L’età ellenistica - Stoicismo, Epicureismo, Scetticismo

Per età ellenistica si intende il periodo che segue alla morte di Alessandro Magno, nel 323 a.C., ed all’unificazione del mondo antico nel segno della cultura greca.
Si tratta ovviamente di una cultura greca che non è più quella della polis, ormai in declino, ma che invece adesso intraprende nuove strade, influenzata anche dalle culture dell’oriente, verso cui si è spostato il centro di gravità dell’impero macedone.
Centro di questa nuova cultura non è più Atene, ma Alessandria d’Egitto, la capitale voluta da Alessandro. Caratteristica peculiare del periodo è invece la scissione fra scienza e filosofia (ma anche fra scienza e tecnica e scienza e società). Il mondo dei sapienti è ora caratterizzato o da filosofi che non si occupano minimamente di scienza, o da scienziati che non si preoccupano più dei presupposti generali della loro indagine, in ambedue i casi non ci si preoccupa più della società e del pubblico (anche perché la democrazia della polis è ormai stata soppiantata da monarchie di tipo orientale).
La filosofia si indirizza dunque verso il privato, il tema centrale della ricerca diventa l’etica, compito della filosofia è quello di fornire “una visione del mondo per la vita” del singolo.

Stoicismo
Fondatore della scuola fu Zenone di Cizio, gli stoici cercano non la scienza ma la felicità per mezzo della virtù. La virtù è infatti l’esercizio che permette di diventare sapienti, i tre tipi più generali di virtù sono: naturale, morale e razionale, della prima si occupa la fisica, della seconda l’etica, della terza la logica. Le novità principali della filosofi astoica nei tre campi riguardano:
logica. Dottrina del significato: il concetto non è più la cosa, bensì un segno che significa le cose. In ogni concetto bisogna poi distinguere tre aspetti: 1) la parola, cioè il segno che indica una cosa; 2) il significato, cioè l’immagine che si forma in noi quando ascoltiamo la parola; 3) la cosa significata, cioè l’oggetto reale.
fisica. Gli stoici presuppongono un ordine immutabile, razionale, perfetto e necessario, che governa tutte le cose e la fa essere. Quest’ordine è identificato in Dio stesso, di qui il rigoroso panteismo stoico. Nella fisica stoica non c’è quindi posto per il caso: tutto ciò che avviene è segnato da un destino infallibile di cui Dio si fa garante tramite la sua infallibile provvidenza.
etica. L’etica stoica è sostanzialmente una teoria dell’uso pratico della ragione. Poiché il destino del mondo è già deciso l’uomo non può che conformarsi a quest’ordine razionale, ciò è possibile solo adempiendo al proprio dovere.
Il dovere non coincide tuttavia con il bene, questo comincia ad esserci quando la scelta consigliata dal dovere viene ripetuta e consolidata (nel caso sia impossibile farlo è meglio il suicidio), solo così si arriva alla virtù, cioè al bene in senso assoluto. Tuttavia oltre al bene, ed al suo opposto, ci sono anche cose indifferenti, che non sono né bene, né male, nella scelta di queste lo stoico deve attenersi alla maggiore conformità con l’ordine razionale, nasce così il valore, cioè ciò che è degno di essere scelto per rendere la propria vita il più conforme possibile alla ragione.
Parte integrante dell’etica stoica è poi la negazione di qualsiasi valore per l’emozione (pathos). Le emozioni infatti, per gli stoici, non sono procurate da forze o situazioni naturali, esse derivano da giudizi espressi con leggerezza, pensando si sapere ciò che non si sa. Di conseguenza il sapiente deve esserne immune, deve essere indifferente ad ogni emozione: apatia.
Se un ordine razionale guida la vita dei singoli, esso guida anche la vita della comunità, ciò che si chiama giustizia, altro non è che l’azione della stessa ragione divina nella comunità degli uomini. La legge che ispira tale azione è una legge naturale e universale, superiore a quelle riconosciute dai vari popoli della terra (giusnaturalismo). Di qui anche il cosmopolitismo stoico (se una è la legge, una deve essere anche la comunità umana).
Epicureismo (Epicuro, Samo 341 a.C.- Atene 270 a.C.)
Epicuro vede nella filosofia la via per raggiungere la felicità, intesa come liberazione dalle passioni. In questo senso la filosofia è un quadrifarmaco che deve aiutare l’uomo da ogni desiderio molesto e da ogni opinione irrazionale che potrebbe turbarlo: 1) Liberare l’uomo dal timore degli dei (che esistono, ma non si preoccupano minimamente delle faccende umane); 2) liberare gli uomini dal timore della morte, dimostrando che essa non è nulla per l’uomo (“quando ci siamo noi la morte non c’è, quando c’è la morte non ci siamo noi); 3) Dimostrare la facile accessibilità del piacere; 4) dimostrare la brevità e la provvisorietà del dolore.
Per far fronte a ciò la filosofia di Epicuro deve occuparsi di canonica, fisica e etica.
La canonica (da canone, la regola cioè per arrivare alla felicità) è la teoria della conoscenza degli epicurei, essa riprende sostanzialmente la dottrina di Democrito, affermando che l’unico criterio di verità è costituito dalle sensazioni (prodotte dal flusso degli atomi), dalle anticipazioni (che sono i concetti generati dal ripetersi delle sensazioni) e dalle emozioni (cioè il piacere o il dolore).
Anche la fisica di Epicuro è ripresa da quella democritea e dunque è materialista (esclude cioè dal mondo qualsiasi principio spirituale) e meccanicista (si avvale cioè nelle sue spiegazioni solo del movimento dei corpi, escludendo qualsiasi finalismo).
Secondo l’etica epicurea la felicità consiste essenzialmente nel piacere, ed in particolare nel piacere stabile, nella privazione cioè del dolore (mentre il piacere in movimento, dato dalla gioia e dall’allegria potrebbe essere fonte di successivo dolore, dunque da scartare nel calcolo razionale delle attività che producono maggiore piacere).
Lo stesso carattere negativo del piacere epicureo comporta però continue scelte e limitazioni dei bisogni, per questo Epicuro divide i bisogni in naturali ed inutili, a loro volta i primi possono essere divisi in bisogni naturali necessari e non. Solo i bisogni naturali necessari vanno appagati, gli altri vanno abbandonati e rimossi, l’epicureismo infatti non vuole l’abbandono al piacere, bensì il calcolo e la misura dei piaceri. Tale calcolo può essere effettuato solo tramite la ragione dal saggio, che raggiunge così l’aponia (non soffrire nel corpo) e l’atarassia (non essere turbati nell’anima dalla preoccupazione dei bisogni corporei).
La dottrina di Epicuro non può quindi essere considerata un volgare edonismo, tra l’altro contraddirebbe tale edonismo lo stesso culto dell'amicizia che fu una delle caratteristiche fondamentali dell’epicureismo, tanto che una delle massime del filosofo recita: “È non solo bello, ma anche più piacevole fare il bene anziché riceverlo”.
Per quanto riguarda la politica infine, Epicuro riconosceva i vantaggi che essa portava agli uomini, soprattutto impedendo loro di nuocersi a vicenda, tuttavia consigliava al saggio di rimanere estraneo alla vita politica (“vivi nascosto”), poiché quest’ultima potrebbe essere fonte di turbamento e quindi ostacolo al raggiungimento dell’atarassia.

Scetticismo
Contrariamente alle altre filosofie impegnate nella ricerca del vero e nella costruzione di un determinato sistema metafisico, la scuola scettica dichiara che l’uomo non può accedere alla verità ultima delle cose e che quindi la più alta forma di intelligenza e di saggezza consiste nel riconoscere questo fatto (inequivocabilmente dimostrato per gli scettici dalla molteplicità delle filosofie in lotta tra loro).
Pirrone, fondatore della scuola scettica, fu sicuramente influenzato dal pensiero indiano, ma non occorre certo ricorrere a questa influenza per spiegare le peculiarità del suo pensiero, basta tornare ai Sofisti ed in particolare allo scetticismo morale, conoscitivo e metafisico di Gorgia.
Non si può comunque banalizzare la posizione scettica ricorrendo all’impossibilità di poter negare qualsiasi cosa (in questo modo si negherebbe infatti anche la negazione, ecc.), la dottrina scettica, infatti, non nega tanto i fenomeni, quanto le “teorie” su di essi, cioè la pretesa filosofica di spiegare la vera natura.
Non è quindi l’esistenza dei fenomeni ad essere messa in discussione, quanto il loro come, ossia la conoscibilità del loro genuino modo di essere (es. non si può negare l’esistenza del giorno, della notte o degli astri, la causa ultima dell’universo rimane invece oscura).
Pirrone parte in questa sua distruzione delle altre dottrina dall’affermazione che non esistano cose vere o false, belle o brutte, buone o cattive per natura e assolutamente, ma soltanto per convenzione e relativamente. Al di fuori di queste convenzioni, sempre mutevoli, non è possibili nessuna valutazione, dunque l’unica possibilità e la sospensione di giudizio (epoché).
Questa è la via maestra per raggiungere l’atarassia, ovvero l’imperturbabile serenità della mente. Il vero sapiente infatti, messosi il cuore in pace poiché ha compreso che al mondo non esiste verità con la lettera maiuscola (visto che sulla natura profonda delle cose non si può dire nulla con certezza), guarda con superiorità tutti coloro che si affannano a combattere circa questioni metafisiche su cui è impossibile decidere.
Tutto ciò non impedisce allo scettico di vivere normalmente la sua vita quotidiana, l’unica cosa sostanziale in più è la lucida consapevolezza, conquistata con l’indagine, che né la vita, né le cose, posseggono un significato assoluto riconoscibile dalla ragione.
Fra gli altri filosofi scettici vanno ricordati Carneade (non esiste un criterio di verità, ma è possibile un criterio di credibilità, basato sulle non contraddizioni ad una propria rappresentazione probabile) e Sesto Empirico (unica fonte scritta del pensiero scettico, due dei suoi tre libri sono confutazioni delle filosofie dell’epoca. Da ricordare la critica alla deduzione ed all’induzione [la prima è sempre un circolo vizioso poiché è impossibile partire da premesse sicuramente vere, la seconda è sempre smentibile dalla realtà]; la critica del concetto di causa [per produrre effetto la causa dovrebbe sussistere prima dello stesso e dunque essere causa prima ancora di esserlo realmente], la critica della teologia stoica [troppe le contraddizioni nel concetto storico di divinità: corporeità, sensibilità, ecc.]).

INDICE

Hosted by www.Geocities.ws

1