«Africana», V (1999), pp. 135-147
Francesco
Tamburini
LA COLONIA ITALIANA A CUBA
(1884-1902)
L'Autore stesso ha provveduto ad inviare il file già pronto in linguaggio html
La presenza italiana nella “Perla de las Antillas” ha origini
lontanissime. Si ha, infatti, traccia di uno stanziamento di italiani a Cuba
sin dagli inizi del secolo XVII, quando tra il 1605 ed il 1610 fu fondata,
nella parte estrema occidentale dell’isola, la cittadina di Mantua ad opera
di marinai italiani (liguri e veneti) reduci dal naufragio del brigantino
Mantova[1].
Tuttavia si è deciso di prendere come parametri di
ricerca gli anni compresi tra il 1884 ed il 1902 in quanto le due date
rappresentano tappe fondamentali rispettivamente per il tentativo di
organizzazione della comunità italiana all’Avana e per l’isola di Cuba.
Cuba non rappresentò mai una meta ambita per l’emigrante
italiano e non poteva essere diversamente a causa della crisi
politico-economica in cui versava l’isola e tutto l’impero spagnolo in via di
dissoluzione. La prima guerra d’indipendenza (1868-1878), la così detta guerra
dei dieci anni, conclusasi con il “Patto di Zanjón”, e la “Guerra chiquita”
(1879-1880), avevano messo in ginocchio l’economia coloniale della produzione
della canna da zucchero e del tabacco. Il “Patto di Zanjón” aveva inoltre
affrancato 200.000 schiavi di colore che destabilizzarono la struttura della
società spagnola a Cuba, dove imperavano già disoccupazione, banditismo e
malattie endemiche mortali come la febbre gialla[2].
Inoltre Madrid cercava di favorire l’immigrazione nell’isola dei soli peninsulares spagnoli a discapito
dell’immigrazione straniera, nel tentativo anche di contrastare
l’indipendentismo cubano. Un ritratto desolante quindi, che avrebbe scoraggiato
chiunque avesse voluto tentare la fortuna emigrando a Cuba. Ma, nonostante ciò,
visse e si sviluppò nell’isola una piccola comunità di italiani, o per meglio
dire una colonia, usando il termine impiegato all’epoca per descrivere i nuclei
di italiani emigrati all’estero. Si trattò di una emigrazione sporadica che si
amalgamò per lo più con la popolazione locale sino a perdere la propria
identità nazionale od abbandonò l’isola per le sue difficili e problematiche
vicende politiche. Non è stato purtroppo possibile ottenere un elenco
dettagliato dei cittadini italiani residenti a Cuba nel periodo preso in
considerazione poichè non si è trovato presso l’Archivio storico-diplomatico
del Ministero degli affari esteri, nonostante ripetute ricerche, il registro
del consolato italiano all’Avana, che sembra essere stato smarrito. Ci siamo
così affidati a fonti alternative secondarie, ma non per questo meno
importanti, per avere un quadro più fedele possibile della situazione.
Gli italiani a Cuba soffrirono, come molti altri emigrati
in Paesi dove non vi fossero flussi migratori di rilevanza o commerci
significativi, dei disagi causati dall’affidamento della loro tutela e
protezione ad agenti consolari di altra nazionalità. Il consolato italiano
dell’Avana era infatti retto nel 1883 dallo spagnolo Manuel Rodríguez Baz,
contemporaneamente console anche del Portogallo. Una circostanza piuttosto insolita
questa se si pensa che invece, a capo del consolato di Santiago di Cuba vi era
sin dal 1872 un console onorario italiano (Bottino Luigi). Sarà proprio la
cattiva gestione degli interessi italiani da parte di Rodríguez Baz a spingere
la piccola comunità italiana “habanera” a redigere il 10 febbraio del 1883 una
formale petizione diretta al Ministro degli esteri Stanislao Mancini affinchè
fosse affidato il consolato italiano al medico chirurgo Enrico Maiolino “padre
filantropo di tutti i bisognosi[3]”.
La richiesta si concludeva con le firme di 76 sudditi italiani di cui 43
firmavano con una croce[4].
Non sappiamo quando questi italiani giunsero a Cuba né che tipo di professione
esercitassero, ma si desume che dovessero essere per lo più piccoli
commercianti operai o braccianti. Dal Ministero degli esteri non giunse nessuna
risposta, il che spinse alcuni componenti della comunità a fondare un anno dopo
nel 1884 all’Avana l’”Associazione Generale di Mutuo Soccorso” nel tentativo di
salvaguardare i propri interessi e tutelare i numerosi indigenti che non
potevano contare sull’aiuto diretto dell’autorità consolare italiana.
L’Associazione, che aveva sede nella zona centrale dell’Avana in calle Amargura
54 (via tutt’oggi esistente), sopravviveva grazie alle donazioni dei soci ed
almeno sino al 1896 aveva concluso il suo bilancio in attivo (800 lire in
entrata e 692 in uscita) con un patrimonio sociale di 1.467 lire e 40 centesimi[5].
Una nuova richiesta per la nomina di un console di
nazionalità italiana venne inoltrata il 13 giugno del 1884 dalla stessa
Associazione, questa volta denunciando con gravi e circostanziate accuse
l’operato di Rodríguez Baz. Nello specifico la comunità denunciava il console
ad interim di essersi rifiutato nel maggio 1884 di riconoscere come legittimo
erede Lorenzo Viglienzoni, giunto appositamente dall’Italia con tanto di
lettera del console generale italiano a Madrid per prendere possesso
dell’eredità lasciatagli dallo zio, deceduto nel 1879 nel mandamento di Paso Real San Diego; di non aver mai fatto giungere a
destinazione le 1.985 lire raccolte dalla colonia nel novembre del 1882 per
aiutare gli alluvionati del nord Italia e per la costruzione di un monumento a
Garibaldi a Genova, ed infine per non aver aiutato l’operaio italiano Giuseppe Guardelli
dopo che era stato accoltellato e derubato in una via dell’Avana. Tutta una
serie di fatti che rendevano, secondo la comunità “incompatibile il
prolongamento in carica di un uomo che malviso per la sua condotta all’intera
colonia italiana non potrebbe che eccitare il giusto risentimento di quanti
italiani vivono in quest’isola e nel cui petto è sempre acceso il sacro onore
di Patria[6]”.
Ma anche questa volta gli appelli caddero nel vuoto. In occasione della visita
nel porto dell’Avana del Regio incrociatore Flavio
Gioia nel gennaio del 1887, il presidente dell’Associazione Generale, il
marmista toscano Pietro Pelliccia, chiese al comandante dell’incrociatore,
Eugenio Grandville, che intercedesse presso il Ministero degli esteri affinchè
la richiesta della colonia fosse esaudita, inviando un mese dopo una nuova
lettera al Ministro Depretis[7].
Il comandante Grandville appoggiò la richiesta del Pelliccia, non solo perché
convinto della necessità che le rappresentanze consolari dovessero essere
affidate a consoli italiani di carriera od onorari (molti sono i rapporti del
Grandville al Ministero degli esteri in questo senso anche per altre comunità
italiane nelle Antille), ma anche perché in quel periodo si stava pianificando
lo sfruttamento di una corrente d’emigrazione dall’Italia verso Cuba. Proprio
infatti durante la permanenza del Flavio
Gioia nel porto cubano, era stato stipulato un contratto tra il Banco de
Crédito Territorial Hipotecario de Cuba ed il Banco di Credito e Sconto di
Napoli per favorire l’immigrazione diretta dall’Italia. L’intenzione sarebbe
stata quella di sostituire gli schiavi affrancati, nelle piantagioni di tabacco
per la raccolta stagionale, con braccianti italiani provenienti dall’Italia. A
tal riguardo Grandville si espresse assai negativamente in una nota diretta al
Ministero degli esteri sottolineando come in generale non fosse da auspicarsi
l’emigrazione in paesi come Cuba dove “l’abolizione della schiavitù fu
accettata a malincuore ed ove non è dimenticato il sistema di oppressione verso
il lavoratore obbligato[8]”,
descrivendo tra l’altro l’Avana come la città della corruzione per eccellenza,
nella quale omicidi, aggressioni, ricatti e sequestri erano all’ordine del
giorno, per di più restando impuniti. Comunque il progetto in questione non
ebbe alcun seguito e forse non tanto per l'intervento ed i commenti negativi di
Grandville, ma più probabilmente per i precedenti tentativi, anche da parte di
altre nazioni (come la Germania) che erano clamorosamente falliti[9],
e che dovettero pesare sull’annullamento della speculazione in oggetto.
Un anno dopo l’ultima richiesta della colonia, fu
nominato un nuovo console all’Avana. Si trattava del cavalier Giuseppe Pirrone,
questa volta finalmente un console di carriera. Pirrone, che ricoprirà solo per
circa un anno l’incarico, essendo sostituito dal console di prima classe
Giovanni Luigi Avezzana nel luglio del 1889[10],
farà in tempo a rispondere al formulario della “circolare Damiani” diretta a
tutte le legazioni e consolati italiani in America, vertente sulla relazione
tra emigrazione e scambi commerciali[11].
Il rapporto del console Pirrone mise in evidenza senza mezzi termini che le
condizioni di Cuba non avrebbero permesso lo sviluppo né di una proficua
immigrazione, né tantomeno la creazione di scambi commerciali, data la politica
protezionista spagnola e la preponderante presenza degli Stati Uniti che
commercialmente, secondo Pirrone, avevano già annesso l’isola. Per questi
motivi il diplomatico riteneva che l’esigua colonia italiana non fosse chiamata
ad “avere in breve avvenire verun sensibile aumento[12]”.
Come abbiamo detto Pirrone sarà sostituito di lì a poco
dal console Avezzana, un personaggio che sarà oggetto di numerose contestazioni
da parte della comunità italiana nei primi anni novanta, pur avendo un
curriculum professionale di tutto rispetto[13].
Una di queste proteste, rivolte naturalmente al Ministero degli esteri, dove si
censurava aspramente Avezzana e la nomina di un vice-console (Gustavo Della
Luna)[14],
fu sottoscritta ancora una volta da vari cittadini italiani residenti
all’Avana, particolare interessante questo, in quanto tra i firmatari[15]
(che non si qualificarono, si badi bene, come appartenenti alla citata
“Associazione generale di mutuo soccorso”), non vi figura nessuno di coloro che
firmarono la petizione contro Rodríguez Baz nel 1883. Dopo dieci anni quindi,
la composizione della colonia italiana sembra essersi modificata totalmente.
Ciò ci spinge a formulare diverse ipotesi. Può significare ad esempio che la
comunità italiana fosse esasperatamente “atomizzata” e che si riunisse solo
sotto determinate necessità o che vi fosse un ricambio periodico di immigrati
che non si insediavano stabilmente nell’isola per le già citate difficoltà od
anche perché essi aderivano a quel tipo di immigrazione che proprio nel caso di
Cuba è stata definita, una emigrazione stagionale o “golondrina”[16]
(come le rondini), cioè emigranti, siano essi braccianti, operai o
commercianti, che si recavano a Cuba solo in periodi limitati e determinati,
sfruttando ad esempio l’inizio dei raccolti, per poi ritornare in luoghi più
vivibili.
Sino ad ora ci siamo essenzialmente occupati solo della
presenza di italiani nella città dell’Avana, ma naturalmente la colonia si
estendeva anche in altre parti di Cuba, non si spiegherebbe altrimenti lo
stabilimento di agenzie consolari a Matanzas, Cienfuegos e Santiago de Cuba (le
prime due rette da agenti spagnoli). Nell’estate del 1896, quando già da più di
un anno Cuba era sconvolta dalla seconda guerra d’indipendenza iniziata il 25
febbraio 1895, il nuovo console all’Avana, conte Mario Compagnoni Marefoschi,
scrisse una relazione assai importante ai fini del nostro lavoro. Dopo aver
anch’egli profuso dettagli sulle precarie condizioni dell’isola e la sua
completa inadeguatezza per una immigrazione[17]affermò:
“Nel registro dei nazionali di quest’ufficio si trovano inscritti più di
tremila italiani. Questa cifrà però è esagerata a causa delle morti, delle
partenze e della mancanza di nuovi arrivi negli ultimi anni. Gli italiani tutt’ora
residenti in Cuba debbono essere tra i 1500 e i 2000, con tendenza a diminuire,
viste le partenze di ogni giorno per gli Stati Uniti e per l’Italia. Le
occupazioni principali cui si danno i nostri connazionali sono quelle di
piccoli industriali e di venditori ambulanti. Vi è pura qualche casa
importatrice. Non mancano artieri, operai, impiegati e commessi. Pochi sono i
contadini che si dedicano alla coltura della terra; però una certa quantità ne
viene impiegata nelle piantagioni della canna da zucchero durante l’epoca del
raccolto, in qualità di addetti alle macchine, sorveglianti, conduttori,
facchini”. Le cifre riferite da Marefoschi non sembrano essere del tutto
credibili (peccando forse in eccesso), e porta comunque a riflettere il fatto
che neanche egli sapesse esattamente quanti italiani fossero presenti
nell’isola durante il suo incarico, il che poteva essere dovuto o ad una poco
efficiente gestione del consolato o ad un flusso migratorio in qualche modo non
propriamente controllabile. L’accenno ai lavoratori stagionali deporrebbe per
quest’ultima tesi. Per ciò che riguarda una’altra fonte d’immigrazione
“sommersa”, non sono da sottovalutare neanche le miniere di ferro, rame, piombo
e manganese nella Provincia d’Oriente appartenenti a compagnie statunitensi,
come la Pennsylvania Steel e la Bethelehem Iron Company, le quali
preferirono impiegare, sia durante gli anni ’80 e ’90 che immediatamente dopo
l’indipendenza, come minatori, ed anche semplici operai, numerosi italiani
immigrati negli Stati Uniti e già esperti nel settore minerario, piuttosto che
reclutare personale locale[18].
Eloquenti sono le notizie fornite da due periodici dell’Avana (El Avisador Comercial e il Diario de la Marina) i quali nel giugno
del 1890 annunciarono che la compagnia nordamericana Sigua Iron Company, dopo l’acquisto di alcune miniere nella
Provincia d’Oriente avrebbe costruito un porto artificiale nella Baia di Sigua,
utilizzando maestranze italiane. Nell’ottobre dello stesso anno il Diario de la Marina riferì dell’arrivo a
Santiago di Cuba di un certo ingegner Smith assieme a 95 operai italiani
destinati allo sfruttamento delle miniere della stessa compagnia[19].
Non sappiamo che cosa ne fu di questi italiani, ma è probabile che essi
avessero acquisito la cittadinanza statunitense e che forse fecero ritorno
negli Stati Uniti quando la situazione si rese insostenibile a causa della
guerra d’indipendenza e di quella ispano-americana poi.
La seconda guerra d’indipendenza cubana, ed in seguito la
guerra ispano americana (iniziata il 24 aprile 1898) fornisce diversi piani di
ricerca e nuovi elementi sugli italiani nell’isola caraibica. Sulle vicende
degli italiani che si arruolarono tra le fila dell’”ejército libertador cubano” e sulla solidarietà italiana per la
libertà di Cuba sono stati già compiuti studi a sé stanti ed a cui rimandiamo[20].
Tra i volontari italiani partiti dall’Italia qui basterà ricordare il dottor
Francesco Federico Falco (1866-1944), Guglielmo Petriccione (1873-1954) ed
Oreste Ferrara Marino (1876-1972), figure che ricopriranno, dopo la guerra
d’indipendenza, incarichi scientifico-politici di rilievo presso la
neocostituita repubblica cubana. In special modo Ferrara sarà uno dei
personaggi più in vista della politica cubana sino all’avvento della rivoluzione
castrista[21]. Ma di
altrettanto interesse sono gli italiani che, già stabilitisi a Cuba, furono
coinvolti più o meno loro malgrado nell’insurrezione antispagnola. La Consulta,
ed in taluni casi anche lo stesso Parlamento[22],
si interessò infatti a diversi sudditi italiani che furono arrestati con
l’accusa di aver aiutato gli insorti, ed anche, attraverso il Consiglio del
Contenzioso Diplomatico, a coloro che lamentarono danneggiamenti alle proprietà
e ad attività commerciali a causa degli aventi bellici, reclamando una congrua
indennità. La pena riservata per i mambises
cubani era la fucilazione, o nei migliori casi il deferimento al tribunale di
guerra con il conseguente internamento nelle carceri delle isole Chafarinas o
di Ceuta. Il Ministero degli esteri si interessò affinchè ad alcuni italiani
catturati dagli spagnoli, con l’accusa di aver collaborato con gli insorti,
fosse risparmiato questo destino. Tali sono i casi del diciassettenne Manuel
Zitto Betancourt, nato da madre cubana e padre italiano, incarcerato a Santa
Clara nel 1896[23], dei
fratelli Enrico ed Edgardo Palma originari di Cascina nella provincia di
Alessandria, commessi di farmacia, arrestati all’Avana per aver fornito
medicinali ai ribelli, od infine di Mario Divizia, un personaggio misterioso dai
trascorsi poco cristallini[24].
Su quest’ultimo italiano come per i fratelli Palma esiste una fitta
corrispondenza tra l’ambasciatore italiano a Madrid Renzis, il console
Marefoschi ed il Ministro degli esteri, grazie all’intervento dei quali fu
evitato il peggio poiché il Divizia fu processato a Barcellona da un tribunale
ordinario ed i fratelli Palma furono espulsi riparando poi in Costa Rica.
Certamente i casi sopra citati non possono costituire esempi dell’emigrante
italiano tipico, rientrando in quell’emigrazione semi-clandestina che sfuggiva
al controllo, seppur a fini statistici, del Ministero degli esteri. A questo
proposito va ricordato che non solo il console Marefoschi, interrogando
personalmente i Palma sulle accuse loro rivolte ottenne pochissime risposte,
spiegandosi questa reticenza “col timore di compromettere altri complici,
probabilmente italiani, che dalla confessione potevano risentire grave danno[25]”,
ma il Ministero dell’interno, dopo aver intrapreso delle indagini, non fu in
grado di trovare alcuna traccia dei Palma presso alcun ufficio anagrafico
italiano[26].
Come si è accennato, vi furono anche italiani che pur
mantenendosi neutrali alla lotta di indipendenza cubana, ebbero danni alle
proprietà o commerci a causa della guerra ispano-cubano-americana e che mai
furono rimborsati soprattutto per la mancanza di prove sufficienti che
potessero dimostrare i loro nocumenti. Seguendo le vicende di costoro si può
risalire ad un’altra realtà della colonia italiana a Cuba, facendo emergere
aspetti che altrimenti sarebbero stati probabilmente dimenticati per sempre.
Questi italiani rappresentano diversi strati sociali: c’è l’agricoltore, il
commerciante come il nobile possidente, e voluminosi sono gli incartamenti che
riguardano le loro storie personali a cui accenneremo brevemente.
Giovanni Dotta, già console italiano a Santiago di Cuba,
proprietario in questa città, assieme ad un socio cubano, di una delle più
grandi farmacie, la Farmacia del Comercio,
dotata persino di telefono e telegrafo, e che come recitava la carta intestata
dell’esercizio, vendeva “drogas, productos químicos, especialidades
farmacéuticas, aguas minerales, aparatos ortopedicos”, si vide sequestrare il
27 aprile del 1898 al largo dell’Avana dalla marina militare statunitense che assediava
l’isola, diciannove colli di medicinali, che viaggiavano a bordo del vapore Guido della compagnia di navigazione
spagnola La Flecha[27].
Ogni intervento diplomatico italiano fu vano ed addirittura il caso del Guido finì davanti alla Corte Suprema
degli Stati Uniti, che nel 1899 sentenziò che il vapore ed il suo carico
costituivano preda bellica[28].
Un’altra vertenza degna di nota è quella di Biagio Orrico Retundano originario
di Trecchina (Potenza), da più di trent’anni residente a Cuba. Nel gennaio del 1899,
inviò al console all’Avana, Torrielli (Marefoschi era stato posto in congedo
nel maggio 1897), una richiesta di indennizzo, scritta in spagnolo da un suo
conoscente cubano perchè egli era semianalfabeta, di 100.000 lire per danni
subiti nel settembre 1896 ad opera di truppe regolari spagnole[29].
Orrico, di professione ramaio, ma possidente nella provincia di Pinar del Río
delle proprietà agricole denominate “Cayo del toro” e “Arroyo Salofré”,
denunciava, oltre alle privazioni subite per essere stato costretto dal bando de reconcentración[30]
la propria abitazione e possedimenti dal 1896 al 1898, la confisca del proprio
bestiame e l’incendio di numerose capanne (bohíos)
nelle quali si trovavano attrezzi, mobili e parte della raccolta del tabacco.
Il reclamo si trascinò sino all’ottobre del 1904 quando Tittoni, rispondendo al
sindaco di Trecchina, che chiedeva il suo intervento nella vicenda, rispose che
“non esistevano sufficienti elementi per rivolgere una formale richiesta
d’indennizzo al governo spagnuolo[31]”.
Sempre nel 1904 non era ancora stato portato a termine il reclamo contro la
Spagna di Pasquale La Rocca, abitante a Baracoa, per animali forniti
all'esercito spagnolo durante la rivoluzione, sebbene il governo di Madrid
riconoscesse la legittimità di due crediti verso l’italiano di 1514,16$ e
731,95$ in monete d’argento[32].
Il conte Camillo Pecci, sposato con la contessa Sylvia Bueno y Garzón, richiese
la liquidazione di danni ingenti subiti nel 1896 presso vari ingenios per la produzione della canna
da zucchero della società Bueno & Co.
di proprietà della moglie, situati a Guantánamo e Santiago de Cuba e pressochè
distrutti dai ribelli cubani[33].
Una richiesta che non fu mai soddisfatta, come quella sottoposta da Ramón
Delfín y González, reggente la Regia agenzia consolare italiana di Cienfuegos,
il quale comunicò al console Torrielli che la baronessa italiana di Blanc,
richiedeva, tramite il proprio procuratore legale Isidoro O’Boucke, di
intraprendere contro la Spagna un’azione legale al fine di ottenere un
risarcimento di 5.850 pesos oro “per avere le forze cubane insorte sottratto a
viva forza n.78 buoy (sic) mentre si trovavano pastorando nelle vicinanze di un
piccolo forte occupato dalle truppe spagnole[34]”.
Infine è da riferire la vertenza di Augusto Cesare Covani di Lucera, che
insieme alla moglie Emilia Puccinelli, aveva fondato a Santiago de Cuba una
società d’esportazione di vini, esercitando anche, come venditore ambulante di
alto livello, un redditizio commercio di pietre preziose, gioielli ed ottica.
Nel luglio del 1898, durante l’assedio di Santiago da parte dell’esercito
nordamericano quando la città era nel più completo caos per il timore dei
bombardamenti, l’abitazione del Covani fu saccheggiata dai soldati spagnoli che
distrussero l’arredamento asportando il vino ed i gioielli causando danni per
28.500 pesos. Il governo spagnolo ammise i danni alla mobilia ed il saccheggio
dei vini, ma mai quello dei gioielli adducendo come motivazione che il Covani
tempo prima aveva venduto a Kingston in Giamaica la maggior parte dei preziosi[35].
La “vertenza Covani” durerà sino al 1908.
Tutti i casi sopra citati rappresentano indici di una
comunità di dimensioni non trascurabili che, nonostante le grandi difficoltà
della guerra, riuscì in qualche modo a sopravvivere. E’ da prendere altresì
atto, al di là della non compensazione dei crediti vantati dagli italiani
danneggiati, della protezione diplomatica accordata dalla Consulta e dal lavoro
svolto dai consoli Marefoschi e Torrielli. Quest’ultimo, il 26 aprile 1898,
proprio alcuni giorni dopo l’inizio delle ostilità tra Spagna e Stati Uniti,
richiese la presenza permanente nel porto dell’Avana di una nave da guerra
della Regia Marina a difesa dei sudditi italiani presenti nella città, stimati
in circa 500 unità[36].
In realtà l’incrociatore corazzato Giovanni
Bausan, comandato dal capitano di fregata Candido Ruisecco, si trovava nel
porto cubano già dal 23 aprile, tuttavia, l’impossibilità di rifornirsi di
carbone, tutto requisito dalle autorità locali, obbligò l’incrociatore a
ripartire quattro giorni dopo per Kingston imbarcando undici italiani ed alcuni
spagnoli[37].
La guerra ebbe termine il 12 agosto 1898 ed il trattato
di pace di Parigi del dicembre dello stesso anno, che stabiliva la rinuncia
della sovranità spagnola su Cuba, sancirà l’indipendenza dell’isola, ottenuta
ad un prezzo umano e materiale altissimo. Gli anni di guerra dal 1895 al 1898
ridussero la popolazione del 17%, il numero di vedove era il più alto di tutto
l’emisfero occidentale, il tasso di mortalità infantile dovuto a malnutrizione
e malattie endemiche raggiunse nel 1899 livelli impressionanti, il banditismo,
incrementato da reparti dell’esercito di liberazione cubano che rifiutarono di
deporre le armi, assunse la forma di piaga sociale, le infrastutture già
precarie prima del conflitto ora non esistevano praticamente più e la
produzione di zucchero si era drasticamente ridotta[38].
Nonostante queste sconfortanti prospettive si auspicò ancora una volta lo
sfruttamento commerciale di Cuba e Portorico (l’altro possedimento delle
Antille perso dalla Spagna con la guerra) incanalandovi l’emigrazione italiana
dagli Stati Uniti alla quale sarebbe seguita l’esportazione di prodotti,
l’apertura di banche e lo stabilimento di una linea di navigazione dall’Italia.
Si faceva interprete di questo progetto un lungo e singolare articolo
pubblicato dal periodico in lingua italiana L’Italo-Americano
di New Orleans e riproposto dal Corriere
della sera in Italia. L’Italo-Americano
ammetteva che gli italiani emigrati a Cuba e Portorico erano pochi, ma che nel
giro di dieci anni ve ne sarebbero stati centomila prevedendo che “dalla
Louisiana e dagli Stati del Sud, principalmente i siciliani accorrerranno nelle
due isole a dare le ricercate loro braccia alle nuove piantagioni di tabacco e
di canna da zucchero e a surrogare nelle vecchie piantagioni gli emigranti
avventizi che dava la Spagna. Gli italiani troveranno a Cuba e Portorico clima
confacente al loro temperamento, ambiente più affine al loro carattere,
condizioni di vita più facili che agli Stati Uniti, ed ogni anno vi emigreranno
sempre in maggior numero. Al seguito di questa massa di emigranti, richiamati
puramente come braccianti, ne accorrerà un’altra, quella che venderà loro gli
alimenti, farine, pasta, olio, conserve, formaggi[39]”.
Come è facile immaginare mai un grande numero di italiani accorse nei due ex
possedimenti spagnoli, né tanto meno i siciliani della Luisiana, tuttavia
vedremo che furono vagliate effettivamente alcune possibilità, compiendo studi
e verifiche da parte del nostro governo, il quale in qualche modo tenne in
considerazione il suddetto articolo.
Gli Stati Uniti dichiararono di lasciare Cuba ai cubani
solo dopo che questi avessero dato garanzie di potersi effettivamente
autogovernare, così che il 1 gennaio 1899 il generale statunitense John Brooke
divenne governatore dell’isola, esattamente come i 166 governatori spagnoli che
lo avevano preceduto. Il 21 febbraio 1901 fu approvata la costituzione della
repubblica democratica cubana ed il 20 maggio 1902 avvenne ufficialmente il
passaggio dei poteri dagli Stati Uniti al nuovo Stato cubano. E’ innegabile che
il periodo di occupazione statunitense apportò dei miglioramenti, soprattutto a
livello sanitario, ed una accelerazione nel processo di ricostruzione,
circostanze di cui il governo italiano dovette tener conto. Nel maggio del 1901
il console generale italiano all’Avana, Felice Beauregard, compilò un
dettagliato rapporto sulle condizioni di Cuba prendendo in esame, non solo la
situazione politica, ma anche quella economico-commerciale con particolare
riguardo ad un eventuale incremento dell’emigrazione italiana. Beauregard,
seppur con qualche cautela, si diceva ottimista su quest’ultimo aspetto
affermando anche che i pochi lavoratori italiani che si trovavano a Cuba non
mancavano di inviare discrete somme alle loro famiglie[40].
La relazione del console fu invece assai meno positiva sullo stato della
comunità italiana, e dando notizia della chiusura della Società generale di
mutuo soccorso e della presenza all’Avana di poche case commerciali o di
professionisti, tra cui il già citato Pietro Pelliccia, stimava la quantità di
italiani a Cuba in “un migliaio e non più; le ultime statistiche 501; semplici
giornalieri di passaggio, mercanti ambulanti, calderai ed esercenti quelle
piccole professioni che son quasi specialità di certe provincie nostre, quasi
tutti vivono meschinamente. Son pochi gli agricoltori ed ancora meno i
proprietari. V’ha forse una dozzina di piccoli possidenti”. Tuttavia molti
erano i figli di italiani, ormai naturalizzati cubani, che avevano assunto
ruoli importanti e di stima nella società civile cubana, e che contribuivano a
far apprezzare l’Italia e la sua cultura. Il diplomatico dava anche notizia
della prossima ed imminente apertura presso l’Università dell’Avana di una
cattedra di lingua e letterartura italiana grazie al dottor Francesco Federico
Falco. Un progetto che però non ebbe mai alcun seguito.
Circa un anno più tardi, nel giugno del 1902, il
Commissariato dell’emigrazione inviò a Cuba, il cav. Egisto Rossi, che si
trovava a New York per coordinare il locale patronato degli emigranti.
Coadiuvato da Beauregard e dal vice console Torrielli, Rossi avrebbe dovuto
verificare quale sbocco poteva offrire Cuba all’emigrazione italiana. Quali
imprese edilizie, stradali e ferroviarie si stavano compiendo e se si potevano
impiegarvi lavoratori italiani. Se inoltre nelle manifatture di tabacco e nelle
fabbriche di zucchero questi potevano trovare lavoro e quali coltivazioni
potevano essere adatte al contadino italiano. Ed infine se il governo cubano
favoriva l’immigrazione e quali leggi la regolavano. Le conclusioni del cav.
Rossi non furono dopo tutto così rosee come quelle di Beauregard. Nelle opere
edilizie i cubani assumevano per regola solo lavoratori locali e nei casi in
cui il consolato era riuscito a far assumere operai italiani questi avevano
dovuto abbandonare il lavoro per l’esiguo compenso[41].
In secondo luogo l’opera più importante che si stava portando a termine era la
ferrovia che avrebbe unito Santiago, Santa Clara e l’Avana, ma la compagnia
statunitense che dirigeva i lavori, i soli italiani che aveva assunto, li aveva
fatti arrivare a proprio carico da New York con l’obbligo di riportarli negli
Stati Uniti non appena la ferrovia fosse stata conclusa. Il commissario
escludeva categoricamente l’impiego di italiani nelle manifatture di tabacchi o
nelle fabbriche per l’estrazione dello zucchero dove si preferivano i cubani o
spagnoli a causa della lingua, e poi in ogni casi si sarebbe trattato di lavori
usuranti ed insalubri. L’unica possibilità era costituita dal lavoro offerto
dal raccolto della canna da zucchero, dove tuttavia sarebbe stato necessario a
livello sperimentale dirigervi non emigranti dall’Italia, bensì tentare di impiegarvi
lavoratori italiani che svolgevano lo stesso tipo di occupazione in Luisiana,
coincidendo la chiusura del raccolto in questo Stato con l’inizio del raccolto
a Cuba. Questi braccianti sarebbero emigrati solo temporaneamente, poichè una
volta conclusosi il raccolto, sarebbero ripartiti per gli USA per riprendere il
lavoro in Luisiana. Gli spagnoli, che operavano questo tipo di emigrazione già
da tempo, partendo soprattutto dalle isole Canarie, dovendo quindi attraversare
due volte l’Oceano, sarebbero stati, secondo Rossi, soppiantati dagli italiani
essendo più “vicini”.
Rossi ebbe dei colloqui diretti con Carlos de Zaldo,
Ministro della giustizia e Segretario di Stato, e con Emilio Terry, Ministro
dell’agricoltura, non che ricco latifondista di Las Villas, i quali si dissero
più che favorevoli ad un “innesto di emigrazione italiana sul suolo cubano” e
pronti persino a favorire la fondazione di colonie agricole italiane. Del resto
le leggi regolanti l’immigrazione erano assai permissive respingendo in pratica
solo coloro che fossero stati portatori di malattie contagiose ed alloggiando
l’immigrante in appositi quartieri sino a che non avessero trovato lavoro.
Nonostante questa buona disponibilità l’emigrazione italiana non prese mai
piede e continuò a rifuggire Cuba, così che il progetto avanzato dal
commissario, per altro ricalcante l’idea dell’Italo-Americano di New Orleans, non ebbe attuazione.
Di grande interesse è il rapporto inviato, quasi contemporaneamente
a quello di Rossi, dall’ambasciatore italiano a Washington, Mayor de Planches,
in merito alle statistiche sull’immigrazione a Cuba nel 1901, con particolare
riguardo a quella italiana. Su 22.894 emigranti solo 380 erano italiani, un
numero trascurabile è vero, ma che comunque, come si nota nel grafico, faceva
collocare l’Italia al terzo posto tra le nazioni europee, tra le quali la
Spagna giocava ancora il ruolo determinante[42].
Dei 380 italiani, quasi tutti di origine settentrionale e per la maggioranza
di sesso maschile (312 uomini contro 68 donne), solo 40 arrivavano direttamente
dall’Italia, gli altri provenivano dagli Sati Uniti (185), dal Messico (48),
dall’America del Sud (34), dalla Spagna (29), dalle altre Antille (21) ecc.
71 erano gli analfabeti e 200 possedevano dai trenta dollari in su. 77 erano
già stati a Cuba in precedenza, il che deporrebbe, soprattutto se si tiene
conto delle loro professioni, per quella “emigración golondrina” a cui avevamo
già accennato antecedentemente. I braccianti sono infatti al primo posto (99),
seguiti, strano ma vero, dagli artisti di teatro (72). Si hanno poi merciai
(69), commessi contabili (19), muratori (17), marinai (16), ed infine 88 appartenenti
ad altre professioni, cifra nella quale si comprendevano anche donne e bambini.
Non ci si
poteva aspettare qualche cosa di diverso, dal momento che anche il commercio e
le esportazioni italiane verso Cuba avevano una importanza meno che
irrilevante. Nel 1901 Cuba aveva importato dall’Italia merci per circa 160.000$
(contro i 28 milioni importati dagli USA), ed il principale articolo
d’importazione era costituito dai cappelli (30.000$)[43].
Certamente il mancato sviluppo commerciale tra i due Paesi inibì
conseguentemente qualsiasi incremento nell’emigrazione dall’Italia, a dispetto
di un trattato bilaterale di amicizia, commercio e navigazione stipulato nel
1904, che racchiudeva articoli tendenti a favorire il reciproco commercio e la
protezione proprio dell’emigrante italiano[44].
Tuttavia, proprio in questo periodo, furono ribadite al Ministero degli esteri
le negative condizioni ed i pericoli di uno sfruttamento e speculazioni a cui
sarebbero stati esposti i nostri emigranti nell’isola. Pericoli illustrati dal
capitano di fregata Gregorio Ronca con una monografia su Cuba durante lo
stazionamento nei porti di Santiago di Cuba ed Avana coll’incrociatore Dogali nel luglio-settembre del 1904[45].
Negli anni a venire la colonia italiana non subì
numericamente delle variazioni, a dispetto di altre pertinaci correnti di
pensiero che stimolarono e tentarono di introdurre a Cuba nuovi flussi
migratori. Ci riferiamo al dottor Francesco Federico Falco, che nel 1912 dette
alle stampe in Italia un minuzioso studio sull’emigrazione italiana,
commissionatogli dal Ministro dell’Agricoltura, Commercio e Lavoro della
Repubblica di Cuba, Emilio del Junco, al fine di stabilire la fattibilità dello
stabilimento di coloni italiani nell’isola caraibica[46].
Sino al 1931, secondo stime del censo cubano, vivevano a
Cuba 1.178 italiani[47],
una quantità non esigua tutto sommato, se si tiene in debita considerazione
gli eventi tragici che seguirono l’indipendenza e che caratterizzarono i fragili,
quanto corrotti, governi pseudodemocratici cubani. Comunque, con il passare
del tempo, il numero degli italiani si assottiglierà abbastanza rapidamente
raggiungendo negli anni quaranta le 400 unità. Una drastica riduzione dovuta
probabilmente al raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi alla vigilia
del secondo conflitto mondiale, come alle susseguenti vicende di questo conflitto
durante il quale Cuba dichiarerà guerra all’Italia l’11 dicembre 1941[48].
Negli italiani che emigrarono a Cuba possono essere riscontrati,
ed in qualche misura anche in forma accentuata, i difetti e gli aspetti negativi
che contraddistinsero l’emigrazione in America Latina. La mancanza di veri
e propri imprenditori, salvo poche ed isolate eccezioni, emigrazione clandestina,
alti tassi di analfabetismo ed indigenza, sono in ultima analisi i tratti
essenziali dell’emigrazione e della colonia italiana a Cuba. Fattori che favorirono
anche la mancata coesione tra gli italiani (se esclude la fondazione dell’Associazione
generale di mutuo soccorso) con la conseguente perdita della loro identità
nazionale. A questo proposito va inoltre ricordato che la costituzione cubana
del 1901 favorì il processo di integrazione e naturalizzazione degli italiani.Il
titolo II della costituzione all’art.6, comma 1 e 2, prevedeva la concessione
della cittadinanza cubana agli stranieri che avevano servito l’Ejército
libertador e che entro sei mesi dalla promulgazione della costituzione
ne avessero fatto richiesta. Avevano la stessa possibilità gli stranieri che
fossero residenti a Cuba prima dal 1 gennaio 1899 e che avessero conservato
il loro domicilio dopo questa data[49]. Palese, nel
caso di Cuba, è il fenomeno, spesso sottovalutato nella realtà dell’emigrazione
verso l’America Latina, di quell’”emigrazione stagionale” a cui più volte
abbiamo fatto riferimento e che lo stesso governo italiano cercò di regolamentare
e sfruttare. Sarebbe un errore pensare che l’emigrante, una volta intrapreso
il suo primo viaggio, metta definitivamente le radici. Al contrario la realtà
è che dopo aver spezzato i legami familiari e tradizionali con il suo luogo
di provenienza originaria, la sua mobilità ne risulta accresciuta. Certamente
questo fenomeno per gli italiani non si verificò a Cuba nelle dimensioni e
modi auspicati da Beauregard, ma certamente vi fu, e le statistiche relative
al 1901 ne sono una prova. Ma non solo, questo tipo di emigrazione continuò
anche negli anni seguenti, come riferì il capitano di vascello Alberto del
Bono che in occasione dello stazionamento l’incrociatore Ettore Fieramosca nel marzo del 1907 all’Avana,
riferì della presenza nella città di due comunità italiane ben distinte, e
cioè, una stabile di circa 200 individui, di condizione sociale e cultura
relativamente elevata, e l’altra costituita invece da piccoli commercianti
che solevano arrivare nell’isola ogni anno nella stagione invernale portando
tessuti, chincaglierie o gioielli che vendevano nei villaggi o città dell’interno,
per poi ripartire all’inizio della primavera[50].
In conclusione l’emigrazione italiana a Cuba riveste caratteristiche
assai peculiari che difficilmente ritroviamo in altri Paesi Sudamericani,
caratteristiche che hanno contribuito a far in modo che non solo non venisse
compiuto alcun studio in merito, ma anche che degli italiani a Cuba non rimanessero
che esili tracce e che anche coloro che decisero di immigrarvi nei periodi
antecedenti a quello preso in considerazione, venissero dimenticati ed inghiottiti
dalle rivoluzioni, guerre civili e colpi si stato che costellarono la “Perla
de las Antillas” degli anni anni Venti e Trenta.
Note
[1] Nei registri parrocchiali
della città di Mantua si trovano cognomi, relativi agli inizi dell’Ottocento,
come Ferrari, Pitaluga, Fiorenzana, i cui progenitori risultano essere nati a
Genova e Venezia. Italianos en Mantua,
Bohemia, a.87, n.10, 14 maggio 1995, pp.18-19.
[2] Louis A. PÉREZ Jr., Cuba between Empires (1878-1902), Pittsburgh,
University of Pittsburgh Press, 1983, pp.4-26.
[3] Archivio storico-diplomatico
del Ministero degli affari esteri, Carte del personale Serie II, A9, 1883-1894
(da ora in poi ASDMAE, CP), da Colonia italiana a Ministro affari esteri, 10
febbraio 1883.
[4] Tra le firme leggibili:
Vincenzo Sollazzo, Romolo Zocchi, Domenico Zafantino, Raffaele Maiolini,
Domenico Savio, Michele e Federico Pittori, Francesco De Nito, Angelo Lomonaco,
Giuseppe Zito, Giuseppe De Angeli, Fedele Cosandi, Domenico Salvi, Giuseppe Cotardi,
Giovanni Maolino, G. Giusti, Fedele Luciano, Giovanni Savini, Antonio del
Mercato, Domenico Cheloni, Giobatta Brundi, Raffaele Mottola. Idem.
[5] Le Società italiane all’estero, Bollettino del Ministero affari
esteri, annata 1898, Roma, Ministero affari esteri, 1898, pp.64-65.
[6] ASDMAE, CP, doc. n.21265, 15
giugno 1884, da colonia italiana a Ministro affari esteri.
[7] Idem, doc. n.6912, 12
febbraio 1887, da colonia italiana a Ministro affari esteri.
[8] Fausto LEVA, Ufficio Storico
della Marina, Storia delle campagne
oceaniche della Regia Marina, Vol.II, Roma, Ufficio Storico della Marina
Militare, 2 ed., 1992, pp.175-177.
[9] Sul tentativo della Germania
di introdurre nel 1871 a Cuba di ben 40.000 famiglie tedesche si veda, Luis
ÁLVAREZ GUTIÉRREZ, Un proyecto de
colonización alemana para la isla de Cuba en 1871, in Cuba la Perla de las Antillas, Actas de las I jornadas sobre «Cuba y su
historia», Madrid, Doce calles, 1994, pp.109-120. Dello stesso autore La diplomacia bismarkiana ante la cuestión
cubana, Madrid, CSIC, 1988, pp.160-166.
[10] Annuario diplomatico, Roma, Ministero affari esteri, 1890, p.108.
[11] ASDMAE, Serie Politica A,
b.1, f.6, doc. n.46/27611, 29 agosto 1888, Circolare del sotto-segretario di
Stato al Ministero degli affari esteri alle regie legazioni e regi consolati in
America. Su questo specifico argomento vedasi Maurizio VERNASSA, Alle origini dell’interessamento italiano
per l’America latina, Modernizzazione e colonialismo nella politica crispina:
l’inchiesta del 1888 sull’emigrazione. Pisa, Ed. ETS, 1997.
[12] ASDMAE, Serie Politica A, b.1, f.6, Sul maggiore sviluppo del commercio italiano nelle Antille Spagnole, 23 novembre 1888, da console all’Avana a Ministro affari esteri.
[13] Avezzana era nato a New York
nel 1839, nominato dal governo prodittatoriale agente consolare a New York nel
1860, era entrato definitivamente nella carriera diplomatica come vice-console
di seconda classe a Liverpool nel 1868 ed a Callao nel 1873. Console di seconda
classe a Dublino (1882) passerà alla prima classe nel 1888 proprio con
l’incarico all’Avana. Annuario
diplomatico, cit.
[14] “Da lungo tempo la colonia
italiana residente in questa città avrebbe dovuto protestare presso codesto R.
Ministero contro la condotta così riprovevole del cav. G. Avezzana nel disimpegno
delle sue funzioni di R. console come lo provano innumerevoli fatti che per ora
ci asteniamo di esporre. Oggi ci limitiamo a pregare l’E.V. a voler prendere
pronte ed efficaci misure prima che abbino a ripetersi fatti che ridonerebbero
nuovo disdoro al buon nome italiano in questo paese, come lo è quello della
recente nomina a vice-console del Sig. Gustavo Della Luna, fatto tanto più
censurabile in quanto che il Cav. Avezzana, che lo propose, sapeva bene chi
fosse fin da quando lo prese come segretario. I sottoscritti non riconosceranno
mai come vice-console il suddetto signore per molte e gravi ragioni, alcune
delle quali note a codesto Ministero (…) Pregano pertanto i sottoscritti l’E.V.
a voler annullare tale nomina, essendo stato il R. Ministro tratto in inganno
dal cav. Avezzana, certamente per fini suoi speciali. Essi sono convinti che il
Sig. Della Luna non solo non ha la capacità necessaria per occupare quel posto,
ma ben anco perché non è degno di disimpegnare tale onorevole carica. (…)
Infine, pel decoro del nome italiano e per la garanzia dei nostri interessi,
speriamo che l’E.V. vorrà prendere in seria considerazione il deplorevole stato
in cui si trova il nostro consolato e porvi pronto rimedio appagando i nostri
giusti reclami”. ASDMAE, C.P., doc. n.00028, 24 luglio 1893, da colonia
italiana all’Avana a Ministro affari esteri.
[15] Edoardo Speranza, Giuseppe
Repetto, E. Avignone, Luis Lippi y Pomeray, Josefina Ascarel, Luis Lippi y
Simonetti, Pasquale Buttato, Carlos Viale, Vito Candia, Michele Aulicino,
Professora (sic) Enrichetta Tasca vedova Maironi, Daniele Cerizola, Salvatore
Palumbo, Fernando Attenti. Idem
[16] Jordi MALUQUER DE MOTES, La inmigración española en Cuba. Elementos
de un debate histórico, in Cuba la
Perla de las Antillas, cit., pp.137-147.
[17] “Questo paese, coll’attuale
insurrezione che si estende da un punto all’altro dell’isola, senza risparmiare
neppure i dintorni della capitale, trovasi in tale stato di disordine e di
pericoli da far passare all’emigrante qualunque idea di venire qui nella
speranza di trovare il minimo impiego o lavoro. Ma dato anche che le condizioni
dell’isola fossero normali essa non è, parlando in generale, paese adatto alla
nostra emigrazione. Il primo ostacolo si trova nel clima oltremodo malsano
durante la più grande parte dell’anno, specialmente nelle campagne. La febbre
gialla vi si può dire endemica, ed anche nella stagione d’inverno, che è la più
salubre, non è raro che avvengano decessi dovuti a questo terribile morbo.
Durante poi i mesi delle pioggie gli abitanti delle campagne, specialmente se
stranieri, devono aversi cure straordinarie per isfuggere al flagello”. La colonia italiana nell’isola di Cuba,
Gazzetta ufficiale del regno d’Italia, Parte non ufficiale, 6 agosto 1896,
pp.4344-4345.
[18] Antonio CALVACHE, Historia y desarrollo de la minería en Cuba,
La Habana, Editorial Neptuno, 1940. Lisandro PÉREZ, Iron mining and socio-demographic changes in eastern Cuba (1884-1940), Journal of Latin American
studies, n.14, novembre 1982, pp.390-395.
[19] Diario de la Marina, 14
giugno e 24 ottobre 1890; El Avisador Comercial, 4 giugno 1890.
[20] Francesco TAMBURINI, I volontari italiani per la libertà di Cuba,
Latinoamerica, n.53, Roma, 1994, pp.83-93. F. TAMBURINI, L'indipendenza di Cuba nella coscienza dell'”estrema sinistra” italiana
(1895-1898), Spagna contemporanea, Alessandria, a.IV, n.7, 1995, pp.39-80.
[21] 1898: Segretario del
governatore civile della Provincia di Las Villas; 1906: Appoggia la rivolta del
partito liberale contro il presidente Estrada Palma conquistando i gradi di
generale di divisione; 1908-1913: Presidente della Camera del parlamento
cubano; 1917: Partecipata al fallito golpe contro il generale Mario García
Menocal; 1922-1926: Professore di derecho
político all’Università dell’Avana; 1924-1931: Presidente della delegazione
cubana alla Società delle Nazioni; l926-1932: Ambasciatore di Cuba a
Washington; 1932: Segretario di Stato della Repubblica cubana; 1938: Presidente
della AT&T a Cuba; 1940: Membro dell’assemblea costituente cubana: 1946-1960:
Rappresentante permanente di Cuba all’UNESCO. Oreste FERRARA, Una mirada sobre tres siglos: Memorias,
Madrid, Editorial Playor, 1975.
[22] Si veda l’interrogazione
degli onorevoli Colajanni ed Imbriani sull’imprigionamento all’Avana del
cittadino italiano Mario Emanuele Dirizzo nel giugno del 1897. Atti parlamentari, Camera dei Deputati, discussioni, XX legislatura, 1 sess., tornata
del 22 giugno 1897, Roma Tip. Camera dei Deputati, 1897.
[23] Il caso di Manuel Zitto fu
portato a conoscenza delle autorità italiane grazie ad un pastore protestante
di Laredo (Texas). ASDMAE, Fondi archivistici della legazione sarda e delle
rappresentanze diplomatiche italiane in USA (da ora in poi FALS), b.98,
pos.128, Guerra ispano americana, 12 maggio 1896, da reverendo H.B. Pratt ad
ambasciatore italiano a Washington barone Fava.
[24] “In un ultimo rapporto del
console d’Italia all’Avana ho avuto certezza della prigionia di tre italiani:
un tal Mario Divizia e due fratelli Edgardo ed Enrico Palma, originari di
Cascina (Prov. di Alessandria), commessi di farmacia. Dallo stesso Divizia ho
ricevuto una lettera nella quale si dichiara italiano in incorporato sotto
altro nome e nazionalità nell’esercito cubano. Egli implora la mia protezione
temendo l’ingiustizia dei tribunali di guerra, ma nella sua lettera assai
circospetta, scritta dal carcere egli mantiene un grande riserbo sopra la sua
vita precedente. Non dice neppure a qual provincia o città italiana abbia avuto
i natali. Egli stesso confessa d’essere ritenuto agente d’anarchia e tal forse
sarà”. ASDMAE, FALS, doc. n.016326, 31 marzo 1897, da ambasciatore italiano a
Madrid a Ministro affari esteri.
[25] ASDMAE, FALS, Enrico ed
Edgardo Palma, senza data, Colloquio del comm. Bianchini con il regio console
conte Marefoschi.
[26] ASDMAE, FALS, Riservato, doc.
n.040547, 13 luglio 1897, da Ministero dell’Interno, Direzione generale
pubblica sicurezza, a Ministro affari esteri.
[27] ASDMAE, FALS, 17 maggio 1898,
da Giovanni Dotta a Ministro affari esteri; doc. n.343, da Segretario di Stato
USA W.H. Day ad ambasciatore italiano a Washington barone Fava.
[28] U.S. Supreme Court, The
Guido, 175 U.S. 382 (1899), argued November 3 1899, decided december 11 1899.
http://laws.findlaw.com/US/175/382.html
[29] ASDMAE, Serie Z contenzioso
(da ora in poi SZC), Guerra ispanoamericana, b.165, pos.718, doc. n.008038, 1
febbraio 1899, da console all’Avana a Ministro affari esteri.
[30] Il “bando de
reconcentración”, promulgato il 21 ottore del 1896 dal generale Valeriano
Weyler y Nicolau, imponeva il trasferimento forzato degli abitanti delle zone
rurali in città o villaggi presidiati dall’esercito spagnolo nel tentativo di
togliere ogni mezzo di sussistenza e forma di aiuto ai ribelli indipendentisti.
Le precarie condizioni igienico-sanitarie, la malnutrizione come la mancanza di
alloggi adeguati ad accogliere i reconcentrados,
provocarono centinaia di morti. Si calcola che solo all’Avana morirono 50.000
persone. Philip S. FONER, La guerra
ispano-cubano-norteamericana y el nacimiento del imperialismo norteamericano
(1895-1898), Madrid, Akal, 1975, Vol.I, pp.156-164.
[31] ASDMAE, SZC, Relazione a S.E.
Sottosegretario di Stato (senza data).
[32] ASDMAE, SZC, 27 agosto 1900, doc. n.042819; 15 giugno 1904, doc. n. 36196, da console all’Avana a Ministro affari esteri.
[33] “Come suddito italiano ho
l’onore di rimettere alla S.V. in nome della mia consorte contessa Sylvia Bueno
y Garzón, la nota dei danni arrecati sino al giorno d’oggi a causa dell’attuale
insurrezione, tanto alle sue proprietà particolari situate in questa provincia
nel comune di Guantanamo, quanto a quelle che appartengono alla società
mercantile Bueno & Co. di cui essa fa parte in quanto erede di suo padre
José Bueno y Blanco e che si trovano nel comune di Guantanamo e di Santiago.
Prego la S.V. di prendere nota e di trasmetterla al Regio governo onde questi
possa far valere le ragioni della mia consorte avanti il governo spagnolo in
forza delle vigenti leggi internazionali un adeguato indennizzo”. ASDMAE, SZC,
Lettera di Camillo Pecci del 10 settembre 1896 allegata al doc. n.021447, 5
maggio 1899, da console all’Avana a Ministro affari esteri.
[34] ASDMAE, SZC, doc. n.021548, 5
maggio 1899, da console all’Avana a Ministero affari esteri.
[35] ASDMAE, SZC, Consiglio del
Contenzioso Diplomatico, Secondo parere
sul reclamo presentato dal Sig. Cesare Covani, relatore consigliere Prof.
Pierantoni, 10 gennaio 1904.
[36] Documemti diplomatici italiani, 3° serie, Vol.III, 1897-1898, Roma,
1953, r.125/27, da console Torrielli a Ministro Visconti Venosta, pp.309-310.
[37] Fausto LEVA, Storia della campagne oceaniche della Regia
Marina, cit., p.382.
[38] Louis A. PÉREZ Jr., Lords of the mountain: Banditry and Peasant
Protest in Cuba (1878-1918), Pittsburgh, University of Pittsburgh Press,
1989, pp.58-64.
[39] Cuba e Portorico aperti ai lavori degli italiani, Corriere della
sera, 11-12 agosto 1898.
[40] “Gli italiani possono
riuscire bene, ma è necessario che l’emigrazione non avvenga in grandi masse,
bensì gradatamente. La mano d’opera, giungendo in troppa abbondanza ad un
tratto, potrebbe essere cagione di gravi disillusioni e di disordini che
potrebbero far diminuire quell’affetto che in Cuba si sente per il nostro
paese”. L’isola di Cuba; Le sue
condizioni commerciali e la immigrazione (da un rapporto del cav. Felice
Beauregard, Regio console all’Avana), Bollettino dell’emigrazione, Roma,
Tip. Naz., n.3, 1902, pp.25-53.
[41] “Gli impresari hanno l’ordine
di impiegarvi operai cubani soltanto e preferiscono quelli della stessa
località dove siffatti lavori si eseguiscono. Questa regola viene così
rigorosamente osservata, che al nostro Consolato in Avana non potè riuscire che
difficilmente d’impiegare lavoratori italiani nei lavori stradali anzidetti.
Coll’aiuto degli ingegneri, che in qualche località sono italiani, potè solo
ottenere pei nostri il lavoro di rompere le pietre, lavoro penoso, e pel quale
si richiede una certa abitudine per riuscire (pagandosi un tanto per metro
cubo) e guadagnarsi appena da vivere. I pochi perciò che per necessità si
trovano ad avere accettato, dopo due o tre giorni, abbandonavano il lavoro”. Delle Condizioni presenti dell’isola di Cuba
rispetto all’immigrazione; relazione del Commissario dell’emigrazione cav.
Egisto Rossi sopra una rapida escursione da lui fatta all’isola di Cuba,
Bollettino dell’emigrazione, Roma, Tip. Naz., n.9, 1902, pp.23-35.
[42] Immigrazione e commercio nell’isola di Cuba (20 maggio 1902),
Bollettino dell’emigrazione, Roma, Tip. Naz., n.11, 1902, pp.50-52.
[43] Le altre merci degne di nota
erano i manufatti di cotone (17.000$), marmo e pietre (15.000$), medicinali e prodotti
chimici (15.000$), fiammiferi (11.000$), vini (6.000$). Idem, p.52.
[44] Il trattato era stato
concluso il 29 dicembre 1903 e ratificato all’Avana il 2 dicembre 1904. In
merito all’emigrazione italiana l’art.XXV recitava: “Il governo cubano, qualora
si promuovessero, sia in Italia, che in altro paese, per conto suo o per sue
concessioni per opera di privati o di società, arruolamenti di emigranti
italiani per la Repubblica cubana, provvederà perché i contratti a proporsi
siano equi e le promesse attuabili, e che gli stessi equi contratti vengano
scrupolosamente eseguiti. Vigilerà in questi casi perché il trasporto, lo
sbarco e lo stabilimento di detti emigranti abbiano luogo secondo le norme
dell’umanità, dell’igiene, della sicurezza. Punirà infine severamentechiunque
inganni in qualsiasi modo l’emigrante o ne abusi, e darà la sua maggiore
protezione a quest’ultimo quando risultasse essere vittima di inganni o abusi,
perché a termine delle leggi del paese consegua da chi lo abbia danneggiato
conveniente indennità. Il Governo cubano accorderà appoggio ai funzionari
italiani che dovessero viaggiare in servizio dell’emigrazione e ne faciliterà
l’opera sia nei porti sia nell’interno della Repubblica”. Legge n.16 che approva l’annesso trattato di amicizia, commercio e
navigazione tra l’Italia e la Repubblica di Cuba, 22 gennaio 1905,
Bollettino del Ministero degli affari esteri, febbraio 1905, pp.5-15.
[45] Il capitano Ronca, aiutato
dall’ingegnere minerario Francesco Pagliuchi, tra l’altro ex-volontario della
seconda guerra d’indipendenza cubana, compilò anche un rapporto anche sullo
stato delle miniere cubane. Fausto LEVA, Storia
delle campagne oceaniche della Regia Marina, Vol.III, Roma, Ufficio storico
della Marina Militare, 2 ed. 1992, p.200.
[46] Francesco Federico Falco, La inmigración italiana y la colonización en
Cuba; informe elevado al gobierno de la República, Torino, Società
Tipografico-Editrice Nazionale, 1912.
[47] 80 nella provincia di Pinar
del Río, 129 in quella di Oriente, 30 a Matanzas, 103 a Las Villas, 762
all’Avana, 74 a Camagüey. Angela ORAMAS CAMERO, Italianos en Cuba, Bohemia, a.89, n.11, 24 maggio 1997, pp.24-25.
[48] A causa della dichiarazione
di guerra, il governo cubano oltre ai provvedimenti di carattere amministrativo
presi conto l’Italia (proibizione di ogni transazione commerciale e finanziaria
e blocco dei fondi italiani), procedette all’internamento nella Isla de los
Pinos di 9 italiani ritenuti di fede fascista, insieme a 33 marinai del
piroscafo Recca. I nove italiani erano Erminio Tarditi
(commerciante), Bruni Pasquale (calzolaio), Attilio di Gregorio (medico),
Pasquale Fontanella (medico), Francesco Grosso (sarto), Piero Rosboch
(commerciante), principe Camillo Ruspoli (proprietario terriero), Francesco
Savonelli (commerciante), Felice Siervo (gioielliere). Tutti prigionieri
saranno liberati nel novembre del 1943. ASDMAE, Affari Politici (1931-1945),
Cuba, b.4, doc.n.0040, 4 gennaio 1943, Appunto per la Direzione Generale Affari
Generali; Italianos libertados,
Embajada española en La Habana, 12 novembre 1943; tel. n.2829, 9 marzo 1945, da
Ministro affari esteri a legazione italiana a Cuba .
[49] http://www.anaserve.com/~mambi/CubaPLey/1901.html
[50] Fausto LEVA, Storia della campagne oceaniche della Regia
Marina, cit., Vol.III, p.321.