«Africana», VI (2000), pp. 119-121

Enrico Galoppini(*)
(
dello stesso Autore: Il Fascismo e l’Islam)
L’Australia: solo Olimpiadi e canguri?
Cenni di storia dell'Islàm nel “sesto continente”
 

  L'Autore stesso ha provveduto ad inviare il file già pronto in linguaggio html

Grazie alle recenti Olimpiadi, tutti, in varia misura, abbiamo preso familiarità con questo immenso paese, una sorta di estremo Occidente davvero poco conosciuto. In questa sede vogliamo approfittare dell'occasione per approfondire un poco una delle sue vicende meno note, marginale ma ad ogni modo interessante: la genesi e lo sviluppo della comunità islamica d'Australia(1).
Tutto ebbe inizio verso la fine dell'Ottocento, quando cominciarono ad affluire i primi Musulmani dalle colonie inglesi, ma fu di fronte alle difficoltà dell'esplorazione delle zone desertiche interne - sulle quali dovevano distendersi le nuove linee ferroviarie - che gli Inglesi si convinsero ad introdurre dalle aree a maggioranza musulmana del sub-continente indiano da essi controllate l'animale più adatto per simili imprese: il dromedario(2).
Fu particolarmente negli anni tra il 1894 ed il 1897 che l'introduzione della “nave del deserto” (safînat al-sahrâ’) registrò il suo apice, con circa 6.600 esemplari che fecero il loro ingresso nel «sesto continente», accompagnati da abili cammellieri, naturalmente musulmani. Mentre il loro apporto risultava fondamentale durante i lavori per la costruzione della ferrovia da Adelaide a Alice Springs, fin nel cuore del paese (1896), le prime modeste sale di preghiera (musallà) cominciavano a sorgere sulle strade percorse da questi esploratori venuti da lontano. Terminati i lavori vi fu chi fece ritorno in patria, ma anche chi decise di rimanere, divenendo commerciante, oppure trovando occupazione nella fiorente attività estrattiva aurifera.
La prima moschea era comunque già sorta nel luglio 1889 su un terreno acquistato nei pressi di Sidney, quando i membri della neonata comunità islamica si erano attivati per la sua edificazione. Si trattava di una grande moschea congregazionale (jâmi‘)(3), con vari edifici annessi. Dopo questo primo luogo di culto ne venne poi eretto un secondo a Perth - nella parte occidentale del continente - nel novembre del 1905.
La crescita della comunità islamica d'Australia subì però una brusca battuta d'arresto a partire dal 1901, anno in cui vennero elaborati provvedimenti che restringevano l'immigrazione dei cosiddetti colored dagli altri domini britannici. Le misure adottate in tal senso dal Governo australiano - che l'anno precedente aveva proclamato la formazione (con l'approvazione di Londra) del Commonwealth of Australia, comprendente tutte le ex-colonie inglesi riunite in un unico Stato a struttura federale, membro del Commonwealth britannico(4)- erano dettate in verità da quella che all'epoca era una viva preoccupazione diffusa in tutto l'Occidente, in qualche caso dipinta come un vero incubo: il cosiddetto “pericolo giallo”(5). Sia i governi conservatori che quelli laburisti (dal 1908) adottarono perciò una politica protezionistica e di limitazione dell'immigrazione straniera, nella speranza di conservare il predominio dell'elemento bianco, magari favorendo in seguito nuovi ingressi dall'Europa, la quale tuttavia - a parte l'Italia - cominciava a non vantare più un tasso di natalità che le garantisse un apprezzabile surplus e quindi il necessario ricambio.
Di queste misure restrittive risentirono anche i rapporti dei primi Musulmani d'Australia con i loro paesi d'origine, e non pochi furono quelli che decisero di rientrare, tanto che il numero dei Musulmani scese dai 6.599 del 1901 ai 2.020 del 1911(6).Tra le prime conseguenze di questa situazione si ebbe un progressivo impoverimento del senso di identità religiosa dei membri di questa comunità, sia come perdita di spessore della locale elaborazione culturale islamica, che come consapevolezza di appartenere ad un gruppo con determinate regole di vita condivise. Si giunse al punto (deprecabile in un'ottica islamica ortodossa) che le musulmane non disdegnavano di sposare uomini cristiani, i quali non “entravano nell'Islàm” come prescritto dalla tradizione.
Una leggera inversione di tendenza si ebbe dal 1924(7), quando fu stabilito di riaprire le porte dell'immigrazione. Giunsero allora in Australia profughi da vari paesi d'Europa (dove si vivevano gli strascichi della Prima Guerra Mondiale), tra i quali si contavano Musulmani Slavi ed Albanesi, ma anche dall'Asia Centrale arrivarono Musulmani, in fuga dai bolscevichi(8). Tuttavia non si poté parlare ancora di rinascita culturale islamica, dato che questi nuovi immigrati non erano tra i Musulmani più ferrati nelle questioni della loro fede.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'Australia si trovò in bisogno di nuova forza lavoro; ecco che l'occasione di far fortuna attirò (oltre a moltissimi Italiani), numerosi Musulmani, questa volta provenienti da ogni regione del mondo arabo-islamico: Libano, Palestina (era l'epoca della nakba, della «catastrofe» dell'esodo palestinese), Egitto, Siria, Asia Centrale, Balcani, Turchia, Pakistan, India, Sri Lanka, Indonesia, Malesia, Afghanistan. Il risultato fu un vero e proprio revival islamico, atteso dai tempi dei ‘pionieri’ che tanto entusiasmo avevano profuso nella diffusione della loro cultura, e nel quale spiccava il ruolo degli studenti musulmani.

Ai nostri giorni non esistono stime precisissime sulla consistenza numerica della comunità musulmana d'Australia. L'Organizzazione della Conferenza Islamica (Munazzamat al-Mu ’tamar al-Islâmî) ci dà la cifra di 350.000 Musulmani su una popolazione di circa 17.000.000 di abitanti, mentre altre associazioni islamiche - spinte forse da entusiasmo propagandistico - arrivano a 400.000. Quel che è certo è che l'Islàm è, dopo quella cristiana, la seconda religione tra quelle praticate in Australia(9). Si tratta per lo più - com’è ovvio - di emigrati da paesi a maggioranza musulmana, ma vi sono anche convertiti tra gli abitanti di origine europea, stimati in circa 5.000. Per quanto riguarda gli apporti nazionali, quello libanese è il più consistente; seguono le comunità turca, egiziana, indonesiana, malese e pakistana. La maggior parte di essi abita a Sidney e nei suoi dintorni, ovverosia nella regione della Nuova Galles del Sud (57.000 circa). Anche nello Stato di Victoria vive un discreto numero di Musulmani, mentre nella capitale Canberra se ne contano circa 3.000.
Le varie organizzazioni islamiche (circa centocinquanta), unite nell'Unione Australiana delle Assemblee Islamiche (Al-Ittihâd al-Usturâlî li-l-Majâlis al-Islâmiyya) sono molto attive nei settori culturale, educativo e sociale. Dal 1995 è inoltre presente in Australia la Lega Islamica dei Diritti dell'Uomo (Râbitat Huqûq al-Insân al-Islâmiyya). I centri islamici (Al-Marâkiz al-Islâmiyya) sono sedici e circa settantacinque sono le moschee, delle quali la più importante è la Moschea di Sidney, intitolata all'Imâm ‘Alî Ibn Abî Tâlib, collegata al locale Centro Islamico, anch'esso il più grande d'Australia.
Si contano per di più undici scuole islamiche elementari e secondarie, di cui quattro a Sidney, quattro a Melbourne e due a Perth, ma anche nella maggior parte delle moschee numerosi volontari impartiscono lezioni d'arabo e di religione islamica.
Al di là delle attività direttamente gestite dai Musulmani, vi è infine da aggiungere che all'Università di Melbourne è attivo un Dipartimento di Studi Islamici e di Lingua Araba, frequentato da circa un centinaio di studenti.
Alla luce di questi rapidi cenni sui Musulmani d'Australia, misconosciuta realtà del variopinto mondo dell'«Islàm periferico»(10), si può a buon diritto affermare che la presenza musulmana nel continente Oceania ha compiuto enormi progressi dall'epoca dei primi cammellieri arrivati laggiù sul finire dell'Ottocento. La comunità islamica d'Australia sembra dunque avere tutti i numeri per ‘insidiare’ il livello di notorietà attualmente goduto da altre presenze islamiche in Occidente(11).

(*) Enrico Galoppini: laureato in Storia Contemporanea all’Università di Pisa con una tesi sul colonialismo italiano in Libia e diplomato in lingua araba presso la University of Jordan di Amman e l’Institut Bourguiba di Tunisi, collabora a “La Porta d’Oriente”, “Africana” e “Diorama Letterario”. Tra i suoi studi ricordiamo L’oggetto misterioso. L’immagine dell’Islàm nell’Italia tra le due guerre mondiali, “Africana”, V (1999); Il pregiudizio sulle popolazioni della Libia in epoca coloniale. Uno strumento al servizio della ‘missione di civiltà’, “La Porta d’Oriente”, Agosto 2000.Su

Note:

(1) Ricaviamo gran parte delle notizie che seguono da un reportage del quotidiano giordano al-Dustûr del 4 gennaio 1999, dal titolo Usturâlyâ. Dakhalahâ al-Islâm qabla mi’at ‘âm (L'Australia. Cent'anni fa vi fece ingresso l'Islàm), di Muhammad Salâma al-Dhanîbât.Su
(2) In arabo jamal (pl. jimâl). Nella lingua araba non si hanno due differenti vocaboli per il cammello e il dromedario, ma si opera la distinzione specificando il numero delle gobbe (asnima; sing. sanâm): si hanno così al-jamal dhû sanâm wâhid (lett. “possessore di una gobba”), cioè il dromedario, e al-jamal dhû sanâmayn, il cammello vero e proprio, meglio noto come cammello battriano, tipico dell'Asia Centrale.Su
(3) Il termine jâmi‘ (pl. Jawâmi‘), in ragione della radice jîm-mîm-‘ayn, la quale veicola i significati di "raccogliere", “riunire”, “raggruppare”, “radunare” e simili, indica una moschea, che però in più, rispetto alla semplice masjid (lett. “luogo ove si compie il sujûd”, la prostrazione rituale eseguita durante la preghiera), svolge la specifica funzione di luogo deputato alla preghiera del venerdì (salât al-jum‘a), un obbligo da assolvere in comunione, a differenza di tutte altre salawât.Su
(4) La proclamazione del Commonwealth dell'Australia costituì una tappa fondamentale nella lotta condotta già da un quindicennio dagli esponenti politici australiani - come da quelli degli altri dominions bianchi - per il riconoscimento di una più ampia autonomia da Londra, soprattutto nelle scelte di politica economica ed estera. Geoffrey Barraclough, per sottolineare l'importanza di questi avvenimenti nel processo di logoramento dell'impero britannico, ha parlato di “resistenza alle dottrine dell'imperialismo entro l'impero stesso”
. G. BARRACLOUGH, Guida alla storia contemporanea, (trad. it.) Laterza, Roma-Bari 1989, p. 69.Su
(5) Per la minaccia individuata nell'Australia - e non solo - dei primi anni del Novecento nella “marea montante di gente di colore” e nei “formicolanti milioni di asiatici” cfr. G. BARRACLOUGH, op. cit., pp. 81-84, che descrive il clima che condusse all'erezione di “un baluardo circolare di rigide leggi sull'immigrazione e di regolamenti tesi ad escludere i non europei” (p. 82).Su
(6) M. SALÂMA AL-DHANÎBÂT, art. cit.Su
(7) Anno particolare nella storia dell'Islàm perché quello dell'abolizione del Califfato in Turchia da parte di Mustafà Kemàl.Su
(8) L'impatto del sistema sovietico sui Musulmani d'Asia Centrale è analizzato in P. G. DONINI, Islam e nazionalismi nelle repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale. Radici antiche di uno scontro annunciato, in “Parolechiave”, III, 1993, pp. 135-153.Su
(9) Per avere un quadro esauriente dell'universo religioso autoctono si legga invece l'affascinante libro di M. ELIADE, La creatività dello spirito. Un'introduzione alle religioni australiane, (trad. it.) Jaca Book, Milano 1990.Su
(10) Utilizziamo questa definizione nel senso datole da Pier Giovanni Donini nel suo Il mondo arabo-islamico, Edizioni Lavoro, Roma 1995, pp. 54-58, dove opera una distinzione tra questo Islàm e le tre aree araba, iranica e turca, costituenti il cosiddetto “nucleo islamico”.Su
(11) Sull'Islàm in Europa e più in generale in Occidente si vedano F. DASSETTO, L'Islam in Europa, Fondazione G. Agnelli, Torino 1994; G. KEPEL, A Ovest di Allah, (trad. it.) Sellerio, Palermo 1996.Su

Inizio articolo

Home

setstats 1

Hosted by www.Geocities.ws

1