L'AMMAESTRATORE

DI   BAMBINI

 

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 A Michael, a Daniele

A Federico e a Luciana

E, naturalmente, all’Africa.


 

 

 

 “…senza dignità, non c’è libertà,

senza giustizia non c’è dignità,

e senza indipendenza non ci sono uomini liberi.”

Patrice Lumumba

Lettera dal carcere alla moglie


 

 

Parte prima – La Chimera

 

Capitolo primo

 

Jordie si svegliò in un'alba invernale che aveva intirizzito i passeri rendendoli di pietra.

I rami nudi degli alberi bussavano alla sua finestra e un sapore amaro di sogno gli stagnava persistente sulla lingua. Si accorse che le lenzuola erano bagnate e che era stato il suo sudore ad inumidirle come se fossero state lavate e  strizzate. I passi di sua madre in cucina erano morbidi delle pantofole di panno, un suono caldo. Ma il gelo si era depositato in fondo al suo cuore. Non ricordava che cosa avesse sognato.

Tante porte, forse, attraverso le quali passava correndo.

Il sole era bianco e faticava ad illuminare la stanza. Jordie rivide il suo pupazzo di orso, gli sci comprati il giorno precedente ancora nella scatola e l'omino di neve con una carota al posto del naso e il cilindro nero, nell'angolo.

Faticava a muoversi, ma si alzò gettando i piedi sul tappeto. Non aveva ancora abbastanza voce per chiamare sua madre, che camminava per il corridoio verso il bagno. Qualunque cosa avesse sognato lo aveva reso quasi roco.

Sentiva il fischio del bollitore del tè in cucina e un trapestio  al piano superiore che stava a significare che Brian si era già alzato e forse stava già facendo colazione. La mattina non lasciava molto ben sperare: i vetri erano specchi di gelo e il vento di tramontana spazzava un paesaggio bianco nel quale un solo passante intabarrato camminava curvo dal freddo lungo le auto in sosta.

Jordie decise di dimenticare ciò che era successo nel sonno dell'alba. Si infilò lentamente le maniche della vestaglia e le pantofole e aprì il cassetto dove teneva i disegni di Brian.

Brian aveva cinque anni più di Jordie e disegnava col carboncino. Ritraeva soltanto animali. Alcuni appartenevano ai vicini  di casa, altri li aveva visti allo zoo, la maggior parte li inventava. Brian aveva a lungo studiato una specie sconosciuta che Jordie  definiva Chimera. Questa Chimera poteva essere composta nelle sue parti dalle teste, dal corpo, dalle zampe e dalle ali di molti animali diversi, ma quando i pezzi erano tutti insieme sembrava essere qualcosa di perfettamente estraneo a ciascuno di loro. Uno di questi esemplari si trovava nel cassetto di Jordie. Era una creatura alata e crestata con zampe di leone, testa di capra e corpo di pesce, e aveva quattro ali e un becco a rostro.

Brian non amava mostrare i suoi disegni di Chimere - ed in effetti Jordie aveva ricevuto da lui l’intimazione di tenerli nascosti - ma gli piacevano  più degli altri, che ritraevano gli animali come erano nella realtà.

L'unico che beneficiava della vista di quei disegni era  il signor Sherlek, del secondo piano, che si era trasferito nello stabile da circa un anno e mezzo, faceva una vita molto ritirata - pochi degli inquilini sapevano veramente che lavoro facesse -  ed era magro e silenzioso.

 Sherlek viveva nell'appartamento di fronte a quello di Brian e amava molto le Chimere. I suoi commenti al riguardo erano stati tanto lusinghieri che Brian gliene aveva regalate due o tre, e quelle date a lui le aveva anche firmate.

Sherlek si era trasferito in città con pochi bagagli e dimostrava una gentilezza paragonabile soltanto alla sua riservatezza.

Le donne del vicinato lo consideravano un bravo ragazzo, per quanto fosse ormai sulla cinquantina. A detta di tutte era scapolo, anche se personalmente non si era mai espresso in merito. Aveva una passione per la biancheria pulita. La prima cosa che avesse comprato nel quartiere era una lavatrice di ultimo tipo, di quelle con l'asciugatrice incorporata. Ma sicuramente lavava anche a mano, dato che sulla sua terrazza sventolavano sempre panni profumati stesi su di un filo. A Brian quell'uomo piaceva a tal punto che si era rifugiato in casa sua una o due volte dopo un litigio con la madre.

E Sherlek era stato discreto, ma senza irritare la sensibilità della sua vicina, alla quale di tanto in tanto portava una torta alle noci fatta con le sue mani.

La fama di Sherlek fra le casalinghe del vicinato era talmente positiva che era stato invitato dopo pochi mesi alle riunioni parrocchiali. E questo, secondo Jordie, contrastava palesemente con il suo gusto per le Chimere di Brian.

Jordie richiuse il cassetto e tornò alla finestra. Era presto. Tra qualche istante sua madre sarebbe entrata nella stanza con i vestiti puliti e lo  avrebbe spedito a lavarsi e a pettinarsi per mandarlo a scuola.

Jordie avrebbe sopportato la mattinata, le spiegazioni noiose della maestra Hilf, l'ora di matematica, quella di disegno. Di pomeriggio sarebbe andato con Brian a prendere il tè da Sherlek. Quella era la sua consolazione.

La casa di Sherlek era interessante. C'era un grande arco nel salotto, e bacheche di vetro piene di minerali. C'erano fossili. Brian gli aveva spiegato che si trattava delle tracce lasciate nella pietra da animali e piante che esistevano prima che l'uomo comparisse sulla terra.

Si sarebbero seduti sulle poltrone coperte da drappeggi di stoffa come nelle case vuote e poi avrebbero assaggiato il dolce. Il dolce fatto da Sherlek impegnava i denti con misteriosi e croccanti frammenti di nocciole, uvette, mandorle. E Jordie sarebbe stato zitto ad ascoltare la conversazione di Brian, il suo amico quindicenne, con quell'uomo particolare e schivo, che parlava poco ma diceva cose strane e affascinanti.

Gli tornavano in mente per giorni quelle frasi, e certe volte gli sembrava di capirle soltanto quando veniva il loro momento, ore o settimane dopo, come se una piccola chiave avesse aperto lo scrigno di un significato che al primo istante gli era sfuggito.

Jordie attese la madre, si vestì scontrosamente, accigliato dal sonno, si lasciò spazzolare i capelli e con un cenno serio di saluto fu fuori casa. Il vento tagliente di gennaio gli arrossò il viso, il peso della cartella sulle spalle lo fece chinare leggermente in avanti e la necessità di raggiungere il cortile della scuola entro le otto fece il resto.

Quando suonò la campanella aveva dimenticato il sogno di quella mattina e anche l'impressione fugace che ne era rimasta al risveglio. Qualcosa di inatteso glielo fece rammentare molto tempo dopo.

 

Sherlek aveva una grande finestra a riquadri che affacciava sull'ingresso del palazzo. A quella finestra lo si vedeva spesso, con la tenda leggermente scostata, lo sguardo vacuo. Jordie pensava che spiasse la gente sulla strada di fronte, ma poi, senza preavviso e senza motivo, si vedeva Sherlek scuotersi e abbassare frettolosamente la tenda.

Sherlek non era un uomo ridanciano, ma l'impressione di emaciata serietà che davano i suoi occhi poteva trasformarsi improvvisamente, anche se Jordie non avrebbe mai detto che fosse allegro.

Aveva un suo particolare senso dell'umorismo che puntava sul gusto dell'assurdo, e poteva anche raccontare barzellette, ma, quando finivano, gli uditori restavano interdetti per qualche secondo prima di ridere, e alla fine tutti si accorgevano di non aver ascoltato una storiella divertente ma un aforisma pericoloso sulla fatica di vivere. I bambini coglievano di questi aneddoti il tono della voce e l'apparente sostanza incongrua della vicenda, che si avvicinava misteriosamente ad un enigma, ma si accorgevano anche loro che quanti conoscevano quelle storie cercavano di dimenticarle, anche se avevano sorriso.

Si arguiva comunque dal modo di parlare di Sherlek che avesse viaggiato molto, conosciuto molta gente e avuto sempre soldi, dato che parlava di paesi lontani  con profusione di dettagli e ne descriveva aspetti inarrivabili alle tasche medie.

Quando trattava con Brian, Sherlek era molto serio. Era evidente che considerava il bambino come un adulto e prendeva le sue osservazioni molto ponderatamente. Brian dal canto suo era compiaciuto da quel modo di ascoltare, che era tanto raro da parte di un uomo cresciuto verso un ragazzino della sua età, e questo lo rendeva loquace e sicuro di sé, e lo portava a dire cose che mai avrebbe osato con altri, specialmente con i genitori. In questo modo fra loro due si era creata una complicità che somigliava ad una rispettosa amicizia, anche se Sherlek spesso e volentieri correggeva il suo giovane interlocutore e lo indirizzava, tanto che alla fine Brian si accorgeva di aver scoperto dalle proprie labbra molte cose che non sapeva.

"Maieutica." era la parola. Brian l'aveva trovata su di un dizionario e aveva capito che era un modo di far imparare alla gente delle verità su se stessi e sul mondo che già conoscevano ma che non avevano mai espresso a parole.

"Sta tutto dentro di te." diceva Sherlek annuendo "Io mi limito a ricordartelo. Ci sono un sacco di cose che non sai di sapere. E' il tuo amore per i miei sassi, che le tira fuori."

I sassi di Sherlek erano stati raccolti in tutto il mondo. C'erano disegni, venature, insetti imprigionati dentro. Si poteva guardarli per ore, anche se era vietato rigirarli tra le mani, dato che alcuni erano molto antichi e molto fragili.

"Questo ha tremila anni." puntualizzava Sherlek, mostrando un trilobite "Mi aiutano a rendermi conto del tempo. Il tempo può scorrere molto lentamente o molto velocemente. Dipende da noi. Se ci concentriamo possiamo riportarlo indietro o avanti a volontà."

Jordie aveva cercato di applicare questo sistema alle lezioni più  noiose, tirandole per i capelli fino a farle piombare subito alla campanella. Ma non ci era riuscito.

Quando si svolgevano queste conversazioni fra Brian e Sherlek, di solito Jordie sedeva sulla poltrona grande. La poltrona grande sembrava fatta per far apparire più gracile un bambino, ed era quello che accadeva a Jordie mentre se ne stava lì sprofondato, oltre a subentrare in lui una invincibile sonnolenza che a volte si trasformava in un pisolino pieno di immagini di animali favolosi e preistorici e di piante senza semi che crescevano da lontanissime paludi nebbiose.

Quel giorno di gennaio, Sherlek e Jordie parlavano di come si formano gli uragani.

"Sono masse di aria calda e di aria fredda che si scontrano" disse Sherlek "e si arrotolano su sè stesse fino a formare un vortice, al centro del quale c'è una zona tranquilla. Gli animali squassati dal vento del tornado, quando si trovano lì, per qualche istante vedono le cose in un modo speciale: la pace che non durerà, l'istante di bellezza destinato fatalmente a morire. Io vivo in questo modo." aggiunse Sherlek improvvisamente e senza motivo. Certamente lo fece per il fatto che ad ascoltarlo era Brian, e non un adulto. Persino Jordie capì che si trattava di una confidenza e spalancò gli occhi in attesa di una spiegazione che non arrivava. Sherlek si mosse nervosamente per la stanza, poi sorrise. Era un sorriso troppo candido per un adulto, e leggermente spaesato, al punto che a Brian venne fatto di chiedersi se Sherlek si trovasse a proprio agio in quella città ed in quel paese, e se non sentisse invece la mancanza di qualche altro posto o di qualcuno che si trovava altrove.

"Forse dovrò assentarmi per qualche giorno." disse infine davanti al tè caldo. Jordie era intontito da una specie di dolcezza. Quell'appartamento dall'arredo essenziale, pieno di tende pesanti e di  stoffe, lo metteva in una disposizione sognante ed incline al torpore. Perciò alzò appena gli occhi dalla tazza e continuò a masticare voluttuosamente la torta alle noci e cioccolata. Brian invece esibiva lo sguardo preoccupato che aveva  suo padre quando si rompeva la macchina o si doveva cambiare una ruota.

"E dove andrà?" chiese corrucciato.

"Oh, qui nei dintorni. Per lavoro." ripose il loro ospite.

Jordie non si aspettava la reazione di Brian. Si alzò compunto dalla tavola, estrasse dalla tasca una delle sue Chimere più belle e la depose sul tavolo accanto al cucchiaino di Sherlek. Era un animale fiero e bellissimo, col corpo di leone, ali spiegate e una coda di pesce che terminava a tre punte.

"L'ho fatta per Lei." disse "Torni presto."

Gli occhi di Sherlek brillavano. Una tristezza incomprensibile sembrava avvolgerlo tutto in una specie di casa invisibile. "Certo che tornerò." disse, scuotendo la testa come a voler negare col corpo quello che affermava a parole.

"Io penso che Lei abbia ragione sul tempo." disse d'un tratto vivacemente Brian "Lo faccia andare veloce, in modo da poter essere tornato prima di andarsene."

Sherlek posò la tazza e gli rivolse un sorriso luminoso.

"A volte la nostra vita dipende da cose che si trovano fuori dal tempo. Da posti che non esistono e da persone che non sono persone vere." disse Sherlek "Pensate alla vita di uno scrittore, tutti i suoi guadagni, i suoi interessi, il centro dei suoi lavori, sono creature immaginarie che assomigliano soltanto a quelle reali. Per esempio, Brian, le tue Chimere. Non esistono. Non si troveranno in alcuno zoo, in alcuna fattoria o montagna o prato, eppure a noi due piacciono moltissimo." Sherlek prese la spalla di Brian: "Anch'io vorrei poter restare. Ma io in questo paese sono come una Chimera, non sono del tutto vero. E una persona che conosco mi chiama e mi dice: Chimera, tu andrai ad abitare in un’altra città”, oppure: “Tu rimarrai nel cassetto di Jordie”. Sono i fatti."

Brian guardò il viso sofferente di Sherlek, poi la Chimera sul tavolo.

"Non può uscire dal foglio." aggiunse Sherlek gravemente.

"Ma può volare." strillò Jordie con enfasi.

"Tu non capisci." disse Brian al suo amico più piccolo.

"No, è vero." intervenne Sherlek rivolto a Jordie "Può volare, ma allora tutti scoprirebbero che è una Chimera, e non un animale come tutti gli altri. Un leone non vola."

"Potrebbe volare di notte, quando è buio." osservò assennatamente Jordie.

Sherlek salutò  i bambini e regalò loro due sassi lucenti prima che tornassero a casa.

 


 

Capitolo secondo

 

Il mare era calmo. Una leggera brezza spirava da ovest. Il paese in cima alla scogliera era chiuso in un abito di nebbia.

Certamente non c'erano occhi indiscreti che guardassero la spiaggia invernale. Athaya estrasse dalla borsetta il codificatore e lo depose accanto a sé sulla sabbia, poi sollevò lo sguardo e, schermandosi gli occhi con la mano destra, studiò la posizione del sole. Doveva essere mezzogiorno passato. Accese la radio e ascoltò le ultime notizie. Non si parlava di arresti. Non si parlava di incidenti sull'autostrada dodici.

Athaya sbadigliò e cambiò stazione. Neanche sulle onde medie si diceva niente del genere. Athaya regolò la sintonia del codificatore, poi premette il pulsante rosso. Non ottenne riscontro. Come se la ricevente fosse spenta. E questo era impossibile. Una piccola smorfia di disappunto si disegnò sul viso levigato di Athaya. Il sole era allo zenith. Tolse dalla borsetta il portatrucco, si diede una passata di rossetto e stirò leggermente le labbra. Non era un sorriso passabile.

Guardò in giro se qualcuno avesse carpito quel piccolo segnale di sconfitta sul suo viso. Ma la spiaggia era vuota e tranquilla. Soltanto uno spinone randagio zampettava e annusava la battigia in lontananza. Al largo, una nave bianca disegnava un rettangolo dai bordi profondi sullo sfondo del cielo chiaro.

Athaya raccolse gli oggetti e si alzò. La sua statura, imponente per una donna, attirava lo sguardo degli uomini, ma qualcosa di ambiguo nel suo corpo - non aveva ancora indovinato che cosa -  provocava immediatamente dopo la loro repulsione. Athaya soffriva di malattie della pelle. Si trattava di episodi circoscritti ed invisibili, ben occultati dai vestiti e dalle sciarpe, ma si rendeva conto in ogni momento che una parte di lei stava desquamando. Pensava che fosse questa consapevolezza segreta a renderla impacciata, e quindi vulnerabile, scatenando la reazione inconscia di quelli che la osservavano.

In tutto il resto era indubbiamente una ragazza attraente. Ma quel difetto che non riusciva a dimenticare sembrava riverberarsi per tutto il suo fisico abbondante, e provocava il moto di fastidio che faceva seguito alle occhiate di interesse. Athaya aveva una buona dermatologa, ma certamente per liberarsi di quel complesso le ci sarebbe voluto uno psicologo. L'avrebbe resa più sicura di sè.

Si allisciò il vestito sui fianchi  pieni, si rinfilò le scarpe e prese la salita di scale verso il paese.

Aveva ancora quella smorfia di disappunto sulle labbra.

Il passo di Athaya era pesante. Questo si conveniva alla sua fisionomia, ma a ciò si aggiungeva un che di ondeggiante. Era come se il suo corpo dovesse ritrovare l'equilibrio per intero ogni volta che si muoveva in avanti. Questo dettaglio non sfuggiva alle altre donne, che la ritenevano per quel passo una creatura indolente e materialista, molto legata al peso terreno del  proprio sè. Athaya, invece, faceva effettivamente fatica, ma questo non poteva ammetterlo. Era un problema genetico, come i molti altri collegati al fatto che la sua struttura fisica era decisamente sovrabbondante se paragonata alle origini del dna dal quale si era sviluppata la mitosi delle sue cellule.

Athaya cercava di restarne conscia soltanto in parte, ma lo era.

Oltre a tutti i problemi che già si sentiva addosso, la mancanza di quel segnale nel codificatore rappresentava l'estremo insulto.

Raggiunse, un po' affannata dalla salita, l'auto di grossa cilindrata che aveva parcheggiato accanto al muricciolo lungo la marina. Chinò il viso perfettamente truccato sullo sportello e si diede un'occhiata nel riflesso del finestrino. Non c'erano passanti. Il paese era veramente piccolo e la stagione non attraeva i turisti.

Salì, mise in moto e guidò con lentezza fino alla statale.

Il traffico era sostenuto  nonostante l'ora. Athaya si tenne sulla corsia di destra e intanto ascoltò le notizie dell'emittente locale per la terza volta. Lo aveva messo alla prova e non si era mosso.

Questo poteva significare un guasto al codificatore, o al ricevente. Ma il guasto avrebbe dovuto essere segnalato.

Le conseguenze di un errore per Athaya potevano essere incalcolabili. Adesso era quasi certa che avrebbe dovuto mettersi a cercarlo, demolire l'identità che si era costruito ed in cui si era infilato come in un caldo bozzolo per due anni.

Si fermò ad una stazione di benzina, e mentre il benzinaio faceva il pieno si diede un altro po' di matita sugli occhi. L'uomo abbassò subito lo sguardo impallidendo, come se avesse notato un insetto schifoso sul cofano.

Athaya era indecisa se comporre il numero di emergenza per segnalare quella situazione. Poteva servirsi del cellulare, ma anche del telefono pubblico, senza che la chiamata fosse tracciata. Invece riavviò il motore e decise di provare un'altra volta, di dargli una estrema possibilità. Aveva sentito al notiziario che l'indomani sarebbe transitato da Bordeaux un carico di rifiuti tossici in viaggio su di un vagone piombato. Erano sostanze volatili, si poteva sprigionare gas. Decise che avrebbe mandato un ultimo messaggio di intimazione, poi l'avrebbe scovato.

Comprò un giornale locale e lesse attentamente le misure escogitate dalla polizia e dalle autorità cittadine per proteggere il carico: era umanamente impossibile creare un incidente senza morire intossicati nel farlo. La situazione era ideale.

Controllò ad una piazzola di sosta che il codificatore fosse sintonizzato, poi inviò l'ordine precisando l'ora, il luogo, le modalità del disastro. Avrebbe aspettato nell'hotel fino a sera, poi, di mattina, si sarebbe recata alla stazione per un breve sopralluogo allo scopo di verificare l'esattezza dei dati riportati dal cronista e per sentire qualche parere. Ma intanto si fermò a pranzo in un ossidato autogrill nuovo di zecca, e mentre mangiava stette ad osservare.

C'era il movimento allegro e scoordinato dei giorni festivi. Avrebbe giurato che due o più degli autisti di camion fossero brilli. Inghiottì senza sentirne il sapore una cotoletta con patate, comprò una carta topografica del circondario, mosse qualche passo fra le scaffalature traboccanti di attrezzi per auto del self service, e alla fine tornò in macchina.

I vetri erano coperti di brina. Inverno. La notte sarebbe scesa in fretta. Le luci stradali si accesero quando si trovava già molto più ad ovest. Lampi intermittenti segnalavano un motel, ma Athaya non rallentò. L'auto teneva bene la strada, la velocità uniforme la rilassava. Voleva un albergo comodo, elegante. Dovette entrare in città per trovarlo.

Si avvolse in una doccia calda, si fece un turbante di asciugamani e sedette sul letto nella luce bluastra del televisore.

Mentre incamerava immagini frammentate, ritrovando una certa coerenza di pensieri, ordinò al ristorante una cena esotica e si preparò ad ascoltare il resoconto della catastrofe un giorno dopo.

 

 

Il treno era stato progettato per quel compito: trasporto materiali infiammabili, scorta di agenti chimici corrosivi, sicurezza nello smaltimento di veleni tossici. L'unica mansione per la quale non era stato utilizzato erano le scorie radioattive. La stazione era sorvegliata, e aprire uno dei convogli significava prendere le esalazioni tossiche direttamente in faccia. Un uomo con una tuta protettiva non poteva passare inosservato e le perquisizioni di quanti si avvicinavano erano meticolose. Sherlek si trovava sul posto già al tramonto e sapeva che Athaya doveva essere nei paraggi. Il suo orologio scuro faceva male. Non era un dolore fisico, piuttosto un'ossessione mentale continua ed inevitabile, ma Sherlek aveva imparato a tollerarla e a controllarla. Il tempo era una sequenza, ma poteva diventare un continuum. Nello spazio non c'erano giorno e notte per rendersi conto dello scorrere delle ore. Nel mare profondo l'effetto era il medesimo. Niente luce, niente cambiamenti di temperatura. Il corpo di Sherlek era fatto per sopportare una condizione di stasi che avrebbe fatto impazzire un essere umano. Il silenzio, l'immobilità, la durata interminabile. Quello che ferisce può anche curare, e l'assenza di un tempo naturale, segnato dallo svolgersi di eventi, era come una culla in cui si poteva dormire, mantenendo la mente desta. Se la mente trova in sé stessa le risorse, non occorrono stimoli esterni. Né affetto, né emozioni, né parole. Sherlek però amava quelle inutilità. La futilità era stata la sua vita quotidiana e lui ne aveva fatto una specie di barriera, dalla quale traeva un conforto che non poteva toccare ad Athaya. Tutti gli eventi temporali sconvolgevano Athaya, il corpo era una prigione. Doveva appellarsi a qualche forma di complicata metafisica per giustificare l'esistenza, esistere e basta non poteva esserle sufficiente. Gli uomini sentivano lo scarto: fra la sua mente e l'epoca, fra i suoi movimenti e i costumi del mondo, fra il cuore e la determinazione a non prestare ascolto. Fondamentalmente tutte le creature come Athaya erano sorde. Non potevano sentire quella specie di marea del sangue che sale nel corpo degli animali quando provano un'emozione. Il suo corpo era freddo.

Sherlek, invece, rappresentava la contraddizione. Una contraddizione che era implicita in tutti quelli come lui: non provare per percepire, non amare per infiammarsi d'amore. Gli tornavano sollecitazioni incredibili da ogni canale, e il paradosso della sua sensibilità era un insulto per Athaya in ogni istante. Per questo non si erano mai incontrati.

Gironzolò nei dintorni della stazione per una mezz'ora. Si rese conto in un attimo che la fuoriuscita del materiale da un solo vagone avrebbe intossicato mezza cittadina. Avrebbe dovuto aprirlo e richiuderlo. Questo non era nelle istruzioni. Ma non era stato neanche vietato. Ci sarebbe voluto più tempo, ma il grosso prato incolto dal lato est era una via d'uscita rapida e sicura. Non si illudeva che non ci fosse sorveglianza da quel lato, ma poteva eluderla facilmente. Restò in città scegliendo un piccolo motel sulla statale. Era certo che Athaya non si sarebbe mai fermata in un posto del genere anche se fosse stata nei dintorni. La stanza era piccola e calda: conteneva un letto matrimoniale con un copriletto di finto raso, un tavolino con carta da lettere intestata, ben illuminato da una abat-jour in stile antico, una sedia e un armadio a due ante che Sherlek utilizzò per infilarci la valigia ancora non svuotata.

Si addormentò vestito senza accendere la televisione, con un canale della filodiffusione sintonizzato su Mozart che aleggiava per la stanza un'aria di candele e specchi. Fu forse a causa dell'impressione di serenità e gioia trasmessa dalla musica che fece un sogno particolare. Era una delle Chimere di Brian, che stava accovacciata sopra la culla di un bambino molto piccolo e guardava una finestra invernale attraverso la quale risplendeva una luna piena e brillante. La luce era forte, sufficiente a dare alla stanza del neonato quel chiarore che hanno le notti estive. Il bambino dormiva tranquillo, il dito pollice fra le labbra, il braccio flesso e le gambe nascoste da una copertina a colori tartan. La porta era socchiusa, forse la madre aveva lasciato uno spiraglio per sentire il pianto del figlio se si fosse svegliato durante la notte. Sherlek sapeva di essere quella Chimera. Una Chimera era stato sempre. Ma non voleva destare il bambino, per quanto sapesse che era suo compito tormentarlo. Un tormento adatto ad un neonato, appena un po' di fastidio nei muscoli, o un senso di scomodità nelle braccia, tanto da farlo voltare e svegliare un momento. Sherlek sentiva il proprio becco aguzzo, e le viscere calde, e le zampe rostrate pronte a muoversi, ma la luna piena  e candida lo distraeva, e Brian lo distraeva, e Jordie, che cantava qualcosa giù in strada, lo sviava. Sherlek sfiorava appena col becco il lembo del lenzuolo e si lasciava cadere sul pavimento, come un passero invernale tramortito dal freddo cui si fossero pietrificate le ali. E all'impatto non trovava dolore, ma quel Mozart sospeso e leggero, col quale si ritrovava nella stanza di un motel, intento a sollevare la valigia cercando a tentoni nel buio la chiave da restituire alla reception. 

Sherlek ripartì la mattina dopo senza provocare l'incidente. Era una giornata limpida di febbraio che mostrava i colori brillanti dell'aria fredda. A volte l'inverno è più primavera della primavera stessa, perlomeno dietro un vetro.

Sherlek tornò, e per due o tre giorni non lo si vide nel palazzo. Non usciva, non faceva la spesa, non apriva le finestre e persino non lavava biancheria. Il quarto giorno stava caricando la macchina di bagagli, con Brian intorno che lo aiutava a trasportare le borse più piccole. La vicina di casa era stata informata del fatto che Sherlek andava in vacanza nel sud. Il fatto era spiegabilissimo data la stagione e le possibilità economiche del vicino. Quello che non si spiegava era la quantità di bagagli, la stessa medesima con la quale Sherlek era arrivato, che era sembrata irrisoria per un trasloco ma che era imponente per un viaggio di quindici giorni al caldo sole del mezzogiorno.

Brian lo salutò cerimoniosamente sul viale mentre la macchina si avviava. Sembrava stesse avendo luogo un funerale camuffato da gioco di bambini, e per questo l'apparenza era più tragica. Jordie se ne stava appoggiato al cofano come se non volesse più muoversi di lì, impedendo all'auto di spostarsi. Sherlek fece un cenno e poi sorrise. Il tempo volgeva al brutto. Nuvole bianche di pioggia si gonfiavano ad est. I bagagli sporgevano dal bagagliaio e dai sedili posteriori, evidenziando i rigonfiamenti delle tende e delle stoffe che avevano tappezzato quell'appartamento singolare.

Jordie ricordò in quel momento quello che aveva sognato. Si trattava effettivamente di porte. Porte che si aprivano e si chiudevano alle sue spalle, immettendolo in paesaggi dorati e luminosi, marine incantate e tenere di spume, aurore delicate e splendenti su cime di montagne innevate. La purezza delle immagini che aveva visto era paragonabile soltanto all'orrore finale: una donna che non aveva corpo di donna, e risucchiava da lui quei paesaggi calmi e felici, spezzettandoli in un caleidoscopio di immagini pazze e insensate che somigliavano ad un delirio.

In quel momento l'auto di Sherlek prendeva la svolta e scompariva alla vista per sempre.

Jordie non rifletteva molto sugli eventi. Scomparso Sherlek la casa fu affittata da una signora di mezza età che lavorava come segretaria in un ufficio comunale. Tutto era più semplice e più evidente, i bambini non trovarono mistero in lei e le donne del vicinato cominciarono a trovarle difetti. Ben presto Sherlek fu dimenticato. Restarono di lui delle lettere che continuarono ad arrivare per qualche mese, perlopiù resoconti bancari, o pubblicità di articoli per la pesca. Ci fu soltanto una persona che volle parlare di lui con Brian dopo aver atteso a lungo davanti alla porta ed esaminato le cassette nell'ingresso. Era una donna giovane con un cappotto rosso e abiti sofisticati che venne notata dalla vicina e dalla donna delle pulizie. Brian disse a Jordie che era bella ma troppo alta e che sicuramente non era sua moglie. L'accompagnò lui stesso su per le scale e davanti alla porta, poi fece un passo indietro e stette a guardare come suonava il campanello.

"E' partito." le disse. E riferì a Jordie che quella donna non voleva credergli. Aveva suonato il campanello di nuovo e aveva cercato di spiare se si vedesse luce da sotto la porta.

"Le ho detto che ci abitava una nuova inquilina, una signora anziana che lavorava in un ufficio. Ma lei continuava a fare domande e la più buffa che mi ricordo era se Sherlek avesse comprato un cane. Sembrava non si conoscessero e perciò le ho detto di sì, che si era comprato un grosso pastore tedesco e che adesso lo aveva lasciato alla signora che viveva lì al posto suo. Che il cane era silenzioso, le ho detto, per il fatto che amava mordere di sorpresa e quindi non conveniva starsene in quel modo davanti all'uscio, anche se era chiuso."

Quella donna aveva impressionato Brian in un modo che Jordie riusciva ad intuire da certe espressioni del suo viso: era un misto di repulsione e interesse, con una punta di profonda diffidenza che emergeva chiaramente dal resoconto che aveva dato della faccenda del cane. Jordie sapeva che Brian parlava in quel modo delle persone che temeva. Quel genere di rapporto preciso e impersonale era destinato ai professori più importuni, agli adulti che non sapevano trattare i bambini e a quel genere di bidello o ispettore scolastico che insiste su aspetti marginali del gioco in cortile. Jordie non l’aveva mai sentito applicare da Brian ad una donna che fosse descritta come vestita in modo affascinante e piuttosto bella. Si attagliava invece agli uomini, i più pedanti.

“Sei sicuro che era una donna?” chiese impacciato a Brian.

“Era grossa, ma era una donna. E lo stava cercando per ucciderlo. Me ne sono accorto per il fatto che era troppo insistente e aveva quegli occhi come al cinema, e guardava dappertutto. Non era qualcuno che gli voleva bene.” concluse Brian risoluto. “Io penso che sia per non vedere quella donna che è partito.”

Brian aveva notato l’auto di grossa cilindrata di Athaya e ne aveva preso la targa, poi era sceso a casa di Jordie e aveva chiesto di poter guardare dalle finestre della sua stanza, che davano sull’ingresso dell’edificio. C’era la donna che parlava al telefono cellulare e sembrava molto nervosa. Le sue spalle si muovevano impazienti, ma la voce restava bassa, quasi un sussurro, e comunque dalla finestra di Jordie, anche se Athaya avesse gridato, non si sarebbero sentite le parole.

“E poi se n’è andata.” concluse “Ma ha guardato a lungo le finestre ed è passata anche davanti all’ingresso del garage. Scriviti anche tu il numero della targa.” disse Brian “Se mi catturasse o se mi uccidesse potresti avvertire Sherlek.” Jordie sorrise. Sapeva che si trattava di un gioco. Brian aveva probabilmente inventato tutto riguardo a quella donna e alla stranezza di quell’incontro. Probabilmente era una postina che aveva una lettera rimasta in giacenza o una della lavanderia dalla quale si era dimenticato un paio di pantaloni, e Brian ci aveva costruito d’immaginazione. Ma il gioco era comunque affascinante, perciò si annotò la targa e la ripose nell’angolo più segreto del cassetto insieme alle Chimere.

Di Sherlek non si sentì parlare per molto tempo. Quelli del quartiere si dimenticarono in fretta di lui, anche le signore che lo avevano invitato alle riunioni parrocchiali dopo poche settimane non sapevano più come era fatta la sua faccia. I sogni di Jordie invece lo registravano con frequenza. Lo vedeva intento in attività quotidiane, attorno ad una casa di cui non distingueva bene la forma, chino su dei fogli e intento a leggere, o seduto davanti alla televisione, o all’ingresso di un cinema. Per un po’ Jordie si vergognò di parlare a Brian di quei sogni. Si sa che nel sonno si vedono spesso immagini casuali, di persone che ci sono e non ci sono, oppure che si comportano in modo differente da come farebbero nella realtà. Di fatto però quei sogni si ripetevano troppo spesso ed erano troppo realistici. Pareva a Jordie di faticare dormendo come se stesse vivendo la vita di Sherlek in qualche altro posto. Ne vedeva i dettagli, gli sviluppi, gli incidenti ed erano tutti episodi che non riguardavano la sua età, come se avesse acquisito la possibilità di pensare come un adulto e di prevedere quello che un adulto avrebbe fatto in certe situazioni. Poi vedeva qualcosa d’altro, che era chiaramente irreale al punto da non poter essere che un sogno: Sherlek si svestiva prima di andare a letto, e il suo corpo era decisamente quello di una Chimera. Jordie non capiva se nel sogno i disegni di Brian si sovrapponessero alla realtà scoordinata dei sogni, o se quello che vedeva fosse frutto esclusivamente della sua personale immaginazione. Era certo soltanto di un fatto: il corpo di Sherlek non era come quello di un uomo, però non era brutto o mostruoso. Soltanto, somigliava in modo impressionante a un insieme di corpi differenti che fossero stati assemblati armonicamente in quello di un animale umano che poteva volare. Jordie si svegliava da quei sogni in uno stato di allerta, come se qualcuno lo stesse spiando da dietro le tende. Si alzava ancora intontito dal sonno, controllava ogni angolo, apriva la porta del corridoio, entrava nel guardaroba dove i suoi vestiti erano ripiegati e ordinati, sollevava i cappotti per guardare coraggiosamente all’interno. Quando era certo che non ci fossero persone o animali a sentirlo, telefonava a Brian e raccontava il sogno, con la voce roca del risveglio.

Brian non sapeva come considerare questi sogni di Jordie. Certo, erano strani. Erano pieni di dettagli curiosi e interessanti e forse descrivevano la situazione di Sherlek com’era in realtà. Però c’erano cose impossibili, come quella storia della Chimera che, per quanto Sherlek stesso avesse confermato in parte, i bambini avevano sempre preso in senso figurato. Ma i mesi passavano e i sogni continuavano. Sempre più realistici.

Brian e Jordie si incontravano spesso per discuterne nella stanza soffocante di Brian, che la madre aveva riempito di giocattoli da bambino piccolo in previsione della nascita del prossimo figlio, e nella cucina disordinata di Jordie, quando i genitori erano via per lavoro. Lì Jordie riempiva le ciotole di corn flakes e latte caldo e diceva:

“Sherlek era un uomo speciale. E’ scappato per il fatto che quella donna lo inseguiva, l’hai detto tu. E adesso vuole parlare con noi attraverso i miei sogni. Dobbiamo raggiungerlo.”

Brian storceva la bocca e mandava giù una cucchiaiata di cereali, poi stava al gioco - che era un gioco magnifico - e cominciava ad illustrare i dettagli del viaggio che avrebbero fatto per raggiungere il loro amico.

Jordie si appassionava: descriveva come avrebbero eluso la sorveglianza dei genitori e degli insegnanti, studiava di comprare il biglietto del treno, descriveva quello che avrebbero infilato negli zaini e poi fantasticava del loro incontro con Sherlek e di quello che avrebbe loro rivelato. Brian rideva, si accalorava, muoveva spasmodicamente le gambe sotto il tavolo dalla felicità. Quel progetto era diventato un sogno di evasione sostenuto da sogni, un’avventura ai limiti del possibile che era migliore della televisione e dei libri, dato che si trattava della loro personale storia, della fuga segreta di Jordie e di Brian, che alcun altro bambino del palazzo o della scuola avrebbe condiviso mai.


 

Capitolo terzo

 

Sabbia che scivola in una clessidra. Lentissimamente, da un mare invisibile ad un altro mare. Sabbia che era una spiaggia, un’acqua azzurra a misurare la profondità dello sguardo e infiniti disegni di corpi felici in onde calde. Giardini di palme cresciuti in piccole baie, distese di rocce verdi e alberi. Un tempo esisteva un paesaggio del genere. Sherlek non lo aveva dimenticato quando è tornato su questa costa dove gli edifici moderni hanno mangiato quel che restava di un paradiso costruito metà con la sua immaginazione e  metà con l'incanto del ricordo. Scende pensieroso fino alle fondamenta delle case che un tempo erano abitate dai pescatori e oggi sono state ristrutturate per i villeggianti, scopre i territori di antichi giardini sui quali sono state costruite aiole di cemento e parchi di altalene di plastica, trascina la punta del piede sul limitare di una pineta, dove comincia a crescere più folta l’erba e dove i pinoli ancora si nascondono in una coltre fitta di aghi secchi.

Qui Sherlek starà nascosto per un po’. Finché non riuscirà a procurarsi un nome nuovo, dei documenti, e forse a far perdere le sue tracce per sempre. Leggerà i suoi autori preferiti, si chiuderà in qualche piccolo albergo alle sette di sera e si sveglierà all’alba per fare lunghe passeggiate chiuso in un cappotto che gli nasconde persino il viso. Sherlek sa fare in modo di non essere notato. E’ tutta la vita, tutta una vita breve, che si nasconde. I suoi pensieri non si possono indovinare, le sue parole sono pochissime. Il congegno che dovrebbe funzionare da ricevente è spento. Questa è la sua condanna e la sua liberazione. Era un crimine, e Sherlek lo ha commesso: interrompere quel filo che lo legava ad Athaya, diventare un uomo libero. Capisce la gente: le loro stranezze, le loro manie. Si sorprende a notare con stupore cose insignificanti come un vaso di gerani legato ad un davanzale con una cordicella di spago, un cane con un collare di lustrini, una donna con le scarpe gialle. Queste cose lo consolano e lo intrigano, come se stesse scoprendo i segreti del mondo. E due bambini in qualche posto hanno la chiave del suo essere Chimera, un germe di amore depositato in due cuori  che crescono e che forse la sua presenza ha cambiato. Come tutto può modificarsi ad un minimo tocco, come un esperto timoniere può dirigere la vita e le idee verso mete nuove! Il mistero del pensiero umano che lotta e impara, e si perde in sogni delicati e fragili come una coltivazione di fiori rari. Ciò che costituisce la felicità di Sherlek è appena un filo di fumo, un capriccio della natura umana che gioca. Prezioso come il più grande dei tesori, il modo in cui il caso abbraccia una vita e la plasma facendola forte. O si dovrebbe dire il Destino? Sherlek potrebbe sostituirsi al Destino, provocare catastrofi di cui non si potrebbe mai trovare l’autore, seminare la paura e la distruzione, oppure agire come la Vendetta e trovare i colpevoli, esercitando il castigo più duro. Invece si balocca con questo cielo cangiante che, immerso fra i tetti, elargisce una luce di crepuscolo, facendo fremere l’acqua di scaglie d’oro, e segue voluttuosamente la linea delle colline dove gli animali attendono il buio, e con una sigaretta che si consuma fra le sue mani se ne sta seduto in un giardino comunale e guarda. Il compito di osservare è oneroso, tante volte si sarebbe tentati di intervenire con un grido, con una parola di avvertimento. Dove state andando? Vorrebbe chiedere a tutti. Vi toccherà un giorno lo stesso destino che è toccato a noi, a me? Una guerra, una scissione di atomi deflagrante, un pianeta ospitale ridotto in macerie, una civiltà consumata dalla sua propria tecnologia fino a morirne? Vi toccherà tutto questo? E uno di voi starà seduto come me un giorno davanti al mare e si porrà come me queste domande? Che farete degli animali selvatici? Che farete del vostro cuore? E soprattutto, che farete dei vostri bambini?

Sherlek ha studiato quel dono, è questo il motivo per cui la sua ricevente è spenta. Gli è toccato tanti anni fa, nella sua vita breve senza infanzia, di incontrare Solana con un cucciolo di cane al guinzaglio. Di vedere il suo calzino scivolato su di una gamba di miele brunita dal sole, e di vedere suo fratello, ancora incapace di stare seduto da solo, guardare dal passeggino quel patetico cucciolo con un orecchio piegato di lato.

Solana è cresciuta e lavora per l’Unicef, quell’organizzazione che tutti conoscono per aver visto a Natale le cartoline in vendita con il logo. Per quei filmati sui bambini dell’Africa che cantano in coro attorno a un prete o a un volontario, pronti a fare la fila per porgere il braccio a un vaccino, per mangiare alla mensa di una scuola costruita coi fondi dei paesi più sviluppati una pappa di riso in piatti di latta. Bambini pesati, fasciati, che hanno imparato filastrocche in una lingua non loro.

Sherlek non sa per quanto tempo potrà continuare a vederla, quanto ancora gli sarà consentito girare intorno ad una donna che un giorno sarà spaventata da questa sua faccia che non invecchia, da questo corpo che non risente del Tempo. Prima o poi i suoi capelli sempre scuri la metteranno in sospetto, il suo viso con le stesse rughe sarà un simbolo di disfatta. Ma per ora Sherlek ama Solana, come in quei cuori che gli amanti incidono sugli alberi, con piccole iniziali che gli anni cancellano. Tutto questo deperire del mondo è talmente bello e triste che non si può non chiamarlo Amore.

Sherlek si innamora delle cose che passano, e intanto Solana gestisce un ufficio per l’Africa e lavora per i bambini orfani. Questa è la sua occupazione ufficiale, ma Sherlek sa che per Solana il vero nemico è peggiore delle malattie, della fame, dell’abbandono. Tutti questi mostri la braccano nelle trasferte, durante i viaggi, a ogni pasto: sono argomento delle sue conversazioni, oggetto delle sue relazioni, centro delle sue letture. Ma, nel frattempo, Solana è inseguita da Dubbio e insegue un bambino. Si tratta di un piccolo nero che ha curato cinque anni fa, che qualcuno dei familiari ha condotto via con sé da un ospedale da campo, guarito da una ferita. Il bambino faceva sogni incredibili, il vecchio che lo accompagnava diceva che era destinato a diventare lo Stregone della tribù. Suo padre era stato sciamano, e quella eredità gli toccava. Solana aveva visto con i suoi occhi gente dei paesi vicini portare doni al piccolo. Si trattava di frutta, pelli, ortaggi, armi intagliate nel legno e anche lame di cui aveva dovuto proibire l’ingresso in ospedale. Aveva pensato all’inizio che si trattasse di parenti, poi aveva capito: la fama di M’sada si era diffusa per tutta la regione, e il nonno la fomentava andando in giro a raccontare storie. Il vecchio dormiva su di un tappeto di foglie davanti al cancello dell’ospedale. Come per tutti i parenti degli assistiti, non c’era posto per lui all’interno. Entrava la mattina prima ancora che i medici arrivassero e si inchinava alla ferita di M’sada brandendo rami e collane. Alcuni dei paramedici, soprattutto i volontari, avevano parzialmente accettato quella versione: il piccolo M’sada aveva poteri. “Ma allora per quale motivo non si cura da solo?” aveva obbiettato uno dei medici.

“E’ piccolo.” aveva risposto il nonno.

E, piccolo, M’sada lo era davvero: un bambino di cinque anni che dimostrava meno della sua età, evidenziando alle lastre un’ossatura fragile cui erano mancati il calcio e la vitamina D, e manifestando persino un leggero rachitismo al quale gli altri piccoli della sua tribù non dovevano essere sfuggiti in forme più serie per il fatto di avere meno privilegi e cure.

Il nonno di M’sada era nodoso. Con i bianchi molto taciturno. Ma la sua loquela con i neri era paragonabile soltanto alla sua mimica selvaggia. Solana non aveva mai visto una faccia contorcersi in tutti quei modi. Pareva che fosse di gomma.

Quando teneva in braccio il bambino, i loro due volti accostati erano l’epitome della natura al sorgere e al declino, due alberi sorti dalla terra d’Africa, uno vecchio e ritorto, l’altro fiorito di un tenero color nero che brandiva il vessillo di due occhi grandi ed espressivi. Solana vedeva in quegli occhi lo specchio del capriolo e del leone, l’acqua sorgiva alla quale si abbeverano le gazzelle e il cerchio di fuoco improvviso e vorace  che si accende nella savana con gli sterpi.

M’sada si era rivelato durante la degenza un bambino tranquillo, persino passivo. Si lasciava lavare, cambiare d’abito e medicare con una sorta di metafisica noncuranza. Solana aveva notato, però, che osservava tutto: l’abbigliamento dei medici, il comportamento degli altri ricoverati, le medicine deposte sui tavoli. Il suo sguardo meditabondo aveva una serietà e una compostezza impensabili in un bambino.

Solana si occupava del rifornimento di farmaci e di attrezzatura chirurgica per l’ospedale. I ferri e le medicine bastavano ai bisogni di una piccola comunità, ma presto la notizia che c’erano dei medici bianchi si era sparsa, e tutte le mattine c’era uno stuolo di mendicanti, malati, speranzosi e parenti fuori dei cancelli. Arrivavano all’alba e aspettavano. Alcuni si portavano del pane di manioca, dei bricchi di tè e latte di capra, e restavano fino a mezzogiorno in attesa. Il medico chirurgo cercava di mandarli via. Aveva escogitato il sistema dei bigliettini per stabilire i turni, e la popolazione africana considerava quei foglietti in modo magico. Li ricevevano come fossero preghiere di guarigione, li conservavano, se li scambiavano, provocando panico e confusione.

Alcuni di loro tornavano tre o quattro volte, perdevano il numero, lo spiegazzavano al punto da renderlo illeggibile e cercavano di riutilizzarlo per altri parenti in lista. Il paramedico non si raccapezzava con i  foglietti. L’abitudine dei numeri fu tolta e subentrò l’ordine alfabetico di quelli alla porta. Ma i nomi e i cognomi africani si confondevano. Alcuni davano il nome di battesimo, altri il patronimico, e un portantino arrivò a supporre che li inventassero. Si tornò al vecchio sistema dell’ordine di arrivo al mattino. La fila era talmente lunga che a stento i volontari riuscivano a passare i cancelli.

M’sada, in quel parapiglia, era estaticamente indifferente. Una saggezza interiore protetta dal nonno con le collane di denti di leone e gli incantesimi lo preservava dall’essere travolto dal caos. Sedeva nel suo lettino, ingurgitava la pappa di farina controvoglia, chiedeva acqua e latte e studiava il movimento dalle finestre con l’attenzione curiosa e serena dei bambini.

Solana aveva scambiato poche parole col nonno, invece aveva parlato molto col bambino, soprattutto di animali e di abitudini della tribù. La tribù aveva fatto di lui un piccolo capo, ma M’sada restava pur sempre piccolo, e quando non doveva imparare riti e segreti di magia giocava con uno stecco di legno a forma di giraffa e lo abbeverava alle pozzanghere del welt. Lo stecco era rimasto suo compagno fedele anche in ospedale, ma il nonno sembrava non gradirlo, e, ogni volta che poteva, cercava di nasconderglielo infilandoselo fra le pieghe della veste. Questo suscitava lo scoramento di M’sada, che aveva confessato a Solana di aver utilizzato parte delle magie che conosceva per farselo restituire, ma senza risultato. Solana andò quindi in città per i rifornimenti e lì acquistò in un bazar un peluche a forma di giraffa che fu accolto con ringraziamenti, ma messo da parte immediatamente. Intervenne allora presso il nonno, cercando di spiegare che un atteggiamento più conciliante verso lo stecco intagliato avrebbe favorito la guarigione del piccolo. Ma il vecchio aveva commentato con una risata divertita quell’osservazione, come era solito fare quando qualche idea balzana dei bianchi non incontrava la sua approvazione. Solana rubò lo stecco. Riuscì a sorprendere il nonno addormentato, gli frugò spudoratamente le tasche ed estrasse il tesoro di M’sada, guadagnandosi la sua eterna riconoscenza. M’sada lasciò l’ospedale qualche giorno dopo. Era guarito. Il nonno lo accompagnava, saltellando sui piedi deformati. Doveva aver pensato che lo stecco-  giraffa gli fosse scivolato dalle sue tasche in mezzo alla ressa mattutina per l’ingresso.

“Ogni volta che penso ad una giraffa rivedo M’sada.”  aveva detto Solana a Sherlek. “E ogni volta che rivedo M’sada, ho voglia di mettermi a cercarlo per sapere che fine ha fatto. Dovrebbe avere circa dieci anni, ormai.”

Sherlek capiva. Ci si affeziona ai cuccioli, ai cuscini, ad un vestito rattoppato, ad un’automobile che non parte. Figurarsi ad un bambino.

Solana aveva cercato tracce di M’sada nei villaggi vicini, ma il futuro sciamano si era spostato con un seguito diretto nell’entroterra, e il Congo è grande. Inoltre, l’Unicef sconsigliava ai dipendenti di addentrarsi nel paese. Le coste erano sicure e sorvegliate, dell’interno non si poteva dire altrettanto. Solana era tornata in patria e aveva scritto ai volontari dell’Associazione che si trovavano ancora sul posto, ma del bambino sembravano essersi perse le tracce dal momento in cui era uscito dall’ospedale. Solana temeva per l’incolumità di M’sada. E si era affezionata a lui. E’ una debolezza vedere qualcosa di speciale in un bambino, quando si lavora in un ufficio internazionale che si occupa di bambini, ma più di un dipendente alla fine aveva adottato qualcuno dei piccoli che aveva incontrato nel corso della sua carriera. Solana, semplicemente, aveva visto uno specchio negli occhi di M’sada in cui la sua figura trovava posto con i lineamenti improbabili e straordinari di una madre. Sherlek le aveva consigliato di tornare in Africa, ma Sherlek era un romantico, e Solana aveva cercato di far funzionare la propria logica prima del cuore, chiedendosi se non fosse egoismo quello che la spingeva, o qualche genere di frustrazione alla quale cercava di trovare compenso. Questa lotta con se stessa l’aveva portata a parlare a lungo con Sherlek, in un momento della vita di entrambi in cui sembrava che il Tempo avesse rallentato per concedere loro respiro. Ci sono momenti del genere. Se coinvolgono due persone vicine allo stesso istante si chiama grazia del Cielo.

“Faceva dei sogni speciali. Poteva raccontarne dettagli talmente inadeguati all’immaginazione di un bambino da farmi credere alle storie che circolavano su di lui. Che fosse uno stregone, dico. Uno della casta dei sacerdoti. Vedeva dei  posti, descriveva degli edifici, degli animali, degli oggetti, talmente incantevoli che riusciva a stento a parlarne. Naturalmente il suo vocabolario francese era ristretto e io non parlavo che poche frasi della sua lingua. Con tutto ciò qualcosa in lui mi ha colpito. Non so se lo cerco per affetto o per fascinazione. Eppure era un bambino tanto piccolo.”

Sherlek aveva allora una casa vicino a Nizza, che affacciava sul mare. Solana lo visitava durante  week end e mangiavano insieme dei piatti speziati che Sherlek aveva imparato da un cuoco tunisino. Solana aveva circa trent’anni, era sola, senza figli e senza compagno e si dedicava esclusivamente al lavoro e al disegno. Sherlek aveva l’aspetto di un cinquantenne magro, scapolo, con quel genere di fisime che la vita protratta da single conferisce, un viso nervoso e sensibile, capelli scuri che già brizzolavano alle tempie e mani irrequiete. La bellezza di Solana era del tipo che richiedeva un secondo sguardo, ma che scompariva rapidamente dopo un discorso: parlando ci si accorgeva che non era poi tanto bella, quanto piuttosto che la sua personalità introversa e volitiva aveva in qualche modo illuminato il suo aspetto di dettagli insoliti. Si diceva del genere di donna come Solana che hanno charme, ma questo non definiva nulla. Era quello che sfuggiva, in lei, ad essere interessante. Tutti gli uomini che erano attratti dal suo aspetto risultavano spiazzati dalla sua personalità.

Sherlek aveva provato per Solana troppo amore quando aveva dieci anni per innamorarsene quando ne aveva venti. Ma qualcosa di lei lo rassicurava quanto al mondo. Una forma di onestà interiore che non aveva trovato in altre donne. Inoltre, la vicenda di Solana e del bambino si era complicata con la guerra in Congo assumendo i contorni di un romanzo o di un’epopea.

L’Unicef era stata presente nella Repubblica Democratica del Congo durante quella che era stata definita dai media la Guerra Mondiale Africana. Le vicende di Kinshasa erano state per qualche tempo al centro dell’attenzione mondiale, poi erano scivolate nei trafiletto di seconda e di terza pagina e infine erano diventate parte di quel sottobosco di dolori dei paesi meno sviluppati che non può fare notizia per molto tempo. Sherlek però aveva quella storia incarnata nel corpo di un bambino disperso e nello sguardo interrogativo di Solana quando ascoltava le notizie con una ruga di ansia fra gli occhi.

L’Unicef aveva lavorato molto per il Congo. L’area a nord della Repubblica Democratica, il piccolo paese che era il Congo francese e aveva preso poi il nome di Congo Brazaville era una zona relativamente più tranquilla, e questo faceva sperare Solana per il meglio. Ma i confini dell’RDC erano in agitazione costante, e neanche i trattati recenti del 1998 e del 2003 avevano potuto sedare gli scontri fra paesi limitrofi e fra etnie. Il motivo scatenante e la fonte di sostentamento della guerra era, seppure parzialmente, il coltan.

“Pochissimi in Europa hanno sentito parlare del coltan, eppure è diventato importante quasi come l’oro. Si ricava spaccando certe particolari pietre di questa regione dell’Africa ed è massivamente esportato nei paesi produttori di tecnologie.”

“Il coltan” spiegava Solana a Sherlek “ sembra fango di sabbia nera con qualche scintilla luminosa. Le calamite lo attraggono,  il suo aspetto è povero, ma la sua importanza strategica è incalcolabile. Nelle industrie si utilizza per ottimizzare il consumo di corrente dei tipi nuovissimi di batterie – quelle dei telefonini, delle videocamere, o dei computer portatili. Riduce enormemente il consumo delle pile, ed è la base per la realizzazione dei condensatori al tantalio, che permettono a questi piccoli apparecchi di avere tanta versatilità. Qualcuno ha sollevato polemiche sostenendo che il coltan è radioattivo, ed in effetti contiene una piccola percentuale di uranio. Ma per quanto ci sia un rischio di contaminazione, non se ne può più fare a meno. L’industria aerospaziale lo applica alla costruzione dei motori dei jet, ma serve anche per gli air bag, per i visori notturni, per le fibre ottiche. Insomma, l’Africa ha fornito alla civiltà supertecnologica il suo nuovo oro. I proventi delle vendite del coltan servono a pagare i soldati e a comprare le armi nelle guerre civili che devastano questi paesi.”

Sherlek aveva una cognizione abbastanza vaga dei fatti. Sapeva che la Repubblica Democratica del Congo era stata invasa nel 1990 dai paesi vicini e da bande di mercenari che avevano alimentato gli scontri tra le diverse componenti etniche. In questi gruppi era difficile orientarsi. Il re del Congo Brazeville era un rappresentante dei Tekè, che costituivano un buon quaranta per cento della popolazione, ma soltanto nel piccolo Congo francese esistevano i Congo, gli Shanga, i Batekè, gli M’Bochi e piccole altre tribù, in una commistione di cristiani, animisti e musulmani che poteva diventare facilmente esplosiva, quando si pensa che il bottino da spartire è una fornitura di petrolio greggio fra le più pregiate dell’Africa e che il debito estero del paese ammonta a  qualcosa come 7,1 bilioni di dollari statunitensi.

“Il contrasto fra povertà e ricchezza di materie prime ha fatto di quest’area il punto più caldo del pianeta dopo il Medioriente, ma i notiziari glissano e tacciono.” diceva Solana, accendendosi nervosamente una sigaretta. “Dal 2003 i caschi blu inviati dall’Onu per la cosiddetta Monuc -  una forza di pace di 10.800 uomini - dispiegandosi in Ituri, nord Kivu e sud Kivi, hanno parzialmente instaurato condizioni politiche più stabili, ma nel  2004 la situazione è precipitata di nuovo, e si sono accesi nuovi focolai di tensione. Soltanto nell’RDC ci sono oltre 35.000 bambini-soldato coinvolti nei conflitti. A questo si aggiunga che  un abitante su venti è sieropositivo e oltre cinque milioni di bambini sono affetti da malnutrizione. Queste sono cose che nei notiziari, al cinema, in televisione, passano regolarmente sotto silenzio. Facciamo il possibile per il settore sanitario, ci appoggiamo a strutture locali, ad istituti, ad associazioni, con il benestare dei governi. Ma manca tutto. Dai rubinetti del Congo Brazaville - uno dei paesi meglio organizzati per i suoi contatti con gli Stati Uniti e con la Francia - non esce neppure acqua potabile.

Ma se il conflitto non si ferma, si può soltanto sollevare il masso di Sisifo: dal 1998 al 2002, nella Repubblica Democratica del Congo ci sono stati oltre tre milioni di morti e altrettanti di persone sfollate. Eppure non si vede il Congo nei reportage. Si vede l’Iraq, si vede lo tsunami. Ma questa tragedia è talmente annosa e radicata che porterebbe il pubblico nevrotico delle otto di sera all’esasperazione. Non è mediatica. Eppure la maggior parte delle vittime sono civili, e fra loro i bambini sono la stragrande maggioranza. Molti di loro muoiono nei combattimenti, ma altri per fame, malattie, mancanza d’acqua o assistenza medica.”

Sherlek vedeva le carte topografiche di Solana, guardava le fotografie. L’ospedale era un prefabbricato che un comune montano di piccola entità avrebbe ritenuto troppo modesto come scuola elementare. Le casse con le medicine arrivavano da Pointe-Noire, e un camioncino dagli pneumatici logori le trasportava nell’entroterra, rischiando ad ogni chilometro di forare o di sprofondare nel fango. I sorrisi dei bambini splendevano su toraci  magri che i vestiti troppo larghi non potevano occultare.

M’sada si era confuso in quel mare di teste, di volti. La sua storia personale rientrava nella trama della guerra, della mancanza di cibo e d’acqua, della malattia. I cinque anni trascorsi dalla presenza di Solana in Congo erano stati fra i più devastanti della Guerra Mondiale d’Africa: quelli dal 1998 al 2003. Sherlek capiva l’apprensione della sua amica e si studiava di ottunderla, se quel viaggio di ritorno non era possibile. I week end che trascorreva con Solana erano intensi e brevi, piccoli lampi nel sereno di una vita spesa ad osservare e ad imparare i costumi del mondo. La Francia, la costa, il mare e quella villa isolata con gli alberi di mele, erano qualcosa che sarebbe scomparso nel gorgo degli eventi, per quanto la sua memoria avrebbe potuto conservarlo integro di ogni dettaglio. Ciò che vedeva con i suoi occhi era preciso, un documento. Quello che raccontava Solana aveva il calore dell’emozione e della lotta.

Nell’aprile del 2004 Solana decise di prendersi un lungo periodo di vacanza per cercare M’sada. E chiese a Sherlek se volesse accompagnarla. Sherlek stava per trasferirsi a…, dove avrebbe conosciuto Jordie e Brian, e rispose che forse l’avrebbe raggiunta in Congo in estate, se i suoi impegni l’avessero consentito. Sapeva che sarebbe stato impossibile, ma non voleva che Solana si sentisse abbandonata. Le promise di mantenersi in contatto, e per la centesima volta da che era arrivato in Francia preparò il trasloco.

Non ebbe più notizie di Solana fino a giugno, ma non si preoccupò, ritenendo che nel viaggio si fosse appoggiata alle organizzazioni di sostegno dell’Unicef, e che fosse molto impegnata con i suoi vecchi amici rimasti sul posto e con i volontari che conosceva. Era difficile che Solana smettesse l’attitudine professionale, tanto più che il suo lavoro la coinvolgeva  e l’appassionava.

“Avrà ripreso in mano la faccenda dell’ospedale o della scuola, invece di muoversi verso l’entroterra.” aveva pensato Sherlek.


 

Capitolo undicesimo

 

La ferrovia era costruita per metà. La città anche. Si aveva l’impressione che le case fossero soltanto facciate di cartapesta su di un fondale azzurro compatto, invece la lamiera e il legno erano stati buona materia di costruzione e tolleravano passabilmente la presenza dei rivoli puzzolenti dovuti alla mancanza di canali di scolo. Le ampie verande con gradini dell’hotel Bruxelles offrivano uno spettacolo di lusso coloniale: madame Franzos aveva fatto apparecchiare là i tavolini per gli ospiti di riguardo e valletti neri in giacche bianche e morbidi guanti si aggiravano fra i tavoli servendo la sua semplice e buona cucina. Piatti che costituivano un viatico di civiltà per gli ingegneri del BCK che si adoperavano a far passare di lì un treno, forse fra dieci anni. Stanley aveva detto: “Il Congo è una miniera d’oro, ma non vale un soldo senza le ferrovie.” Era vero. Poco al di sopra della foce, la via di commercio e traffico costituita dal fiume presentava la barriera invalicabile di centinaia di cateratte schiumeggianti. L’ostacolo si ripresentava più a nord. Il paradosso era fastidioso, se si pensava che quella via d’acqua poteva rappresentare la soluzione di tutti i problemi: il fiume attraversava per ben due volte l’Equatore con un corso sinuoso, e le continue piogge rendevano la sua portata  costante per tutto l’anno, con un volume d’acqua secondo soltanto a quello del Rio delle Amazzoni. Inoltre la rete degli affluenti era portentosa: la caratteristica dei tributari del Gran Re era quella di essere tutti imponenti e fecondi. Eppure c’erano i momenti tenebrosi e neri di quel grande stregone delle acque: nel Kongolo, le Porte dell’Inferno, una gola stretta e profonda scavata nella savana per oltre ottocento metri di profondità su di una larghezza di meno di un centinaio di metri, in cui la corrente ribolliva come in un calderone; quindi le cascate di Livingstone, 360 chilometri  di impetuose rapide e cateratte. Ma da Ponthierville a Kindu, Re Congo era navigabile e raggiungeva una larghezza di ottocento metri e una profondità di bacino sufficiente al passaggio di una nave di ottocento tonnellate. Bisognava, invece, sudare sangue per superare le mura erette dal Re per difendere il suo regno.

Le traversine brillavano pulite e intatte fra l’erba. Gli ingegneri le avevano trasportate fino a quel punto per far arrivare ad Elisabethville il diretto invisibile della foresta, che intanto aveva scaricato in città ogni risma di avventurieri: rhodesiani, greci, portoghesi, italiani, che giravano per le strade con il cappello da cow boy e la pistola alla fondina, muovendosi fantasticamente in quel paesaggio umido da infradiciare, nel tentativo di compensare l’alienazione e la nostalgia con dosi massicce di alcol. Questi erano gli avventori dei negozi dalle insegne gigantesche su facciate precarie, che facilmente incrociavano missionari benedettini di puro sangue blu delle Fiandre, pronti a commissionare al padre celeste l’assunzione di centinaia di neri al cielo, in cambio di un battesimo.

Madame Franzos, da parte sua, aveva sistemato sui tavoli del Bruxelles le abat-jour rosa e aveva visto fallire miseramente il Carlton e l’Hotel du Roi Albert, scampando al medesimo destino con la propria esperienza di cuoca, con un po’ di buon gusto e con l’aiuto delle ferrovie piemontesi, che mandavano per clienti i loro ingegneri più anziani, degni di un certo lusso. Gli altri se ne stavano in alberghetti a buon mercato dove si condividevano le stanze e dove poteva capitare che gli ospiti se ne andassero dalla finestra.

N’djeko camminava in quella cornice variopinta, friabile e sordida con lo stomaco quasi costantemente vuoto. Il suo corpo valeva uno straccio bagnato e la sua anima creata da pura fiamma e dal sangue limpido di una gazzella gli faceva male da tutte le parti. Il suo appetito da leopardo era continuamente frustrato dagli odori delle cucine. Il sentore d’alcol nel fiato dei bianchi giocatori di tennis, che si scommettevano le partite a dadi con le gambe spezzate dal caldo in luridi alberghetti, lo riempiva di fantasticherie mistiche, e le sue scarpe erano sfondate. I neri in quel momento avevano poco tempo per pensare ai demoni. La loro tenacia e reverenza non compensava quello scempio di città che era diventata Elisabethville, un posto dove miagolavano pianoforti stonati fino a mezzanotte e dove al coprifuoco un poliziotto della Force Publique percorreva le strade preceduto da un nero con la lanterna per intimare di chiudere gli usci.

Elisabethville era piena di ogni sorta di cose, ricche e povere. Le case dai tetti di bambù risuonavano di voci, i ragazzini nudi si inseguivano per le strade e i bianchi si incontravano per l’aperitivo accanto ai binari cui mancava ancora tutto il futuro. Il treno sarebbe partito di lì carico di rame. Tonnellate di rame sarebbero state trasportate verso il mare. Ma intanto ci si rompeva la schiena e si faceva baldoria la notte.

N’djeko si aggirava per i gris gris cadenti dei cortili, si nutriva di quel poco che i neri avevano da dare: manioca, qualche pezzetto di carne, pane di igname. Un cameriere del Bruxelles gli destinava di tanto in tanto gli avanzi della cucina di madame Franzos. Quelli erano i momenti in cui N’djeko si sentiva vivo e si compiaceva di correre appresso a qualche ragazza. Le bariste dai fianchi tondi e dai vestiti sottili, le grosse mami sode che ballavano camminando, le snelle impiegate delle ferrovie che duravano un mese o due, e tornavano a fare la fame - a tutte faceva promesse, a tutte compaariva vecchio e giallastro, ma pieno di buone maniere.

Nel frattempo la ferrovia progrediva, e le famiglie bakongo cercavano di arricchirsi e ottenevano di indebitarsi. Più di un giovane gli aveva implorato la dote necessaria a sposarsi, e prima che N’djeko potesse muovere un dito, il meschino aveva firmato un contratto con uno chef locale per andare a lavorare con i bianchi, da cui aveva ricavato bastonate e corvèè obbligatorie. I più disgraziati si erano messi a raccogliere il lattice nella foresta. Questo affare era la peggiore maledizione che N’djeko avesse visto realizzarsi fra la sua gente. I bianchi volevano il lattice per le gomme delle loro automobili, per le biciclette, per una serie infinita di usi ai quali N’djeko non riusciva neanche a pensare. Re Leopoldo aveva arricchito il belgio di caucciù e di sangue, mandando i neri laggiù nei boschi.

Era iniziato come un guadagno. Tutto inizia come un guadagno, in Africa. Subito dopo era arrivata la Force Publique e aveva cominciato la caccia. Serviva manodopera, e che fosse per niente era meglio che se fosse a basso prezzo. Si fosse trattato di piantagioni di cotone, come quelle di cui un altro Sitanis gli aveva parlato a proposito del Nuovo Mondo, i neri sarebbero stati uniti. Invece bisognava andare a scovare gli alberi della gomma nel mezzo dell’inferno verde, incidere i tronchi, aspettare che i lattice colasse e alla fine trasportare i secchi fino al luogo di raccolta dove li aspettava l’agente statale. Per quel lavoro ci voleva pazienza, bisognava conoscere i tempi delle piante. I bianchi la pazienza non l’avevano e a stento conoscevano i tempi della resistenza umana. O forse su quelli chiudevano gli occhi. N’djeko aveva urlato nelle orecchie di ragazzini ubriachi che era il caso di fermarsi, di non sottoscrivere nulla, di coltivare le patate, le radici, i banani, il taro. Di pascolare le capre come sempre avevano fatto. Di scivolare sulle canoe e pescare quel poco, dato che sarebbe stato meglio. Invece un miraggio li rendeva ciechi e sordi: il miraggio dei soldi. Quelle poche gocce di lattice erano pericolose da raccogliere, durissime da trasportare più delle pietre, e alla fine non rendevano, dato che lo stato applicava prezzi bassi. Quando scoprirono che bastava prendere ostaggi, i belgi persero il lume della ragione. Le donne e i bambini dietro i reticolati sfilavano con le corde al collo, i mariti e i padri lavoravano per liberarli. Il riscatto si otteneva consegnando la quantità richiesta di lattice.

N’djeko aveva patito. Una volta si era infilato in mezzo a quelle donne che parevano vacche smunte fatte di ossa di balena, e aveva pianto. Tutta la sua forza di demone era sparita via con quelle lacrime. Si era sentito povero e debole, inerme al tocco del poliziotto bianco, e da allora non aveva pianto più. Sfuggito da un recinto col suo corpo testardo, graffiato e lacero dal filo spinato, N’djeko aveva riflettuto sul destino dei suoi protetti e aveva costruito una fune. E’ facile per un sitanis costruire una fune molto resistente.

“Li legherò io. A un albero. A un palo. Legherò insieme i loro piedi quando penseranno di fare qualche sciocchezza.” Qualcuno lo aveva salvato con questo metodo. Però doveva ricordarsi dove li aveva legati e tornare a scioglierli, quando avevano saputo quello che ne era stato degli altri, quelli partiti. Se ne dimenticava. Oppure tornava quando erano riusciti a slegarsi da soli ed erano fuggiti come pazzi nelle città. “Una caloba” chiedeva come ricompensa, per aver sviato mariti e figli da un destino atroce. Le donne di casa gliel’arrostivano saporita e fragrante. N’djeko mangiava di notte intorno alle braci sputando in giro i semi da cui sarebbero nati altri Sitanis.

I bianchi picchiavano con bastoni e fruste, N’djeko faceva bambini, che diventavano spiritelli cenciosi intorno alle case ricche e correvano come lepri a rubare dai piatti.

Allora i bianchi la pensarono più feroce: a chi non consegna il lattice, si offre una scelta: morire o avere amputata una mano. Le mani amputate si portavano nelle ceste. Erano diventate la moneta più dolorosa del Congo. Certi le scaricavano davanti all’ufficio di raccolta invece della gomma: “Quei bastardi non hanno raccolto e noi gli abbiamo preso queste.”

N’djeko fece magie che fecero spuntare grossi bestioni notturni per addentare alle caviglie e agli zigomi quei massacratori. Ma il denaro era sempre il più forte, lo stillicidio del lattice continuava nell’umido buio della foresta, le mani rimaste raccoglievano tremando.

“Se non ti uccidono ti tagliano la mano destra. Per loro è la gomma che conta. Perciò nasconditi.” suggeriva N’djeko masticando un pollo rubacchiato a un gris gris. “Tu digli che ci vai, e scappa. Devi dire sempre di sì, poi scappa.”

“Ci manderanno i vestiti, le stoffe, le monete e i pettini, se diamo loro la gomma.” rispondeva una mami testarda come una capra.

“Avvizziranno il tuo bel sedere e le tue poppe d’oro in un recinto dove non avrai né latte né pane.” gridava N’djeko “E non li vedrai mai i tuoi pettini. Mai! In casa loro, tutto arriva e niente parte. Io non vedo le loro navi attraccare con le cose per te. Vedo il nostro sudore che se ne va, e il nostro sangue. E ho la gola secca, perciò versami un po’ di vino di palma e stai zitta!”” aggiungeva perentorio. La sua autorità valeva qualcosa. Le grosse donne bakongo, le bakuba, le balunda, ridevano delle sue buffe contorsioni e strofinavano la sua camicia sporca, che era stata strinata e saponata per centinaia di anni dalle ragazze e dalle vecchie, fino a prendere il colore stinto della gioia. Le sue smorfie convincevano i saggi, ma non gli adolescenti, che sognavano di un mare più freddo e di donne dalla pelle di burro.

N’djeko lasciava che la vita scorresse, e contemplava il grosso fiume con le sue barche di rematori in camicie variopinte. Le reti traevano a riva poco pesce. Sulle sponde, villaggi di capanne vivevano di una mucca e tre pecore, di un fuoco che richiamava gli uomini a sera, di una danza e di un elefante intrappolato e cucinato ogni tanto. L’odore di carne arrostita invitava alla festa da miglia intorno, raccogliendo uomini e animali.

Questi momenti duravano il tempo di un tramonto, finché la notte non aveva sfiancato i ballerini e l’alba riportato la Force Publique per le strade. Poi la caccia ricominciava, e N’djeko correva a rotta di collo in giro per i villaggi e preannunciare l’arrivo dei reclutatori.

I reclutatori della Force Publique in genere erano bianchi. N’djeko sosteneva che comunque non avevano la forza e l’esperienza per fare quello che facevano i neri, per questo si potevano soltanto occupare del fatto che altri sbrigassero il lavoro nel paese. Di certo sapevano usare vessazioni, tagliare arti, affamare famiglie. In giro per il mondo c’era stata gente che aveva diffuso la notizia di quelle atrocità, soprattutto i missionari pallidi e macilenti che predicavano il Dio crocifisso e le buone maniere, i fiocchi nei capelli delle ragazze e i vestiti fin sotto le ginocchia. Ma anche degli impiegati del governo belga e gli ingegneri delle ferrovie avevano parlato. Le denunce erano fioccate: re Leopoldo schiavizza i congolesi per arricchire il paese, le donne e le bambine girano con le catene al collo in lunghe file. N’djeko non credeva all’efficacia di queste denunce: alla fine i bianchi erano bianchi e del giogo il paese non si sarebbe liberato se non fossero stati i neri ad insorgere. Ma la gente era inesperta, c’erano villaggi dove i bianchi non si erano mai visti, e la promessa di lavoro e guadagno  attraeva ancora molti, tutti quelli che ancora non sapevano che il contratto si trasformava in coercizione e che alla fine e pagare erano i deboli, privati dei capifamiglia e di ogni appoggio. Nella nebbia fumosa della foresta pluviale, i disgraziati giravano con le machete e il ceppo alle caviglie sapendo che due secchi di lattice avrebbero guadagnato ai loro bambini la libertà. E forse un po’ di pane. Ma sul fiume c’erano ancora i barcaioli variopinti come pappagalli, e N’djeko sapeva che gli uomini leopardo preparavano i giovani più determinati. Di notte correva sotto le loro finestre, gettava manciate di terra per tenerli svegli, batteva sulle lamiere arrugginite che costituivano i tetti delle loro case e pareva riuscisse persino a sollevare il vento: un vento di savana carico di odori di animali e di arbusti, che risvegliava i sensi all’azione. N’djeko era un maestro nel seminare zizzanie: gli piacevano le liti durante le feste, l’accapigliarsi di due giovanotti scamiciati per una donna, le grida sguaiate di due vicine per un pollo scappato oltre una rete. Ora aveva di che cimentarsi per scatenare una guerra. Di guerre non era esperto, ma poteva far bollire loro il sangue e tenerli desti. Quindi, quello che poteva fare lo faceva. E intanto doveva brigare per riempirsi lo stomaco, per tenere insieme due paia di scarpe suolate, per infilare il suo sangue di deserto e di fiamme nel ventre accogliente di una donna e generare piccoli figli selvaggi che avessero l’istinto misterioso del sitanis. Di bambini, N’djeko ne aveva forse già più di mille, contando soltanto quelli che erano ancora piccoli. Li riconosceva, quando li incontrava, per la testa alta di ricci folti, per il mento strafottente e gli occhi di carbone. Quando incontrava un figlio suo, N’djeko girava alla larga: quei piccoli lo fiutavano come segugi, e potevano inventarsi grossi guai. Soltanto uno o due li teneva vicini, al corrente di ogni cosa. Erano gli iniziati che si era scelti, i discendenti che aveva avuto con le donne più vellutate e veloci, i più belli. Con quei due o tre demonietti, N’djeko parlava di tutto. Si sceglieva le notti di luna e li visitava nei sogni di brace della notte profonda, instillando idee voraci, seminando in loro l’inferno e il paradiso. Quelli alla fine scappavano di casa e diventavano grandi delinquenti o grandi profeti. A lungo si era sentito parlare in Congo di Nimi a Lukeni. Nimi a Lukeni era ufficialmente il figlio di un capo tribù dei Bantù, cresciuto nel suo clan. Il clan in Africa è la cosa più sacra dopo Dio. Il nucleo sociale primario e la prima cellula di un corpo mistico. Comprende tutti i discendenti di un antenato comune e possiede una forza magica che è soltanto sua, derivata direttamente dal cielo. Ogni rappresentante del clan può accrescere o indebolire la sua forza, proprio come fanno gli arti o le cellule di un corpo, ma gli antenati lo proteggeranno sempre e faranno da intermediari fra i viventi e Dio. Per questo, nel clan, il culto degli antenati precede ogni altro e le sue manifestazioni sono regolate da una rigida liturgia. I sacerdoti del clan sono gli anziani della tribù: sanno usare le aspersioni d’acqua, i fuochi, la benedizione con la saliva e praticare il rito della comunione di sangue. Nimi a Lukeni era cresciuto in un clan come questo, ma, per irrisione e sberleffo, non era affatto figlio dell’uomo che chiamava padre. N’djeko lo aveva curato fin da piccolo come suo, dato che in una bella notte estiva, mentre la moglie del capo dormiva, uno schizzo di sperma bollente era uscito dai suoi lombi e l’aveva impregnata fino al cuore. Nimi era stato il più selvaggio, il più bello, il più forte dei bambini. Per uno scherzo crudele, era quello che il capo amava di più, riconoscendo in lui le qualità che avrebbe voluto possedere lui stesso e che gli altri suoi figli non avevano. Ma Nimi crebbe, raccolse seguaci sulle rive dei fiumi, fra i pescatori astuti e i cacciatori senza famiglia, un branco di giovani belve senza legge, che il clan lo avevano maledetto prima di nascere. Belli, abbietti e violenti, facevano bottino per sé. E Nimi di loro era il più abile. Un giorno ebbe la bella idea di impadronirsi di un guado e di esigere da tutti un pedaggio. E tanto era il terrore che incuteva con le sue piume, le sue lunghe ossa di semidio e il suo viso di teschio d’oro, che i neri pagavano persino volentieri, finché un brutto giorno a passare per quel guado si presentò sua zia, la sorella del capo Bantù. Nimi fece una risata, profonda come un albero cavo spezzato dal fulmine e gli altri suoi compagni risero con lui, appoggiandosi alle lunghe lance, quando la donna, appellandosi alla legge del clan, disse che sarebbe passata senza pagare. Nimi intimò, facendo guizzare nel sole il coltello. La zia contegnosa mise i piedi nell’acqua. L’acqua ribollì lontano carica del gioco veloce del metallo e del sangue della sorella del capo.

I violatori delle regole hanno due destini: se sono comuni mortali la gente li ripudia e li uccide, se sono di stirpe sacra, diventano capi. Nimi figlio di N’djeko fu re. Fondò il primo regno del Congo ed ebbe per primo il titolo di Manikongo. In virtù di quel sangue e di quel coltello. I re sono superiori alla legge.

N’djeko, che lo aveva visitato ai tempi dei suoi tre o quattro anni, continuava a presentarsi al Manikongo vestito da mietitore, con un cappellaccio di paglia in testa, i piedi scalzi e neri, le unghie lunghe, per parlare di politica. Naturalmente, non prendeva la cosa troppo sul serio, ma suo figlio gli mostrava i denti bianchi e perfetti, e versava grandi quantità di vino di palma nel suo guscio di cocco e nel fuoco, per riscaldare l’atmosfera.

“I tempi sono cambiati.” gli disse N’djeko un giorno “I lucci risalgono il fiume alla rovescia, le capre non portano latte bianco né giallo, le donne sono secche e nervose, persino le amache e le foglie stridono in un modo differente. Quando mi addormento nella savana, o sotto un baobab fresco, o semplicemente appoggio l’orecchio a terra, sento suoni confusi.”

“Stai diventando vecchio.” ribatteva il Manikongo sorridendo.

“Sono vecchio dall’inizio del mondo, se è a questo abito che pensi.” diceva N’djeko arricciando il naso nero per contemplarsi le gambe ossute.

Le conversazioni di Nimi a Lukeni con suo padre N’djeko avevano più o meno questo tono, quando non si trasformavano in bisticci velati da risate e sbuffi. Nimi non aveva uno sciamano, il motivo era che non ne aveva bisogno. Uno stregone, nella sua cerchia, avrebbe soltanto insidiato il suo potere, che era assoluto sul fuoco e sull’acqua, su tutti gli elementi che si trovassero nel continente.

La corte di Nimi era diventata sfarzosa, il suo regno si trovava all’interno, nel cuore del paese, là dove il navigatore portoghese Cao, nel Seicento, aveva pensato si potesse nascondere il leggendario regno del Prete Gianni. A lui aveva mandato per ambasciatori quattro neri battezzati, che si erano inoltrati dalla foce del fiume e non avevano dato per lungo tempo notizia di sé. Per compensare quella perdita aveva preso due ostaggi congolesi e aveva promesso di ucciderli se i suoi non fossero tornati.

“Il metodo dell’assassinio è in gran voga presso i bianchi. In questo vi capirete, anche se il tuo modo di uccidere è rituale, il loro del tutto selvaggio.” aveva detto N’djeko al figlio Nimi. Poi si era sdraiato pesantemente su di un letto di foglie di banano e aveva preso a russare sonoramente.

La faccenda del Prete Gianni aveva creato un gran fervore intorno all’Africa, per motivi del tutto irrazionali. Durante le crociate, era sorta la fama di questo missionario diventato re a scapito degli Arabi, che sarebbe stato il propagatore della fede vera, il detentore dei sacramenti di Cristo e il fondatore di uno stato leggendario avvolto da tali nebbie e fumose dicerie che lo si era localizzato prima in Medio Oriente, poi in India e alla fine in Etiopia. Quando l’Etiopia non aveva sciolto dai suoi lacci di sabbia la figura del cavaliere cattolico, gli esploratori di tutti i paesi avevano cominciato a subodorare tracce della sua presenza in giro per il continente nero, e Cao non aveva esitato a riconoscere nel favoloso regno del Congo, difeso da una cortina di alberi stillanti  all’Equatore, una possibile notizia di quel reame invincibile, senza trovare strano che la sua latitudine si fosse improvvisamente spostata in località tanto poco accessibili. Spesso quando si cerca una cosa se ne trova un’altra. Se ci si accontenta del proprio rendiconto, si può anche guadagnare nel cambio. Cao fece scolpire dei pilastri alla foce del Congo e fece un giro perlustrativo del continente che lo portò lontano a poi di nuovo in Portogallo. Quando fu di ritorno, gli dissero che i suoi ambasciatori erano stati ritrovati, senza notizie del Prete Gianni, ma con certe consegne da parte del Manikongo, imperatore del paese e capo assoluto dei capi africani. A lui si pagavano i dazi, le tasse, le decime. Questo interessò i portoghesi, dato che profumava di ricchezza contante. Ma raggiungere il Manikongo non era impresa da poco, se a dei neri era servito più di un anno per arrivare alla sua capitale Mbanza, e a vederlo di persona. N’djeko trovava a quei tempi la comicità dei bianchi, - con i loro abiti ricamati, le loro scarpette rialzate e i loro volant al colletto - veramente irresistibile. Come una folgore o un incendio, tuonava nel bosco apparendo e scomparendo, proiettando ombra di leopardo nella luna piena, frusciando fra i rami come una foglia secca affidata a impetuosi venti. La sua fiamma perenne guizzava negli occhi di Nimi a Lukeni e dei suoi discendenti, e compariva incerta e caliginosa attorno ai fuochi dei bivacchi portoghesi, presso gli uomini stanziati alla foce. Li osservava, studiava i loro oggetti intagliati, le loro giberne, i loro moschetti. Li soppesava, e a volte faceva fuoco: una pallottola solitaria da un’arma abbandonata accanto a una tenda, che si impadroniva del morso e della velocità, intaccando un carro, o uccidendo un mulo nel silenzio dell’accampamento notturno.


 

 

Capitolo dodicesimo

 

Le risorse del paese nel 1910 erano immense. Grandissime anche per l’avidità dei colonizzatori belgi, che violavano le foreste e costruivano città improvvisate dove non mancavano i liquori e i campi da tennis. Quando finì lo scandalo del lattice, con grandi e inutili pressioni internazionali sul Belgio, che comunque si rifiutò di dare l’indipendenza al paese considerando populisticamente che il congolesi non erano in grado di gestirsi da soli, Sir William Lever ebbe l’idea di portare alla corte di Alberto, succeduto a Leopoldo, un cofanetto d’avorio che conteneva il primo sapone confezionato con olio di  palma.

N’djeko si aspettava qualcosa del genere. Era da un po’ di tempo che durava uno stato di relativa tregua. Si erano scritti libri, articoli, relazioni, su quello che il Belgio avrebbe dovuto fare per rimettere in piedi il Congo dopo aver atterrato il Congo, e improvvisamente tutta la storia tornava indietro a causa di un sapone.

La corsa all’accaparramento delle piantagioni di palma si verificò quasi immediatamente, nonostante le Huileries du Congo Belga disponessero di territori immensi, che non erano neanche in grado di sfruttare appieno. Ma il sitanis ebbe il tempo bastevole per tirare giù dal letto dalla parte dei piedi un paio di persone per prevenire i fatti, cosa che non significava scongiurarli, ma almeno renderli meno dolorosi. Le voci corrono in Africa. Di notte suonavano i tamburi. Il suono del tamburo è ossessivo, coinvolgente. Anche se stai dormendo, ti vien fatto di tenere il ritmo, e quel ritmo alla fine ti sveglia. E’ un cuore che batte, un terremoto delle vene, un sussulto del pensiero che sembrava potersene andare per suo conto. I neri sanno rizzare le orecchie per interpretare un tamburo, e all’occorrenza sanno suonarlo aggiungendoci una sincope, un doppio colpo, un rincalzo. Non si sa se la danza africana non sia nata in fondo come quella delle api, per spiegare una direzione sui colpi di un tamburo. 

I piedi non possono star fermi, i muscoli accompagnano, le ossa prendono a tintinnarti in corpo, e alla fine sai tutto. Di te, del futuro, del mondo. Questo succede ancora nel duemila, e a maggior ragione succedeva nel 1912. N’djeko poteva far ballare il continente da parte a parte. L’inferno gli dava il rullo di fondo, un rombo costante e indistruttibile.

Un centinaio di contadini si ribellarono immediatamente quando qualcuno si offrì di comprare le loro piantagioni.

Tutto inizia con un guadagno, in Africa. “Diventerete ricchi”. Dopo la promessa di acquistarle, le piantagioni private vennero confiscate. Era comunque più rapido che farle crescere.

Alla guerra della gomma seguì la guerra del sapone, quasi senza pause. Nimi a Lukeni era morto da molto tempo: si era trasformato in un caribù, in un leopardo, in un leone e alla fine era tornato nella fiamma calda e consolatrice di suo padre, che ardeva imperturbabile sotto una roccia della savana. Ma la leggenda delle sue gesta non si spense mai. Per il paese Nimi restò il primo Manikongo. Altri uomini erano pronti a lanciare la sfida. N’djeko li conosceva già.

Quando la smobilitazione belga stava appena cominciando e si potevano vedere poliziotti neri nella Force Publique, dal Congo emerse un uomo del miracolo. Una figura talmente sconvolgente che qualcuno lo chiamò il Messia Nero, e talmente pura che neanche i bianchi riuscirono a provare che avesse fatto alcun male.

N’jeko aveva vissuto ormai più di duemila anni. Sapeva quanto deve essere grande un canapo per passare nella cruna di una cucitrice bakongo, quanti cammelli poteva trainare un cammelliere da Zanzibar con un carico triste di schiavi, quanto dolgono i piedi dopo una giornata in cui neanche un gris gris ti ha dato una coscia di pollo decente. Ma non immaginava che potesse sorgere da una nazione vessata, in un momento storico afasico ed esangue, una creatura del genere. Non si trattava di un suo figlio, sembrava piuttosto che fosse nato da un albero svettante e dal cielo. E quando la sua fama si sparse per tutto il paese, aveva soltanto una ventina d’anni.

La memoria di N’djeko cominciava a fare cilecca, e il diario del suo sangue a quel tempo registrava solo pochi grandi eventi che sarebbero passati alla storia. La rivolta del 1915, in cui le perdite fra i suoi erano state gravissime - quella di Kasongo Nyembo, per la quale aveva lottato ricorrendo ad ogni astuzia. In quelle circostanze  a  lui si dovette l’idea pazzesca diffusa da una vecchia strega dall’aspetto malaticcio – alla quale aveva promesso un paio di calze – che i proiettili dei bianchi avrebbero attraversato senza ferire i corpi dei neri, se protetti da uno speciale amuleto. La vecchia feticheuse si chiamava Mama Oniema, ed aveva l’aspetto di una donnetta striminzita, ma la lingua di cento vipere e la forza di un gorilla. N’djeko l’aveva scelta apposta. Mama Oniema aveva lanciato cuori coraggiosi di coraggio stregato contro il nemico. E l’effetto era stato tanto prodigiosamente imprevisto nella sua potenza, che la rivolta nel cuore della foresta, tra i di stretti di  Sankuru e l’Equatore, era durata fino al 1917, ed aveva quasi infiammato le acque del lago Leopoldo. Quando la fede negli amuleti che lui stesso aveva intrecciato era andata scemando, dopo aver provocato ai bianchi non pochi grattacapi e molte perdite di vite, N'djeko inventò la società segreta degli uomini leopardo. Erano i lontani echi nel futuro della bella voracia di Nimi. N’djeko si ispirò a quel figlio vissuto secoli prima e seppe creare una setta di uomini che gli assomigliava. Gli uomini leopardo diventavano tali dopo un “mambele” – un rito di iniziazione. In realtà N’djeko stava imparando ad usare e a trasmettere i metodi del terrorismo tradizionale. Scelti fra i più forti del clan, questi uomini erano sottoposti a speciali prove e ad un allenamento che li rendeva davvero feroci come belve. N’djeko aveva voluto compensare con la tecnica la mancanza di sangue di sitanis che contraddistingueva quei bei corpi di ragazzi: si trattava di subire tremende sevizie e poi di allenarsi al delitto e alle spedizioni nella brousse. Gli uomini leopardo avevano scapole sporgenti, muscoli tesi, tendini come funi tagliate. Le loro narici sensibili sentivano il vento. Quello che l’allenamento non poteva fare, si compensava con  unghie di metallo, maschere ferine, tuniche di pelle di belva e tutta una serie di strumenti atti a lasciare nella savana e nell’erba tracce simili a quelle della bestia. Il coraggio c’era, l’intemperanza e la sete di sangue si ottenevano con l’uso di droghe e feticci. La prova definitiva di accettazione nella setta era un omicidio rituale che integrava il giovane “uomo leopardo” nel gruppo.

Gli uomini leopardo furono la spina nel fianco dei belgi quando venne meno l’ondata di indignazione prodotta nel mondo dalla relazione di Casement sullo sfruttamento del lattice. Si vedevano meno spesso i neri camminare con le catene al collo, ma i missionari annotavano che non si trattava più di schiavitù, ma di coercizione e di piegamento delle volontà.

N’djeko allenava i suoi ribelli, ma il Belgio effettuava l’annessione, facendo del Congo non uno stato libero, ma una parte del proprio territorio. Il coro di proteste che si alzò da certi ambienti venne chetato mediante l’antica idea che i neri non fossero in grado di gestire una politica internazionale, quando appena bastavano a se stessi negli affari interni.

Fu proprio in quel periodo che cominciò a diffondersi la fama del giovane guaritore e profeta, che invitava la gente ad unirsi a lui attraversando i territori impervi dell’Equatore. E i malati arrivavano, con lettighe, carrozze, traghetti, con quei battelli che il fiume poteva spingere quasi fino alla foce. Il mondo dell’Europa era stanco e si leccava le ferite: fu nell’immediato dopoguerra che dilagò la fama di Simon Kibangu. Nel 1921 le foglioline degli alberi tremavano cantando questo nuovo nome: un bakongo che aveva avuto visioni nel piccolo villaggio di Nkampa, fra Leopoldsville e Thysville, che dimostrava capacità taumaturgiche, che dava inizio a un apostolato. Le strade per Nkampa erano piene di biciclette, di viandanti, di barelle. Quando N’djeko seppe che i treni ed i battelli stavano intensificando le corse e che ugualmente i trasporti non erano sufficienti, dato che ferrovieri e marinai abbandonavano tutto per andare da Kibangu, si trovava a Mbandaka, vicino alla linea dell’Equatore. E sentiva con tutto il corpo che il suo popolo era in movimento. La forza che li portava verso Nkampa era simile ad una migrazione, uno spostamento che la terra avvertiva alle radici.

“Simon Kibangu fa delle comparse rapide, con le mani benedicenti. Legge a voce alta passi della Bibbia. A tratti parla contro il feticismo, oppure si scaglia contro la magia. Spiega che non è più giusto essere poligami. Dice che bisogna tornare alle nostre origini e diffidare della scienza dei bianchi. Non si capisce se ci vuole ammansire o indurre alla rivolta.” avevano spiegato a N’djeko i suoi bambini più veloci, quelli che, gambe in spalla, avevano raggiunto per primi Nkampa.

N’djeko era scandalizzato. Non si trattava di un sitanis, e neanche di uno stregone. Con quale forza guariva la gente?

Si spostò a piedi, in ferrovia, in battello. Il suo passo era monco e strascicato, ma i suoi occhi ardevano beffardi. Se ne stava nascosto negli angoli e dietro le siepi nelle ore più calde, assaggiava la pioggia verso sera e cercava magazzini di mais e stie di polli per dormire durante la notte.

“Devo vedere quest’uomo finché i bianchi non lo ammazzano.” pensava. E pensava bene.

Simon Kibangu viveva in una casa povera. Arrivando, N’djeko si accorse immediatamente che quel villaggio non aveva nulla di nulla: né bestiame, né campi, né barche. E questo lo preoccupò, dato che era proprio il genere di posto in cui può succedere qualcosa di incredibile. 

Masticava una banana e sollevava pensoso gli occhi al cielo quando vide la ragazzina. Camminava appoggiata alla madre e aveva la gambe talmente contorte dalla poliomielite che si riconoscevano a stento come qualcosa adatto a muoversi sui piedi. La folla non si aprì volentieri per lasciarla passare: tutto premevano davanti all’ingresso della casa di Kibangu. Quindi ci fu una specie di clamore da parte di quelli che si erano ammassati in alto per vedere le finestre e da questo si capì che il taumaturgo stava per aprire la porta. N’djeko continuò a masticare la banana. La sua faccia gommosa si era distorta in una specie di smorfia di raccapriccio, e ancora di peggio accadde quando si vide il viso liscio e ossuto del giovane bakongo spuntare dall’uscio. La madre quasi gli tirò la piccola in braccio. Kibangu l’afferrò praticamente al volo, come fa un lavorante del mercato con un sacco di miglio. Le sorrise un sorriso africano, talmente bianco che gli occhi di N’djeko uscirono quasi dalle orbite e dovette smettere di masticare la banana, anche se a malincuore. Quando la piccola fu deposta a terra, mosse due o tre passi come se stesse perdendo l’equilibrio, quindi si raddrizzò e poi camminò decisa verso la madre. N’djeko scoppiò in un urlo. Tutte le gole che erano intorno urlavano insieme a lui, tanto inconsapevolmente che ne uscivano soltanto suoni inarticolati inadatti a qualunque significato. La madre voleva ringraziare, ma anche lei aveva ancora in bocca quel grido quando la porta si richiuse. N’djeko si arrampicò come un ragno innamorato su per la collinetta antistante la casa, pestando piedi, sgomitando costole, spingendo schiene sudate. Tanto velocemente quanto la sua forza inumana di Sitanis gli consentiva. Pazzescamente pensò: “Chissà che cosa potrebbe offrirmi da mangiare uno come questo.” Ma scacciò velocemente quell’idea, e si mise anche lui a controllare le finestre, pressato dal seno prorompente di una donna grassa che si teneva sulla schiena un lattante moccioloso.   Quel giorno Kibangu ricomparve soltanto due volte. La gente lo aspettava sui tetti, sul greto del torrentello, sui muri, in mezzo alla strada: le teste erano tante che non si vedeva più il terreno, e, ai bordi, i campi poveri di Nkampa potevano a stento contare due capre e qualche pollo. Molti volatili scomparivano nella massa tumultuante per essersi azzardati a razzolare troppo accosto. Durante la notte stellata che seguì, N’djeko trovò riparo in una baracca sfondata costruita dai mietitori per raccogliere gli attrezzi. Insieme a lui c’erano un moribondo, una famiglia bantù e un vagabondo che riconobbe per essere un rinato di una tribù dell’interno. A lui si accostò per avere notizie, e per farlo attese che si addormentasse. I rinati parlano bene nel sonno. Possono intavolare con un sitanis lunghissime conversazioni di cui non ricorderanno quasi nulla quando si saranno svegliati. N’djeko appoggiò la testa vicina a quella dell’uomo e, quando sentì che russava, si infilò nel suo sogno e cominciò a tempestarlo di domande.

L’uomo rispondeva in modo forbito ed esauriente, rigirandosi nel sonno. I suoi occhi, irrequieti sotto le palpebre, erano ad un soffio dal respiro del sonno parallelo di N’djeko. Le domande erano dirette: N’djeko voleva sapere tutto quello che aveva visto a Nkampa negli ultimi giorni.

Il discorso di un sitanis nel sonno di un rinato non si svolge per interposta persona o per immagini: gli occhi di brace di N’djeko guardavano dritti negli occhi del vagabondo, e i due parlavano uno di fronte all’altro, in piedi in una strada affollata di Leopoldville, come due affaristi bianchi possono parlare di profitti e vendite. Soltanto gli indumenti erano usuali: il rinato, che era senza scarpe e indossava nella realtà una sgargiante camiciola sui toni del giallo, portava nel sogno un lussuoso impermeabile color tabacco. N’djeko aveva un elegante cappotto nero lungo fin quasi alle caviglie ed un ombrello sul quale si puntava di tanto in tanto. Erano insomma due eleganti msabu che tenevano una conversazione nel viavai.

“Non è un rinato e non è un mago. Non è uno stregone. Guarisce imponendo le mani, ma a volte gli ammalati neanche li tocca, li benedice soltanto di lontano. Non fa differenza fra bambini e adulti, ma ultimamente si deve difendere dagli assalti della folla. Non gli danno respiro. Io sono arrivato fra i primi. Ero nei dintorni quando mi hanno detto che c’era un ragazzo che vedeva Dio. Nel villaggio gli hanno creduto subito. Lo conoscono come una persona seria e tranquilla, senza colpi di testa. Si fidano di lui. Non ha mai avuto ambizioni di diventare questo o quello. Pescava, vendeva quel poco. E non badava molto alle donne. La sua fidanzata è stata travolta dalla venerazione degli stranieri. Sono quelli di fuori che hanno costruito la sua fama. Delle cose che ha fatto inizialmente a Nkampa, non si è neanche sparsa la voce. Leggeva la Bibbia, questo sì. La Bibbia gli piaceva da sempre. Diceva che la chiave di tutto è lì.”

“Allora non è uno di noi.” osservò N’djeko scuotendo la testa.

“Vuole fare una chiesa per l’Africa. Come tanti ha creduto ai preti missionari. Ma dice che la scienza dei bianchi è cattiva, che ci strapperà la nostra semplicità e le nostre radici.  Gli hanno fatto consacrare alcune chiese dei dintorni. La gente dice che ci si prega meglio. Ogni volta si porta appresso quella sua Bibbia stinta e ne legge dei passi. Li legge molto bene, con una voce commovente. E’ bello ascoltarlo. Io non posso credere a una parola, sitanis, amico mio. Però è bello ascoltarlo.”

N’djeko sbadigliò nel sonno, si sbilanciò leggermente sul suo elegante ombrello nella strada affollata di Leopoldville all’ora di punta.

“Devo andare, caro. Conservati bene.” disse, toccando la spalla del rinato. Quello fece un cenno di saluto ed entrò in un sogno confuso e senza senso da una porta piena di farfalle.

N’djeko trovò un mattino che già stava diventando rovente, di quel calore umido che avvolge l’intero paese e scende dalle foreste verso il mare come un mantello spesso. La gente si era riparata per la notte come capitava, alcuni avevano dormito all’aperto, sdraiati come cani davanti alla casa di Kibangu.

Kibangu uscì abbastanza presto. Attorno a lui c’erano degli uomini che gli facevano ala e avevano apparentemente il compito dei discepoli, ma anche quello della sicurezza: cercavano di tenere lontana la folla che premeva, mettevano ordine fra le madri e i bambini frignanti e distribuivano ai più disgraziati pane di manioca. N’djeko si fece subito avanti per avere la propria razione, ma lo fermò lo sguardo penetrante di Kibangu, che disse: “Tu non sei dei nostri.”

N’djeko fece una risata, talmente contagiosa che parecchie persone dell’assembramento risero con lui, e altri si alzarono sulla punta dei piedi per vedere che cosa avesse provocato quella frase.

“Sono un amico.” disse N’djeko alzando la mano.

“Amico dei miei stivali.” osservò Kibangu alzando la sua. N’djeko sentì un languorino allo stomaco, talmente forte che pensò fosse già mezzogiorno, o persino le tre, e improvvisamente seppe con certezza che avrebbe trovato in quel posto sperduto un gris gris provvisto di ogni ben di Dio, e si figurò esattamente dov’era, e previde che sarebbe stato lì per tutto il tempo in cui avesse lasciato in pace Kibangu facendosi i fatti suoi.

Questo fu l’incontro di N’djeko con Simon Kibangu. Non vide altro che quella gente che aspettava di essere guarita, il viso tranquillo del ragazzo, e un albero dentro un cortile di una casa che portava le sue insegne, sotto il quale trovò, per due settimane e più, latte di capra, gallina bollita e qualche frutto maturo. Intanto Simon tuonava contro la magia, contro gli stregoni, contro i bianchi, e predicava quel vangelo candido che va bene per i bambini, dicendo che sarebbe stato il nocciolo del cuore dell’Africa, dato che i neri hanno più fede dei bianchi e Gesù Cristo ha voluto la semplicità al primo posto.

Kibangu era giovane e infervorato. N’djeko vide dopo poco tempo quello che si aspettava di vedere: i bianchi lo arrestarono. Aveva fondato una chiesa nera, con dodici apostoli, che predicava la Bibbia. Una chiesa nera con un cuore troppo bianco. Ma il fatto che questa chiesa facesse un’esaltazione della nazione aveva disturbato, e il fatto che avesse molti fedeli anche di più. Dato che non aveva commesso atrocità, né omicidi, né violenze, poterono accusare Kibangu soltanto di discorsi e di canti sediziosi. Questo era già uno stato di emergenza. N’djeko li vide partire, cinquecento fedeli incatenati, tradotti con il loro capo spirituale a Thysville, davanti ad un consiglio di guerra. Il metodo con il profeta guaritore furono le docce gelate e le frustate, accompagnate da interrogatori serrati con domande del tipo: “Hai fatto resuscitare i morti?” “Si.”

Resuscitare i morti è una forma di turbamento dell’ordine pubblico. I morti è meglio che restino morti, specialmente se sono congolesi.

Alla fine i nervi di Kibangu cedettero. Aveva creduto e credeva ancora, ma il corpo è fragile. Si prese la condanna a morte. I suoi condiscepoli vennero condannati a lunghi anni di reclusione e all’ergastolo. Magnanimo, intervenne il re Alberto a commutare la pena del visionario nei lavori forzati a vita. I giornali dissero: “Il profeta nero è morto nel 1951 a Elisabethville dopo trent’anni di reclusione.” N’djeko non aveva bisogno di leggere i giornali. Quell’uomo gli aveva riempito la pancia. Cattolico o no, intervenne di forza e lo fece ricomparire nella foresta di Thysville come il Messia, tunica bianca e giglio fra le mani. A N’djeko, il Messia Nero era piaciuto, per quanto fosse su di un’altra barricata. Queste ideuzze di N’djeko piacquero molto anche alla gente. Il kibanghismo si diffuse a macchia d’olio e nel 1949 prese il nome di Eglise de Jesus Christ sur terre par Simon Kibangu. Qualche volta N’djeko entrò in una delle chiesette consacrate da quello scriteriato e pianse. Piangere fa sempre un gran male a una creatura del fuoco. Ma a volte è necessario.

N’djeko si augurava con tutto il cuore che quella malaugurata faccenda fosse finita, invece la chiesa si trovò un nuovo capo spirituale nel terzogenito del Profeta, che sì, aveva trovato il tempo fra una guarigione e l’altra di fare anche dei figli. Si chiamava Joseph Diangenda e riuscì ad ottenere dal governatore belga l’abolizione dell’interdetto.

“Tutto è politica.” si disse N’djeko “Questo si è mosso meglio. Ma ci vuole sempre un eroe per depurare le acque torbide. Questo kibanghismo sarà un gran grattacapo per i nuovi capi del paese.” E lo fu. Il kibanghismo innalzò per primo il vessillo nazionale del Congo.

Ci fu un altro Simon che divenne profeta religioso. Questo era più vicino a N’djeko come matrice, ma conunque gli piacque di meno: a volte i Sitanis sono eccentrici. Si chiamava Mpadi e fondò una sorta di movimento parapolitico che definì  “missioni nere”. In un certo senso, sempre lì si ritornava: i neri volevano qualcosa che gli assomigliasse di più di un governatore belga e di un pugno di ingegneri che costruivano ferrovie per svenare la terra delle sue ricchezze. Mpadi se ne usciva fuori con trovate spiazzanti e strane, che comunque davano fastidio. Diceva: “La guerra sarà vinta dai tedeschi e lo strumento del capovolgimento contro la razza bianca sarà il loro re.” N’djeko si chiese per molto tempo se Mpadi fosse al corrente che in quel momento il loro re si chiamava Hitler. Alla fine dedusse che sì, lo sapeva.

“Il loro re si impadronirà del Congo, dove creerà officine e negozi, e inizierà i neri a tutte le arti e le scienze. E persino insegnerà certe magie che costituiranno per loro una rude prova.”

Questa faccenda delle magie lusingava e preoccupava N’djeko. Che i bianchi utilizzassero delle magie era cosa che gli suonava eccentrica. Le loro magie fino a quel momento erano state le spade, i moschetti e l’alcol, oltre al tennis e a qualche ragazza bionda che aveva suscitato scalpore.

“Farà venire delle donne bianche” diceva ancora Mpadi “che i neri potranno sposare ed usare nelle case apposite.” Questo faceva abbastanza ridere N’djeko, dato che dimostrava l’ingenuità del profeta nuovo e in fondo anche quella dei suoi fedeli. L’idea che molti neri avrebbero cacciato le loro mogli per sposare delle Madames gli solleticava le viscere e lo faceva esplodere in sonore risate durante le sue passeggiate in campagna.

Concludeva Mpadi: “Infine, dopo venti o trent’anni, quando i neri saranno iniziati alle tecniche e alle scienze, il re tedesco farà venire in Congo dei neri americani, caccerà tutti i missionari stranieri e permetterà ai neri di pregare Iddio alla loro maniera. Saremo salvati dalle mani di chi ci perseguita.”

Questo era, agli occhi di N’djeko, un sogno troppo tecnologico, e sembrava la pappa colata da una tavola dove dei bianchi particolarmente fanfaroni avessero mangiato come ossessi. Comunque, se si trattava di mangiare….

Mpadi era più scaltro e vigoroso di Kibangu. Non aveva remore e sapeva sgusciare tra le maglie dei bianchi, che lo accusarono di essere un agente nazista o lo arrestarono quattro volte. In questo Mpadi si rivelò di buona scuola: riuscì a scappare tutte e quattro le volte. Soltanto i francesi di Brazaville ebbero ragione di lui: lo catturarono e lo consegnarono ai belgi mentre sgocciolava delle acque del fiume dopo una rincorsa. Mpadi uscì di scena, ma N’djeko conservò una certa stupita ammirazione per quel figlio indomabile dell’Africa dalle idee appariscenti. Lo mandarono ad Elisabethville e non lo si vide più, ma, per dispetto, un bambino di N’djeko prese il suo posto, scimmiottandolo. Sembrava a N’djeko una cosa divertente che profeti strani sorgessero come funghi. Ormai aveva imparato il metodo. Perciò ci fu un giovane sitanis che prese il provocatorio nome di Nkunku Hitler, mentre nel sud già dilagava  il movimento antirazzista, anticattolico e anticolonialista. N’djeko non gli dovette stare appresso più di tanto. In fondo, considerò sempre quella storia un magnifico scherzo.

  


 

Capitolo tredicesimo

 

Un’altra verità doveva imparare rapidamente N’djeko: la religione è l’avanguardia della politica. I movimenti riformatori della religione congolese avevano preannunciato la nascita dell’uomo che avrebbe portato uhuru: la libertà. Il suo nome era Patrice Lumumba e uscì sulla scena pronunciando discorsi incendiari contro la colonizzazione, proprio quando il Belgio era sul punto di concedere l’indipendenza. Da lui i congolesi impararono che si poteva tagliare col passato. Non gradualmente, ma di un colpo. I discorsi roventi di Lumumba erano ascoltati da N’djeko nel 1960. O almeno poco prima di quel fatidico mese di giugno in cui il re Baldovino chiamò una rappresentanza di quarantatrè politici congolesi ad un tavola rotonda che sarebbe presto diventata incandescente, per elaborare una strategia di indipendenza del paese. Tutti e quarantatrè si rifiutarono di parlare. Patrice Lumumba, il più importante figlio della nazione, quello che aveva lottato più duramente per dare una coscienza al popolo, era in galera. E ci era finito semplicemente pronunciando un discorso pubblico, al quale erano seguiti tafferugli e violenze contro i colonizzatori. Il capo della rappresentanza congolese era perciò Kasa Vubu, e la rappresentanza faceva barricata. N’djeko era sorridente. Vedere uomini di tribù diverse e di diverse etnie intestardirsi su di un argomento, e per di più su Lumumba, lo riempiva di una sensazione che non aveva più provato da quando, in piena savana, aveva scovato un gris gris con un intero impala arrostito. Si era chiesto per giorni quale fedele amico dei sitanis avesse avuto un pensiero tanto gentile, e aveva cercato fra i foglietti e i feticci di stoffa il suo nome. Dato che fra i rami di quell’albero c’era una confusione anarchica, aveva esaudito i desideri di tutti, con la forza che dava al suo spirito indomabile il sangue fresco.

Patrice Lumumba, dunque, se ne stava dietro le sbarre e i suoi carcerieri ridevano: “Pensavi di essere tu il capo della nazione, e adesso stanno trattando del paese senza di te.” Lo avevano portato dentro pieno di lividi e dopo qualche giorno era ancora più pesto. Anche in galera era ritenuto pericoloso, perciò le autorità ebbero l’idea di trasferirlo in Katanga per allontanarlo dai suoi seguaci, che stavano manifestando per le strade a Stanleyville. I bianchi avevano inventato per lui l’insulto peggiore per un congolese. Glielo avevano gridato mentre usciva dal cellulare per entrare in carcere, e poi quando era stato tradotto sull’aereo per il Katanga: “sale macaque! sporca scimmia! “

Illividito, sporco di sangue, Lumumba si sentiva politicamente finito. Ed ecco che succede il miracolo: non fa neanche in tempo ad arrivare a Jadotville, che arriva l’ordine di riportarlo ad Elisabethville, e dopo neanche una settimana è fra i suoi, davanti al re Baldovino, alla conferenza di Bruxelles.

N’djeko avrebbe voluto essere stato lui in persona a portarcelo di peso, ma questa volta, doveva dirlo, con l’intera vicenda non c’entrava niente. Nell’ultimo mese era stato appresso ad una ragazza  del Kivu, regione dal clima dolce lungo i grandi laghi. E laggiù, in una specie di paradiso di acque dove ippopotami di tonnellate sguazzavano a riva e aironi con la corona pescavano grosse rane dorate, aveva scoperto che la piccola diavolessa dai grandi occhi raccoglieva all’insaputa di tutti le croisettes degli antichi bakuba e le rivendeva agli archeologi stranieri per dei prezzi che in Europa erano buffi, ma che per una giovane congolese erano un tesoro. N’djeko le aveva frignato appresso come un lattante per il suo bel sedere, finché si era accorto che la ragazza portava a spasso anche un cervello degno di una regina. E aveva smaniato per essere ammesso nell’affare. Le croisettes erano quanto restava di una civiltà africana che era fiorita in un’età corrispondente in Europa più o meno all’epoca carolingia. Si trattava di barre di oro incrociate al modo della croce di S.Andrea, che erano utilizzate negli scambi con l’India, l’Arabia e altri paesi. Testimoniavano di un commercio estero attivo e vivace ed erano ancora una grande ricchezza. A quanto pareva, la ragazza ne aveva individuato un giacimento nella foresta, e attingeva di là lo stretto necessario, senza farsi notare. N’djeko aveva contemplato quelle meraviglie incrostate dal tempo: oro. Oro in barrette come cioccolata verdastra, segnato dai secoli, abbandonato in un deposito nel bosco come fanno le belve con le ossa di una creatura mezza divorata.

“Lo vendo agli archeologi, francesi e inglesi.” gli aveva spiegato dopo qualche moina la ragazza. N’djeko l’aveva conosciuta per caso in un cortile, circondata da una mezza dozzina di frementi polli. La ragazza era bella, ma era per i polli che il sitanis si era avvicinato. Avevano un nastrino rosso al collo, e razzolavano pieni di allegria intorno alle gambe ben rifinite di lei. L’odore che si spandeva da quel cortile era inebriante: un misto di guano, brodo di gallina, e profumo di donna giovane. N’djeko aveva subodorato subito qualcosa di meraviglioso: la casa era pulita e accogliente.

“Sei un sitanis.” aveva detto subito la ragazza “Vi riconosco dagli occhi. Ardono come quelli di un ventenne. Un giorno dovrai spiegarmi come mai vi prendete dei corpi tanto vecchi e cascanti.”

N’djeko aveva sospirato: avrebbe voluto farle vedere l’aspetto che aveva avuto nel sogno del rinato, un elegante nero della city, con un bell’ombrello ed un cappotto nero. E portava anche gli occhiali.

“Amina.” si era presentata “Se vuoi mangiare, entra. Non ti appenderò una collana di yam del cocco, per invitarti.”

N’djeko trascorse quasi un mese in quella casa. Amina, apparentemente, era sola.  Uno scandalo, per una giovane tanto bella. E il fatto che fosse ricca era un sovrappiù che rendeva impossibile prendersela: probabilmente avrebbe chiesto a qualunque pretendente una dote da capogiro.

Mentre Lumumba saliva sull’aereo scintillante che lo portava a Bruxelles, N’djeko sgranocchiava ossa di gallina, questa era la triste verità. Comunque, Lumumba se la cavò abbastanza bene anche da solo, se un mese dopo la dichiarazione di indipendenza, e compiuti tutti gli intrighi interni del caso  ( la lotta politica con Kasa Vubu si era trasformata in una specie di spartizione: “Tu presidente, io premier”), Patrice se ne stava al governo col suo solito aspetto serio. Un uomo che ha preso le cinghiate dai bianchi se le porta appresso per tutta la vita, persino quando scompaiono le cicatrici. Il Belgio era stato costretto a sciogliere le tre grandi compagnie nazionali che avevano sfruttato il Congo: le Comité Spécial du Katanga, le  Comité National du Kivu, la Compagnie des Chemins de Fer du Congo Supérieur aux Grands Lacs Africains. Il Congo adesso era effettivamente quello che possedeva: miniere favolose di cobalto, rame, diamanti;  stagno, zinco, uranio, e giacimenti di metalli rari come il tantalio, il volframio ed il manganese; miniere immense concentrate nel Katanga, lungo la fascia litoranea dell’Oceano Atlantico, nel Basso Congo, nel Kasai. Probabilmente, nel sottosuolo, il paese più ricco del mondo. Mentre il suo popolo si riappropriava di quello che era suo, N’djeko riusciva con la sua grazia e i suoi incanti a portarsi a letto Amina, e a consumare due galline al giorno. La festa del sitanis e dei suoi governanti era reciproca. La natura fresca e vitale, umida e prepotente del paese, esplodeva di bellezza intorno al Tanganika, suscitando le grida di vittoria dei gorilla, alla faccia del prete Gianni e di Diego Cao, di cui esisteva ancora il benedetto pilastro.

Amina era una bakuba. Un popolo antico, il cui nome significa “lampo”. Grandi guerrieri amanti delle maschere, capaci di confezionare i tamburi, le coppe, le scatole intarsiate più belle del Congo. Ma possessori di un tesoro inestimabile più dell’oro delle croisettes: le splendide statue reali, uniche in tutta l’Africa.

L’età dell’oro, però, dura poco. N’djeko deve correre via tenendosi le mutande, dato che a luglio il sangue dei neri comincia a colare in tutto il paese, anche nell’ordinato e benestante Katanga. La violenza dei discorsi di Lumumba, la sua passione, hanno incendiato le regioni, dove la folla si monta sempre più la testa: per molti la parola indipendenza fa il paio con  l’appropriazione dei beni dei bianchi. La tensione è palpabile nell’aria, N’djeko comincia a pensare che le etnie più miti presto dovranno fronteggiare quelle più guerriere. Gli oltranzisti acquistano sempre più forza. Quando le elezioni di maggio segnano il trionfo di Lumumba - con più dell’ottanta per cento di partecipanti - si comincia  a vociferare che Patrice l’eroe instaurerà un regime presidenziale e metterà in prigione tutti gli avversari. E’ lo scotto che si deve pagare per uhuru, fare  i conti innanzitutto con se stessi. Van der Meersh - il belga incaricato di designare il premier - attribuisce il mandato ora all’uno ora all’altro, ossessionato dal terrore di una catastrofe. Ma quando Lumumba si assesta al posto di primo ministro, scoppia la rivolta secessionista in Katanga. La provincia dell’Union  Minière, ricca di materie pregiate, vuole prendersi il proprio bottino senza la ingerenza del Congo. Cominciano gli scontri fra i nativi e gli immigrati. E gli immigrati, che sono di più, sembrano spuntarla. Alle elezioni comunali, gli autoctoni non riescono ad ottenere neanche uno dei quattro posti di borgomastro ad Elisabethville. Per reagire all’invadenza degli stranieri, nasce il Conakat -  Confédération  des Associations du Katanga, presieduto da Munongo, pronipote di una figura minacciosa e sinistra della storia congolese, il mercante di schiavi e guerriero M’siri.

Raggruppa i lulua, i baluba del Kasai, i lunda, i bayeké, i ciokwe, i baluba del Katanga..…Insomma, il Congo si scopre un paese dalle molte facce. N’djeko ne ha una sola, quella della difesa dei neri. Tiene la testa a posto sotto un cappellaccio di paglia logora che ha preso dalla rete di una stia, e pensa seriamente che il suo prossimo compito sarà quello di impedire ai suoi di massacrarsi fra di loro.

Godefroid Munongo è un bayeké nato a Bunkeya, una imprendibile città di guerrieri famosa per i crani umani infilzati nelle sue palizzate. Ha studiato dai preti la filosofia tomista e le scienze amministrative, ed è definito dai suoi amici e collaboratori “monsieur le Prince”. Ma ai belgi non piace, e si trova subito la scappatoia: la sua carica di presidente del Conakat è incompatibile con la sua qualità di funzionario. Per continuare a ricevere lo stipendio, il principe rinuncia all’onore del potere. Il pungiglione belga continua a piantarsi qua e là nel cuore dell’Africa, ormai, però, quasi a caso. Munongo è un tipo tetro, N’djeko teme che possa fare una strage. Ha imparato a diffidare degli uomini che non ridono mai e Munongo oltretutto è veramente pericoloso. Perciò è proprio lì che va, in Katanga, per vedere di tenere a freno quella regione sfavillante che vuole rovinare la gioia collettiva con la secessione.

N’djeko conosce il paese: prende un autobus che viaggia per tutta la notte in mezzo alla savana, su di una strada sterrata che passa accanto al sentiero degli elefanti, e che sfiora i cespugli dai quali spuntano le gole aggraziate e le teste regali delle dolci giraffe.

Mentre viaggia ha la buona idea: aiutare Ciombe.  Ciombe è fra i pochi congolesi che abbiano studiato dai protestanti ed è diplomato ragioniere e contabile. La sua faccia facile alla risata lo rivela un uomo estroverso. A N’djeko, Ciombe è davvero simpatico: comincia ad amare la sua faccia già soltanto vedendola sui giornali spiegazzati che qualcuno ha lasciato sui sedili della corriera. E’ un ricco, ma è un ricco operoso, e si arrabatta  a gestire il patrimonio dei suoi familiari, che possiedono magazzini e terre. Inoltre, come ogni uomo furbo, si è costruito un destino positivo grazie ad una donna. Sua moglie è la figlia del Mwata Yamvo, il gran capo dei lunda, e questa scintillante parentela fa dimenticare a tutti le sue quattro condanne penali e certe irregolarità contabili. Ciombe è il capo sorridente della Conakat, come Munongo era stato il suo capo corrucciato. Sotto Ciombe, la Conakat non è ancora un vero e proprio partito politico, ma lo diventa presto. In realtà, la Conakat è secessionista, ma N’djeko spera che il suo capo allegro si pieghi per la linea dolce. Intanto, qualcuno sull’autobus gli dice che i baluba sono usciti dalla confederazione e si appoggiano a Lumumba, il che sembra essere il secondo passo avanti. N’djeko lo decide prima di mettere piede a terra: sdilinquirsi per Ciombe e appoggiare allo stesso tempo  il partito avversario Balubakat, il cui capo, Sandwe, sembra un uomo ragionevole. L’arma di N’djeko è sempre stata l’aforisma: “Mai stare da una parte sola”. Comincia a soffiare calore e allegria nei cuori dei baluba che hanno abbandonato la Conakat, i quali, forti di una fede serena, cominciano ad infischiarsene del fatto che Ciombe abbia contatti pericolosi con la Rhodesia – paese da cui provengono i lunda parenti di sua moglie – e con Roy Welensky, ministro della Federazione rhodesiana.

Il Balubakat, che alle prime, confuse elezioni era quasi inesistente, quando si vota per il Parlamento Nazionale e per il Consiglio Provinciale sta testa a testa con il Conakat, tanto N’djeko si è arrabbattato a preparare frittate e calzini, che è un antico metodo dei sitanis per defenestrare gli avversari simpatici. E’ vero: N’djeko si è fatto assumere da Ciombe, e gli ha lavato tutti i calzini a rotazione per un mese senza smettere mai, fornendo gustose uova incantate per le sue frittelle. Il cuoco lo ha benvoluto per il suo aspetto benigno e cascante, senza peraltro accorgersi di nulla. Ciombe, però, è furbo. Subodora del magico, fa licenziare il suo cameriere dagli occhi vivaci e sostituisce tutte le uova del suo capiente frigorifero. L’antica alleanza dei sitanis, spiriti terragni,  con le galline, perde terreno. Ciombe sorpassa inaspettatamente il Balubakat. Il Belgio si adira, si comincia a parlare  di intervento dell’ONU, e per un pelo non si attua la secessione del Katanga. Lumumba,  apparentemente digiuno di magia, segue la stessa strategia di N’djeko e propone a Ciombe la vicepresidenza, e, in più, anche  i ministeri dell’Economia e della Difesa. N’djeko riconosce in Lumumba la furbizia africana, che, a volte, è superiore anche all’esperienza millenaria di un sitanis. Succede quello che N’djeko si aspettava: dopo le promesse regali a Ciombe, Lumumba, al momento del voto, inverte la marcia e nomina il suo rivale, Sandwe, “Commissario di stato per il Katanga”. Ciombe smette di ridere, e torna a casa scornato. N’djeko ha ancora le mani spellate per il detersivo che ha adoperato nel lavaggio dei suoi calzini. Il Congo è fatto , e il presidente è Kasa Vubu, ma Lumumba, lo scaltro e l’entusiasta, ha in mano tutti i fili.

N’djeko si ritrova confuso e felice in una folla acclamante di Elisabethville. Non sa che a luglio scoppierà il momento più terrificante della storia del nuovo paese, quello che nei libri di storia sarà definito il terrore africano. Ma è un sitanis, e sente un odore strano nell’aria. Qualcosa di antico e di marcescente, l’odore dell’odio. Gli episodi cominciano sparsi quando il paese è praticamente già libero e il Belgio ha sottoscritto un trattato in cui si impegna a non intervenire in Congo se non su richiesta e con il consenso dell’autorità del nuovo paese.

Si tratta all’inizio di episodi isolati, perpetrati da pattuglie anarchiche e senza controllo. I bianchi rimasti nel paese sono minacciati: “Vattene. Fra poco non avrai più la tua casa, la tua automobile. Sono nostri.”

E’ l’effetto dei secoli di schiavitù, delle mani mozzate nelle ceste, delle vessazioni, del carcere, delle busse, delle frustate, dei tribunali di guerra, delle catene al collo delle donne e dei bambini. Delle  lunghe file di prigionieri morti di stenti e fame nei boschi. I neri forse non vogliono neppure vendetta: vogliono semplicemente non vedere più le facce di quelli che li hanno torturati per millenni. Magari è un desiderio legittimo. Ma il governo deve sedare e mediare. E non ci riesce.

I Belgi terrorizzati si rifugiano nella loro ambasciata, cominciano a fuoriuscire verso il Congo francese. A fine luglio del 1960 nella Repubblica Democratica del Congo regna il caos. Lumumba reagisce potenziando l’esercito che dovrebbe mantenere l’ordine. Nelle forze armate emergono le figure di Victor Lundula e Désiré Mobutu. Ma i disordini si propagano a macchia di leopardo: a Matadi, a Thysville, a Boma, a Kasongo. La faccia terrificante che si vede sembra più quella dell’anarchia che quella della rivolta. I Belgi sono indignati dal ritorno massiccio dei propri profughi. Gli aeroporti sono stipati delle donne e dei bambini bianchi che aspettano il primo volo per lasciare il paese. Gli uomini imbracciano i fucili. I Belgi cominciano di nuovo a minacciare. Le minacce finora hanno funzionato sempre. Ma Lumumba risponde con fermezza che non tollererà che truppe belghe entrino nel paese senza il consenso del governo e che quelle che si trovano sul posto agiscano senza la sua approvazione.

In Congo si trovano ancora 80.000 belgi e 120.000 europei. Sono quelli che si sono arricchiti con le miniere, le ferrovie, i diamanti.

Thysville ed Elisabethville sembrano il centro dell’inferno. I bianchi vengono catturati e rinchiusi negli alberghi. Quando intervengono Lumumba e Kasa Vubu in persona per tirarli fuori, corrono come topi impazziti verso le navi. N’djeko è travolto da quella massa senza senno. Non ne è toccato fisicamente, ma soffre. Vorrebbe gettarsi fra loro e gridare di restare, che non può succedergli nulla di male, che i neri non restituiranno il male subito. Ma un’amarezza che gli attanaglia le viscere, unita a una sorta di incontrollabile esaltazione, lo trattiene su di un’altura a guardare. Sa già quello che sta per succedere: arriveranno le navi dei belgi a cannoneggeranno, il governo congolese lo considererà un atto di guerra. Questo è il vortice inarrestabile dell’odio che si scatena come un uragano e soffia dovunque. I neri prendono ostaggi, minacciano di massacrarli. Truppe belghe occupano gli aeroporti. I soldati di Bruxelles in Katanga cercano di fomentare i movimenti secessionisti. All’aeroporto di Ndjili duecento persone si guardano pallide. Il Katanga, il Kasai. Una deflagrazione atomica di sofferenza compressa per secoli. Le apparenze di civiltà sono travolte: vale soltanto  la legge che distingue per razza i bianchi dai neri.

In questa confusione sanguinosa, N’djeko scompare. Sa che il paese non perirà. I suoi confini, le sue leggi, la sua determinazione, sono già troppo forti. E’ uhuru: il prezzo della libertà. L’ultimo che lo ha visto, dice che se ne stava accasciato nella toilette dell’aeroporto, e piangeva. Qualcuno ha depositato sotto gli alberi di baobab della carne e della frutta per lui fino ad oggi. Oggi. Quando Solana lo ha incontrato  e ha deciso di essergli amica, gettando le sue focacce di miglio nel fuoco.


 

 

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