copyrightã Franco Savarino
scritto nel 2000
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“900: il presente e oltre”, Punto d’Incontro, nº13,
luglio-agosto 2000, pp. 10-11.
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900: il presente e oltre
Il Novecento. Secolo "breve" secondo Hobsbawm,
secolo "sterminato" secondo Veneziani... In ogni caso un secolo di cui
tutti noi portiamo il segno fatale, la memoria. Nella prospettiva dello studio
del secolo appena trascorso, la parola "memoria" assume un significato
immediato, diretto, per la densità di connessioni che ancora lo legano al
nostro presente. Il problema principale posto dal Novecento è infatti quello
della storia come trasmissione del ricordo, della percezione di sé e del mondo
delle generazioni che l'hanno percorso e che ne sono tuttora protagoniste.
Storia del presente, quindi, e storia-memoria, di cui però quel presente è
impregnato: è questo il problema più complesso che suppone la rivisitazione
del Novecento.
Come ci si deve porre dunque
di fronte alla storia di questo secolo, ed alla "Storia" senza
aggettivi? Quali significati ed utilità può avere por noi contemporanei?
Propongo qui alcune riflessioni critiche di ordine generale.
La storia è prima di tutto un angolo visuale, particolare, soggettivo,
che varia a seconda di chi è protagonista dell'operazione storiografica. Perciò
esistono tante storie quante sono gli individui, le generazioni, le comunità
che intraprendono tale operazione, o meglio, narrazione. Da ciò deduciamo che
la storia è a più voci ed è sempre in movimento. Non "memoria" ma
"memorie": è l'interazione tra percezioni e memorie differenti che fa
ricca la narrazione storiografica. E quindi non "storia" data una
volta per tutte, fissa, tradotta in un apparato dogmatico, ma invece
"storia" che cambia, evolve, si reinventa.
Insisto su questi aspetti perché mi è dato osservare che,
frequentemente, si usano nel linguaggio corrente parole come "memoria"
al singolare, come se ci potesse essere una
sola memoria, invece di varie, tutte degne di essere esaminate, riscattate e
rispettate con eguale pietas. Inoltre
la "memoria" non deve essere un fattore limitante nell'avvicinamento
alla storia: ci sono storie completamente cancellate dalla memoria, perdute
nella notte dei tempi, che meritano di essere riscattate. Altro sproposito è
quello di criticare alcune innovazioni interpretative con il termine
"revisionismo", come se la storiografia non fosse, per sua stessa
natura, obbligatoriamente revisionista, cioè rinnovatrice. Ogni epoca, ogni
generazione deve anzi porsi in modo nuovo di fronte al cammino percorso,
producendo una nuova storia, valida
per il proprio tempo.
Per capire questi malintesi va pure aggiunto che, essendo la storia così
legata alla vita quotidiana, così densa di significato e così significante,
s'interseca necessariamente con questioni di identità -la storia è uno degli
agenti generatori d'identità- e di potere. Il potere, nella ricerca della sua
legittimazione nella storia, crea delle narrazioni utili, scacciando quelle
alternative, riducendo arrogantemente al silenzio le voci dei "deboli"
e degli "sconfitti" -la storia, si sa, è scritta da vincitori-. In
poche parole la storia è prodotta, come narrazione, da due gruppi di agenti. Da
un lato, dagli specialisti -gli storici, tra cui mi annovero io stesso- e
dall'altro dal potere, e poi dalla gente comune, protagonista della storia
stessa, produttrice di memorie e di altre narrazioni. Purtroppo lo storico non
ha il vantaggio del chimico o del fisico, di essere lasciato in pace nella
propria ricerca, ma vive immerso in un "rumore di fondo" -a volte un
vero frastuono- prodotto dalla società circostante, avida creatrice e
consumatrice di storia.
Non mi soffermerò sulla "storia" del secondo tipo, ma
piuttosto sulla prima, quella professionale. La storia -meglio: la storiografia-
degli storici è una disciplina scientifica con piena autonomia epistemologica.
È vicina di altre scienze sociali, come l'archeologia, l'antropologia e la
sociologia. Il suo obiettivo è, naturalmente, il conoscimento. Lo storico
lavora per conoscere meglio le vicende umane nel tempo, così come l'antropologo
o il sociologo lo fanno nella contemporaneità. Lo fa come contributo al
presente, non certo come esercizio collezionista ed erudito. Lo storico sa, con Nietzsche, che tutti "abbiamo bisogno di storia,
ma in modo diverso di come ne ha bisogno il raffinato indolente nel giardino del
sapere... Cioè, noi ne abbiamo bisogno per la vita e per l'azione".
I paradigmi della
storiografia, come quelli delle altre scienze sorelle, sono cambiati
notevolmente nel corso degli ultimi cento anni. Sino alla metà del novecento, la
disciplina seguiva lo schema di Von Ranke, basato sul modello scientifico,
meccanicistico, che si traduceva in un discorso di fatti "provati",
ipotesi verificate, e l'assunzione di un progresso teleologico largamente
metafisico. In seguito, tale paradigma fu abbandonato anche dalle scienze
esatte, come conseguenza delle teorie di Einstein. Il nuovo paradigma storico
includerà quindi la relatività, respingerà il progresso metafisico e sarà
diretto più verso l'analisi e la risoluzione di problemi per il presente che
per la preservazione di qualche passato "provato". Non sarà più
teleologica in quanto non potrà più assumere il "progresso" o un
"piano" o un dramma narrativo come linea guida. Il relativismo della
storiografia attuale è ormai così profondo, che il discorso storiografico ha
smesso di pretendere di ricostruire "tutto" il reale passato, ma solo
frammenti di questo. Come l'archeologo, lo storico è cosciente di avere tra le
mani dei resti, non l'intera dimensione del vissuto umano. Con queste ben misere
reliquie dovrà ricomporre dei concatenamenti causali, e quindi una narrazione
convincente, diretta ai contemporanei.
Arrivando al nostro tempo, lo storico si trova proiettato verso un
universo complesso del conoscimento, in cui esercita una professionalità sempre
più ricercata e specializzata nell'ambito universitario. Il suo compromesso con
il presente è dato dalla trasmissione di significati che fanno luce sulla
vicenda umana nella prospettiva della temporalità. D'altro canto la società in
cui vive lo storico, dominata dal mercato globale, esercita potenti pressioni
per captare qualche aspetto delle narrazioni da lui prodotte, deformandolo, per
convertirlo in mercanzia culturale. O peggio, cerca di influenzare il suo lavoro
per un malinteso perbenismo conformista -si
pensi al pedante moralismo della "politically
correctness"- o per ottenere, in questi tempi incerti, il responso
divinatorio dell'antica magistra vitae.
Risulta poi particolarmente frustrante per lo storico osservare come i media
diffondano un conoscimento storico manipolato e volgarizzato -nel cinema, per
esempio-, capace di raggiungere un più largo pubblico e vanificare così gli
sforzi professionali di molti anni alla ricerca della serietà ed attendibilità
scientifica della conoscenza storica.
©Franco Savarino, 2000.