IL FUNGO

 

 

 

 

Back           Home page

 

 

 

 

“Era diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo, ma si poteva trovare anche sulle coste settentrionali d’Europa, lungo il Mare del Nord e il Baltico. Un fungo allucinogeno dall’aspetto innocuo, mangereccio. Bardi ritiene che il consumo di questo fungo sia alla base di molte forme  di religiosità che si sono propagate verso il I, II secolo a.e.v. e poi affermate nel tempo. Non una casta sacerdotale, ma una religione, per così dire, democratica, con quell’associazionismo mistico osservato in certe comunità di indiani messicani intorno al consumo della mescalina. Ecco. Delle ipotesi più azzardate non parlerò. Le dico soltanto che secondo alcuni la forma della croce dipende dalla struttura del fungo: un  fusto, un braccio orizzontale, che sarebbe il cappello. Dicono.”

Il professor Nesti sorrise timidamente. Il suo sorriso si riflesse nel vetro della teca, un po’ vacuo.

Sterla guardò il fungo disseccato e prese un breve appunto:

“Mangereccio.” scrisse “Allucinogeno.”

I suo caratteri grandi, un po’ bambineschi, ammiccavano dal foglio. La sala si allungava verso una enorme vetrata, il giardino dell’istituto di botanica risplendeva in un sole limpido, ogni foglia apriva il palmo e cantava.

Sterla cercò con gli occhi l’edificio ampio del rettorato. Vide le finestre lucide, dietro la balconata l’uomo con il completo grigio. Pensò di fargli un cenno, poi si trattenne, certa che Kail, notoriamente miope, non l’avrebbe vista. Pensò che non avesse potuto estorcere al rettore nulla di più di quanto lei era stata capace di ottenere dal titolare di biologia comparata. Questi accademici misurati non concedevano granchè allo scandalo. Eppure lo scandalo c’era stato. Uno scandalo universitario che presto aveva varcato i confini del Campus ed era dilagato fra la gente, fino a finire su Rete Nove.

La popolazione aveva ricevuto la notizia verso l’una, quando stava riunita in cucina o in sala da pranzo. A molti quel pranzo era andato di traverso. Infatti poi c’era stata la censura televisiva. Quella notizia non passò al notiziario delle cinque e neanche a quello delle venti. Tornò ad ammiccare brevemente, molto edulcorata, a quello delle ventitrè. Il giorno dopo era scomparsa. Ma il putiferio che aveva suscitato in certi gruppuscoli eversivi, fra gli adolescenti e le rock star, in certi scantinati che ospitavano feste non del tutto innocenti dopo l’ora di chiusura dei locali disco, l’aveva portata come un’onda a spazzare le vie grigie della città, ripulendole di quanto di umano era rimasto fra le associazioni cattoliche e i gruppi di assistenza ai senzatetto. Improvvisamente la città vide la sua faccia spietata e si fece una smorfia di compiacimento. Non ci fu alcuna risata liberatoria.

Era prevedibile che poi si affollassero intorno alla facoltà di biologia e all’istituto di botanica. Erano tipi a sè. Cominciavano con lo gironzolare per i corridoi, come cercassero qualcosa sulle bacheche, poi si avvicinavano agli studenti degli ultimi anni e mormoravano delle domande. Quelli alzavano le braccia in segno di difesa, proclamando ignoranza assoluta del fatto (era una direttiva dei professori, e gli esami volevano superarli) e impallidivano per la propria stessa reticenza. Ma i tipi non si scoraggiavano. Molti di loro  - giubbetto nero di pelle, jeans sdruciti, catene pesanti al collo - erano entrati nelle stanze delle fotocopiatrici e avevano parlato col bidello. Quello al primo istante aveva creduto che cercassero il distributore della Coca che si diceva desse le lattine gratis, dato che, come si era espresso pareva gente di quelli che vendono qualcosa, non so se mi spiego. Di commerci sotterranei l’università era piena. C’erano già stati i prodotti biologici, i maglioni peruviani, il caffè arabico, erbe di tutti i generi, rotolini di carta che contenevano scongiuri, e misture a base di alcol che avevano provocato un proibizionismo spietato nello snack bar “Meeting”, di fronte alla scalinata di ingegneria. C’era stato, a detta di alcuni, anche un movimento poco pulito di immigrati senza permesso di soggiorno che vendevano e compravano dagli studenti peggio in arnese passaporti e patenti. Tutto questo rientrava nelle competenze del rettorato e della polizia. Tutt’al più si immischiava di tanto in tanto qualche associazione umanitaria, ottenendo peraltro i soliti sorrisi di condiscendenza. Ma quest’affare era stato un colpo. Al prestigio della città e del Campus. Al buon nome dei professori che ci insegnavano.

Alla reputazione del giornalista che aveva osato diffonderlo.

Il cronista si chiamava Erpici. Dopo lo scoop fu lodato e lisciato, ebbe il suo giorno di gloria nella redazione. Un settimana dopo già non si vedeva più e aveva cambiato indirizzo. I più ritennero che avesse poco tempismo nello scegliersi i periodi di ferie. Poi qualcuno fu chiamato dal direttore, cadde una cortina di riserbo, certi fogli furono messi da parte e sparirono dagli schedari, tutti dimenticarono prodigiosamente il caso. Tranne quelli che si erano lanciati dalle periferie, dai centri sociali, da un certo sporco underground e dalle fedi alternative, che scrivevano su opuscoli annunciando la fine del mondo o diffondevano manifestini con guru senza capelli in testa. Quelli cominciarono a volare attorno all’istituto di biologia come mosche, appesantendo l’aria, facendo  giravolte per le sale vuote, ronzando durante gli esami in corso. Fra questi c’erano Sterla e Kail.

Sterla e Kail non erano i cavalieri dell’apocalisse. Neanche si occupavano del benessere dell’umanità. A dire il vero niente li appassionava di più del loro corpo liscio e curato e dei locali in in cui si consumavano alcol e ostriche di prima qualità. Avevano il dono della parola, nel senso che sapevano acconsentire. La gente si sbottonava il primo bottone della camicia e si allargava il  nodo della cravatta parlando con loro, sorrideva imbarazzata e gratificata, intravedeva qualche barlume di notorietà di quella migliore, che ti può far presentare alle elezioni su un manifesto ben fatto, o ti può far riconoscere per strada da professionisti di vaglia. Non si gettarono su quella pista con l’avidità della prima ondata. La seguirono con tatto, aspettarono che la tempesta si calmasse, si limarono le unghie quando Erpici se ne andò in montagna, poi cercarono di lui, e lo convinsero a dire la sua in un magnetofono. La conversazione era questa:

“Lei è stato licenziato dal suo giornale per lo scandalo del fungo all’università?”

“No.”

“Diciamo, allora, che è stato allontanato?”

“ Mi sono preso una vacanza.”

“Ci racconterebbe i fatti in ordine?”

“I fatti in ordine sono quelli che ho esposto nel mio articolo.”

“Ma almeno avrà avuto degli informatori. Dato che, come Lei sa, l’Università nega tutto.”

“Si, lo so.  Ma anch’io mi comporterei..” sospirò.

“Allo stesso modo?”

Nuovo sospiro: “Sì, allo stesso modo. Si tratta, in  fondo, dei nostri figli.”

“Lei pensa che i nostri figli  come Lei lichiama, siano stati in qualche modo coartati da qualcuno, che ci fossero dei professori coinvolti... forse dei medici?”

“E’ probabile. Ma non ne posso essere certo.”

“Come ha fatto a scoprire il fatto. Aveva degli informatori?”

“No. Per l’appunto, un amico di mio figlio. Che frequenta ingegneria. Ricomparve una mattina in stato di schock. E lo trovai sul mio divano. Carlo, mio figlio, l’aveva fatto entrare all’alba. Pensai a una sbronza. Delirava. Lo accompagnammo al centro narcotici...Ci dissero che non aveva preso alcuna droga conosciuta, e neanche aveva ingerito alcolici. Poi la cosa fu messa a tacere dalla famiglia, quando il ragazzo morì. Si disse, un embolo.”

“Lei vide il referto dell’autopsia?”

“No. Ma Carlo riuscì a rivedere il ragazzo prima del decesso. Mi disse, una cosa spaventosa.”

“Spaventosa come?”

“Ho descritto i sintomi nel mio articolo. Allora pensavo sinceramente che si trattasse di qualche malattia. Finchè...” silenzio. Il nastro ha registrato dei passi per la stanza e il fruscio di un tubo nel muro. Erpici tossisce leggermente. “Mio figlio non ha voluto dirmi tutto. Ho capito che era reticente, che copriva qualcosa. Così sono andato io stesso...”

“Si, questo lo sappiamo tutti. Vorremmo invece sapere, come fu che emerse l’idea di un rituale.”

La voce alterata di Erpici:

“Non ho mai parlato di un rituale! Adesso vogliate scusarmi, ho da fare.” Il rumore della sedia che si scosta, un tramestio col magnetofono. Il magnetofono si spegne. Il magnetofono si riaccende, il nastro registra un parlottio concitato ma a voce troppo bassa, le parole non sono intellegibili. Poi Erpici riprende,  apparentemente di sua iniziativa:

“Furono i ragazzi che parlarono di un rituale.” la voce è bassa e grave, un po’ affannosa “Sciocchezze.” aggiunge.

“Che cosa vide quella notte?”

“Non entrai mai all’Università di notte. Mi furono soltanto riferite delle cose. Riguardavano lo scantinato della gipsoteca. Sotto la facoltà di lettere.”

“Ci andò?”

“Di giorno. Con il custode. Non c’era niente, a parte un ambiente stretto per la caldaia, e delle brande.”

“Delle brande?”

“Brandine  pieghevoli. Forse abbandonate lì da anni.”

Risata sommessa dell’intervistatore.

“Vuol dire che tutta quella storia del rito...”

“Non so di nessun rito.” dice  forte e chiaro Erpici. Il magnetofono si spegne.

Questo fu il sunto del sunto. In realtà la faccenda era abbastanza complessa. La polizia se ne occupava con fervore, i professori conservavano la loro intangibilità, ma Kail e Sterla riuscirono a parlare col nuovo rettore, che era riuscito a farsi eleggere per la seconda volta nonostante avesse promesso aumenti delle tasse per la fascia di reddito intermedia e non avesse specificato nel programma alcuna mossa atta a migliorare le condizioni disastrate dei laboratori e del materiale didattico, nonchè delle biblioteche e del personale che ci lavorava, composto per la gran parte di volontari. Il rettore espresse il proprio rammarico: quel giorno purtroppo aveva poco tempo a disposizione, ma avrebbe fatto per loro quello che poteva. Sì, naturalmente, sapeva di quella faccenda. No, non pensava che si trattasse di droga, anche se di droga, com’è ovvio, nel Campus ne circolava. No, assolutamente non c’erano professori coinvolti. Medici? Risata. Che medici, i medici stavano nella sede distaccata, medicina aveva tutti gli insegnamenti al policlinico. Che si volesse tornare a certo horror da squartamento di cadaveri? Sorriso lieve. Lui non ci credeva proprio. Li poteva invitare alla riunione del consiglio di amministrazione? Era ora che la stampa si occupasse dei problemi veri dell’Università. Queste erano - come si dice?- leggende metropolitane. Il ragazzo morto aveva una rara sindrome contratta in un viaggio, come aveva  confermato la  famiglia. Era stato da poco in un paese del terzo mondo. Non aveva effettuato le dovute vaccinazioni. Purtroppo. Una terribile disgrazia. Il fungo? Ah, il fungo. Ce n’era un esemplare nell’istituto di botanica. Lo avevano già visto? Ah Nesti, si, Nesti. Una persona competente, di rara affabilità. Certe volte si lasciava andare a ipotesi azzardate. Sotto la  gispoteca? Ci sono i topi? Abbiamo dovuto disinfestare il mese scorso. Intere famiglie di ratti. Com’è normale. Quest’università sta in piedi dal 1920. Eh? Ah. Presentarmi come assessore? Ci avevo pensato. Eh, amicizie, conoscenze, la spesa. Tutto, in politica, è spesa. Però. Ammiccamento. Forse un’informazione, se proprio vi interessa. Certo, naturalmente, come se non l’aveste sentita da me, è una notizia riservata, rilasciata soltanto alla polizia. Uno studente di legge. Si chiama Antoni. Antoni Fabio. Bè, ci vediamo allora a quel pranzo. Due parole mi bastano. Sono amici nuovi, preziosi per un vecchio solitario come me. Garantito? Bene. Con il dovuto...Sì, capisco. A presto.

Sterla e Kail conservarono tutti i dati in uno schedario d’acciaio, ci impressero sopra la sigla del  giornale, si diedero alla ginnastica e alla piscina per una o due settimane. Poi andarono a cercare Fabio Antoni. Lo trovarono che fumava nel giardino squallido della facoltà, sotto una palma che aveva visto tempi migliori. Era in un gruppo di studenti di ingegneria, che chiassavano e commentavano, esercitandosi in giochi di abilità con le palline da tennis e circondandosi di ondate di lattine di birra. Un giocoliere biondo davanti a lui era riuscito a tenere in aria sette o otto di quelle palline, il chiacchierio sommesso era continuato. Quando l’ombra di Sterla gli cadde sulla maglietta, Fabio indossava dei pantaloni del tipo militare e portava al collo, appesa a un cordone di cuoio, una croce spropositata, di quelle che i vescovi indossano nelle parate. Sterla aveva gambe ben fatte, i cui dettagli non poterono sfuggire all’occhio esperto degli studenti.

“Ti vorrei fare delle domande.”

Fabio alzò uno sguardo imbronciato e continuò a giacere sul prato.

“Sei una giornalista.”

“Del Noto Sera.”

Ci furono delle risatine sommesse.

“Ho parlato con una decina di voi, ultimamente. Mi fate cagare.”

“Ti invito in un ristorante che serve champagne e cemento. Stasera alle sette. Preparati all’occlusione intestinale.”

“Spiritosa. Ti invito io. A casa mia alle otto. Lì sono fornito del necessario.”  Risate sguaiate del gruppo .

“Dove abiti.”

Un gesto vago della mano aperta nell’aria.

“Ragazzi, datele il biglieto da visita.”

Qualcuno porse a Sterla un manifesto verde con scritto:

“Tequila night. Via Bari 4. Venerdì 3 maggio Festa Tequila, Inizio ore 22” sotto il manifesto sventolava un numero di telefono ripetuto su una decina di cartoncini asportabili. Sterla prese il manifesto e lo infilò nella borsa.

“Porto un amico.” disse.

“Porta chi vuoi.” fece Fabio “L’ingresso, per i non studenti, sono cinquanta. A testa.” Le strizzò l’occhio malevolo “Ci sarà un po’ di chiasso.” Aggiunse “Perciò, inutili i registratori.” La sua testa ricadde sul prato. Quello con le palline fece un passo indietro e le fece cadere in una sacca.

Sorrise a Sterla soddisfatto.

“Prese.” disse.

“Bravo.”

Kail aspettava sulla scalinata di lettere. Molto discretamente, si era voltato.

 

2.

 

L’ingresso pareva quello di un comune ritrovo, un ristorante, un pub. La porta era rossa, laccata, con due oblò di vetro, accanto alla porta c’era un citofono dorato con la scritta “Club”. Sterla e Kail ci arrivarono verso le nove. Volevano osservare da lontano il tipo di gente che entrava e premunirsi. In questi casi premunirsi è vitale. Avevano le pillole, avevano i farmaci contro le pillole, avevano le sigarette egiziane, due tipi di fumo, vari indirizzi di amici sui quali dei ragazzi ventenni potessero far conto in caso di necessità urgente, e un mucchio di soldi attinti ai fondi del giornale. Non tentavano neppure di apparire diversi da due giornalisti sprovveduti, infatti anche questo era di fondamentale importanza. Sterla aveva la stessa gonna corta di quel giorno nel giardino della facoltà, Kail sembrava un impiegato delle ferrovie in vacanza. Il movimento davanti all’ingresso cominciò parecchio più tardi. Entrarono per primi i buttafuori, che avevano l’aspetto monumentale e in qualche modo zoologico di certi animali ipertrofici, poi entrò il padrone del locale, che riconobbero per averlo visto su una foto dell’archivio, non per l’aspetto. Indossava una divisa da parà e aveva al collo una enorme croce d’oro. Negli ultimi anni doveva aver preso l’abitudine del rasoio elettrico, ma i tagli orizzontali sugli avambracci dovevano essere stati provocati da un coltello. I ragazzi probabilmente appartenevano tutti a qualche facoltà trasversale: erano quasi identici, difficili da distinguere l’uno dall’altro. Erano alti, anoressici, in abiti neri, con quel colorito che producono l’assunzione di alcol e di droghe pesanti e che una pratica esasperata del sesso fa tendere leggermente al vivente. Comunque respiravano. Un bagliore di metalli su giubbotti e ai polsi poetizzava quel movimento, dando a chi guardava l’illusione che qualcosa di saldo e di materiale li tenesse in piedi ancora per qualche ora. Quando cominciarono ad arrivare le ragazze Sterla ebbe un lieve moto di nervosismo. I capelli erano stati prodotti da qualche sostanza vegetale: riccioli, cascate, cespugli, foreste. Non erano mai più corti delle anche, rigorosamente scuri, i volti a stento di distinguevano in quelle masse di lucente smog tricologico. Alcune indossavano corti pantaloncini neri al ginocchio, stretti alle cosce, sotto lunghe palandrane conventuali, mantelli, cappe nere. I gioielli splendevano artificiali in quel velluto sensuale, certe labbra esangui si illuminavano della luce mortuaria dell’entrata, tutte portavano l’enorme croce ostentata fra i seni.

“Bene.” disse Sterla poco convinta, quando quella processione finì. “Sono le undici e mezza.”

“Andiamo a vedere la festa.” sorrise Kail incoraggiante.

All’ingresso li fermarono, esibirono il manifesto. Ci fu una breve consultazione, fecero il nome di Fabio Antoni, poi furono immessi attraverso un budello strettissimo e quasi perpendicolare in una sala sotterranea della quale non videro nulla per qualche secondo. Le luci erano fievoli e rosse, l’oscurità densa, il locale circolare talmente vasto che la musica produceva un’eco. Quando la retina si fu assuefatta, videro i volti cinerei e cavallini dei ragazzi emergere da separè circolari, il pallore delle ragazze occhieggiare da certi angoli distanti, anzi da un’ala a sè del locale, come se i due sessi restassero per qualche motivo rigorosamente separati. Sbatterono le palpebre, si accorsero che passavano del tutto inosservati, o meglio, che lo stato dei presenti non era sufficientemente vigile da poter dare di loro un’immagine mentale nitida, eppure parevano due buffoni coi sonagli in un cimitero. Il chiasso promesso da Antoni era un sussurro continuo e basso, ma la musica era atroce, nonostante il volume fosse moderato. Erano grida, ululati, rantoli, accompagnati da uno stridio assordante di chitarre elettriche. A tratti il cantante riusciva a produrre voci animali, anzi, di un animale ben distinto, che doveva essere l’uomo prima dell’acquisizione della parola in un parossismo di angoscia o di vomito. L’indifferenza del pubblico a quel martirio era divina.

Kail si fece accosto al barman, che sonnecchiava dietro un bancone colossale, e chiese due Bloody Mary, Sterla si arrampicò su un trespolo concepito per un giocatore di volley e appoggiò i gomiti sulla superficie a specchio, che rifletteva le luci rosse e argento e un nero pece probabilmente prodotte con qualche filtro. Il bar era deserto, ma per la sala si aggiravano inservienti con dei vassoi molto forniti, sui quali distinsero dei pacchetti ben confezionati tenuti insieme con l’elastico. Non chiesero di che cosa si trattasse, ma si resero conto al primo colpo d’occhio che il loro armamentario chimico era inutile.

“Bè, questa tequila?” fece Kail strizzando l’occhio al barman.

“Tequila è il nome di una mia amica morta da poco.” fece quello impassibile.

“La commemorate?”

“Ogni venerdì.”

“Questo non vi restituisce la cara defunta.”

“Molti spiritosi escono da questo locale con qualche forma virale.”

Il barman stava riempiendo i bicchieri. Sterla notò che nel suo nuotavano filamenti sospetti. Kail lo bevve quasi d’un fiato, come non si dovrebbe mai fare con un cocktail. Il barman sorrise.

“Cercate qualcuno in particolare?”

“Fabio Antoni.”

“Quello arriverà molto sul tardi. Quando voi ve ne sarete andati.”

“C’è un’uscita obbligatoria?”

“Alle quattro.”

“Per tutti?”

“Per voi due.”

“Ci ha dato appuntamento.” s’intromise Sterla. “Dovremmo aspettarlo, non crede?”

“Io neanche penso, figurarsi credere qualcosa. Ma vedo che quei due vi guardano da un pezzo, forse hanno qualcosa da dirvi.” Indicava due ragazzi che Sterla aveva visto nel giardino accanto a Fabio. Li riconobbero dopo un istante, spogliandoli delle catene, delle borchie, e della pelle nera. Kail ci aggiunse il tocco magico quando capì che le righe scure sulle guance erano kajal. Sterla si accorse che le occhiaie e il resto erano umani. Si avvicinarono guardinghi, stesero la mano, sedettero. Notarono in mezzo al tavolino un vassoio lucente e vuoto, diviso in tre piccoli comparti. L’occhio di Andrea li guardava critico, lo sguardo di Mirco vagava per la sala. Però fu Mirco a parlare.

“Fabio ha da fare, oggi. La festa finisce presto, per voi. Che cosa avete da dire?”

Sterla guardò Kail accigliata.

“Che cosa avete da dire voi. Noi siamo qui...”

“Su imbeccata della polizia.”

“Non la polizia, il rettore.” disse candidamente Kail.

“Hai bevuto al bancone?”

Kail impallidì leggermente.

“Hai bevuto o no?”

Andrea rise dentro la propria camicia.

“Vogliamo soltanto sapere...” interruppe Sterla.

“Erpici è l’unico che lo sa,quello che vuoi sapere. Ma non lo dirà certo.”

“Soldi?”

Mirco faceva segno di no.

“Voglio sapere dove si trova una persona.”

“Chi è?”

“Si chiama Fenni. Alessandro Fenni. Anatomopatologo. Sui quaranta. Voi lo trovate, e poi noi spieghiamo. In via del tutto personale. Nessun articolo.”

“Questo è assurdo.”

“Il segreto di Erpici in cambio di Fenni.” chiuse il discorso Mirco. “Ci va di mezzo Giorgio Erpici, altrimenti.”

“Che ha fatto?”

“C’è dentro fino al collo. Guarda.”

Era Andrea che indicava un punto scuro della sala.

“E lì. E scommetto che non se ne andrà. Il padre pensa che sia a Milano. A dormire da un amico. E’ qui ogni venerdì. Lui e il defunto re....”

Ci fu un silenzio solcato da rivoli di musica atroce e da risate sommesse provenienti dal settore femminile.

“Lui e il defunto studente erano molto amici.”

Quando Kail e Sterla si mossero dal tavolo, si accorsero che tutte le ragazze li fissavano. Era una curiosità ornitologica, distratta, un’osservazione disattenta dell’opera del caso. Sterla ebbe appena il tempo di chiedersi che cosa stesse succedendo, quando avvertì la presa di Kail sull’avambraccio.

“Usciamo subito di qui.”

Rifecero in fretta le scale, risalendo il budello illuminato di rosso. Kail si appoggiava a tratti alla parete. Sull’ultimo gradino incespicò e cadde. Il buttafuori rise.

“Esagerato, eh?”

Rialzandolo con destrezza, gli menò un colpetto sulle reni. Sterla lo vide piegarsi sul marciapiede e scuotersi per i conati.

“Vuole che chiami un’ambulanza, signora?” disse dolcemente quel bue.

“Ecco.” rispose Sterla sorridendo bianco “Le sarei molto grata.”

 

3.

 

Il mio collega è all’ospedale. Pare che abbia un’infezione batterica, qualcosa del tipo salmonella. Arricchita da uno schock chimico, probabilmente un’alta dose di acido aminolisergico. In due parole, gli hanno somministrato un cocktail. Per la precisione un Bloody Mary.

L’ho caricato sull’ambulanza e sono stata davanti al locale fino alle quattro. Non c’è stato uno di loro che sia uscito. Erano tutti lì per lo stesso motivo. E Lei sa certamente chi c’era con loro.”

Erpici annuì. Cercava con la mano sul tavolo le sigarette. Sterla gli accese. Proseguì:

“Ho cercato l’uscita di sicurezza, e l’ho trovata. Verso le quattro è arrivata una macchina scura, di quelle ministeriali, coi vetri oscurati. E’ sceso Fabio Antoni, che pareva fresco di esame. Sbarbato, jeans, maglietta Peace. E’ sceso. Qualcun altro è sceso dal posto di guida, lasciando il motore acceso. Poi hanno aiutato un terzo ragazzo a scendere dall’auto. Quando l’ho visto mi sono resa conto che Kail non era in cattive condizioni. Che, anzi, potevamo farci un ballo.

Era un ragazzo sui venti, alto, castano. L’illuminazione stradale era sufficiente a vedergli il viso, e la faccia era una maschera di cera. Non mi pare di aver visto mai un essere umano in quello stato. Ma camminava, sorretto dagli altri due. Forse era narcotizzato. Di certo non aveva un briciolo di coscienza animale nello sguardo. Gli occhi erano due orbite vuote.

Hanno infilato subito il locale. E’ passato qualche minuto, poi il guidatore è risalito sull’auto e l’ha parcheggiata poco lontano. Ho aspettato lì. Faceva un freddo boia. Quando albeggiava si sono riversati tutti fuori dall’ingresso principale. Una processione muta, compatta. Non sono riuscita ad individuare nè Antoni, nè l’altro, il morto. Secondo me, fra due o tre giorni lo dovremo cercare fra i deceduti, o in qualche discarica.” Sterla tace per un istante, guarda intensamente le mani di Erpici che cercano il posacenere, non del tutto ferme.

“Vogliono da me una persona, un tale Fenni, anatomopatologo. Risulta in aspettativa al policlinico da due mesi. Pare che ultimamente facesse soprattutto autopsie. Posso?”

“Lei fuma Goloises?”

“In certe circostanze. Quando dimentico che mi pizzicano alla gola. Insomma, questo non è il giardino di Alice. Mancano il bruco e tutto il resto. Se a suo figlio piacciono i funghi farebbe meglio a cercarli nel bosco. Io lo manderei in vacanza in Svizzera, fossi in Lei, e direi tutto alla polizia. Gradirei molto sapere da Lei quello che tace. Per esempio, da dove arrivano i soldi, chi c’è in cima, e di chi è il locale.”

Erpici si alza e va alla finestra. Dà un’occhiata alla strada, luminosa del mattino, e guarda gli alberi dall’alto. Il polline vola e fiocca sulle auto in sosta.

“Si stupirebbe se le dicessi che il locale è di Fenni?”

Sterla attende, Erpici ciabatta lentamente verso il terzo caffè. La sua faccia di uomo stanco a quest’ora si confonde facilmente con la sua faccia di padre. La voce è molto roca, la barba lunga. Si risiede davanti a Sterla e zucchera abbondantemente.

“In realtà il Club era di Giglia, la moglie toscana di Erpici. Lei non s’interessava del lavoro di lui, che non trovava allegro. Si occupava di stoffe, di alta moda. Fino agli anni Ottanta il locale si chiamava Papillon ed era un po’ meglio frequentato di ora. Ci facevano le cene e la discoteca dopo le sfilate. Modelle. Stilisti. Gran giro di soldi. Poi Fenni fu tirato dentro da qualcuno nella storia del fungo. Quel fungo, vede, pare che fosse scoperto proprio da Nesti. Ma che sia diffuso nel Mediterraneo è un’idea tutta sua. Lo trovarono in qualche foresta della Scizia, dove ci sono ormai soltanto boschi neri e qualche cavallo brado. Anticamente era usato dai vecchi di certi villaggi per movimentare le riunioni tribali. I vecchi lo mangiavano per primi. I giovani bevevano la loro urina. L’effetto si potenziava, così.”

Erpici tace, ingolla d’un fiato il caffè. Sterla ha un piccolo moto di impazienza.

“E poi?”

“E poi lo testarono su animali, dato che non trovarono volontari abbastanza stupidi da bere l’urina di Nesti. Finchè la faccenda rimase nelle sue mani, fu più che altro uno scherzo accademico. La solita stravaganza scientifica da bambini curiosi. Nesti ne inghiottì un bel po’, poi ci scrisse un libro, che comunque non era all’altezza delle “Porte della Percezione” di Huxley (si intitolava “Prospettive della mente”) ma ne sembrava un po’ la versione italiana. Non so se mi spiego.”

Sterla ebbe un fantasma di sorriso che spuntò forse dalle sue mani strette sul tavolo, vicine a quelle di Erpici.

“Fu Fenni a farne un centrifugato mortale. Fenni era stato un chimico. Trovò che certe spore del fungo si fissavano ai recettori cerebrali e proliferavano, in presenza di un batterio chiamato qualcosa come Triposi.. Trinosi...qualcosa di simile. Era un batterio innocuo, in assenza del fungo. E il fungo era innocuo, in assenza del batterio. Sui ratti la miscela dei due aveva avuto effetti sorprendenti. Fenni lo sperimentò sull’uomo. Ma intanto aveva coinvolto la moglie. Aveva, per così dire, lanciato il fungo come allucinogeno nella cerchia delle feste del Papillon. Si trattava di gente annoiata, che faceva un uso regolare di cocaina, LSD, eroina. Il fungo era piaciuto. Ma quella era gente spiccia. Non si ponevano problemi esistenziali. Facevano i loro viaggetti e poi tornavano a interessarsi di sè. Essenzialmente dei soldi. Invece, quando Nesti convinse i primi studenti del corso di religioni comparate, si rivelò che il fungo aveva potenzialità trascendentali. I ragazzi viaggiavano in un altro modo. Scoprivano se stessi, pare. Fesserie da esistenzialisti.”

“Anche suo figlio?”

“No, magari. Mio figlio, dopo. Comunque, ecco qua. Si convincono due o tre ragazzi a farsi coltivare addosso il batterio. Fenni controlla l’esperimento. Quelli prendono il fungo, vedono dio, gli angeli, e tutte le cerchie infernali. Uno di loro, un tale Battistini, va un po’ troppo oltre. Forse di iniziativa sua, forse di Fenni, e comincia ad avere guai seri. Impossibilità di concentrazione, sonnolenza, dislessia. Lo ricoverano in osservazione e non si riesce a cavare di bocca nè a lui nè a Fenni di che accidenti soffra. Mentre lui se ne sta così in ospedale c’è una processione di ragazzi che lo visita. E prende appunti. Appunti del suo delirio, capisce? Non immagino di che cos’altro potesse trattarsi. Intanto le feste al Club hano cambiato aspetto. Le modelle e gli stilisti sono stati sostituiti dalle matricole, gli inviti sono diramati da Fabio Antoni e, alle sue spalle, dall’istituto di biologia comparata. Cercano altri campioni sperimentali. Li trovano. Si crea un culto abnorme, una setta, intorno al fungo. Quando Battistini comincia a gridare e lo legano al letto, viene denominato “Il re.” Muore. Gli studenti ne cercano un altro. Intanto Fenni gli fa il cervello a fettine e lo mette sotto il microscopio. Quando si accorge che l’effetto è spaventoso, qualcosa del tipo encefalite spongiforme, fa marcia indietro. Cerca di chiudere il Club, ritira i fondi dell’Università dalle feste del fungo. Ma i ragazzi non si fermano. Questo è quello che so.”

“E Lei non l’ha detto alla polizia?”

“Mio figlio è della setta. Senza di loro non vive più. Devo prima disintossicarlo. Ho cercato, però di scriverne, di denunciare le modalità terribili della morte dell’altro, quello che venne a morire a casa mia.” Erpici abbassa il capo, stringe forte la tazzina. “Volevo almeno lanciare il sasso.”

“E il Rettore li copre.”

“Tutti li coprono. Pensi se si scoprisse che l’Università finanziava esperimenti su volontari umani che...”

“Capisco. E quella schifezza che Kail ha bevuto...”

“Una coltura batterica. Senza il fungo non gli succederà niente. Un po’ di vomito, nausea, diarrea.  Per via orale, sono questi gli effetti. Loro la iniettano.”

“Ma è...”

“E’ un suicidio rituale. Riservato a un prescelto. Gli altri mangiano soltanto il fungo.”

“E Fenni dovè?”

“Lei ha mai avuto a che fare con una cerchia di giovani fanatici? E’ partito con la moglie. Brasile, Canada...Non si vede da mesi. I ragazzi sono autogestiti, adesso. Si pagano l’affitto del locale e tutto. Non mi chieda dove prendano i funghi e dove le colture. Ci sono quelli della facoltà di biologia, in mezzo. Curarli o arrestarli? Veda Lei...” Erpici ciabatta di nuovo verso la finestra.

“Quando l’ho scoperto ho pensato allo scoop. Mi sentivo molto forte della causa della verità. Pensavo: un colpo giornalistico e la fine di questo orrore. Poi Stefano mi ha detto...”

“Capisco.”

“Minacce velate dal Rettore. Nesti piangeva, povero vecchio. E mio figlio...”

“Senta, qui l’unico che dovrebbe avere dei guai veri mi pare Fenni.”

“Lo trovi, se ci riesce. Gli studenti lo cercano per avere i diritti legali sul locale e..bè per qualcosa che non so. Se riesce a cavarglielo Lei...”

Sterla fece girare la tazzina, spense l’ultima Goloise e disse:

“Lei spera che io Le tolga le castagne dal fuoco.”

Erpici ebbe un debole sorriso. Fiocamente rispose: “No. Io spero che quel figlio di puttana muoia.”

Sterla si alzò. Ci fu il rumore della sedia, ed Erpici aprì la finestra sull’aria di maggio.

 

3.

 

 

Il mare era calmo, appena solcato da strisce turchesi verso il largo. Sterla vedeva avvicinarsi il molo, e insieme al molo stormi di bambini cenciosi che tendevano la mano ai turisti. Il traghetto aveva un ponte coperto, dal quale gli americani guardavano quell’assembramento con lieve preoccupazione, tastandosi le borse e cambiando di tasca al portafogli. Le ombre di quei ragazzini sull’acqua erano cupe, vitali. Una frotta di piccoli fantasmi che non avrebbe mai trovato casa fra le sirene. Quando Sterla mise piede sulla passerella si accorse delle favelas. Un disordinato gioco di lamiere che spuntava dalla vegetazione qua e là, insieme al ciarpame attiguo: ruote di bicicletta, pezzi di semafori e di cartelli stradali, vecchi cessi e tubi, che, seminghiottiti dalla spiaggia, sfolgoravano nel sole. Subito dietro c’era la traccia grigia della litoranea, dove il pullman attendeva arroventandosi. Sterla formulò una breve preghiera per l’aria condizionata. Preparò qualche spicciolo da distribuire, fece il conto della distanza che la separava da Sao Paulo, Brasile, ed ebbe un fugace ricordo di Kail che bestemmiava nel dare l’inclinazione giusta al lettino.

“Brasile.” aveva detto. “Non c’è un trattato di estradizione. Di portarlo indietro non gli riuscirà. L’hai detto a loro?”

“No.”

“Vuoi sapere da lui il motivo per cui lo cercano o vuoi farti semplicemente un viaggio?”

“Voglio guardarlo in faccia. Capire che persona è.”

Kail faceva segno di no con la testa e sorrideva accigliato.

“Tu vuoi scrivere il pezzo dell’anno. Almeno assaggia il fungo, prima di firmarlo.”

Sterla aveva riso e aveva detto: “Già fatto.”

Il pullman puzzava, forse del sudore dell’autista, forse del corpo di tutti quelli che si erano seduti e avevano impregnato di sè i sedili di stoffa stinta. Sterla indossava un prendisole che le scopriva le spalle abbronzate e leggeva con attenzione la carta topografica e l’appunto che aveva preso sul numero 117. Una villa fuori città, fra due palme altissime, con piscina, filodiffusione nelle camere e un giardino tropicale. Non era sua. Qualche amico di Giglia Fenni esercitava un tipo di commercio molto redditizio con l’Italia, aveva fatto costruire la casa in stile moresco, ripetendo il modulo culturale mediterraneo, secondo il quale quelli che abitano al caldo devono avere una casa bianca. Tutti gli edifici intorno erano decandenti e pieni di coraggio, ricordarono a Sterla i casinò abbandonati di certe riviere. La telefonata che c’era stata da Sao Paulo era stata troppo immaginata prima di verificarsi. Ormai ogni frase sembrava falsa. Sterla aveva fatto di Fenni tutti i pittoreschi ritratti che il suo estro femminile poteva suggerire. Alla fine lo aveva ripreso nel momento in cui usciva dal policlinico con la giacca spiegazzata e parlava col portiere. Questo l’aveva aiutata ad imporsi su di lui per un istante, quello necessario a sorprenderlo senza spaventarlo. Le aveva chiesto soltanto:

“Come mi ha trovato?”

E Sterla aveva risposto:

“E’ il mio mestiere. La caccia all’uomo.“ e aveva riso. Anche Fenni parve si sciogliesse i quell’istante. La sua voce assunse un tono pacato, professionale, che suggeriva un’intimità controllata.

“Sono in questo disgraziato paese da due mesi.” aveva detto. “Passi da me. Così mi dice delle ultime elezioni. Che scrive, cronaca?”

“L’unica cosa di cui non mi sono mai occupata è lo sport. Ho cominciato con i reggipetti.”

“Sembra promettente. Ci possiamo incontrare dopodomani, Le va bene di sera?”

“Di sera.” aveva confermato Sterla.

“Per via del caldo, sa. Ho come alloggiarla. Da qui a Sao Paulo sono una ventina di chilometri.”

La voce di Fenni diventò un elemento di studio sul pullmann: il paesaggio fuori dal finestrino era monotono, i passeggeri indifferenti a tutto. Sterla aveva con sè una copia de “Il giovane Holden” e l’aveva già riletta tre volte. Alla stazione di Sao Paulo si accorse che le donne avevano tutte un sedere più prominente del suo e si mise l’anima in pace. Quando arrivò alla villa, con un taxi guidato da un giovane molto versato nella guida acrobatica, diede una mancia strabiliante e si accorse che il cancello era aperto, il patio vuoto, le finestre spalancate. Dando un’occhiata all’edificio, ebbe uno spiacevole flash back di certe località marittime dove imperversava il tennis. Non ci  fu bisogno di  suonare: il putiferio che fecero i rottweiler avrebbe svegliato un morto.

Le venne incontro sul viale, nel cinguettio serale degli uccelli che trasformava l’immagine rendendola vagamente paradisiaca. Aveva un abito bianco, una camicia candida aperta sul  petto, gemelli d’oro. Il primo pensiero di Sterla fu quello di essersi imbattuta in una copia italiana di Fitzcarraldo. Tutta quella scena era assurda. Come le colture, le provette, e le siringhe. Si strinsero la mano con calore, Fenni la guidò nel patio. C’erano alte poltrone di vimini, un tavolino basso, sul quale erano predisposti dei drinks, della frutta, delle salviette. Sterla era sudata e aveva preso addosso il sudore del pullman, ma accavallò ugualmente le gambe e sorrise. Il drink sapeva di pesca. Due note di pianoforte giungevano dall’interno.

“E’ mia moglie che suona.” spiegò Finni.

Impossibile.  pensò Sterla. In effetti, la scheda d’archivio non corrispondeva affatto all’aspetto di Finni. O una plastica, o un miracolo di ringiovanimento operato dal clima brasiliano. Abbronzato, abbastanza aitante, viso regolare e gradevole. Sterla non avrebbe avuto difficoltà a parteggiare caldamente per un  uomo simile, fosse stata sul posto in altra veste.

Ci furono i convenevoli. Sterla bevve il drink. Il piano continuò a suonare. I commenti preliminari sul luogo e sul clima non presero tempo.

Quando pensò di essere stata abbastanza condiscendente, Sterla disse:

“Sono stata nel suo locale.”

“E che aspetto ha?”

“Sembra l’avamposto del suicidio. E non molto ospitale.”

“Bè, il locale non è mio. E’ di mia moglie. Si chiama ancora Papillon?”

“Non si chiama niente. Però frequentato da bacilli e virus almento quanto il policlinico.”

Fenni rise in modo molto accattivante.

“Almeno sarà contagioso.”

“Al mio collega ha contagiato un’enterite con viaggio allucinante.” disse Sterla accavallando l’altra gamba.

“Mi spiace. Sono cose che non dipendono più da me.” fece sollecito Fenni.

“Sa, Lei è molto ricercato in quell’ambiente.

“Non riescono a pagare l’affitto?” Fenni sbirciava apertamente le sue cosce. Sterla lo fissò incattivita:

“Mi hanno proposto uno scambio: il suo indirizzo in cambio di certe informazioni.”

“E Lei ha dato loro l’indirizzo?” fece stancamente Fenni, appoggiando il bicchiere.

“No. Ho avuto ugualmente le informazioni.

“E cosa l’ha indotta a...”

“A cercarLa?” Sterla notò che in fondo agli occhi di Fenni c’era una luce di ironia. Capì che la stava osservando in trasparenza, e che la cosa che gli interessava di più non era l‘anima. Si  rammaricò di non avere addosso qualcosa di meno decente, poi disse dolcemente:

“Vede, io voglio scrivere il pezzo dell’anno. Così, almeno, sostiene il mio collega.”

“Quello contagiato?”

“Esattamente.”

“Lei che cosa sa dell’intera vicenda?”

“Mi pare tutto, tranne il motivo per cui La vogliono.”

“Le hanno parlato di Battistini?”

“Mi hanno detto che Lei gli ha fritto il cervello.”

“Molto riduttivo. Allora Le parlerò io di Battistini. Battistini era al secondo anno di ingegneria. Ed era un genio. Non riportava voti eccezionali, ma vedeva le cose in un modo diverso. Diverso da Lei e da me. Aveva quello che si può definire il dono delle associazioni mentali. Non era soltanto intuizione, era una specie di demone della mente. Quando iniziammo l’esperimento col fungo non aveva mai assunto droghe. Non beveva alcolici. Era solo. Battistini, io penso, era un forzato dell’immaginazione. Ma questo, per Lei, non significa niente. Comunque, immagini un ragazzo intelligente, straordinariamente duttile, troppo distaccato dall’ambiente. Un non-integrato per eccesso di qualità positive. Ci sono persone così. Che non rientrano nei canoni medi.”

Fenni estrasse di tasca un taccuino che sembrava molto logoro, lo depose sul tavolo e riprese:

“Quando cominciò a parlarmi di quello che provava durante l’assunzione del fungo stentai a credergli. Non si trattava di deformazioni della percezione, come quelle causate dalla mescalina o dalla psilocibina. Neppure erano estroversioni di psicosi, sogni, fantasie. Ebbi fin dal primo momento l’impressione che fossero...rivelazioni.” Fenni alzò gli occhi e sorrise, Sterla imbarazzata sorrise con lui.” Che parola strana, vero? Che parola...fuori posto, trattandosi di uno studente che intuiva i processi più profondi del pensiero e della vita, eppure era uno che ciondolava per i prati con le scarpe al collo e certi esami non li affrontava per il fatto che lo stupiva la forza statica.”

Fenni teneva gli occhi fissi su Sterla, come si aspettasse qualcosa. Sterla cercò d indovinare che cosa e disse:

“Stiamo parlando degli effetti di una droga.”

“Sì” disse Fenni “qualcosa che si mangia. Ebbi proprio all’inizio il dubbio che la teoria di Nesti fosse esatta. In fondo il cristianesimo è una forma di cannibalismo rituale, allora per quale motivo escludere che quel corpo divino fosse il Fungo e non una insipida ostia di pane azzimo? Ebbi questo pensiero all’inizio, Le dico. Quello che accadde dopo superò la mia immaginazione. Federico Battistini non sragionava. La sua intelligenza si affinò in modo prodigioso. Prese a leggere dei testi sotto l’effetto del fungo. Ne trasse con naturalezza verità incredibili. Le annotava, ne parlava con me. Mi si scoprì una realtà fatta di tanti strati, come le bucce di una cipolla. Io gli iniettavo ogni giorno i batteri, il fungo si propagava nel suo cervello. Sembrava che le sue condizioni fisiche fossero buone. Era soltanto un po’ più magro e più pallido, ed era subentrata  un’anoressia violenta. Però fu lui stesso a chiedermi di non smettere. Era sulla pista di qualcosa, diceva. Su una pista, capisce. Del pensiero, o dell’immaginazione.”

Sterla guardava i bicchieri vuoti sul tavolo e sentiva sulle spalle l’aria della notte che rinfrescava. Dalla finestra illuminata spioveva il Claire del la lune di Debussy.

“Non vorrei sembrarLe riduttiva, ma Lei sapeva quello che gli stava facendo?”

“Io lo guardavo. Era un ragazzo affascinante. Mi creda, aveva il dono della parola, come se qualcosa di lui entrasse in quello che diceva e ci trovasse dei nervi, delle ossa. Pensai che se avessi avuto un figlio, l’avrei voluto così. Negli ultimi tempi se ne stava quasi sempre sdraiato, un gruppo di ragazzi intorno, e dettava delle cose. Lo ascoltavo. Mi chiedevo fin dove sarebbe arrivato. E’ come quando si vede un cavallo di razza correre. E’ uno spettacolo magnifico. A un certo punto ci si chiede come mai non abbiano le ali.”

Sterla scosse il capo e depose il magnetofono.

“Lei dubita delle mie facoltà mentali, pensa che io sia un maniaco, un pazzo. Ma io sentivo che quel ragazzo era sulla strada giusta per rivelare un segreto. Forse il segreto dell’Intelligenza, forse quello dell’Immortalità. Invece mi disse lui stesso, una sera, quello che cercava. Era molto debole, mi rifiutai di iniettargli i batteri, dissi Federico, fermiamoci. Come medico non ti seguo più. Lui mi porse questo notes. Mi disse: Lo legga. Era presente una ragazza, una ragazza sui venti, con una massa di capelli e quelle magliette troppo corte, che scoprono lo stomaco. Mi sorrisero. Mi sembrò che fossero fratello e sorella. Presi il notes. E’ questo che vede sul tavolo. Lo scorsi durantela notte, nella stanzetta della guardia medica. Riuscii a capirne una metà. Quella metà mi disse di me, di me, quello che l’aver vissuto la vita fino a quel momento non aveva potuto dirmi. Capii che cosa cercava Federico: Federico era sulla pista del significato della morte. Badi, della morte, non della vita. La vita, mi disse, è un fenomeno di rimozione. La sperimentiamo in embrione, mentre le cellule ci formano nell’utero materno. Poi dobbiamo rimuovere quell’esperienza per sempre, per l’eccesso della sua vastità. Invece la morte. La morte è il nostro fratello, il nostro compagno fedele, dalla nascita in poi. Invisibile, discreto. Io mi arresi.”

“Lei continuò a iniettargli quella roba anche quando impazzì?”

“Non era pazzo. Aveva sprazzi di lucidità incredibile, durante i quali continuava a scrivere.”

Sterla pensò che quella musica era magnifica, quella notte vellutata e dolce, e che sarebbe stato molto meglio andarsene adesso. Invece era intorpidita. Si accese una sigaretta. Aspirò con forza, ricadde indietro su quella poltrona di vimini che pareva un trono tropicale.

“Adesso è questo, che vogliono.” disse pacatamente Fenni. “ll suo taccuino. Possono trovare altri cento Re del fungo. Non ce ne sarà mai un altro come Federico.”

“Si trattò di un suicidio assistito.” disse freddamente Sterla. “E loro ne hanno fatto un culto.”

Fenni porgeva il taccuino.

“Vuole leggerlo, stanotte? Posso ospitarla fino a domattina.”

Sterla indugiò. Percepì la brezza leggera che si era levata e le soffiava sul corpo sudato, capì che i peli dell’epidermide le si erano rizzati leggermente, forse per il cambio brusco di temperatura. Le note che spiovevano dalla finestra le parvero improvvisamente lugubri.

Prese il libretto, lo soppesò, lo depose in grembo.

“C’è qualcos’altro.” disse.

Fenni le pose la mano sulla gamba, le sorrise di quel sorriso ammaliante, caldo.

“Non penso che dovrei dirlo a Lei.”

“La troveranno.” disse Sterla. “Sono impazziti. Non penso che Lei abbia molto da vivere. Anche se consegnerà quel taccuino. Questa storia porta con sè una trama di suicidi.”

“Allora Le dirò un’ultima cosa. Alla fine, quel libretto non vale niente.”

Sterla sentiva il tocco caldo della sua mano sulla gamba.

“E sa il motivo?” ci fu un silenzio. Il piano smise di suonare.

“Quello che conta, alla fine, non è capire la morte. E’ essere la morte. E io lo sono stato.”

Le pupille di Sterla si dilatarono leggermente. Ancora non capisce come mai gli permise in quell’istante di baciarla. Ma questo, non lo scrisse mai.

 

Roma

Aprile 2001

 

               Back           Home page

 

 

 

 

 

 

 

 

Hosted by www.Geocities.ws

1