LA SCOLASTICA

La parola scolastica designa la filosofia cristiana nel medioevo. La connessione fra scolastica ed insegnamento non è accidentale ed estemporanea, bensì indica il cuore stesso del sistema filosofico in esame. Problema centrale della scolastica è infatti portare l’uomo alla comprensione della verità rivelata. Ovviamente questo era un tipico problema di scuola, ossia di insegnamento (in particolare dell’insegnamento che veniva impartito a i chierici).
La ricerca filosofica per la scolastica non è dunque ricerca filosofica a tutto campo, autonoma rispetto a qualsiasi altra tradizione, al contrario la tradizione religiosa è fondamento e norma della ricerca scolastica. Di conseguenza la ricerca scolastica non appare tanto una ricerca individuale quanto un lavoro di gruppo, in cui il singolo deve tener conto continuamente della verità elaborate prima (sentenze, decisioni di un concilio, detto biblico, ecc.), le cosiddette Auctoritas.
La filosofia scolastica non cerca dunque una verità da scoprire, bensì vuole comprendere verità già rivelate, essa diventa cioè un semplice strumento, ancilla theologiae.
Come tutte le scuole filosofiche precedenti, anche la scolastica è profondamente legata al periodo storico in cui si sviluppa, in particolare alle vicende dell’Europa feudale e della sua evoluzione da società fortemente gerarchizzata, con rapporti sociali e visione del mondo ben definiti, ad una società più aperta in cui, soprattutto nelle città, si rimettono in discussione le verità acquisite.
In questo senso con il termine scolastica si deve intendere un intero periodo e il problema filosofico di fondo che ci si pone in questo periodo. Il problema è ovviamente quello del rapporto fra fede e ragione, a seconda delle varie risposte date a questo problema (che non coincidono tutte con quella tomistica: piena concordanza di fede e ragione, cui pertanto non si può ridurre tutta la scolastica), si possono individuare varie fasi della scolastica: 1) pre-scolastica (rinascenza carolingia), l’identità fede-ragione non è messa neanche in discussione; 2) alta Scolastica (metà XI - fine XII sec.), viene posto il problema del rapporto fede-ragione, che cominciano ad apparire come termini antitetici; 3) grandi sistemi scolastici (1200- 1300); 4) dissolvimento della scolastica (XIV sec.), per l’impossibilità di sciogliere il problema fede-ragione che ne era a fondamento.

Rinascimento Carolingio
Scoto Eriugena
identificazione di 4 nature: crea e non è creata (Dio); creata e che crea (Logos); creata e non crea (mondo reale); non creata, non crea (Dio inteso come fine cui tutte le cose ritornano). Il mondo è dunque un momento della vita divina, Teofania (mondo come manifestazione divina). Il mondo è assolutamente identico a Dio, mentre Dio non è identico al mondo in quanto pur estendo in esso, va anche oltre, lo trascende.
Dibattito fra dialettici ed antidialettici: si tratta degli albori della scolastica (la cultura è concentrata nelle scuole presso le grandi abbazie), i primi sostengono la necessità di usare la ragione per comprendere le verità della fede, i secondi si vogliono affidare solo ai santi ed ai testi sacri, affidando alla filosofia solo il compito di difendere le dottrine rivelate.

S. Anselmo
Il contrasto tra fede e ragione, che emerge in continuazione, non ha tuttavia fortuna presso i grandi pensatori medievali, che preferiscono attenersi costantemente al principio della loro possibile armonia. Così fa anche S. Anselmo, che pur dichiarando apertamente la superiorità della fede, non ritiene possibile un contrasto tra essa e la ragione.
Anzi le verità della fede sono a tal punto verità della ragione che egli teorizzerà la possibilità per la ragione di affermare con le sue sole forze le verità della fede, in primis quella fondamentale dell’esistenza di Dio. Di qui le varie prove dell’esistenza di Dio, quella a posteriori (poiché vi sono molte cose buone, ma nessuna perfettamente buona, vi deve necessariamente essere il Bene assoluto da cui queste attingono il loro grado di bontà) e l’argomento ontologico: il concetto di Dio, un essere di cui nulla di più grande si può pensare, non può essere presente solo nell’intelletto, altrimenti si potrebbe sempre pensare ad un essere più perfetto esistente anche nella realtà, il che sarebbe contro la stessa definizione di Dio, di qui la necessità dell’esistenza di Dio (tale argomento ha avuto alterne fortune, già alcuni contemporanei la criticarono facendo notare a S. Anselmo come non fosse scontata la coincidenza del piano del pensiero con quello della realtà fisica, in seguito essa è stata rifiutata da molti, es. S. Tommaso o Kant, ma anche accettata da altri, es. S. Bonaventura, Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel).

Il problema degli universali
Gli universali sono quei concetti generali che possono essere riferiti a più individui (es. i generi o le specie). Problema centrale di gran parte della filosofia medievale è stabilire se tali concetti siano solo concetti della nostra mente o esistano anche nella realtà (ed in quest’ultimo caso come esistano, se separati dal reale, Platone, o dentro le cose, Aristotele).
Le varie posizioni emerse possono essere riassunte nel seguente schema:
1) REALISMO = a) estremo (Guglielmo di Champeaux): soluzione di tipo platonico, gli universali esistono realmente ed esistono prima e separatamente dalle cose.
b) moderato (S. Tommaso): soluzione aristotelica, gli universali esistono nelle cose e rappresentano la forma intrinseca di ogni individuo.
2) NOMINALISMO = a) estremo (Roscellino): gli universali non esistono non solo nella realtà, ma neanche nella nostra mente, anche quando pensiamo un genere in realtà stiamo pensando un oggetto definito (empirismo)
b) moderato (Abelardo, Ockham): gli universali non esistono nelle cose, bensì soltanto nel nostro intelletto, sono cioè un segno mentale usato
per classificare cose aventi caratteristiche simili.
È evidente come il problema degli universali tornava ad agitare la vecchia questione sollevata per la prima volta dai sofisti: il pensiero ed il linguaggio hanno davvero la capacità di rispecchiare l’essere e le sue strutture intime? I nostri concetti ed i nostri termini sono in grado di esprimere l’essenza della realtà? Una questione simile aveva ovviamente ripercussioni immediate in campo metafisico. Dire realismo significava asserire la possibilità del pensiero di porsi come esatta fotografia del reale, dunque la possibilità per la ragione umana di comprenderne le forme o strutture e quindi la possibilità di fare metafisica. Al contrario la prospettiva nominalistica presupponeva un certo divorzio fra pensiero e realtà, i concetti generali diventano infatti simboli astratti della realtà, non coincidenti esattamente con questa, di qui l’impossibilità dell’indagine metafisica.
Abelardo (1079 - 1142) maestro di teologia presso la scuola della cattedrale di Parigi è una delle figure dominanti del periodo, diede grande impulso alla nascente Università di Parigi.
Egli è un sostenitore risoluto dei diritti della ragione: non si può credere se non a ciò che si intende, in ogni caso prima di prestar fede occorre discutere (altrimenti si presterebbe fede a tutto, anche al falso). Di qui il suo metodo che consiste nello stabilire una questio per poi raccogliere tutti gli argomenti a favore e contro e quindi scegliere una delle due soluzioni proposte e confutare l’altra (questo sarà il metodo adottato dopo di lui da tutti gli scolastici.
Le università. Nel medioevo il termine universitas si applicava ad ogni comunità organizzata per uno scopo qualsiasi. Di qui il nome di università per le prime organizzazioni di professori e studenti che si organizzavano per difendere i propri interessi dalle ingerenze delle varie autorità (re, vescovo, autorità cittadina, ecc.), di qui il passaggio dalle scuole delle cattedrali alle università (ognuna famosa per i propri maestri o per determinate facoltà, ognuna diversa a seconda del peso che vi avevano studenti ed insegnanti o per il grado di indipendenza dalle varie autorità).
La mistica. Mentre la scolastica cerca di avvicinare l’uomo a Dio tramite la ricerca filosofica, la mistica vuole avvicinare l’uomo a Dio tramite l’esercizio di poteri conferiti allo stesso dalla grazia divina, senza alcuna mediazione della ragione. Pur partendo da presupposti divergenti, mistica e scolastica sono state spesso nel medioevo complementari l’una all’altra (Ugo e Riccardo di S. Vittore) e solo marginalmente la via mistica è polemicamente contrapposta a quella dottrinale (Bernardo di Chiaravalle)
La filosofia araba. Anche la filosofia araba del periodo può essere assimilata alla scolastica in quanto anch’essa si serve degli strumenti della filosofia (in particolare di una conoscenza diretta del mondo greco) per affermare una verità rivelata (quella del Corano). I due pensatori arabi che influenzeranno maggiormente la filosofia medievale occidentale furono Avicenna (platonismo) e Averroè (aristotelismo). Comune a tutti e due è l’idea che il mondo sia eterno e condizionato da avvenimenti necessari, dunque tutto quello che accade non potrebbe accadere diversamente. Fu soprattutto attraverso la filosofia araba che tornò in Europa l’aristotelismo (che anche per questo inizialmente fu guardato con diffidenza e contrapposto alla tradizione platonico-agostiniana).
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S. Bonaventura ( 1221 - 1274) Francescano, maestro all’università di Parigi, ultimo difensore della tradizione agostiniana: 1) non ogni conoscenza deriva dai sensi, l’anima può conoscere Dio anche senza i sensi; 2) il mondo non è eterno ed è stato creato dal nulla; 3) il processo di avvicinamento dell’anima a Dio è graduale e non completamente razionale: nell’ultima fase l’uomo deve abbandonare le operazioni intellettuali e affidarsi alla grazia divina, in questo modo l’anima raggiunge l’estasi, uno stato di dotta ignoranza in cui l’oscurità dei poteri umani diventa luce soprannaturale.

Alberto Magno (1193 - 1280) Sarà colui che darà diritto di cittadinanza nella scolastica latina ad Aristotele, di cui curò il rifacimento dell’intera enciclopedia, interpretandolo a suo modo, anche per mezzo della tradizione araba e giudaica. Egli distingue nettamente filosofia e teologia, la prima si serve della ragione e procede per via di dimostrazioni, la seconda usa principi ammessi per fede.

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