CREAZIONE

Isabella se ne stava distesa e guardava il fogliame dell’albero fuori dalla finestra. L’albero era rigoglioso, appena un po’ intossicato, nei rami bassi, dallo smog cittadino e alcuni rami si spingevano quasi fino ai vetri. All’interno, rigorosamente intonacato di bianco, c’erano il lettino, una bilancia verticale, un grosso apparecchio di monitoraggio, l’ecografo, un paravento e qualche sedia di plastica verde pastello, di quelle semplici e modeste, molto in uso negli ospedali e negli ambulatori.
Il medico incombeva su di lei. Isabella ne distingueva i pori della pelle e il cuoio capelluto chiaro. Un odore di dopobarba elegante aleggiava come una nube attorno al suo viso e le sue mani, appena disinfettate, manovravano la sonda dell’ecografo.
In tutta quella storia, Isabella avrebbe potuto addormentarsi. Avvertiva soltanto una lieve pressione sul ventre teso. Ma si sforzò di guardare dove l’infermiera le indicava, senza peraltro distinguere niente di preciso: c’era un cono come quello dei sonar - lo aveva visto in qualche film - all’interno del quale una massa opaca si muoveva come una medusa.
“Vede le manine?”
“No.” disse sinceramente Isabella, scrutando meglio e inutilmente dove il medico le indicava.
“E questa è la testa.” osservò compiaciuto, tracciando un ampio segno tondo al centro dello schermo.
Isabella non era delusa. Un’ombra tonda si vedeva davvero. E poi l’avevano avvertita che poche donne riescono a individuare il profilo del bambino in quello che mostra un ecografo. Si riteneva, perciò, già fortunata così.
Quando si alzò, sostenuta affabilmente dall’infermiera, la treccia sulle spalle si era quasi disfatta e il lettino pareva diventato più alto. Il medico inseriva in una cartella celeste la lastra.
“E’ maschio, direi. Con una certezza dell’ottanta per cento.”
“Ah.” Isabella sorrideva, in quel momento più per mostrare la propria calma che per aver soppesato effettivamente l’idea.
“Ha fatto il test RH?”
“Il mio è positivo.”
“Bene. Ci vediamo fra un mese o due.” le disse con orgoglio, quasi che il bambino fosse suo.
Isabella tendeva la mano per prendere la cartella. L’infermiera sorrideva rassicurante. Si chiese se manifestassero la stessa soddisfazione ad ogni puerpera che prendesse le scale, dove l’odore di disinfettante faceva da sfondo a qualche pianta grassa e al frignare dei bambini nello studio del pediatra.
Fuori il tempo si era abbuiato. Le nuvole incombevano basse, impigliandosi al parco, il cielo strinato correva come uno schermo su cui fosse proiettato il mese di settembre: foglie ancor verdi, un broncio beffardo, una manciata di bacche. Isabella s’infilò nell’auto e avviò, ma non ingranava. Era la cinquecento storica che aveva l’unico pregio del parcheggio. Decise di farsela a piedi, passando per il giardino: in fondo, si trattava di due isolati. Sbattè lo sportello con energia, si strinse nell’impermeabile, gettò un’occhiata prudente ai tetti e salì rapida l’erta, superando il piazzale dove le taccole erano intente a divorare saltellando i resti di un panino. Si sentiva bene. Un lieve alone di pesantezza intorno al capo si era dissolto col fresco dell’aria. Stringeva nella mano destra la cartella con l’ecografia.
Il viale era vuoto. Erano circa le cinque, a quell’ora il parco era già inospitale e per giunta il vento freddo che si era levato scoraggiava il solito viavai verso il bar. Dopo qualche centinaio di metri si era già lasciata alle spalle il boschetto di ulivi, ritorto e statico nell’erba fresca del recinto, e si trovava sulla collina, in una macchia rada, che riprendeva vigore dopo essere stata bruciata dal sole d’agosto.
Stava proprio per affrontare la discesa quando le venne incontro da un vialetto laterale una bella palla rossa, di quelle che si potevano acquistare dal giocattolaio, di fronte all’altro cancello. Rotolava verso i suoi piedi. Isabella pensò che sarebbe stato scortese calciarla: era perfettamente pulita, probabilmente apparteneva a uno di quei bambini piccoli che preferiscono lanciare con le mani a un nonno compiacente. Si piegò impacciata dal pancione, la prese abilmente con una mano sola e la tenne così, nella posa vittoriosa dei bambini, in bilico accanto all’orecchio destro, in attesa che comparisse il proprietario. Aspettò per qualche istante, poi si sporse sul vialetto, che correva solitario verso le altalene, certa che avrebbe almeno sentito il vocio del bambino o il parlottare di chi l’accompagnava. Ma il silenzio era completo. Soltanto gli alberi stormivano cortesi e una polverina fina, impalpabile, vorticava al suolo.
“Ehi” chiamò. “Ehi!”
La sua voce risuonava divertita e curiosa, la gravidanza l’aveva addolcita di un’inflessione roca che le era appartenuta molti anni prima, da ragazza. Depose la palla ai margini del viale, accanto a un cespuglio, certa che qualcuno l’avrebbe ripresa di là, e attraversando di buon passo il resto del parco raggiunse la provinciale e il palazzo. L’inquilina del piano di sotto volle sapere l’esito dell’esame, Isabella si trincerò dietro la riservatezza di rito e rispose soltanto: “Tutto bene.” In casa l’odore fresco delle tende e il silenzio sul tappeto morbido la indussero a togliersi le scarpe.
Alessio tornò alle sette e si lamentò di problemi vaghi, accalorandosi invece sull’idea di cambiare la Cinquecento con una Panda. Isabella non disse: “E’ maschio.” Chissà per quale motivo, quelle parole non le uscivano di bocca. Descrisse lo studio, l’infermiera, mostrò la lastra. Il marito la osservò a lungo in controluce, scosse la testa, disse: “Ma che ci vedono?” e abbassò il capo sul piatto pieno.
Verso le dieci, come al solito, lei stava facendo il bagno, e lui era davanti al film noleggiato per ultimo. Il parlottare del televisore era un brontolio attraverso la porta chiusa, gli accappatoi appesi avevano l’aria di esseri umani svuotati, tuttavia ancora vegeti. Isabella prese a sfogliare il depliant del negozio di profumeria. L’acqua tiepida l’avvolgeva, la sonnolenza del pomeriggio tornava a cullarla. Lesse distrattamente le offerte del mese, sentì il bambino cambiare posizione, con una struggente giravolta delle viscere. Si assestava. Doveva ancora avere parecchio spazio, era piccolo. Sette mesi appena.
Isabella nella vasca, il bambino dentro Isabella. La carta da parati con quei buffi disegni a macchie, ciuffi di foglie e girali, le offriva distese in cui riposare lo sguardo. Doveva essere trascorsa una mezz’ora.
“Isabella!” era Alessio, che bussava. “Devo!”
“Un attimo.”
Il tempo di Isabella si dilatava. Da quando era entrata nel quinto mese aveva perso quella nozione spontanea dell’ora che permette ad un essere umano di regolare la propria giornata senza tener d’occhio l’orologio. Le pareva che il giorno fosse un continuum, che le occupazioni umane non riuscissero più a frammentarlo, che fosse lo stesso tempo che aveva visto l’alba del mondo, quello di quando andava al catechismo e si sentivano le mosche ronzare nell’aula, nel quale le acque non scorrevano ed erano lo spirito di acque, nel quale gli alberi non crescevano ed erano fantasmi di alberi. Tutto il mondo gocciolava come un quadro appena dipinto, ancora intatto dal fluire. Un giardino perenne in cui lei stava distesa al sole ed imparava lentamente a far crescere i propri capelli. Doveva essere stato così, ci doveva essere stato un momento in cui nulla era scontato: l’erba si infoltiva ed era un fatto meraviglioso, le unghie crescevano ed era un fatto da appurare coi giorni.
Come si sarebbe diventati? Si sarebbe imbiancati o ci si sarebbe fatti sempre più trasparenti? In un mondo del genere, come sarebbe stato un bambino?
Il mio bambino è di quel tipo - pensava. Non di quelli in cui l’embriogenesi ricalca la filogenesi, ma di quelli in cui l’ontogenesi è del tutto chiusa in sè dal primo istante.
Per ora si sa soltanto che sarà maschio.
Uscì pigramente dal bagno, avvertendo la morbidezza delle pianelle di spugna. In camera si tolse l’accappatoio. Il corpo bianco davanti allo specchio era un frutto cui pareva nessun uomo avesse mai dato un morso: la verginità riacquistata per mezzo della maternità, un mito che sarebbe stato impossibile cancellare, finchè ci fosse stata una donna.
Isabella prese dal comodino Aspettando un figlio e per l’ennesima volta si mise a osservare le figure del feto, in rapida progressione: tre settimane, sei settimane, dodici settimane. Quei bambini dalle teste grandi e dalle mani dolcemente ripiegate verso il corpo giacevano tutti nell’espressione del sogno, con occhi enormi che parevano trasparire dalle palpebre. Sollevò le gambe sul letto e in un gesto distratto, senza voltarsi, cercò a tentoni il ripiano per riappoggiare il libro. Era ingombro. Spinse lievemente, poi si girò: c’era un candeliere di cristallo, quello che tante volte aveva contemplato alla “Murrina”, irretita dal gioco impeccabile della forma. Un piede largo, a campana, uno stelo lunghissimo, che terminava in un calice in tutto e per tutto floreale, rivelato alla luce dalla trasparenza liquida del vetro. I lembi superiori, assottigliati rispetto alla base, si ripiegavano all’esterno, sbocciando in una corolla nitida e fragilissima.
“Alessio!” chiamò. Udiva distintamente il crosciare dell’acqua nel lavandino e il ronzio regolare dello spazzolino da denti elettrico.
“Mh!”
“Quando l’hai preso, il candeliere?”
“Arrivo.” il tintinnio del portasciugamani. Era già sulla porta, col telo fra le mani, e si strofinava vigorosamente il collo.
“Il candeliere.” sorrise Isa “Bello. Grazie.”
L’espressione interrogativa di Alessio si stemperò in quella dello scherzo, traducendosi immediatamente nel gesto del gioco, quello col quale il contendente, voltandosi, abbandona sportivamente una partita sleale. Ciabattò verso il bagno mugugnando allegro.
“E mi hai fatto venire fin là?!” commentò chiudendo la porta. “Tanto lo sapevo, che prima o poi lo compravi.”
Isabella gettò le gambe oltre la sponda del letto, prese il corridoio infilandosi crucciata la vestaglia, bussò seria alla porta appena ridipinta della toilette.
“Alessio!”
“Ancora! Tesoro, sto facendo la barba.”
“Non l’ho comprato io!”
“Allora chi?” Il viso abbronzato di Alessio nello specchio, nonostante i capelli leggermente brizzolati alle tempie, conservava intatto il fascino canzonatorio dei trent’anni, quando si erano incontrati davanti ad un telefono, in un bar del centro. Il rasoio sospeso a mezz’aria era del tipo usa e getta, bilama. La metà del viso non insaponata poteva sembrare convincente, l’altra metà aveva la neutralità clownesca di tutti gli uomini davanti a un lavandino.
“L’avrà portato Ilde. Sapeva che ti piaceva, e ti ha fatto un regalo.”
“Senza dirmelo?”
“E’ diventata sottile. Le aumenteremo lo stipendio.” la sospingeva delicatamente fuori dal bagno, con l’espressione che adoperava in ufficio e in casa quando voleva chiudere definitivamente un argomento. Isabella si allungò imbronciata sul letto.
Il candeliere splendeva, sfiorato dalla luce timida dell’abat-jour.
2.
Era sola in casa. La sera di novembre era offuscata e fredda, un vento forte si era levato verso le sette e i vetri erano appannati dal vapore della pentola, dalla quale si spandeva un odore fresco d’acqua verde e bietola. Alessio doveva tornare a momenti. Si era d’accordo che avrebbero cenato presto, per andare poi al concerto. Il concerto per violino di Beethoven, quello che a Isa piaceva tanto. Per anni era stato escluso dalla programmazione in favore di pezzi meno noti. Che si accompagnasse a una cantata di Bartok non le parve, quindi, strano.
Ma Alessio tardava, la notte si faceva fitta e quasi inospitale, il tepore della cucina, dolce. Isa era ormai riluttante a vestirsi, ad affrontare il giardino condominiale in cui il buio scolpiva statue di gatti e anche a indossare il sorriso di circostanza che la presenza di una vicina di posto col bracciale di brillanti avrebbe richiesto. Il suo viso leggermente tumefatto dalla gravidanza le pareva più adatto ad occasioni meno mondane: partite a carte col cognato, lettura svagata coi piedi sul letto, il solito bagno di timo. Presa da questa riluttanza accese le luci in tutta la casa e sedette al tavolo di cucina. Nel vaso piccolo, quello trasparente con le rose a rilievo, c’erano due tulipani. Erano lì da qualche giorno, non più freschi, completamente aperti. Nello schiudersi, il calice rivelava un disegno nero e vellutato, quasi lo sguardo interno del fiore.
Il bollore della pentola, i vetri appannati, una serranda che strideva nel vento, e Isa se ne stava col gomito appoggiato alla tavola, la guancia sulla mano aperta, quasi prossima ad assopirsi. Fu per un impulso dovuto al languore di stomaco che l’affliggeva dal sesto mese che aprì lo scaffale sopra il tavolo, dove aveva riposto i corn - flakes. La confezione di biscotti era lì. Comperata da Alessio o di nuovo portata da Ilde. Sulla scatola uno scimpanzè con i tratti disneyani e un berretto rosso con visiera, effettuava un lancio riuscito in un canestro. Allungò la mano, lentamente aprì la scatola e depose sul piattino di fronte a sè tre tondi fragranti di pastafrolla. Poi restò per qualche secondo immobile, a contemplare l’armadietto aperto, toccò l’anta destra, girò lo sguardo per la cucina. Una sensazione calda di realtà le invadeva lo sterno. La medesima che provava al cinema, davanti alla scena di un film particolarmente ben riuscita. Però la cucina era vera. Assaggiò un biscotto. Era immangiabile. Controllò la data sulla confezione, rassicurata bevve un sorso di thè. Plastica. Un biscotto di plastica. Qualcuno le aveva fatto uno scherzo. Con cura, in fretta, richiuse l’armadietto: le chiavi di Alessio nella toppa. Fra poco i suoi passi avrebbero percorso il corridoio e sarebbe comparso ingrigito dalla stanchezza, con la valigetta in mano, nel riquadro della porta. Prima che accadesse, Isa scivolò lesta verso il bagno.
“Amore, io!” sentì dalla cucina. Alessio stava armeggiando con la teiera, certamente avrebbe appoggiato le carte sul tavolo, di fronte ai biscotti, e si sarebbe preparato un caffè solubile. “Sei pronta?”
Isa gettò un’occhiata ai piedi con le pantofole, alla gonna da casa e alle calze pesanti, in cui si vedeva chiaramente l’impronta del tallone dal verso sbagliato.
“Ancora no!” scandì a voce alta, sedendo con un sospiro sul bordo della vasca.“Li hai comprati tu i biscotti?”
“Eh?”
“Assaggiali!”
I rumori dalla cucina le confermarono che Alessio appoggiava la borsa sul ripiano. Ecco. Sputava. “Che schifo! Ma che scherzo è?”
Non poteva dire di esserne certa. Però Ilde aveva negato di aver comprato il candeliere. E probabilmente non aveva acquistato neppure i biscotti.
Uscì quando si accorse che era entrato in camera da letto e cominciava a cambiarsi, gettando, come d’abitudine, decine di cravatte sul letto.
“Tesoro, ti dispiace se restiamo a casa stasera?”
“Ti senti male?” fece lui allarmato, dallo specchio.
“No, è che fa freddo. Mi è preso un colpo di sonno, poco fa. Al concerto potrei addormentarmi davvero...”
Alessio sorrideva, anzi, pareva divertito all’idea della moglie che sonnecchiava in poltronissima con le mani appoggiate sul pancione. Sembrava che anche lui provasse uno strano sollievo. Prese a sbottonarsi soddisfatto la camicia.
“Ah, va bene. Se preferisci...Però potevi chiamarmi. Ho preso tre semafori rossi.”
Isa ciabattò in cucina, controllò la posizione delle ante dell’armadietto e la notte fitta che premeva sui vetri.
La luce elettrica spioveva calda sulla teiera, sul piattino vuoto, sul vasetto con lo zucchero, che rappresentava una montagna cinese da acquerello, completamente blu, sulla quale rovi ritorti crescevano tirati dal vento. Accarezzò la supericie del tavolo col palmo, gettò la scatola di biscotti poi andò in anticamera, infilò gli stivali da giardino e il cappotto.
“Scendo un attimo per il latte.” annunciò.
“Vado io, sono ancora vestito.”
“No, prendo un po’ d’aria. Sono su fra un momento.”
Isa era piccola piccola per le scale, in cui le eco dei passi correvano più di lei. Non incontrò gente, soppesò la severità della porta a vetri e dell’androne, che erano la facciata di un palazzo borghese e taciturno, scorse le insegne luminose dall’altro lato della strada, ma mosse soltanto pochi passi nel giardino condominiale, in cui il bosso creceva ben tagliato, geometrico come un sasso.
Inspirò profondo, trascinò un po’ i piedi fra la ghiaia e attese. Non passò che qualche istante: la macchinina della polizia, di quelle a batterie che fanno una giravolta su se stesse ad ogni ostacolo, attarversò il vialetto a una velocità media, un po’ sballottata dalle asperità del lastricato. Gli occhi di Isa erano lucidi nel vento. Si muoveva nell’ombra, temendo ad ogni istante che qualcuno aprisse il cancello e la trovasse in contemplazione del giocattolo. Assistette alle acrobazie, all’intermittenza delle luci rosse e blu, ascoltò puntigliosamente anche la sirena e vide l’invisibile manovratore cambiare direzione dopo un urto frontale contro il gradino che circondava la fontana. Raccolse l’automezzo, lanciato a proseguire la sua marcia verso la rimessa, spostò con l’unghia dell’indice l’interruttore in posizione di “off” e aprì lo scomparto delle pile: come immaginava, era vuoto. Sorrise, mise la pattuglia sotto l’ascella e si avviò verso casa.
Aprendo incrociò la vecchia signora del secondo piano, che scendeva con la borsa della spesa, i piedi ben saldi nelle grosse scarpe con le fibbie.
“Ah, già per il piccolo.” sentenziò faceta con gli occhi ingranditi dagli occhiali, accennando col capo azzurro al tesoro di Isa.
Isa la salutò con un timido cenno del capo e abbozzò un sorriso che era già sulla scala.
“Piccolo malfattore.” sussurrò tra i denti prendendo i gradini.
In due passi, leggera, fu dentro e chiuse con sollievo la porta alle proprie spalle.
3.
“Non ho mai sentito dire una cosa simile” sorrise il medico con indulgenza.
“Si” ammise poi ”direi che sognano. Tutti sono concordi nel dire che sognano. Hanno il singhiozzo. Probabilmente pensano. La vita fetale certamente è più ricca di quanto possiamo immaginare. Ma da qui a dire” aggiungeva con le mani aperte appoggiate al ripiano ”che si rendono conto di fatti del mondo esterno di cui è a conoscenza la madre, come la disposizione degli ambienti, o il mobilio, o...Ecco, forse i rumori. Magari i rumori li sentono. Come se noi stessimo dietro una parete spessa, capisce, diciamo dietro a una porta, e cercassimo di immaginare il mondo com’è dietro quella porta. Ci raggiungerebbero dei suoni, forse impareremmo a riconoscere delle voci...”
L’idea di suo figlio davanti alla porta chiusa del mondo non convinceva Isa.
Isa immaginava due ruote che girassero sullo stesso perno, concentriche, scivolando l’una sull’altra. Come il cristallino, il cielo delle stelle fisse, intorno alle sfere dei pianeti nei disegni medievali, le pareva che ci fossero mondi contigui, l’uno solidamente incastrato nell’altro, nel quale gli oggetti cambiassero spesso di posto, appartenendo ora a una sfera ora all’altra, in coincidenza con certe ventate invisibili che li investivano turbandone gli atomi in un fruscio continuo di fluire. In questo senso, le pareva, si diceva che non ci si poteva immergere mai nello stesso fiume.
Suo figlio stava su una montagna brulla di quel mondo di là, con una vista splendida sui luccichii di una città immensa, e con la penna giocava sul foglio a filetto, annotandosi le posizioni degli alberi, delle vie, delle case, pronto a cancellarle e a riscriverle, inclinando un poco la testa. Poi, d’improvviso, vinceva, tracciava una linea continua sulla scacchiera di carta, e pum! compariva qualcosa di nuovo.
Qualcosa che non arrivava da un’altra parte, che non era un furto a quel mondo distante, e neppure pioveva dal cielo. Compariva secondo le regole del gioco. Un vaso cinese. Un cristallo. Un giocattolo. In tutto e per tutto nel mondo di qua, però un po’ più fievole, con un difetto impercettibile, un difetto di stabilità. La macchina della polizia, per esempio. Isa l’aveva contemplata a lungo. Era normale, come quelle che si comprano nei negozi. Però poche ore dopo non si accendeva già più. Il giorno successivo era opaca, tutto il lucido della superficie se ne era andato. A sera sembrava calda al tocco, un calore febbricitante, malato, che la consumava. La mattina Isa l’aveva ritrovata annerita e arsa, come liquefatta dal fuoco. Ilde aveva gettato via quella plastica carbonizzata tenendola prudentemente fra l‘indice e il medio.
Il candeliere era durato qualche giorno di più. Isa lo aveva portato al negozio, per accertarsi dell’acquisto e da parte di chi. Le avevano detto che era certamente di ottima fattura, ma mancava il marchio dell’artigiano. Che sì, era in tutto e per tutto originale, probabilmente vetro soffiato di Murano, ma da loro non era stato acquistato negli ultimi giorni.
Isa lo aveva messo in salotto, al centro del tavolo da pranzo, e lì aveva visto quel puro cristallo ingiallire e come avvizzire, fino a ridursi a un fondo di vetro senza splendore. Poi era annerito, esattamente come il giocattolo.
Quella creazione aveva in sé il germe della dissoluzione. Un difetto congenito, che si diramava malato dopo la durata o addirittura fin dal primo istante, quando l’aggregazione casuale degli atomi diveniva forma e trovava un posto nella paccottiglia e nello splendore del mondo.
Isa si sentiva al bivio fra due strade: occuparsi di quelle cose con pedanteria, farle analizzare, portare in laboratorio, smembrarle, segmentarle, ridurle ad un puzzle finché la filosofia di Zenone non avesse avuto il sopravvento e non si fosse scoperto un nuovo, segreto genere di atomo, o cercare indietro, indietro alle origini, la causa di quel malessere misterioso, nel gioco appassionato di chi le creava.
La seconda via significava capire suo figlio, e la preferì. Si diede a leggere saggi di psicologia infantile, studi sul valore del gioco.
Fu profondamente turbata da quanti ritenevano che il gioco fosse nient’altro che una fase preliminare ai comportamenti da adulto, eliminò i giochi di ruolo dalla sua casistica, si immerse nell’analisi di quello che gli esperti definivano “comportamento immotivato”, alla fine prese a cercare l’autore di Vostro figlio, il quale pareva l’unico a sostenere che il comportamento ludico avesse radici in una civiltà antica, nella quale aveva basi religiose o mistiche.
Intanto si abituava a giustificare la comparsa di automobiline, pupazzi, palloncini, piccoli aggeggi parlanti, per casa. Quando Alessio le chiedeva, sosteneva di averli comperati, ricevuti in regalo, scambiati con altre mamme. Più difficile era giustificare la presenza di oggetti di arredamento particolarmente raffinati, come quadri, lampade, statuette, giochi di scacchi, che parevano materializzarsi sull’onda di certi suoi desideri inappagati. Questi erano i regali che suo figlio faceva personalmente a lei. Isabella si sforzava di non soffermarsi davanti alle vetrine, di non concentrare il proprio desiderio su manufatti particolarmente belli o originali. Ai musei non andò per molto tempo, preoccupata all’idea di vedersi comparire in salotto un Mondrian o un Picasso.
Era ormai prossima allo scadere del tempo in cui avrebbe dovuto partorire. La pancia era un fardello e ogni movimento risultava alterato, goffo e pesante. Un sabato, sicura che Alessio darebbe rincasato più tardi del solito, prese l’autobus e si recò in un quartiere elegante del centro storico, quello in cui abitava Bandelli, l’autore del libro.
Le vie erano scheletrite dall’inverno, sbuffi di fumo esalavano dal respiro dei passanti e si sarebbe detto che il sole fosse migrato altrove. Le poche ore di luce erano come un’alba grigia dalla quale non si riuscisse a svegliarsi.
Isa sentiva il bambino costretto dentro di sé, un calore la pervadeva all’idea che presto l’avrebbe abbracciato, ma una strana sensazione di perdita si accompagnava nella sua fantasia a quella nascita: suo figlio sarebbe uscito dal mondo di là. Caduto nel confortevole, minuscolo spazio di una stanza, avrebbe voltato lo sguardo dalla parete al lettino, cercando invano la profondità di quel fiume dal quale pescava giocattoli e oggetti formati, gocciolanti dello splendore effimero di un’altro emisfero.
Un mondo senza magia per suo figlio.
Isa non sapeva come porci rimedio.
4.
Il palazzo di Bandelli era stato costruito negli anni Ottanta. Si poteva capire dalle ampie inserzioni di piastrellato lucido sulla muratura, quasi che dei pattinatori verticali dovessero divertirsi a percorrerlo dal basso in alto. Le terrazze trasbordavano foglie, grandi ciuffi di asparagina crescevano, si sarebbe detto, negli interstizi dei balconi e ampie tende da sole stavano avvolte su impalcature cromate. Lo sguardo di Isa salì fino all’attico, dove l’architetto aveva consumato il rito del postmoderno: lassù c’era una fortezza in cemento armato, un piccolo bunker che si poteva svellere come un giocattolo e mettere altrove. L’idea le piacque. Entrò.
L’ascensore saliva senza scosse, Isa duplicata nello specchio aveva il volto liscio dei vent’anni per la magia del fumè. L’uscio di Bandelli, fiancheggiato da una pianta lustra, pareva appena lucidato. Le aprì lo studioso in persona, appena un po’ più giovane, gualcito e affabile di come appariva sul risvolto di copertina, e la invitò ad entrare con un ampio gesto.
Isa mosse qualche passo timido nel salone, che odorava di legno di sandalo. Grandi maschere africane occhieggiavano da tutte le pareti e riempivano gli angoli in ombra, popolando di molti sguardi vacui e aggrondati i risvolti della conversazione.
Bandelli rimescolava una bevanda calda, ne offrì a Isa senza spiegare, Isa la prese con lieve impaccio, sedendo.
“Ci siamo quasi.” le sorrise, posando il piattino. Accennava al pancione.
“Sì.” disse Isa, riscaldata dalla luce del vicino lume, un alone rosa confetto, molto in contrasto con le pareti scure, inselvatichite da una ridda di arazzi.
“Lei è qui per il libro?”
“Più che altro per il bambino.”
“Ah già.” ammiccò lui dolcemente. “Me l’aveva annunciato, al telefono.”
“Sarei curiosa di sapere, che cosa ne pensa del gioco prima di nascere.” fece questa domanda assaporando la bevanda, che era molto aromatica e amara. Non si scompose, aggiunse dello zucchero e tornò a fissarlo, in attesa.
“In realtà” cominciò lentamente Bandelli “si gioca soltanto prima di nascere. Quello che voglio dire è che, in definitiva, si gioca soltanto fuori dal gioco. All’interno, vede, si vive molto seriamente.”
Isabella cercava lo scherzo sul bel viso disteso di quell’uomo, che aveva pubblicato in America e Australia, e pareva l’unico successore di Huizinga quanto a quegli studi originali. L’unico, si diceva, all’altezza.
Ne studiò senza apprensione i lineamenti marcati, piuttosto rassicuranti, e i grandi occhi.
“Lei assomiglia un po’....”
Le tolse le parole di bocca:
“Lei non può ancora capire, ma le spiegherò in due parole. Il gioco ha sempre delle regole a sè, che non sono le regole con le quali si vive, altrimenti sarebbe uniforme, uniforme all’esistere. Invece è una pausa, un’alternativa. Non per questo meno reale e importante. Ci sono giochi in cui la posta è la vita, allora il gioco diventa persino più importante della sfera in cui si intromette..”
“E’ proprio questo intromettersi che io...”
“Ho detto intromettersi, ma volevo dire, più esattamente, interferire. Lei conosce la storia dell’uomo che inghiottì, per scommessa, un aeroplano? Pensa che non abbia avuto dei fastidi? Pensa che tutti i giocatori d’azzardo non soffrano della loro necessità di giocare? Pensa che i campioni di basket non abbiano il corpo e lo spirito tanto deformati dal gioco da desiderare in certi momenti di essere bassi e loquaci come scimmie? Qualcuno ha perso a carte tutti i propri averi, ma mentre giocava non gli interessava affatto. E’ di un’altra sfera, che stiamo parlando. Quella in cui vigono altri comportamenti. Non è deviazione. E’ volerla confondere col reale, la deviazione. Ad esempio, gli antichi Maya hanno posto il gioco della pallamano al servizio del potere sacerdotale. Sa che succedeva poi alla fine delle partite? Si sacrificavano su un altare i perdenti. Ma il gioco, in realtà, era già finito.”
“Io vorrei sapere soltanto se Lei pensa che un bambino ancora non nato possa...”
“...giocare? Le risponderò molto semplicemente. Lei ha mai visto un pittore, uno scultore, un musicista, al lavoro?”
“Veramente, no.”
“Allora devo aggiungere qualcosa: il gioco come creazione. Quando si gioca si esplorano campi fuori dall’ordinario, si assumono ruoli impensati e irreali, si costruiscono ambienti visibili soltanto alla cerchia dei giocatori. Forse potrei dire, degli iniziati. Sa che i francesi per indicare l’opera di un musicista che interpreta un pezzo dicono “jouer”? E sa che gli inglesi usano il medesimo termine per designare il giocare e il recitare? Le dirò di più: ha pensato mai che un bambino non nato, ancora non ha un ruolo definito? E un outsider. Il più perfetto outsider che si possa immaginare. In realtà l’unico essere che ancora sia in grado di inventarsi il proprio ruolo, cioè di giocare.”
“Ma...”
“Un artista, qualunque artista, fa la stessa cosa. Esce dal ruolo, per restituire alla realtà uno sguardo pulito, incontaminato da milenni di civiltà in cui le cose sono state se stesse.”
“Ecco: è proprio questo.”
“Ah signora!” disse Bandelli con un gesto di dolce resa. “Vogliamo chiederci adesso come mai siamo quello che siamo?”
“Ma il gioco è fragile. Si consuma rapidamente, svanisce, smuore...Come se ci fosse solo aria al suo fondamento. Invece il reale è così durevole, così stabile..Sono due nature diverse, come se ci fossero due generi di creazione...Quella che dura, materiale, tangibile. E quell’altra... quella dell’immaginazione, della fantasia, del gioco...Mio figlio...”
“Vuole dei biscotti?” chiese Bandelli d’un tratto.
“No, grazie.”
Isa era perplessa. Le sembrava di aver centrato finalmente il problema, ed ecco che lui la distraeva, cambiava argomento, sorrideva osservando il suo viso come se l’avesse già vista altrove, come ci fosse fra loro un’intesa sensuale e misteriosa.
“Lei ha mai pensato all’amore?” le chiese allusivo.
Isa arrossì visibilmente.
“E’ un gioco raffinato.” continuò Bandelli quasi infervorato “E anche lì succede lo stesso. Soltanto che la società pretende di trascinare il gioco al suo interno, facendone un affare pubblico. Una forma ritualizzata di intesa o di patto. Ma l’amore è all’ottanta per cento immaginazione. Se lasciassimo all’amore soltanto il reale, sarebbe una faccenda di ben scarsa levatura, mi pare. Poco più che una monogamia biologica. Anche un po’ forzata?....”
“Signor Bandelli, mio figlio...”
Fu in quel momento che successe quello che Isa temeva. Comparve sul tavolino basso, accanto alla tazza della tisana. Non era destinato a Isa, ma chiaramente a Bandelli, e non era mai accaduto prima d’allora che Isa assistesse al materializzarsi di un oggetto. Li aveva sempre trovati qua e là, già interi e lucenti, tangibili e veri per le sue mani. Questo fu appena un tremolio dell’aria, quasi un’incandescenza degli atomi come quella prodotta dalla fiamma subito al di sopra di un fuoco. Bandelli non se ne accorse, guardava intensamente Isabella. La penna, nera lucida, di lacca, era già sul tavolo quando abbassò lo sguardo. Isa invece restò senza fiato per qualche istante, ma tacque.
“Suo figlio, diceva?...” I grandi occhi interrogativi di lui finalmente le svelarono il segreto: le ricordava il suo primo amante.
La contrazione fu un dolore fulmineo. Salì per le viscere inaspettata, stringendo.
Isa si alzò di scatto, come punta da un insetto.
“Devo andare. Devo proprio andare, penso di avere abusato del Suo tempo.”
Bandelli, un po’ stupito da quella fretta, le prendeva cortesemente la tazza dalle mani sudate.
“Si figuri. Se le mie lettrici fossero tutte appassionate come Lei all’argomento... Molte mi leggono prima di addormentarsi, dimenticano di lasciare il segnalibro alla pagina giusta e la sera dopo rileggono lo stesso capitolo senza accorgersene. Davvero.”
Gli occhi di Bandelli erano caldi e accoglienti. Isa non si stupì che suo figlio avesse deciso di fargli un regalo. Le stava restituendo la copia di Vostro figlio che era stata per tutto il tempo appoggiata sul tavolo.
“Aspetti un momento.” disse. Prese con disinvoltura la penna, che luccicava come appena uscita da un lago di scintille, e scrisse una dedica sulla seconda di copertina.
Tracciò le lettere in fretta, mentre la seconda contrazione torceva appena la bocca di Isa.
Si scambiarono un sorriso promettente, mentre Isa prendeva le scale. L’aroma intenso della tisana, amaro e potente, le risvegliò il desiderio di casa, delle pianelle blu, della coperta a fiori.
“A presto.” disse Bandelli, una sagoma incerta e intenerita sulla porta.
“Con piacere.” sorrise Isa, tirando un po’ il fiato.
Nell’ascensore il suo palmo sudato lasciò un’impronta opaca sullo specchio.
“Proprio adesso.” pensò. Uscì nel vento grigio della sera, fermò una donna, le disse:
“Sto per partorire, presto, cerchiamo un taxi.”
La sconosciuta, sollecita, le porse il braccio, sorreggendola.
Si infilò nell’auto un po’ smarrita, la notte che scorreva nei finestrini la sorprese a pensare ancora a Bandelli, e dovette pilotare il pensiero su Alessio, per ricomporsi.
Il libro appoggiato al sedile era chiuso. Lo aprì, scorse le poche righe:
“Al bambino che è dentro di noi, e all’entropia.”
Entropia. Che entropia?
Il taxi prendeva la svolta, suo figlio nasceva pian piano.
Fu all’entrata del piazzale, davanti al Pronto Soccorso, che Isabella notò con sorpresa che il cornicione del palazzo di fronte - così come un lembo del cielo e la fronda bassa di un albero del giardinetto gelato - era leggermente annerito.
Roma
Settembre 2000