Unificazione Italiana

Liberalismo e questione nazionale
L’idea di nazione (comunità indipendente di persone accomunate da lingua, cultura, storia) agli inizi dell’ottocento è ormai diffusa nelle classi medie. Essa collide però con le idee della Restaurazione (equilibrio territoriale e restaurazione delle dinastie legittime), ne consegue una saldatura fra le istanze nazionali e la lotta per le libertà costituzionali (il nemico è comune e gli obiettivi sembrano indissolubili).
Esemplare è in questo senso il caso italiano: la Restaurazione aveva cancellato le esperienze rivoluzionarie e napoleonica, essa aveva sottratto ai ceti borghesi la gestione diretta della sfera politica. Il mantenimento delle conquiste economiche non poteva bastare (anche perché esse si mostrarono subito intimamente connesse ai problemi politici), ne consegue prima una fase in cui si susseguono tentativi fondati sulla cospirazione e sulle società segrete, successivamente il costituirsi di due embrionali partiti politici: 1) democratico, (passare direttamente alla Repubblica; diviso fra mazziniani e federalisti, Cattaneo); 2) moderato (monarchia costituzionale, unità sotto l’egemonia sabauda, D’Azeglio Cavour, o papale, ipotesi neoguelfa di Gioberti).

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Mazzini (“Romanticismo di sinistra”)
“Giovine Italia” come embrionale partito politico (critica della carboneria).
I capisaldi del programma mazziniano sono:
- Repubblica: è l’unica istituzione che assicura libertà e eguaglianza per tutti; in Italia poi non vi sono alternative poiché manca una vera tradizione monarchica e tutti i momenti di splendore della storia nazionale sono legati a fasi repubblicane.
- Unità: solo l’unità può dare all’Italia la forza per assolvere alla sua missione storica, senza doversi sottomettere ad altre nazioni (il federalismo implicherebbe o la marginalità, vedi Svizzera, o la perdita dell’indipendenza).
- Popolo: concetto ambiguo, legato all’idea romantica (misticismo democratico), la partecipazione popolare è però indispensabile al processo di unificazione (il popolo in questo caso si identifica con le classi medie delle città del Nord).
- Religiosità: sempre secondo lo schema Romantico, essa comporta però la rinuncia ad una visione realistica e scientifica della realtà, che contiene le basi stesse del successivo fallimento mazziniano (Timpanaro)
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Il 1848 ed il decennio di preparazione
Gennaio 1848 insurrezione di Palermo, subito dopo concessione della Costituzione a Napoli, Roma e Firenze. Insurrezione di Milano e Venezia: si pone con chiarezza il problema dell’unificazione nazionale; emerge anche la divaricazione fra le ipotesi moderate (iniziativa piemontese, annessione al Regno Sabaudo) e quelle democratiche (allargamento delle libertà civili, iniziativa popolare).
La politica di papa Pio IX e l’intervento di Carlo Alberto (dichiarazione di guerra all’Austria) sembrano conciliare, almeno tatticamente le due linee; l’evolversi dei fatti (tirarsi indietro del papa, sconfitta piemontese) fa precipitare la situazione (tentativi democratici a Roma ed in Toscana). La sconfitta dei democratici segna il declino delle ipotesi mazziniane (presto criticate anche da sinistra: Ferrari e Pisacane) e preparano la strada all’egemonia Cavouriana nel partito moderato (viene definitivamente messa da parte l’ipotesi neoguelfa). Il Piemonte, che dopo la reazione rimane l’unica monarchia costituzionale europea insieme all’Inghilterra, diventa l’inevitabile polo d’attrazione, prima di tutti i moderati, poi anche dei democratici convinti dallo slogan “Italia e Vittorio Emanuele”.
Si avvia così il decennio di preparazione, caratterizzato da:
- aggregazione intorno al programma moderato di Cavour: monarchia costituzionale, liberismo, liberalismo, cauto riformismo sociale.
- concretizzarsi di questo programma nell’esperienza del Piemonte sabaudo: liberalismo, riforme, sviluppo economico (proprio in questi anni si forma in Piemonte la futura classe dirigente del paese).
- coinvolgimento dei democratici (es. Garibaldi) e contemporanea crisi delle ipotesi di Mazzini e Pisacane (a seguito dei fallimenti dei vari moti insurrezionali).
- Sfaldarsi del sistema delle alleanze e dei rapporti internazionali emersi dal Congresso di Vienna (declino di Austria e Russia e rottura della loro alleanza; pretese egemoniche della Francia; emergere della potenza prussiana)
- Inserimento del Piemonte nello scenario internazionale: partecipazione alla guerra di Crimea (1853) ed al successivo Congresso di Parigi (1856), fino ad arrivare agli accordi di Plombieres.
L’unificazione
1858 Accordi di Plombieres: la Francia sarebbe intervenuta al fianco dell’Italia in caso si aggressione austriaca.
1859 Ultimatum austriaco al Piemonte: ridimensionare l’esercito e sciogliere i corpi volontari. Rifiuto dell’ultimatum, dichiarazione di guerra dell’Austria, inizio della IIª guerra d’Indipendenza, vittorie di piemontesi e francesi a Palestro, Magenta, Solferino e San Martino.
Contemporaneamente l’opinione pubblica italiana è in fermento e si pronuncia in favore dell’unità.
luglio 1859 Armistizio di Villafranca: Napoleone III preoccupato per l’andamento dei fatti firma l’armistizio con l’Austria, questa cede la Lombardia alla Francia che la gira all’Italia. Cavour lascia la guida del governo.
1860 Cavour ritorna al governo, tratta con la Francia la possibilità di unire al Regno Toscana ed Emilia (tramite plebisciti), cedendo Nizza e la Savoia.
1860 Insurrezione in Sicilia, sbarco dei Mille sull’isola, rapida marcia dei garibaldini verso Napoli
Autunno 1860 La Francia autorizza l’intervento sabaudo nel mezzogiorno per fermare le truppe napoleoniche e salvare Roma. Si susseguono plebisciti ed annessioni.
17 - 3 - 1861 Vittorio Emanuele II re d’Italia.
1866 IIIª guerra d’indipendenza: alleanza con la Prussia, nonostante le sconfitte militari l’Italia ottiene il Veneto grazie alla vittoria prussiana.
1863 - 1870 Si susseguono i tentativi garibaldini di prendere Roma, difesa dai francesi
1870 Breccia di Porta Pia: approfittando della sconfitta di Napoleone III ad opera della Prussia, l’Italia conquista Roma
1841 Roma capitale, “legge sulle guarentigie”, rifiuto del papa del compromesso e “non expedit”.

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Questione Romana
Conquistare Roma era indispensabile oltre che per ragioni simboliche, anche per privare tutte le vecchie classi dominanti, che si opponevano ancora al nuovo stato unitario, di un importante punto di riferimento. Il tentativo di conciliazione della Destra storica, “Libera Chiesa in libero Stato”, era infatti fallito per l’intransigenza papale. Lo scontro si combatteva su due piani, politico ed economico.
Per quanto riguarda il primo tutti volevano l’annessione dei territorio ancora sotto il controllo pontificio (i democratici subito, per via rivoluzionaria; i moderati alla prima occasione propizia, per via diplomatica).
Per quanto riguarda invece il secondo il terreno di scontro era costituito dai beni ecclesiastici sul territorio italiano, in questo caso la Destra si mosse subito e senza compromessi: soppressione degli enti religiosi, confisca e messa in vendita dei beni ecclesiastici (con l’effetto di favorire la concentrazione di capitale, indebolire ulteriormente il papato, aiutare il risanamento del bilancio, far crescere il consenso nei ceti medi urbani).
Dopo la breccia di Porta Pia, nella Chiesa, nonostante la reazione immediata di chiusura totale (divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica italiana) cominciava a farsi largo l’idea dell’impossibilità del ritorno al passato.
Questione meridionale
Brigantaggio come spia dell’estraneità delle classi contadine meridionali al moto risorgimentale: i programmi politici ed economici del ceto che aveva diretto il Risorgimento (grandi proprietari fondiari e borghesia cittadina del Nord) non rispondevano affatto alle esigenze delle campagne meridionali (sintetizzabili invece nel motto bakuniniano “la terra ai contadini”).
Successivamente la politica cavuoriana antidemocratica permise il rimanere al proprio posto della classe dirigente del passato, allontanando ancor di più i contadini dal nuovo Stato e favorendo il loro schieramento con la reazione legittimista capeggiata dal Pontefice.
Ad aggravare ulteriormente la situazione sopraggiunsero gli inasprimenti fiscali e la leva obbligatoria, che resero ancora più insostenibile la crisi in cui era precipitato il Mezzogiorno.
Era ovvio quindi che il brigantaggio assumesse i caratteri di una vera e propria guerra civile, cui lo Stato rispose unicamente con la repressione militare, lasciando irrisolti i problemi, che sopravviveranno alla fine del brigantaggio ed assumeranno carattere endemico: la Questione Meridionale, appunto.
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Unificazione italiana: presupposti e problemi

Presupposti
- Contraddizione sempre più vistosa fra realtà politica e realtà economica: la chiusura doganale, gli scarsi investimenti in infrastrutture, il prelievo fiscale (dirottato su altre province dell’Impero Asburgico), frenavano lo sviluppo del Lombardo-Veneto; nel Mezzogiorno l’assolutismo Borbonico era totalmente indifferente alle possibilità di sviluppo industriale (nessun investimento, scarse infrastrutture); al contrario, il Piemonte rappresentava un esempio di convergenza di liberalismo e sviluppo (liberismo, infrastrutture, investimenti statali).
- Formazione di un programma liberal-moderato (liberismo, accumulazione capitalistica nelle campagne, riformismo, unificazione diretta dall’alto, poco spazio alla mobilitazione popolare), che trovò in Cavour l’uomo giusto per la sua attuazione in Piemonte e la sua idealizzazione all’esterno.
- Sistema di relazioni internazionali favorevole: appoggio della Francia e dell'Inghilterra alla causa italiana (rottura degli equilibri del 1815). Cavour riuscì ad inserirvi il Piemonte grazie alla partecipazione alla guerra di Crimea.
Problemi
- Frammentazione del nuovo Stato unitario: disomogeneità delle varie realtà regionali, necessità di uniformare amministrazione, scuola, sanità, giustizia. Su tale problema si confrontano due ipotesi, una federalista (Minghetti), che proponeva il decentramento e la valorizzazione delle differenze tramite la creazione di entità intermedie fra Stato e province (Regioni); l’altra accentratrice, che prevedeva l’estensione delle istituzioni sabaude al resto della penisola. Quest’ultima è l’ipotesi vincente, attuata da subito con l’estensione delle leggi sabaude la resto della penisola, l’estensione dell’istituto prefettizio, la piemontesizzazione della pubblica amministrazione.
- Esiguità della base sociale del nuovo Stato: le masse popolari erano rimaste estranee al processo di unificazione (alle prime elezioni del 1861 potrà partecipare solo l’1,9 % della popolazione, a causa dell’estensione dello Statuto Albertino a tutta la nazione. Il sistema elettorale a base censitaria molto ristretta permetteva la partecipazione alla vita politica solo ai vecchi proprietari terrieri, cui si aggiungevano i nuovi ceti alto-borghesi; la gran parte della popolazione era esclusa dai diritti politici).
Connesso a tale problema è il ruolo dei democratici nel processo di unificazione: «nonostante l’egemonia moderata e il carattere di conquista regia (annessione di tutta la penisola allo stato sabaudo) che ebbe il processo di unificazione nazionale, le forze democratiche vi contribuirono pienamente. Esse risultarono anzi una componente essenziale di quel processo perché, come ha scritto Giorgio Candeloro, puntando più sull’idea di unità che su quelle di repubblica ‘riuscirono ad allargare le prospettive unitarie ben oltre i limiti entro cui si muovevano i moderati e ad accelerare un processo che dopo la pace di Villafranca si stava arenando all’interno di alchimie diplomatiche. In tal modo, pur concludendosi con una sconfitta, l’azione dei democratici ebbe un peso notevole negli anni decisivi del Risorgimento’» [De Bernardi, Guarracino].
- Questione meridionale: non solo non fu fatta la riforma agraria, la fiscalità aumentò considerevolmente e la leva obbligatoria sottrasse risorse alle famiglie contadine.
- Difficoltà nell’unificazione del mercato nazionale: troppe le differenze e le carenze infrastrutturali. In realtà l’obiettivo viene raggiunto con estrema rapidità (anche in Italia c’è un’epoca delle ferrovie come mezzo privilegiato di investimento ed accumulazione), con il conseguente crollo dell’industria del Sud di fronte a quella del Nord e la contemporanea crisi anche delle attività artigianali e di tutta quella economia marginale fondata sul lavoro a domicilio.
- Necessità per il nuovo Stato di notevoli entrate: per creare infrastrutture, per organizzare la nuova amministrazione statale, per finanziare lo sviluppo industriale, per pagare i debiti dei vari stati preunitari, per pagare i costi delle guerre risorgimentali, per raggiungere l’obiettivo del pareggio del bilancio (raggiunto nel 1868 con la gestione di Quintino Sella). Proprio per far fronte a tutte queste uscite la Destra agì nel senso di un inasprimento fiscale basato essenzialmente su imposte indirette (più facili ed economiche da riscuotere, più sicure), che però facevano lievitare il costo dei consumi di beni di prima necessità suscitando grande malcontento (es. tassa sul macinato 1868).
Conclusioni
- Il problema dell’unificazione era un problema sentito soprattutto dal ceto borghese imprenditoriale del Nord.
- La realizzazione dell’unità avvenne sotto la guida di un blocco liberal-moderato, attento esclusivamente alle libertà politiche ed al benessere economico del ceto borghese e totalmente disinteressato delle condizioni delle masse popolari.
- La Destra storica operò per non allargare la base sociale del nuovo Stato e per accentrare tutti poteri nelle mani del governo, a scapito delle realtà periferiche.
“I ceti borghesi che avevano puntato alla formazione di un mercato nazionale realizzarono pienamente il loro progetto. I costi economici, sociali e politici dell’intera operazione furono pagati dai ceti popolari ed in particolare dai contadini del Sud del paese. Questa soluzione del problema unitario era destinata però ad aprire tensioni e conflitti che si sarebbero ripercossi permanentemente sulla vita nazionale”[De Bernardi, Guarracino].

Le interpretazioni storiografiche del Risorgimento
Si possono distinguere quattro fasi, legate ai problemi dell’epoca in cui si sviluppano:
1) Storiografia contemporanea all’unificazione (1850 - 1860): strettamente connessa al dibattito politico dell’epoca; i suoi temi principali sono il ruolo del Piemonte, quello della Francia, il rapporto moderati-democratici e democratici-masse popolari.
2) Storiografia immediatamente successiva all’Unità (fino ai primi anni del ‘900): mitizzazione del Risorgimento, composizione di tutte le diversità.
3) Storiografia del periodo fascista:
a) Volpe: Risorgimento come conquista regia, fascismo come completamento del processo risorgimentale;
b) storiografia liberale (Croce), particolarmente interessante risulta la contrapposizione fra le tesi di Pietro Gobetti (Risorgimento come “rivoluzione fallita”, poiché i moderati non hanno saputo coinvolgere le masse popolari, di qui la latente crisi dello stato liberale sfociata nell’avvento del fascismo) e quelle di Omodeo (esaltazione della Destra storica e di Cavour, piena coincidenza di liberalismo e Risorgimento; il fascismo poteva diventare quindi una parentesi).
4) Storiografia del secondo dopoguerra, prende spunto dalle tesi Gramsciane: egemonia moderata nel processo di unificazione, incapacità dei democratici di esprimere la volontà di classi omogenee (l’unica possibilità sarebbe stata quella di farsi carico della necessità di una riforma agraria), di qui il Risorgimento come “Rivoluzione fallita”,perché non ha saputo raccogliere l’adesione delle masse contadine. Su queste tesi si sviluppa un intero filone storiografico marxista (Sereni, Della Peruta, Candeloro).
Alle tesi di Gramsci controbatte per primo Rosario Romeo: una riforma agraria avrebbe impedito l’accumulazione capitalistica indispensabile al futuro decollo industriale. Prende l’avvio da queste tesi un intenso dibattito che sposta l’asse di interesse dal Risorgimento al problema dello sviluppo industriale italiano e dei suoi “prerequisiti”.

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La tesi di Cafagna (Nord e Sud)
Le radici dello sviluppo economico del Nord non affondano nello sfruttamento del Mezzogiorno. L’economia del Nord trae benefici dal Sud solo nel secondo dopoguerra, quando arrivano a Nord gli emigranti del meridione, la crescita autonoma del settentrione è però a questo punto già una solida realtà.
L’Unità d’Italia non arriva come compimento di un processo maturato nel tempo e innescato da mutamenti economici. I mutamenti economici ci sono, ma fanno guardare il Nord al resto d’Europa e non al Mezzogiorno (ed anche i prodotti del Mezzogiorno trovano il loro sbocco sul mercato prevalentemente all’estero). Neanche le ambizioni piemontesi possono giustificare l’allargamento dell’Unità al Mezzogiorno: Cavour e gli altri pensavano al massimo alla creazione di un “grasso Belgio” nella pianura padana, lungi da loro l’idea di uno stato unitario che comprendesse anche il Regno delle Due Sicilie. “L’idea di una Italia unita era, dunque, soprattutto un’idea politico-letteraria”, l’idea di una nuova élite culturale in via di formazione ed in cerca di affermazione in un ambito più ampio, come appunto quello coincidente con le frontiere linguistiche.
Le nuove classi intellettuali meridionali si sentivano addosso tutto il peso dei mali della loro realtà e dunque per loro l’idea di unità nazionale coincideva con la speranza dell’arrivo a sud di uno “Stato moderno”. Il liberalismo meridionale non aspirava in altre parole all’unità per ottenere sussidi economici, bensì sperava in essa come occasione per liberarsi della pesante realtà di corruzione e clientelismo.
Al momento dell’unità Nord e Sud erano due realtà separate, ciascuna aveva scambi e rapporti con il resto del mondo, ma pochissimi erano gli scambi reciproci; in più fra le due parti non c’erano spostamenti di persone (i flussi migratori Sud-Nord arriveranno molto più tardi). Tutto questo però non riguardava la “cultura dei colti”, non c’è mai stata infatti in Italia una frattura culturale, così come non c’è mai stata una linea di frontiera fra realtà completamente opposte (piuttosto le differenze si sono sempre stemperate in passaggi graduali da regione e regione ed in campanilismi fra città e città), così come non c’è mai stata una frattura linguistica (i dialetti sono sempre stati considerati come tali).
Negli anni dell’Italia liberale la forbice fra Nord e Sud si accrebbe: non che il Sud restò immobile, diversi fattori però frenarono la sua crescita, soprattutto in confronto a quella del Nord degli stessi anni. Il Nord del paese raggiunse infatti in quel periodo lo sviluppo degli altri piccoli paesi europei e lo fece soprattutto grazie ad un forte sviluppo industriale “dal basso”. Il cuore dello sviluppo settentrionale non fu cioè la grande industria siderurgica-cantieristica assistita dallo Stato, bensì la piccola industria tessile delle vallate lombarde, industria nata dall’accumulo graduale di capitali e conoscenze diffusi sul territorio, secondo un modello che poi si propagherà all’Italia del Nordest ed all'Emilia realizzando alla cosiddetta “Terza Italia”.
Al Sud invece la crisi agraria (legata al calo dei prezzi dei cereali a seguito dell’arrivo in Europa dei grani americani) è il principale flagello che impedisce l’aggancio allo sviluppo industriale del Nord e costringe gran parte della popolazione all’emigrazione, dando subito l’idea del fallimento economico e sociale dell’unificazione italiana.
È in questo quadro che emerge “la questione meridionale” ed è in questo quadro che si fa strada l’idea del risarcimento, l’idea cioè di un Sud bloccato dal Nord nella sua espansione, con conseguente necessità di intervento statale per riequilibrare la situazione. È questa l’idea che usa Nitti per far passare il suo progetto di intervento statale a sostegno dello sviluppo meridionale, progetto che diventerà poi il fulcro dell’azione statale negli anni del fascismo e negli anni della Repubblica (fino ai governi Amato e Ciampi). Quest’idea, che ha costruito anche molto di positivo, è stata alla base delle “oscure commistioni fra politica, clientelismo, affarismo, criminalità, cui, involontariamente ma spaziosamente, apriva un eccezionale varco tecnico, allargatosi con gli anni: via via che la democrazia si faceva partitocrazia, l’amministrazione del suffragio universale diventava un giro d’affari, ogni vecchio voto di scambio un grosso business. Le operazioni dello statalismo economico (una compravendita, un investimento, un'assunzione di mano d’opera) degeneravano così in vera e propria merce nelle mani di politici - da vendere contro denaro, clientele o voti - e in funzionale inefficienza”.
La “domanda di Stato” dei risorgimentisti meridionali è stata tradita, in realtà si è fatto dello Stato italiano una copia mostruosa e su larga scala di quello borbonico [altro esempio di Risorgimento come “Rivoluzione fallita”].
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