Il consumo di
massa di carne, in particolare quella bovina, entra nelle abitudini
alimentari italiane nel secondo dopoguerra. Prima, la carne era riservata alle
famiglie benestanti, il popolo la mangiava solo nei giorni di festa e nei tagli
meno pregiati.
E’ per questo che il consumo di carne diventa in quel periodo un vero e proprio “status
symbol” che entra nella nostra cultura di “poveri arricchiti”.
Il
dibattito sul consumo della carne non può, quindi, concludersi
con indicazioni prescrittive, ma può solo definire un
percorso di consapevolezza. Percorso che non può non tener conto di alcuni punti fermi:
v
L’allevamento
“industriale” di bovini, da cui proviene la quasi totalità della carne che viene consumata, costituisce una pratica di grandissimo impatto
ambientale
“E’ raro che la gente
si renda conto dell’impatto ambientale dell’alimentazione carnea. Difficilmente
la persona comune associa la fettina di carne che si trova nel piatto, con le
devastazioni ecologiche che la sua produzione comporta.
Se destinassimo un ettaro di terra
all’allevamento bovino, otterremmo in un anno
Secondo il ministero dell’agricoltura
degli Stati Uniti sono necessari
Le emissioni di ammoniaca sono dovute, per il 90% all’agricoltura, e
nello specifico, l’80% è dovuto agli allevamenti.
Per produrre
Va sottolineato
che le proteine della soia hanno lo stesso valore nutrizionale delle proteine
contenute nei cibi animali e che la soia potrebbe essere utilizzata come unica
fonte proteica nella propria dieta.
Per quanto riguarda il
contenuto energetico,
v
L’agricoltura
tradizionale, con ciclo produttivo integrato, diminuisce naturalmente l’impatto
ambientale della produzione.
“Nell’agricoltura
tradizionale determinate pratiche quali i regimi di rotazione colturale e/o il maggese,
l’utilizzo di foraggiere poliennali,
le colture intercalari, le letamazioni, il sovescio dei resti del raccolto, la pacciamatura, permettono ai suoli delle
aziende agrarie di recuperare le perdite imposte soprattutto dalle attività di
lavorazione meccanica ed ovviamente dall’asportazione del raccolto. In tal modo
ricostruendo adeguati tenori di sostanza organica sulla base delle
caratteristiche tessiturali del suoloil
terreno riacquista una struttura ottimale, che
condiziona proprietà quali l’aereazione, la
permeabilità e la ritenzione idrica che a loro volta influenzano profondamente
le attività biologiche.”
Resta, comunque, fermo l’impatto
dovuto all’utilizzo delle aree per produzione foraggiera ed alle deiezioni.
v
Solo
la produzione in alpeggio con fienagione per l’alimentazione (peraltro ormai
quasi inesistente perché poco redditizia) riesce a dare un basso impatto
ambientale.
v
Dai
dati sopracitati emerge come
la produzione di “carni alternative” abbia un minore impatto ambientale
rispetto alla produzione di carne bovina.
v
L’impatto
ambientale della produzione e del consumo di carne bovina viene
aumentato dalle nostre più recenti abitudini alimentari che ci portano a
consumare solo i “tagli pregiati” con un enorme spreco complessivo. In
controtendenza a questa abitudine c’è l’iniziativa di
produttori tradizionali di offrire “confezioni” contenenti tagli di tutte le
parti dell’animale; resta da vedere l’effetto sui consumi delle notevoli
dimensioni delle “confezioni”.
Sulla base di questi “punti fermi” e di alcune considerazioni di tipo “etico”
relative alle condizioni di allevamento e di trasporto degli animali vivi ed
alla stessa “legittimità etica” della macellazione, i membri del GAS sono in
grado di definire un percorso personale di rapporto con questo tipo di consumo.