
A Federico e a Daniele, ma, soprattutto,
a mio figlio.
Mi trovavo sotto il monumento a George Washington e avevo in tasca esattamente due dollari. Ero stato la notte precedente ad una festa in una villa fuori città. Laggiù avevo conosciuto una ragazza, questo lo ricordavo chiaramente. Ma ero brillo e non avevo annotato il suo indirizzo. Cindy, o qualcosa del genere. Mi aveva detto che si occupava di giornalismo, o che stava scrivendo qualcosa. Aveva gambe lunghe e un viso da Madonna bizantina.
Mi occupo di finanza. Di quello che un titolo dovrebbe o non dovrebbe fare per rendere felici gli azionisti. Le ricerche di mercato sono la mia specialità, riesco ad individuare le società in crollo, quelle in ascesa, quelle che renderanno bene fra un paio di anni. Scrivo qualche volta sui giornali finanziari articoli pieni di dati e cifre che in genere non dimentico facilmente. Ogni tanto devo perciò prendermi una vacanza o partecipare ad una festa come quella di ieri per fare in modo che i fumi dell’alcol e la confusione, o la musica ad alto volume mi facciano uscire un po’ di tutto quel sapere economico dalla testa.
Dunque, è gennaio, le nuvole se ne stanno ghiacciate in cielo, il monumento è più freddo della neve e la spianata di cemento è assolutamente vuota. Io me ne sto qui con i postumi di una sbornia, ancora piacevolmente caldo nelle spalle, ma già consapevole del fatto che presto vomiterò. Intanto cerco di mettermi in piedi e considero che potrei chiamare la mia ex moglie con i due dollari che mi ritrovo in tasca. Un’auto con almeno sette persone a bordo mi ha scaricato qui verso le sei del mattino. Considero il mio dolore al collo - dovuto probabilmente al fatto che me ne sono stato qui appoggiato col capo al monumento e forse ho sonnecchiato - e poi i taxi che carosellano sulla piazza in schiere ordinate, in gruppi di due, di tre. Decido alla fine dolorosamente di alzare un braccio e infilarmi in un city cab lasciando la questione del pagamento all’attimo dell’arrivo. Il guidatore ha un berretto con la visiera girata sulla nuca, è piuttosto giovane e ha gli occhi celesti, li vedo nello specchietto retrovisore. Procede con un gioco elegante di freno frizione e ingrana spesso le marce alte, dato che a quest’ora del mattino non c’è traffico. Le vie ampie e alberate del centro mi scorrono davanti in un languore alcolico, troppo verdi le foglie, troppo bianca la neve. Mi allento il colletto per un leggero problema di respirazione, mi sento i capelli arruffati e mi pare che la barba mi stia crescendo percettibilmente, fatto che mi induce a passarmi ossessivamente i polpastrelli sul mento. Dovrei lavorare stamattina, e quindi mi faccio lasciare davanti all’ufficio, dove tengo in un armadietto un cambio di abiti, un rasoio, la schiuma e il dopobarba. Mi rendo conto dopo aver chiesto i soldi per il taxi al portiere dello stabile, - con il quale intrattengo un rapporto passabilmente banale – di avere gli occhi rossi come un vampiro. Basta un’occhiata allo specchio dell’ascensore. Il mio aspetto mi spaventa talmente che comincio a pensare al party come ad una riunione di cocainomani e telefono alla mia segretaria per disdire gli appuntamenti del mattino. Però l’ufficio deserto mi piace. L’odore delle poltrone in pelle, la donna moldava che sta ancora ripassando le scrivanie con uno spray odoroso, le scope addossate alla parete, un aspirapolvere che mi intralcia l’ingresso nel bagno. La donna si scusa, io le sorrido. Non capisco come possa avermi preso effettivamente per il vicedirettore, cioè per me stesso. Ma queste slave hanno il sesto senso. Mi ripresento ripulito e sbarbato e mi vedo offrire un caffè senza zucchero.
“Lo so.” dice sorridendo e alzando una mano senza che possa spiegare “Ieri era una settimana a Capodanno. Questi sono i prodromi. Quindi c’è Capodanno, poi arriva il momento della depressione autentica fino a Pasqua.”
“Lei è…”
“Sono laureata in chimica. Mantengo mio figlio agli studi in America. Vuole andare al MIT. E a me piace il New Jersey.”
Ho lasciato il mio ufficio perfettamente riordinato e pulito verso le otto. Volevo andare a dormire. Pensavo già alla luce che filtrava dolcemente fra le veneziane da una grigia mattinata invernale, al ticchettio della sveglia come unico rumore di fondo e alla morbidezza di una coperta termica che mi avrebbe fasciato le gambe. Invece, quando sono sceso dal taxi davanti al cancello, lei era lì, con un cappotto chiaro, i capelli neri un po’ scompigliati dal vento e la borsa stretta allo stomaco come se avessero tentato di strappargliela. Non ho faticato a riconoscere il viso, ma era impossibile che si fosse risollevata da quella notte in poche ore, come io avevo fatto per essere stato all’aria fresca sotto il monumento a George Washington nell’aria gelida.
Era la mia conoscente della notte, una ragazza alta dai capelli neri che avevo appena salutato uscendo da una villetta in collina ancora piena della confusione del party, su di una soglia spazzata dal vento. Il viso pareva più pallido, ma era comprensibile, dato che lei non aveva potuto dormire quel poco che io avevo dormito e neanche passare da una toilette a ripulirsi. Ero sorpreso di trovarla lì, dato che il mio indirizzo glielo avevo dato senza pensarci, come succede ad una festa, ed ero convinto che non l’avrei rivista mai più. Perciò scesi dal taxi e balbettai qualche frase di circostanza. Invece lei, stringendo la borsetta con le nocche quasi bianche dalla tensione, mi disse: “Deve aiutarmi.” E veramente questa frase era assurda in quella mattina fredda, pronunciata da una donna bellissima che quasi non conoscevo e considerata la mia funzione di agente finanziario. Ritenni si trattasse di un crollo di qualche società, forse di azioni in ribasso, e dissi: “Farò il possibile. Si accomodi.” E le aprii il cancello per farla entrare. Mosse passi lunghi nelle scarpe altissime. Indossava ancora il vestito luccicante che aveva al party, il trucco si era leggermente sfatto, il viso era teso.
“Spero che non sia per qualche lite in famiglia. Questa forse ha marito e vuole raccontarmi i suoi dolori. Non lo sopporterei di mattina presto e nei postumi dell’alcol.”
Fui cauto. Preparai un tè caldo, la feci sedere sul divano di pelle e dissi: “Tempo freddo.” Tralasciai che volevo proprio andarmene a dormire, che mi sentivo stanchissimo, che avevo immaginato di ficcarmi subito a letto per dormire dodici ore.
La donna – non ricordavo il suo nome – posò finalmente quella borsa che teneva al petto ed estrasse un documento.
“Si tratta di un problema. Lei dovrebbe ospitare qui un bambino. Non so dove nasconderlo.”
Impallidii. Anzi, percepii tangibilmente che impallidivo come un cencio. Il primo pensiero fu che fosse pazza e dovessi immediatamente chiamare un medico, o la polizia.
“Mi permetta. Ma il motivo per cui proprio io?”
“Mi dava del tu, alla festa.” osservò leggermente contrariata.
“Ci si da sempre del tu alle feste.” risposi un po’ brusco. “E poi ero brillo.”
“Mi ha detto che vive solo. E aveva una faccia buona. Lei è un agente di borsa. Si intende di soldi. E’ benestante. Io mi vesto con eleganza, ma sono povera. Non capisco niente di denaro. Ho una casa piccola. E poi tutti si stupirebbero a vedere un bambino a casa mia. Dovrei lasciarlo solo tutto il giorno.”
“Permette” dissi irritato “Non ci siamo capiti. Io per Lei sono un estraneo, e non voglio neanche sapere…”
“Non è un mio parente.” disse la ragazza estraendo dalla borsetta un pacchetto di fazzoletti, da cui prese un fazzolettino col quale si asciugò il sudore nervoso dal labbro superiore. “E non è neanche esattamente mio figlio.”
A questo punto mi avvicinai al telefono. Se avesse avuto una crisi lì sul mio divano volevo essere pronto a chiamare la polizia.
“Mi chiamo Mirna. Si ricorda, penso di averglielo detto.” aggiunse, riponendo il fazzoletto appallottolato nella borsa. “Lei dovrebbe essere tanto gentile da ascoltarmi. E’ una storia un po’ complessa.”
Sorseggiò il tè. Sembrava abbastanza padrona di sé. E, purtroppo per me, era molto bella. Io sono sensibile al fascino femminile. Al party avevamo parlato delle solite cose: vacanze, viaggi, qualche lettura. E mi ricordavo che scriveva per un giornale, o qualcosa del genere.
“Mi sta chiedendo di prendermi in casa un bambino e mantenerlo?”
Avevo un sorriso ironico sul viso. Il mio solito sorriso comprensivo di quando ho a che fare con una donna stupida dalle belle gambe.
“Per qualche giorno. Diciamo due settimane. Poi troverò un sistema per…”
Misi la mano sulla cornetta del telefono. Mi stava trattenendo soltanto l’impressione di gaiezza che mi aveva dato alla festa. E una certa sospettissima tenerezza che aveva suscitato in me quel sudore imbarazzato sulle sue labbra.
“Ma quanti anni ha?”
“Sembrerebbe, un due mesi.”.
Persi la calma.
“L’ ha rapito? Lo ha trovato in un giardinetto?”
“Quel bambino è un po’ speciale. Diciamo che corre dei rischi a stare in mezzo alla gente.”
“Anche Lei mi pare un po’ speciale. Forse troppo per i miei gusti.” dissi a voce alta.
“Il bambino non appartiene a qualcuno. E’ maschio, l’ho trovato in un fosso accanto alla carreggiata tornando dalla festa. Era lì per terra, in una coperta. Anch’io ero un po’ stanca. Ho pensato che fosse un animale. Un gatto, un capriolo. A me piacciono gli animali. Ho frenato. Non piangeva neanche.”
“Doveva portarlo in un ospedale e poi avvertire alla polizia.”
“Ma lui ha fatto qualcosa.”
“Si è svegliato e si è messo a piangere, probabilmente.”
“No. Ha cambiato il colore della mia auto.”
“Che cosa?!”
“Era gialla. Ora è nera.”
Un povero orfano abbandonato in mano ad una pazza, mi dissi.
“Mi porti quel bambino, subito.” intimai costernato.
“Non è qui. E’ a casa mia. E ha fatto altre cose.”
“Del tipo?”
“Non posso dirglielo. Mi prenderebbe per pazza.”
“Capisco.” ribattei, al di sopra del mio savoir faire. Stavo superando me stesso in fatto di calma. Però volevo strozzarla. Provavo un intenso desiderio di metterle le mani intorno al collo e stringere. Una cosa che spaventò anche me.
Poi mi invase un improvviso senso di tranquillità. Sedetti accanto a lei e dissi: “Vogliamo essere seri? Qual è il motivo per cui dovrebbe tenere questo bambino nascosto?”
“Verrebbe a vederlo a casa mia?”
Ci stavamo dando improvvisamente del Lei, come se la nostra momentanea familiarità a quella festa notturna fosse diventata una specie di sogno, un ricordo di qualcosa di del tutto irreale. Eppure eravamo molto più noi stessi, più vicini ed emozionati di allora. Ero assonnato, sentivo che la barba appena rifatta mi aveva seccato la pelle e che il mio dopobarba da ufficio aveva potuto farci poco. Ma avevo una camicia fresca, i miei appuntamenti del mattino erano stati disdetti e la donna che mi sedeva accanto aveva gli occhi lucidi. Le sue ciglia scure disegnavano una specie di arco, una lettera indecifrabile e misteriosa che stimolava la mia curiosità.
“E andiamo.” dissi, alzandomi ed aiutandola a rimettersi su quei tacchi altissimi. “Prendiamo la mia auto.”
Mentre uscivamo gettai un’occhiata all’orologio: erano appena le nove. Se tutto fosse andato come avevo previsto, era soltanto un trucco per portarmi a casa sua. Dovevo aver fatto colpo quella notte, del tutto inconsapevolmente. E forse avevo lasciato intuire un tenore di vita piuttosto alto. Mi sorprendeva, però, quell’approccio diretto col quale aveva asserito di essere povera. Aveva sicuramente bisogno di soldi, forse aveva scodellato questo neonato con un uomo che se l’era data a gambe e la mia confidenza momentanea le era parsa rassicurante. Mi sono esercitato per anni ad avere un aspetto del genere. E’ per via del mio lavoro: un brocker o un consulente finanziario con i tendini tesi, l’aspetto nevrotico e i modi scostanti sono dei falliti già alle prime battute. Perciò mi ero costruito una immagine adeguata, e in qualche modo, con gli anni, anche il mio fisico era diventato massiccio, stabile, elegante. Qualcosa che fa pensare alla sicurezza economica e alla incrollabilità nelle oscillazioni di borsa. Il mio carattere naturalmente docile e protettivo – sono relativamente il fratello maggiore di altri tre figli, dico relativamente per il fatto che ci incontriamo di rado – fa presa immediatamente sulle donne e la mia naturale venerazione per il sesso femminile mi accende naturalmente lo sguardo di comprensione quando vedo una ragazza come Mirna, che al party era stata brillante e aveva tenuto quel genere di comportamento che caratterizza una persona colta e intelligente, dotata di senso dello humour. Come si fosse trasformata tanto nel volgere di poche ore, era un problema per me stabilirlo, ma potevo anche accettare di perdere la mattinata per appurarlo e mettere in conto la delusione di scoprire che era una ragazza madre in cerca di una facile preda maritale.
Mirna parlò poco durante il percorso. Abitava in un quartiere piuttosto periferico dove ultimamente erano state costruite delle case eleganti, suddivise in flat di piccolo taglio ma ben rifiniti. Il fatto che non avessi contatti in quella parte della città significava però che i risparmi erano pochi e che la gente li teneva sotto il mattone. Mirna aveva un modo affascinante di muoversi. Me ne accorsi in macchina, non l’avevo notato alla festa. Se l’avessi vista senza conoscerla, soltanto osservandola, l’avrei scambiata per una mima, quelle persone che sanno esprimere tutto con un gesto. Le sue mani erano grandi, affusolate, e si posavano sugli oggetti con severità come per trarne dei vaticini. Sembrava che comunicasse al tocco. Quel fatto mi convinse che aveva detto la verità, anche se la mia logica negava tutta quella storia come assurda. Respiravo intorno a Mirna un’aria pulita, che arrivava forse dal vento freddo di gennaio, oppure dalla neve. La neve. Se ne stava ai margini della carreggiata, ancora fresca della notte, bianca. Il viavai della giornata che iniziava l’avrebbe ingrigita, calpestata, striata di scuro. Le cose chiare e volatili come la neve si sporcano facilmente. Pensavo che se l’avessi fatta scendere e messa accanto alla neve sarebbe stata lì come una statua. E anche questa era un’idea assurda, ma mi confortava come mi aveva confortato il profilo immobile di George Washington che guardava in lontananza, con occhi intatti del proprio stesso sguardo. Accanto a Mirna seduta sul sedile poteva essere possibile che io me ne andassi improvvisamente a prendermi cura di un bambino al polo nord, che questo bambino fosse dotato di poteri soprannaturali e che dal cielo fioccasse qualche proposta di assunzione in paradiso.
Naturalmente questo accadeva per una mia propensione al romanticismo che il clima gelido stimolava nel calore dell'abitacolo, per il fatto che avevo avuto una moglie bionda e l’avevo lasciata con dolore, e poi anche per la stanchezza languida che la nottata mi aveva lasciato addosso, come un velo di sonno non dormito capace di lasciare spazio per i sogni ad occhi aperti. Parcheggiai davanti ad un caseggiato di mattoni rossi, parzialmente offuscati dai muschi nella parte inferiore della struttura, e quasi di fronte ad un portone in cui le rifiniture d’ottone rilucevano su di un vetro opaco. Mirna aveva fretta. Doveva essere stata assalita, in prossimità di casa sua, dalla convinzione femminile che il bambino avesse sofferto senza di lei, che aveva fatto male a lasciarlo solo. Salimmo una rampa di scale fino al primo piano, e poi Mirna si accasciò. Mi svenne davanti: ebbi la prontezza di stendere avanti le braccia per proteggerla dalla caduta. La porta che stava davanti a noi, per cui erano state preparate le chiavi durante la salita, era socchiusa. Il peso della ragazza mi costrinse ad entrare quasi trascinandola, col fiato corto. E di nuovo tornò in me quel pungolo di lasciarla per terra e chiamare la polizia. In casa era caldo. La adagiai su di un divano logoro sorvegliato da una pianta di ficus e mi girai intorno per cercare un po’ d’acqua. C’erano due stanze, arredate con gusto ma evidentemente con poca spesa. Tutto era piuttosto logoro. Non trasandato, ma stanco. Una casa che era stata vissuta fino all’ultima goccia. Da dove mi trovavo vedevo il letto, accanto al letto, in terra, una pila di fogli. Molti libri sorvegliavano gli scaffali ed erano fuori posto, come se girovagassero da una parte all'altra. Sul letto – questo mi preoccupò – c’era una copertina arruffata gialla e celeste, di quelle che si adoperano per i lettini dei neonati.
Mi occupai di Mirna portandole un bicchiere d’acqua dal bagno. Rinvenne quasi subito, ma aveva gli occhi pieni di orrore.
“Lo ritroveremo.” assicurai, senza sapere bene neanche io quello che stessi dicendo “Non possono averlo portato lontano.” Mirna non apriva bocca. Continuai a parlarle, temendo che lo schock l’avesse resa muta. Ma avevo la curiosità di trovare tracce del bambino. La stanza di Mirna – un letto sfatto e ampio, illuminato da una grande finestra senza tende, un armadio bianco, un comodino sovrastato da un vaso di girasoli che lasciavano cadere polverina scura su tre o quattro libri – era pervasa da quell’odore dolce e inconfondibile che ha la testolina di un neonato. Un profumo di latte, di talco, ma soprattutto quel sapore sottilissimo della pelle che ricorda vagamente la vaniglia, o i dolci cotti in un appartamento al piano alto in una notte d’aprile. Se il piccolo aveva irrorato dei pannolini, Mirna doveva averli già cambiati e gettati via.
“Io direi di telefonare alla polizia.”
“No! Quel bambino è diverso dagli altri. C’era un dischetto, un floppy, insieme a lui nella coperta. Diceva che se fosse stato consegnato alle autorità le sua diversità avrebbe suscitato l’interesse della scienza. Che lo avrebbero fatto a pezzi.”
“Posso vedere quel documento?”
“E’ sul mio computer. Di là.”
Andai alla consolle, che si trovava sotto la finestra della camera da letto. Il computer era antiquato, ma ci trovai programmi aggiornati. Il dischetto era ancora infilato nel drive, perciò lo lessi direttamente da A. Si trattava poche righe stando alle quali la persona che avesse trovato il piccolo non doveva mai somministrargli del latte. Le altre frasi in aggiunta dicevano quello che Mirna mi aveva riferito. Non dubitai neanche per un attimo che si trattasse di qualche genere di scherzo.
“Quelli che l’hanno messo nel fosso sono tornati a riprenderlo. Qualcuno al quale ai fatto un torto, che ha interesse a farti soffrire.”
Mirna prese la copertina, la soppesò fra le mani, guardò l’impronta lasciata sul letto da un corpo molto piccolo e sospirò: “Vado a cercarlo da sola. Mi dispiace per aver importunato un agente di borsa. So che gli uomini non apprezzano questo genere di chiassate. Specialmente dopo una notte ad una festa.”
Mi sentii in quel momento l’uomo che per tante volte aveva lasciato una donna da sola. Donne con le quali avevo fatto sesso, ero stato a cena, avevo condiviso una vacanza. Mi tornarono tutte in mente di botto, in una volta.
“Mirna, magari diamo un’occhiata in giro. Io ho la mattinata libera. Il quartiere ha vie ampie, non è facile nasconderci qualcuno.”
A quell’idea, Mirna si rianimò visibilmente. Sembrava sconvolta alla prospettiva di essere lasciata lì col pensiero di quel bambino scomparso. Discesi le scale con lei, stupito nel constatare come una donna possa affezionarsi ad un cucciolo in modo profondo nel volgere di qualche ora. Se lo facessero con noi uomini il mondo sarebbe un inferno.
A quell’ora del mattino il traffico si era già formato ai semafori, ma era veloce a causa del freddo. I passanti frettolosi non badavano a noi. Mirna, in equilibrio sui tacchi vertiginosi, mi camminava bene appaiata, sembrava che l’aria le tonificasse le emozioni, appianandole. Dal canto mio, ero sicuro che non ne avremmo cavato nulla. Ma certamente fare due passi le avrebbe fatto bene e dopo avrebbe forse considerato saggia l’idea di telefonare alla polizia e si sarebbe disfatta dolcemente del peso o del ricordo di quanto era successo. Se avessi anche soltanto immaginato quello che stava per accadere, non avrei mai accettato neanche di farla entrare in casa mia. Eravamo all’altezza dell’incrocio. Dall’altro lato della strada c’era un negozio di alimentari, dalla nostra parte la lunga inferriata di una chiesa anglicana dal portale gotico inequivocabilmente chiuso. Il selciato era invaso dal ghiaccio nelle connessure. Tenevo a Mirna il gomito per assicurarmi che con quelle scarpe non scivolasse. D’un tratto un enorme cane nero svoltò l’angolo davanti a noi. Era grosso almeno quanto un uomo, se si fosse rizzato sulle zampe posteriori mi sarebbe arrivato all’altezza degli occhi. E io non sono basso. Aveva un brandello di carne sanguinolenta fra le fauci. E correva.
Vidi Mirna impallidire, la sentii che si appoggiava a me con tutto il corpo, mentre scartavo di lato per evitare che quella bestia mi sfiorasse. Sapevo esattamente quello che lei stava pensando. Lo sapevo per il fatto che fu anche il mio primo pensiero, per quanto mostruoso. Il cane andava verso i giardini. Aspettammo, ma il proprietario non si vedeva. Doveva essere un randagio, benché un cane di quelle dimensioni avesse poche probabilità di passare inosservato ai servizi comunali e alla gente. La razza era certamente di qualche tipo aggressivo, ma fu un’apparizione troppo fugace affinché potessi indovinarla. Non ebbi il coraggio di proferire parola, e capii che anche Mirna preferiva non commentare. Semplicemente, svoltammo l’angolo e ci trovammo nel piazzale.
4.
Justin non capiva molto di finanza, ma cadenzando i propri passi su quelli di Bartles cominciò ad assorbire termini come inflazione, deflazione, titoli agevolati e investment trust. Gli si aprì un mondo affascinante, dai risvolti persino inquietanti. C’era gente nelle alte sfere della ricchezza che manovrava il mondo della borsa con facilità e acume, ma anche la maggioranza dei piccoli investitori sembrava aver vissuto il boom degli anni Venti come un miracolo.
“Sorse in quegli anni l’idea che tutti avessero il diritto di essere ricchi. E che la ricchezza fosse abbastanza a portata di mano se si era disposti a seguire alcune regole semplici della finanza.”
Bartles snocciolava cifre e dati relativi agli anni precedenti la crisi: erano impressionanti. Sembrava che milioni di persone si fossero messe di comune accordo a giocare in borsa.
“I più grandi speculatori di borsa erano Samuel Insull, Charles Mitchell della National City Bank e Albert Wiggins della Chase Bank. Ma si arrivò ad un totale di azionisti disposti a rischiare in borsa che toccava il milione e mezzo. La gente pensava che i pezzi grossi della finanza avessero ormai deciso di far andare in orbita il mercato. Uno di quelli che si muoveva meglio in queste astuzie era John J. Raskob, che aveva le mani in pasta nel consiglio di amministrazione della General Motors. John Raskob era un’anima allegra. Sostenne nel 1928, imbarcandosi per l’Europa, che entro l’anno le azioni della GM avrebbero quotato 12 volte gli utili. Mise in giro un po’ più tardi la voce che voleva che tutti gli americani avessero le sue stesse possibilità. E spiegò il modo. Bastava disporre di un capitale di duecento dollari, comprare dei titoli appoggiandosi ad un istituto di credito che avrebbe provveduto ad acquistarne per un valore di cinquecento - tramite un prestito bancario del valore mancante - e poi si trattava di aspettare vent’anni per vedere il proprio capitale accrescersi fino ad ottantamila dollari. L’unico difetto del programma erano i vent’anni di attesa.”
Bartles a questo punto rideva sommessamente nella sua maglietta, come si può ridere sommessamente tenendo una buona falcata nei pressi del parco, dove l’aria è relativamente salubre. Oltre la svolta prendeva fiato e continuava:
“L’aspirazione alla felicità sembrava collegata in modo direttamente proporzionale con la crescita del mercato: la febbre del mercato azionario aveva travolto gli americani. Il piano di Raskob venne definito dai titoli dei giornali “Utopia pratica”. E questa utopia avallava l’euforia collettiva grazie anche alla formazione rapidissima degli investment trust. L’investment trust poteva effettivamente consentire in poco tempo ad un cittadino medio di avere la stessa sorte incredibile di Raskob, dato che un portafoglio di titoli ai prezzi del mercato poteva restare una proprietà inerte, ma quando diventava proprietà di un investment trust valeva di più. La reputazione di questi istituti finanziari divenne talmente imponente alla fine degli anni Trenta da rasentare il soprannaturale. Si trattava, nel suo genere, del capolavoro dell’architettura speculativa: facevano in modo che si potessero possedere titoli di vecchie società per il tramite di nuove. Il valore delle azioni effettivamente sottoscritte si svincolava dalla consistenza patrimoniale societaria esistente. Il volume delle azioni diventava il doppio, il triplo o qualunque multiplo della consistenza. Ciò portò alle stelle le contrattazioni e quindi la massa dei titoli in proprietà, dato che gli investment trust vendevano più titoli di quelli che acquistavano. La fama e il credito degli economisti che lavoravano nei loro consigli di amministrazione divenne leggendaria: lo stesso John Raskob, Edwin W. Kammerer, Rufus Tucker e David Friday - alcuni passati direttamente a Wall Street dagli ambienti universitari – erano ritenuti i giganti che muovevano le leve della prosperità americana. Mai era stata tanto vicina alla mentalità dell’uomo comune l’opinione che la borsa fosse diretta da avventurieri abilissimi che per la loro sagacia ed il loro intuito, nonché per la loro conoscenza dei fenomeni bancari, erano in grado di determinare le sorti del mercato. La storia dell’autista che orecchia una dritta in una conversazione tra il datore di lavoro ed i magnati dell’industria e poi compra un pacchetto di azioni e diventa ricco, in questo frangente storico era quanto mai attuale e dominava l’immaginario collettivo. Al concetto di investment trust - un tipo di organismo che era stato ammesso alle contrattazioni azionarie proprio nel 1929 - mancava soltanto un dettaglio: l’idea dell’effetto leva.
Nel 1929 si parlava ormai di investment trust con una leva molto o poco potente. L’azione della leva consisteva nell’emettere obbligazioni e azioni privilegiate oltre che azioni ordinarie per acquistare un portafogli azionario. Quando il valore delle azioni ordinarie saliva, quello delle azioni privilegiate rimaneva stabile, perciò tutto l’incremento di valore del portafoglio si concentrava sulle azioni ordinarie, che lievitavano in modo stellare. A questo criterio si poteva anche applicare il sistema della progressione geometrica, facendo in modo che le azioni ordinarie il cui valore era cresciuto per effetto di un investment trust fossero tenute da un altro trust con analogo effetto di leva. In questo modo le azioni ordinarie di quel trust crescevano anche dell’800%.” spiegava Bartles attaccando una salita a ritmo sostenuto. Justin sbandava leggermente, il cane trotterellava e si sviava per annusare i cassonetti dei rifiuti. Una caligine mattutina avvolgeva l’inverno e si riversava nei loro polmoni, facendo tossire il ragazzo e provocando una rinite temporanea all’agente di borsa.
“Erano tutti impazziti di gioia. Sembrava che l’effetto boom non dovesse mai finire.” ansimava Bartles “E la politica stava al seguito. Il 7 novembre 192(8?), dopo l’elezione di Hoover – era stato predetto che un repubblicano avrebbe assicurato la continuazione della festa azionaria – i titoli salirono di 5 – 15 punti. Il 16 novembre, lo so per fatto di averlo annotato, le contrattazioni hanno toccato la cifra spaventosa di 6641250 azioni, mentre l’indice dei titoli industriali saliva di 4, 5 punti. C’era gente che gridava che tutto sarebbe finito in un tracollo spettacolare. Un certo Babson si sgolò per molto tempo a predire un crac, ma era naturale che gli dessero della prefica pagata. Certo, si poteva pensare che quando l’afflusso di persone decise a comprare nel momento del rialzo sarebbe finito, le proprietà a riporto avrebbero collassato, e tutti avrebbero voluto vendere. Sai che cos’è una proprietà a riporto?” Bartles non attese la risposta “ Tutti volevano guadagnare senza addossarsi il costo della proprietà. Il costo andava alle banche, che a loro volta lo scaricavano su agenti prestatori sparsi per il mondo. I banchieri volevano prestare denaro alla borsa di N.Y., dato che per i banchieri i prestiti sui titoli sono fra gli investimenti più sicuri: li garantiscono i titoli stessi, immediatamente vendibili con copertura in contanti. Il piccolo speculatore chiedeva un prestito a me - il suo mediatore in borsa - e per ottenerlo depositava presso di me titoli per una somma – che si chiama “il margine” – equivalente al 30-50% l’ammontare del prestito. Se le quotazioni calavano e il mio cliente non riusciva a tenere il margine, io rivendevo i titoli per suo conto, contribuendo ad accentuarne il ribasso. A mia volta, io prendevo prestiti dalle banche per un interesse che variava secondo la domanda, e chiedevo al cliente l’1% o il 2% in più. In genere il mio cliente calcolava di poter rivendere le azioni acquistate ad un prezzo capace di coprire le spese del prestito. E questo piano è riuscito nella maggioranza dei casi fino alla crisi del 1929.”
“E poi?”
Bartles scacciava una mosca invisibile nell’aria, sbuffando e decelerando fino a fermarsi. Justin si fermava con lui e anche il cane, che abbassava un orecchio e latrava, in questi casi, a un corvo o ad un merlo invernale. Justin si piegava, appoggiando le braccia tese alle ginocchia ossute, si stringeva le rotule con le dita e prendeva qualche inspirazione profonda. Bartles continuava a muovere nervosamente i piedi.
“E poi c’è stato quel famoso giovedì. Non che non si fosse annunciato. C’erano profeti di sventura da ogni parte, ma i banchieri li tenevano calmi, specialmente Charles Mitchell. Charles Mitchell sarebbe stato capace di comprarsi da solo tutta la borsa per impedire il crac. E fu sul punto di farlo. Alcuni, anzi, dicono che lo fece.”
“Doveva essere molto ricco.”
“Era un direttore di banca. E aveva un carattere positivo. Molte volte, quando, a causa di una temporanea svendita di azioni, i giornalisti avevano pronosticato la fine del boom economico, era stato lui a calmare le acque con una semplice intervista a qualche giornale di grande tiratura.”
Bartles si staccava di dosso la maglietta sudata, si passava una mano sul cranio quasi calvo, faceva un cenno a qualcuno che passava incappottato nel mattino domenicale. Justin sistemava più largo il collare di Hut, si accucciava accanto al cane e gli sussurrava qualche complimento inutile all’orecchio, del tipo “Bel cane, grosso segugio.” o “Vai forte, disastro.” e intanto porgeva orecchio a Bartles, che incitava a proseguire l’allenamento. Forse, pensava Justin, si trattava di qualche genere di rivalsa sul floor di Wall Street, che riteneva di calpestare ritmicamente, oppure voleva preparare se stesso e lui, Justin, a qualche sorta di impegno molto faticoso. Dal canto suo, il ragazzo aveva deciso di annotare i racconti del suo mentore in un quaderno, per essere il primo uomo a sapere tutto di borsa senza avere un quattrino. Questa procedura lo costringeva a scrivere quello che ricordava tornando dalla corsa domenicale, quando sua madre chiamava a tavola per il pranzo. Tanto si era ridotto il suo interesse per il tacchino arrosto, che in famiglia si erano convinti stesse seguendo qualche sorta di dieta.
Le annotazioni di Justin erano poco sistematiche ma esaustive: contenevano le parole di Bartles come le aveva pronunciate e calcavano la mano sugli aneddoti interessanti e sulle frasi fatte, riferite dalla bocca dei protagonisti e a volte accentuate da punti esclamativi e strane interiezioni che si confondevano facilmente con le parole sussurrate da Justin al cane durante quelle trottate. In questo modo, Justin aveva costruito un diario quasi esatto della famosa settimana nera della borsa americana, diario che non tralasciava le stranezze, le incongruenze e gli isterismi di quei giorni e che conteneva tutta intera l’esperienza di Bartles e il suo pensiero al riguardo. Con la sua fonte e compagno di jogging non ne aveva fatto parola. Riteneva che quei discorsi valessero per l’agente di borsa come sfogo, oppure come un sistema stravagante per fare il punto in una vita ingarbugliata dagli eccessi e dal lusso. Di quel sogno sfrenato di ricchezza che lo aveva travolto, insieme a milioni di americani, Bartles cercava le cause, e di volta in volta ne trovava di nuove. Aveva parlato più volte a Justin del giorno in cui, in estate, era già sembrato che la borsa cominciasse a vacillare:
“E veramente” aveva detto “è difficile distinguere fra una temporanea oscillazione del mercato e il preannuncio di una catastrofe. Ogni volta c’era stato qualcuno che aveva preso la situazione per i capelli. Dopo due o tre giorni si dissipavano le nebbie e sembrava di nuovo che tutto andasse a gonfie vele. Gli anni Venti sono stati una fase di incosciente splendore. Coolidge ci aveva abituati a pensare alla grande. Molte società si erano fuse, e per ogni fusione affluivano grandi capitali. Nel 1929 l’estate di Wall Street non registrò quasi vacanze: i prezzi delle azioni salivano, non ci fu quasi neppure assestamento. In giugno i titoli industriali del New York Times guadagnarono 52 punti, in luglio ne aggiunsero 25, con un incremento totale di 77 punti in due mesi. Si contrattavano talmente tante azioni che si raggiungeva facilmente un volume di 4 – 5 milioni al giorno. I prestiti che io ricevevo come operatore commerciale aumentarono, quell’estate. E anche quelli di tutti gli altri. Si arrivò a cifre di aumento per un ritmo di 400 milioni. Gli azionisti non erano tutti finanzieri smaliziati: molti di loro non pensavano che il volume delle contrattazioni avesse a che fare con le somme dei prestiti che affluivano. Quando circolava qualche voce allarmante sul termine di questi prestiti, interveniva subito qualcuno a tacitarla. E persino i giornalisti guardavano ai profeti di sventura con fastidio. Ci sentivamo, ti dico, quasi degli dei. Il confronto con L’Europa era schiacciante. In seguito alla guerra mondiale, le economie europee si erano fiaccate in modo spaventoso. La maggior parte dei paesi aveva dovuto contravvenire al principio della base aurea. Questo sistema garantiva la convertibilità di tutte le banconote n oro. Gli americani lo chiamavano Gold standard. Gli europei non gli tenevano più dietro. Gli investitori americani ebbero sentore della crisi e ritirarono i capitali. Tutti quei soldi riaffluirono negli USA. I francesi, i tedeschi, gli italiani, i belgi avevano stampato carta moneta in eccesso per garantirsi le spese militari: erano in ginocchio. Fino al 1900 l’America aveva adottato il bimetallismo: la moneta si poteva convertire in argento o in oro. In quel momento la convertibilità con l’oro da noi era indiscussa. Avevamo grosse riserve. E poi, come ti ho detto, ci sentivamo tutti ricchi. Nel 1929 non c’era gruppo di intellettuali che non avesse il suo agente di borsa col quale scambiare due chiacchiere sui titoli migliori. Persino le casalinghe leggevano “Barron’s”. Nel mio giro c’erano scrittori, artisti, pittori. E insieme a loro mi sentivo bene: mi trattavano alla pari. E’ stato James, un pittore di grido, che mi ha suggerito di comprare casa in questo quartiere patinato. Abita ad un isolato da qui e penso che i suoi quadri adesso si vendano per qualunque cifra: a causa mia ha perso tutto. Gli avevo consigliato un investment trust. Nell’estate del 1929 sembravano la macchina perfetta per fare soldi. Comunque….” sospirava Bartles “Eccoci all’idea che fossimo dei manipolatori. Ci sapevamo muovere, fiutavamo gli affari. Esiste una cosa insidiosa che si chiama analisi finanziaria. Per me era come nuotare in acque dolci. Ero capace di combinare matrimoni ideali: il giusto investitore con il giusto investimento. Il risparmiatore timido con le azioni della Steel, che sembravano incrollabili; quello rampante in un trust; quello indeciso in un indice di borsa. Sapevo renderli felici, fargli sentire che i loro soldi erano stati messi nel posto ideale.
La borsa è un rischio calcolato, ma c’era anche chi faceva giochi più pericolosi. Io non sono mai stato disonesto, ma non c’era neanche bisogno di esserlo per manovrare un titolo in modo che salisse alle stelle. Si chiamavano pool. C’era di che divertirsi. Un gruppo di trafficanti mettevano in comune i loro mezzi per far salire un’azione, e, ben conoscendosi a vicenda, si promettevano di non farsi sgambetti fra loro. Poi si procuravano il pacchetto di un titolo e cominciavano a contenderselo per farne aumentare il prezzo: sai, più alta domanda più cara l’offerta. Molti investitori seguivano a ruota: il ragionamento era “Se questi combattono tanto per Tel & Tel, ci sarà qualcosa sotto: è arrivata una soffiata che parla di qualche grandiosa fusione, di una rilevazione, di un acquisto importante sui mercati esteri, oppure l’azienda cambia direttore e si rinnova”. Tutti si gettavano sulle azioni. Bastava saper ben attirare l’attenzione, e il titolo lievitava. Il pool non stava con le mani in mano: stimolava ulteriormente l’interesse con vendite e acquisti incrociati per convincere che c’era in ballo qualcosa di veramente grosso. Se qualche giornalista finanziario era del giro, poteva scrivere un articolo dicendo che si preparavano per quell’azienda importanti cambiamenti. Quando in molti avevano comprato mucchi di azioni, l’amministratore del pool vendeva tutto, si teneva una percentuale dei profitti e divideva il resto con gli investitori. Si stava con gli occhi puntati e le orecchie tese. Il mercato non rifletteva più il valore intrinseco delle aziende al momento, ma tutta questa serie rocambolesca di manovre. I più abili cavalcavano l’onda.”
“Ma i disonesti c’erano?”
“Bè, qualche trucchetto lo conosco anch’io, anche se non l’ho mai messo in atto. Hai mai sentito parlare di Pump and Dump?”
Justin rise e fece segno di no con la testa.
“”Gonfia e getta”. Si tratta di manipolare piccole bolle speculative. Dei brocker che lavorano in squadra cominciano a tempestare di telefonate clienti attuali o potenziali e gli propongono un titolo sconosciuto, che sanno per certo essere una vera bufala: carta da parati, stracci, fumo. Quando hanno convinto gli ignari ad acquistare in massa e l’ondata di vendite si smorza, non resta nulla a sostenere il prezzo, che crolla. Era facile, col metodo del pool. Si agiva nello stesso modo che se si stesse manovrando un buon titolo, ma all’inizio non si vendeva neanche al pubblico: le azioni erano acquistate e rivendute fra i partecipanti, mentre un brocker complice nella sala forniva loro di momento in momento il livello delle quotazioni. Raggiunto il prezzo voluto dal pool, terminava la fase di vendita fittizia e i titoli cominciavano ad essere venduti, all’inizio discretamente, poi in blocchi grossi. In questo modo si gonfiava una bolla speculativa. Quando la bolla scoppiava, gli investitori restavano a terra. E il pool nel frattempo era diventato ricco.
Poi c’è un giochetto tipo catena di S.Antonio che tutti in borsa chiamano Ponzi’s scheme. E’ illegale, e attira gli investitori con aria fritta. Ogni volta che si riesce a risucchiare un nuovo risparmiatore, entra nuovo denaro che paga gli investimenti precedenti e genera una commissione per i direttori. Quando la riserva di nuovi speculatori di esaurisce, la piramide vacilla, qualcuno resta senza soldi e cominciano i guai. A questo punto i direttori si riuniscono, raccolgono la loro parte e prendono un aereo.”
Queste ed altre storielle dei fatti di borsa divertivano o rattristavano Justin, a seconda dei casi. Il suo umore era diventato instabile quasi quanto quello di Bartles, ma in modo più benevolo e divertito. Rileggeva le proprie annotazioni ad Hut, che ascoltava pazientemente, disseminando la lettura di formidabili sbadigli. Avrebbe potuto riferire tutte quelle notizie raccolte di prima mano a dei coetanei, ma non voleva tradire la fiducia di Bartles, dato che le riteneva rivelazioni autobiografiche, e comunque confidenziali. E poi sapeva che non avrebbe trovato un uditorio attento fra i patiti del baseball e delle automobili. Justin era consapevole di essere un fenomeno di disadattato romantico già alla sua età. Il cane uggiolava soltanto quando il resoconto superava i cinque minuti, e graziosamente si grattava un orecchio. O esprimeva la propria approvazione con quel sorriso canino eternamente dolce che accompagna i cani di grossa taglia mentre prendono sonno.
7.
Gideon Kramer prese la decisione di radersi all’ultimo momento. L’albergo era il Ritz. Il Ritz di Washington. Un albergo carissimo e, a quei tempi, ancora molto elegante. Jerald era nell’altra stanza e dormiva. Non faceva che dormire. Era il suo modo di reagire al tracollo. C’era un cesto di frutta sul tavolo accanto alla finestra e Gideon spostò il tavolo e guardò di sotto. Erano al settimo piano. Non abbastanza alto da non distinguere quasi le facce di quelli che passavano. Gideon aveva perso tutto per restituire le garanzie sui prestiti. Inizialmente aveva venduto le azioni meno importanti, poi quelle più importanti, quindi aveva cominciato a pagare al mediatore la percentuale sui prestiti. Alla fine non ce l’aveva più fatta a stare appresso alle richieste: il suo operatore di borsa gli ripeteva che aveva sfondato il margine mediamente tre volte alla settimana. Le telefonate di congratulazioni e di auguri, i bigliettini natalizi e le comunicazioni di rialzi si erano trasformate in quell’incubo. Gideon aveva taciuto con la moglie, ma la sua faccia ingrigita ed il suo sonno nervoso dicevano tutto. Aveva venduto la macchina, poi i mobili e poi la casa. Alla fine aveva pensato che sparire lasciando la famiglia alle cure degli assistenti sociali sarebbe stato un bene.
Jerald era più giovane di otto anni. Aveva ereditato dal padre una somma rispettabile e uno studio legale che non lo interessava, ma del quale c’era un ingombrante socio in affari. Il capitale della società lo aveva giocato tutto in borsa nel momento di maggior rialzo. Aveva guadagnato parecchio, ma era stato preso da una febbre inspiegabile per gli investimenti azionari, che lo aveva spinto, come si fa ad un tavolo da gioco in un casinò, a non restituire immediatamente la quota del socio con l’idea che procrastinare la cosa di un mese o due gli avrebbe permesso di quadruplicare la vincita. Era l’estate del 1929. I titoli continuavano a salire. Jerald aveva puntato sul settore telefonico. Era sempre più sicuro che scegliere azioni volatili come quelle della radio o certi titoli misteriosi che sfondavano con quote mirabolanti e poi si sgonfiavano con le oscillazioni del venerdì. Aveva imparato a leggere abilmente i dati del ticker. Fino a quel momento il ticker correva veloce appresso ai mutamenti dei prezzi e alle impennate.
Jerald viveva solo, aveva un appartamento essenziale ed elegante e non amava vedere gente. Soprattutto il socio di suo padre, che nell’estate 1929 aveva chiesto indietro la sua quota e la stava ancora aspettando. Jerald non era in grado né di restituite la quota al socio, nè di mantenere in piedi lo studio e, ultimamente, pranzava a casa di Gideon. La moglie di Gideon era una donna ottimista. I più oltranzisti lo erano, dato che, nell’ultimo anno, il crollo della borsa era stato annunciato talmente tante volte e talmente spesso i titoli avevano oscillato per poi riprendersi con azioni di sostegno mirate o per pura casualità, che volendo si poteva anche sognare la riconquista di 6.ooo.ooo di azioni scambiate al giorno. Jerald ascoltava quei discorsi dalla giovane e bella moglie di Gideon fissando il piatto. E il cibo non gli andava giù, come se fosse gomma. Però la casa era accogliente, i bambini giocavano sul tappeto accanto ad una finestra luminosa e la normalità di quello spettacolo era talmente travolgente da fargli dimenticare l’esiguità del proprio conto in banca. Jerald aveva una trentina d’anni nel 1929. Si considerava un imprenditore riuscito, un uomo abbastanza realizzato ed una persona onesta. Uno di quegli uomini sui quali l’America poteva contare per il futuro. La sua ricchezza sarebbe stata la ricchezza della nazione e i soldi che avrebbe messo in circolazione avrebbero fatto crescere lui stesso ed il paese. Non si sarebbe mai aspettato un disastro come quello del giovedì nero e del martedì seguente. Alcuni dissero: “Si produceva troppo e i consumi non stavano appresso all’offerta”, ma questo non spiegava il tracollo di borsa e la sua repentina violenza nel volgere di poche ore. Jerald era stato un uomo pratico ed un ragazzo ottimista: le partite di tennis, le serate nei clubs, i vestiti eleganti in cui non sentiva né caldo né freddo, erano stati per lui un possesso naturale. La sua famiglia era ricca. E ci si aspettava da lui che quel benessere lo inseguisse per tutta la vita come fa un cane fedele, anche se non ci si cura troppo di accudirlo. E questo era realmente accaduto fino al 24 ottobre 1929. Quel giorno si era annunciato: il 3 settembre 1929 era stata effettivamente la data in cui era finita la grande corsa al rialzo del triennio felice per la borsa americana. Era stata un’avvisaglia, ma aveva gettato una lunga ombra sul collettivo atteggiamento fiducioso che Coolidge aveva promosso nei suoi discorsi, e sul sogno collettivo della ricchezza facile. I titoli però sono oscillanti. Tutti lo sanno, e ci si poteva convincere anche questa volta che si trattasse di una specie di bassa marea. Inoltre Babson aveva espresso da poco una delle sue opinioni spregiatrici e vaticinanti, prevedendo un calo. Era difficile capire quanto le sensazioni generate da una critica autorevole fossero il commento, la previsione o l’effetto di un ribasso. La massa dei piccoli investitori, gente che fiutava il floor a distanza percependo i movimenti impetuosi o ponderati dei maestri della finanza che nuotavano in acque alte ed insidiose, cercava di mettere a frutto ogni illazione, ogni sussurro e ogni soffiata che provenissero dai giornali, dai brocker o da chiunque avesse da diramare informazioni apparentemente attendibili. Le notizie si espandono in cerchio come le onde prodotte da un sasso lanciato in acqua. Teorie recenti sul mercato azionario dicono che i corsi funzionano a caso, ma negli anni Venti era una fede che si potessero manovrare i propri soldi attraverso una analisi o un serio esame dello sviluppo matematico delle probabilità, o che esistessero dei geni che tiravano i fili dei titoli come si fa con le marionette in un teatro. Anche Jerald ci credeva. Lo studio degli andamenti, i numeri di Fibonacci, il calcolo dello stocastico per scovare il timing ideale ai trend secondari, sono un portato moderno di quei giorni in cui il denaro cresceva nelle mani degli operatori come da un prato fertile. Babson forse voleva soltanto sarcasticamente porre termine al gioco delle aspettative prendendosi gioco dei meno abili. Ma “Barron’s” si affrettò a pubblicare il nove settembre un articolo in cui sosteneva che certe predizioni di sventura non andavano prese seriamente. Irving Fisher aveva subito ribattuto, da quell’esperto economista che era, che ci poteva essere “una recessione nei prezzi dei titoli, ma assolutamente non un tracollo.” Molti mal di testa si placarono e molte mascelle serrate si rilassarono: era stato seguito il metodo dell’attenuazione, per evitare che i problemi nascessero dal panico più che da effettive cause finanziarie. Dopo l’estate, è vero, la situazione già non era più quella di giugno. Ma fu come se la borsa stessa, percependo la possibilità di una recessione, desse il colpo di reni, e la crisi fu superata. Ecco però in ottobre accadere fatti inquietanti, che resero nuovamente nervosi gli azionisti. Jerald ricordava ossessionato a Gideon la storia del dipartimento dei servizi pubblici del Massachussets.
“Agli inizi, si doveva capire.” diceva con voce troppo piana, masticando lentamente quel cibo che non riusciva quasi più ad inghiottire “Quando quelli del Massachussets si sono rifiutati di frazionare le azioni della Boston Edison.”
Il tarlo aveva cominciato allora a scavare in molte teste di risparmiatori ansiosi. Forse i più ansiosi. Jerald era fra quelli. Le sue narici piccole e delicate percepivano strani movimenti nell’aria. Gideon e Jerald si erano conosciuti per vie di clubs e feste. Il Rotary era stato fondato da poco e ambedue appartenevano alla categoria dei nuovi ricchi. Entrambi erano giovani, avevano quella sorta di sensibilità che induce a parlare poco di sé, ma a cercare amicizie solide, in cui non avesse parte l’ostentazione. I tempi migliori erano stati gli ultimi due anni. La loro amicizia e la loro ricchezza si erano consolidate e l’affetto che li legava sembrava parte integrante della loro immaginazione: pareva loro di vedersi fra vent’anni ancora amici, con le rughe approfondite dai sorrisi e dalle conquiste nella vita familiare, padri di bambini sereni, accompagnati da mogli affettuose. E, in effetti, Gideon ebbe un maschio, anche se Jerald non si decideva a sposarsi e parlava con sguardi timidi dei suoi progetti. L’emblema della sconfitta di Jerald erano il suo piatto pieno e la sua forchetta che si muoveva nell’aria per accompagnare una conversazione stentata, sorretta esclusivamente dalle parole incoraggianti della moglie di Gideon. E la decisione dell’hotel Ritz era stata quasi presa per ultima, mancavano soltanto un paio di serate al Thanksgiving e oltre il vuoto quotidiano c’era soltanto quello, come una specie di meta familiare definitiva. Che non si sarebbe realizzata.
Quella mattina Gideon si era svegliato con un leggero mal di testa. Un dolore talmente vago che aveva avuto difficoltà ad identificarlo. Era stato al Rotary e aveva disdetto subito gli impegni del pomeriggio quando aveva visto le condizioni fisiche di Jerald. Jerald era dimagrito visibilmente nell’ultima settimana, aveva il viso scavato e parlava come un ossessionato del caso delle azioni Boston Edison del Massachussets. Ne parlava con chiunque, reiterando l’idea che quelle erano le avvisaglie della crisi e che bisognava riconoscerle in tempo. Erano usciti a camminare nel pomeriggio autunnale. Un vento freddo spirava da ovest. Il movimento frettoloso per le vie non li aveva assorbiti, anzi, aveva accentuato la loro solitudine. Si sentivano estranei: alle persone, ma anche alle cose. Alle vetrine, alle automobili parcheggiate, agli idranti che aspettavano negli angoli dei caseggiati. Costituivano un piccolo nucleo chiuso nel corpo di due uomini. Legati da anni di amicizia e dalla consapevolezza che la sorte li aveva colpiti, tentavano di raccogliere le forze. Milioni di altri erano stati colpiti con loro, e forse in modo non meno grave, ma nel dolore si vede soltanto l’orizzonte più prossimo: Jerald vedeva il viso di Gideon e Gideon quello di Jerald.
Andavano appaiati. Gideon scorse un carretto di frutta e comprò dei mandarini. Li sbucciarono per strada come fanno i ragazzi, mangiandoli golosamente.
“Mi chiedevo.” disse Jerald “Da quanto tempo non vai sulle giostre?”
“Le giostre? Saranno secoli! Come ti viene in mente… le giostre…”
“Ci sono i carrozzoni a due isolati da qui. E’ un attimo. Con questo freddo se continuiamo a camminare ci fa bene.”
Jerald era pallido, di un pallore tale che Gideon pensò che svenisse. Comprò una cartata di castagne dolci da un venditore ambulante e cominciò a porgergliele come si fa con i bambini. Jerald inghiottiva senza pensarci. Il suo viso ossuto era ancora attraente, gli occhi mobili e intelligenti catalizzavano lo sguardo e il sorriso lampeggiava timidamente. Nella sera incipiente le luci della giostra si offuscavano della nebbia, perdendo i contorni in una luminescenza vaga e lattiginosa. La ruota panoramica girava dolcemente, coi suoi raggi bianchi e il suo diametro rosso fuoco, sospendendo in aria i seggiolini oscillanti. Il parco funzionava per poche persone. A quell’ora di sera non c’erano bambini e gli adulti erano a cena. Inoltre la mancanza di soldi aveva scoraggiato tutti dallo spendere anche gli spiccioli. Jerald camminava strascicando leggermente i piedi. Il suo pallore diminuiva, forse per effetto dell’aria fresca. Gideon era sempre stato un uomo di poche parole. Quelle poche le voleva usare per sollevare il morale del suo amico, per quanto il suo silenzio sembrasse impenetrabile. Ma il suono cantilenante della musica delle giostre sovrastò ben presto il suo naturale tono basso, e davanti al tunnel dell’orrore si trovò a proporre a Jerald di salire sulle macchinette rosse per entrare nelle fauci del Drago.
Il tunnel era un gioco che Jerald aveva fatto spesso da ragazzino, sebbene altrove, in Arizona. L’esperienza consisteva nell’entrare non visti e a piedi nella galleria dell’orrore, senza salire sulla macchinetta. Si trattava di un atto che richiedeva tutto il coraggio di un bambino: oltre che guardarsi dai carts in movimento bisognava resistere alla paura dell’uomo ombra, del teschio, del mostro dalle tre teste. Jerald aveva provato brividi di autentico orrore in quei frangenti e aveva ricordato quello scherzo per tutta la vita. I bambini hanno fantasia fervida: vedere i meccanismi del tunnel da vicino – le molle che azionavano lo scheletro, i fili di nylon che costituivano la tela del Ragno Gigante – non aveva tolto nulla alla magia sinistra di quel mondo da Luna Park. Ora Jerald era angustiato, stanco, frustrato e ricordare quei momenti gli faceva un effetto elettrizzante. Le sue guance si colorirono per il freddo come se l’emozione lo avesse reso sensibile al soffio del vento soltanto in quell’istante. Si strinse le falde del cappotto addosso e se ne stette premuto addosso a Gideon con un’espressione di attesa sul viso. Quel volto colse Gideon di sorpresa. Sapeva che Jerald viveva solo, che non aveva successo con le donne, che le sue fiamme occasionali erano fredde: cene, cinema o ristorante. Il contatto con la spalla dell’amico provocò anche in lui un’emozione, ma del tutto differente. Era come se fosse seduto accanto ad una donna.
“Mi sento di proteggerlo. E’ stanco e sfiduciato e tutti e due viviamo un brutto momento. Per questo mi comporto con lui come con una ragazza.”
I ragazzini sul cart davanti al loro si erano ammassati sul sedile e gridavano ai passanti, la notte era scesa di un esagerato blu elettrico sulle luci del Luna Park e da quella postazione sul sedile, bassa come quella di bambini piccoli su di una bicicletta, Gideon e Jerald vedevano un uomo molto alto sparare ai palloncini del tiro a segno. La macchinetta partì con uno scatto e prese velocità ronzando nei cinque o sei metri che separavano lo start dall’ingresso del tunnel. I ragazzini vocianti entrarono nelle fauci del Drago davanti a loro. Gideon si voltò in quel momento a guardare il viso di Jerald. Ci vide occhi talmente sorridenti che non riuscì a non toccargli con le dita il dorso della mano come avrebbe fatto con suo figlio. A quel gesto successe qualcosa di completamente inaspettato: Gideon sentì tutto il corpo di Jerald spostarsi verso di lui. Percepì l’odore del cappotto, la colonia maschile che indossava, persino l'odore dei capelli e quello delle castagne arrosto sulle sue labbra. Non trasalì e non si mosse. Era qualcosa che aveva sospettato senza indulgerci col pensiero. Un’idea, un ricordo, come se in un’altra vita lo avesse sperimentato e potesse sapere tutto anche di questo. La posizione sul cart era stretta. Perciò non era strano che due uomini alti e grossi stessero pressati. Nel momento in cui le fauci del Drago si aprirono ad inghiottirli nel buio fosforescente delle lampadine, Gideon sorrideva.
I loro occhi si abituarono rapidamente al buio. Apparve il mostro a tre teste che agitava i tentacoli di plastica, resi terrificanti dalla fosforescenza della vernice, poi il cavernicolo gibboso con la clava e l’occhio centrale rosso ed ebete in mezzo alla faccia. Quando le ragnatele sfiorarono loro il viso impedendo per un attimo di prendere il respiro, il viso di Jerald fu per un momento vicinissimo alle labbra di Gideon. Involontariamente, quasi senza volere, Gideon immerse le labbra nei suoi capelli. Non era qualcosa di cui ci si potesse accorgere. Il cart andava, i rumori della galleria sovrastavano persino le grida dei ragazzini, la piovra verdeazzurra si muoveva divorata dallo squalo e arrivavano già i suoni dell’accetta di Barbablù sul corpo mozzato della donna senza testa. Eppure Jerald se ne accorse. Mentre la svolta si avvicinava ed il buio era pesto, prese di nuovo la mano di Gideon e la strinse, senza lasciarla andare. Né Gideon la ritrasse.
Al Ritz ci andarono all’alba. Scelsero una stanza a due letti e soltanto Gideon diede i documenti. Avevano sparato a tutti i palloncini del tiro a segno e avevano cominciato a sentire il corpo l’uno dell’altro attraverso la stoffa pesante dei cappotti. Il gioco era andato talmente avanti e per talmente tanto tempo che quando uscirono dal Luna Park si reggevano a stento sulle gambe.
Jerald depose il cappotto sulla sedia. Era madido di quella pioggerella sottile che aveva cominciato a cadere verso il mattino. Il viso era leggermente umido, i capelli scomposti e le mani diacce. Le nascondeva sotto le ascelle per scaldarle. Gideon andava col suo passo lungo. Aveva lo sguardo leggermente disorientato, come capita quando si soccorre un cucciolo o un cane ferito e non si sa che cosa farne, non volendo portarselo a casa. Con una parte di sé si stupiva di quello che era successo e intendeva eliminare il problema appena usciti dal parco giochi, come se si fosse trattato di uno scherzo. Cercava, camminando, le parole che avrebbe detto: “Non facciamo i bambini, Jerald.”, oppure “Io non sono quel tipo di persona, forse la nostra amicizia doveva finire oggi.” E infatti si fermò sotto l’insegna di lampadine del Luna Park e si volse verso Jerald. E Jerald anche si fermò e torse il busto verso di lui. Il loro corpo era ancora talmente scombussolato da tutto quel toccarsi, che d’impeto si abbracciarono quasi facendosi del male.
“Siamo finiti.” disse Jerald con lo sguardo perduto “E se siamo finiti che ce ne importa? Abbiamo questo giorno. Poi andremo a finire per strada. I miei soldi sono andati. L’agente mi chiama ogni giorno per chiedermi di ripagare i debiti e io non ho più un centesimo.”
“Possiamo ipotecare.”
“Saremo perseguitati da questo crac per tutta la vita. Io ti amo.”
Gli occhi di Gideon erano scuri. Sembrava ci fosse un mare di lacrime in quegli occhi, avevano uno scintillio che si poteva confondere facilmente con la gioia.
“Una sola notte.” disse “Poi ce ne andiamo. Prendiamo un albergo, una stanza ad un piano alto.”
“Non lo fai per me.” disse Jerald “Anche per te stesso.”
“Mio nonno si è lanciato dal settimo piano dell’hotel Ritz tenendo per mano un suo amico, anche lui rovinato dal crollo della borsa. Si chiamava Gideon, e la persona con cui si è ucciso aveva dieci anni meno di lui. Tutti e due avevano perso tutto. Mia nonna se la cavò con i piani di assistenza sociale del New Deal. Tirò su due figli, un maschio e una femmina. Li fece studiare nell’università pubblica: si guadagnarono le borse di studio. Dalla figlia femmina, la minore, è nato mio padre. Ora sai tutto.” disse Mirna. La guardavo. Sembrava che quella tragedia avvenuta nell’autunno del 1929 la riguardasse tanto da vicino da farle uscire le lacrime, eppure suo nonno non l’aveva conosciuto.
“Io penso” continuò “che quelli che speculano sul sangue della gente vadano puniti. Se ci sono persone in borsa che riciclano denaro sporco di droga, sarebbe bene che li individuassi. In fondo, ti è stato chiesto soltanto di capire di chi si tratta, non di acciuffarli per i capelli. Il denaro può fare più male di una pistola, nelle mani sbagliate.”
Feci un cenno. Forse avevo accettato. Ma l’idea di Jettyson con la pistola nel cassetto mi rendeva ancora irrequieto.
10.
Jettyson riusciva ad ingurgitare quantità prodigiose di cibo thailandese, e questo destava in me profondi sospetti. Sapevo che la Thailandia dopo la guerra aveva raccolto quantità considerevoli di profughi khmer dalla Cambogia, che questi profughi erano armati fino ai denti e vivevano e si riorganizzavano per destabilizzare Sihanouk mangiando gli aiuti alimentari destinati ai cambogiani rifugiati per sfuggire al governo rosso. Quella speventosa congerie di belligeranti che era diventata il sudest asiatico si era trasformata in un’unica bocca urlante che reclamava cibo e assistenza, ma si chiudeva serrata quando intervenivano i comunisti. Gli aiuti si erano sparsi dovunque, ma convertivano quasi tutti sulle milizie rivoluzionarie. La prigionia di Sihanouk nel suo stesso paese, il suo ruolo di presidente ombra nel periodo Khmer, la devastazione di Angkor e le migrazione oltre confine, nonché la spaventosa quantità di bombe sganciate sul Laos, mi inducevano a dubitare di tutti i racconti lineari, per quanto poco ortodossi, di quell’uomo prestante e aggressivo, che ci squadrava da sopra la scrivania dietro una cortina fumante di tagliolini alla malese. Gli americani tornavano dalle loro trasvolate sul sentiero di Ho Chi Minh ancora carichi di bombe. Quelle rimaste cadevano sui confini laotiani. Facendo centinaia di vittime. Era stata definita la guerra segreta. La situazione laggiù era talmente sporca – politicamente e militarmente parlando – che un sopravvissuto con quello sguardo ironico mi faceva paura più dell’offensiva del Tet, e gli occhi con cui guardava Mirna mi facevano scorrere sudori freddi che il tè verde offerto copiosamente alimentava anziché placare. Jettyson Allitry aveva fotografato lo sterminio dalle postazioni seminascoste dei guerriglieri vietcong, ma si era alimentato e aveva combattuto con cibo e armi statunitensi a favore del governo americano. Questa spudoratezza belligerante mi rendeva irrequieto come se a quei pranzetti Thai che ci offriva stesse divorando la carne di qualche mio parente, e spesso non riuscivo a seguire i discorsi, attratto com’ero da quegli occhi che spesso si fissavano giocosamente nei miei come quelli di un grosso gatto vorace. Mirna forse annotava mentalmente le sue mosse, forse avrebbe ricordato ogni parola, ma del bambino d’oro non si era detto fino ad allora proprio nulla, finchè, un martedì, Jettyson non se ne uscì con questo resoconto:
“Per andare all’argomento che ci interessa: sapete che la produzione oppiacea del Laos si è trasformata in lavorazione dell’eroina quando sono stati vicini i militari americani? Il Laos è il terzo produttore di oppiacei del mondo. Alcuni gruppi etnici locali consumano la droga in piccole quantità, ma sono i turisti stranieri, oggi come oggi, a fare da catalizzatore. Sono loro che spargono la polverina in tutto il mondo e insegnano ai locali il suo grande valore. Per scopi curativi o di svago momentaneo i laotiani hanno sempre adoperato gli oppiacei, ma soprattutto in tarda età, quando erano inabili al lavoro nei campi o i dolori si facevano sentire. I giovani hanno imparato dai turisti della droga che queste erbe avevano un peso sul mercato mondiale, e hanno cominciato a specializzarsi, nonché ad assumerne certi quantitativi impropri. Le fumerie di oppio, oggi sono illegali, o ufficiosamente illegali, dato che esistono ancora. Gli spacciatori laotiani si pagano con gli introiti delle fumerie di oppio la raffinazione dell’eroina e del crack. Mentre i soldati combattevano di giorno e i vietcong riguadagnavano tutto il terreno perso di notte, i movimenti studenteschi americani che protestavano contro la guerra, in particolare gli hippies, furono inondati di stupefacenti. In qualche modo il paese conquistato conquistava il vincitore, come dicono certe frasi storiche.”
Ebbi voglia in quel momento di rompere il bel viso di Jettyson Allitry a cazzotti. Poi pensai alla pistola nel cassetto e mi contenni.
“Dove vuoLe arrivare?”
“Il movimento hippy nacque con l’offensiva del Tet. Ne ha sentito parlare? Nel 1965 le truppe americane sbarcarono a Danang. I nostri effettivi sul terreno erano qualcosa come 200.000 uomini. L’attacco più massiccio dei nordvietnamiti fu quello di Keh Sanh, in una zona smilitarizzata, ma era soltanto una manovra diversiva: i charlie stavano preparando l’offensiva del Tet, che avvenne il 31 gennaio, mentre il Vietnam del Sud festeggiava il capodanno lunare. Furono colpite circa 100 città e fu il primo scontro in campo aperto con le nostre forze: noi perdemmo 1000 soldati, 2000 i vietnamiti del sud, ma i vietcong se ne andarono con una quantità di morti che era dieci volte tanto. La battaglia si era concentrata intorno alla città di…. La presero ma riuscirono a tenerla soltanto tre o quattro giorni. In quell’occasione, in mezzo al bagno di sangue collettivo, il generale Westmoreland chiese il supporto di altri 200.000 uomini, ma il governo era atterrito: l’opinione pubblica cominciava ad agitarsi, e a luglio Westmoreland fu rimpiazzato da Creighton Abrams. I giovani universitari si sollevarono nei campus, dilagarono nelle strade e nelle piazze del paese: sembrava che il movimento hippy stesse avendo la meglio. Eppure quella gente pacifista, solidale, fantasiosa, per molti versi straordinaria, aveva il difettuccio di rimpinzarsi di marijuana ed LSD. Stavamo dando intelligenza, soldi e sangue ad un paese che inesorabilmente cadeva. Uno sforzo massiccio che era come la fatica di Sisifo. Mi riacciuffarono. Avevo fatto saltare tre ponti e decine di mezzi blindati. Avevo le fotografie. Soltanto io ero sul posto. Non sapevano se decorarmi o mettermi in galera. Scorrazzando per le campagne ero arrivato fino a Huè, la città regale. E’ regale davvero. Anche di quella, ho le fotografie. Parlavo correntemente vietnamita, ma il mio aspetto non mi poteva confondere con uno di loro. E’ difficile, quando non si riesce ad assimilarsi fisicamente, davvero difficile. Intanto, in America i giovani trovavano i fiori e se li mettevano in testa gridando pace. Se mi avessero potuto parlare a quattr’occhi, mi avrebbero detto che ero un merdoso stronzo.”
Allitry sospirò, prese qualcosa dal cassetto e ci mostrò una sua foto, nella quale lo chignon biondo che tradizionalmente avevamo imparato a riconoscergli si era tramutato in un fulgore di capelli sciolti. Indossava una maglietta e un paio di jeans sdruciti e sedeva ai margini di un prato mezzo avvolto da una bandiera con scritto “Peace”.
“A quel tempo e per anni in seguito, gli hippies furono la forza della controcultura americana. Avevano una loro arte, e avevano maturato certe riflessioni sul colore e le forme che riuscivano davvero ad interessare un fotografo. Avevano un genere di inventiva che poteva costituire l’antidoto perfetto del mondo finanziario e spietato del boom economico degli anni sessanta. In particolare, un tale Wilson pareva aver inventato il manifesto psichedelico ideale: quelle lettere rotanti, inclinate, reversibili nello spazio che piacevano ai gruppi di musica rock per pubblicizzare le loro canzoni e poi comparvero sotto forma di graffiti sui muri di tutto il mondo. Molti di loro andavano a vivere in campagna o nei parchi, per sottrarsi a quella che definivano l’”economia della morte urbana”. Dormivano nei fienili, formavano comuni contadine, mangiavano e fumavano ogni sorta di erba e scodellavano anche bambini vegetariani. Tutto era partito dai gruppi di protesta che bruciavano nel Central Park le cartoline di precetto. Il loro concetto della galera era spassoso: ritenevano che potesse trattarsi di un luogo di vacanza in cui si doveva vivere gaiamente a spese dei contribuenti e diffondere le idee della pace e della fantasia. Molto pochi riuscirono ad attuare queste idee, anche per il fatto che appartenevano quasi tutti a classi sociali elevate e i genitori andavano appena possibile a pagargli la cauzione per tirarli fuori. Le loro manifestazioni erano intense ed effimere, una celebrazione continua del misticismo della natura e del sesso imperava nelle loro vite. Ci fu di loro chi disse: “Credo che siamo in grado di trasformare qualsiasi ordine potenziale in una celebrazione. Credo che dovremmo vivere sui tetti e comunicare con gli specchi. Dovremmo soprattutto mettere frontiere artificiali di carta.” Per l’hippy il mondo è una forma d’arte, il corpo anche, il sesso pure. L’hippy si decorava di collanine, di piume, di stoffe colorate e incongrue, voleva fare di se stesso un fiore esotico. Il disgusto per la politica li contraddistingueva tutti, dato che ritenevano che nell’arena del parlamento si esercitasse l’ipocrisia mondiale, che l’esercito e la polizia fossero la brutalità istituzionalizzata. Volevano imparare ad allevare i bambini in comune, a mantenere qualche sorta di libertà interiore che provocava formulazioni indipendenti del pensiero nell’intero movimento da parte di ciascuno di loro, a creare un’arte che descrivesse l’armonia della danza del corpo nei piani mobili dello spazio. Occupavano case, quartieri, per poi andarsene organizzando magnifiche processioni funebri del loro passaggio in quel luogo: fu eclatante il funerale di Haight Street. Il loro gusto per le droghe era proverbiale, faceva parte e si confondeva con quel genere di misticismo orientalizzante che aveva la sua base in un’idea di Dio multicentrica e onnipresente, ma del tutto astratta o del tutto concreta, senza vie di mezzo: le statuette indiane danzanti, i simboli esoterici delle religioni di tutto il mondo, la polivalenza delle figure pacifiste erano tutti coinvolti in un vortice della coscienza che poteva soltanto essere frutto di una dolce allucinazione. I reduci del Vietnam cominciarono ad usare droghe per alleviare lo schock o il dolore, gli hippies le presero per entrare in contatto con l’Armonia universale, ma gli stupefacenti assuefacevano gli uni e gli altri. E se per alcuni era stato soltanto un gioco, per altri fu la morte.”
“Lei parla sul serio?” dissi, ancora concentrato sulla fotografia.
“E’ cominciato tutto in Vietnam. E’ lì, la radice. E ora passiamo al bambino.”
Mirna si agitò sulla sedia.
“Il bambino è un’astrazione ricorrente in tutte le civiltà fideiste. E’ il simbolo del cambiamento, della nascita di qualcosa di nuovo. Gesù con la stella sopra la mangiatoia, il piccolo Budda che cammina appena uscito dal fianco della madre, il sapiente inconsapevole dei misteri del cosmo che un fiore di loto difende. Il bambino è la rigenerazione, e negli anni sessanta la società americana si stava effettivamente avvicinando a qualche sorta di miracolo simile. In oriente la leggenda del bambino d’oro provoca disgrazie, ma è diffusa opinione che i bambini generino ricchezza. Un’opinione da paese povero, in cui a volte i figli sono l’unico bene di famiglie contadine che li allevano per il lavoro dei campi. E poi c’è il chicco di riso. Sapete quanto è faticoso coltivare riso? Ne avete un’idea vaga. Lo mangiate e non vi chiedete come è stato prodotto. Il riso è la base dell’alimentazione in tutto l’oriente. Io l’ho visto piantare nel delta del Mekong, un fiume talmente grande da avere due maree al giorno. Tutto il delta è una grande risaia e produce da solo la quantità di riso necessaria a sfamare una nazione. Quando il governo introdusse la coltivazione collettiva nel delta, nel 1975, la produzione crollò e si cominciò a vendere sacchi di riso al mercato nero a quelli che arrivavano dalle città. Era come l’oro. In Vietnam e nella maggioranza dell’Asia, la coltivazione del riso non è stata modernizzata: si svolge come millenni fa. Le donne indossano cappelli conici e irrigano a mano i campi, mentre i contadini insediano le pianticelle nelle zolle e i bufali indiani arano i campi da seminare. Dopo la semina, quando le piante sono ancora piccole, sono raccolte e trapiantate in un altro campo per evitare che le radici marciscano. E’ un lavoro immane e faticosissimo, che spezza la schiena e si svolge con tutta la metà inferiore del corpo nell’acqua. Questa fase della coltivazione è effettuata quasi del tutto da donne, che se ne stanno coi piedi a mollo in acquitrini dove addirittura possono vivere i pesci. Le pianticelle impiegano da due a tre mesi per raggiungere il completo sviluppo, a seconda della varietà di riso. In Vietnam la raccolta si svolge in inverno-primavera, in estate-autunno e nella stagione umida che coincide con l’inizio delle piogge. Al momento della raccolta le piante di riso sono alte e sottili e sono immerse in circa trenta centimetri di acqua. I chicchi crescono in spighe che sono tagliate a mano e quindi raccolte in carriole per portarle fino alle trebbiatrici che separano la pula dal resto della pianta. In questa fase della raccolta, il riso tagliato ha l’aspetto di morbidi tappeti marroni sparsi lungo le strade ad asciugare. E questo è l’aspetto agricolo dei fatti, ma esiste un aspetto mitico e leggendario del riso, che i Vietnamiti raccontano nelle loro danze e nei loro spettacoli popolari. Ho avuto la grande gioia e il privilegio, quando ero laggiù, di assistere ad una rappresentazione che pochissimi occidentali hanno visto. Si chiamano le marionette sull’acqua. E’ uno spettacolo che è stato inventato dai contadini che trascorrevano gran parte della loro giornata nelle risaie allagate: ebbero l’idea di trasformare i campi in palcoscenici e di far muovere sul pelo dell’acqua dei personaggi che raccontassero le loro storie. Le marionette sull’acqua risalgono come invenzione a mille anni fa e la loro espressività e i loro modi di muoversi non sono molti cambiati da allora. Sono figurette scolpite nel legno impermeabile dell’albero del fico, che i vietnamiti chiamano sung e anticamente ritraevano gli stessi contadini e contadine che li muovevano. Oppure altri abitanti del villaggio e i loro animali. Le più strane raffiguravano creature mitiche come draghi, fenici e unicorni. Quando i reali si accorsero che si trattava di un’arte popolare molto estetica e divertente, durante la dinastia dei Ly e dei Tran, la trasferirono nelle corti. Oggi per la rappresentazione si utilizza una vasca quadrata dove l’acqua arriva alla vita e quest’acqua non deve essere limpida, in modo da nascondere i meccanismi che muovono le marionette. La bellezza di queste figure è commovente: sono coperte di una pittura lucida di origine vegetale, alte fino a 50 cm, e pesano anche quindici chili. Ci sono persone che si allenano tutta una vita per imparare a muoverle. I pezzi si deteriorano rapidamente nell’acqua, perciò la produzione di marionette occupa gli abitanti di una intera piccola città nei pressi di Hanoi. Per ogni spettacolo sono necessari undici pupari, che trascorrono la serata nell’acqua dietro una tenda di bambù e per tradizione soffrono di malattie professionali legate all’umidità. In tempi moderni indossano alte calosce. La marionette sono fissate a lunghe aste di bambù oppure poggiano su di una base galleggiante fissata ad un’asta: quasi tutte muovono sia la testa sia le articolazioni e alcune sono guidate nell’acqua da una sorta di timone: nel buio della sala sembra di vederle camminare sull’acqua. Il gruppo dei pupari è quasi una casta. Il segreto del mestiere non si svela alle figlie femmine per timore che possano portarlo via con sé sposandosi. Durante lo spettacolo, la musica è costituita da flauti di legno, gong e tamburi, xilofoni di bambù e dan ban a corde. Il dab ban merita una parola a parte: si fa con la scorza dura di un’anguria vietnamita e produce un suono ossessionante tramite la cosiddetta “barra magica”. Il programma più rappresentato e più gradito dal pubblico della marionette sull’acqua è proprio quello dedicato alla coltivazione del riso. Lì ho visto per la prima volta su di una scena profana il bambino d’oro che avevo notato nelle rappresentazioni dei templi di My Son. Una divinità.”
Jettyson tacque e io notai che Mirna era sbiancata.
“Ti senti male?” chiesi.
“No, andiamo avanti.”
“Il bambino d’oro secondo alcuni è l’incarnazione finale del Buddha, secondo altri il simbolo della bellezza sacra. In effetti, la bellezza più incredibile dei paesi dell’Indocina consiste nei templi. Sono curati, arricchiti di pietre preziose ed oro, venerati e circondati da giardini nei quali si coltivano piante rarissime.”
“Ma il Buddha non si incarna più.” osservai stupito “Non ha raggiunto il Nirvana?”
“Lo ha raggiunto nel presente o nell’eternità?” mi chiese a bruciapelo Jettyson Allitry.
“Che razza di domanda è?”
“Se il Nirvana è fuori dal tempo e il Buddha ha raggiunto il Nirvana nell’eternità, lo ha raggiunto in una condizione spaziotemporale extraumana, che non ci riguarda. Qui può benissimo tornare. Questo è un tempo diverso. Il tempo della terra.”
“Il bambino d’oro sarebbe il Buddha? Ma io l’ho visto!”
“L’ha visto?” disse Jettyson aggrottando le sopracciglia.
“Lasci perdere.” feci, agitando la mano “Si tratta di una faccenda che Le racconteremo in seguito.”
“Bè…no. Vorrei saperla adesso.”
Mi sistemai sulla sedia e raccontai la storia di Mirna esattamente come la ricordavo. Allitry ascoltò concentrato.
“Dunque.” disse alla fine “Si racconta anche, e questo in tempi più recenti, che il bambino d’oro sia un sinoamericano. Cioè uno dei tanti bambini nati dalla violenza della guerra. Quelli che furono il frutto indesiderato delle violenze compiute sulle donne vietnamite dai soldati, o comunque della loro unione con gli americani. Alcuni si presero per affetto. I loro bambini erano scansati come la peste dai vietnamiti. Storie molto tristi. Di fatto sono cresciuti nella discriminazione e nell’odio di tutte e due le razze.”
“Il bambino che noi…che Mirna ha trovato era bianco.”
“Poteva esserlo, se fosse stato figlio di un americano. Soltanto una cosa non ho capito bene: che cosa vi fa pensare che proprio quel bambino fosse il bambino d’oro?”
“Quel bambino aveva dei doni particolari. Ha fatto delle cose….Non posso spiegarlo, mi prenderebbe per un’esaltata.”
“Non lo so neanche io. Mirna non ha voluto parlarmene.” dissi contrito. “Ma il giorno dopo è comparsa la Sua foto sul giornale, per quella faccenda del Gold Standard e del possessodi oro da parte di cittadini privati….”
Jettyson sorrise: “Deve averla ripescata qualcuno da qualche archivio. Ma è vero. La foto è stata scattata in Vietnam negli anni sessanta. Comunque, se si trattasse di un bambino vietnamita, ormai dovrebbe avere circa dieci anni. E il vostro era un neonato. A meno che…”
Mirna si alzò in piedi e mosse qualche passo: “Bè, noi togliamo il disturbo, signor Allitry. Ha ragione, penso che fosse una pazzia connettere le due cose. L’abbiamo disturbata abbastanza.”
“Non volete sentire quello che ho da dirvi?”
Mirna stava tenendo a due mani la porta dell’ufficietto che dava sulla via, la porta era socchiusa e io tenevo le mani sui braccioli della sedia per alzarmi e seguirla.
Mirna esitò. Sembrava spaventata da quel seguito. Oppure si aspettava altre storie di razzie e bombardamenti.
“Successe qualcosa di molto affascinante…nel quartiere vecchio di Hanoi..mentre ero lì. Non avrei dovuto esserci, e questa faccenda non trapelerà, me lo giurerete sulle vostre teste. Ma, tutto sommato, anche Jane Fonda durante la guerra ci si fermò un po’ di tempo. E io non facevo trasmissioni pacifiste per radio.”
“Ma Lei ha girato indisturbato tutto il paese?” sbottai infastidito.
“Era lacero, puzzolente e con un cappello da contadino calcato in testa. Vivevo nei sobborghi, dove offrono ai passanti zampe di gallina fritte.”
Mirna tornò a sedersi, ma pareva molto nervosa.
“Lei ha voluto questa storia, madamigella.” disse Allitry dolcemente “E io la racconto.”
“Sta bene.” disse Mirna “Ma che cosa vuole in cambio?”
“La mia richiesta è la stessa. Però aggiungo che, se mai trovaste il bambino, il patto è che mi diciate dove si trova.”
Mirna si morse le labbra: “Lei ha fatto pubblicare apposta quella fotografia sul giornale, non è vero?”
“Può darsi. Oppure no.”
“Bè, neanche io Le posso garantire che saprà dove si trova il neonato. A meno che non abbia garanzie certe che non gli torcerebbe un capello.”
Allitry si alzò e scomparve nel retro. Ci accorgemmo subito che quella mossa era dovuta all’avvicinarsi di qualcuno dalla via alle nostre spalle. Riemerse dalla tendina nera con un rullino e un pacchetto di carte da gioco.
“Questi sono tarocchi. Li ho preparati per l’uomo che sta arrivando, utilizzando fotografie che ritraevano soggetti analoghi a quelli dei tarocchi tradizionali. Mi fanno richieste strane, ogni tanto.”