Spinoza (1632 - 1677)

Con Baruch Spinoza l’occidente cessa, dopo tanti secoli, di essere solamente cristiano, egli è infatti il primo autore ad elaborare un pensiero universale (sintetizzando motivi greci, latini, cristiani, arabi, ecc.) ed a rigettare esplicitamente la concezione biblico-cristiana di Dio, del mondo, dell’uomo.
Anche per Spinoza, come per Pascal, la filosofia deve mostrare la via verso la salvezza esistenziale, essa nasce dalla delusione di fondo nei confronti dei valori comuni della vita e dall’aspirazione verso una serenità ideale. Tale serenità è raggiungibile ponendosi come fine qualcosa di infinito e perfetto, che non coincide però con il Dio cristiano ma con il cosmo-natura (panteismo).
Punto di partenza della riflessione di Spinoza è la determinazione del concetto di Sostanza, cui si arriva portando alle estreme conseguenze le implicanze logiche della nozione stessa, la Sostanza è “ciò che è in sé e per sé si concepisce”. Essa è dunque una realtà autosussitente che può essere pensata autonomamente, senza l’ausilio di altri concetti. Proprietà della Sostanza Spinoziana sono di conseguenza: 1) l’essere increata (in quanto per esistere non ha bisogno di nient’altro essendo causa di sé); 2) l’essere eterna (non può non esistere poiché l’esistenza è una sua proprietà costitutiva [Parmenide]); 3) è infinita (poiché se fosse finita dipenderebbe da altro); 4) l’essere unica (non vi possono essere due sostanze egualmente perfette).
Questa sostanza di identifica con Dio e con la Natura e noi ne possiamo vedere solo due attributi, l’estensione ed il pensiero, ed i modi, ossia le manifestazioni nel reale dei suoi attributi (sostanziali o ideali). Proprio il rapporto unità-molteplicità è uno dei più controversi della filosofia spinoziana, ma questo perché generalmente ci si fa confondere dal suo linguaggio e si continua a ritenere il suo Dio una divinità trascendente che deve rapportarsi con qualcosa di altro rispetto a sé, in realtà non è così poiché il Dio-Natura di Spinoza non trascende la realtà, esso è piuttosto un teorema eterno, un rodine cosmico da cui le cose scaturiscono o seguono in modo necessario, esattamente come nelle leggi matematiche (ecco perché la sua dottrina non concepisce né la creazione, né l'emanazione, Dio infatti è già nelle cose, che derivano da lui necessariamente, così come i teoremi derivano derivano dai principi della geometria). In questo senso si può parlare dello spinozismo come di una traduzione metafisica del modo Galileiano di concepire la natura. Non più quindi l’essenza generatrice delle cose, bensì l’insieme delle leggi che ne governano i fenomeni, non più l’anima del mondo, bensì il sistema o l’ordine strutturale delle relazioni tra le cose, ovvero il complesso delle leggi universali dell’essere (di qui il titolo di Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico della principale opere di Spinoza). La concezione di Dio come ordine geometrico dell’universo pone Spinoza in antitesi con la millenaria visione finalistica del mondo, così come con ogni visione antropomorfica della divinità.
[Spinoza risolve anche il problema della dualità pensiero-estensione, si tratterebbe infatti di due entità separate, ma sempre collegate, due facce della stessa medaglia visto che ad ogni emozione corrisponde un’espressione in termini fisiologici ed una in termini psichici. La mente coinciderebbe con l’aspetto interiore del corpo, che sarebbe invece l’aspetto esteriore di quella. Il rapporto idea-realtà cessa quindi di essere un problema poiché in ogni caso ordine e connessione delle idee si identificano con ordine e connessione delle cose].
Proprio perché la riflessione Spinoziana muove dalla ricerca della beatitudine dell’animo che le ricchezze terrene non possono procurare, la sua metafisica risulta finalizzata all’etica (come testimonia il titolo della sua opera più importante). Anche l’etica deriva quindi dal sistema ontologico spinoziano e coincide quindi con l’affermazione della naturalità dell’uomo. L’uomo non è più una creatura privilegiata, esso risponde alle stesse leggi universali di tutte le manifestazioni della Natura.
Il principio fondamentale che regge il comportamento dell’individuo è lo sforzo di autoconservazione. Da questo sforzo derivano tutte le passioni: dal lato positivo tendono alla gioia (passione connessa alla conservazione ed alla perfezione del proprio essere), da quello negativo alla tristezza (passione connessa ad una depressione della potenza di un individuo). Di qui amore e odio, passioni con cui l’uomo ricerca ciò che gli procura gioia e fugge ciò che gli procura tristezza.
L’insuperabile necessità della legge di autoconservazione e dell’ordine geometrico delle cose rende impossibile all’uomo la rottura del determinismo naturale, tuttavia ciò non significa che l’uomo sia totalmente schiavo. L’uomo infatti possiede anche la ragione, che gli può permettere di non subire passivamente lo sforzo di autoconservazione (rimanendo prigioniero delle passioni), ma di manovrarlo consapevolmente. In altre parole, l’unica forma possibile di libertà per l’uomo è di porsi come soggetto attivo e non puramente passivo della propria tendenza all’autoconservazione. La virtù quindi non è una negazione ascetica dell’esistenza, ma una tecnica razionale del ben vivere, che si risolve nella retta considerazione dell’utile, ossia in un calcolo intelligente circa ciò che si deve fare o meno in vista della miglior sopravvivenza possibile.
Questo discorso è intimamente connesso ad altri due:
1) la determinazione dei gradi della conoscenza: progresso conoscitivo e progresso morale vanno di pari passo, vita mentale e pratica sono tutt’uno quindi ai tre gradi della conoscenza corrispondono altrettanti gradi nella vita morale dell’uomo. [tali gradi sono tre: percezione sensibile, cui coincide il farsi dominare dalle passioni; conoscenza scientifica, coincide con la vita secondo ragione; comprensione della Sostanza e di Dio come ordine geometrico delle cose, cui corrisponde l’amore intellettuale di Dio, l’unione mistica dunque con Dio-Natura. Perseguire l’utile in modo razionale e vivere la vita nella miglior maniera possibile, rapportandosi serenamente al Tutto eterno e necessario di cui si è transitorie manifestazioni: ecco la beatitudine di Spinoza ed il messaggio ultimo della sua filosofia].
2) la visione non individualistica di Spinoza: la ragione umana indica all’uomo che i vantaggi della vita civile sono tali da consigliare a ciascuno di sottomettervisi. Il punto di partenza quindi è lo stesso di Hobbes, l’uomo che vive in uno stato di natura in cui ogni singolo vuol prevalere sull’altro, ed anche in Spinoza il passo successivo è la nascita dello stato, tuttavia questo stato non ha poteri assoluti in quanto da una parte cessa di essere stato se viola le leggi per cui è nato (garantire la pace e la sicurezza della vita), dall’altra l’uomo conserva sempre una parte dei suoi diritti individuali, di cui il più geloso è il diritto di pensare e giudicare liberamente. [Così il filosofo della necessità, che ha concepito Dio, la sua azione creatrice e il suo governo nel mondo, come una vivente geometria infallibile, non ha avuto altro scopo nella sua opera speculativa che di garantire all’uomo la libertà dalle passioni, la libertà politica e la libertà religiosa].

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