LA ROSA BLU

A Chris
Capitolo 1.Cristopher Baumann
Avevo sedici anni quando lo vidi la prima volta. L’occupazione durava già da mesi e noi abitavamo in un quartiere periferico dove si trovavano i generi alimentari di prima necessità e le scarpe, ma niente altro. Era nata quella consuetudine di fare mercato che sorge dappertutto durante le guerre, e gli abitanti di un isolato vendevano a quelli di un altro, a prezzo maggiorato, quello che trovavano nei loro negozi. A me toccavano le patate. Era un cattivo affare, dato che ero piccolo e magro e i sacchi pesavano. Avrei preferito a quel punto qualunque altra cosa: riso, orologi, latte in polvere. Caricarmi addosso quelle patate, uscire nella neve col sacco sistemato da mia madre sulle spalle, era peggio che andare contro i tedeschi a fucile imbracciato.
I giorni erano brevi. L‘inverno praghese aveva ricoperto le cupole di neve, e a Nove Mesto, dove vivevo, era difficile incontrare qualcuno per strada dopo le quattro del pomeriggio. Passavo innanzitutto al negozio di Wanda, ancora in piena mattina, quando le automobili avevano lasciato lunghe scie di grigio nel bianco della carreggiata, e poi prendevo l’autobus per due fermate verso la mensa della scuola. Approvvigionare la mensa della scuola non era uno scherzo. I bambini andavano avanti a minestra di patate, purea di patate e frittelle di patate grattugiate, spesso senza la panna, dato che la panna andava a quelli più piccoli e comunque non si trovava da tempo. Dovevano ritenermi un adulto. Si ficcavano le dita nel naso e si giravano dall’altra parte quando mi vedevano. Anch’io mi ritenevo un adulto, a quel tempo. Invece ero un bambino. Fu incontrare il tenente Baumann che mi fece crescere in fretta.(...)
Vicino casa c’erano dei campi coltivati a cavoli e a segale. Era una distesa monotona che vedevo dalla finestra. Lì incontravo Roman che tornava dalla fabbrica. Prendeva una scorciatoia che girava dietro le case in costruzione e sbucava sulla Horskà. Fu a causa di Roman che tutto accadde. All’inizio mi prendeva in giro per le patate, ma ne comprava sempre un po’ e, se consideravo il fatto che viveva solo, per quei tempi e con i pochi soldi che giravano, dovrei dire che ne comprava troppe per il proprio fabbisogno. Ma questo lo dico adesso, che sono trascorsi molti anni. Nella mia testa di sedicenne incontravo Roman, gli vendevo le patate e me ne dimenticavo. La sera, qualche volta vedevo la luce accesa nel suo appartamento di scapolo. Quando mi addormentavo, la sua finestra, che era di fronte alla mia, proiettava ancora un’ombra opaca sulla parete. Roman usciva presto per andare in fabbrica. Prendeva il tram ad un’ora talmente fredda che il ghiaccio non aveva ancora sbrinato dai vetri. Spesso discutevamo di libri. Gli piaceva prestare libri, che è una cosa rara. Mi aveva dato per tre volte da leggere il mio preferito, “Robinson Crusoe”, e mia madre lo aveva avvolto in una copertina di cartone scuro affinché non lo sciupassi. L’occupazione nazista, diceva mia madre, aveva convinto molte persone ad abbandonare le ore buone, di svago, per fare cose utili. Si compilavano liste, si scrivevano lettere, si fabbricavano sacchi di sabbia e si cercava di risparmiare sul cibo per mandare i bambini con le pentole e i piatti nelle case di quelle famiglie che erano rimaste senza un uomo o un ragazzo per lavorare e guadagnare il pane. In genere questa mansione era svolta dalle bambine, ma nel mio isolato le ragazze erano tutte troppo piccole o troppo grandi, perciò restavamo io e Frantisek, del piano terzo. Ricordo Frantisek come un ragazzo svagato, con i calzoni larghi, che non sorrideva mai, e se ne stava spesso ad osservare gli animali nel campo di segale dietro casa. Quando si incontrava con Roman, non si salutavano, ma facevano una specie di fischio, un richiamo come quello per le anatre selvatiche, e si passavano oltre. Frantisek viveva solo con la madre. Il padre era uno dei tanti di cui si erano perse notizie, anche se Frantisek stesso sosteneva di ricevere lettere, ogni tanto. Tutti ricevevamo e scrivevamo lunghe lettere, allora. Ma io ti sto annoiando. Forse vorrai sapere a chi scrivessimo, e che cosa. Scrivevamo con l’idea che qualcuno condividesse i sentimenti, le idee. Volevamo essere certi che le idee e i sentimenti esistessero ancora, e mandare una lettera lontano, ad un amico, ad un parente disperso, con il dubbio segreto che poteva anche non ricevere quelle parole, comunque ci allenava a provare dei sentimenti umani. La guerra cancella i sentimenti, o li relega negli angoli. Noi ci accovacciavamo in quegli angoli a scriverci. Ho sempre pensato che anche i tedeschi lo sapessero, e che sia per questo che sono rimasti uccisi, negli anni dell’occupazione, tanti postini. Pensavano che portassero comunicazioni partigiane? Non credo. Le comunicazioni partigiane avevano i loro binari preferenziali, i corrieri, gli infiltrati. Non era certo alle poste che si dovevano gli assalti o gli attentati. Però, quelle lettere erano la nostra forza segreta. Un popolo ha bisogno di sentirsi unito, solidale, e noi scrivevamo ai vivi e ai morti, indifferentemente. Sapevamo che ci avrebbero ascoltato, anche se la posta non sarebbe arrivata mai. Fai un giro per Praga. Vai alle poste. Ci troverai la lista dei portalettere ammazzati. E’ incredibilmente lunga. E’ inspiegabile. Quegli uomini mettevano in spalla le loro borse e prendevano il tram, o andavano via a piedi: con ogni tempo, col gelo o quando la neve scioglieva. Uscivano presto, sciamavano dall’ufficio in Na Prikope. Persone di tutte le età. Padri di famiglia, ragazzi. Il nostro portalettere, durante l’occupazione, è cambiato almeno tre volte. Puoi dire che si trattava, in fondo, di una mansione statale, che il postino era un pubblico ufficiale ed era un ceco, per questo il tedesco ci faceva il tiro a segno. Ma ti assicuro, più che quegli uomini, volevano colpire le nostre lettere.
(...)Dunque, stiamo divagando e non sono ancora arrivato al punto: come ho conosciuto Baumann.
Baumann non era una figura di richiamo. Molti altri ufficiali nazisti comparivano più di lui. Noi vedevamo i loro nomi sul giornale in lingua tedesca, che era l’unico si trovasse facilmente durante l’occupazione. Non lo leggevamo mai. Lo adoperavamo per fare i pacchi, per tappezzare il pavimento, per assorbire l’acqua dalle pareti umide. Ma, durante queste operazioni, certe lettere e certi nomi saltavano comunque all’occhio. E poi c’erano le voci, che si diffondevano rapidamente per tutta Praga quando uno di loro si spostava da un quartiere all’altro, prendeva residenza in un albergo, o pranzava in un ristorante del centro. Avevo visto passare le loro automobili. Non quelle della truppa. La truppa viaggiava sui camion aperti, con la neve che fioccava sulle giubbe e sui berretti. No. Avevo visto passare quelli come Baumann. In automobili chiuse, coi vetri scuri, con un autista dell’esercito che apriva le portiere. Andavano al comando in Loretanska, comparivano un attimo - il momento in cui dall’auto una scorta li accompagnava nel quartier generale. In quei pochi passi, gli occhi dei praghesi erano loro addosso, anche se pareva che tutti stessero guardando altrove, o che, anzi, fossero voltati.
Il colonnello Heydrich era diventato una leggenda. Una leggenda del male che faceva tremare le vene ai polsi delle mogli e delle madri. Di Baumann, invece, ancora non si sapeva niente. Era arrivato in settembre e aveva firmato delle ordinanze, fra cui quella che stabiliva il coprifuoco. Lo vidi per la prima volta in mezzo ad una folla che correva. Mi ero spinto fino in centro col mio sacco semivuoto, con l’ordine di portare un biglietto al signor Hasek, e il biglietto stava in mezzo alle patate. Non era una novità, che recapitassi messaggi del genere. E il fatto che trovassi o meno il destinatario, dipendeva esclusivamente dal caso. Ma ero un ragazzino vestito male, con i pantaloni rivoltati in fondo, le scarpe grosse da neve e una giacca che era stata di mio padre. Quella giacca mi stava tre volte e in tutto quel vestiario mia madre mi riteneva al sicuro come se avessi avuto una corazza. Ciononostante, raramente mi spediva a Stare Mesto, dove i nazisti giravano in continuazione.
Circolavano a Praga leggende sull’aspetto del tenente Baumann. Alcuni lo dicevano orrendo. Un mostro dell’inferno salito sulla terra. Altri invece ritenevano che avesse l’aspetto di un angelo e il cuore di un demonio. Anzi, che avesse ucciso un angelo del cielo, si fosse impossessato del suo corpo e ci avesse nascosto dentro l’anima di un assassino. Io, come ti ho detto, lo vidi per la prima volta nel mezzo di una folla che correva, e tutto quel che vidi fu una divisa circondata da altre divise grigioverdi.
E il viso, quello era pallido.
Guardava verso di me, questo mi parve. Ma il parapiglia era tale che non ebbi il tempo di giudicare.
Fu sicuramente una mia impressione, quella che Baumann stesse guardando proprio me. Ma ricordai la sua faccia e la descrissi e Frantisek e a Roman.
“Non è un mostro. E’ giovane.” E nei miei sedici anni non trovavo altre parole per spiegare quello che avevo visto. Le parole si aggiungono al nostro dizionario con le nuove esperienze, la nostra maturità ne forgia di adatte. Ero semplicemente troppo immaturo per trovare le frasi giuste per Baumann. Ma il suo viso pallido e contratto entrò a far parte del mio repertorio di immagini, insieme ai santi del Ponte Carlo, alle cupole della chiesa di Tyn, alle facce degli amici, ai vestiti dignitosi e poveri di mia madre e a quel senso scuro di desolazione che aveva avvolto tutta Praga.
Il fatto che mi fosse comparso nella concitazione di un incendio, quando un ordigno era esploso davanti a Peckuv Palac, il quartier generale della Gestapo, mentre la gente fuggiva impazzita per non cadere nella retata che ne sarebbe seguita, lasciò per un anno intero nella mia immaginazione quel volto, insieme ad un punto di domanda che sarebbe stato per il resto della mia vita la risposta ambigua ad un quesito sul bene e sul male.
Capitolo 2. Roman, mia madre e mio padre
In primavera si seppe dal fronte che mio padre era morto. Vegliai a lungo mia madre, che non piangeva e non parlava, semplicemente dormiva per lunghe giornate, lasciando la casa in un abbandono misterioso e grigio. Non avevo mai visto i piatti dimenticati nel lavello, le montagne di vestiti e biancheria nel bagno, il letto costantemente sfatto e vuoto. Era il mio letto, che giorno dopo giorno diventava una belva acquattata in fondo alla stanza. Mi abituai a dormire su una poltrona accanto a mia madre, a leggerle di sera lunghi brani di “Robinson Crusoe”, come lei aveva fatto con me quando ero piccolo, per divertirmi prima del sonno. Cercavo di risvegliarla alla vita, e, proprio come nelle favole, risvegliarla era impossibile, o forse ci voleva la pozione magica che io non avevo.
La vidi a poco a poco perdere il sorriso, smettere di uscire sul pianerottolo a parlare con la vicina, lasciar andare me e gli altri come se non fossimo più parte del suo mondo. Cominciai in quei mesi a frequentare più assiduamente l’appartamento di Roman Rosenthal e a capire in che modo viveva. I primi tempi, mi affacciavo timidamente a sera tardi a guardare la sua finestra, in ore in cui da tempo, se mia madre fosse stata presente a se stessa, mi avrebbe invitato ad andare a letto. Alle undici o a mezzanotte, Roman leggeva chino sulla scrivana, rischiarando le pagine con una lampada di metallo che sembrava quella di un ufficio del catasto.
Imparai nei mesi dal mio amico adulto che cosa significa essere solo. Vivevamo attorno alla scrivania e al letto sfatto, era come passare da una casa abbandonata ad un’altra. I muri riverberavano fino a notte alta delle nostre parole. Ci appassionavano Verne, Wells e altri scrittori che avevano creato un loro mondo lontano da quello quotidiano. Soltanto dopo mesi, Roman mi chiese di Baumann. La frase con la quale iniziò quel discorso me la ricordo ancora. Stavamo scaldando del latte. Era ricavato da una busta di latte in polvere di cui qualcuno aveva trovato una partita intera prima che fosse smistata nella mensa di qualche ospedale. Roman diluiva con attenzione il latte nell’acqua bollente. Adoperava per questo un cucchiaio con metà manico, che produceva un suono gradevole sul pentolino. Mentre versava disse:
“Mi hanno detto che hai visto in faccia Baumann.”
“L’ho visto.” confermai.
“Te lo ricorderesti? Sono pochissimi, in città, che abbiano un’idea chiara del suo viso.”
“Se lo rivedessi.” dissi indifferente, pregustando il sapore del latte zuccherato.
Roman mi mise davanti la tazza fumante:
“E se fosse vestito diversamente, senza uniforme, senza visiera sugli occhi?”
“Non lo so.” risposi sinceramente. Non capivo che cosa stesse progettando Roman, ma intuivo che doveva far parte di uno dei gruppi di resistenza che brulicavano dietro le finestre di case e di fabbriche, in ogni quartiere dove fossero rimasti degli uomini e persino là dove non ce n’erano più, tanti ne aveva fagocitati il Moloch della guerra.
“Ero in mezzo alla gente che correva, dopo la bomba sulla piazza.”
“Quella di due giorni fa?”
“Quella. Non ha fatto molti danni, ma è scoppiata quando sono arrivati i tedeschi.”
“Era circa mezzogiorno.”
“Circa.”
Il viso di Roman si era fatto affilato, il suo sguardo era come annerito dalle pupille dilatate. Capii che provava un’emozione simile all’odio o alla paura, e che il comprimerla gli costava fatica. Ma mi parlava con voce pacata, e intuii che lo faceva per non spaventarmi o suscitare sospetti.
Trascorse qualche mese. Fatti nuovi avvennero in fabbrica e Roman cambiò i suoi orari. Adesso usciva più tardi di mattina, ma tornava a notte alta. Le nostre chiacchierate serali si interruppero bruscamente, ma in compenso mia madre ritrovò sè stessa. Cenavamo in cucina, dicendo poche parole. Un vapore caldo appannava i vetri e la minestra povera e acquosa fumava nel piatto. Cercavo di riordinare la casa, di tenere le nostre poche cose al loro posto e di creare un ambiente piacevole. Un giorno incontrai una vecchia per strada che vendeva piume di pavone a mazzi, come fossero fiori. Ne comprai qualcuna, che sistemai in un vaso nell’ingresso. Fu una gioia per mia madre, che non fece che lodarmi quella sera. Notai che aveva ancora bei capelli scuri, che il sorriso le si era approfondito in una sorta di pudore triste, e che le mani, con l’inattività, si erano fatte più belle.
“Un giorno ti racconterò di tuo padre. Di quando era giovane. “disse con gli occhi lucidi, in uno slancio di nostalgia. Avrebbe voluto farlo rivivere. Forse sperava che io, ascoltando quei fatti, imparassi da lui, che fisicamente era stato tanto diverso da me, ma che, nel cuore, mi assomigliava.
Nei giorni seguenti portammo la zuppa a due o tre inquilini anziani, lavammo una quantità di biancheria e parlammo dei tedeschi. Era il passatempo nazionale. Non c’era persona a Praga che non parlasse dei tedeschi. Era per esorcizzarli, o forse per placarli, o per essere sicuri di sapere tutto al riguardo della persona che ti avrebbe ucciso. Io avevo visto le vetrate colorate della casa sulla Kaprova. Mia madre mi ci aveva portato apposta quando ero piccolo. C‘erano uccelli sospesi in volo, grandi alberi intricati e volti di donne dalle labbra rosse. Pensavo che il Paradiso fosse qualcosa del genere, e mi esercitavo a immaginare, quando sarei morto, di poter camminare fino alla Kaprova per entrare in cielo. Mio padre aveva certamente avuto un posto del genere dove andare, quando era morto. Anche se certamente la strada che deve percorrere l’anima di un soldato lontano da casa è molto lunga.
Quando stavo sdraiato con gli occhi chiusi, prima di dormire, cercavo di figurarmi con gli occhi della mente tutte le soste di quel percorso: pietre miliari, alberi, lapidi, chiese, che costituivano gli appigli lungo i quali si inerpicava l’anima di mio padre per tornare. All’inizio era tutto luminoso e colorato, e si vedevano anche i fiumi, e i ponti, e quasi ogni foglia di siepe e ogni fosso, poi tutto si faceva sfocato e il paesaggio da Smichov a Praga – proprio gli ultimi chilometri - diventava una sorta di serpente grigio che si snodava perdendosi in mille rivoli. Lottavo allora col sonno per ricostruire ogni millesimo del tragitto, ma un confuso mondo onirico mi vinceva, e mi addormentavo con una oscura sensazione di colpevolezza.
Roman lo vedevo dalla finestra, una sagoma scura infagottata nella notte che precede l’alba, quando mi svegliavo per accendere il boiler e rimettermi nel caldo delle coperte. Sembrava un corvo nero nella neve, la nebbia lo rifletteva e lo inghiottiva, e tramandava la sua ombra ai cancelli dei giardini e alle distese di mattoni e di malta sul terreno brullo in costruzione.
“Quell’uomo ha un dolore segreto.” diceva mia madre quando le raccontavo di Roman. “E’ giovane, ma è troppo serio. Tutte le persone con un dolore si comportano in quel modo.”
“Forse sta nella resistenza.” azzardai. La parola resistenza pronunciata dalla mia voce adolescente fece paura a mia madre, che s’incupì e disse: “ Tu lascia perdere queste storie. La guerra è la guerra. A morire bastano quelli sul fronte.”
Le strade erano piene di gente che camminava. Vedevo le loro spalle, il loro viso, i loro cappotti. Sapevo che in mezzo a loro c’era qualcuno con dei documenti, con delle lettere, forse con dell’esplosivo: la mia testa era piena della voce di Roman che leggeva Verne. Roman era ebreo. Per noi cechi questo significava che qualcuno sarebbe morto perdendo di più di quanto stavamo perdendo noi. Eravamo abituati e vederli perdere. Il Ghetto a Praga era stato istituito nel XIII secolo. Ferdinando I, verso il 1550, aveva addirittura minacciato di cacciare tutti i cittadini israeliti dalla Boemia. Dopo la felice parentesi del regno di Rodolfo II, quando la loro comunità sembrava essersi ristabilita, e addirittura guadagnata un posto nella storia ceca per averci appoggiato nella guerra contro gli Svedesi, erano stati scacciati davvero, ma poi riammessi, quando l’economia aveva preso a languire. Senza un motivo che non fosse “l’ impulso inarrestabile della modernità”, tra il 1893 ed il 1910, il Ghetto era stato smantellato. Al posto delle vecchie case era stata creata un’arteria elegante che si chiamava Parizka Trida. Una di quelle vie larghe e salubri che facevano di Praga una capitale mitteleuropea. Anche di Jozefow, il quartiere ebraico di casupole che crescevano e si affastellavano come funghi attorno alle sinagoghe, nell’insieme era rimasto poco. Edifici nuovi avevano sostituito le vecchie case, le stradette erano state asfaltate, e il progresso aveva chiesto l’ennesimo sacrificio.
Lo aveva chiesto agli ebrei per il fatto che erano più deboli di noi, o per il motivo che erano meno amati?
Roman era sempre più spesso assente da casa, e i miei discorsi con mia madre trovavano sempre più vie strane, vicine ai concetti di lotta, guerra, armi e divise tedesche. Sapevo che quegli argomenti la disturbavano, e quando capii che non voleva o non poteva dirmi di più, andai da Frantisek e gli chiesi quello che sapeva sulla resistenza.
Frantisek era un ragazzo allampanato, troppo magro e troppo infantile per la sua età. Aveva compiuto diciassette anni ma ne dimostrava quindici, e nel quartiere, nonostante fossi più giovane, ero considerato io il più forte nei giochi e il più abile a trattare di soldi o di mercanzie. La madre di Frantisek mi raccomandava di portarlo con me, dato che facilmente si distraeva e bighellonava, dimenticandosi le commissioni e perdendosi gli spiccioli che aveva in tasca. Li spendeva, a volte, per il miglio e il grano che metteva nelle cassette degli uccelli sparse sugli alberi del vicinato. Frantisek aveva una passione per i volatili. A casa aveva un libro illustrato che riportava la figura di ogni uccello che si possa immaginare.
Le ali spiegate, erano ritratti in volo, oppure su fioriti rami di ciliegio e in nidi ben intrecciati. Alcuni non si sarebbero mai visti nel nostro clima, altri li riconoscevo facilmente, per averli osservati becchettare le briciole sul davanzale delle mie finestre.
“Frantisek, Roman è nella resistenza? In qualche gruppo legato all’esercito o alla cospirazione nelle fabbriche?”
Frantisek alzava le spalle. Mi faceva quel viso lungo e vago che aveva imparato nelle sue passeggiate solitarie, e sembrava più pallido e indifeso che mai. A Frantisek questo genere di domande interessava quanto i giornali che qualche volta recapitava, senza leggerli mai.
“Mi regala il fil di ferro, qualche volta, per fare i nidi artificiali.” mi rispose, e poi aggiunse, con un sorriso dolce come quello che aveva avuto sua madre quando era incinta del bambino morto “Ma se lo fosse, voglio dire, se ci stesse in mezzo, non lo direbbe mica a te.”
“Io starei zitto, e tu?” dissi con impeto a Frantisek.
Frantisek alzò le spalle, come per far capire che zitto ci stava sempre. Trovavo le sue impronte nella neve in quel campo di patate e cavoli dietro casa che d’inverno era silente come un cielo gelato.
Spesso ci si trovavano, poco lontano, i segni appuntiti delle zampette di un ciuffolo o di un corvo.
Capitolo 3. Loretanske Namesti
Baumann, dicevano i più, era giovane ed efferato, e dai resoconti dei prigionieri si capiva che dava del filo da torcere ai propri subordinati, ma soprattutto ai propri superiori. Si era sparsa a Praga come un incendio la fama della sua crudeltà, che in un attimo aveva eclissato quella degli aguzzini precedenti, ma soprattutto si era diffusa la voce secondo la quale non fosse sul fronte ceco per caso. Baumann, dicevano, cercava una persona a Praga. Se fosse un tedesco, un parente, o un nemico non risultava.
Questa diceria aveva messo il terrore a molti. Un terrore che io non capivo. Le camionette tedesche passavano per le nostre strade come lampi, alzando spruzzi di fango e neve, e finché trascorrevano senza fermarsi era un bene. A volte frenavano di colpo davanti ad una casa, e in quella casa tutte le luci si spegnevano. La gente si buttava negli angoli, sulle scale, nelle cantine, e nel frastuono di grida che seguiva si riconosceva il rumore del primo cerchio dell’inferno. Ma noi abitavamo ai margini, e quel che succedeva nei palazzi storici, nel quartiere ebraico, a Stare Mesto, ci arrivava come il resoconto di un’esplosione, o di una calamità naturale.
“Stai lontano.” Era quanto mi dicevano, ma il viso bello e contratto di Baumann mi si era stampato in mente e aveva piantato unghie nel mio cuore, specialmente dopo che Roman mi aveva posto tutta quella serie di dissimulate domande. Volevo saperne di più, ero avido di particolari, e per questo dovevo avvicinarmi.
Il mio giro con le patate non mi portava distante da casa, ed era un lavoro che mi toccava ogni giorno con regolarità: un contadino ci portava i sacchi, ben nascosti sotto grandi teli, e li scaricava di sabato notte in una rimessa che mio padre aveva adoperato prima della guerra come laboratorio per la riparazione delle biciclette. Decisi di cominciare a deviare dal mio percorso di almeno qualche isolato, per avvicinarmi al centro città. Per questo di domenica mettevo da parte gli spiccioli della colazione e di sabato quelli per il giornale, risparmio che mi consentiva, di lunedì, di prendere il tram in direzione di via Ritirska, dove scendevo alla fine del mio giro. Mi capitava, a volte, di non aver smaltito tutta la mia mercanzia, ma in genere arrivavo fin là con le spalle libere e l’anima curiosa, aperta e vigile. In via Skorepka c’era spesso un gruppo di uomini che spalava la neve. Vedevo le loro spalle chine e un vapore che si levava dal rigagnoli. Le camionette tedesche rallentavano per vederli lavorare: si aveva l’impressione che volessero controllare tutta la città nel corpo di quegli uomini massicci che si davano da fare, e che ne misurassero la muscolatura e lo sforzo come si fa con gli animali. I passanti acceleravano l’andatura, avvertiti all’orecchio da una voce invisibile. Io, invece, rallentavo il passo. Mi riflettevo nelle vetrine e vedevo un ragazzo scialbo e biondo, infagottato nei vestiti troppo grandi, che camminava con le mani nascoste, e mi affrettavo ad estrarre le mani dalle tasche, come mi aveva detto Roman, anche se non capivo che cosa mai avrei potuto tenerci, in quelle tasche sfondate.
Una volta soltanto fui fermato, e un passante intervenne per difendermi. Era un uomo anziano, forse un professore di scuola, che parlava tedesco a scatti, come una bambola. Redarguì l’ufficiale che mi teneva una mano sulla spalla e poi mi disse: “Tornatene a casa e stai lontano dalle strade grandi. I vicoli, figliolo.
E mettiti i pantaloni corti.”
Imparai che per muoversi in certe parti della città occorreva un documento, poi andai da Roman. Riuscii a trovarlo soltanto a notte alta, sgattaiolando fuori di casa senza farmi udire da mia madre e svegliando il portiere che dormiva all’interno uno. Roman aveva un pigiama felpato che indossava normalmente per vivere in casa. Mi ero abituato a considerarlo la sua uniforme privata e non mi stupivo di vederlo bussare ai vicini in quella tenuta. Quando suonai, udii all’interno il ribollire del tè nel pentolino. Era un rumore talmente familiare che l’avrei riconosciuto anche nel vociare pieno del giorno, ma in quel silenzio notturno era la firma di Roman sul mio immaginario. Stetti immobile per un attimo davanti alla porta. L’odore della casa, un misto di cavoli e carne bollita, mi salì dolcemente al naso e alla testa. Si mangiava poco, mai abbastanza, a quei tempi, e la carne era servita con parsimonia alla mensa della fabbrica. Di lì il cuoco smistava gli avanzi fra qualche amico e conoscente. Roman sorrideva quando vedeva la mia espressione volpina davanti ai suoi piatti di knedliky.
Il respiro di Roman aveva riempito la stanza. Mi aprì insonnolito.
“Entra.” disse “Stavo proprio pensando a te. Tu, ultimamente ti stai facendo vedere troppo in giro.”
Arrossii.
“Wanda me l’ha detto, che ciondoli per Ve Smeckach senza motivo. Che cosa stai cercando, di farti prendere in una retata? Sei già abbastanza grande affinché ti mettano dentro. E quando ti prendono senza una causa precisa, che ti caccino fuori di galera è ancora più difficile, dato che devono trovarsi una ragione.”
Mi lasciai cadere sulla seggiola della cucina. C’era un vapore caldo per la casa, come se il bricco avesse diffuso l’odore gentile del tè per ogni dove.
“Ho ripensato a quelle domande che mi hai fatto su Baumann.” dissi.
Roman si accigliò:
“Non ti ho fatto domande su Baumann. Ho soltanto pensato che ti avesse fatto impressione vederlo, e perciò, per calmarti, ti ho parlato di lui. Si sa poco di quello che fa, ma quello che non si sa forse è ancora peggio del noto. Ti consiglio, se mai ti capitasse di incontrarlo di nuovo, di mettere fra te e Baumann quanto più spazio possibile. E di evitare di parlare di lui con chicchessia. Certe voci girano, e i tedeschi hanno i loro informatori.”
Stemmo fino a tarda notte intorno alle tazze livide del tè. Non c’erano biscotti, non c’erano dolci, soltanto quel fondo amaro della bevanda che occhieggiava, e il disordine familiare della cucina di Roman.
Il giorno dopo ero nei pressi di Loretanske Namesti e passai davanti al comando delle SS. Lo feci deliberatamente. Volevo dimostrare a me stesso che non avevo paura. Ma non alzai gli occhi alle finestre.
Il caseggiato era cupo, uno dei palazzi più antichi di Praga. Era stato per molto tempo la residenza di un anziano nobile signore che aveva donato al comune una biblioteca ingente, con volumi miniati e incunaboli. Si diceva che i tedeschi vi avessero stabilito il loro quartier generale a causa delle belle vetrate liberty, ma in realtà si poteva meglio pensare che ci fosse una visuale quasi illimitata sulla città vecchia, sui tetti, le banderuole segnavento e le strade scoscese che conducevano a Hradcany. Non vidi movimento davanti all’ingresso e non mi trattenni a osservare la piazza per più di qualche istante. Abbastanza per accorgermi che i praghesi evitavano deliberatamente quel sito e che anche di tedeschi non c’era traccia. Era come se il vecchio palazzo si fosse ritratto in sé stesso come un granchio, e adesso mostrasse a tutti una muta corazza vuota. Mi fermai in un portico di chiesa poco distante. Avevo il respiro corto e le guance in fiamme. La neve specchiava morbida la mia ombra e un carretto in una viuzza adiacente vendeva frutta. Con gli spiccioli che avevo in tasca comprai delle mele. Le lucidai attentamente con la manica, le misi in tasca e alzai gli occhi al campanile: erano le undici. Mia madre mi aspettava per mezzogiorno. Con una gioia infantile, presi il primo tram e tornai verso casa. Avevo l’impressione di essere sfuggito ad un terribile pericolo.
Capitolo 4. La guerra e la neve
Avevo sedici anni e la guerra era all’inizio. Quando ne compii diciannove era il 1941, e la guerra andava avanti ormai da tanto tempo che pareva avessimo sempre vissuto coi sacchi di sabbia sulle finestre. Mi trovai, allora, ad affrontare il pericolo cui quel giorno dei miei sedici anni ero sfuggito. Mi trovavo in un paesino fuori Praga. Mia madre era morta di polmonite un anno prima, Roman era diventato mio compagno di camera, e stavo portando una batteria per il motore di un mezzo partigiano in un’autofficina sepolta fra gli alberi, vicino ad un canneto. Non era un compito particolarmente pericoloso, se non incontravi gente curiosa. Potevi comunque dire che la tua auto si era rotta, che cercavi un passaggio, che venivi da fuori.
Il vero problema erano gli ultimi cento o duecento metri nei pressi dell’autorimessa. La neve era alta, gli alberi pesanti del carico bianco, corvi grigi e neri aspettavano sul sentiero gracchiando. Avevo scarpe solide, un giubbotto caldo, e camminavo con le mani in tasca, equilibrando uno zaino col mio prezioso peso sulla schiena. La batteria era stata staccata da un autoblindo tedesco rovesciato sulla carreggiata dopo un bombardamento. Respiravo l’alito fresco della neve, il cuore mi batteva a ritmo lento e il viso era appena arrossato dal freddo nell’aria limpida di novembre. Il suono dei passi era attutito, la sensazione del camminare gradevole come dopo un risveglio. Ero in vista del fiume. Avevo intenzione di costeggiarlo per qualche centinaio di metri, quando vidi il drappello. Le uniformi erano grigioverdi, gli uomini pochi ma bene armati. Mi gettai nel folto dei rovi accanto al sentiero e udii le loro grida. Erano grida di uomini in caccia. Li eccitava il fatto che fossi solo e che ci trovassimo in aperta campagna. Non potevo cercare più il mio obiettivo, li avrei condotti là in un istante.
In questi casi, se c’e’ un bosco si comincia a correre all’impazzata in mezzo agli alberi, e se c’è un fiume ci si getta. Tu pensi che io esageri, che il racconto di queste mie imprese sia inventato. Oppure lo trovi strano, dato che la guerra non l’hai vissuta. Non c’era di bello in quella lotta che l’amore per la nostra terra. Tutto il resto era fatica, violenza, astuzia, disperazione. Neanche più l’odio ci riscaldava, e comunque l’odio dà cattivi consigli. Mente fredda e pulita, ci vuole, e precisione. E’ come essere lanciati in mezzo a un prato scoperto sul quale piovono sassi. Si tenta di arrivare in fretta dall’altro lato. Anche se non se ne vede l’orizzonte.
Stavo fra le spine e gli arbusti secchi. Aspettavo. La neve cominciava a fioccarmi intorno finissima, i soldati tedeschi sull’altro versante del fosso puntavano i binocoli nella mia direzione. Ero sicuro che mi avessero visto chiaramente. Ogni mossa poteva costarmi la vita, e rimanere fermo significava farmi stanare. In quel momento pensai a Roman. A che cosa avrebbe fatto Roman al posto mio, e presi una decisione: interrai, scavando come un forsennato, lo zaino nella neve, spazzai via le impronte coi rami, e riuscii, graffiandomi fra quei rovi, a spostarmi di parecchi metri dal punto in cui avevo nascosto il mio carico. Poi alzai le mani e cominciai a correre verso i tedeschi urlando a squarciagola che mi arrendevo, di non sparare. Durante quella corsa pazza mi votai l’anima al cielo. Invocai mia madre, Frantisek, gli amici, mio padre morto sul campo, le due o tre ragazze che avevo amato. Affinché fermassero il moto subitaneo del dito sul grilletto, quel gesto semplice e immediato, automatico, che mi avrebbe spacciato. I tedeschi fecero qualcosa che non mi aspettavo: risero. Ma continuarono a tenere la guardia alta. Eravamo ad una cinquantina di metri, soltanto il fosso ci divideva.
“Stavo cagando!” gridai. E mi fermai. Tutto il corpo mi sussultava dalla corsa e dalla paura. Quando il primo di loro venne abbastanza vicino da toccarmi, fu come una liberazione. Adesso tu dirai che mi aspettava un destino peggiore. Ma un uomo solo e disarmato in campagna non è necessariamente un partigiano.
Fui caricato su una camionetta che si trovava sulla statale. Per arrivarci camminammo attraverso una landa brulla che mi fece rabbrividire il cuore. I tedeschi stavano dietro di me, io li precedevo con le mani in testa. Ricordavo quanto sapevo sugli interrogatori della Gestapo, immaginavo che avrei saputo tacere. Viaggiammo sballottati da un autista veloce. La campagna scorreva: mi facevo forte dell’idea che ogni albero, ogni cespuglio, ogni manciata della terra erano miei, che mio padre non aveva percorso invano il suo cammino per la strada lunga che avevo sognato, e teneva una mano sulla mia spalla. Ma il freddo e il terrore erano più forti della ragione: battevo i denti e, quando sentivo le forze abbandonarmi, pregavo.
Ci fermammo davanti a quel Cerninski Palac che era stato per me un enigma di silenzio. Discesi incerto sulle gambe e fui scortato al secondo piano. Lì c’erano le celle, di cui i tedeschi avevano oscurato le finestre con lastre di piombo. Tutti a Praga sapevano a che cosa quei vani isolati dovessero servire. I graffiti sulle pareti dicevano tutto. Erano addii. Fu per puro caso, mentre mi gettavano all’interno, che vidi Baumann.
“Baumann!” gridai. Forse volevo svegliarmi da un incubo di disperazione, e ascoltare il mio proprio grido mi consolò. Mi aspettavo che mi colpissero, invece, Baumann alzò lo sguardo su di me, e poi la mano destra. I miei sgherri si fermarono. Rimanemmo tutti immobili come statue. Era impossibile che ricordasse la mia faccia di sedicenne. Il viso di un ragazzino in mezzo alla gente. Ma io volevo un miracolo. Si avvicinò, disse qualcosa agli uomini e andò via. Vidi le sue spalle condannarmi nella luce fioca di un lungo corridoio. Poi stetti ad aspettare. Era sera quando un soldato mi ordinò di uscire e di seguirlo. Andammo per scale graziose e decorate, in quel palazzo nobiliare che era stato l’anima colta della città. Su fino ad un salone in cui c’erano carte geografiche, un camino acceso, le finestre spalancate sulla neve che fioccava, e un tavolo dalle gambe dorate che pareva pronto a camminare via. Baumann stava in piedi dietro quel tavolo. Indossava un’uniforme grigia, era senza berretto e quando mi vide sedette senza guardarmi in faccia. Fece segno di lasciarci soli, poi prese a scrivere su di un registro. Trascorse in questo modo circa un quarto d’ora. Nella stanza c’era un freddo tale che ripresi a battere i denti e mi chiesi a che servisse quel fuoco, con le finestre aperte sul gelo.
“Volevi visitare questo palazzo.” mi disse con un forte accento tedesco senza alzare gli occhi “Adesso ci sei. Eccoti.”
C’era stata una donna. Una donna cui avevo confessato la mia curiosità per Baumann. Lavorava in una mensa pubblica, aveva un grembiule pulito e capelli biondi. Un viso da liceale. Ora le parole sussurrate al suo orecchio mi scottavano come ferri roventi. Ogni risata, ogni scherzo in quel letto disordinato. Non sapeva niente degli altri. Ma sapeva abbastanza di me. Mi chiesi in un fulmine scuro che cosa esattamente le avessi detto. Era ormai trascorso almeno un anno.
Non sapevo che cosa rispondere, e tacqui. Baumann mise finalmente gli occhi su di me. Erano chiari, determinati, un tocco caldo-freddo che mi ricordò qualcosa. Mio padre aveva avuto occhi grigi: ci avevo letto, per anni, l’onestà. Questi occhi erano distanti millenni da quelli di mio padre, eppure mi erano, in qualche modo, altrettanto familiari.
Un amico, quando tornai a casa, mi disse che gli occhi della nostra morte ci sono noti. Li vediamo per tutta la vita, come un presagio. E in genere li amiamo, dato che la morte è amica dei combattenti.
“Anche di quelli timidi?” avevo chiesto.
“Soprattutto.” mi aveva risposto.
Dunque, Baumann mi guardò. Aspettava che dicessi qualcosa. Forse che cercassi di scagionarmi. La prima cosa che mi venne in mente fu: “Di che cosa sono accusato?”
Vidi un lampo di rabbia trascorrere sul suo viso:
“Sedizione. Resistenza. Alto tradimento. E furto.”
Fu quell’ultima accusa a farmi capire che il generatore era stato trovato. Poi sorrise. Un sorriso da predatore, che me lo fece apparire ancora più terribile.
“Il motivo per il quale mi ha convocato qui?” dissi.
“Diciamo che vorrei sapere qualcosa che mi interessa. Tu conosci un ebreo praghese. Un certo Rosenthal.”
Fu come se un coltello mi venisse conficcato in cuore. Credo che vacillai. Era impossibile che potessi dissimulare quel dolore.
“No.” risposi, prima ancora che il pensiero di quella negazione si formulasse.
Baumann scattò in piedi con un tale impeto che il tavolo di fronte a lui quasi si rovesciò.
“Non sono qui per fare giochi.” disse, mettendomi un foglio sotto gli occhi “Questo pezzo di carta ha il potere di farti vivere o morire. E del resto non sto cercando Rosenthal per arrestarlo. Diciamo che si tratta di un interesse personale. E molto urgente.”
Eravamo uno di fronte all’altro, quasi testa a testa. Baumann era di qualche centimetro più alto di me, e avvertivo in lui una carica di rabbia che mi avrebbe soverchiato in qualunque corpo a corpo. Inspirai profondamente, cercai una soluzione, l’unica che trovai fu la finestra. Eravamo al terzo piano. Forse la neve avrebbe attutito il colpo. Non c’era da aspettare: mi slanciai. Ero ad un passo, quando tutto il peso del corpo di Baumann mi fu addosso. Rotolammo in una specie di abbraccio. Cadendo con la faccia a terra, ebbi un solo pensiero: non aveva gridato, non aveva chiamato gente. Ero sicuro che fuori della porta ci fossero almeno due uomini di guardia. Mentre respiravo affannosamente l’odore della polvere, del fuoco e della divisa tedesca, pressato alla gola dal braccio piegato di Baumann e costretto a terra dal suo ginocchio, vidi di nuovo il pallore e la determinazione sul suo viso. Un movente selvaggio che non era la causa del Reich.
“Voglio sapere tutto.” dissi.
Allora pensavo che fosse possibile ascoltare da un uomo tutta la verità, senza infingimenti, come un vaso pieno d’acqua che si rovesci in un altro vaso. Che si potessero capire i moventi che scattano in un altro. Con gli anni imparai che questo non è possibile. Baumann si alzò, mi spinse in avanti col calcio della pistola e mi mise di fronte al camino acceso. Aveva il viso stravolto dalla recente lotta e mi accorsi che il suo labbro superiore sanguinava. Io ero ridotto peggio, ma non avevo ricevuto colpi al viso e tentai di dissimulare il dolore che mi lancinava le spalle e il petto.
“Sto cercando una donna, non il tuo camerade.” disse, col riflesso delle fiamme negli occhi “Posso garantirti l’immunità di Rosenthal per tutta la durata dell’occupazione, se non si mette spontaneamente nei guai. A patto che tu mi combini un incontro.”
Mi arrivavano ondate di dolore che il fuoco trasformava lentamente in pace. Ero intontito dalla dolcezza di essere vivo. “Come posso fidarmi?” dissi.
Baumann ebbe di nuovo uno di quei suoi sorrisi. “Fidati.” disse. “Non puoi fare altrimenti.”
La casa che risultava come ultima residenza anagrafica di Roman Rosenthal si trovava nella vecchia Praga. Era vicino alla piazza di Stare Mesto, la raggiungevano i rintocchi di tutti gli orologi. Il più vicino era l’orologio astrologico di maestro Mikulas di Kadane, con i cerchi dorati delle costellazioni, le figure della morte, dell’avidità, della vanità e dell’invasione dei pagani a minacciare, quelle dell’angelo e dei saggi a proteggere. Si sarebbe potuto svolgere in quell’orologio un carosello di tutti i dominatori di Praga ad uno ad uno, i vari Rodolfi, Francesco Giuseppe, Hitler. Imperatori e re il cui tempo si assottigliava come sabbia in una clessidra: ad ogni giro di lancette, un cerchio di fuoco e distruzione che svaniva.
Dalla casa di Rosenthal si vedeva quel tripudio di potere, morte e santità ora dopo ora. La parte esterna del palazzo era istoriata con una serie di figure femminili bianche su fondo nero: erano ninfe vestite di tuniche che formavano un corteo coronato dal fluire di lunghi capelli.
All’interno, i soffitti erano alti e la casa spaziosa. Una stufa di maiolica del secolo diciannovesimo stava in un angolo, utilizzata soltanto durante le gelate. Il mobilio era sobrio, alle pareti c’erano quadri che Roman aveva acquistato dai giovani artisti più promettenti di Praga. Il suo preferito rappresentava un giocoliere che faceva volare in aria, sopra il cilindro, un mazzo di carte. Si trattava di un’ombra, la sfumatura di un gioco, ma a Katrina piaceva molto. Lo aveva sistemato dietro il divano, dove prendeva luce piena dalla finestra. Roman tornava volentieri in quella casa. Era appartenuta ad uno zio merciaio che aveva accumulato soldi senza avere eredi, ma non aveva mai voluto trasferirsi a Praga dalla campagna. Da lui Roman aveva ereditato il gusto per il buon tabacco e per lo scherzo di parole. Naturalmente non sperava di abitare in quella casa fino alla fine della vita. Le vicende del quartiere di Jozefow gli avevano insegnato che ad un ebreo non si concede residenza stabile. Però, sperava.
Per molti anni questa speranza s’incarnò nell’amore di Katrina per quel quartiere. Nella sua abitudine di fermarsi davanti ai negozi più del tempo necessario, di scegliere i porri e le patate per le minestre con distratta lentezza, di sedersi sulle panchine come avesse improvvisamente male ai piedi. Roman la vedeva tornare con il viso arrossato e pochi spiccioli rimasti in tasca. L’abbracciava sulla porta, sollevandola di un palmo da terra, sentendo la fragilità delle ossa sotto il vestito. Il respiro tranquillo di Katrina era per Roman il respiro stesso della Città Vecchia, dei suoi bugigattoli e delle sue vetrine pretenziose, delle stradette involute, delle birrerie ad ogni angolo. La vita di Roman trascorreva come in sogno, trovava alimento nei capricci della moglie, nelle sue smorfie allo specchio dell’ingresso e nelle nevicate che chiamavano i ciuffoli ai davanzali delle finestre. Roman usciva con la cartella impiegatizia, trovava liso e confortevole il completo grigio, e le maniche appoggiate sulla scrivania avevano il dono di fargli venire in mente le parole giuste. Fino al momento in cui la guerra gli portò via Katrina, la casa e l’ultimo paio di scarpe di vernice.
La famiglia di Katrina era molto ricca, ed era una delle famiglie ebree più antiche di Praga. Ma certe speculazioni, negli anni Trenta, avevano convinto il padre ad appoggiarsi alle industrie del fratello, un uomo che aveva contatti frequenti con l’Austria e la Germania e che si occupava di stoffe. L’amicizia fra gli ebrei e le stoffe è antichissima. Alcuni sostengono che risalga al giorno in cui Adamo ed Eva ebbero confezionati degli abiti finissimi che aderivano al corpo come pelle e che furono loro tolti quando abbandonarono l’Eden. Si trattava, secondo alcuni, semplicemente dello splendore ultraterreno dei loro corpi, secondo altri dello stesso materiale usato per confezionare le tuniche degli angeli. Katrina sapeva distinguere il gabardin dalla lana pettinata, il satin dalla seta cinese e il raso dal nabuk. Non c’era mistero di trame e fili che non avesse svelato attraverso le spiegazioni noiose e dettagliate dello zio durante l’infanzia. Aggirandosi per i negozi e le botteghe di Praga, accarezzava i vestiti come fossero cuccioli. Non acquistava scampoli né pezze, non cuciva mai su quelle macchine di ferro che la Singer cominciava a produrre e che si erano diffuse nelle case benestanti della città. Aveva una vecchia scatola di latta in cui teneva gli aghi e i fili in treccia e cuciva soltanto se pioveva, accanto al lume, con le gambe accavallate e i capelli che spiovevano sul viso. A Roman piaceva guardarla trinciare il filo con i denti a lavoro finito, o infilare la cruna con occhi intenti. Allora gli pareva che generazioni di donne ebree trovassero casa e riposo nel corpo di sua moglie.
Roman e Katrina si erano sposati da due anni, la casa si era riempita di oggetti: erano stati comprati un lampadario, un tavolo di pino e delle sedie, un letto a baldacchino che sembrava più adatto a climi più caldi. Roman scriveva a lungo nei pomeriggi invernali, e in primavera passeggiava da solo lungo la Vltava. Gli piaceva quella parte del lungofiume che costeggia la casa di Dvorzak, la vista distante sulla collina di Petrin e quel gorgo lento e allegro che si forma nell’acqua davanti all’isola di Kampa. Si voltava a un tratto a guardare il Narodni Divadlo, sfiorava l’ingresso monumentale del Ponte Carlo e tornava verso casa. Quando il fiume gelava e le rive scoscese erano gonfie di neve, stava con gli occhi al cielo grigio e alle guglie. Avvertendo il freddo nei piedi camminava più svelto e pensava a Katrina, a quello che le avrebbe detto sul venditore di stampe, sull’uomo con la bicicletta e su quella curiosa rientranza del fiume che richiamava anche in pieno inverno le anatre. Una sera, in quel percorso usuale, gli capitò di vedere qualcosa di spaventosamente inusuale. Era sull’argine, le luci misteriose di Hradcany splendevano sull’acqua, il cielo invernale si era rischiarato, le stelle vibravano in cielo come grilli e l’aria aveva preso quel sapore di pulito che arriva da un vento oltre le sfere. Lo spazio celeste si era aperto su Praga, pareva che i draghi e le creature alate sulle guglie fossero pronti a muoversi e a ruggire. Era l’ora fatata, quella che scende nella vita di ogni uomo per annunciare il futuro. Roman si sporse e vide un cappello. Un cappello elegante da uomo che galleggiava sull’acqua, sospinto gentilmente dal fiume, troppo al largo per potersi toccare. Quando ti coglie un presagio dovresti esprimere il tuo desiderio. Roman espresse silenziosamente il suo: non separarsi mai da Katrina. Che la sua anima e quella di lei fossero destinate a ritrovarsi sempre. E non si chiese se quello fosse un presagio di morte o di gioia. Ma capì che quel segno era per lui e per lui soltanto: quando Roman e Katrina si erano incontrati, molti anni prima, Roman indossava un cappello come quello.
Capitolo 11. La luna
In alchimia la Luna è il principio femminile. Fra i metalli signoreggia l’argento, fra le piante le canne e quanto cresce con un fusto flessibile. La Luna presiede alle acque, ai frutti della terra, alla crescita. La fecondità delle messi è in parte legata alla Luna, ma sono suoi anche i luoghi innevati, le lepri, le perle. La Luna era il ventre di Bozena che tondeggiava pago sotto un vestitino corto. Tutto quello che so sulla Luna me lo ha spiegato Bozena coi suoi disegni. Semplici tratti nella fanghiglia di un’aia, incisi con un ramoscello secco. Mentre Heydrich moriva, il 27 maggio, colpito da un commando di sette paracadutisti cechi, ferito a morte mentre attraversava in automobile il quartiere di Liben, Bozena mi illustrava le virtù lunari. Aveva casualmente visto il sole al mio collo. Le era bastato un attimo. Quel gioiello splendeva dalla mia camicia sbottonata come il sangue regale rosseggia da una ferita aperta. Da quel momento mi seguì. Non riuscii a liberarmi di lei durante il pranzo, il pomeriggio, la notte. Temevo volesse dormire nel mio letto la sera seguente: Piotr la trascinò via a viva forza. Mi riconosceva, improvvisamente, come un capo, vedeva impressa sulla mia fronte la lettera della sventura.
“Molto male.” disse.
“Allora non sei muta.”
Sorrise di un sorriso completamene ebete. Mi fece il mimo di un uomo che cade fulminato.
Heydrich era governatore di Boemia e Moravia dall’anno precedente. Lo avevano scelto per la sua capacità di soffocare gli scioperi e tutte quelle sedizioni e rivolte clandestine che i cechi sono maestri nell’organizzare dileguandosi come fantasmi. Alla sua morte seguì una repressione senza precedenti. Gli uomini che avevano partecipato all’attentato si chiusero nei sotterranei della chiesa di Cirillo e Metodio, in Nove Mesto. Un ceco, Karel Curda, li tradì. Li stanarono con i getti degli idranti e le bombe. Nell’ultimo istante, per disperazione, si diedero a scavare un tunnel con le unghie per tirarsi fuori di là. Tre furono uccisi, quattro si uccisero per non cadere prigionieri. La rappresaglia spazzò via quanto restava della resistenza di Praga. La mia casa fu devastata più volte. Tutte le stoffe furono strappate, le carte bruciate, le mura intaccate dai colpi. Il carteggio di Roman venne asportato o finì nel fuoco. Dei miei abiti restò una poltiglia fangosa calpestata da cento suole, dei mobili niente. Mi dissero che Frantisek aveva visitato l’appartamento dopo la prima incursione per vedere se si fosse salvato qualcosa, ed era uscito piangente portando via un solo libro. Non riuscii a rintracciarlo fino all’estate.
Imparavo da Bozena che la Luna è donna e il Sole è maschio, che per creare qualunque essere dell’arte alchemica sono necessari insieme, ma è il Sole a governare. Il Sole è un re con la corona in testa. In Alchimia è l’Oro, che nasconde il segreto della Pietra Filosofale. Ma, se si vuole accrescere o diminuire l’effetto di un bene o di un male, bisogna ricorrere alla Luna. La Luna e il Sole sono i due Draghi che rappresentano i Principi. Combattono e si acquietano, si fronteggiano e si rispecchiano.
Cercavo la Luna nel passato dei Maizl, qualcosa che potesse stare al pari con il loro sole raggiante, ma la fonte delle mie cognizioni era Frantisek, chiuso in chissà quale convento di Praga o dei dintorni, intento a tradurre o a leggere testi sacri e preghiere, in mezzo alle teste rasate dei suoi colleghi seminaristi.
Per sottrarmi alle attenzioni assidue di Bozena, Piotr mi fece visitare il podere. Era un terreno coltivato a barbabietole e patate che si stendeva per qualche ettaro. Grandi olmi tranquilli lo costellavano intorno agli stagni. Le mucche, quelle rimaste, pascolavano in riquadri recintati dove spuntavano radi getti di erba medica e avena.
“E’ la coltivazione dell’anno precedente. Alcuni germogli sono risaliti.” spiegò Piotr. Un silenzio gravava fino all’orizzonte, traforato qua e là dall’abbaiare di un cane.
“Ci sono rimasti i vecchi.” disse. “Reggono a stento la falce per mietere. In certi giorni si mettono a letto e non si alzano per i dolori alla schiena. Ma alle mucche e ai maiali ci sanno ancora badare. La campagna è piena di gente superstiziosa. Credono nei santi e nei demoni e mettono il sale sui davanzali, in certe ciotoline di legno.”
La primavera cominciava a profumare, erbette docili e miti spuntavano dappertutto, i rigagnoli si facevano torrenti freschi. Pareva che, sotto i nostri piedi, il cuore secco e spaccato della terra invernale si sciogliesse dolcemente, chiamando a sé i succhi e i raggi tiepidi da un cielo sempre più luminoso.
“Mi piacerebbe abitare qui e avere una moglie come Bozena.” dissi soprappensiero.
“Per il fatto che è muta?” sorrise Piotr.
“Sai” dissi “non credo che sia muta del tutto.”
“Dove hai preso quel gioiello? Bottino di guerra?” ribattè Piotr.
“Non è mio. Appartiene a quella donna. Quella Katrina.”
“Se è ebrea, è improbabile che stia bene come me e te, in questo momento.”
“Ti dirò una cosa: mi sembra ben protetta. C’è un ufficiale delle SS che la cerca notte e giorno.”
“Per farle la festa.” osservò assennatamente Piotr.
“Vorrei che tu mi promettessi una cosa: se mai la vedessi…. se ne dovessi sapere qualcosa, cercami. E se non mi trovassi, fai quanto è in tuo potere per aiutarla.”
“Hanno messo delle taglie sulla gente che aiuta gli ebrei. Pare che agli occhi di un tedesco i loro alleati siano degni di fare la loro stessa fine. Qui in campagna di ebrei non ce n’erano molti. Da voi in città invece…Però, una cosa posso dirti: c’è un rabbino famoso nascosto da queste parti. Molti ci andavano in pellegrinaggio coi malati e i figli scemi. Lui può sapere qualcosa.”
“Mi ci porteresti?”
“Non avevi fretta di andar via con quelle casse?”
“Il mio trasporto arriva domani. Magari, se mi indicassi dov’è…”
“Da te non si farebbe trovare. Ti accompagno. Ma lascia che sia io a spiegarlo a Bozena. Diciamo che fra il rabbino e mia moglie non corre buon sangue. Il meglio che possono fare è ignorarsi.”
Sedemmo a cena davanti a una zuppa di cipolle e rafano. Nel tagliare la verdura Bozena si era ferita a un dito, e mi guardava male. Inzuppai il pane nel brodo, gliene porsi e si voltò. Il suo ventre teso, le belle braccia rotonde e tutto il corpo femminile di Bozena si ritraevano da me con disgusto. Mangiando la osservavo, e tenevo d’occhio la calma controllata di Piotr.
“Domani andiamo all’orto di Oren.” disse. “E tu devi smetterla. Il nostro ospite è stanco di sapere i misteri delle costellazioni.”
Alla parola costellazioni, Bozena prese su la propria scodella vuota e la gettò in faccia a Piotr, che la evitò alzando il braccio. Bozena accese il tovagliolo nel fuoco della stufa e me lo gettò addosso. Prima che potessi capire che succedeva, avevo i calzoni bruciati e un odore di cane aveva invaso la stanza.
“Vattene!” urlò Piotr, alzando una sedia come per difendersi da un animale “Strega!” e aggiunse qualche frase in polacco che fece ridere sguaiatamente la donna. Adesso mi guardava soddisfatta, persino compiaciuta, e si ritirava verso la porta tutta illuminata da un sorriso maligno, stringendosi il ventre con le mani.
“Devi perdonarla.” disse Piotr, tornando a sedersi “A volte si comporta come un cavallo. Dicono “ aggiunse, pulendosi con uno strofinaccio e dando dei colpetti dolorosi sulla mia gamba “che l’abbia allevata una giumenta.”
Mi accompagnò in stanza con il lume. La finestra era aperta e dei grilli gemevano delicatamente nel folto. Mi rivoltai e rivoltai, finché mi accorsi che nel letto c’era qualcosa. Era un osso di vacca. Sembrava una vertebra lombare. Era talmente pulito e lucido che doveva essere stato asportato almeno vent’anni prima. Quando accesi il lume per verificare – e la cosa mi prese parecchio tempo, dato che i cerini nella mia tasca erano umidi - mi accorsi che c’erano incise delle lettere e dei numeri.
“Quell’analfabeta scrive anche troppo bene.” mi dissi. E ficcai l’osso nello zaino preparato per il viaggio del mattino successivo.
Il rabbino Oren abitava in un gregge spaurito di casette in mezzo ad una distesa piatta di campi di granturco. Pareva che il sole su quella piana girasse più lentamente che altrove. Raggiungemmo la frazione minimale di venti o trenta anime costeggiando la ferrovia. Piotr aveva portato delle fette di pane e burro che a Praga sarebbero state considerate una prelibatezza. Le mangiammo in vista del campanile, seduti fra alberi che fremevano sullo sfondo di un cielo gonfio e nuvoloso.
“E’ un chassidim.” disse “Sai cos’è?”
Feci segno di no con la testa.
“Uomini pii. Una specie di congregazione religiosa, formata da un certo Bal Shem Tov. Prendono le cose con semplicità, sono cuori felici. Niente grandi arzigogoli teologici, ma rettitudine e preghiera, in piena letizia. A volte danzano. Oren ha fama di guaritore. C’era, prima della guerra, una yeshivà, una scuola della Torà per i bambini, poi la guerra ha indotto i genitori a tenerli nascosti.”
Ci avvicinavamo attraverso campi. Nuvole grandi e pregne d’acqua incorniciavano i tetti. Non si vedeva movimento in giro, ebbi l’impressione di arrivare in un villaggio fantasma. Gli steccati intorno alle case erano ben costruiti, le verande pulite. Due o tre cagnolini ci corsero fra le gambe. Piotr andò dritto ad una casa col tetto a spiovente che aveva un deposito di legna voluminoso. Lì ciondolava una ragazza con lo scialle che gli fece segno di no e poi di sì. Entrammo. La stanza puzzava da togliere il fiato. Pareva ci avessero abitato per tutto l’inverno cani selvatici e capre. In un angolo c’era ammassato un mucchio di biancheria da lavare e sul tavolo c’erano una dozzina di piatti sporchi che attiravano le mosche. Passammo in una seconda stanza. Era un bagno abbastanza pulito in cui facevano mostra di sé un catino a fiori e una grande vasca di ceramica. Tendine bianche alle finestre nascondevano la vista dell’aia che avevamo attraversato.
“Aspettate qui.” disse la ragazza. Aspettammo seduti sulla vasca. E udimmo chiaramente che la porta veniva chiusa a chiave dall’esterno. Piotr diede cenno di lieve nervosismo agitando un piede e poi l’altro.
“Fanno sempre in questo modo?”
“Ritengo che siano precauzioni.” disse.
Dopo una mezz’ora in cui avevamo cominciato a sbadigliare e sospirare, Piotr venne chiamato fuori. Mi fece un cenno, come per dire che andava tutto bene, ma non ne ero convinto affatto. Chiuso in quell’ambiente caldo, col giubbotto indosso, cominciai a sudare. Decisi di sfilarmi il maglione e lo riposi nello zaino per non averlo d’impaccio. Nel farlo vidi l’osso con le iscrizioni. Mi parve di nuovo tanto curioso che me lo infilai nella tasca della camicia, riproponendomi di farlo esaminare dal rabbino: ci si leggevano minuscole cifre e lettere in alfabeti ignoti, che supposi fossero ebraico ed aramaico. Tutti i caratteri erano tracciati all’interno di riquadri e righe nere, come un calembour.
Intanto il sole girava e le tendine prendevano un color avorio che si rifletteva nel bianco della vasca. Cominciai a bussare, dapprima timidamente, poi con più forza, finché le mie grida dovettero essere ben udibili per tutto quel minuscolo paese. Quando avevo ormai perso la voce dallo sgolarmi, la porta si aprì e comparve un uomo barbuto con un fucile spianato. Prima che potessi aprir bocca o spostarmi, aveva fatto fuoco. Caddi inebetito all’indietro, tremando dal panico. Mi frugavo con le mani addosso, cercando la ferita. Il gigante barbuto indietreggiava nel corridoio. Udii la voce di Piotr, che pareva uscito di senno, poi dei colpi di pistola che riecheggiarono per tutto lo stabile, ma continuai a starmene a terra, mettendo alla prova la mia capacità di respirare. Un gruppo di contadini usciti chissà da dove mi tirò in piedi e poi cominciò a strattonarmi fuori. Non ero sicuro di essere sano e intero, ma camminavo. In quel parapiglia, probabilmente mi ferirono di più le gomitate e le spinte dei miei salvatori che non la pallottola che mi aveva buttato a terra. Quando misi a fuoco il viso arrossato e madido di Piotr dissi:
“Che è stato?” Mi prese la testa come si fa con i parenti molto vecchi nelle campagne e mi baciò la fronte. Ma aveva un sorriso da furetto maligno che non mi piacque. Nella destra continuava a tenere la pistola in una stretta sudata.
“Ti hanno visto a Praga che camminavi col tedesco. La ragazza sulla porta ti ha riconosciuto.” disse “I miei preferiscono parlarti un momento. Ho dovuto ferire il gigante barbuto per avere il piacere. Tu morto, chiusa la tua bocca per sempre”
“Non sono una spia!” gemetti.
Piotr non diede peso a questa affermazione.
“Come fai ad essere vivo?” chiese. Mi palpava la camicia. C’era un lembo di stoffa bruciacchiato all’altezza del petto. Sotto, trattenuto da qualche sfilaccio, c’era l’osso di Bozena.
“Portàtelo a casa di Kubik.” disse Piotr, sbrigativo. Si era infilato il talismano in tasca. Fui scortato da quel gruppo di contadini male in arnese, che mi fiatavano in faccia e mi tenevano per le ascelle, fino alla casa di Kubik. Gettato su un divano, immobilizzato più che coperto, con una coperta di stalla che puzzava di sterco, fui rigirato malamente per constatare i danni. C’erano parecchi lividi.
Piotr sedette quasi addosso a me:
“Se c’è da ammazzare, ti ammazzo io. Adesso tu mi spieghi.” disse. Capii che stavano per darmi una pestata che avei ricordato tutta la vita. C’erano almeno cinque uomini nella stanza, tutti piuttosto grossi. E io dovevo già sembrare un buon cencio per pulirsi i piedi. Avrei dovuto dire del sole dei Maizl, di Roman, di Katrina, della proposta di un lasciapassare nazista per noi tre, dovuta al fatto che il tedesco cercava l’ebrea. E che il motivo per il quale la cercava, forse risaliva a una leggenda del secolo XVI. Balbettai e arrossii. Mi arrivò un tale manrovescio che l’aria che mi era rientrata nei polmoni uscì tutta di colpo. Mi era andata ancora bene che Piotr non mi avesse colpito in fronte col calcio della pistola.
“Chi si presenta da me domani per il carico? Voglio sapere nomi e cognomi. Di tutti.” disse. Non immaginavo che un viso bello da furetto potesse trasfigurarsi in una simile smorfia. Mi tirò in piedi per il bavero, strappando quel che restava della mia camicia. Il gioiello rifulse sul mio petto, abbacinante. Fu qui che uno dei presenti gridò. Alzò la mano e lavò un grido tale che mi avrebbe resuscitato se fossi morto.
“Fermi.” disse. Tutte le facce si volsero. Quella arguta e irata di Piotr e quelle bolse e minacciose dei contadini. Lo guardai. Era basso, vestito di scuro, un viso incolore, due orecchie pronunciatamente a sventola. Un uomo dall’età indefinibile, e dal fisico asciutto e minuto, le mani piccolissime e bianche. Mi si precipitò addosso, mi fece girare il braccio intorno al suo collo e disse:
“Sono il rabbino Oren.”
E a Piotr fece: “Quest’uomo è innocente. Si porta addosso una maledizione tremenda.”
II cerchio dei contadini si allargò borbottante, Piotr si asciugò la fronte madida col dorso della mano e ripose la pistola nella tasca del giubbotto.
“Vuoi dire che è pulito?”
“Voglio dire che è pulito. Ma deve essere pazzo a portare quel gioiello al collo.”
Oren guardò la bruciatura sulla mia camicia, l’annusò e diede un buffetto sulla guancia di Piotr.
“Bozena.” disse. E fece un risolino tanto carico di sottintesi che mi parve di vedere le mucose dello stomaco di Piotr secernere acido. Stavo praticamente al collo del rabbino, e mi sentivo molto debole. Le gambe mi tremavano e le mie viscere erano rovesciate da una tristissima nausea di panico. Vidi le facce dei contadini sfilare torve e arrossate davanti a me come in un incubo, poi mi misero su un letto e mi portarono del tè bollente. Questa sembrava una stanza linda e pulita. Dal profumo, sicuramente una stanza femminile. “Come mai indossi quel gioiello?” mi chiese “Dovrebbe portarlo una donna.”
Fui colto dal terrore che gli ebrei stessero per accusarmi di essere anche un ladro. Perciò riversai un fiume di parole: gli raccontai di Roman, di Katrina e di Baumann, per quanto quella intera storia cominciasse a sembrarmi un assurdo a mano a mano che mi usciva dalle labbra. Trascurai la leggenda di Mordechai e Rodolfo, la persona di Frantisek, la valigia di casa Pfitzer e la mia inspiegabile attrazione per il nazista. E mentre parlavo mi rendevo conto che probabilmente avevo perso l’intera partita di medicinali e armi che l’indomani doveva consegnarmi l’AK. Il rabbino mi ascoltò pazientemente, spostandosi a tratti sulla sedia. Durante il discorso mi infervorai e mi tirai e sedere sul letto. Certamente sembravo un dissennato, dovevo avere gli occhi lucidi per la desolazione. Confidavo nella santità del rabbino, nelle sue mani piccole e cortesi, nei suoi gesti di assenso, ma ero certo che Piotr non avrebbe mai potuto accettare una spiegazione come quella che stavo dando a Oren. Intanto udivo i passi pesanti dei miei custodi sull’impiantito di legno, nella camera adiacente.
Conclusi dicendo che Bauman mi aveva avvertito di non lasciare Praga con quel gioiello al collo.
“Ti è andata bene ad essere vivo.” osservò il rabbino sul mio ultimo sospiro. “Quell’amuleto è forte, ma indossato dalla persona sbagliata provoca la più grande delle disgrazie: ti lascia completamente solo. I nemici ti odiano e gli amici ti uccidono.”
“Allora conosce la leggenda.” dissi speranzoso “Mi può aiutare a capire.”
“No.” disse il rabbino alzando la mano. “Si tratta di un segreto che gli ebrei Boemi custodiscono da secoli. Però mi hai dato un’informazione preziosa: adesso sappiamo chi è l’altro.”
“Baumann?” dissi confuso.
“In cambio, ti tirerò fuori da questo pasticcio. Ma il sole dei Maizl deve tornare a Katrina, al più presto.”
“Se sapessi dove trovarla…” dissi debolmente.
“Consegnami il gioiello.” disse Oren, porgendo la mano aperta.
Fu in quel momento che si decise tutto. Dovetti sembrare un ebete che guarda nel vuoto. Fu un attimo. Poi, sicuro di andare a morire, di essere fuori di me e di fare la scelta sbagliata, con l’adrenalina che mi accelerava all’impazzata i battiti del cuore, mi gettai sul davanzale e scavalcai la finestra.
La campagna era luminosa e fresca davanti a me. Udivo alle mie spalle che gli inseguitori si raccoglievano gridando sul retro della casa.
Le gambe mi reggevano bene. Mi sentivo elastico e giovane mentre cominciavo a correre: una marea montante di sangue caldo mi irrorava i muscoli, le mani, il viso. I miei polmoni si riempivano di aria tiepida e profumata. Correvo per la vita. Erano anni che non correvo in quel modo. Ero a più di duecento metri quando sentii fischiare le pallottole, un fiato ardente che intaccò i primi alberi di una boscaglia attorno allo stagno. Il terreno era soffice e consistente, l’erba lo rendeva leggermente instabile, le mie suole gommate facevano presa. Non avevo zaino, non avevo peso. Se mi avessero ucciso sarei stato un mucchio d’ossa in mezzo ai campi. Anche questo, in quel momento, mi consolava. Meglio che in una cella dimenticata e umida, meglio che prigioniero dei tedeschi o dell’AK che mi faceva traditore, coi pantaloni sporchi dell’urina della paura e la barba lunga. Andavo, e cercavo di ricordare la posizione della strada ferrata. A est, verso il bosco, vedevo l’addensarsi della foschia. Là in mezzo cominciava la forra, lì si potevano perdere le mie tracce. Avevano preso l’auto, il motore si imballava sui dossi, ululava negli avvallamenti fangosi. Ma io avevo le gambe di un puledro. La leggerezza con la quale correvo era miracolosa, considerato che negli ultimi anni ero stato un cittadino sedentario e dedito al fumo. Scartavo, zigzagavo, mi gettavo fra i cespugli bassi e ne schizzavo fuori. Nell’ultimo tratto ero allo scoperto. Lì il colpo mi raggiunse di striscio, al braccio destro. Avvertii il dolore e il morso, con un salto fui fuori portata. Quando mi trovai sulle traversine, cominciai ad implorare. Dato che era per causa sua che fuggivo, implorai il sole dei Maizl. Un paganesimo strafottente si prese cura di me: arrivava il treno. Era un merci sferragliante, intasato di containers metallici e tronchi. Mi diede un felice strattone al braccio sano, quando mi issai. In mezzo alle masse di legno, nell’appiccicoso abbraccio della resina, mi voltai a guardare: erano tanti. Avevo perso un carico di armi e antibiotici e mi ero probabilmente giocato qualunque appoggio nella resistenza e nei movimenti clandestini. Risi. La mia risata era tanto coraggiosa che ebbe il potere di farmi sentire più grosso e più alto, un uomo con il doppio della forza e della virilità. Feci un gesto sconcio verso il paese che dormiva nella nebbia tiepida di maggio, poi mi buttai sdraiato e attesi che le SS mi tirassero giù alla prima stazione sorvegliata. Il battito delle traversine mi cullò, dormii un sonno freddo e pulito, senza sogni.
Adesso so che il proiettile che mi aveva colpito era stato sparato dal fucile di Piotr. Conosci Piotr, ha una buona mira, ed è diventato imbattibile al piattello. Gli nacque un figlio e Bozena se lo portò via. Nacque, come Gesù, nella stalla e non stette in casa più di due giorni. Sai che Piotr lo sta ancora cercando. Io credo che stia in qualche cascina o in qualche rimessa di cavalli, che sia diventato silenzioso e ruvido come la madre, e mangi avena insieme alle bestie. Sicuramente conosce le virtù della luna, porta un oggetto d’argento addosso e parla con i vitelli. Da questo il padre potrebbe, un giorno, riconoscerlo.
Rispetto quella donna strana. Le devo la vita due volte. Io credo ancora che sia stata Bozena, dopo avermi protetto col talismano d’osso da quella pallottola, a darmi la forza di correre come una lepre selvatica o un lupo in amore fino alla strada ferrata. Quando scesi dal treno, nei dintorni di Praga, era notte, e una moneta d’argento illuminava il cielo. La mia ombra era lunga e fidata, il freddo notturno corroborante, ma il mio corpo non era più lo stesso. Ero ritornato l’uomo cittadino e poltrone, il prudente praghese che gioca di astuzia e diffida. Imparai quel giorno, dopo il miracolo, che la luna e il sole sono due draghi unghiuti che si avvoltolano ronfando per la coda.
Capitolo 12. Ritorno a Gorlice
Praga era al centro di una devastazione senza limiti. Quello che non era stato fatto in tre anni, era stato messo in atto dopo la morte di Heydrich. La fiducia della resistenza era lesa, dopo che il nascondiglio dei paracadutisti che avevano partecipato all’attentato era stato tanto ignominiosamente rivelato. Arrivando, nella luce grigia di una luna primaverile, vidi le camionette passare senza sosta per la Resslova. Erano piene di gente che era stata raccolta per strada. Le loro facce erano bianche e inespressive. Stavano ammassati, in piedi, con i gomiti stretti ma abbastanza spazio per strofinarsi le dita sul volto, infilare le mani nelle maniche, scrivere frettolosi messaggi su foglietti di carta. Per loro non ero il reietto. Una ragazza mi chiamò e mi consegnò un fazzoletto sul quale aveva scritto due o tre parole.
“Via Mikulandska sedici!” gridò.
E quella voce giovane che spiccava attentamente le lettere dell’indirizzo mi restò in mente a lungo, più che quella delle tante amanti che mi avevano sussurrato nell’orecchio promesse d’amore. Via Mikulandska sedici. Ci andai e il palazzo, già deserto, era stato parzialmente fatto esplodere.
Non ero stanco di camminare, quella notte. Ero esperto nel guizzare fra le maglie della polizia. Volli vederne passare tanti, di quei camion pieni di gente, prima di smuovermi di là. La mia casa si stagliava tetra. Le finestre annerite erano un presagio di quello che avrei trovato all’interno. Dormii, dopo aver medicato provvisoriamente il braccio, su di un materasso di gommapiuma quasi integro, che misi sotto la stufa dopo aver liberato il pavimento dai detriti. La porta non chiudeva e non c’erano mobili per barricarsi. Incastrai degli stracci che erano stati abiti sotto il battiscopa. Le luci aguzze dei fari delle camionette tedesche giostravano sul palazzo di fronte. Mi addormentai riconoscendo a Baumann il merito di avermi predetto quella catastrofe. Ma, se era vero che il potere del sole dei Maizl non doveva essere portato lontano da Praga, io adesso ero a Praga, e non avevo più motivo di temere.
Mi svegliai fiacco e incupito: la devastazione in quelle stanze era sufficiente a distruggere il morale più alto, e il mio morale non era alto. Spazzai fuori i cocci, i detriti, le carte bruciacchiate che restavano dei miei libri e di quelli di Roman. Gettai nella spazzatura i frammenti putridi e bagnati delle coperte, dei tappeti e dei vestiti. Raccolsi in un angolo i frammenti dei nostri mobili, che potevano servire ad accendere un fuoco. Riuscii a procurarmi una serratura per la porta e la montai martellando rumorosamente. Richiusi le finestre con cartoni e giornali, installai degli schermi di truciolato per proteggermi dal vento, accesi la stufa. Svolte tutte queste incombenze, era quasi mezzogiorno e uscii diretto alla merceria di Frantisek.
Ero incuriosito dall’idea che Frantisek avesse salvato un libro dal mio appartamento. Tutti i vicini concordavano su questo dettaglio: un solo libro, scuro, dall’apparenza antica. Non avevo mai posseduto un libro del genere. Supponevo che si sbagliassero, ma ugualmente volevo trovare il mio amico, per questa ed altre ragioni. Andai al monastero di S. Agnese a Milosrdnych. Era improbabile che Frantisek fosse lì, ma forse avrebbero potuto darmi delle indicazioni, dei dettagli, o elencarmi tutte le possibili località dove i seminaristi erano stati portati e nascosti. I gradini del monastero erano di antica pietra, l’ingresso lo faceva apparire abbandonato da millenni, chiuso com’era in un freddo silenzio. Il frate portinaio mi fece entrare nel refettorio, che era immenso e vuoto come un cimitero al coperto. I nomi dei santi incisi sui tavoli, le sedie scomode dalle gambe di metallo, il mosaico moderno sulla parete che rappresentava la trasfigurazione, mi riempirono di una tristezza metafisica che non aveva più niente a che fare con la tristezza del tempo di guerra. Quello era il timore dell’abbandono di ogni tempo e paese, la pena dell’uomo all’idea che non ci sia un Dio in cielo, e lo sforzo di farlo scendere nel proprio mondo con un risultato avvilente. Quel refettorio claustrale era quanto di più lontano dall’immagine della resurrezione. Si poteva pensarci un castigo, un rigore disarmante, ma non l’amore. Mi chiesi con una punta di angoscia se Frantisek avesse voluto punirsi scegliendo il seminario. Se fosse un’altra delle vittime che la guerra aveva fatto in direzione del senso di colpa. Tutti ci chiedevamo, noi vivi, il motivo per il quale a me no. Come mai non a me la ferita, la distruzione, la fine. Non si riusciva a gioirne, dato che i morti erano quelli che amavamo, e che, morendo, erano diventati più buoni di noi. Io e gli altri rimasti, gli usurpatori del respiro e del sangue, sopravvivevamo nella dimenticanza, dato che il rimorso di essere vivi non ci avrebbe consentito il sonno. E se, per un attimo, adoperavamo la parola buona sorte, il destino ce la ricacciava subito in gola con i tesseramenti, la penuria di beni, la paura.
Il padre priore mi ricevette subito. Sedette in refettorio davanti a me e mi disse che, se cercavo Frantisek, avrei dovuto cercarlo sul fronte. Era voluto partire volontario come cappellano militare e non aveva neanche aspettato di finire gli studi in seminario. Le ultime notizie che aveva ricevuto lo davano sul confine. Doveva essere andato via dopo aver pescato quel libro da quanto restava della mia abitazione semidistrutta.
Gli chiesi se avesse visto il volume. Disse di no. Doveva trattarsi di qualcosa di pio, comunque, dato che i giovani preti non leggevano altro. Forse avevo avuto una bella edizione del Nuovo Testamento o dei Salmi che aveva voluto salvare dalla distruzione. Ero confuso. Non c’erano mai stati libri di devozione in casa mia. Ma non volli dirlo al vecchio sacerdote, che aggiunse:
“Se è tornato per mettere in salvo quel libro, doveva essere guidato da Nostro Signore Gesù”
Tentai di ricordare su due piedi se Frantisek non mi avesse mai prestato il suo dizionario illustrato di ornitologia. Se lo conoscevo bene, era l’unico volume per il quale si sarebbe avventurato nelle macerie sfuggendo ad un ordine ecclesiale.
Non mi riaccostai alla resistenza. Seppi dopo qualche settimana che la resistenza ceca non esisteva più. I tedeschi avevano raso al suolo due villaggi, Lidice e Lezaky, e avevano spazzato via ogni nodo della rete clandestina di lotta all’occupazione. Ero un cavallo selvaggio, un cane sciolto, un uomo senza legami.
Mi recai all’albergo Krakus per trovare un po’ di pace. I piani erano quasi tutti occupati: le stanze erano state riempite di sfollati. C’erano panni stesi nei bagni e nei corridoi, bambini che correvano sui tappeti e donne scarmigliate sedute nel ristorante a rattoppare vecchi abiti. Il direttore aveva però voluto conservare i piani alti per i turisti.
Andai nella mia stanza. Trovai la porta accostata e Mira che faceva la doccia. L’acqua crosciava nella vasca e un vapore tiepido aleggiava dappertutto. Le vetrate mi restituivano l’immagine di una città tranquilla nell’aria limpida. Di lassù, sembrava una giornata qualunque di un giorno qualunque. I treni andavano silenziosi sulla ferrovia, come giocattoli. Mira uscì dal bagno con l‘asciugamano intorno ai lombi. Mi osservò senza sorpresa, con un certo simpatico disgusto sulla faccia.
“Questa volta non ti è riuscito di confinarmi giù al ristorante.”
“Già. Eccoti qui sotto la doccia.”
Ero contento di vedere Mira. Mi piaceva il suo modo di servire ai tavoli, quando lui sembrava il principe e il cliente un tipo dimesso. Pareva sempre uno scherzo di carnevale, che Mira servisse a tavola. Studiava chimica da otto anni. E – diceva - era prossimo da sette alla tesi.
“Mi faranno direttore dell’albergo.” diceva. “Tutto sta a come riesco a gettare fumo negli occhi a quei mascalzoni che pensano che serviamo aringhe marinate e patate lesse.”
“E che cosa serviamo?”
“Aringhe marinate e patate lesse. Ma come se fossero salmone e caviale. Tutto per il fatto che esiste Mira. Il Grande.”
“Ho finito di giocare ai soldati.” dissi con un sospiro. “E perciò adesso mi sdraio sul letto.”
“Sul serio?” fece Mira preoccupato.
“Hanno divelto tutte le radici. L’albero non c’è più. E, ti dovessi dire, mi sono messo in guai tali che al ritorno dall’ultimo viaggio non avrei saputo in che ramo mettermi. Non te ne sei accorto? Hanno portato via interi camion di gente, ieri sera.”
Il sorriso di Mira si spense, ma si riaccese subito: “Non hanno toccato Lord Grinberg, però.”
Lord Grinberg era il nome affettuoso del direttore del Krakus. Era un uomo sulla sessantina, che spesso sedeva insieme ai clienti nella sauna finlandese e raccoglieva in incognito pareri spassionati sull’efficienza dell’albergo. Un uomo che amava lo scherzo, ma che diventava inflessibile quando si parlava di fazioni, di guerra, di posizioni politiche.
“Noi siamo un albergo, non il parlamento. Dobbiamo rendere confortevole e felice il soggiorno dei nostri clienti, far scoprire loro le bellezze di Praga, rendere la loro permanenza qui indimenticabile. E se possibile fare dei soldi. Un mucchio di soldi.” diceva “Sono disposto a ricevere anche le SS, purché paghino e si comportino in modo civile.”
In realtà non avevamo mai ricevuto le SS. L’albergo era troppo caro e si trovava troppo lontano dal centro. Vysehrad era una collina romantica e fuori mano, dove era sorto, diceva la leggenda, il primo insediamento di Praga, ma era scomodo abitarci se si voleva tenere sotto controllo il movimento di uomini e cose che si svolgeva fra Cerninski e Peckuv.
“E ora come se la cava coi profughi?”
“Li fa servire come fossero clienti. Ieri ha chiesto a uno sfollato se trovava di suo gradimento il ristorante Tailandese.”
“Ora che sono politicamente disimpegnato, potrei fare il tempo pieno.”
Mira mi rivolse uno sguardo di compatimento.
“Pensi di lavartene le mani in questo modo?”
Accavallai le gambe e gli raccontai della mia avventura con l’AK. I suoi occhi si rannuvolavano a mano a mano che andavo avanti.
“Non avresti dovuto farlo.”
“Che cosa?”
“Farti vedere in giro con Baumann. Anche se, lo ammetto, questa storia della leggenda è molto affascinante. Ma, se è vera, ti vedo addosso un mucchio di guai. Se vuoi sapere il mio parere, trova quella donna e restituisci il gioiello.”
Dovette leggere un certo allarme nella mia espressione.
“Ti ci sei affezionato. Ma non è tuo. Se gli Ebrei praghesi hanno un segreto tanto antico, dovresti mostrare un po’ di rispetto e conservarglielo.”
Guardavo le nuvole. Nuvole di giugno fuori dalla finestra, quel sole che accarezza senza ferire e che indulge sulle alture verdi di Praga come un sogno.
“Non so dove sia.”
“Scoprilo. Questo potrebbe essere il tuo part - time, adesso.”
Mira se ne stava in piedi a braccia conserte. Mi osservava con strafottenza amichevole. Gliene fui grato. Avevo bisogno di essere preso in giro, affinché tutto quel dramma ritrovasse un certo risvolto di distacco.
“Vado a Terezin.” annunciai.
“Mi hai detto che non è lì. Ci vai soltanto per perdere tempo, stai prendendo in giro te stesso.”
“Che faresti al posto mio? Ho fatto seguire Baumann, e niente.”
“Col rabbino Oren hai perso un’occasione. Probabilmente ne sapeva molto di più di Baumann.”
“Ma non l’avrebbe detto.”
“Ti avrebbe conservato buoni rapporti con l’AK. Ti avrebbe tirato fuori da questa favola. Ma tu sei curioso.”
“Roman era mio amico.”
“Chi ti dice che Roman non sia con sua moglie, adesso?”
“Lo hanno portato via i tedeschi. Piotr mi ha confidato che in quei campi uomini e donne fanno vita separata. Anche se stanno nello stesso posto, hanno poche probabilità di incontrarsi.”
Mira mi spinse giù dal letto.
“Bè, ti ci sei ficcato in mezzo, e allora agisci. Non sopporto di vederti lì ciondolante. Cercala. Ma togliti quel gioiello dal collo.”
Gettai le gambe giù dal materasso, mi accostai alla finestra. La città pulsava nel verde, mi pareva di sentire il fruscio delle foglie, i bisbigli delle ragazze al mercato, le chiacchiere dei manovali che scaricavano la frutta.
“Mi prendo un mese di vacanza.” annunciai “E se non la trovo, dimentico tutta la storia e faccio il bravo. Riporto il sole dei Maizl alla Staronova, e lì sarà in buone mani.” Andai verso la porta. La moquette attutiva il suono dei passi.
“Vai a parlare con Grinberg?”
Annuii.
“Non gli raccontare questa faccenda. Digli che sei stanco. Provato. Tutti lo sono, dopo l’attacco a Lipany. Ti capirà.”
“Vado.” dissi, lasciando la porta socchiusa. La mia stanza magica mi aveva dato buoni consigli, e poco mi importava che si fosse incarnata nella figura lentigginosa di Mira. Ero sicuro di quel che avrei fatto: cominciare da casa Pfitzer, e poi seguire le tracce. In corridoio incontrai una coppia di inglesi e un olandese. Erano il genere di persone che se ne frega delle guerre. Nati con le scarpe da viaggio, e probabilmente pieni di soldi. Nell’ascensore, un giapponese scendeva in camera con indosso un accappatoio bianco. Doveva essere stato alla piscina o al solarium, e aveva la faccia di qualcuno che ha messo il proprio benessere e il savoir faire davanti a tutto. Mi salutò cerimoniosamente con un piccolo inchino quando scesi al piano, inducendomi a pensare che la guerra fosse questione di accettazione. Se ci si incaponiva a non vederla, si poteva pensare che l’Europa fosse diventata un tantino più selvaggia e basta. Ci sono posti in Africa, mi dissi, dove non smettono da secoli di trucidarsi. “Quest’uomo ha optato per il proprio stile di vita.” pensai. Anche questa era un forma di resistenza, forse richiedeva altrettanto sforzo e determinazione. Potevano prenderlo in qualunque istante e rimpatriarlo. Forse avrebbe sorriso allo stesso modo. Lo salutai affettuosamente: quello era il mito del Krakus, guanti bianchi sotto le bombe. La vita continua. E pareva funzionasse.
Ero lontano, Malina, dal pensare che fosse un peccato. Lontanissimo all’idea che ci fossero, a pochi chilometri di distanza, uomini costretti ad una vita da bestie, che non sapevano più che cosa fosse un letto, un paio di scarpe e una tavola. Persone per cui sarebbe sembrato uno scherzo che fossero state create l’arte, la musica, la bellezza, asservite al morbo dell’assassinio fino a togliere loro ogni parvenza di umanità. Mi dirai: in ogni momento, mentre noi viviamo la nostra vita, qualcun altro è povero, qualcun altro muore. E’ il fato, la sorte, la stella che ha segnato la nostra nascita. Convivere col male del mondo. Ma quel male era una fabbrica sistematica di dolore. Era sfuggito completamente al controllo di Dio. E aveva trovato la freddezza geometrica di un cristallo. Qualcuno aveva inventato il teorema della massima sofferenza sopportabile, e lo stava applicando con determinazione a tutto un popolo.
Che dovrei dire del Krakus? Che era il Paradiso? Lo era. Me ne resi conto tre giorni dopo, quando Piotr mi ritrovò al confine polacco e mi disse che conosceva il luogo dove si trovava Katrina. Era spiacente, mi disse, di avermi sparato. Ma, se fosse capitato di nuovo, avrebbe fatto lo stesso. Soltanto un pazzo o un angelo avrebbe potuto convincerlo che aveva fatto male, e aveva trovato il pazzo o l’angelo nella persona di Frantisek.
Frantisek aveva preso i voti prima di partire come cappellano militare di un reggimento anglo-polacco alla volta dell’Italia. Poi le carte si erano un po’ rimescolate e qualcuno aveva scritto una lettera dicendo che quegli uomini erano destinati ad unirsi a certi insorti polacchi o a certi reduci che stavano confluendo nell’Armata Rossa. La faccenda non andò giù al priore del convento che richiamò Frantisek a Praga immediatamente. Intanto, Frantisek si trovava in territorio polacco e confessava i contadini. Li confessava nelle lingue che capitavano, tanto gli slavi fa loro si intendono abbastanza, e in genere non sopravvengono troppe confusioni. Un giorno un certo Kubik, uomo piuttosto tardo di mente, gli aveva raccontato di aver tentato di assassinare un ceco - anzi, aveva usato l’espressione “un fratello ceco” - che si era venduto al tedesco occupante e che andava per Praga a spasso coi nazisti. Kubik era timorato di Dio, ma aveva questa attenuante, e la guerra è guerra. Il contadino aspettava fiducioso l’assoluzione. Invece il prete aveva cominciato e tempestarlo di domande su quel ceco e sul nazista. Kubik, sbalordito, aveva detto che non si ricordava il nome del nazista in questione, ma forse quello del ceco traditore, che si era, aggravante non da poco, spacciato per un rappresentante della resistenza armata praghese. Poi, confuso, aveva aggiunto che forse quel ceco collaborazionista era stato difeso da un rabbino. A questo punto, in barba a tutte le convenzioni ecclesiastiche, il prete era uscito dal confessionale e lo aveva invitato a pranzo nella canonica.
“Se non l’hai ammazzato non è grave.” aveva detto “Ma hai fatto bene a dirmelo. Dobbiamo parlarne.”
Frantisek aveva portato l’ignaro Kubik nella saletta della canonica e lì gli aveva offerto quello che lui stesso mangiava per pranzo: orzo e gallette. Il contadino, abituato a ben altri pasti, aveva pensato si trattasse di una sorta di espiazione o di fioretto, e aveva mandato giù quel cibo austero un po’ a fatica. Molto più che dal pranzo frugale, era stato turbato dall’atteggiamento del prete.
Facilmente Frantisek era arrivato a Piotr. Era entrato in casa sua con le scarpe impolverate di un’estate d’oro, i capelli lunghi appiccicati al collo dal sudore e un libro dalla copertina scura. Quello era il libro che aveva salvato alla devastazione del mio appartamento in via Harska. Piotr gli aveva dato credito soltanto per il fatto che era un prete. La storia strabiliante che Frantisek raccontava, risalendo agilmente su fino al XVI secolo, forse era troppo piena di dettagli per essere inventata. D’altro canto, Piotr era abituato alle escursioni alchemiche di Bozena, che era da poco scappata con un figlio non battezzato. Dentro di sé Piotr sperava che il prete potesse aiutarlo a ritrovarla, o almeno tirar fuori qualche sacramento che consentisse di battezzare il bambino in contumacia. Nella campagna si diceva che gli uomini senza battesimo si trasformano in bestie, e questo bambino era sangue suo. Piotr mandò giù parecchi bicchierini di vodka e si prese ripetutamente la testa fra le mani durante il discorso, raccontando del figlio. Frantisek non toccò alcool, ma sfogliò con mani delicate il suo libro sul tavolo della cucina, parlando di me. Tutti e due erano giovani, agitati e coi riccioli, a tutti e due il viso si arrossava per l’emozione. Si capirono.
Pior pianse il bambino perduto sulla spalla di Frantisek, Frantisek promise di cercarlo in lungo e in largo per tutta la Polonia e la Boemia, e di battezzarlo. Quindi partì. La sua comparsa, momentanea e provvidenziale, aveva talmente cambiato l’anima di Piotr, che l’attivista militante di AK si mise a cercarmi e sguinzagliò dei polacchi sulle mie tracce. Quando me ne accorsi, mi nascosi meglio che potevo: ero sicuro che mi fossero appresso per regolare il vecchio conto e farmi la pelle. Ridi, Malina. Non puoi immaginare come mi sentivo. Dormivo nei fienili e davo un nome falso, giravo con la barba lunga di tre giorni e camminavo di notte. Ritenevo che la zona intorno a Lublino fosse sicura per me come un mattatoio e l’evitai facendo un giro più largo. Ma gli scagnozzi di Piotr non si diedero per vinti. Mi acchiapparono in una fattoria abbandonata, mi sollevarono mezzo intontito dal sonno con molta malagrazia e mi chiusero in una latrina di campagna, dove attesi terrorizzato l’arrivo di Piotr col fucile. Ero certo che volesse correggere quel primo colpo andato di striscio. Era notte alta, ero stato serrato in quel buco puzzolente per tutta la giornata senza cibo né acqua e avevo acceso una sigaretta dopo l’altra. La mia strada mi stava portando verso una famiglia indicata dagli Pfitzer, a Cracovia. Me l’avevano indicata come l’ultimo rifugio di Katrina. Mi trovavo in mezzo ad una vallata frusciante, col sole di agosto che arroventava quel porcile e sollevava i miasmi dalla fossa biologica. Non avevo dubbi sul mandante: sembrava un destino che i polacchi mi chiudessero nei cessi. Uno di loro era fuori di guardia. Gli promisi soldi in tutte le lingue, ma mi ignorava e taceva. Nel fresco notturno lo sentivo passeggiare per il prato. Forse anche lui era sicuro che mi avrebbe visto sgozzare come un maiale. Verso l’una, quando tutti i cani del vicinato avevano abbaiato e tutta la puzza del mondo mi aveva impregnato i vestiti, il lucchetto della porticina si aprì, la pesante catena venne sfilata, e comparve Piotr nella sua tenuta abituale: pantaloni scuri ficcati negli anfibi, una camicia troppo grande e una collana di cuoio con una croce nera al collo.
“Esci.” mi disse “Ti devo delle scuse.”
Aveva alle spalle due o tre con dei canne mozze, ragazzetti diciassettenni a cui poteva partire un colpo con la massima facilità.
“Fagli abbassare quei cosi.” dissi, inspirando l’aria pulita e raddrizzandomi le spalle.
“Ti ha salvato il tuo amico prete. Lo sai, ti avrei ripescato in capo al mondo.”
Lasciai correre lo sguardo sui prati. La luna era quasi piena, un candore senza ombre inargentava il prato, il cielo pareva ad un palmo, luminoso. Mi portarono senza spiegazioni verso una casetta imbiancata, col portico di legno al modo delle izbe. Crescevano dappertutto altissimi fiori selvatici color fucsia. Avevano invaso l’ingresso e spuntavano dai davanzali attraverso le finestre.
“Hai fame?” chiese Piotr.
“Non mangio da ieri notte. I tuoi accoliti hanno pensato che potessi saziarmi con la puzza.”
Piotr mise sul fuoco l’acqua per il tè e si diede ad affettare il pane. I ragazzi col fucile uscirono. Le due stanze sembravano talmente vuote che l’aria si era rarefatta. Guardavo le molliche cadere sul tavolo: Piotr tagliava affumicati e cetrioli, disponeva i piatti, versava il tè fumante. Guardai quel viso caparbio che non avrei mai detto guerriero e capivo che avevo davvero rischiato la vita a Gorlice. Si aggiustò la sedia davanti al piatto e prese a mangiare voracemente. Non diceva una parola. Sembrava che fosse stato lui a rimanere digiuno. Io riuscii a malapena a mandar giù due kanapki alla salsiccia, e per tirarmi su, dato che lo stomaco mi si era serrato, zuccherai abbondantemente il tè. Quando Piotr ebbe spazzolato via tutto il vassoio dei panini imburrati, gli chiesi finalmente:
“Dove hai incontrato Frantisek?”
“La prima volta, in una legnaia.” rispose tranquillo. “Mi ha spiegato la differenza fa le cince e le averle. Dice che il sesso dei pulcini di tortora si può distinguere già a due settimane dalla nascita.”
Sentii che le pupille mi si dilatavano.
“Piotr!” esclamai con voce spezzata “Io sto cercando quella donna, che certamente corre un grave pericolo…”
“Ah!” esclamò Piotr, dandosi una manata sulla coscia “E io sto cercando Bozena: è scappata con mio figlio.”
“Mi dispiace.” dissi “Ma penso che, dopotutto, sarà una buona madre.”
“Lo farà allattare da un lupo e scaldare da un caprone!” gridò Piotr esasperato. Capii che i due che stavano di guardia all’esterno cominciavano a innervosirsi di quelle alzate di voce.
“Piotr, manda via quei due, non ho intenzione di scappare, né di strangolarti.”
Piotr si alzò e fece un fischio modulato dalla finestra. Poi tornò a sedersi e disse:
“Aveva un libro. Non gli avrei creduto, se non mi avesse mostrato quel libro. L’hai ancora?”
“Che cosa?”
“Il sole dei Maizl.”
Estrassi la catenella dalla tasca.
“Non lo porto più al collo, lontano da Praga.” Il sole sfolgorò nella stanza, troppo prezioso e delicato per fare il paio con qualunque oggetto intorno. Ogni volta che lo mostravo a qualcuno, mi sentivo un ladro.
“Lo so.” mi disse convinto “La maledizione.”
“Di quale maledizione vai parlando?”
“Senti, amico, io, su quel gioiello, dopo aver parlato con Frantisek, ne so più di te. Quel caro prete ci aveva lavorato sopra per mesi, invece di leggersi le preghiere.”
“Sul serio?” dissi impallidendo.
“E su testi vietati dalla chiesa cattolica come il veleno. Se lo avessero trovato in seminario con quella roba avrebbe preso la scomunica, altro che i voti. Per questo aveva nascosto il libro in casa tua.”
“Sai dove si trova Frantisek adesso?”
“Non lo so, ma so quello che c’era scritto su quel libro. Non in ogni dettaglio, ma si tratta comunque di roba impressionante. Frantisek lo aveva trovato in qualche recesso vietato del Klementinum. Era un libro di arti occulte. Non c’è che dai preti per trovare quelli veramente antichi: i libri in possesso dei maghi e degli alchimisti sono stati bruciati, invece gli inquisitori ne conservavano sempre una copia. Per confutarli, dicono.”
Sorrisi. Nell’ultima frase avevo visto occhieggiare la sapienza oscura di Bozena sul viso da furetto di Piotr.
“Devi riportarglielo, questa è la nostra conclusione. Il sole dei Maizl deve stare addosso a Katrina Maizl.”
“Un momento.” dissi infastidito “Non abbiamo saltato qualche passaggio?”
“Tu vuoi sapere la storia.”
“Mi sembra il minimo. Sto correndo per la Boemia con questo gioiello addosso da…”
“Non ti farà bene saperlo, proprio per il fatto che lo devi portare tu.”
“Va bene.” dissi a mani alzate “Accetto il fastidio.”
“Frantisek mi ha detto che conosci la storia per sommi capi. Quando ne parlò con te non ne sapeva ancora molto. Il rabbino dell’epoca di Rodolfo legò i due amanti con un’alchimia temporanea. Era qualcosa di semplice: farli incontrare nel sonno. Adoperò delle piante. Le fece crescere avvinghiate. Forse non si aspettava che per disfare tutto avrebbe dovuto uccidere uno dei due. E quello dei due che moriva non poteva essere Rodolfo. Rodolfo aveva commissionato la magia. All’insaputa del suo ministro delle finanze, di Mordechai. Ma i Maizl erano occultisti da secoli. Una famiglia di origine spagnola, si dice. Sefarditi. Mordechai Maizl sapeva benissimo dove andava sua moglie nel sonno.”
“E non la fermò?”
“Era un gioco innocuo. La donna non si muoveva neppure dal letto. Però cominciò ad avere ricordi e cognizioni che soltanto Rodolfo II poteva avere. In poco tempo. Queste cognizioni, chiamiamole, passavano in lei per lo stesso potere occulto che la teneva legata al suo amante. Erano segreti della politica mondiale: piani di attacchi, di alleanze, resoconti di ambascerie, risultati di colloqui non ufficiali. Mordechai Maizl teneva l’imperatore per il collo. Attraverso sua moglie. Non che la poveretta ne fosse cosciente. Ma quando il marito parlava di fatti recenti, spesso lei sapeva la risposta prima di lui. “Non me l’hai detto tu?” diceva. E Mordechai sorrideva. “Forse” rispondeva. Ugualmente Rodolfo si trovava seppelliti nel subcosciente artifizi e pratiche alchemiche note soltanto ai grandi iniziati. Era il patrimonio dei Maizl, che gli avvelenava la mente a poco a poco. Cominciò ad interessarsi di alchimia, a cercare come un forsennato il segreto della Pietra Filosofale assumendo ciarlatani e maghi di dubbia fama, raccolti in ogni parte del mondo. Saprai quella storia dei due inglesi - Dee e Kelley - che condannò a morte e che scapparono gettandosi nel fossato. E anche quella sua passione per certi oggetti strani, dal significato dubbio o insensato, quel suo raccogliere in giro piccole mostruosità del mondo animale e vegetale…E le sue paure. I suoi incubi. Rodolfo sfiorava dormendo un’arte di cui non aveva i fondamenti. Era, diciamo, precipitato nella magia senza le difese di un iniziato. Questo si traduceva in presentimenti, terrori ingiustificati, premonizioni che a volte erano vere, a volte lo sconvolgevano soltanto, mettendogli sotto gli occhi la morte e il tradimento prima che si verificassero, ma il più delle volte quando non si sarebbero mai verificati. Mordechai era in grado di gestire tutto questo. Probabilmente sapeva chi aveva legato quell’incanto, ma forse addirittura lo potenziò. A questo aggiungi che la moglie era sempre più presa da quei sogni, che sempre più spesso gridava nel sonno il nome di Rodolfo, che conduceva una vita doppia, di giorno nel Ghetto, di notte nelle stanze più recondite della corte. L’amore sconvolgeva la donna e il re. Il dolore tormentava Mordechai e salvava la sua gente. Finché non scoppiò la pestilenza nel Ghetto, tutto continuò ad intricarsi e a progredire, come in quei vasi alchemici in cui si innalza a tratti un uccello di purissimo cristallo, a momenti bruciano il rosso mortifero e lo zolfo, a alla fine un bambino pare nascere, o una pianta, o un drago colorato. Poi si cominciò a gridare che un peccato contro natura uccideva i bambini ebrei. Il Ghetto aprì le sue viscere di antichità e tristezza e le donne si proclamarono ad una ad una innocenti. Ma il rabbino che aveva orchestrato quel gioco sapeva benissimo dove stava la colpa. Rodolfo, intanto, si era veramente innamorato del suo povero agnello sacrificale. La ferita diventava purulenta, il Ghetto languiva e il rabbino si torturava all’idea di uccidere un innocente e di contravvenire ai desideri dell’imperatore. Era un uomo di religione. Capì che a Dio si doveva affidare. E’ il destino di molti maghi, quando le cose di intricano, quello di compiere un atto di fede che taglia il nodo. Il rabbino strappò via la pianticella che si avvolgeva al fusto regale, facendolo, gettò via l’anima e la vita della moglie di Mordechai. Ma un Maizl non poteva non aver capito il gioco. Sapeva che, a causa di quell’incantesimo, la moglie, innocente di adulterio e sposa di un ebreo, era stata data ad un gentile ed era destinata a perdere l’anima. Gli ebrei, mi ha detto il tuo amico, ne hanno tre. Nefesh, ruah, neshamah. Maizl fece in modo che una di queste rimanesse viva, pura, e legata all’ebraismo in eterno. Quando il rabbino sradicò la pianta magica, aveva messo al collo della moglie questo gioiello. Il sole. E’ un talismano potente. Doveva proteggere per sempre dagli inferi una delle anime della moglie. Un’altra era destinata a rimanere sulla terra, dato che quell’amore aveva avuto un prezzo. E l’altra…La terza anima sarebbe stata un sogno, che Maizl avrebbe conservato per mezzo di un altro talismano. Il libro non diceva che cosa fosse questo secondo talismano dei Maizl. Forse ce l’abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, come quel sole raggiante, e non lo vediamo.
La moglie di Maizl morì. La pestilenza scemò. Rodolfo restò solo. Vagava per il castello come un leone ferito: la donna del suo sonno, l’amica che aveva condiviso il suo letto, era scomparsa. Non si dice che fine fece il rabbino.”
“La storia è magnifica, ma non spiega la maledizione. Quando sono uscito da Praga con questo sole al collo ho rischiato di essere ammazzato due volte.”
“Questo non dipende da Mordechai Maizl. Questo dipende da Baumann.” sospirò Piotr.“Frantisek ha seguito le peregrinazioni nel tempo del tuo sole e…Bè, questo è un discorso un po’ delicato, che riguarda i discendenti degli Asburgo.” Guardai Piotr con gli occhi stretti. Eravamo naturalmente tutti e due saltati alla conclusione in un attimo. I Baumann, Rodolfo. Eravamo tanto presi da quella leggenda che non ci sembrava azzardato ipotizzare le connessioni più incredibili.
“Frantisek ha verificato. I Baumann sono una famiglia che si è trasferita in Baviera dall’Austria nel 1800. Il tuo amico prete, quel ragazzo straordinario, non è riuscito a risalire più indietro nel tempo con gli annuari e le genealogie presenti nella biblioteca del Klementinum. Mi ha detto che, per essere sicuro al cento per cento, avrebbe dovuto fare delle ricerche in Austria. Comunque, Rodolfo, dopo la scomparsa della sua amante, vietò a Maizl di spostarsi da Praga. Qualche astrologo o mago di corte - non gli mancavano certo - gli aveva detto che aveva la possibilità di reincarnarsi con la sua donna in qualche altra parte del mondo senza il disturbo di Maizl. Senza il marito, insomma, a fare da incomodo. E quel veggente o ciarlatano aveva effettivamente visto qualcosa: ruah. La parte dell’anima della moglie di Mordechai che, a causa del rabbino, era rimasta legata a Rodolfo con l’incantesimo. Maizl, per tutta risposta, fece costruire l’orologio. Un orologio che andava indietro nel tempo. Con lettere ebraiche dorate. Nella forma corrispondeva vagamente al girasole: il concetto è lo stesso, seguire il corso della luce in cielo, il volgere del giorno. Ma a rovescio. Questo, dice Frantisek, lo fece per sé. L’orologio avrebbe portato indietro la situazione esattamente com’era: ovunque l’anima di sua moglie fosse ricomparsa sulla terra, Maizl sarebbe stato là, e la donna sarebbe stata ebrea. Ma, naturalmente, la magia aveva un rovescio. Ci sarebbe stata la moglie, ci sarebbe stato Mordechai, ma quell’orologio magico avrebbe ricreato esattamente le stesse circostanze: ci sarebbe stato anche un discendente di Rodolfo. Per questo l’orologio del municipio ebraico è nero: porta con sé un inevitabile lutto. E per questo gli Asburgo non l’hanno mai fatto distruggere. I secoli hanno abbattuto l’intero quartiere del Ghetto, ma l’orologio del Municipio ebraico è ancora lì.”
Mi sentivo la schiena gelare, nonostante il caldo all’interno dell’izba.
“Meglio non toccare la magia. Ha dei risvolti incontrollabili.” concluse Piotr mestamente. La croce pendeva dal suo collo come una specie di monito.“E’ la terza parte dell’anima di Katrina, ruah, che scaglia la maledizione sul sole, lontano da Praga. Ma le altre due parti la proteggono. Un non ebreo non può portarlo con lo stesso dono. Forse noi cattolici abbiamo un’anima sola. La tua anima cattolica ti lega a Baumann, con quel sole al collo. Non è colpa tua. Dovresti essere ebreo, per equilibrare quella maledizione.”
“Come si chiamava la moglie di Maizl? Te l’ha detto?”
“Si” disse ad occhi bassi Piotr “Si chiamava Katerina.”

La maggior parte delle immagini di questo sito sono fotografie scattate a Praga nel luglio 2004.
Vorrei ringraziare: la città di Praga, Ian Hutchesson per gli utili consigli e
Krzysztof Mikulak
per l'incoraggiamento e il supporto tecnico e morale.
Il romanzo "La Rosa Blu" è stato pubblicato dalla casa editrice Montedit nell'ottobre 2005. Se si volesse acquistarlo, si può
richiedere via Internet o per telefono a: Casa Editrice Montedit, Piazza Codeleoncini 12, Cas.Post.61, 20077, Melegnano,
(Milano), tel. 02/98233100, oppure consultare il sito della Montedit sul Web. In alcune librerie di Roma, come l'Arcadia di
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circa. (N.d.A.)