito i polmoni di umidità e colorato gli occhi cangianti di un grigio carico, il colore che Arabella preferisce. Afferrato a un sostegno, con la strada allagata che mette alla prova pneumatici e guidatore, pensa intensamente all'ultima volta che ha fatto l'amore con Arabella e contro il suo petto avverte di nuovo il corpo sottile di Cindy, irrequieto, ansimante, teso come la scotta di una vela nel vento. La frenata davanti al Memorial è lunga e scivolosa. Con due salti attraversa il giardino, sospinge la porta a vetri e sale diretto verso la chirurgia, al terzo piano. Del personale non riconosce nessuno. Per qualche assurda coincidenza sembra che quelli a lui noti abbiano preso tutti le ferie nello stesso giorno, oppure che la politica dell'amministrazione punti adesso sul ricambio del personale. Si presenta alla segreteria del piano, parla con l'infermiera, fa nomi, spiega che è il Dott. Hillford, che deve vedere il primario. Ma il primario oggi arriva nel pomeriggio, tutto quello che può fare, spiega cortesemente la donna, è di esaminare, per il momento, la cartella clinica di Arabella e farne una fotocopia, per l'assicurazione. Le condoglianze, le frasi del caso e Mrs. Dalton ciabatta con passo leggero verso lo schedario, offrendogli con uno sguardo di materna comprensione una cartellina celeste con scritto A. Packard-Hillford.

Jim si profonde in ringraziamenti, attraversa un corridoio illuminato a giorno dai neon come una galleria sottomarina, si lascia cadere sulla poltrona di pelle della sala d'attesa e chiude per un attimo gli occhi, inspirando l'odore familiare dell'acido fenico, e il fondo fresco e floreale della biancheria da letto, che i portantini trasportano sui carrelli.

Apre la cartella. Sulla prima pagina i soliti dati anagrafici: Arabella Packard - Hillford, 36 anni, impiegata, coniugata, senza prole. Indirizzo. Numero della polizza assicurativa e della carta sociale. Jim sfoglia le veline gialle e stringe un po' gli occhi per leggere nella luce sfolgorante del riflettore, che gli proietta un cono di calore intenso sulla nuca e sulle spalle. La sua diagnosi era esatta: un tendine reciso di netto alla base del pollice. L'intervento proposto dal medico di guardia del pronto soccorso immediatamente messo in atto nel reparto chirurgia 3, dopo gli accertamenti preliminari. Operatore: Dott. Alan Patridge. Aiuto: Dott. Clark Phenton. Anestesista: Dott.James Hillford. Il decesso è avvenuto alle 15.00 prima che i chirurghi potessero intervenire, per una crisi cardiaca dovuta all'anestesia. Un breve referto della polizia notifica che il Dott. Hillford potrebbe essere ritenuto responsabile dell' omicidio colposo della moglie e suggerisce una perizia di esperti sui farmaci da lui adoperati. A mano, poche righe più in basso, è aggiunto a penna che l'indiziato è deceduto nello stesso ospedale, iniettandosi una dose letale di anestetico. Firmato: sergente di polizia Kimberly Johnson. A matita si specifica: fatta copia per l'archivio.

"L'infermiera Dalton, per favore."

"E' occupata in sala operatoria. Chi devo dire?"

"Il Dott. James Hillford."

"Lascio un messaggio. Dovrebbe, cortesemente, ripassare dopo le diciassette."

Jim porge la cartella, che reca netta l'impronta delle sue dita sudate. Le iridi hanno un tremito che gli impedisce di fissare lo sguardo per pochi secondi, abbastanza perché la donna si volti e lui torni ad essere uno di tanti che vanno verso l'ascensore, evitando le lettighe e i carrelli con le flebo.

Uscendo all'aria aperta, si guarda le mani ancora tremanti, ingiallite  e invecchiate di anni. Una rete di vene verdastre si disegna sul dorso e sul polso. Non ricorda niente dell'anestesia di Arabella, tranne il fatto che dormiva tranquilla, sotto quel telo. Ma ha sempre vivido il ricordo dell'endovena che si è praticato da solo, nello stanzino dello spogliatoio. Nel braccio sinistro.

Davanti all'ospedale c'è il parcheggio dei taxi. I guidatori fumano appoggiati alla portiera, accanto al muretto del giardino. La pioggia ha lasciato un odore di fresco e di terra bagnata, le pozzanghere sono cerchiate dalle gocce che stillano dalle magnolie.

Il sorriso della cassiera che ha incartato le uova, alle otto, è il sorriso di Arabella che dice: "Non è niente, dottore. Ci vediamo dopo." Gli strizza l'occhio, che guarda il soffitto della camera operatoria e Jim le bacia leggermente la fronte sudata, poi le avvicina alla bocca la maschera, perché inali la preanestesia.

"Conta, adesso. Conta fino a dieci."

"Uno... due...tre..." gli occhi di Arabella si chiudono, i muscoli si distendono, il dolore scompare. Jim esorcizza il dolore. Jim prende fra le mani per qualche ora l'identità dei pazienti, la tiene archiviata nel buio e ben chiusa a chiave, poi la restituisce accelerando il respiro e la pulsazione del cuore. Svègliati.

Si fruga nella tasca e scopre senza sorprendersi che ha perso in ospedale il biglietto di "The Corner" e l'agenda con tutti gli indirizzi, compreso quello di casa.

"Fanno un dollaro e cinquanta." Il prezzo di dodici uova. La cassiera ha sorriso con gli occhi di Arabella. Proprio neri, proprio grandi e scherzosi, proprio un po' ammiccanti.

Jim soppesa il pacchetto seduto nel taxi.

"Chester Rd. 3" chiede.

"Senta, evitiamo la terza, ché c'è una manifestazione e il traffico è chiuso."

"Va bene, prenda la strada che vuole."

Si accorge appoggiando l'involto sul sedile che è il giornale del sette di luglio, la pagina dei necrologi. C'è il riquadro, la piccola croce scura e poi, sulla destra, la scritta:

"I genitori affranti invitano quanti la amavano a partecipare alla funzione in onore di Arabella Packard, deceduta ieri nel fiore degli anni. "

E, poche righe più in basso:

"Cindy Carter rimpiangono gli amici, i fratelli, i colleghi."

"Guardi che tempo orribile! Perdìo, sono le cinque e fa notte. Ci casca il cielo addosso, per quanto è carico d'acqua." Il tassista sterza e maledice il traffico, battendo pesantemente la mano destra sul sedile accanto.

"Senta" dice Jim stancamente " ci ho ripensato. Mi porti al cimitero."

"Non so che ci va a fare, al cimitero, ma sta per chiudere. Non sarebbe meglio domani?"

"No, penso di doverci andare adesso. Mi faccia la cortesia. Le pago la corsa di ritorno fino in centro."

L'uomo occhieggia nella luce grigia il volto del passeggero riflesso nello specchietto: vede che inghiotte amaro e che ha gli occhi lucidi. Non si fa problemi filosofici quanto alla gente che trasporta. Svolta a sinistra e imbocca la provinciale. Le luci di posizione di una fila di auto ferme colano sulla pelle lattea di Jim. Gli esplorano gli occhi, i bottoni, i polsini. Certi fari gli esplodono in viso come comete, certi lampioni ruotano per l'abitacolo come riflettori di un campo di prigionia a caccia di evasi.

Poi il buio fitto dei sobborghi inghiotte i colori come un inchiostro, si espande a coprire il grigio e l'opale delle  case che svaniscono a poco a poco in pozze di ombra. Fuori città la sera, di un violetto freddo e perlaceo, pressa la notte nell'abitacolo e il buio fitto accoglie Jim come l'abbraccio di un amico, liberandogli il cuore dal veleno di esistere e gli occhi dal peso del giorno. Scende sulla piazzola, paga il tassista interdetto e si dispone fiducioso ad attendere alla fermata del sedici, facendo correre gli occhi sul dorso morbido della collina, oltre il quale vede le nuvole stracciarsi e disperdersi, la notte tornare ad aprirsi ed a respirare.

I fari lucenti delle auto in transito trinciano strisce spaurite di arbusti e di sottobosco, ai lati della carreggiata.

Se cominciano a cantare i grilli, si siede sul gradino e appoggia il viso al palmo delle mani, ma, finché c'è silenzio, si ripromette di non piangere.

Il motore imballato del bus, che ruggisce e si sfianca affrontando l'erta, gli accelera un po' il ritmo del cuore: comincia da lontano a scorgere il riquadro col numero, poi distingue la sagoma scura del guidatore. Ma potrebbe non essere il sedici, potrebbe non fermarsi qui, potrebbe non trasportare alcun passeggero. Alla fermata la porta a soffietto si apre con un sibilo e Cindy, lentamente, discende. Sembra incupita, confusa e si cerca dattorno con lo sguardo. Jim si affretta ad accostarsi, a porgerle la mano.

"Mi hanno scippato la borsetta." spiega " Con tutti i documenti. Con tutti gli indirizzi, e i numeri di telefono, e i nomi e ...." prende un lungo respiro, si cheta e lo guarda placata. Mentre l'autobus si allontana, si china sull'aiuola maltenuta della fermata, e stringe fra le mani un pugno di terra, che lascia a poco a poco scivolare nella brezza di luglio. Il gesto è lento : la zolla si sbriciola come sabbia filtrata in una clessidra.

"Ma prima o poi succede." sospira.

Jim le sorride, del suo sorriso più disarmante, per farle capire che anche ora la desidera, che potrebbe abbracciarla lì, sulla piazzola.

"A volte succede così: lentamente."

Nota adesso, sulla pelle delicata dei polsi di Cindy, il segno rosso dei tagli, trasversali alla vena radiale.

Si avviano verso il cancello e lei gli lancia un  malizioso sguardo di possesso:

"Non puoi più dormire con lei. La nostra terra è una terra diversa. Per noi, nessuna preghiera. Non tornare a guardarla."

Come fosse d'aria, passano attraverso il cancello chiuso.

 

Roma

Aprile marzo 1998

 

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